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Dove sia
colpa di mal giudicio usare Stile fiorito e troppo ingegnoso.
Ma
de' Concetti, e della maniera d'usarli, giudichi ognuno conforme alle ragioni e
'l gusto che ne ha. lo, se alcuna cosa per necessità dell'argomento, gli stimo
come le gioje, e ne prendo il pregio dalla Natura e che non sieno falsi, ma
reali; e non disordinati a tutta baldanza, ma posti a lor luogo. L' uno è
ufficio dell'ingegno che ha a trovarli, e l'altro del Giudicio che dee
disporli. L' ingegno non ha a prendere cristalli per diamanti, il giudicio non
ha a volerli cacciare ove non entrano, facendo i come i barbari d'Occidente,
che si tagliano, la pelle del volto per iucassarvi dentro le gioje, senza
avvedersi d'essere più deformi col taglio che belli coll'ornamento. Il volto
altro ornamento non cerca, che la sua natural bellezza; e più guasta e disforma
una ancorchè sceltissima perla che gli s'incastri in una guancia, che non la
nera macchia d'un neo che per natura vi nasca. Parimenti nell'arte del dire,
alcune cose compajono tanto più belle, quanto più schiette; e sono a guisa de'
ritratti, ne' quali ben giudicò Plinio il minore, dicendo, che il Pittore ne
errare quidem debet in melius. Lisippo formò di getto una statua d'Alessandro,
si viva, che parve che nel bronzo fuso egli avesse trasfusa l'anima stessa di
quel gran Monarca. Nerone, che fu crudele anche ne' beneficj, e danneggiò infin
quando pensò di giovare, avutala in suo potere con altre spoglie di Grecia,
volle indorarla; giudicando, che una statua di sì prezioso lavorio non istesse
deguamente sotto altro metallo, che d'oro. Non sapeva lo sciocco, che i volti
guerrieri meglio con la crudezza de' bronzi, che con la dolcezza di quel
feminile e lascivo metallo s'esprimono. Dunque la statua nell'oro di Nerone
perdè tutto il nobile d'Alessandro, tutto il maestrevole di Lisippo; e
indorata, cominciò a parere una statua morta quella, che prirna sembrava una
imagine viva. Così bisognò corregger l'errore, e per colpa di Nerone scorticare
Alessandro, togliendogli di dosso con la lima quella pelle d'oro che vi aveano
attaccata col fuoco: e pure così lacero, così mal concio, riusciva più bello,
che non prima quando era indorato. Cum pretio periisset gratia artis (disse
l'Istorico), detractum, est aurum; pretiosiorque talis aestinatur, etiam
cicatricibus operis atque conscissuris, in quibus aurum haeserat, remanentibus.
Non sono dunque gli abbellimenti sempre abbellimenti, ma tal volta si
trasformano in deformità: e dove
Ornari
res ipsa negat, contenta doceri,
l'essere
soverchiamente e tal volta affettatamente (molto più se nelle prediche)
concettoso, mostra in una gran dovizia d'ingegno una gran povertà di giudicio.
Negli affetti poi, o si prenda ad imitarli, o ad eccitarli, o ad acquetarli
(ch'è la parte più difficile della professione del dire, perchè un'esquisita
arte di finissimo giudicio conviene nascondere sotto tanta naturalezza, che
quanto si dice non paja dettatura dell'ingegno ma sfogamento del cuore, non
lavorato ma nato da se, non portato dallo studio ma trovato nell'atto stesso
del dire), qual'uso può avere uno stile, che sia lambiccato a goccia a goccia
allo stentatissimo lume d'una lucerna? con parole tormentate ne' traslati,
doppie nelle allusioni, con sensi spiritosi e vivi, più abili a pizzicare il
cervello che a muovere il cuore? Mortuum non artifex fistuta (disse il
Crisologo), sed simplex platigit affectio. Lo per me tanto, quando m'avviene
udir maneggiare affetti con simili maniere sì disadatte, sento più nausea che
chi patisce in mare, e mi pizzica la lingua quel detto d'un savio Imperadore,
che ad un suo Ministro, che tutto putiva di muschio, nel cacciarselo di camera
e di Corte disse: Mallem, allium oleres.
