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Che si dee
non torre l'altrui, ma trovar cose nuove del suo.
Se
il desiderio di farsi con le stampe appresso i posteri immortale assottigliasse
così l'ingegno per ritrovar del suo, come aguzza le unghie per involare
l'altrui; molti, a cui, come a' convinti di ladroneccio, è stato sbandito il
nome e confiscata la gloria, avrebbero avuto l'un'e l'altro immortale. Ed oh!
quanto più felici andrebbon le lettere, e a quanto miglior' uso si
spenderebbono gli anni, gli studi, e l'ingegno, se, lasciata questa vile fatica
di mutare quadrata rotundis, e mettere in disteso quello ch'altri pose in
iscorcio, tutto lo sforzo de' nostri pensieri si rivolgesse ad arricchire le
Scienze e l'Arti di qualche nuovo ritrovamento, che, non conosciuto da gli
antenati, sia giovevole a' posteri che verranno! Un sol foglio di questi
basterebbe a meritarci quell'onore, che molte volte i grandi volumi in vano
presumono.
Anzi
il solo cercar cose nuove, quando ben non succeda trovarle, non è senza lode;
perchè non è senza utile. Plurimum enim ad inveniendum contulit, qui speravii
posse reperire, disse il Morale. E chi ha stimoli di generosi pensieri, vuole
anzi farsi da sé con fatica la strada in cielo, che caminare dietro altrui in
terra; tal che possa dir col Poeta:
Libera
per vacum posui vestigia princeps.
Non
aliena meo pressi pede.
Chè
alla per fine, benchè sia più agevole che cada chi tenta di volare in cielo che
chi si contenta di caminare in terra, pure quel magnis tamen excidit ausis ha
tanto del glorioso, che la lode d'esser salito vince di lunga mano il biasimo
d'esser caduto. E ancora oggidì il generoso ardire del giovane Icaro, che
volando s'avvicinò alle stelle, ha più ammiratori della salita che non ha
schenitori della caduta.
Stivaeque
innixus arator
Vivit,
et obstupuit; quique aethera carpere possit,
Credidit
esso Deum.
Ed
io per me, vedendo che senza o caduta o inciampo, mal si può ire ancor per la
calcata (già che in molte cose, il nostro sapere è più credere, che sapere; è
più non vedere gli errori che abbiamo, che non averli), hi nelle lettere il
senso, che per altro avea quell'amico di Seneca: Si cadendum est mihi, coelo
cecidisse velim. Vorrei che i nostri ingegni fossero co' nostri pensieri come
l'Aquile co' loro pulcini, che, ancor prima che abbiano messe tutte le penne e
fermate sicuramente l'ali al volo, li caccian dal nido, perch'escano alla
caccia; come se dicessero: Siete Aquile oramai del tutto impennate, e ve ne
state qui neghittose a covare il nido? Avete artigli e becco, e non vi
vergognate di prendere come pulcini di Rondini, l'imbeccata? Ite alla caccia, e
trovatevi da voi, stesse il vivere chè per questo avete l'armi in pugno, per
questo siete Aquile.
Ogni
altro pensiero, che non mirasse a ritrovar nelle Lettere nuove cognizioni
Ippocrate lo stimava fuori del segno, dove debbon tirare tutte le linee del
loro studio i Letterati. Non volea che si raccogliessero gli avanzi de' morti
Scrittori, quasi bona naufragantium; ma che sì facesse vela all'acquisto di
nuove mercatanzie, onde riuscisse e il mondo più ricco e noi più gloriosi. Mihi
vero invenire alilquid corum, quae nondum inventa sunt, quod ipsum notum, quam
occultum esse praestet, scientiae votum, et opus esse videtur.
