|
8
Ignoranza,
e Dignità.
Sciocchi
oltre misura sono quegli Scultori, che non sanno formare un Gigante d'aspetto
terribile, se, a guisa di furioso, non gli spargon le braccia e allargavio
sconciamente le gambe, come se avessero a inisurare il mondo in un passo. Il
medesimo avviene, disse Plutarco, a que', Principi, che si credono esser tanto
maestosi, quanto, si fanno terribili; e percio recatasi in contegno la vita,
con una severità fatta ad arte, increspan la fronte e torcono la guardatura; sì
che, vedendoli, poco men che nevi vi sovviene di ciò che di Plutone disse il
Poeta:
Magna
pars Regni trucis
Est
ipse Dominus, cujus aspectum timet
Quidquid
timetur.
Quanto
acconcio cadrebbe, se si potesse lor dire all'orecchio, quello che un savissimo
Imperadore disse al Senato di Roma, inteso il disegno che aveano di torgli la
dignità, perchè sovente stretto dalle gotte non poteva uscire in publico! Egli
si fece portare in mezzo a' Senatori; e mostrando con un lungo negoziare,
ch'egli avea tanto, sbrigata la mente quanto impediti i piedi, li lasciò con
questa parola di confusione: Nescitis, caput imperare, non pedes?
Il
credito d'uomo di gran senno, non la faccia accigliata mette in istima i
Grandi, né più maestoso è quello, che si fa più terribile. Chi più sa e più
può, chi è tutt'occhio e tutto scettro (ch'era il simbolo e quasi il carattere,
con che gli Egiziani esprimeano l'idea d'un Re) esti ha più che altri del
Principe e del divino.
Nè
può già dirsi bastevolmente sapere, chi arbitro de' publici e de' privati
interessi, non ha l'ingegno e quinci il giudicio, ammaestrato da quelle
cognizioni, che gli dettino ciò che dee e ciò che può come Principe e come
Giudice e come Padre. Altrimenti tanto cala ad un Principe di dignità, quanto
gli manca di sapere; convenendogli vedere negli altrui occhi, o rivettersi in
capo gli occhi altrui per vedere.
Che
se alcun ve n'abbia, che, per non suggettare la parte di sè, più degna, ch'è
l'intendere, e farsi in ciò ligio d'alcun de' suoi, voglia egli da sè solo
ricevere ciò che altra bilancia vuole e altri pesi che quegli del suo corto
sapere, tunt vero, diceva Sorse, ignorantia Principis, regni navim agit in
syrtes. Dunque, a chi non sa, avviene o errare con altrui danno e suo o, per
non errare ripartir l'ufficio, e rimanersi un Principe dimezzato e tronco; dove
che interi sono que' soli, in cui, a misura dello stato che governano, stanno a
pesi eguali in equilibrio il Sapere e 'l Potere.
Vuole
dunque morire Giovanni Imperadore anzi che lasciarsi troncare una mano,
feritagli da una saetta avvelenata, e ne dà ragione: Perchè con una mano sola
non sarebbe più che mezzo Imperadore; nè potrebbe da sè tenere in briglia il
mondo, per cui apporta bastano amendue le mani. E a chi col sapere manca la
metà della fornia d'un'intero Principe, non parrà, con essere ignorante, essere
un mezzo Principe?
Che
domin venne in pensiero ad un cert'uomo, di scrivere e insegnare al mondo, che
la più necessaria dote d'un Principe è l'ignoranza? bastando per una intera
Enciclopedia quell'unica linea, che Luigi XI. volle che Carlo VIII. suo
figliuolo sola apprendesso: Qui nescit disimulare, nescit regnare.
Ha
costui per infallibile massima, non potessi essere Dotto, e Prudente ripugnando
le speculazioni delle Scienze alla pratica del governo de' Re del Re Milda:
Aures lente grandientis Aselli; Aures aptas grandioribus fabulis.
