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Il Savio
infermo.
Un
Deucalione hanno avuto le favole, che di sassi poteva fare nomini: un Zenone ha
avuto la Filosofia, che d'uomini potea fare sassi.
Deucalione
ristoratore del mondo, dalle nude cime di Parnaso, unico porto di tutta la
terra sepolta in un diluvio e fatta tutta un mare, gittavasi dietro le spalle i
sassi, ossa della gran Madre, e, secondo l'Oracolo,
Saxa
(quis hoc credat, nisi sit pro teste vetustas?)
Ponere
duriciem coepere, suumque rigorem,
Mollirique
mora, mollitaque ducere formam.
All'incontro
Zenone, in coloro, che uomini riceveva per iscolari, trasfondeva una vena di
sasso, e insensibili e duri li rendeva con isveller loro dal cuore tutti gli
affetti sì che il Portico, dove egli insegnava, era più tosto una stanza di
scultore dove si lavoravano statue, che una scuola di Sapienza dove si formassero
Filosofi. La prima e l'ultima lezione era insegnare a metter l'animo in
Fortezza reale, si che nè le sorprese dell'amore, nè gli assalti dell'odio, nè
gli assedj delle speranze, nè le batterie della disperazione, nè le scalate
dell'audacia, infine, che nè le armi nè le arti di veruno affetto potessero
sforzare il cuore a rendersi, e cedere la piazza nè a discrezione nè a patti.
Nelle tempeste del corpo infermo, de gli umori sconvolti, della vita
pericolante, vuole che l'animo stia velut pelagi rupes immota, che sparsa, ma
non iscossa dalle onde, se le sfragella al piede, e le spolvera in ischuma.
Tutti i dolori del mondo, quantunque a stretto, torchio ci premano ad uno ad
uno le membra, non hanno, mai a vederci smarrimento di pallidezza nel volto, o
fiacchezza di coraggio nel petto: non hanno a spremerci un'oimè di bocca, nè
una lagrima sola da gli occhi. Anzi, quanto più incrudeliscono i dolori, tanto
più viva ci dee lampeggiare in fronte l'allegrezza; appunto come nel cielo,
allora è più limpido il sereno, quando più gagliardi e più freddi soffiano gli
Aquiloni.
Ma
che dico Zenone e gli Stoici? Epicuro stesso, quell'animale, a cui l'anima non
servì che di sale perchè non marcisse vivo ne' piaceri, insegnò, che beato
esser non può chi non sa mutarsi le spine in fiori, e cavar dall'assenzio il
mele, voltandosi in giubilo i dolori, e le miserie in godimenta. Imperciochè
essendo fonte della beatitudine il diletto (diceva egli), nè potendo dirsi
beato chi non è sempre beato, ha di bisogno ch'egli sappia così ne' tormenti
come ne' contenti godere. Quare sapiens (disse Epicuro riferito da Seneca) si
in Phalaridis Tauro peruraiur, exclamabit: Dulco est; ad ne nihil pertinet. Ma
troppo volevan costoro, a cui non dava l'animo di mettere in altrui la
Sapienza, senza torgli l'umanità. Più saggiamente insegnarono altre scuole, gli
affetti non doversi svellere dalla radice come piante velenose, ma come
salvatiche e spinose migliorarsi coll'innestamento. Esser voci di molti tuoni,
che, dove non vi sia chi le accordi, fanno bruttissime dissonanze; ma, se dalla
Ragione ricevano Tempo e Misura, formarsene musiche di soavissima armonia. Ma
dall'avere quelle rigide scuole voluto tanto, quanto è svellerne le passioni
dal cuore, questo almeno se n'ha, che la retta Filosofia tanto imperio può
darci sopra gli affetti, che, s'ella non incanta il senso a' dolori nè ci rende
stupido l'animo per non sentirli, certo non lascia che egli o si abbandoni come
disperato, o s'impazienti come infastidito, o per molta tempesta, che gli
muovano le miserie del corpo, perda mai o intorbidi la pace del cuore.
