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LA SAPIENZA FELICE
Ancora
nelle miserie
3
Il Savio
povero.
Povertà
è un solo nome, ma non è un sol male; e chi ben s'intende di cifre, in questa
sola parola sa leggere una intera Iliade di miserie. Il Poeta con titolo di
turpis Egestas, la collocò insieme con gli altri mostri alle porte
dell'Inferno: nè fu ingiuria il farlo; conciosiecosachè ella sola basti per
un'intero inferno di miserie a quelle case, delle cui porte ella prende possesso.
La Fame dentro le mangia vive le viscere, la Nudità di fuori le scuopre
ignominiosamente le carni. La Confusione non lascia che comparisca in publico,
il Bisogno non permette che stia ritirata in segreto. Se tace per vergogna,
sofferisce mille necessità; se chiede mendica, come vile non e creduta. I mali
proprj tanto ella più patisce, quanto altri meno le compatisce. Ma di quanti
ella ne ha, il peggiore, massimamente in uomo di genio o d'origine nobile, è
l'essere disprezzevole e soggetto di risa.
Nil
habet infelix paupertas durius in se,
Quam
quod ridiculos homines facit.
Questa
è l'ombra più nera, che le vada dietro; questa è la più pesante catena, ch'ella
si strascini al piede. E quanti, anzi che comparire come alberi senza frondi
deformemente ignudi, s'hanno eletto la scure, giudicando meno insofferibile la
morte che l'agonia?
Or
questa tormentosa e deforme carnerice (sì che se quattro dovessero essere le
Furie, ella sarebbe la quarta), chi crederebbe, che quando con le Lettere e con
la Sapienza si unisce, a guisa, d'una Diatessaron dissonante che congiunta alla
Diapente rende soavissima armonia, amabile e oltre modo gustosa divenisse!
Povertà con Sapienza (disse lo Stoico filosofante) è un complesso divino, che
ha tutto, e non ha nulla; anzi solo può dare quello, senza che non si ha nulla,
perchè solo è ogni cosa, dico la Sapienza. E non è questa la condizione de gli
Dei? Respice enim mundum. Nudos videbis Deos, omnia dantes, nihil habentes.
Che
può egli voler di più nel mondo, chi, filosofando, meglio che ereditando, ha
fatto suo patrimonio il mondo? Le cose, che in tanto son nostre in quanto la
fortuna e 'l caso ce le lascia, più sono d'altrui che nostre; più prestate che
possedute; nè ci fanno beati più di quello, che il sembiante d'uomo uomini
faccia le statue. Sapere il Mondo, disse Manilio, è possederlo; sì che ad ogni
Demetrio, che ci domandi quid, capta patria, superfuerit nobis, possiamo collo
stesso Megarese rispondere:
Nullum
vidi, qui res meas auferret.
A'
Pellegrini non solo basta il poco, ma dannoso è il molto. Ad un'uomo, che non
istà co' pensieri serrati fra le pareti della sua casa, come il centro chiuso
nel circolo, ma sempre con le ali della mente spiegate e rivolte colà ove lo chiama
il desiderio di saper nuove cose (con che e pellegrino non solo di casa sua, ma
infin di sè stesso), è forse disonore e noia mancar di quello, che, come a
pellegrino, gli sarebbe così d'impedimento come di peso? Di qui formò Seneca
l'Aforismo: Sivis vacare animo, aut pauper sis oportet, aut pauper similis.
Ma
eccovi un'eloquente Platonico, a cui, fosse per ingiuria o per ischerno, fa
opposta con una publica accusa come disonorata o colpevole la Povertà. Se tu
(risponde egli all'accusatore) fossi tanto Filosofo quanto ricco, intenderesti,
che io povero sono il ricco, e tu ricco se' il povero. Namque is plurimum
habet, qui minimum desiderat, habet enim quantum vult, qui vult minimum; et
ideirco divitiae non melius in fundo ci in foenore, quam in ipso hominis
aestimantur animo. Nel mare di questa vita, alle tempeste e alle onde, che ci
contendono il porto non contrasta chi è carico, ma chi nuota ignudo.
