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Confusione
dell'Ignoranza, condannata a tacere dov'è più bello il parlare.
Al
gusto, che di sopra dissi provarsi da' Letterati nell'esercizio dell'ingegno e
nel ritrovamento della verità, contrapongo ora per ultimo il disgusto
dell'Ignoranza, condannata a tacere dovunque si parli da uomo: conciosiccosachè
chi non sa, o taccia o parli, nell'uno e nell'altro senta vergogna; come chi ha
nel silenzio l'accusa, e nella favella la condannagione d'essere ignorante.
Così Alessandro, che, malintendente di Pittura, nella scuola d'Apelle lodava
gli storpiamenti per iscorci, le macchie per ombre, e gli errori per arte, era
da' medesimi scolari sogghignanti fra loro schernito. Miseri Ignoranti!
condannati ad essere nelle raunanze de' Dotti come sono o fra le Vocali le
Consonanti, mutole e per loro stesse di niun suono, o fra le corde delle cetere
le false che altrimenti non suonano che dissonando. Mercè che hanno gli orecchi
non al capo, ma, coine Dionigi Tiranno, a' piedi; e intendenti solo di cose
basse e vili, non portano in capo mente proporzionata a suggetto di nobile
intendimento.
E
perchè naturalmente avviene, che come i vasi quanto più vuoti tanto son più
sonori, così chi e men fornito a cervello abbia parole a maggior dovizia;
quindi è che questi, più avidi di vendersi dotti che cauti in non iscoprirsi
ignoranti, mentre liberamente favellano di ciò che non sanno, guadagnino da chi
li sente la mercede medesima di quell'ambizioso Neante, che persuasosi d'essere
ancor'egli un figliulo d'Urania, staccata furtivamente dal tempio d'Apollo la
Lira d'Orfeo, e andato in un'aperta campagna nel più bujo della notte, per aver
la natura in quel profondo silenzio più attenta, quivi cominciò col plettro a
carminare quell'infelice strumento, in cui corda non era, che al tocco d'una
mano sì indiscreta non rispondesse con un doloroso oimè; quasi laguandosi, in
sua favella, d'essere più tormentata che sonata; onde se mai fu vero, che la
Lira d'Orfeo meritasse, di tirare tronchi e i sassi, fu questa volta, mentr'era
maneggiata sì sgraziatamente da Neante. Ma ciò ch'essi non, fecero, lo fecer le
bestie, perché svegliati a quello sconcerto di dissonanze certi bravi mastini,
e giudicando il Sonatore più dal suono che dal sembiante Asinum ad lyram, lo
squarciarono in pezzi. Con che, s'egli non fusimile ad Orfeo nella grazia del
sonare, a mala sua ventura lo diventò nella disgrazia del morire.
Più
mitemente sì, ma però più publicamente e da più bocche è lacerata la
sconcertata sonatrice degli spropositi, l'Ignoranza; raccontandosi per ischerno
le stoltezze che che disse, la sicurezza con che le definì, l'ardire con che le
difese.
Udiste
voi mai due di costoro, più tondi dell'O del Giotti, disputar fra loro una
quistione, o, come talvolta avviene, risolvere un problema? Vi saranno in
udendoli venute in mente le parole e in bocca le risa di Demonatte, che
sentendo disputare a gran voce due, de' quali uno niente proponeva e l'altro
niente rispondeva a proposito, Tu, disse all'uno d'essi, tu mugni un capro; e
l'altro: E tu per coppa gli tieni sotto un vaglio.
Certo
è cosa, che, muove non so se più la compassione o le risa, se avviene udir tal
volta recitare o leggere da simil gente scritti, sopra suggetti anche di nobile
argomento, lunghissimi discorsi, senza che mai di tante linee nè pur'una sola
batta al centro, e tocchi il punto che argomento prefisse. Onde la materia, che
ivi si tratta, può far con costoro ciò che con un'Arciero ignorante fece
Diogene che vedutolo in cento colpi d'arco non colpire una sol volta nel segno,
corse a mettersi per appunto al bersaglio; sicuro, che colui colpirebbe in ogni
altro luogo, fuor che dove mirava.
