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VI
La scienza potè così poco in Francia, come in Italia,
ma per opposte cagioni. Tra noi una vita piena ed agitata compiva allora il suo
ciclo, riflettendosi nelle arti e nelle scienze; ivi era nel suo pieno fiore, e
il limite vi si manteneva ancora con molto prestigio. La monarchia vi era
istrumento di conquista, di unificazione e di gloria; abbondavano i Casati
illustri, che rappresentavano le glorie nazionali; la religione ricordava le
più nobili tradizioni popolari, Carlo Magno e Carlo Martello, Goffredo, San
Luigi, Giovanna d'Arco. Le forze popolari vi erano impetuose, espansive,
immaginose ed ambiziose; ciò che è ancora oggi gran parte del genio nazionale.
Contro a questa vita robusta e giovane urtò indarno l'ironia di Rabelais, il
buon senso di Montaigne, lo spirito severo e prosaico degli Ugonotti, la
riflessione malinconica di Pascal, e le sottigliezze estatiche de' giansenisti.
Lo spirito nuovo potè appena scalfire la superficie di una vita più rumorosa
che seria, nella quale invano cercavi il raccoglimento, la riflessione, la
calma e l'equilibrio interiore. Lotte vi furono violente, ardenti, mescolate di
scandali e di epigrammi, come portava il genio nazionale; ma Parigi valeva bene
una messa, e gl'interessi pugnavano alla conservazione di una vita, che si
sentiva ancora rigogliosa. Lo spirito pubblico sazio di conquiste e di gloria
si addormentò sotto l'ombra del gran Re e tra le fallaci apparenze del secolo
d'oro, di cui erano ornamento letterati e scienziati, pomposo lusso di corte,
brillante preludio ad una vita tutta di convenzione, allegra, elegante,
sciolta, sotto alla quale ruggivano inesplorate profondità. Il risveglio fu
terribile. Sorse il disprezzo verso tutte le istituzioni nazionali, divenute
decorazioni di corte, e in quel disprezzo soffiava l'ironia di Voltaire e la
collera di Rousseau. La scienza vi divenne rivoluzione, perchè ebbe a suo
servigio una nuova classe, che chiedeva il suo posto nella vita. E la
rivoluzione fu violenta, rapida, drammatica, e nelle sue convulsioni assoluta
come la scienza astratta come l'umanità. Cercando libertà non nel limite, ma
contro il limite, ruppe il limite, e non diede la libertà. Combattendo la
superstizione, spense negli uni il sentimento religioso, e provocò negli altri,
come reazione, il fanatismo. Stabilì l'uguaglianza giuridica, e produsse una
disuguaglianza di fatto sentita più acerbamente in quella contraddizione, e il
frutto fu l'odio di classe, il più attivo dissolvente sociale, e i più delicati
problemi abbandonati alla forza brutale. Mobilizzò fortune, famiglie,
costituzioni e governi, e il turbinìo rapì seco ogni costanza di carattere,
ogni fermezza di disciplina, ogni vincolo sociale, il culto del dovere e della
legge. Sviluppò grandi caratteri, grandi forze, le usò e le abusò, trattò e
stancò in tutti i versi una vita dotata di tanta elasticità, che oggi ancora
così calcata minaccia ed offende. Quando non potè avere le cose, si appagò de'
nomi; non potendo aver la sostanza, abbracciò l'ombra; riebbe l'imperatore
senza l'impero, la repubblica senza i repubblicani; ripetè e scimieggiò sè
stessa; ripetè rivoluzioni senza rivoluzionarii, epopee senza eroi; la storia
divenne un circolo, nel quale elementi, ora vinti, ora vincitori, sempre
violenti, si dibattono e si consumano. Limite e libertà, indeboliti nella
coscienza, logorati nell'attrito, non furono più le funzioni organiche di una
società armonica; furono meccanismi tanto più artificiosi e complicati ne' loro
congegni, quanto la vita interna vi era più debole e men rispettata; sicchè nè
i concordati rinvigorirono la fede, nè le costituzioni rinvigorirono la
libertà. Operando fuori di ogni tradizione e di ogni condizione storica, la
società rimase in balìa al lavorio de' cervelli; furono provati tutt'i
meccanismi, furono fatte tutte le esperienze; i fatti furono costretti a
camminare con la stessa velocità delle idee; la storia uscì dalle sue vie
naturali, fu una corsa vertiginosa, che non ancora ha trovato il suo punto di
fermata, lasciando dietro di sè nel cammino intelletti dubbiosi, sentimenti
vacillanti, caratteri mobili, non so che insoddisfatto, uno spirito irrequieto,
avventuroso, che molto si agita e poco conchiude, senza fermezza ne' fini e
senza serietà ne' mezzi.
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