Tale
Agrippina formò il siio figliuolo e marito e parricida Nerone, ritogliendolo a
gli studj più gravi, acciochè diventando Filosofo Don perdesse l'esser di
bestia che avea. Tale formò sè stesso Licinio Imperadore, che condannò le
Lettere come ree di lesa maestà in primo capite: e pure non l'aveano mai
offeso, perchè mai non, gli erano entrate in capo, mai non l'aveano conosciuto,
avendo colui cominciato ad essere un'animale, fin da che cominciò ad
esser'uomo.
Alzinsi
dunque contra di così indegno errore o stoltezza, fra cento altri, un'Augusto,
un Germanico, un Tito, un'Adriano, un'Antonino Filosofo, un'Alessandro, un
Constantino, un Teodosio, tutti coronati di doppio alloro, e come Savj, e come
Imperadori. Mettansi a fronte quinci Augusto, che, per fede cli Svetonio e di
Dione, ogni giorno, ancor ne' più imporianti affari di guerra, e sotto i
padiglioni nella campagna, diede qualche tempo allo studio; acciochè non gli
passasse giorno, in cui non avesse fatto un'azione da uomo, e pur governò
quaranta anni sì saviamente e sì felicemente il Mondo: quindi l'ignorante
Domiziano, il cui impiego di qualche ora d'ogni giorno era saettare le mosche,
e ognuna, che ne uccideva, darsi vanto d'essere stato un'Apollo contra un Pitone.
Compaja Alessandro Severo, riverito come Giove terreno; non tanto per li
fulmini ch'egli toneva in pugno come Imperadore, quanto per la Pallade che avea
in capo come Filosofo: quinci lo sciocco Caligola esca alla publica udienza
vestito da Bacco, coronato d'ellera, con una pelle, di Tigre per manto, che gli
dava pià della fiera, che del Dio; e odasi rendere, confacevoli all'abito che
portava, risposto da ubbriaco.
Chi
insegnò a quel Trace Consinga rizzare stil più erto gioco d'un monte il cielo
altissime scale, e, co come chi è montato al primo palco de' cieli fingersi di
prendere quelle cime dalla bocca di Giunone le risposte che negl'interessi del
publico bene egli dava; senon il sapere, che le Leggi e gli ordini de' Grandí
tanto volentieri s'accettano, quanto hanno credito di venire da una mente di
più alto sapere e di più nobile intendimento? Perciò cred'io, che, non tanto
per necessità di girare quelle da loro stesse movevoli, o, se tanto non
vogliono, almeno leggerissime sfere de' cieli, assegnassero loro le più
celebri, scuole de' Filosofanti Intelligenze motrici, quanto pereli. il mondo
stesso più pago del suo governo; mentre credeva, che nobilissime Menti erano
quelle, che girando le stelle, disponevano i principj e temperavan gl'influssi,
onde a loro e credere, la felicità e le disavventure delle publiche e delle
privato fortune dipendono. Il piccolo Alessandro, mentre ancora parlava con la
lingua d'Aristotele che gli era maestro, in un solenne ricevimento che in vece
di Filippo suo padre fece agli Ambasciadori del Re Persiano, soffisfacendo alle
curiose dimande ch'eglino per tentarlo gli fecero, si guadagnò titolo e
concetto di Re grande, mentre appena era un piccolo Principe. Iste paer
(dissero gli Ambasciadori) magnus est Rex, noster autem dives: con olio egli
mandò a' Persiani, tanto desiderio d'averlo Re, quanto l'aveano conosciuto
Savio. E certo, tolti da questo generoso Monarca alcuni pochi o errori di
giovanil passione e vanità, o eccessi di tempera troppo fervida e guerriera, se
quel che rimane delle sue azioni sensatamente si pesi, non coll'astio di Seneca
(che in questo e più tosto cinico che Stoico), libet, col savissitno, Plutarco,
ad singulas ejus actiones exclamare: Philosophiae. Ma conciosiccosachè, il
Principe e la sua Corte sieno come la statua e la sua nicchia, che prendono
l'una dall'altra pregio e scambievole ornamento; un Principe letterato qual
nicchia avrà egli, qual Corte? Nerone Musico, in mezzo a' Cantori, in sembiante
d'Apollo, fra le Muse: Elio Vero Luperadore di vento, in abito d'Eolo fra
Cortigiani vestiti chi da Austro, chi da Zefiro, chi da Borea. Un saggio
Principe, fra saggi Cortigiani compajá, come fra le Sirene che col canto
rapiscono i Pianeti, il Sole detto da Cleante lor Plettro, perchè alle regole
del suo tocco le armonie delle loro cetere s'accordano.
