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Apparecchio
della materia, che chiamano Selva.
All'argomento
trovato, alle parti disposte, vien dietro il comporre; che è impolpare l'ossa,
e farne d'uno scheletro un corpo.
Ed
eccovi su le prime un'ordinario errore di chi, non portando a tal lavorio altro
che un foglio bianco, la penna, e il suo carrello, vuole in un tempo medesimo e
Trovare e Disporre e Comporre, attendendo tutto insieme alle Cose all'Ordine, e
al Modo; come s'egli fosse un Sole, che per dipingere in una nuvola un'Iride,
senza svario nel cerchio, senza disordine ne' colori, non ha di bisogno che di
mirarla, e con ciò stendervi il pennello d'un raggio, col quale in un momento
la disegna e colorisce.
A
costoro, mentre masticano la penna, mirano il tetto, e ronzando come Calabroni
borbottano fra di sè, mettendo in carta principj senza fine, con trovarsi
nell'ultimo della fatica da capo, quanto a tempo farebbe chi suggerisce
all'orecchio per beffa e per avviso quel comunissimo assioma, che dice: Ex
nihilo nihilo! Voi pretendete, che piova oro dal capo, dove non ne avete
miniera; e di più, che vi venga battuto in moneta di peso, e con impronta di
legittimo conio: così in un medesimo tempo volete fare l'Alchimista, il
Saggiatore, il Zecchiere, il Tesoriere, il Principe, ogni cosa: che appunto è
la vera maniera per non far nulla. Ne igitur resupini, respectantesque tectum,
et cogitationem murmure agitantes, expectemus quid obveniat. Imatevi, che il lavorare
un componimento sia fabricare una casa. Non basta aver pianta e modello, se
mancano e pietre e calcina e travi e ferramenti. Dunque Sylva rerum et
sententiarum paranda est: ex rerum enim cognitione efflorescere debet et
redunare oratio.
Chi
non ha in capo una viva libreria raccolta con istudio di molto tempo dalle
Storie sacre e profane, naturali e civili, da' politici ammaestramenti, da'
Riti e Leggi antiche, da gravi e sentenziosi Detti di Savj, da Favole, da
Geroglifici, da Proverbj, e, quanto fa di bisogno, dalla Teologia; conviene,
che da' libri morti accatti e raccolga ciò, che a suo bisogno farà.
Poco
importa aver concepito un nobile argomento, se, quando state per partorirlo,
non avete mammelle piene di latte per nutrirlo; onde conviene, che di pura fame
vi muoja fra le mani. Stasicrate, che volle scolpire Alessandro con fargli una
più che gigantesca statua del monte Ato, non s'avvide, che la città mettergli
in una mano, perchè non aveva d'attorno campi ove seminare, inabitabile riusciva.
A questo prima d'ogni altra cosa pose l'occhio Alessandro. Delectatus enim
(dice Vitruvio) ratione formae, statim qaesivit, si essent agri circa, qui
possent frumentaria ratione eam civitatem tueri. E inteso che no, rifiutò con
un cortese soghigno l'offerta del male avveduto Scultore. Ut enim natus infans
sine nutricis lacte non potest ali neque ad vitae crescentis gradus perduci,
sic Civitas, etc. Non altrimenti, qualunque suggetto si prenda, se non ha di
che nutrirsi, non può crescere nè mantenersi; ma come germoglio nato nelle
secche arene dell'Arabia deserta, appena sorto da terra, in uno stesso manca
d'umore e di vita.
Perciò
accortamente fanno quegli, che, prima di risolversi ad un'argomento, mirano se
v'è o se hanno onde possano trarre materia bastevole a compirlo. Così i pratici
Architetti, dice Sant'Ambrogio, ne' disegni di tutte le fabriche mettono i
primi pensieri in cercare onde possano prendere tutta la luce, che per
rischiarare ogni parte abbisogna: Antequam fundamentum ponat, unde lucem ei
infundat explorat; et ea prima est gratia, quae si desit, tota domus deformi
horret incultu.