Disprezzevole mi ti rendono questa povera tonaca che mi veste, questo rozzo
bastone a cui m'appoggio? Dimmi, che avea di più Ercole figliuol di Giove,
vincitor del mondo, e Semideo? Ipse Hercules illustrator orbis, purgator
ferarum, gentium domitor, is, inquam, Deus, cum terras peragraret, paulo prius
quam in coelum ob virtutes adscitus, est, neque una pelle vestitior fuit, neque
uno baculo comitatior. Anzi pure i primi Dei stessi, che hanno eglino nel loro
regno, con che sieno ricchi? Larghe vene di metalli, onde traggano argento ed
oro? oceani, ove peschino perle? conchiglie, onde spremano porpore? regni,
vasalli, e popoli ligj, da cui cavin tributo? O pure, senza avere altre che sè
stessi, ma di sè soli beati, e sembran poveri perchè non han nulla, e sono
ricchissimi perchè noti han bisogno di nulla? Igitur ex nobis, cui quam mininis
opus sit, is erit Deo similior. Vada dunque per tutti i mercati e tutti i porti
del mondo Socrate povero, ma Socrate letterato, e a parte a parte mirando,
l'immensa copia di que' beni, di che e le ricchezze e gli onori fan pompa,
beato di ciò che sa, non curante di ciò che non ha, dica, e 'l ripetan con lui
tutti gli altri suoi pari: Quam multis ipse non egeo. Piange a caldi occhi
Alessandro in udire il Filosofo Anassagora negare, che la Natura o corno avara
non volesse, o come sterile non potesse produrre altro che un Mondo, non avendo
ella nè misura al potere, nè termine al volere, sì che ne gli spazj
dell'immenso non abbia prodotti i numeri dell'infinito, e adeguato tutto
l'essere a tutto il possibile, e risposto all'Idee d'innumerabili Mondi col
lavorio di ciascuno. Un solo non ne possiede Alessandro di tanti che ve ne
sono; e perciò egli rugghia per dolore, immanium ferarum, modo, quae plus quam
exigit fames mordent. Pure è padrone della Grecia, della Persia, dell'Indie (in
unum enim regnum multa regna conjecit: ma tanto povero egli si stima, quanto è
quello che gli manca; e tanto gli manca quanto desidera. Quid enim interest,
quot eripuerit regna, quot dederit? quantum terrarum tributo premat? Tantum
illi deest, quantum cupit. Povero dunque è Alessandro, e nelle ricchezze d'un
mezzo Mondo non ha niente, perchè un mezzo Mondo niente è a paragone d'infiniti
Mondi ch'egli desidera. Ma in tanto Crate, uomo di Lettere, che non ha altro
che sè, e un povero palio filosofico con che si cuopre più per non mostrarsi
ignudo che per mostrarsi Filosofo, vive in terra come un Giove: più ricco con
quel molto che non ha, che non Alessandro con quel tutto che possedeva. Flet
Alexander propter infinitos Mundos ab Anaxagora auditos (disse Plutarco); cum
Crates, pera et palliolo instructus, vitam, tanquam festivitatem quamdam, per
jocum et risum ageret.
Vorrei
sapervi aggiustatamente descrivere quel famoso Diogene, che a sè tirò non tanto
per visita quanto per ammirazione Alessandro; con che cercato egli dal padrone
del mondo, e non curante di lui, supra eum eminere visus est, infra quem omnia
jacebant. Ne prenderò da Claudiano una simbolica imagine; ma che più vivamente
lo figurerà, che se Apelle stesso lo dipingesse.
Lapis
est, cognomine Magnes:
Discolor,
obscurus, vilis. Non ille repexam
Caesariem
regum, non candida virginis ornat
Colla,
nec insigni splendet per cingula morsu.
Sed
nova si nigri videas miracula saxi,
Tunc
superat pulchros cultus, et quidquid Eois
Indus
fittoribus rubra scrutatur arena
L'ispida
barba, l'incolta capelliera, il diforme ceffo, il cencioso vestito, le rozze e
scostumate maniere, l'estrema povertà, nol facevano somigliante ad un nudo,
nero, gravoso, e mal tronco pezzo di sasso? Oltre a ciò, una botte era la sua
casa, anzi era per lui tutto il mondo, perochè di tutto il mondo altro non
volle che quella. L'aggirava a modo suo: burlandosi delle sfere, celesti, e
della ruota della Fortuna: perchè nè quelle co' lor periodi, nè questa co' suoi
precipizi potevano contrastare alle rivoluzioni della sua botte; nè o dare i
Cieli alcun bene a chi non volea nulla, o torlo la Fortuna a chi, essendo
ignudo, non poteva essere spogliato di nulla. Ma in un'uomo sì mal concio e sì
male allogato, onde una tanta virtù, e un sì potente, dirò così, Magnetismo,
che tirar potesse a sè, egli oscuro e mendico, il più chiaro, il più dovizioso
Monarca del Mondo? Gran mercè della Filosofia, che in Diogene, come un Sole
coperto di nuvole o una Venere vestita da Satiro, pur traluceva di fuori, sì
che poteva allettare un tanto Re, e rapirlo all'ammirazione e all'ossequio d'un
cencioso mendico.
