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Che
debbono, usarsi varj Stili, sì come varia è la materia del Discorso.
Convien'ora
mostrare, quale Stile, qual Forma, o, come Ermoggene la chiama, Idea di dire,
usar si debba da chi compone. Intorno a che, è da sapere, che nella maniera di
spiegare qualunque, cosa si vuole, ciò che più è degno da osservarsi, tutto
alla Quantità e alla Qualità si riduce. La prima dalla Lunghezza o Brevità si
misura; la seconda dalla Efficacia o Debolezza del dire. E perchè nell'uno e
nell'altro di questi due generi v'ha due termini estremi e 'l mezzo fra essi;
quindi è, che sotto la Quantità cade il Lunghissimo, il Mezzano, il Brevissimo;
sotto la Qualità, il Sublime, il Mezzano, e l'Infimo. I tre primi hanno avuti
Popoli, che di essi si servieno: del Lunghissimo gli Asiani, del Brevissimo gli
Spartani, del Mezzano gli Attici. I tre secondi hanno avuti Oratori, che, giusta
la fede che ne fa M. Tullio, sono stati in ognuna di quelle forme di dire
eccellenti.
È
il puro Asiatico diffusissimo; e, parli di ciò che si vuole, ha per costume di
dire, come quell'Albuzio riferito da Seneca. Non quidquid debet, sed quidquid
potest. Stile carnefice degli orecchi, come Scaligero lo nominò, che in un mare
di parole non ha una bricia di sale. Nullo enim certo pondere innixus, verbis
humidis et lapsantibus diffluit. Cujus orationem bene existimatum est in ore
nasci, non in pectore. Onde miracolo fia (ciò che Aristotile disse ad
un'importuno ciarlone), che si truovi chi abbia piedi per potersene andare, e
abbia orecchi per volerlo sentire. Avete osservate le prime lettere de'
Privilegj scritti in pergameno? Quanti tratti di penna, quante cifre, quanti
scherzi in arabesco concorrono a formarle? e poi in fine ella non è più che
un'A, una B, una lettera come l'altre che semplicemente si formano. Questa è
l'imagine vera dello Stile Asiano. In un mondo di parole non vi dice più di
quello, che altri vi direbbe in un solo periodo.
Il
puro Laconico usa anzi geroglifici che parole; e in esso, come dissi delle
pitture di Parrasio, plus intelligitur quam, pingatur. Studet enim, ut
paucissimis verbis plurimas res comprehendat; ciò che di Tucidide disse
l'Alicarnasseo. Tre suoi gran periodi entrano in una linea. Tre linee sono poco
meno d'una compiuta orazione. Ogni parola sua, anzi quasi ogni sillaba, è,
quali Demostena diceva essere i detti di Focione un colpo di scure. Il Mezzano
fra questi due, che con le elettro d'amendue si tempera e si compone, è
l'Attico, che senza l'insipidezza dell'Asiano, senza l'oscurità del Laconico,
ha la chiarezza di quello e l'efficacia di questo; e, come in un corpo ben
formato, nè tutto è nervo nè tutto è carne, ma l'uno v'ha la sua parte per la
forza, l'altra v'ha la sua per la bellezza. A lui chi toglie una parola, toglie
non come a Lisia de sententia, ma come a Platone de elegantia. Ha quello, che
Seneca controversista chiamò pugnatorum mucronem (di che manca l'Asiatico); ma
l'usa con altra maniera d'armeggiar più sicuro e più acconcio del Laconico il
quale ad ogni colpo fa urla passata, e viene alle strette, e, non tirando (come
diceva Regolo di sè stesso) senon punte di fitta, e tutte alla gola della
causa, corre sempre pericolo ne genu sit aut talus, ubi jugulum putat. Gli
Stili differenti sotto il genere di Qualità, non hanno, come i già detti,
viziosi gli estremi e ottimo il mezzo; ma s'avvantaggiano di bontà l'un sopra
l'altro, sì come sono l'un più dell'altro perfetti.
Per
ispiegare la loro natura più chiaramente, raccorderò quello che insegnarono
Aristotile e M. Tullio: che l'arte del persuadere ha tre potentissimi mezzi,
con che suole ottenere il suo fine: questi sono Inseguare, Dilettare, e
Muovere. E perchè ognun di loro ha differentissimo ufficio dall'altro,
differenti ancora ha i caratteri e le forme, delle quali si serve, l'Infimo per
Insegnare, Mezzano per Dilettare, il Sublime per Muovere.
L'
infimo genere, ecco i termini fra i quali il Padre della latina eloquenza lo
chiuse: Acutum, omnia docens, et dilucidiora non ampliora faciens, subtili
quadam et pressa oratione limatum. In lui principali sono la distinzione, la
chiarezza, l'ordine, la politezza e proprietà delle parole, senza traslati
espressive e significanti. Non ha lampi, non tuoni, non fulmini, nè quelle
ampie e magnifiche forme di dire, con che maestosamente grandeggia l'Orazione.
