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A gli
Scrittori d'impudiche poesie, Parenesi.
Uditemi,
o Luciferi della terra. Così dunque vi donò Dio un'ingegno d'alti pensieri e
d'acuto intendimento perchè aveste a voltarne contro di lui ingratamente la
Punta? V' insegnò a maneggiare con lode una penna, perch'ella vi fosse saetta
per ferirlo nell'onore? Dandovi una mente d'Angioli; vi avea a provare nimici
come Demonj? Nè mi dite: non avevamo ingegno fuor che solo per questo. Dirò di
voi ciò che Tertulliano degl'Israeliti: Maluistis allium et caepe, quam coelum
fragrare. La chiarezza de' vostri ingegni, che poteva risplendere con raggi di
stella salutevole, avete voluto che sia luce di legno fracielo, nata dalla
putredine e dalla corruzione. Siasi vera che foste docili solo al poetare. Ma
poetar lascivamente fa egli necessità d'ingegno, o vizio di volontà? Bastava
(ciò che fece Pitagora con un lascivo, sonatore di cetera) che mutaste tuono
alla lira della vostra Musa; e cambiandole un Lidio molle, in un Dorio grave,
in vece di svegliare negli altrui affetti movimenti di passione lasciva, glie
li avreste addormentati.
Ma
quando pur vi fosse toccata una Musa metrice, con quello che voi chiamate genio
o talento di poetar lascivo; io vi dirò, e con più ragione, quello che
Lattanzio ebbe a dire di Leucippo Filosofante, primo inventore degli Atomi, e
difensore del Caso: Quanto melius fuerat tacere, quam in usus tam miserabiles,
tam inanes, habere linguam! Non è egli meglio non avere vena di poesia, che
avere una vena che butti tossico e veleno? Un savissimo Imperadore mai non
acconsentì che la moglie sua beesse vino, ancor che i Medici giurassero, altra
medicina non esservi per fare ch'ella di sterile ch'era divenisse feconda.
Stimò quel saggio Principe il rimedio peggior del male; e diceva: Malo uxorem
sterilem, quam vinosam. O quanto meglio starebbe a voi in bocca quest'altro:
Malo Musam sterilem, quam lascivam! S' io non so favellare altra lingua, che
d'animale; voglio essere anzi uomo mutolo, che bestia parlante.
E
qual pro vostro, che struttovi l'ingegno, e consumata l'età e la vita,
publichiate al mondo un'opera, quando pur ciò sia, immortale, se per essa
sarete lodati in terra, e tormentati sotterra; lodati dove non siete, e
tormentati dove in eterno sarete? Gli Orazj, i Catulli, gli Ovidj, i Galli, i
Marziali (per non dire de' nostri di Religione più santa, ma di poesia piu
profana), che giova loro, che stiano ora alla luce della publica fama, se
intanto stanno nelle tenebre dell'inferno sepolti; e per ogni apice di
quell'impuro che scrissero, sono tormentati colà, mentre qui, senza saperlo,
sono per quello stesso inutilmente lodati?
Benchè,
quando pur dopo lo studio di molti anni v'uscisse della penna un'opera di
merito immortale (nel che pero pauci, quos aequus amavit Juppiter); di quella
gloria, ch'è il legittimo premio delle fatiche de' grandi ingegni, altra parte
non vi promette che la men degna, quella dico del volgo o de' viziosi: poichè
uomini, assennati e savj, a' cui orecchi solaecismus magnus et vitium est,
turpe quid narare, anzi v'abbommeran come peste della vita civile e de' buoni
costumi; nè sembrerà loro la mal'usata virtù de' vostri ingegni altrimenti che
la smisurata sì ma empia forza de' Giganti, che non si lodano come robusti
perchè poteano svellere dalla terra i monti e accavallargli l'un sopra l'altro,
ma si condarmano com'empj perchè con ciò presunsero di combattere il Cielo e
levar Giove di seggio.