Oh
quanti, cercando cose non prima trovate, trovarono cose non prima cercate! Solo
il desiderio di tramutar qualche metallo più vile in oro, non ha egli aguzzati
i pensieri e assottigliato l'ingegno tanto, che si sono trovati que' be'
miracoli di natura, che l'Arte chimica sa lavorare? E qual miniera di
cognizioni fondamentali d'una vera naturale Filosofia non s'è scoperta in essi,
quando, vi sia ne' tempi avvenire chi sappia lavorarla caminando su le
sperienze degli effetti alle prime origini delle loro cagioni? Ed è avvenuto in
ciò, come a que' riferiti da Esopo, che cercando l'oro, che il padre loro
morendo disse d'aver sepolto nel campo, tutto lo cavarono; con che il campo, di
sterile che prima era, divenne fecondo, e non diede no l'oro ch'essi cercavano
e, non v'era, ma in quella vece una messe abbondantissima, equivalente a
molt'oro. Non è rimasa sterile la Verità, quantunque ell'abbia inseguato a'
nostri Maggiori. Etiam quicuimque sunt habiti niortalium sapientissimi (scrisse
il politissimo Columella) multa scisse dicuntur, non omnia. Essi studiando non
hanno pescate tutte le perle, speculando non hanno scoperte tutte le tracce del
vero: valenti sì; ma non però come Ercole, sì che abbiano o trovate, o poste le
confini alla Natura: onde ad uomo non sia lecito oltrepassare que' termini,
dov'essi piantarono le colonne. Patet omnibus veritas (disse il Morale); nondum
est occupata; mutium ex illa etiam faturis relictum est. E come dicevano gli
Spartani, che del loro regno nè fiumi nè monti segnavano i confini, ma che
giungeva fin dove essi potessero lanciare un'asta, parimente le Scienze e le
buone Arti tanto si stendono, quanto l'acutezza de' nostri ingegni può giungere
ad allargarle. Non si fa qui come nell'Oceano; dove Alessartdro sesto tirato
dall'un Polo all'altro una linea sopra una dell'isole di Capo Verde, pose
termine alle navigazioni, quinci de' Castigliani all'Occidente quindi de'
Portoghesi all'Oriente. Patet omnibus veritas.
Questa
linea vollero alcuni Antichi tirare fra la greca e la latina Poesia: onde
Orazio, che volle trascorrerla, intrecciandosi alla corona i lauri Atene con
que' di Roma, mentre fece sentire su le cetere latine le greche liriche Poesie,
n'era da' più antichi ripreso; e i componimenti suoi, come figliuoli di Musa
bastarda e mostri di due nature, ributtati. Per questo abbisognò, che il Poeta
chiamasse il suo stilo in difesa del suo plettro, e sotto forma di sua discolpa
publicasse le colpe dell'altrui malignità e invidia, dicendo: che l'odiare i
componimenti suoi non era tanto amore dell'altrui bello antico quanto invidia
del suo bello moderno: che condannavano nel suo sapere la loro ignoranza,
vergognandosi di aver'ad imparare da lui giovane ciò ch'essi vecchi non aveano,
saputo rinvenire: questa essere ne gli emuli suoi l'origine; d'ogni
malivoglienza:
Vel
quia nil rectum, nisi quod placuit sibi, ducunt;
Vel
quia turpe putant, parere minoribus, et quae
Imberbes
didicere, senes perdenda fateri.
E
certo, si può dir con colui appresso Minuzio: Quid invidemus, si veritas nostri
temporis aetale maturuit? È sì determinato il Buono all'antico, che non possa
mai esser nuovo? Ciò che della Religione scrisse Arnobio, delle Verità che ogni
giorno con nuovo acquisto si scuoprono è vero: Non quod sequimur novum est, sed
nos sero didicimus quod non sequi oportet.
Chi
vuol dunque prescrivere termini e mete al volo liberissimo degl'ingegni,
confinandoli fra le angustie del trovato, come se null'altro ritrovar si
potesse? Se questa legge si fosse saputa ab antiquo, oggi non si saprebbe nè
pur l'antico. Nusquam enim invenietur, si contenti fuerimus inventis. Propterea
qui alium sequitur nihil sequitur, nihil invenit, imo nec quaerit. E di questi
mi par che possa dirsi appunto quello, che delle Pecorelle seguaci, perchè
timide, disse vaghissimamente Dante:
Come
le Pecorelle escon del chiuso,
Ad
una, a due, a tre; e l'altre stanno
Timidelle
alterrando l'occhio e 'l muso
E
ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
Addossandosi
a lei s'ella s'arresta,
Semplici
a quete; e lo perchè non sanno.
