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Il Savio
prigione.
Le
anime de' Filosofi (diceva un savissimo Antico) hanno il corpo per casa, quelle
de gl'lgnoranti per carcere. Perchè le, prime, comechè ne' tempi del sonno e
del riposo stieno ritirate nel corpo, pur n'escono libere a lor piacere dovunque
i pensieri le portano: e le seconde, fra le strettissime mura de' loro corpi
racchiuse, legate con tante catene, quante sono le membra che portano, senza
vedere altra luce che quella che da piccolissimi fori di due pupille lor viene,
tanto stanno ivi serrate, quanto non hanno pensieri che da gl'interessi del
corpo le sollevino. Quindi è, che se gl'ignoranti cadon prigioni, sono
doppiamente prigioni. I Savj no; de' quali la parte migliore niente più chiuder
si può, di quello che possa imprigionarsi il vento in una rete, o serrarsi
dentro il cristallo la luce. Il Tulliano di Roma, la Cava di Siracusa, la Lete
di Persia, il Ceramone di Cipri, e quant'altre v'erano e vi sono oggi più
famose o infami carceri al mondo, non sono si profonde che sepelliscano, si
oscure che acciechino', si anguste che stringano, sì forti di doppie mura che
chiudano un'animo veramente filosofo. Mercè che la Sapienza, che Platone diceva
essere l'ali dell'anima, lo porta a volo, non che fuori della sua prigione, ma,
se vuole, ancor fuori del mondo: Nam cogitatio ejus (disse lo Stoico) circa
omne coelum, et in omne paeteritum futurumque tempus immittitur. Corpusculum
hoc custodia, ac vinculam animi, huc atque illuc jactatur. In hoc supplicia, in
hoc latrocinia, in hoc morbi exercentur. Animus quidem ipse sacer et aeternus
est, et cui non possit injici manus.
Dunque
la prigione ad un'animo saggio non si può dir prigione, ma casa; poichè gli è
libero l'uscirne quantunque volte gli piace. Totum autem hominem animus
circumfert (disse Tertalliano) et quo velit tranfert. All'animo poco importa
dovunque sia il corpo, mentre egli è co' pensieri fuori del corpo. Così
Erinotimo la cui anima ne abbandonava a suo piacere il corpo, e se ne andava
pellegrina in varj paesi anche di lontanissimi climi a vedere ciò che si facca
nel mondo, tanto non sentiva, che non sapeva nè pure s'egli patisse; sì che gli
avvenne abbruciarsi il suo corpo vivo in un inogo, e la sua anima non
consapevole di ciò godere in un'altro. Piccol rimedio alle gravi molestie della
sempre fastidiosa Santippe era quello di Socrate, salire alle parti più alte
della casa, quando ella le basse rendeva impraticabili con le grida. Quanto
meglio è, per non vedere le tenebre, per non sentire le angustie, per non
annojarsi della solitudine di una prigione, salire coll'animo fino alle stelle,
farsi splendido nella loro luce, e, rintracciaado i loro periodi e misurando le
loro grandezze, farsi compagno delle Intelligenze che sì maestrevolmente le
girano?
Nihil
crus sentit in nervo, cum aninus in coelo est.
Dolcissima
pazzia era quella, riferita da Orazio, d'un Greco scemo, a cui per molte ore
del giorno pareva di trovarsi in un pieno teatro, e di vedere comparire in
iscena personaggi, e di udir recitare da bravissimi attori eccellenti tragedie.
Non v'era in tutta Argo uomo più contento di costui,
Qui
se credebat miros audire tragoedos,
In
vacuo loetus sessor plausorque theatro.
Gli
amici suoi, mentre vollero essergli pictosi, gli furono, senza saperlo,
crudeli: perchè, rimettendogli a forza d'elleboro il senno in capo, gli tolsero
l'allegrezza dal cuore; onde quegli, che non avrebbe data la sua pazzia per
tutta la saviezza del mondo, risanato, si piangeva savio e s'invidiava pazzo; e
a gli amici, perchè ritogliendolo da una innocente allegrezza l'avean renduto
alle noje de' suoi, primi fastidj, e di finto uditore l'aveano fatto, vero
attore di tragedie, tutto dolente,
Ne
occidistis, amici,
Non
servastis, ait; cui sic extorta voluptas,
Et
demptus, per vim mentis, gratissimus error.
Tanto
può fare altrui contento una pazza imaginazione, de' suoi pensieri, mentre,
ritogliendolo a sè, in un dilettevole oggetto lo affisa. E ciò che può la
pazzia in un capo vuoto di senno, nol può la Sapienza in un pieno di nobili e
d'alte cognizioni? Non saprà ella proporvi alla mente spettacoli di tanto
piacere, che vi faccia obliare il luogo dove siete, sì che, stando rinchiuso in
una prigione, vi paja di essere ora nelle viscere della terra, ora ne gli
abissi delle acque, ora su l'oceano, ora per l'aria vagabondo co' venti, ora
intorno al Sole, or fra le stelle, or ne gli ultimi cerchi del mondo, e
infin'anche ne' vani immensi fuori del mondo? Questi sono gli spettacoli, che a
se rubano le menti, e le fanno di loro vista beate. Veri sogni d'occhi
vegghianti, che danno, in uno stesso, riposo e diletto. Scis enim Philosophi
spectaculum (disse quell'eccellente Platonico, Massimo Tirio), cui maxime
simile dico? Insomnio nimirum manifesto, et circumquaque, volitanti, cujus,
integro corpore manente, animus tamen in universam terrarn excurrit. Ex terra
effertur in coelum, universum, mare pertransit, universum pervolat acrem.