Or
dunque eccovi un Savio infermo. Eccovelo, dirò, teso su un letto, ma posto in
una nave; non fra le febbri ed i dolori d'una gagliarda infermità, ma fra le le
voragini e i marosi d'una lunga e ostinata tempesta. Che si dibatta la vela,
che gemano i fianchi, che tremi l'albero, che tutta da poppa a proda cigoli e
si risenta la nave, questo non è pericolo di rompimento, è condizione di marca.
La pratica del piloto e la prontezza de' marinai la condurranno, non vo' dir
quieta fra tanti tumulti, ma fra tanti pericoli sicura. Sieda pure al maneggio
dell'animo e al governo degli affetti timoniera la Sapienza, che in una,
quantunque esser possa, fiera tempesta di pene, dove altri romperebbe, guiderassi
un Savio infermo, se non con la bonaccia delle calme, almeno con la sicurezza
del porto.
Vedrete
in un corpo abbattuto un'animo sì ritto, in un corpo sconcertato un'animo si
composto, che vi parrà che in un solo uomo sieno due persone, una di Filosofo,
e l'altra d'Infermo. Questa, come i fianchi dell'Olimpo ingombrati da nuvole,
bagnati da piogge, e traforati da fulmini; quella, come l'alta sua cima, olio
sempre gode il cielo, sereno, sempre vede o il Sole o le stelle. Quella, quasi
una nuvola, che si strugge e si distilla in pioggia; questa, come una Iride,
allegra nella malinconia, e ridente nel pianto.
Che
se volete saper come ciò avvenga, ditemi: La tranquillità dell'animo non giova
ella alla sanità del corpo? Sono sì uniti insieme, che l'un si risente
dell'altro, e (come avviene alle corde tirate all'unisono) se l'un si tocca,
l'altro ancorchè non toccato si muove. Sono gli affetti dell'animo i venti, gli
umori del corpo il mare; mentre i venti imperversano il mare si sconvolge e si
mette in tempesta. All'opposto, quidquid animum evexit, disse Seneca etiam
corpori prodest. Se dunque la Filosofia altro non facesse che insegnar a stimar
la morte quel solo ch'ella è (del che ha sì nobili e sì generosi dettati),
quanti e quanto gagliardi parosismi di timori, assalitori tal volta più mortali
delle febbri stesse, con ciò ci leva ella dal cuore? Quanti, mezzo sani e tutto
sicuri, ad un piccol tocco di male muojono solo per timor di morire, e si uccidon
miseramente con nulla? a guisa di quel Diofante, che si appiccò con la fune
d'un filo tolto della tela d'un Ragno. Enea, appressandosi alle porte
dell'Inferno, ebbe un terribile incontro di Centauri, d'Arpie, di Chimere, di
Gorgoni, d'Idre; e a tal vista gli corse il sangue al cuore per timore, e la
mano alla spada per difesa:
Et
ni docta comes tenues sine corpore vitas
Admoneat
volitare cava sub immagine formae
Irruat,
et frustra ferro diverberet umbras.
Appunto
questo fa in un Savio infermo la Sapienza. I timori della morte, che con varie
spaventose sembianze quasi dalle porte dell'Inferno gli vengono incontro,
avvisa che sono Tenues sine corporo vitae; e raccorda ciò che scrisse quel
Savio di Roma, che non hominibus tantum, sed et rebus persona demenda est, et
reddenda facies sua. Tolle istam pompam, sub qua lates, ci stultos territas.