Quare
(soggiungasi a Dante Lattanzio) cum sapore, idest veritate in quaerere, omnibus
sit innatum, Sapientam, sibi adimunt, qui sine ullo judicio inventa Majo
Probant et ab aliis, pecudum more, ducuntur. E certo, aggiustatissima è la
risposta, che l'Eco d'Erasmo diede a quel misero Ciceroniano, che gridando
decem annos consumpsi in legendo Cicerone, sentì rispondersi One: che fu quanto
dirgli, che volendo diventare una Scimia di Cicerone, era diventato un'Asino
per Cicerone. Ma la fortezza per intraprendere, e la felicità per riuscire nel
ritrovamento d'utili e nuove cose, ben m'avveggo io, che non è d'ognuno perchè
chi s'accinge a quest'impresa, ordinario è, che truovi in sè timori che lo
spaventino, e in altrui persuasioni che lo ritirino. Le stelle fisse, che da sè
non si muovono, ma sono portate dal cielo e rapite dal corso commune, non hanno
chi le tacci di sregolatezza, o le condanni d'errore. All'incontro i Pianeti,
che si fanno da sè generosamente la strada, perchè un semplice regolatissimo
movimento con apparenza di salita e di scesa, di velocità e di tardanza
variamente contemprano, sono chiamati dal volgo sregolati nel movimento,
confusi ne' giri, e creduti fare non periodi ma errori, non circoli ma
laberinti.
Alessandro,
che ebbe un cuore sì ampio e sì capace che vi potè concepir dentro il desiderio
d'un mondo di mondi, giunto a' lidi dell'Oceano d'Oriente, si confessò minore
di quest'unico e piccolo; e dubitando di trovare la fortuna del mare diversa da
quella della terra, calò le vele a' suoi desiderj, che lo portavano a cercare
di là dall'Oceano nuovi paesi da soggiogare. Si mostrò prudente dov'era timido;
e per autorizzare la sua fuga coll'altrui consiglio, mostrò di lasciarsi
piegare dalle ragioni de' suoi, che per distornelo gli dicevano: Signore. Poco
più della Grecia bastò a far Ercole un Semideo; tutta la terra non basta, a far
voi un'Ercole? Non perdiate questo Mondo per ricercarne un'altro. Se vi fossero
altre terre di là dall'Oceano, vi sarebbero fuggiti i vostri nemiei, che, per
nascondersi dalle vostre armi e da voi, sono iti a sepellirsi fin nell'Inferno.
Contentatevi d'avere le confini del vostro regno su gli stessi termini della
natura. Questo lido conserverà le orme del vostro più vittorioso eternamente
impresse; e in piantare le ultime mete dell'umana generosità, voi sarete stato
un'Ercole in Oriente, sì come Ercole fa un'Alessandro in Occidente. Con ciò
Alessandro
Constitit,
et maggio se vinei passus ab orbè est.
