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XIX
Scorgesi dalle lettere
con le quali molti di questi a lui ricorrevano come ad oracolo, ricercandolo
del parer suo intorno alle novità de' celesti discoprimenti e loro conseguenze,
sopra varii effetti naturali e sopra conclusioni o dubbii filosofici, astronomici
o geometrici: che se così fosse facile il far raccolta delle sue ingegnose
risposte come si può dell'altrui proposte, certo è che si accumulerebbe un
tesoro di inestimabil valore, per la novità delle dottrine e per la sodezza di
quei concetti di che ell'eran sempre feconde. Scorgesi in fine dalla stima e
venerazione in che fu tenuto dal mondo tutto, poi che niun litterato di qualche
fama, niun signore o principe forestiero, passò per Padova o per Firenze, che
non procurasse di visitarlo in città o nella villa, dove egli fosse; et allora
stimavano d'aver bene spesi i lor lunghi viaggi, quando, tornando alle patrie
loro, potevano dire d'aver conosciuto un tant'uomo et avuto seco discorso: e a
imitazione di quei nobili che fin dall'ultime regioni d'Europa si portavano a
Roma sol per vedere il famoso Livio, quando per altro le grandezze di quella
Republica trionfante non ve gli averebber condotti, quanti gran personaggi e
signori da remote provincie a posta intrapresero per l'Italia il cammino per
veder un sol Galileo!
Ma non potendo registrar
qui tutti i segni di benevolenza e di stima con i quali fu questo sempre
gradito et ammirato da' grandi, epilogando tutte le di lui glorie in
quest'unica e singolare, sovvenga all'A. V. che trovandosi egli nell'anno 1638
aggravato da malattia nella sua abitazione di Firenze, l'istesso Ser.mo
Gran Duca di Toscana oggi felicemente regnante, insieme con V. A. S., lo visitò
sino al letto, porgendogli di propria mano soavissimi ristorativi, con
dimorarvi sopra due ore; gustando, come sapientissimo Principe, di coltivar le
sue nobili e curiose speculazioni con la conferenza e discorso del suo primario
Filosofo. Esempio in vero di singolare affezzione verso un proprio vassallo,
per il quale non men risplende un'eminente virtù in chi conferisce, che in chi
riceve, onore sì glorioso.
Di simili visite fu
ancor prima e dopo, come è ben noto all'A. V. S., più e più volte onorato dal
medesimo Ser.mo Gran Duca14 e da lor altri Ser.mi
Principi, che, a posta movendosi di Firenze o dalla Villa Imperiale, si
trasferivano in Arcetri, per godere della sapientissima erudizione di quel buon
Vecchio, o per consolarlo nell'angustie dell'animo e nella sua compassionevole
cecità.
Dicalo l'A. V. S., che più
frequentemente delli altri si compiacque onorarlo con la maestà della sua
presenza, in tempo in che ella, mirabilmente avanzandosi nelle scienze
matematiche, dilettavasi comunicar seco quei pensieri che nello studio
dell'opere di lui le sovvenivano, dando allora materia al gran Galileo di far
quel giudizio ch'in oggi, vivendo, goderebbe vedere a pieno verificato; mentre
egli a me più volte con stupore affermava di non aver mai incontrato, fra tanti
suoi uditori, chi più di V. A. gli avesse dimostrato prontezza d'ingegno e
maturità di discorso, da sperarne maravigliosi progressi non tanto nelle
matematiche quanto nelle filosofiche discipline, e conseguentemente, secondo la
di lui regola sopradetta, nelli affari importanti.
Questo per ora è
sovvenuto alla sterilità della mia memoria intorno a soggetto così fecondo, e
tanto ho potuto raccogliere d'altrove, in tempo assai scarso, delle più antiche
notizie, e privo della maggior parte delli amici più vecchi di quel grand'uomo,
che mi potevano somministrare maggior numero di virtuosi detti e memorabili
azioni che risplenderono nel corso della sua vita. Compiacciasi non di meno
l'A. V. S.ma di gradire per ora questa dovuta dimostrazione
d'obbedienza et ossequio, con il quale io mi rassegno
Di casa, li 29 Aprile
1654.
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