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Dello
Stile, che chiamano moderno Concettoso.
Ma
io indovino, che, vi sarà, a cui paja, ch'io, favellando delle migliori Idee
del dire, mi sia dimenticato del meglio, avendo fin'ora taciuto di quello, che
chiamano Stile Concettoso, usato oggi da molti con lode non ordinaria
d'ingegno.
Questo
è (dicono) quello stile, dono solamente d'ingegni ricchi d'alti pensieri;
poichè tutto è perla strutta, e oro macinato parto d'anime sublimi; poichè, a
guisa di quell'uccello dell'Indie detto Del Paradiso, mai non mette piè a
terra, mai non si abbassa, ma sempre l'aria più pura, sempre il cielo più
limpido e più sublime passeggia. Egli con un prezioso musaico di mille
ingegnosi pensieri compone i ritratti delle cose che rappresenta; emulo di quel
gran Pompeo, che trionfante (ancorchè veriore: luxuria quam triumpho) portò
l'imagine del suo volto, solo di diamanti, di rubini, di zaffiri, di carbonchi,
e di perle composta; con sì bel contrasto fra 'l disegno e i colori che non si
sapeva qual più ammirare, o la materia, o il lavorio. Quella Venere (quam
Graeci Charita vocant), che Apelle diceva mancare ad ogni altro pennello
fuorché solo suo, manca ad ogni altra penna fuorchè a quella dello stil
concettoso, che tanto espresse e vive vi ritrà le figure, quanto sono sue
proprie le vivezze. Non è ora il mondo qual'era, quando gli uomini nati dalle
querce mangiavano le ghiande per confetti. Nel sapor delle Lettere egli ha
oggidì il gusto sì dilicato, che vuole non solo che il licore che bee per gli
orecchi (che sono le bocche dell'anima) sia prezioso ma che lo sia nientemeno
la tazza che porge, sì che e la materia e la maniera di porgerla sia degna di
lui. E questo stile ingegnoso appunto è quel solo in cui turba gemmarum potamus
et smaragdis teximus calices. Quell'antica oziosa maniera di dire, che in un
discorso di molte ore v'imbandisce una gran tavola, par che vi pasca, perchè vi
traffiene: ma vi lascia in fine, come, prima, famelico: nella maniera, che
Tantalo,
In
amne medio faucibus siccis senex
Sectatur
undas. Abluit mentum latex,
Fidemque
cum jam saepe decepto dedit,
Fugit
unda; in ore poma destituunt famem.
Mercè
che vi promettono frutti, e vi danno foglie di sole parole; e vi lasciano
quanto sazj gli orecchi, tanto digiuna la mente. Ma il dir moderno, tanta
varietà, tanta copia soavissimi cibi vi mette inanzi, che togliendoveli al
primo assaporarli che fate, e mettendone altri nuovi, vi tiene sempre sazio e
sempre con fame: conforme all'antica legge delle cene più nobili, in cui dum
libentissime edis, tanc aufertur, et alia esca melior atque amplior
succenturiatur; isque Flos Coenae habetur. Nè perchè sia bello e vago lo stile,
è egli perciò o mollemente donnesco, o poco robusto alle imprese del
persuadere. La grazia non gli toglie la forza. Egli ha lo stesso vanto de'
soldati di Giulio Cesare, che sapevano etiam unguentati bene punare. Porti
Ajace lo scudo di cuoio, senza ornamento, orridamente negletto, Achille, che
l'ha coperto d'oro e seminato di diamanti, non è perciò men forte, perch'è più
bello. Imaginatevi un'Alcibiade ugualmente generoso nel cuore e bello nel volto,
che gode di comparire in battaglia con la ghirlanda di fiori su l'elmo, e co'
ricami sopra la corazza, e di combattere sì adorno, come altri adorno trionfa.
Così
parlano questi del loro stile, fuor di cui null'altro lor piace. Una
composizione senza quel ch'essi chiamati Concetti, quasi una bocca cui
gelasinus abest, non degnano ne pur di mirarla. Al loro palato quel solo che
punge ha buon sapore; tutto il restante, Melimela fatuaeque mariscae, è cibo da
fanciulli. In fine si idolatrano la sustanza, che molte volte adorano il solo
nome di Concetto, ove sospettan che sia; e poco men che non dissi, fanno con
essi ciò, che con le perle colei schernita da Marziale:
Non
per mystica sacra Dindymenes,
Nec
per Niliacae bovem juvencae,
Nullos
denique per Deos Deasque,
Jurat
Gellia, sed per Uniones.