Il
Mezzano insigne et florens est, pictum el expolitum, in quo omnes verborum,
omnes sententiarum illigantur lepores: neque enim illi propositum est
perturbare animos, sed placare potius; nec tam persuadere, quam delectare.
Concinnas igitur sententias exquirit magis quam probabiles; a res saepe
discedit, intexit fabulas, verba apertius transfert, eaque ita disponit, ut
pictores varietatem colorum. Paria paribus refert, adversa contrariis,
saepissimeque similiter extrema definit, etc. Ma il Sublime, tutto Maestà,
tutto imperio, in quella soavissima violenza che fa a gli animi di chi lo
sente, i trasformandoli in tutti gli affetti, e rapendoli ad ogni con senso,
raccoglie quanto d'altezza ne' sensi, di forza nelle ragioni, d'arte
nell'ordine, di peso nelle sentenze, d'efficacia nelle parole può aversi.
Ampio, eloquente, magnifico. Un torrente, ma limpidissinio; un fulmine, ma
regolato. Con somma varietà di figure con mutazione d'affetti, senza disordine
misti. Quasi una nuvola, che nel tempo medesimo dà acqua e fuoco, fulmini e
pioggia. Di questa forma di dire prenderò l'imagine che Quintiliano ne disegnò.
Quae saxa devolvit, et pontem indignatur, el ripas sibi facit. Multa, ac
torrens. Judicem vel obnitentem contra ferens, cogensque ire qua rapit. Ea
defunctos excitat. Apud eam Patria clamat, et alloquitur aliquem. Amplificat,
atque extollit orationem, et vi supelationum quoque erigit. Deos ipsos in
congressum quoque suum, sermonesque deducit, etc. Questi sono i caratteri delle
Forme del dire nel puro esser loro, accennate solo, non descritte. I maestri
dell'arte, che giusta la loro professione ne trattano, compiutamente
sodisfaranno a chi è vago d'averne più piena cognizione. A me basta averne,
detto quanto era di bisogno sapere per intelligenza dell'avviso segueute Ed è,
che, conforme alla varietà delle cose che si trattano, variare si dee lo Stile,
accommodandolo ad ognuna, come la luce a' colori, che in sì varie forme sì
costantemente si trasforma. Una medesima non è la scena, che serve alle
Tragedie, alle Comedie, alle Pastorali. Questa vuole campagne e boschi, quella
case cittadinesche communali, la tragica palagi reali e tempj. Il luogo si dee
confare all'azione. Parimenti l'Orazione vuole adattarsi al suggetto; nè
sublimi materie con istile plebeo, nè bassi argomenti con sublime eloquenza si
trattano.
In
fin ci vuole nell'uso degli Stili quell'accortezza, quel senno, che ebbero
alcuni antichi Fonditori di statue, che formarono non d'ogni metallo ogni Dio,
ma, giusta le varie loro nature in varie tempre mischiandoli, gli esprimevano
sì, che morbidi o crudi, orridi o avvenenti, splendidi o foschi riuscissero: e
in ciò lodatissimo fu il giudicio d'Alcone, che lavorò un'Ercole tutto di ferro
laborum Dei patientia inductus, disse Plinio. Anzi non solo adatto alla natura
degl'interi suggetti, di che si parla, dee usarsi universalmente lo stile; ma
in ogni componimento conviene tante volte variarlo, quanto diverse sono le cose
che lo compongono. E sì come nelle azioni tragiche talvolta la scena si muta in
boschereccia, per esprimere qualche particella o dell'antica Satira o della
moderna Pastorale; così, dove in un discorso occorre materia propria d'altro
genere che di quello che il preso suggetto comprende, per esprimerla
decentemente, conviene mutar forma di dire, usando a tempo suo, come avvisò
Seneca, aliquid tragice grande, aliquid comice exile.
Di
più: le parti d'uno stesso discorso varie maniere d'orazione richieggono, e
tanto varie, come dissimili sono il Raccontare dal Provare e 'l Provare dal
Muovere. Omnibus igitur dicendi formis utatur Orator; nec pro causa tantum, sed
etiam pro partibus causae. Così chi ben mira un componimento di qualche mole,
non vi troverà minor varietà di quella che sia in un'azione di scena, in cui
molti personaggi di stato e d'ufficio differenti compajono: e come colà
Intererit
multum, Davus ne loquatur, an Heros;
Maturusne
senex, an adhuc florente juventa
Fervidus;
an Matrona potens, an sedula Nutrix;
Mercatorne
vagus, Cultorne virentis agelli;
Colchus,
an Assyrius; Thebis nutritus, an Argis;
e
nella varietà di questi personaggi anche la varietà degli affetti loro si vuole
osservare; imperoché
Tristia
moestum
Vultum
verba decent, iratum plena minarum,
Ludentem
lasciva, severum seria dictu;
così
proporzionatamente nelle prose, alla varietà delle cose si dee variamente
acconciare lo Stile. E quel solo è perfetto e unico Oratore (disse, dopo lungo
cercar che fece di lui, Cicerone) qui et humilia subtiliter, et magna graviter,
et mediocria temperate potest dicere.
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