Ma
se altro non vi persuade, eccovi Dio sceso alle sordidezze d'una stalla, alle
miserie della povertà, alle bruttezze d'una vita oscura, a gli scherni di
scimunito, alle calunnie di seduttore, alla vendita di schiavo, alla
condannagione di reo, alla morte di ladro, tutto lividure sotto le sferze,
tutto sangue tra le spine e i chiodi, tutto confasione nella nudità, tutto
dolor su la Croce. Or fatevi avanti e gli chiedete: Per chi cercare un viaggio
sì lungo, e fra termini sì lontani, dal Cielo al Calvario? Per chi riscattare
uno sborso sì copioso di lagrime, di sudori, di sangue? Ebbe egli in ciò,
questo nobile mercatante, disegno d'altro guadagno, che d'anime? Pretese egli
altro da noi chiese altro al suo Padre, che averci in vita imitatori, dopo
morte compagni? Or mettetevi voi a paragone con Dio, e mirate l'indignità di
questo gran contraposto. Egli per salvar' anime fa quanto può, voi ciò che
sapete per perderle. Che pronostico fate di voi stesso? Qual faccia avrete in
comparirgli davanti come reo a vostro giudice, mentre alzeranno contra di voi
dall'inferno le grida tanti per vostra cagione perduti, e ne' volumi de' secoli
avvenire vi si mostrerà quanti altri dopo questi per vostra cagione si
perderanno? Qual difesa avrete alle vostre, reo delle colpe altrui? Bench'elle
non sono tanto d'altrui, che non sieno vostre, già che voi poneste a quelle
cadute l'inciampo, voi deste a que' frutti di morte il seme.
Uomo
in terra non vive, cui Lucifero miri con miglior' occhio, e a maggior cura
guardi e conservi, quanto chi s'affatica: in distillar dal suo capo nella tazza
d'oro d'un libro ingegnoso o peste d'errori o veleno d'impura poesia. Uno di
questi basta a torre alla metà de' Demonj la fatica di tentare; poiche un mal
libro vale per cento Demonj. Qui dorme Beemot in silentio calami, in locis
humentibus; nè ha mestieri d'affaticarsi perchè si cada, dove lo stesso suolo,
lubrico e sdrucciolente inganna il piede e gli toglie il sostegno.
Timone
Ateniese odiò tutti gli uomini; un solo Alcibiade amò: ma amar lui, era odiar
tutti; perchè dall'indole sua egli indovinava, lui dover' esser la rovina di
molti, e, se gli riusciva, anche lo scempio di tutta la Grecia. E que' veri
Misantropi di colà giù, se v'è uomo che careggino come amico e abbraccino come
caro, sono cotesti, che con libri di durata immortale e di malizia mortale
hanno a combattere molti secoli contra il Cielo, ad espugnare l'onestà in molti
petti, ad arricchire il loro regno di molte anime.
Queste
verità vedute al lume della ragione e della Fede da: un famoso Poeta, io so per
ragguaglio di persona sua o domestica o conoscente che gli cagionarono molte
volte raccapriccio per orrore e quasi sfinimento per doglia; e lo portarono,
preso in mano il libro da sè composto, a mirarlo tanquam Orbis terrarum
Phaetontem (come Tiberio chiamava Caligola); indi, come a meritevole d'un
fulmine, dargli sentenza di fuoco. Ma se stendeva la mano alle fiamme per
gittarvelo dentro, e abbruciare in esse quell'incendio del mondo, ne la
ritirava con occulta violcnza di compassione. L'amore, che gli raccordava le
lunghe e fredde notti vegliate in sette anni (chè tanti ne spese a lavorarlo)
le grandi fatiche dell'ingegno, che vi aveva ivi spremuto il sugo migliore del
suo sapere; i danni della sanità infievolita e fatta debole con la lima de'
lunghi studj, sì che non v'era ivi sillaba o verso che non gli costasse un
pezzo di vita; finalmente il publico desiderio del mondo invogliato d'averlo, e
la gloria che il merito dell'opera gli prometteva; Ahi! incantesimi erano questi
che gli rendevano intormentita la mano, stupido il braccio, e 'l cuore diverso:
onde mutando consiglio condannava sè di credulo e di crudele; e quasi in atto
di chiedere al suo libro mercè e perdono, lo baciava, sel riponeva sul cuore,
e, per racconsolarlo dello spavento del fuoco, gli prometteva per quanto prima
la luce.