Se
quel generoso Colombo, che nell'Oceano opposto, quasi in un diluvio d'acque,
scuoprì nuove terre e nuovi Mondi, altrettanto avesse fatto, quando, al
dispetto delle repulse di due Republiche e d'un Re, seguitando l'avviso de'
venti che soffiavano d'Occidente e gli dicevano all'orecchio esservi colà
amplissime terre ond'essi prendevano a sì gran copia l'esalazioni, salpate
l'ancore e spiegate le vele con una piccola nave e due caravelle, entrà in seno
a quel vastissimo Oceano, nè mai poterono cessargli il corso o rivolgere
indietro la prora nè l'incertezza del viaggio in un mare non più praticato e
creduto impraticabile, nè la lunghezza d'un corso di termine incerto, nè
l'incontro de' mostri, nè le congiure de' suoi, ne la mancanza de' viveri in
luogo abbandonato da ogni forestiero ajuto, nè le spesse tempeste che lo
trabalzavano ad estranj climi, nè le lunghe e importunissima calme che
l'inchiodarono presso alla zona ardente, dove il cielo per gli eccessivi caldi
sembra un'inferno; avrebbe ora l'Europa, non che gli aromati e le miniere, ma
ne pur la contezza che ha di quel mezzo mondo l'America? Avrebbe il Colombo
medesimo guadagnato, non dico solo da' Re di Castiglia privilegio d'inquartar
l'armi del Casato coll'aggiunta del nuovo Mondo, ch'egli scoprì, con di sopra
il motto
Por
Castilla y por Leon
Nuevo
Mundo hallo Colon,
ma
que' meriti immortali, per cui tutti i secoli avvenire a lui e por lui a
Gettova e all'Italia tutta si confesseranno debitori di quanto vale un Mondo?
Non altrimenti, chi nelle Lettere intraprende a fate il primo la strada alla
scoperta di nuovi paesi, ch'è niente meno che navigare Oceani non praticati,
conviene, che fra' le noje e i tedj del lungo viaggio, d'un'infaticabile
studio, fra le dimestiche e spesse congitire della disperazione, vinca mille
volte sè stesso, attendendo, come que' valorosi Cavalieri conquistatori del
Vello d'oro, più alla gloria del termine, che alla fatica del mezzo.
Tu
sola animos mentemque peruris,
Gloria;
te viridem videt immunemque senectae
Phasidos
in ripa stantem juvenesque vocantem
Così
Omero, primo Poeta eroico, e primo Eroe de' Poeti; e doppiamente grande, per non
avere avuto nè prima di nè chi imitare, nè dopo sè chi l'abbia imitato. E nel
primo, maggiore degli Antenati; nel secondo, migliore de' Posteri ch'è il gran
Panegirico, che in due parole gli strinse Vallejo in vece di quant'altro appena
poteva dirsi con molto: Neque ante illum quem imitaretur, neque post illum qui
eum imitari posset inventus est. Questi, per fin che viveranno al Mondo le
lettere (e viveranno per fin che viva il Mondo), sarà nelle lodi de' Letterati
illustre, come quell'avventurosa Argo, che dalle tempeste del mare, che prima
d'ogni altra nave solcò, giunse a prender porto in cielo, dove ora è ricca di
tante stelle, di quanti Eroi allora fu. conduttrice.
Mari
quod prima cucurrit,
Emerilvni
magnis mundum tenet acta procellis,
Servando
Dea facta Deos.
Così
dopo, mille altri in quest'ultima età il Galileo, Academico veramente Linceo, e
per l'occhio dell'ingegno, e per quello del Cannochiale, con che ha renduto sì
domestico il commercio della Terra col Cielo, che non isdegnano più le stelle,
che prima nascose non comparivano, lasciarsi vedere; e quelle, che già si
vedeano, scoprirci, non che la bellezza, ma ancora i difetti. A piè del
sepolcro di questo acutissimo Lince potrebbe scriversi per dolore ciò che quasi
per ischerno disse, d'Argo il Poeta:
Arge,
jaces: quodque in tot lumina lumen habebas,
Extinctum
est; centumque oculos nox occupat una
Così
Cristoforo Sceiner, che da' movimenti delle facelle e delle macchie del Sole ha
tratte per l'Astronomia, per la Filosofia celeste luci di sì nobili,
pellegrine, e autentiche verità; quali sono il doppio movimento del Sole, che a