Mors es, quam nuper servus meus, quam ancilla contempsit, etc. In tanto gli
stolti, che, cercando medicina al male, non hanno rimedio a' timori nè quali
gelano più che non ardano nelle febbri, non vogliono ne veder cosa ve runa, nè
lasciarsi veder da alcuno, che possa loro svegliar nella memoria ricordanza di
morte. Pare, che facciano come quello stolto, che, per non esser veduto dalle
Pulci che lo mordeano, spense il lume, e, Non me, inquit, cernent amplius hi
pulices: ma troppo buon'occhio hanno i timori, avvezzi a veder meglio
nell'olabre che nel chiaro. Se dunque tanto può, la disposizione dell'animo
nelle impressioni del corpo; qual vantaggio del Savio infermo, aver sì
intrepido l'animo e si tranquilla la mente, che e non possa in lui il timore
per cagionargli angosce e sfinimenti di cuore, e l'acerbezza stessa del male
nella tranquillità dell'animo si rabbonacci e rimetta del suo furore? Levem
morbum (disse Seneca) dum putas facies, Omnia, ad opinionem suspensa sunt. Non
ambitio tantum ad illam respicit, aut luxuria, aut avaritia. Ad opinionem
dolemus. Tam miser est quisque, quam credet. Ma non accrescersi il male è poco,
se di più non si scema: e si scema; e tanto, quanto, occupando la mente altrove
(che ad uomo di studio è agevolissimo ), ella si ritoglie dal senso del dolore
presente, e, quasi un'aghirone in tempo di grandine e di pioggia, sormonta le
nuvole e va a godere il sereno.
Presa
Siracusa da Marcello, e piena delle grida de' vincitori e delle strida de'
vinti, mentre quegli inondano e questi fuggono per tutte le strade, solo
Archimede ha l'animo sì raccolto fra le linee d'alcune figure matematiche che
descrive, che non vede, non sa, non odo nulla di quanto fuori di lui si fa,
anzi, ha perduto sè stesso ne' suoi pensieri; sì che ucciso da un'impaziente
Soldato, prima s'avvede d'esser morto che di morire, e più si duole di non
finire la dimostrazione che di finire la vita. All'incontro Solone, boccheggiando
ne gli ultimi fiati mentre stava morendo, in udire alcuni Filosofi che di non
so quale accidente attaccaron disputa vicino al suo letto, si dimenticò di
morire; e richiamando al capo l'anima fuggitiva, come chi o si sveglia o
risuscita, apri gli occhi e, gli orecchi, nè prima finì di vivere, che essi
finissero di disputare. Seneca non fuggì egli una volta, sì come egli medesimo
riferisce, dalle febbri che lo cercavano, correndo nell'ore vicine
all'accessione a nascondersi nelle più segrete speculazioni della filosofia?
L'angiolo San Tomaso non sottrasse il senso al dolore che gli avria cagionato
un tocco di fuoco, col raccorre avvedutamente tutta l'anima in un profondo
pensiero; ch'era l'ordinario raccoglimento ch'egli avea negli studj? Voi siete
fisso in un letto col corpo, ma non vi ci lasciate incatenar con la mente; e
tanto non sarete presente a' vostri dolori, quanto con questa ve ne
dilungherete. Illud est, quod imperitos in vexatione corporis male habet. Non
assueverunt animo esse contenti. Multum illis cum corpore fuit. Ideo vir magnus
ac prudens animum deducit a corpore, et multum cum meliore ac divina parte
versatur; cum hac querula acfi ragili, quantuni, necesse est. Vuol dire (e
parla ivi Seneca del Savio infermo), ch'egli è corno un Compasso, che se ha una
parte sua immobilmente fissa col piè, coll'altra d'intorno s'aggira,
descrivendo maggiori o minori i cerchj, sì come più o meno dal centro si
dilunga.
Ma
eccovi nell'esempio d'un solo i precetti di tuffi. Nella vista di Possidonio
Savio infermo, l'autentica di, quanto ho detto; che le, Lettere e la Sapienza
portano il letto sopra l'inondazione de' dolori, come i Coccodrilli il lor nido
sopra quella del Nilo.
Questi
era Filosofo, e di molt'anni infermo, e carico di più dolori che membra, poichè
in ogni parte del corpo molti ne pativa; e se si fossero ripartiti a molti
uomini, avrebbero fatto un'intero spedale d'infermi, dove che, raccolti in lui
solo, non facevano nè anche un'infermo. Mercè che la fortezza dell'animo,
suppliva alla debolezza del corpo; e non gli penetravano al cuore i dolori
delle membra inferme, più di quello che le saette arrivino alle viscere
dell'Elefante, mentre gli muojono nella pelle, si che
Tot
jaculis unam non explent vulnera mortem;
Viscera
tuta latent penitus.