Come
soffrirebbe nell'esprimer gli affetti l'affettazione d'uno stile fanciullesco
quel Polo, gran maestro di scena; che per rappresentar più vivamente il
personaggio d'Ecuba, piangente la perdita del valoroso suo figliuolo Ettore
ucciso, di cui portava le ceneri in un'urna, disotterrò le ossa del proprio
figliuolo poco prima sepolto, ed empiutane l'urna, con quella fra le braccia
comparve in iscena, lasciando l'arte del lamentarsi alla natura, ed esprimendo
l'imitazione con la verità, mentre sotto maschera d'Ecuba rappresentava sè
padre orbo, e sotto nome d'Ettore piangea la perdita del suo figliuolo? Così
tanto è più vero, quanto è più naturale lo stile degli affetti; nè è possibile,
mentre corrono tutti i pensieri a' movimenti dell'animo, l'ingegno abbia ozio
d'essere studiosamente ingegnoso; nè che mentre è portata dal cuore alla lingua
un'impetuosa e torbida piena di mille sensi, s'abbia tempo di scegliere le
parole, di travestirle, portandole dal naturale al traslato, e d'infiorarle con
abbellimenti e concetti. Anzi, chi ha giudicio di buon peso, se nel trattare
qualunque materia d'affetti si vede dall'ingegno, troppo importunamente
fecondo, offerire e mettere inanzi a fasci le sottigliezze e gli acuti
pensieri, li ributta con la mano, e dice loro: Non est hic locus. Fa
coll'occhio della sua mente quel medesimo, che fanno gli occhi del corpo quando
veggono troppa luce. Gli stringe la pupilla, e n'esclude una parte. E
saggiamente; così come quel celebre Aristonida, che avendo ad esprimere in una
statua di bronzo i furori, la vergogna, e 'l dolore d'Atamanta, mescolò ferro
con bronzo, e rintuzzò gli splendori di questo con la ruggine di quello.
Lavorio maraviglioso, quanto men ricca di materia, tanto d'arte più preziosa,
in cui la ruggine che è vizio del ferro, divenuta virtù del bronzo, mritò
d'esser pagata a peso d'oro. Finalmente, dove abbia a favellarsi seriamente per
convincere, per riprendere, per condannare azione, vizio, o persona, uno stile
che canti in vece di tonare, che in vece di fulminare baleni, gittando a
salterelli come schizzi d'una fonte i periodi che dovrebbero correre come un
torrente, ognun vede quanto sia lontano dall'ottenere ciò che pretende. Non
enim amputata oratio et abscissa, sed lata et magnifica et excelsa tonat,
fulgurat, omnia denique perturbat ac miscet; scrisse Plinio il Consolo al suo
amico Cornelio Tacito. Nervosa ella vuol'essere e maschile; non donnesca,
mollemente acconcia, e tutta cascante per vezzi. Il suo sembiante non
giuchevole e ridente, ma maestoso e severo; di cui possa dirsi come di Plutone
il Poeta:
Vultus
est illi Jovis; sed fulminantis.
Che
vanità, dice Ippocrate, occuparsi più in ricamare le fasce, che in saldar le
ferite? quasi che la bellezza delle bende sia il balsamo delle piaghe. Certe
lime logore e sdentate servono ad imbrunire il ferro, e dargli il liscio, e 'l
lustro. Ma dove è ruggine, altro ci vuole. Che graffj, che morda, che
scortichi. Quanto più intacca nel vivo, tanto fa meglio. Quid aures meas
scalpis? quid oblectas? Aliud agitur. Urendus, secandus, abstinendus sum. Ad
haec adhibitus es. Tantum negotii habes, quantum in pestitentia Medicus; circa
verba occupatus es?
Lo
stile con che si combatte co' vizj è così guerriero, come la spada; la cui
bontà e finezza non e posta negli ori dell'elsa, non ne' diamanti del pomo, ma
nella tempera dell'acciajo. Anzi, quanto ella è più ingiojellata e più ricca
d'intagli e d'ornamenti, tanto peggio s'impugna e meno speditamente si
maneggia. E ben disse quel bravo guerrier Tebano, Epaminonda, ad un profumato
giovane Ateniese, che si ridea del rozzo manico di legno della sua spada:
Quando noi combatteremo, tu non proverai il manico, ma il ferro: e il ferro ti
farà piagnere se ora il manico ti fa ridere. Auri enim fulgor atque argenti
(dice Tacito) neque tegit neque vulnerat.
Sia
dunque lo stile, dove s'ha a combattere, non un sposo ma un guerriero. Dove le
parole hanno ad esser saette, non si empia la bocca di fiori per mandarne ad
ogni periodo un nembo; come se i vizi fossero Scarafaggi, a' quali l'odor de'
fiori e veleno mortale; o si volessero uccidere i suoi avversarj come
Eliogabalo i suoi amici, affogandoli nelle rose. È una non ancor' intesa
pazzia, far duello ballando, e mescolare gli assalti con le capriole e i
fioretti con le passate. Arma nuda non vuole scherzi. Colpi che hanno a far
piaga nel cuore, non si tirano incontrando il petto nemico con maniere vezzose
più di chi abbraccia che di chi ferisce.
E
con ciò non vi sia chi creda, che allo stile serio e severo manchi la bellezza
col mancargli gli abbellimenti delle arguzie e de' soverchj concetti. I Lioni
per esser belli non vogliono aver pettinata la giubba, indorate le ugne, co'
pendenti a gli orecchi, e vezzi di perle collo, lascivamente acconci. Quanto
più orridi, tanto sono più belli; quanto più ispidi e rabbuffati tanto più
vagamente acconci. Hic spiritu acer (disse Seneca), qualem illum esse natura
voluit, speciosus ex orrido cujus hic decor est non sine timore aspici,
praefertur illi languido et bracteato.
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