guisa di turbine in sè stesso stabilmente s'aggira, e de' poli del suo asse,
che, movendosi, nello stesso tempo in due cerchj, ordinatamente l'obliquano
ond'è la varietà delle apparenze, che sopra vi fanno le macchie: oltre,
ragionevolissime conghietture, che dal concepirsi, dal nascere,
dall'ingrandirsi, dal ritornare tal volta, e dal mancar delle macchie si
tranno, per definire qual sia la sostanza e la natura stessa del Sole: con ciò
ha, fatto sì ricco d'altissime cognizioni il Mondo, che, se ogni secolo desse
altrettanto, pochi secoli baster così padrona di tutto il Cielo l'Astronomia,
l'è la Geografia di quasi tutta la Terra. Macte ingenio este (dico loro con
Plinio), Coeli Interpretes, rerumque naturae capaces: argumenti repertores, quo
Deos, Hominesque vicistis. Degni, a cui, come a quell'antico Metone che lasciò
a' posteri per retaggio scolpito in una colonna con linee di giusta proporzione
il vario corso del Sole, si rizzi per mercede d'eterno, onore una statua con la
lingua indorata, e 'l titolo al piè: Ob divinas praedictiones. Degni, a cui
doni il Cielo, non come già perador Carlo quinto diede, ma solo in pittura, le
stelle, del Crociero all'Oviedo Istorico delle cose d'America, ma tutto sè per
mercede, e le stelle sue per corona. E ben sono degni; poiché
Admovere
oculis distantia sidera nostris,
Ætheraque
ingenio supposuere suo.
Questi
due soli ho raccordati per non tacer di tutti che di tutti io non potea favellare.
Solo a noi, che veniamo dietro a questi, debbo ricordare con Seneca, che agamus
bonum patrem familiae: faciamus ampliora quae accepimus. Major ista haereditas
a me ad posteros transeat. Multum, adhuc restat operis, multumque restabit; nec
ulli nato post mille secula praecludetur occasio aliquid adhuc adjiciendi.
Con
questo io non vo' dire, che, per farei inventori di cose nuove, ci facciamo
Maestri di Novità, traviando senza ragione (massimamente nelle cose ch'escono
dal puro naturale) da quelle vie, che, calcate già tanti secoli sono da' primi
Ingegni, del mondo, hanno, per chi le trascorre, su le confini la Temerità o
l'Errore. Far del, Diogelie, andando contra la corrente dì'tutti gli uomini,
come se noi soli fossimo i Savj, noi soli pescassimo al fondo del pozzo
d'Eraclito, per trarne la Verità. Stimarci il Sole degl'Ingegni del mondo, non
dalla luce di maggior conoscimento del vero, ma dal contraporci al corso di
tutto il mondo, e poter dire per vanto ciò che per ammaestramento disse il Sole
a Fetonte e,
Nitor
in adversum; neque me, qui caetera, vincit
Impetus;
et rapido contrarius evehor orbi;
dovendosi
anzi da lui medesimo udire, che senza pericolo di caduta uscir non si può da
quelle diritte vie, che corse dal carro della luce sono fatte non meno
segnalate che chiare:
Hac
fit iter: manifesta, rotae vestigia cernes.
Girarsi
la Terra con periodo annovale sotto l'Eclittica, e con movimento d'ogni giorno
rivolgersi da Oriente in Occidente: la Luna, anzi tutti i Pianeti, non altrimenti
che terre volubili, avere abitatori popoli di differenti nature il Mondo essere
di mole infinito, e negl'immensi suoi spazi innumerabili Mondi comprendere,
ecc. opinioni sono coteste, che alcuni moderni hanno scioccamente risuscitate,
richiamandole dalle tombe, i primi di Cleante e di Filolao, i secondi di
Pitagora e d'Eraclito, i terzi di Democrito e di Metrodoro; co' quali morte,
erano state tanti secoli nel silenzio e nella dimenticanza sepellite.
Questo
non è far ricco il Mondo di nuove cognizioni ma di vecchi errori; nè far sè
stesso Maestro di quei che verranno, ma Discepolo di quei che già furono; con
questa mercede, che i medesimi loro sogni, che non furono ricevuti ad occhi
chiusi dal Mondo, abbiano parimente a dormire con esso noi nel sepolcro.
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