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Che
chi errò scrivendo non dee rifiutare l'ammenda: e chi non sa non dee prendersi
a correggersi nè condannare altrui. Non v'è uomo in terra d'ingegno sì limpido
e cristallino, che in ricevere la luce della Sapienza non getti qualche ombra,
chi più chi meno opaca e torbida d'Ignoranza. Le nostre anime, diceva un Savio
antico, fuoco da sè limpidissimo e tutto luce, perchè sono congiunte a questa
grossa materia de' corpi che avvivano oltre la pigrezza che loro ne viene anche
co' fecciosi vapori s'infoscano; onde a guisa di fiamma confusa e rammescolata
con fumo, perdono in gran parte e la vivezza del moto e la chiarezza del lume.
E quinci è la difficoltà nel cercare, e l'incertezza nel conoscere la verità
pertanto, hanc veniam petimusque damusque vicissim, di poter qualche volta non
colpire nel centro senza esser perciò cace dal circolo de' Dotti; così come la
Luna, ancorchè cada in eclissi e resti oscura, non per questo viene sbandita
dal cielo.
E
veramente non sono da sofferirsi coloro, che o vendono i proprj scritti o
difendono gli altrui come Oracoli d'infallibile verità, come oro di
ventiquattro carati, senza mischianza d'errore, senza lega di falso. De'
proprj, odano S. Ambrogio, che molto acconciamente li paragona a' figliuoli,
verso de' quali l'amore turba il giudicio, onde quanto s'è loro buon padre,
tanto suol'essersi cattivo giudice: Unumquemque fallunt sua scripta, et
auctorem praetereunt: atque ut filii etiam deformes delectant parentes; sic
etiam Scriptores, in decores quoque sermones palpant. Degli altrui, leggano,
oltre molti altri luoghi di S. Agostino, la III delle sue lettere, dove dice,
suo costume essere non adorare gli Autori ma la Verità, non i loro detti ma la
ragione; partendosi da essi dalla ragione si partono: talis sum ego in scriptis
aliorum (finisce egli la lettura); tales volo intellectores meorum. Di questo
persuasi i Savj, prima di publicare i loro scritti, costumano di suggettarli
all'esame e alla censura d'un'amicougualmente avveduto e fedele, che, dove li
truova manchevoli, dica loro come gli antichi schermidori a' loro scolari:
Repetere. Che se solo dopo essere usciti alla publica luce si conoscono
difettuosi, essi stessi da sè lì corregono, ritoccandoli come Pittori, che non
vantarono lor lavorio per opera a rigor di tutt'arte perfetta, ma vi scrissero
a piè il Faciebat di Poligleto e d'Apelle: Tamquam inchoata arte, et
imperfecta; ut contra judiciorum varietates superesset artificit regressum ad
veniam, velut emendaturo quidquid desideretur, si non esse interceptus. E di
ciò diede esempio il grande Ippocrate, che non si reco a vergogna il ritarre
alcune cose che scritte avea delle Suture del capo.
Ma
perciochè tal volta o lo Scrittore, se non tardi non s'avvede degli errori
suoi, de' quali senza, volerlo si fece publicamente maestro stampandoli; o
lascia prevenirsi da altrui nel prescrivere loro opportunamente l'antidoto, e
darne l'ammenda; quando ciò avvenga, chi è saggio conoscitore, e ragionevole amico
del dovere, non se lo ascrive ad onta, non se lo reca ad ingiuria, nè se
n'adira: imperciochè non vuole, che come già i Romani, mentre erano affatto
ignoranti delle Matematiche, regolavano le publiche azioni con uno sregolato e
bugiardo orivolo a Sole, non enim congruebant ad horas ejus lineae, così gli
errori suoi sieno publica regola dell'altrui sapere. Nimis enim, perverse
seipsum amat, disse il grande Agostino, qui et alios vult errare, ut error suus
latea.
Anzi
essere ajutato a disingannare e sè, e, quello ch'è più, il Mondo, tanto
dovrebbe esser caro ad ognuno, tanto obligato è ognuno ad amare la verità. Ed
eccovi in alcune poche sue parole il senso, che di ciò ebbe lo stesso S.
