Domenico Cavalca
Vite dei Santi Padri

Vita di S. Giovanni eremita

Capitolo III

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

Capitolo III

 

Di uno esemplo che diede d'un eremito che fu ingannato da un demonio che gli apparve in ispezie di una femmina smarrita.

 

E acciocchè meglio m'intendiate e che in questo siate più cauti, vogliovi dire quello che avvenne ad uno de' nostri frati. Era in questo eremo presso a noi un monaco di molta santitade, lo quale stava in una spelonca ed era veramente uomo di grande astinenzia e che senza sua fatica non volea mangiare lo pane, ed era di grande e quasi continua orazione. Questi, vedendosi crescere in fama e in virtù, incominciossi a gloriare e insuperbire, quasi come per sua industria e non per divina grazia propriamente fosse quello che era. Della qual cosa avvedendosi il nimico, incontanente fu sollicito a tendergli il lacciuolo e farlo cadere. Ed ecco che una sera ebbe presa forma d'una bella femmina, la quale, mostrandosi d'essere ismarrita e molto stanca e angosciosa, giunse alla spelonca di costui, e trovandola aperta, entrò dentro e gittoglisi ai piedi pregandolo che le avesse misericordia e compassione, ed acciocchè le fiere non la mangiassaro, la lasciasse stare quella notte in alcun cantoncello di quella spelonca. E mosso quegli ad alcuna pietade, incominciolla a dimandare della cagione del suo smarrimento, e come fosse così uscita della via; e componendo quella una cagione molto pietosa e maliziosa, e dicendo ella, nel suo parlare parea dirittamente che gli percotesse il cuore di laidi e vergognosi pensieri; e intanto col suo bel parlare e soave e pietoso gli commosse il cuore, che 'l misero monaco acciecò e consentì in medesimo di mal fare con lei. E così ferito e mal disposto, non argomentandosi a resistere, incominciò a scherzare con lei e ridere e lasciarsi porre la mano infino al volto e palpare lo capo e 'l collo, mostrando quella che questo faceva per amore e reverenzia. Per le quali tutte cose quegli più ferito ed ebbro di disordinato diletto, dimenticandosi il misero le molte fatiche che avea già sostenute per fare penitenzia, non considerando la sua professione lo stato onorabile e li molti doni che avea già da Dio ricevuti, sentendosi il cuore e il corpo in diletto e in movimenti disordinati, volendo la sua iniquitade, diede vista di volerla abbracciare e compiere il peccato. Allora il nimico, che parea femmina, come ombra fra le mani gli uscì e disparve, gittando una gran voce come in segno della vittoria che aveva di lui avuta; e incontanente una gran moltitudine di demonii, che stavano in aria aspettando questo fatto, incominciarono tutti a fare beffe di questo monaco e gridare contro a lui irridendolo, e diceano:

 

"O monaco, che ti parea essere salito infra il cielo, come se' così profondato allo inferno? Or impara che chi insuperbisce è bisogno che sia umiliato".

 

Allora quegli, quasi ebbro e disensato per grande malinconia, non sostenendo la confusione della sua coscienzia ed i rimbrocci e le derisioni che le demonia facevano di lui, fecesi anche peggio, e disperossi tornando alla vita secolare, dandosi come disperato a ogni male e a servire ad ogni immondizia, e per la confusione della sua coscienzia non sostenendo di vedere nullo buono uomo, fuggiva di vedere e d'udire tutte quelle persone le quali s'immaginava che 'l volessero a penitenzia confortare e revocare. E così fuggendo lo misero li rimedi della penitenzia, per la quale poteva ancora ritornare in grazia, meritò l'ira di Dio e male finì.

 

 

 


Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License