Dico
vi guardi, che mai siate padri d'un simil libro, Quantunque lo conosciate
d'indole, scelerata e di costumi infami, l'ucciderlo di vostra mano, lo
sbranarlo facendone pezzi, l'incenerarlo nel fuoco, vi sarà impresa di così
dlifficile riuscimento, quanto ammazzare di vostra mano un figliuolo, e
cavargli l'anima con un colpo di coltello nel cuore: e appunto disse ne' suoi
Stromati il Maestro d'Origene: Libri sunt filii animorum. Il conoscere,
l'antivedere, che il publicarlo alle stampe sarà per caduta dimolti e per
rovina vostra, come ad uomo come a Cristiano, metterà tal volta orror nella
mente e gelo nel cuore, e sospirerete d'aver fatto quello, che tanti sospiri
tante fatiche vi costa. Ma in fine questi saranno rimordimenti della coscienza
di Cesare su le rive del Rubicone. Vi farete forza per vincere e voi stesso e
Dio; e con ciò, per altrui danno e vostro, lo passerete con un risoluto jacta
est alea.
Io
per me, se due spettacoli mi si offerissero a vedere, o il vecchio Abraam
legare come vittima su l'altare l'unico suo Isaac, con la mano sì ferma come
intrepido aveva il cuore, e, accostato alle legne del sagrificio il fuoco
alzare il coltello in atto di calarne il colpo sul collo dell'inneocente
figliuolo, senza che nè tremante il braccio nè pallido il volto nè lagrimosi
gli occhi dessero testimoniaanza d'un cuore addolorato; sì inteso all'ufficio
di Saceredote, come se si fosse dimenticato d'esser padre; o pure, se affetto
di padre sentiva, con più invidia compassione, al figliuolo che moriva,
ancorchè in lui egli, Vittima e Sacerdote uccidesse non meno sè stesso che lui,
in cui più che in sè stesso vivea: o un'ottimo Autore d'un pessimo libro, vinti
i contrasti de' suoi pensieri, de' suoi amici, di tutto l'inferno, metterlo
generosamente nel fuoco con il quella mano medesima, che l'avea a sillaba a
sillaba e scritto e bilanciato; buttando in un colpo le fatiche degli anni
passati e la gloria de' secoli avvenire, e uccidendo in un suo parto sè stesso,
perdendo con voliontario rifiuto quella vita che sola tien vivo dopo morte,
dico la fama ne' posteri: di questi due spettacoli io non so qual più
volentieri vedessi; e forse mi parrebbe più lieve, per espresso ordine di Dio,
Padre de' non nati e Vita de' morti, uccidere un figliuolo che si generò con
diletto e può risorgere con miracolo, che alla segreta voce dell'occulta
favella con che Dio parla a' cuori abbruciare un suo libro, che in concepirlo,
in partorirlo, in allevarlo costò più fatiche che non ha sillabe.
E
che? L'amore della gloria, e la speranza di trovar nome d'animo invitto, non
mossero Bruto a condannare a morte gli stessi suoi figliuoli ribelli alla
patria, nimici del publico bene? Volle condannarli come Consolo, non liberarli
come Padre, Et exuit Patrem, ut Consulem ageret. Gli sofferse il cuore di
vederli legati al palo, giovani di bellissimo aspetto, e basta dire figliuoli:
Et qui spectator erat amovendus, eum ipsum Fortuna exactorem supplicii dedit.
Ma egli ne poteva di meno: Chi dunque gli temperò sì duro il cuore, o chi gliel
cavò per quel tempo, mentre e comandò e mirò intrepidamente le morte de'
figliuoli? Vicit, amor Patriae, laudumque immensa cupido. Dunque avidità di
gloria tanto può che fa infino di padri carnefici? ma dove in uno stesso si
perde e il figliuolo, e la gloria che da lui s'attendeva, quanto è più eroico
atto l'ucciderlo, poichè non prende per farlo forza altronde che dall'amore
della virtù? Ma sperare d'aver mai uno spettacolo sì beato, e vanità. Pur
s'impetrasse, che le sordidezze, quelle che affatto sentono del brutale, si
togliessero e restasse il libro, se non buono, almeno non pessimo. Ma ancor
per, questo s'ode quella risposta, data già al Senato di Roma, mentre si
deliberava di scemare il Tevere con diramarlo, e torgli l'acqua de' fiumi che
vi mettono, per assicurare la città dalle spesse inondazioni che la
sommergevano: Ipsum Tjberim nolle prorsus accolis fluviis orbatum minore gloria
fluere. Non soffrono, che scemino d'una stilla, che calin d'un'apice i loro
componimenti. Parrebbero loro mostruosi, se fossero tronchi; essendo veramente
mostri, con essere interi.
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