Ma
mendico Diogene? Si mettano in bilancia le sue ricchezze a contrapeso di quelle
del ricchissimo Alessandro. Diogene, di quanto il Macedone gli offerisce, non
vuole nulla, perchè di nulla non ha bisogno. Alessandro, a cui manca quello
stesso ch'egli ha, perchè non gli manchi niente di quanto vorrebbe, desidera di
trasformarsi in Diogene e d'esser lui. Dunque Diogene multo potentior, multo
locupletior fuit omnia tunc possidente Alexandro. Plus enim erat quod hic nollet
accipere, quam quod hic posset dare.
Perciò,
Lettere e Povertà contenta, in chi si uniscono fanno quella felice tempera
dell'aurea età, quando, lungi da ogni timore di perdere, vivea ognuno pago del
suo, cioè contento di sè; e tanto ricco, quanto senza bisogno, cioè senza
desiderio di ricchezze. Così Palemone e Crate, due amici, due filosofi, due
mendici, erano da Arcesilao per onore chiamati Reliquie del secol d'oro; e fra
le altrui ricchezze e la propria povertà vivevano come quell'amico di Seneca
non tamquami contempsissent omnia, sed tamquam aliis habenda permisissent. Non
sono sì accecati dallo splendor dell'oro i ricchi, che in parte almeno non
veggano il pregio di questi beni. Compaja fra molti ricchi ignoranti un povero
Letterato, fra le sete i cenci, fra le porpore il ruvido panno, fra i volti
coloriti e pieni la magrezza d'una faccia smunta dallo studio e impallidita su
i libri. Quelli mirano sè, come Pecore coperte di lana d'oro, e 'l Letterato
come appresso gli antichi un gran Dio, scolpito in una pietra vile o improntato
in creta, non però punto meno onorevole che se fosse fuso d'oro e impastato di
perle.
Quella
avventurosa Nave, che prima di tutte, passato il lunghissimo Stretto del
Magaglianes che la conduceva, circondò tutta la terra, onde ne fu detta
Vittoria, tornata in Europa, e ritirata in porto, era mirata da tutti come la
seconda Argo del Mondo. Que' fianchi ch'erano stati sodi alla batteria delle
tempeste d'oceani non più penetrati, quelle vele fedeli all'incontro di
stranissirni venti, quel timone, quell'albero, quelle antenne, in fine, ogni
sua parte era giudicata meritevole delle più nobili stelle del Cielo; poichè
avea vinto gli elementi, e fatto conquista non d'un vello, ma d'un mondo d'oro.
Nè l'essere in parte sfasciata, coll'albero debole, con le antenne ricommesse,
co' fianchi disarmati, con le vele squarciate, con la poppa cadente, la rendea
men pregevole e men bella. Le altre navi del porto, ben corredate, la miravano
con una certa maraviglia, con una certa invidia: e gli scempj, che in essa
aveano fatto le tempeste e 'l lungo viaggio, quasi cicatrici in un capitano di
guerra, stimavano più onorati, che non quel bello di che esse andavano adorne.
A lei chinavan le vele, abbattevano le antenne, umiliavano le bandiere: esse,
piene di mercatanzie e ricche d'oro, la Vittoria vuota, sdrucita, sfasciata,
quasi ancelle, adoravano come Padrona. Eccovi la condizione d'un Povero
letterato in mezzo a molti Ricchi ignoranti. Invidiano essi, benchè molte volte
non se ne avveggano, le interne ricchezze, di che essi sono affatto mendici, e
ne veggono sì dovizioso quel povero. Ullane autem tam ingentium opum, tam
magnae potentiae voluptas, quam spectare homines veteres, et senes, et totius
orbis gratia subnixos, in summa omnium rerum abundantia confitentes, id quod
optimum sit, se non habere? Or sieno i Ricchi alberi con una gran selva di rami
sparsi in ogni parte, belli e fronzuti: un Povero letterato è un tronco
sfrondato e ignudo. Ma che?
Qualis
frugifero quercus sublimis in agro
Exuvias
veteres populi, sacrataque gestans
Dona
ducum, nec jam validis radicibus haerens,
Pondere
fixa suo est, nudosque per aera ramos
Effundens,
trunco, non frondibus efficit umbam.
Sed
quamvis primo nutet casura sub Euro
Tot
circum silvae firmo se robore tollant;
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