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LASCIVIA
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L'indegna
professione del poetar lascivo.
San
Girolamo, quel bravo Lione, che dalla spelonca di Betleem fece sentire per
tutto il mondo i ruggiti della sua voce a spavento dell'eresia e terrore de'
vizj, non lasciò di dare il mal pro alla licenziosa lascivia de' Poeti e che
immascherando le stelle con imagini impudiche, calunniatori invidiosi, e mille
volte peggiori de' Giganti di Flegra, aveano data la batteria al Cielo non con
le rupi, ma colle sceleraggini della terra. Non debemus sequi fabulas Poetarum,
ridicula ac portentosa mendacia; quibus etiam coelum infamare conantur, et
mercedem stupri inter sidera collocare.
E
a dire il vero, meritevoli sono dello sdegno del Cielo e della Terra costoro,
Quorum
carminibus niliil est nisi fabula Coelum.
Non
erano con altri lumi bastevolmente chiari al mondo i lascivi furti di Giove, se
anche non isplendevano fra le stelle? Non bastava che fossero ne' marmi, ne'
bronzi, nelle pitture, ne' plausi delle publiche scene noti a tutta la Terra,
se ancor di più non si dava loro per teatro il Cielo, per imagini le stelle,
per ispettatore il Mondo? E poi insegnano costoro, che Giove di colasù scaglia
i fulmini contro alla Terra, colpevole di que' vizj, de' quali il Cielo è
maestro? Una Calisto adultera ha le stelle del Polo, e fa doppiamente la
scorta, perchè si viaggi in mare, e perchè si naufraghi in terra; mentre da
colasù rilucendo, pare che insegni alle caste ad esser felicemente lascive,
quando si truovi un Giove, che paghi l'adulterio con le stelle.
Sic
Ariadnaeus stellis coelestibus ignis
Additur,
Hoc pretium noctis persolvit honore
Liber,
ut aethereum meretrix illuminet axem.
Da
tali costellazioni, d'impudicizia, che altre influenze che di lascivia possono
scendere in terra?
Una
parola meno che modestissima, che doveva dire in publico Archita nel
richiamarla alle labbra, gli parve sì indegna d'essere scolpita con lingua
d'uomo, che, per non imbrattarsi d'essa prese per lingua un carbone, come più
confacevole a materie degne di fuoco, e con esso, non tanto scrivendo quanto
cancellando sul piano d'un muro o l'espresse o l'accennò. Ahi! le lingue d'oro
delle stelle, mentre la notte mette silenzio a tutto il perche vi s'attenda, di
che parlano, e che c'insegnano? Publicano con favella di luce in cielo i
misfatti che per vergogna cercano le tenebre in terra.
Ma
fosse egli solo rea di questo l'antica poesia del Gentilismo, e non vinta dalla
moderna de' Cristiani, che non in dipingere con imaginate figure d'impudiche
memorie le stelle, ma in esprimere nelle carte, e, quel che peggio, è, imprimer
negli animi i fatti medesimi, sì felicemente anzi sì infelicemente s'adopera.
Non
mancano alla poesia d'oggidì i suoi Ovidj, che posponendo Parnaso ad Ida, i
Lauri a' Mirti, i Cigni alle Colombe, e a Cupido Apollo, fanno le vergini Muse
publiche meretrici. Così a questi Ovidj non mancassero, Augusti per Mecenati, e
per rinfresco de' loro troppo caldi amori le nevi di Scizia e i ghiacci di
Ponto. Ed è in questo oramai sì ordinario il male, che dall'antecedente d'esser
Poeta pare che ne venga la conseguenza d'esser lascivo; sì come Antistene dalla
professione d'Ismenia cavò quella conseguenza,
Si
bonus Tibicem est, ergo malus homo est.
Chi
non avrebbe giurato, che la poesia, venendo da' Gentili a' Cristiani, avesse a
fare lo stesso che la Venere degli Spartani, che passando l'Eurota, dicevano
essi, per entrare ne' loro Stati, rotti gli specchi, scatenate le maniglie,
gittati gli abbigliamenti da meretrice, non sol s'era vestita per modestia, ma
di più armata per bravura, e sembrava anzi una Pallade guerriera che una Venere
impudica? Appunto. Anzi tanto fatta peggiore, che a quella libertà di scriver
lascivo, a cui già si dava esilio, per pena, ora si danno le corone per
mercede. S'inalzano fino al cielo, e fra le stelle s'adorano quelle Lire de'
moderni Orfei, che hanno aperto l'inferno, non per trarne un'Euridice
condannata, ma per condurvi un mondo d'innocenti. Ne vanno per tutta terra i
libri, sparsi per ogni clima, fatti cittadini d'ogni paese, e a gran cura
tradotti, perchè parlino, in tutte le lingue; come se, per timore che il Mondo
vergine non finisca, s'avessero spargere per tutto il mondo stimoli di
lascivia.
Portano
in fronte titoli di Grandi al cui nome da gli Autori furono consagrati; e con
ciò vanno tanto più liberi, quanto più difesi. Così divengono molte volte Protettori
d'impurità quegli che ne dovrebbero esser Giudici, concedendo l'autorità e 'l
nome loro ad usi indegni; come i barbari della Scizia, che mentre stanno ne'
loro carri lascivamente occupati, suspendunt de jugo pharetras indices, ne quis
intercedat: ita nec armis erubescunt. Or vada Ippocrate a lamentarsi delle
publiche leggi, che, non determinando pena a' Medici ignoranti, hanno lor data
licenza d'essere omicidi. Discunt enim (disse quell'altro) periculis nostris,
et experimenta per mortes agunt. Medicoque tantum hominem occidisse impunitas
summa est. Che dee dirsi, dove l'essere publico artefice di veleni, tanto
peggiori quanto più soavi, non fa reo della testa, ma meritevole della corona?
Che
se nella guisa che Luciano fece sentire l'infame lingua del Pseudologista
raccontare con isdegno e dolore gli scelerati ufficj in che colui sì
indegnamente l'usava, udir si potessero le penne omicide di tanti lascivi
Scrittori raccontare ad una ad una le sceleraggini, per cui commettere esse
furono stimoli al cuore di chi i loro velenosi scritti troppo avidamente
leggeva; vi sarebbe egli chi le indorasse con lodi pari solo al merito di
sovrumana eccellenza?
Meno
colpevole era quell'impurissimo Ostio, che adoperando in uso d'abbominevol
veduta gli specchi, ea sibi ostentabat, quibus abscondendis nulla satis alta
noxest. Ma alla fine, sibi ostentabat. Per velenosi che sieno i dragoni, se
stanno ne' loro covi sotterra, non si giudican sì colpevoli, che debba irsi fin
colà giù per cercar d'essi e ammazzarli. Quando escono ad appestare l'aria col
fiato, non v'è chi, potendoli uccidere, li voglia vivi. Publicare a gli occhi
di tutto il mondo ea quibus abscondendis nulla satis alta nox est, e ciò tanto
peggio, tanto più isquisita è la penna che lo ritrà, e l'arte sembra di
maestria maggiore, mentre all'usanza della greca antica pittura s'adopera nihil
velando; e trovar premio di quello, a cui non v'è pena che basti; non e questo
un miracolo dell''umana, non so s'io dica per minor male stoltezza, o con più
ragione malizia?
Pur'
è infamia ad un'uomo vestire abito feminile, e prendere sembiante di donna. E
trasformarsi un'uomo non nell'abito ma nella professione d'una vecchia
meretrice, sensale d'ogni più sconcia lascivia, questa è onorevolezza, questa è
vita meritevole di statue e d'allori?
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