Quella
tanto da gli Scrittori celebrata gran pruova del romano valore che Muzio
Scevola diede al Re Porsena, quando, più dolendosi dell'errore che
dell'incendio della sua mano, la mirò intrepidamente arder nel fuoco egli che
non l'avea veduta senza sdegno errare nel colpo, con sì gran maraviglia del Re
nemico, che gli convenne non solo lodare il suo uccisore nell'atto medesimo del
pentimento ch'egli faceva di non averlo ucciso, ma essergli anche difenditore
contro a lui stesso, togliendo il fuoco di sotto a quella mano, che solo era
degna di luce e più meritevole di palma nel suo errore che non sarebbe stata
nel colpo; questo, dico, fu un solo atto, fu in una sola mano, fu per brieve
tempo, fu in un'uomo reo di morte, in un uomo acerbamente sdegnato contra sè
stesso. Possidonio per tanti anni nel letto, quasi un'Anassarco nel mortajo,
pesto a membro a membro, e sminuzzato da' suoi dolori, nè sopravivente alla
continua morte che pativa, senon per andar più lungamente morendo, mirava sè e
le sue miserie con occhio non solamente asciutto ma allegro; gl'istessi suoi
dolori prendea per suggetto di filosofare, mutandosi in iscuola la camera, e in
catedra il letto. In fine, faceva come la Luna, che se cade in eclissi e perde
il lume, non perde però il filo de gl'incominciati suoi giri e proseguisce il
corso nientemeno che s'ella fosse, come prima era, piena di luce.
Si
veniva dalle città d'intorno a Rodi, per vedere e udire un'uomo, che dalle
ferite sue cavava il balsamo per le altrui; e più ammiratori aveva egli
giacente in un letto, che non quel famoso Colosso di bronzo, ritto su la foce
del porto, superbia di Rodi, e miracolo del mondo. Pompeo il magno, passato in
Grecia, e tirato dalla fama di Possidonio, volle vederlo; e s'avvenne appunto
in tempo, ch'egli era più che mai sotto i martelli de' suoi dolori. Venne,
vide, e restò vinto. Parea Pompeo l'inferme, compatendo al male di Possidonio,
pareva Possidonio il sano, discorrendo lungamente con Pompeo, e provando la
verità di quest'argomento: Nihil bonum esi, nisi quod honestum sit; e con sì
gran franchezza di volto e con animo sì intrepido lo faceva, che lacerandolo i
suoi dolori, in vece di stridere, gli sgridava, come altri farebbe una fiera, e
diceva: Nihil agis, dolor: quaimvis sis molestus, numquam te esse confitebor malum.
Così
la Sapienza, ch'è il colmo delle più nobili Lettere, meglio che nella Palude
stigia Achille, rende l'animo impenetrabile alle ferite del corpo, e tiene
tanto alienata dal senso de'suoi dolori la mente, quanto sa occuparle intorno a
più felice oggetto i pensieri.
Sia
dunque il Savio povero, sia in prigione, sia sbandeggiato, sia infermo, eccovi
in due parole per ognuno di questi mali la medicina: Pauper fiam? inter plures
ero. Exul fia? Ibi me natum putabo, quo mittar. Alligabor? Quid enim? Nunc
solutus sum? ad hoc me Natura grave corporis met pondus adstrinxit. Moriar? hoc
dicis: Desinam aegrotare posse, desinam alligari posse, desinam mori posse.
Così
accennato quanto un'uomo di Lettere sia felice di quel solo che da esse ne
cava; perchè spicchì meglio questo poco chiaro che ho saputo dare ad una si
illustre materia, gli porrò appresso la sua ombra; e se v'ho fatto vedere la
Sapienza star bene anche nel male, ora vi mostrerò l'Ignoranza star male anche
nel bene.
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