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V
Che cosa era la scienza? Era l'intelletto già adulto
che acquistava coscienza della sua autonomia, e si distingueva da tutti gli
elementi del sentimento e dell'immaginazione, in mezzo a' quali era cresciuto
credulo e ignaro di sè. Era la Natura già maledetta e scomunicata che si
affermava in mezzo alla società del soprannaturale e del privilegio, e
proclamava i dritti dell'uomo. Era l'individuo che contrapponeva la sua
autonomia dirimpetto a tutti quegli assorbenti organismi degli esseri
collettivi, dirimpetto alla famiglia, al Comune, alla Chiesa, alla Classe, allo
Stato, e si proclamava fine e non mezzo. Il limite aveva soverchiato la
libertà. E la Scienza era la Libertà, che reagiva contro il limite.
Perchè la scienza ebbe così piccolo potere sulla vita
romana? Perchè la vita vi si era raffreddata, ritiratosi da lei ogni stimolo,
ogni sentimento del limite. E se ne volete una immagine, guardate alla
catastrofe. Là erano i barbari che si avanzavano, e qua erano soldati accampati
alle frontiere, che li attendevano. Quelli portavano seco la patria, la famiglia,
le loro donne, i loro vecchi, i loro figli, erano un popolo in marcia: le loro
migliori armi erano le loro forze morali. Là era la famiglia, e qua era la
caserma, soldati di ogni gente, tutti chiamati romani, e perciò nessuno romano
davvero, tenuti insieme nella vita artificiale de' campi senz'altro stimolo che
lo stipendio, senz'altro vincolo che la disciplina, formidabili non a' loro
nemici, ma a' loro concittadini, che li chiamavano pretoriani, lontana dalli
occhi e dal cuore la casa, la famiglia, il tempio, la patria, tutti gli stimoli
che fanno grandi gli uomini
E perchè la scienza potè così poco in Italia? Perchè
vi erano indeboliti tutti quei limiti che svegliarono tanta potenza di vita in
quella che fu chiamata età di mezzo; fiaccati i caratteri, prostrate le forze
morali, rimaste vacue forme chiesa, famiglia, patria, classe, stato, ogni
organismo sociale, ogni vita pubblica, vacue forme, alle quali l'alta ironia
dell'intelletto italiano aveva portato via il contenuto. Nello stesso
scienziato la vita era molto al di sotto del pensiero, spesso violenti e
radicali i concetti, ipocrita il linguaggio, e servili le opere. La scienza può
dare un nuovo contenuto, quando trova materia che lo riceva; altrimenti è un
Sole, che irradia nel vuoto senza poter formare attorno a sè il suo sistema, e
va in cieli più lontani, cercando materia più giovane e più feconda. La
scienza, perchè operi sulla vita, bisogna che ami la vita, quale la trova,
guasta che sia, e studii a ricreare ivi dentro gli stimoli e i limiti, nettandoli
della scoria che il tempo vi ha aggiunti e riconducendoli a' loro principii,
quando erano più nella coscienza che nelle istituzioni. Ma se il guasto è nelle
radici, se insieme con la religione è mancato il sentimento religioso, se il
sentimento della patria e della famiglia e della natura e della libertà è
fiacco, se le stesse radici della vita son secche, cosa ti può fare la scienza
? La scienza non ti può dare la vita, anzi le volge allora le spalle, e se ne
disgusta, e non segue più il corso delle' cose, segue il corso delle idee, si
ritira nella solitudine del pensiero, rinunzia a qualsiasi azione immediata
sulla vita, lavora per l'umanità, fruttifica in altre terre. Così la scienza fu
presso noi più radicale ne' suoi concepimenti e più sterile ne' suoi atti.
Molti oggi ancora se ne gloriano, e vantano la lucidità dell'intelletto
italiano, che vedeva così alto e così lungi, quando altrove si disputava ancora
di cose teologiche. E non pensano che l'intelletto italiano vedeva meglio,
perchè il suo cuore sentiva peggio, mancati i sentimenti, le passioni, le
illusioni, che trattengono nel suo volo l'intelletto, e lo tirano nella loro
orbita, e impediscono che ne scappi fuori, libero nella sua corsa, ma solitario
e infecondo.
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