Terram ambit cum Sole, cum Luna circumfertur, caeleroque astrorum jungitur
choro; minimumque abest, quin una cum Jove universa gabernet et ordinet. O operationem
beatam! O spectacula pulchra! O insomnia verissima!
Chi
abile a tali pensieri entra in prigione, può ben, dire con Tertulliano:
Auferamus carceris nomen, secessum vocemus. Muta luogo, ma non fortuna; cambia
ricetto al corpo, ma non, impiego all'animo: e come de' Semidei disse il Poeta
che là già sotterra ne' Campi Elisi fanno, quello stesso, che qui sopraterra
vivendo facevano,
Quae
gratia curruum,
Armorumque
fuit vivis quae cura nitentes
Pascere
equos, eadem sequitur tellure repostos;
così
il Savio prigione, quel nobile esercizio di mente, quella o sola o prima cura
di salir più alto a nuovi gradi di miglior cognizione che libero avea, eadem,
sequitur tellare repostum. Con che egli entra in carcere, non per ricevere da
esso l'oscurità e 'l disonore, ma per portarvi la luce e la gloria; vi entra
come il gran Socrate, ignominiam, ipsi loco detracturus, disse Seneca; neque
enim poterat carcer videri, in quo Socrates erat. Ma non è questo solo il
frutto delle Lettere nel Savio prigione: assai più è (quello, che molte fiate
avviene), cambiare la prigione in un Liceo, e co' piedi incatenati ne' ceppi
usare la libertà della mano coll'esercizio della penna; sì che chi visse in una
Segreta, noto solo a sè stesso, quasi verme da seta dentro al suo boccio, Jam
mutatus in alitem, voli co' libri suoi per ogni luogo, fatto nella scuola di
una prigione publico maestro del mondo. Nella guisa appunto, che il Sole,
quando è tolto da questo Emisfero e sepolto sotterra, dà al mondo un mondo di
stelle; onde il suo perdersi è con guadagno, il suo nascondersi e con onore. E
che altro fanno le conchiglie, che imprigionate in un fondo di mare, attaccate
co' ceppi ad uno scoglio senza luce, anzi senza occhi, lavorano perle, che
sprigionate da quel profondo, e tratte dalle tenebre alla luce del Sole e
dell'oro, sono poste per ornamento delle corone sa le teste reali alla
venerazione del mondo? Così Anassagora, fra quattro pareti d'un'angusta
prigione, trovò la Quadratura del Circolo. Così Nevio poeta, mutato il fondo
d'una torre nelle cime di Parnaso, vi compose gran parte de' suoi poemi. E
perché non vi era chi imprigionasse Euripide, egli stesso si serrava nel più
cupo fondo di una caverna, e colà dentro scrivea quelle tragedie, che poscia
hanno avuto teatro e ammiratore il mondo. Le prigioni, dove erano chiusi questi
grandi uomini, non lasciavano che si vedessero. Ma più li palesavano al mondo,
i loro scritti, che non, avrebbero fatto i loro volti. E come delle imagini di
Bruto e di Cassio, non vedute in un publico funerale, disse Tacito, eo ipso
praefulgebant, quod non visebantur; similmente a questi, lo star nascosi nelle
tenebre di una prigione diede maggior luce di gloria, che non se fossero stati
publicamente palesi.
Oh
quanto ben, cade loro in acconcio ciò, che Tertulliano disse della luce del
giorno, che calata di là dall'Oceano d'Occidente, e quasi sepolta sotterra,
rursus cum suo cultu, cum dote, cum Sole, eadem et integra et tota uniterso
orbi reciviscit, interficiens mortem suam noctem, rescindens sepulturam suam
tenebras! Entrarono questi savj uomini nelle loro prigioni come fra le glebe i
semi, che, sepolti sì, ma non morti, senza uscir di colagiù, spuntano
rigogliosi da terra, e con le piene spighe che mandano fanno vedere, che, dove
parevano morti, ivi lavoravano per la vita di molti. Serrati dentro le torri, e
colà girando con infaticabili speculazioni i loro pensieri, si fecero utili al
publico: appunto come gli oriuoli delle città, che serrati ancor'essi in una
torre prigioni, con un dito che girano su per le ore, danno regola a tutte le
azioni di un popolo. Furono fra caverne di vive pietre nascosi; ma, quasi
quella favolosa Eco de' Poeti, perduto ogni altro loro essere, tutta voce
divennero, che, da' sassi delle loro prigioni articolata e scolpita, si fece
sentire per tutta la terra sì che di ognun d'essi può dirsi, come dell'Eco
l'Autore delle Trasformazioni:
Latet,
nullaque in luce videtur;
Omnibus
auditur. Sonus est, qui vivit in illo.
La
solitudine e 'l silenzio, compagni indivisibili dello studio, per cui trovare
altri si sepellisce ne' più riposti nacondigli di casa, altri nelle selve e
nelle caverne, questi aveano nelle loro prigioni compagni e con essi tanto men
soli, e con la mente tutta in sè stessa raccolta, aveano colagiù si buona vista
all'ingegno per ritrovare i più chiari lumi di tutte le Scienze, come dal fondo
di quel famoso pozzo, abili si rendevano gli occhi a vedere anche da mezzo
giorno le stelle.
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