Che
se del Cielo quasi d'una Corte cantando Manilio disse, Sunt stellae procerum
similes etc., e all'Imperador Giuliano il Sole parve essere un Re, intorno a
cui i Pianeti ossequiosi s'aggirano; chi ne vieta chiamar la Corte un Cielo, un
Principe, in cui sia e la luce del sapere e il candore del potere, un Sole fra
tante stelle, quanti dotti uomini ne' savi discorsi da lui ricevono luce, e a
lui con iscambievole illuminazione la rendono? D'altra verità e d'altro pregio
è questo, che il finto e materiale Cielo di Cosroe Re Persiano, che negli
archivolti d'una gran camera, dipinti cone a ciel sereno d'un puro cilestro,
seminati di stelle d'oro, e divisati con certe sfere movevoli, l'una nell'altra
ordinatamente commesse, rassembrava tutta la gran mole dell'universo; in mezzo
della quale il barbaro più come un ragno nel centro della tela da sè lavorata,
che come Monarca in mezzo al mondo, oziosamente sedeva.
Seneca
non ha concetto, con che esprimere più beato il suo Giove, che mettendolo in
mezzo a gli Dei della sua Corte, quasi un Sole in un cerchio di specchi di
diamante, dove, con le vicendevoli trasfusioni de' raggi di lui in tutti e di
tutti in lui, la luce del privato sapere di ciascuno si fa publica a tutti, e quella
di tutti si fa privata di ciascheduno. Che se Giove d'alto calasse gli occhi
qua giri alla saggia Corte d'un Principe letterato, direbbe o per istupore o
per piacere, come quando vide tutto il Mondo espresso nella piccola sfera del
grande Archimede; dove
In
parvo cum cerneret Omnia vitro,
Risit,
et ad Superos talia dicta dedit:
Huccine
mortalis progressa potentia curae
Jam
meus in fragili luditur orbe labor.
Venne
voglia a Diongi Siracusano di filosofare, e farsì così felicemente tiranno
degli animi con la lingua come l'era sceleratamente de' corpi col ferro. Invitò
dunque e condusse da Atene a Siracusa Platone. Nè ci voleva altro maestro per
dirozzare quel sasso, di cui però non si potè mai scolpire un Mercurio:
conciosiccosachè Platone potesse, ben fare d'uomini Filosofi, ma non di fiere
uomini. Egli venne con la bocca piena del suo mele attico: ma quella spugna
inzuppata di sangue umano non ne potè succiare una stilla. Intanto, mentre
Dionigi l'udiva, mutò scena tutta la Corte; come certi palagi incantati, che ad
un cenno di magica verga repente si cambiano d'un'in un'altro. Il Palagio
reale, macello di Siracusa, e più spelonca di Cacco che palagio d'un Re, si
mutò, subito in un Liceo, anzi in un tempio di Sapienza, in cui non gli uomini
solo, ma insino i sassi delle pareti filosofavano; poichè non v'era palmo di
marmo, che non mostrasse il disegno di geometriche dimostrazioni, o il computo
di filosofici numeri. Già Dionigi avea sepolto il nome di publico Carnefice in
quello di Filosofo, e cominciavano a mirarlo come un Semideo fra' Principi
quelli, che fino allora l'avevano abborrito come una Furia dell'Inferno. Tanto
posson le Lettere in un Principe! tanto può un Principe professore di Lettere
in una Corte!
|