Agostino; uomo, non so se d'ingegno o di modestia maggiore: Non pigebit me,
sicubi haesito, quaerere; sicubi erro, discere. Proinde quisquis haec legit,
ubi pariter certus est, pergat mecum; ubi pariter haesitat, quaerat mecum: ubi
errorem suum cognoscit, redeat ad me; ubi meum, revocet me.
E
questa, di che ho fin'ora parlato, la parte della modestia di chi scrive.
Niente minore deve esser quella di chi legge: non prendendosi la professione di
correr solamento a gli errori di chi scrive per condannarli, come gli Avoltoi
a' fracidi carnami, o i Corvi alle carogne per pascersi; facendolo di più con
tanta libertà, come se non vi fosse altro in che non si potesse errare, che
notando gli errori de gli altri. E pure verissimo è l'aforismo di S. Ambrogio:
Saepo in judicando majus est peccatum judicii, quam peccati illius, de quo fuerat
judicatum. Questa è scortese maniera di molti, qui obtrectatione alienae
scientiae famam sibi aucupantur; Ferulasque tristes sceptra Paedagogorum con un
sopraciglio censorio tengono sempre alzate sopra i gli Autori che leggono, per
isferzarli; godendo non meno essi d'usare con questo la sferza, che altri lo
scettro. Quindi sono nate le tanto liti, le apologie per non dire i duelli, e
le tragedie di mille Autori, anche di non ordinario sapere, che in questa
maniera d'armeggiare hanno gittato molto tempo e molto sudore; ma con che pro?
Bella geri placuit, nullos habitura triumphos, materia a me par questa da non
passarsi affatto a chiusi occhi. Eccovi dunque, intorno ad essa alcuni pochi
avvisi.
Primo:
Che un'uomo, che non ha altro che la lingua e la pancia (come Antipatro disse
di Demade), voglia prendersi a fare il Saggiatore degli scritti d'oro de'
valen'uomini; trovando in essi quanto v'è di puro e quanto di lega, condannando
ciò che non intende, ributtando ciò che non gli piace, e rodendo ciò che non può
masticare che una vil feminuzza, presa in vece di fuso la penna, scriva contra
diviii Teofrasto, e, tacciandolo d'ignorante e di scemo, rinnuovi gli antichi
mostri delle favole: che una superba Onfale condanni il grand'Ercole dalla
mazza alla rocca, e dall'uccider mostri al filare che un Demostene, cuoco di
Valente imperadore, quasi se gli fosse stata la cucina scuola di Sapienza e le
stoviglie libri qualifichi la Teologia del magno Basilio e la ributti come
vivanda senza sale e Sapienza senza sapore: che un, Messer Gio. Lodovico tratti
il dottissimo S.Agostino da ignorante, e pretenda (Sus Minervam) insegnare, le
vere forme di Logica a quel grande Agostino tutto mente, a quell'ingegnoso
Archimede, che contra i nemici della Verità e della Fede seppe fare tanti
fulmini quanti argomenti, prendendo da chiarissimi principj quasi raggi dal
Sole le proporzioni, e unendole con le forme dialettiche al punto d'infallibili
conseguenze: non è questo lo stesso, che vedere Mures de cavernis exeuntes
corvere una paglia per lancia in petto a Lioni? Ranocchi delle paludi non solo
intorbidar l'acqua a Diana, ma volersela ingojar bell'e intera; Giumenti collo
sconcio ragghiare delle loro dissonantissime trombe atterrire e mettere in fuga
i Giganti?
In
vedere costoro, e altri lor pari, postillare cassare, correggere gli scritti di
que' valent'uomini, mi ritorna alla mente e quasi mi viene inanzi a gli occhi
quell'indiscretissimo Asino, che con la bocca avvezza a gli sterpi, a' bronchi,
alle spinose pinnocchie de' cardi osò lacerare e mangiarsi tutta l'Iliade del
Poeta Omero; con tanto maggior vergogna e disavvetitura di Troja, sì come disse
un Poeta, quanto che già un Cavallo più onoratamente, ora più vilmente un'Asino
la distruggeva.
