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Avvisi
intorno al pericoloso mestiere di scrivere contro altrui e alla maniera di
difendere sua ragione.
Non
basta, per avviso di chi sa poco e ardisce molto, aver fin'ora detto, come un
Calzolajo, che di suo mestiere non s'alza ultra crepidam, non de' voler salire
fino alla faccia, e condannare un volto di sdegno e dipinto da Apelle, il cui
magistero, com'egli non ha occhi dotti sì che l'intendano non dee avere lingua
ardita di condannarlo. Resta ancora a dirsi di ciò che richieggono i contrasti
fra gl'intendenti perchè riescano a livello della ragione, e conforme alle
misure del retto; sieno poi essi o impugnazioni degli altrui scritti, o difese
de' proprj. E quanto allo scrivere contro altrui, come l'amore della verità
convien che sia quel solo, che metta in mano la penna, e in certo modo faccia
lo Scrittore suo Cavaliere; così la modestia dee essere la maestra, che insegni
l'arte di maneggiarla, usandola non come lancia di Soldato, ma come lancietta
di Circugico, contro all'errore per ammenda, non contro all'autore per offesa:
mostandosi in ciò buono scolare della divina Sapienza, il Verbo; la cui bocca
nelle Cantiche si paragona non alle rose, che pure sono di colore che più
d'ogni altro fiore rassembra le labbra ma si assomiglia a' gigli: e questo non
tanto perchè la candidezza della Verità, propria e naturale della bocca di
Cristo senza pittura o abbellimento forestiere da sè sola bastevolmente
risplende, ch'è ingegnosa posizione di Teodoreto; ma ancora perchè il giglio è
un fiore non meno innocente che bello, senza spine o ruvidezza che aspro e
pungente lo rendano. Flos sublimis, disse Sant'Ambrogio di Cristo ritratto nel
giglio, immaculatus, innoxius; in quo non pirarum offendat asperitas, sed
gratia circumfusa clarescat.
Le
stelle, mentre contra Sisara combatterono, non ruppero l'ordinanze, non usciron
di posto, nè si scomposero in farlo: Manentes in ordine et cursu suo, adversus
Sisaram pugnaverunt. E tanto è di dovere che faccia chi si prende a scrivere
contro altrui, che pur' è un combattere non senza vittoria, ancorchè senza
sangue. Conviene avvertire, che incorrer che incorrer le lance delle sue
ragioni non si perdan le staffe, e con questo il merito d'ingegnoso resti vinto
dal difetto d'appassionato: che non si calchi il fasto di Diogene, rendendosi
condannevole coll'atto medesimo di condannare.
Il
convincere uno d'errore, è mettergli la mano nella piaga, e toccargliela fino
al fondo; operazione da farsi con isquisita delicatezza, perchè la cura non
metta spasimo, dove la piaga faceva solo dolore. Ippocrate discretissimo
comanda, che gli occhi degl'infermi come parte troppo delicata s'asciughino con
sottilissimi panni lini, e le ferite si nettino con morbissime spugne, e l'un'e
l'altro si faccia destrissimamente e con somma leggerezza di mano. E prima di
lui il Protomedico San Raffaello ordinò al giovinetto Tobia, che nella cura
degli occhi del cieco sua padre, prima d'applicarvi il fiele per medicina gli
desse un bacio per amore: Osculare eum; statimque lini super oculos ejus ex
felle isto. Uguale avvedimento ci vuole in chi pretende illuminare gli occhi
dell'ingegno di chi erra; facendo, che il fiele del rimproverare altrui il suo
errore (che, quando bene non fosse altro che publicarlo, pur' è collirio di
grande amarezza) non sia disunito dal bacio, nè il bacio disgiunto all'amore.
Carneade Academico, volendo scrivere contra Zenone padre della rigida Setta
degli Stoici, con una traboccante presa d'elleboro si nettò da' cattivi umori e
massime della bile lo stomaco, acciochè i loro fumi non gl 'intorbidassero in
quell'azione importunamente l'ingegno. Ne quid e corrupts in stomacho humoribus
ad domicilium usque animi redundaret, disse Gellio di lui. Chi ha purgato il
cervello e sa quanto basta per ciò che intraprende ad impugnare, non lasci di
purgare le amarezze della bile; sì che sia ugualmente incolpabile la dottrina,
e la sua dettatura. Accordi gli affetti dell'animo alla musica della ragione;
onde lo stile, con che si recita il fatto suo, non abbia nè durezza nè
dissonanze. Non esca a combattere prima di fare alle Grazie quel sacrificio,
che l'amenissimo, Platone al ruvido Senocrate consigliava. Poi vada come que'
savj e forti Spartani, ch'entravano in battaglia non al suon di strepitosi
tamburi, ma di ciaramelle e di flanti. Ut modestiores modulatioresque fierent,
disse Tucidide appresso Gellio. Altrimenti, chi non è come voi appassionato,
vedendo le scomposte vostre maniere, ne avrà nausea e disdegno. Si dirà anche a
voi come a Filemone suo antagonista, e per ignoranza de' Giudici ancor
vincitore, diceva il Poeta Menandro: Quoeso te, bona venia, dic milu: cum me
vincis, non erubescis? Fate quantunque buoni sapete i colpi, se non siete altrettanto
modesto quanto efficace, guadagnerete il titolo di quel crudo, Cirugico di
Roma, che per la fierezza con che indiscretamente tagliava, perduto il nome di
Cirugico, l'acquistò di Carnefice.