Dunque
convien'aver conoscimento e pratica di molti libri; e giudicio, non basta buono
per iscegliere, ma ottimo ci vuole per applicare le cose che si truovano; sì
che, dove bisogna, con ingegnosa e pellegrina maniera, esprimano ciò, che a voi
torna in acconcio di dire. E in questo, certissima osservazione è, che ognuno
raccoglie per sè ciò che al genio suo (a cui sempre è conforme la maniera del
dire) si confà e adatta. E sì come neminem excelsi ingenii virum humilia
delectant et sordida, magnarum enim rerum species ad se vocat et extollit;
cosí, v'ha di quelli, che lasciano i diamanti col Gallo d'Esopo, e, come se
avessero il cervello d'ambra gialla, non sanno tirare a sè altro che vili
festuche di paglia. Così da' fiori, v'è chi colga solo la vista, chi solo
l'odore, altri l'imagine disegnandoli, altri le acque stillandoli; ma le
Pecchie ne cavano il mele, e mele tutto d'una dolcezza e d'un sapore, benché da
fiori di natura e di sapore diversi, lo colgano. Lo stesso avviene ne' libri,
prati d'erbe e di fiori odorosi, per pascolo degl'ingegni. V' è chi da essi non
cava altro che solo la vista nel diletto di leggerli; altri, qualche spirito di
buon'odore, per isvegliare il cervello e confortarsi l'ingegno. Vi son di
quegli, che vi fanno erba a fasci, cogliendo alla rimpazzata ciò che prima lor
viene alle mani; di quegli, che con più scelta raccolgono solamente fiori per
tesserne corone e ghirlande. Alcuni spremono sughi altri cavano acque. Pochi da
una gran moltitudine di suggetti fra loro diversi sanno raccorre mele d'uno
stesso sapore, applicando le cose in maniera, che tutte dican l'istesso, sì che
vi sia il diletto della varietà, e non vi manchi l'unione del senso. Queste
diverse maniere di scegliere e d'applicare vanno dietro al giudicio; e il
giudicio seguita il genio, che ciascheduno ha di favellare, chi in uno stile e
chi in un'altro, giusta l'idea della sua mente. Perciò le cose, che da' libri
si cavano, si posson dire esser come le rugiade, che, se cadono in seno ad una
conchiglia, (per credenza d'alcuni) si mutano in perle, se sopra un fracido
tronco, diventano funghi.
Ma
nell'adunar materia per formarne un componimento, avverto per ultimo, che può
essere di non piccol danno così l'aver troppo come il non aver nulla. Non s'ha
ad essere sì scarso in raccorre, come se si volesse che l'opera, che ne ha ad
uscire fosse più magra d'un'Aristarco, d'un Fileta, d'uno scheletro vivo; sì
che le si contino l'ossa, e le si veggano tutti i corsi delle vene, le fila de'
nervi, le disposizioni de' muscoli, i moti delle arterie, e poco meno che
l'anima. Nè all'incontro s'ha ad esser prodigo, come se si pretendesse formare
un'uomo sì corpulento, che paresse, anzi che uomo, un'otre. Chi ammassa di
soverchio roba, se non è magnus Deus, come gli antichi chiamavano l'Amore per
essere stato ordinatore del Caos, non ha come disporla per modo, che in tanta
turba non nasca confusione.
In
oltre, dal soverchio raccorre avviene, che, scelto il più bel fior delle cose,
c' incresca oltre modo gittare come inutile il rimanente, che sarà a gran
misura più dello scelto; parendo non virtù di buon giudicio, ma vizio di
prodigalità, perdere, insieme con tante cose, la fatica e il tempo che si spesero
in raunarle. Perciò, mentre tutto piace, e a tutto si cerca luogo, s'empiono i
componimenti, come da gl'ingordi il ventre, con più gola per trangugiare che
calore per digerire: e quindi dalla copia de' corrotti umori nasce lo sconcerto
de' corpi, lo sfinimento delle forze, la pallidezza, e cento mali. Idem igitur
(disse il Morale) in his, quibus aluntur ingenia, praestemus; ut quaecumque
hausimus non patiamur integra esse, ne aliena sint, sed coquamus illa. Così ci
accorgeremo, che alle composizioni, come a' corpi, non si dee dare quanto vi
può capire, ma sol quanto possono cuocere e digerire.
Ma
trovato l'argomento, disposte le parti, raunata la materia, e dispensata a suo
luogo, si cominci a comporre.
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