Moriva
Aristide, Greco: uomo di virtù guerriera, provata a più d'un cimento: e moriva
di veleno preso dalla morsicatura d'un certo piccolo animaluccio, che l'avea
punto. Non incresceva al valent'uomo il morire, ma il morire da vile; cioè non
isquarciato da un Lione, non pesto da un'Elefante, non isbranato da una Tigre,
ma punto da un'infelice bestiuola. Simile a me par che potesse essere il dolore
di que' grandi Maestri del Mondo, vedendosi impugnati, ripresi, condannati, non
da uomini per Lettere o per ingegno eccellenti, ma da un cuoco, da una femina,
da un pedante. Che se le stelle (disse Cassiodoro) vedendo in un'orivolo a Sole
imitati e quasi scherniti col piccol moto d'un'ombra, gl'immensi periodi della
lor luce, se avessero sdegno, confonderebbero per isdegno il Cielo, e 'l Mondo,
e incomincerebbero altri movimenti, altri giri, meatus suos fortasse
deflectere, nt ne tali ludibrio subjacerent; che vi pare farebbero ora tanti in
ogni professione di Lettere oracoli di Sapienza, se nel silenzio de' loro
sepolcri potessero udirsi tacciare chi di cieco, chi di scimunito, chi
d'inescusabilimente ignorante? e questo da uomini, non che non tutto savj, ma,
Se dal senno si misurino, ne pur tutt'uomini; che per guadagnarsi appresso il
volgo degl'ignoranti e nome e credito d'Ercoli e di Sansoni, svellono i peli
dal mento a' già morti Lion.
Secondo:
Molte volte avviene, che sia nostra ignoranza quello, che in altrui ci sembra
errore; e ci si potrebbe per avventura dire ciò, che molti savj e santi Vescovi
dissero all'Apostata Imperadore Giuliano, che lesse sprezzò una dottissima
Apologia di Santo Apollinare: Legisti, sed non intellexisti; si enim
intellexisses, non improbasses.
Gli
antichi Romani, nell'esercizio dell'armeggiare in che tenevano la soldatesca,
d'ogni tempo occupata, davano per prima regola di ben colpire, non iscoprirsi
alla spada del nemico; sì che schermendo egli il colpo, nell'atto medesimo
ferisse ove l'armi non difendevano, prima che riaver si potesse la spada dal
tiro, e rimettersi, con perdita di più tempi, in guardia. In qua meditatione
(disse Vegezio) servabatur illa cautela, ut ita Tyro ad inferendum vulnus
insurgeret, ne qua ex parte pateret ipse ad plagam. E prima regola appunto di
chi prende la penna contro d'uno Scrittore de' essere, ove si condanna l'altrui
ignoranza, non mostrare la propria. Altrimenti, se, entrando in un laberinto,
per cavarne chi ci va errando, voi non avete filo con che uscirne, sarete la
burla di Diogene, che si rideva de' miserelli Grammatici, tutt'intesi a
rintracciare gli errori d'Ulisse, mentre intanto non veggono i proprj.
Non
bisogna prendersi a mordere altrui, inanzi che sieno nati i denti della
Sapienza, che (conte avvisa Aristotele) spuntauo tardi. Conviene esser
doppiamente fornito a Lettere e ad ingegno avendo a correggere chi errò, sì che
e l'errore sia certo, e la correzione incolpabile. Ed oh quante volte avviene,
che, per non essersi bastevolmente inteso il vero senso dello Scrittore, si
fanno i colpi di Muzio Scevola, che, credendosi d'uccidere il Re, ammazzò il
servidore! S' impugna, come detto dall'altro,' ciò ch'egli nè disse nè sognò, e
contro una fantasima s'armeggia alla disperata che se, non avendo occhi di
veduta bastevole, ci fossimo serviti, di quegli d'un'avveduto amico, ci avrebbe
fatta riporre la spada, come la Sibilla ad Enea, perchè non ferissimo indarno
l'Ombre, con molta nostra fatica, e senza alcun lor danno.