All'incontro
Stile moderno, dicono altri, non e cotesto. Se ne raffiguri l'imagine viva e
vera in quell'antica pittura, che ne lasciò Quintiliano, che pure non fu il
primo che 'l ritraesse. Ma siasi come si vuole antico o moderno, abbiasi da chi
che sia lode e applausi; vuolsi udire ancora quel che altri tutto in opposto ne
dicono: cioè, ch'egli, o si miri la natura o l'uso che ha, su le bilance di
buon giudicio non pesa nulla, perchè tutto è leggerezza; non ha punto di sodo,
perchè tutto è vanità. Fa come gl'indiani d'Occidente, che più stimavano un
vetro, che una perla, una campanuccia di rame che un gran pezzo d'oro: di
questo va ricco e pomposo, et omne Ludicrum illi in pretio est. Gli autori suoi
fantasticando giorno e notte si struggono e si sviscerano il cervello, come
Ragni, per tessere d'ingegnose sottigliezze le tele de 'loro discorsi.
Faticano
in lavorare concetti, che il più delle volte riescono sconciature o sconcerti;
fatture di vetro lavorate alla punta d'una lucerna, che solo toccate, per non
dir vedute, si spezzano: e pure quanto più fragili, tanto belle, imo quibus
pretium faciat ipsa fragilitas.
Materia
di dolcissimo trattenimento è vedere i componimenti, quasi sogni d'infermi,
passare ad ogni modo de genere in genus, provando veramente in fatti quello
stesso, che dicono, i loro concetti esser baleni e lampi d'ingegno; poiché
oltre l'essere in essi il comparire e lo sparire tutto uno, nello stesso
momento balzano Oriente in Occìdente, e molte volte sine medio. Ogni lor carta
rassembra una coda di Pavone, da Tertulliano spiegata in faccia al Sole, tanto
varia ne' colori, quanto incostante nel moto: Numquam semper alia, etsi semper
ipsa quando alia. Toties mutanda, quoties movenda. E perchè hanno per massima,
che questa maniera di comporre sia un tesser ghirlande di fiori, quae varietate
sola placent, perciò vi caccian dentro ciò che può e ciò che non vuole
entrarci: onde, in vederne, le parti vi verrà non tanto il detto quanto lo
sdegno di Plinio, che maladisse la superstiziosa cura dell'inventore d'un certo
contraveleno, che con più di cinquanta diversissimi ingredienti, e alcuni di
loro con particelle insensibili, si compone. Mitridaticum antidotum ex rebus
quinquaginta quatuor componitur, interim nullo pondero aequali, et quarumdam
rerum sexagesima denarii unius imperata. Quo Deorum perfidiam istam monstrante?
Hominum enim subtilitas tanta esse non potuit. Ostentatio artis, et portentosa
scientiae venditatio manifesta est, ac ne ipsi quidem illam noverant.
Da
questo nasce lo sminuzzamento de' periodi trinciati in piccolissimi concisi,
effetto della moltitudine di tante coserelle minute, ciascuna delle quali
finisce il senso e muta pensiero, et tam subito desinunt, ut non brevia sint,
sed abrupta. Anzi, come l'altro Seneca disse, non desinunt, sed cadunt, ubi
minime expectes relictura. Finalmente dal non dir mai quello che dicono, nasce
il dirlo cento volte: sì che come di quegli che, cominciando sempre con nuovi
disegni la vita, non sanno viver vivendo, disse Manilio, Victuros agimus
semper, neque vivimus umquam; così questi che hanno tal maniera di dire, che
tanto posson finir sul principio quanto cominciar sul fine, di sè stessi
potrebbon dire assai acconciamente, Dicturors agimus semper, neque dicimus
umquam. Perciò il loro discorso rassembra appunto l'infelice maniera di
giucare, che Seneca diede per pena degna dell'Inferno a Claudio Imperadore; e
fu, che sempre egli stesse sul gittar de' dadi, e mai non facesse colpo.
Nam
quoties missurus erat, resonante fritillo,
Utraque
subducto fugiebat tessera fundo;
Cumque
recollectos auderet mittere talos,
Lusuro
similis semper, semperque petenti.
Decepere
fidem.
Quello
poi, in che questi ingegnosi trionfano, è nelle descrizioni; dove quando son
giunti, dicono a sè stessi: Hic Rhodus, hic salta. E pure in tanto sforzo
d'arte e d'ingegno, e con maniere per lo più iperboliche e gigantesche, avvien
loro per ordinario, che quanto voglion dir più, tanto meno dicano, dilungandosi
ugualmente dal naturale e dal simile. Onde di molte loro finciullesche
descrizioni si potrebbe proporzionatamente dire quello, che Dorione d'una fiera
tempesta di mare descritta da Timoteo: Majorem se in ferventi olla vidisse. Che
direbbe oggi quel sottil Favorino, che leggendo in Virgilio colà dove descrive
Encelado, fulminante sotto il Mongibello, e dice,
Liquefactaque
saxa sub auras
Cum
gemitu glomerat,
giudicò
questo detto, in un Poeta, e che favellava d'un gigante, e d'un'Etna, omnium,
quae monstra, dicuntur, monstrosissimum; che direbbe, dico, se udisse: Svenar
le rose su le guance, fabricare nelle ciglia archi di maraviglia al trionfo
dell'altrui virtù, correre i campi, dell'eternità co' passi del merito, e che
so io? forme di dire usate eziandio in suggetti d'argomento familiar e di cose
che grandeggiano un palmo.
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