Domenico Cavalca
Vite dei Santi Padri

Vita di S. Antonio Abate

Capitolo II

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Capitolo II

 

Della guerra che 'l diavolo gli mosse, e come vinse lo spirito della fornicazione.

 

E vedendo e intendendo lo nimico dell'umana generazione in Antonio tante virtudi e tanta fama e gloria, brigava molto, tentandolo, di ritrarnelo da quello santo proponimento. E prima movendogli guerra gl'incominciò a mettere pensieri importuni delle ricchezze che avea lasciate, e della sorella ch'era rimasa, e della nobiltà di sua schiatta, e della gloria e pompa del secolo, la quale avere solea e potea, se volea. E poi per ispaventarlo gli mettea forti imaginazioni della grande fatica che è a venire a virtù, della fragilità del suo corpo, de' molti pericoli e lacciuoli che sono nella via della penitenza. Anche come era giovane e però potea assai tempo godere lo mondo e poi tornare a Dio. Delle quali tutte cose e imaginazioni Antonio, armatosi del segno della croce e continuando l'orazione e la memoria della passione di Cristo, facevasene beffe. Vedendosi lo nimico vincere e vergognandosi d'essere da lui sconfitto, mossegli l'usata battaglia che suole dare a' giovani, cioè della carne, e molestavalo in mettendogli di e di notte laidissimi pensieri e imaginazioni e fantasie. Ed eraforte questa battaglia, mettendo lo nimico importunamente questi pensieri e imaginazioni e fantasie, e Antonio isforzandosi di cacciarli orando e piangendo e gridando a Dio, che senza dubbio parea a chi 'l sentia in questa agonia, ch'egli visibilmente pugnasse col diavolo. Lo nimico gli scaldava la carne e incitavalo a disonesti reggimenti; ed egli la macerava vegghiando, orando e digiunando e in molti modi affliggendo. Lo nimico gli facea apparire di notte forme di bellissime femmine e impudiche; ed egli, ripensando lo fuoco dello 'nferno e i vermini apparecchiati ai disonesti, resistea e contradicea valentemente, e facendosi di lui beffe, rimanea vincitore, e intra tante e tali tentazioni servava senza macula la purità dell'anima. E tutte queste cose permettea Iddio a confusione del nimico superbo, acciocchè si vergognasse vedendosi vincere da uno giovanetto con natura e carne fragile; lo quale insuperbendo si credea e volea venire all'equalità di Dio; e quegli che si gloriava contro all'uomo, perchè non avea carne mortale e passibile, fosse vinto in sua vergogna dall'uomo che ha carne e sangue. Aiutava lo Signore Iddio lo suo servo Antonio, lo quale per sua grazia, nostra carne prendendo, ci diede e vittoria contro al nimico. Sicchè ciascuno così valentemente combattendo, quando si vede vincere dica coll'Apostolo: "Non sono io quegli che ho vinto, ma la grazia di Dio che è con meco".

 

All'ultimo vedendosi lo nimico tutto confuso e vinto, costretto per virtù di Dio, lo quale per questo modo volle dare audacia al suo cavaliere Antonio, sì gli apparve visibilmente in forma d'uno garzone laidissimo e orribile, e stridendo e piangendo, gittandoglisi ai piedi, in voce umana confessò e disse:

 

"Oimè che molti n'ho già ingannati, e ora da te sono sconfitto e vituperato!".

 

E domandandolo Antonio chi egli fosse che così parlava, rispuose:

 

"Io sono amico della fornicazione, lo quale pugno contro ai giovani per varii modi e ingegni. Io sono chiamato spirito di fornicazione, perocchè di questo vizio propriamente è mio officio di tentare. Oh quanti n'ho fatti cadere e tornare alle brutture di prima che aveano lasciate! Io sono quello spirito, lo quale fece cadere quelli li quali lo Profeta riprendendo dice: Voi siete ingannati per lo spirito della fornicazione. Io sono quegli che tanto t'ho tentato, e sempre m'hai vinto e cacciato".

 

Le quali parole udendo Antonio, ringraziando Iddio, dal quale conoscea la sua vittoria, confortato molto, prese baldanza contra 'l nemico e sì gli disse:

 

"Molto se' despetto e laido, e sì la tua iscurità e laidezza e sì l'etade inferma, nella quale mi sei apparito, sono segno e testimonio della tua impotenza: onde oggi mai non ti temo, di te curo; Iddio essendo mio lume e mio aiutatore, farommi beffe di te e d'ogni altro nemico".

 

Alle quali parole lo nemico confuso disparve. Questa fu la prima vittoria d'Antonio contro 'l nimico, anzi di Cristo per Antonio, dal quale è ogni nostra vittoria. Ma non prese perciò sicurtà Antonio, lasciò l'armi usate, il nimico lo lasciò però stare, anzi più crudelmente contro a lui combattendo gli dava nuove battaglie, e come lione che ruggisse, cercava in che modo lo potesse divorare. E Antonio, ammaestrato per la divina Scrittura, sapendo che molte sono l'astuzie del diavolo, più sollicitamente si guardava, temendo che, pognamo ch'avesse vinta la carne, non cadendo in qualche altro lacciuolo, perciocchè vedea che il nimico isconfitto trovava nuove insidie contro a lui. Disponendo dunque di fare vita più austera, incominciò a fare sì aspra penitenza che ogni uomo se ne maravigliava della sua infaticabile astinenzia e pazienzia nelle fatiche della penitenzia. Ma a lui tutto quello che facea parea poco; perocchè lo lungo studio della volontaria servitudine la consuetudine avea tornata in natura. Pernottava in orazione spesso; mangiava il coricato il sole, e alcuna volta stava digiuno infino al quarto giorno, e poi per suo cibo prendea pane e certa erba che in quelle contrade si chiamava sale, e poi beeva un poco d'acqua; di carne o di vino non è bisogno ch'io ne faccia menzione, perocchè appo i monaci di quelle contrade cotali vivande si usano, si truovano; per suo letto avea istuoia e cilicio, e spesse volte si gittava a piacere pure sopra la terra ignuda; fuggiva ogni unguento e dilicanza di corpo, dicendo che era bisogno di soggiogare il corpo ed imponergli fatiche e asprezze, perciocchè allora l'anima prendea più fortezza e audacia, quando lo corpo fosse debilitato, allegando per quella parola che dice Santo Paolo: "Quand'io infermo, allora sono più forte e più potente". E per mirabile fervore non pensando le grandi fatiche che aveva sostenute, ma parendogli di non avere fatto nulla, aoperavaarditamente e con tanta voluntade come se pure allora incominciasse, seguitando in ciò l'apostolo Paolo, lo quale per grande fervore dicea di : "Dimenticandomi di ciò che ho fatto insino a qui, standomi pure innanzi".

 

Ricordavasi anche di quella bella parola che dice Santo Elia profeta, quando giurando al modo antico de' Giudei disse: "Vive Iddio, dinanzi alla cui presenza oggi istò"; e dicea che però disse Elia oggi, perocchè non facea menzione del temporale passato, ma come ognidì cominciasse, cotanto operava, e sì puro e ubbidiente si studiava di rendere nel cospetto di Dio, come sapea che si conveniva a reverenza del divino cospetto e necessità della sua salute.

 

 


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