Terzo:
Non si vuole attizzare alcuno che viva, misurando il suo sapere adeguatamente
da gli scritti che publicò; conciosiccosachè, in chi s'attizza, lo sdegno molte
volte divenga ingegno, svegliandosi tutti gli spiriti prima addormentati, e
correndo ove il bisogno li chiama; così, come in lucernis oleum fluit illo, ubi
exuritur. Quanti, che si teneano in seno nascose e sepolte le vene d'oro di
bellissimi ingegni e di prezioso sapere, punti da chi volle (stimandoli poveri
di Lettere) provocargli, le hanno fatte al mondo palesi, dando a' loro emuli il
mal pro d'averli attizzati? nella maniera, che tal volta le rupi gravide di
ricchi, ma occulti metalli, percosse e spezzate da un fulmine, mandando per le
aperture della ferita i saggi di quel prezioso che dentro nascondono, fanno
vedere, che sono monti d'oro e d'argento quelli che si stimavano essere non
altro che oziose masse di sassi. Quanti, che sembravan cervelli freddi, e duri
come le selci, provocati al cimento della penna, appunto come selci percosse,
hanno mandate, non che scintille per rilucere, ma vampe e fulmini per ferire?
Qual più insensato e più, stolido animale d'una Giumenta? Pur' eccovi quella
dell'avarissimo Balaam, che, percossa con più sdegno che ragione, divenne in
sua difesa un Demostene. Balaae (disse Crisostomo) erat Asinus, animal omnium,
hebetissimum; nec minus bene se defendit apud. eum, qui ipsum pulsabat, quam
homo praeditus ratione. Non sanno ancora i mutoli (come del figliuolo di Creso
si dice) a difesa delle cose loro per natura congiunte, snodare la lingua; e
con miracolo di quel naturale amore a cui nulla e miracolo, dire ciò che mai
non impararono a dire? Oh quanti, sia invidia, sia rabbia di contradire, sia
ambizione di fabricarsi su le rovine altrui concetto di valent'uomo, imitando,
dice Teodoreto, quel Semei che si fece al mondo famoso con lapidare un Re, e Re
sì santo e sì innocente com'era David, hanno con le punte e punture delle lor
penne troppo acute attizzati di che creduti Agnelli, e provati Leoni, han fatto
loro desidare di ritirarsi dallo steccato i ma indarno, e tardi; perchè
Galeatum, sero duelli poenitet.
Hanno
seminati, come Cadmo, detti mordaci, quasi denti di serpe velenosa; si sono
dipoi atterriti, vedendone nascere di repente un'esercito d'armati, Messis cum
proprio mox bellatura colono.
Hanno
presa (come disse Archiloco a chi fuor di ragion, volle provocarlo) la Cicala
per l'ali e udendone poscia le grida, vorrebbono o non aver' avute mani per
prenderla, o non avere orecchi per sentirla. L' hanno attaccata come Marsia con
Apollo, credendo essere un Pastore quello ch'era un Dio; quando poi si son
veduti scorticar come un Bue, hanno chiesta pietà, hanno offerte promesse: ma
indarno; chè chi voleva la pelle non s'è lasciato dar parole, nè vincer dalle
preghiere chi fu vincitore del canto. In fine si son trovati come in mezzo alle
vipere, e a gli aspidi, nè hanno saputo di chi lagnarsi fuor che di sè soli,
che vi si andarono a mettere temerariamente in mezzo: tardi avvertiti, e
queruli senza pro; come quell'infelice esercito romano, che, trovati in Africa
più mostri che uomini nemici, con chi guerreggiare, diceva:
Nihil,
Africa, de te,
Nec
de te, Natura, queror, Tot monstra ferentem,
Gentibus
ablatum, dederas serpentibus, orbem.
In
loca serpentum nos venimus.
Un
tal fu Ruffino, che a gran suo danno punse e provocò San Girolamo, e volle
essergli anzi emulo che amico. Dipoi provando com'egli avesse e destra in colpire
e pesante in ferire la mano, volle sottrarsi dalla mischia gridando, sè essere
senza sua colpa punito. Amore di verità non passione di sdegno avergli guidata
la mano mentre scrivea. Non doversi fra Cristiani, fra Monaci, prendere i tiri
di penna come colpi di spada. A cui S. Girolamo, Esto, disse, me nescius
vulneraris: quid ad me, qui percussum sum? Num ideirco curari non debeo quia tu
me bono animo vulnerasti? Confossus jaceo, stridet vulnus in pectore, eandida
prius sanguine membra turpantur; et tu mihi dicis: Noli manum adhibere vulneri,
ne ego te videar vulnerasse?
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