Se
pur non voleste, che fosse lode di straordinario ingegno, sapere in maniera
favellare lunghe le ore, che, dicendo d'ogni altra cosa, non si tocchi né pur
leggermente quello, di che vuol dirsi. Così giudicò l'Imperador Gallieno, in una
solenne caccia, doversi la vittoria ad uno, che lanciate da vicino contra un
gran Toro dieci aste, con veruna d'esse, non lo toccò. Gli mandò egli subito la
corona, con dire a chi ne stupiva: Costui ne sa più d'ogni altro. Perchè,
lanciar dieci aste in un sì gran bersaglio e sì da presso, e mai non colpire,
non è cosa che sapesse farla, fuor che costui, verun'altro. E questi sono i
meriti, queste le mercedi de' figliuoli dell'Ignoranza, quando cercano teatro,
e mendicano applausi. Che se per loro disavventura s'avveggono degli scherni
che meritarono in vece d'applausi, eccovi ne' più arditi pelle amare doglianze:
la virtù aver per fatale l'invidia: a gli splendori della gloria,nascere le
nere ombre della malignità: al merito delle lodi farsi compagna la maldicenza,
come nel carro de'Trionfatori lo Schiavo. Da' più modesti poi s'odono quelle
ordinarie scuse applicate ancor'a debolissime occasioni: che la difficoltà
della materia e l'altezza dell'argomento, pari solo ad un'ingegno Atlante, é
stata maggiore delle lor forze. Direste, che ci cadesse a capello la scusa di
quel famoso Faustulo, che gittato di sella da una Formica su la quale
cavalcava, e vedendone ridere i circostanti, raccordò loro, che ancor Fetonte
avea fattà una simil caduta. Eccovi il testo:
Faustulus
insidens Formicae, ut magno Elephanto,
Decidit,
et terrae terga supina dedit.
Moxque
idem ad mortem est multatus calcibus ejus
Perditus,
ut posset vix reparare animam.
Vix
tamen est fatus: Quid rides, improbe livor?
Quod
cecidi? Cecidit non aliter Phaeton.
Da'
dileggi di chi non sapendo favella, e, frutti dell'ignoranza sua, coglie le
risa altrui, non debbono essere scompagnati gli scherni che meritano ancor
tacenti cert'uni; d'abito Letterati, ma in fatti senza verun'abito di buone
Lettere. Di titolo tal volta più che Dotti; ma vox, praelereaque nihil.
La
pelle del Lion Nemeo, onorata dalle spalle del grand'Ercole che la portava, mai
non si vide iatta più vile, che quando una femina la vestì. Credo et jubas
pectinem passas, ne cervicem, enerverm inureret stiria leonina; hiatus crinibus
infartos, genuinos inter antias adumbratos. Tota oris contumelia mugiret si
posset. Nemoea certe (si quis Genius) ingemebat: tunc enim so circumspexit
Leonem perdidisse. Così ne parla in sua lingua Tertulliano. Non altrimenti le
vestimenta e i titoli, insegne e caratteri proprj de' Letterati, portati da
gente senza Lettere e rozza, piangono la loro sciagura, vedendosi condannati
adessere perpetuamente bugiardi, poichè dicono a quanti li veggono, essere un
Lione chi è un Giumento, essere un'Uomo di Lettere chi e come certi libri
(disse ad un simile Luciano) che di fuori vagamente dipinti e riccamente
indorati dentro sono fogli senza lettere e carta bianca.
Quanti
di questi sì veggono andar sì gonfj e sì superbi, che sembrano quello sferico
perfetto de' Geometri, che non tocca terra fuor che in un punto? Vedendo quello
che pajono, si scordano di quello che sono; e quasi Bucefali con la gualdrappa,
non degnano che li tocchi ne miri senon il primo Re del mondo.
Tale
era un certo mezz'uomo, contra di cui Luciano aguzzò sì bravamente lo stile.
Costui, come ancor'oggidì molti, misurava il suo sapere dalle lettere che avea
non nel suo capo, ma sa gli scritti altrui; come se il senno de' Filosofi ne' libri
loro, quasi in ampolle serrato, come quello d'Orlando, potesse con solo
fiutarlo tirarsi tutto al cervello, e con ciò farsi in capo una libreria di
tanti Autori, di quanti se ne hanno i libri nelle scanzie. Sic apud
desidiosissimos videbis (disse Seneca) quidquid orationum historiarumque est,
et tecto tenus extructa loculamenta. Ma raccorre a questa maniera libri, e trar
loro ogni giorno di dosso la polvere, non usando essi per trarre a sè dal
cervello la ruggine, questo si giudica da Sidonio, membranas, potius amare,
quam Litteras. Questo è fare più riguardevole la casa, che il padrone: sì come
avvenne a quell'Archelao, per vedere il cui palagio (poichè era dipinto da
Zeusi) si veniva da lontani paesi, mentre intanto (diceva Socrate) non v'era
chi, per vedere il padrone d'essa, movesse un passo. At quid dulcius libero et
ingenuo animo et ad voluptates honestas nato, quam videre plenam semper et
frequentem domum concursu splendidissimo hominum, idque scire non pecuniae, non
orbitati, neque officii alicujus administrationi, sed sibi ipsi dari?
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