Più
malagevol cosa è, che stia a segno di ragione chi provocato pare che abbia cosi
più libero il risentirsi, com'è: ragionevole il dolersi. Questa è una di quelle
non ordinarie tempeste, per cui è necessario il Timone di Rispetto d'una
straordinaria padronanza de' suoi affetti, sì che or con ischerma e or con
forza si deluda si rompa la gagliarda, e gl'impetuosi assalti dell'onde. Quel
moderamen inculpatae tutelae fin dove è lecito giungere nel difendersi, è una
linea sì difficile a toccarsi senza trascorrerla, come a chi corre giù per la
china d'un monte malagevol riesce, in quello anzi precipizio che corso, essere
a ubbidito da' suoi piedi e dalla mole tutta del corpo, sì che di lì, ove
doveva fermarsi, non si traporti più oltre alcuni passi. S' io taccio, parrà
che da me stesso io mi confessi reo. S' io non rispondo ardito, sembrerà
rimordimento di colpevole coscienza quello, che sarebbe dettame d'innocente
modestia. Così diverrò il zimbello degli Scrittori, e lo schermo del Mondo: chè
anche alle statue di Giove i Ragni fanno le tele intorno al volto e su la
barba; nè temono il fascio de' suoi fulmini, perchè sta in mano a' un Dio di
legno insensibile e insensato. Rispondere ad uno, sì che ne porti stracciati i
panni e livido il volto, sarà avvisare in un solo tutti gli altri, che si
guardino d'aguzzare troppo arditamente le penne contro chi sa voltarle in
saette, e rispondere ad inchiostro con fiele e a punture con piaghe. Così
cadono i fulmini dalle nuvole, paucorum periculo, multorum metu. Uno ne arde
per pena, tutti ne gelano per timore e la morte d'un solo insegna a molti a
temere il Cielo anche sereno, raccordando com'ei fulmina quando è cruccioso.
Con ciò molti vi sono, che abbandonandosi allo sdegno, per dir loro ragione,
metton da parte ogni ragionevolezza. E non s'avveggono i ciechi, che sdegno in
chi disputa è d'ordinario argomento di debolezza e segno di perdita; sì come la
quiete e 'l riso è testimonio di vittoria. Così quel Principe, amico di Sidonio
Apollinare, allora si stimava vincitore nelle dispute, quando lo sdegno
dell'avversario lo confessava. Oblectatur commotione superati; et tunc demum
credit sibi cessisse Collegam, cumfidem fecerit victoriae suae bilis aliena.
Di
più, sì come ad ogni opposizione di qualunque emulo non vuole rispondersi (onde
per ciò bellissimo parve quel detto di Senocrate la Tragedia non degnar di
rispondere all'ingiurie che la Commedia le dice); così ancora non ogni
opposizione, a cui si debba risposta, vuole una tempra medesima di risposta.
Quando le saette non forano altro che la pelle a che dibattersi e smaniare, come
se ci avessero trafitte le viscere? basta, far come l'Elefante, che di cento
saette si scarica con una leggiere scossa di vita, e
Mota
cute discutit hastas.
Anzi
si ha tal volta sì manifesta la sua ragione, che di vantaggio è mostrare quel
che si potrebbe dire senza nè pur degnare di dirlo. V' è animale o meglio
armato per sua difesa, o più pronto all'altrui offesa dell'Istrice? Il Porco
spino, disse il Poeta,
Externam
non quaerit opem. Fert omnia secum;
Se
phareta, sese jaculo, sese utitur arcu.
Unum
animal cunctas bellorum possidet artes.
Ma
contra chi l'attizza ancorchè ell'abbia tutte le spine del suo corpo come
saette in cocca, non però tutte le lancia;e ciò che può con una, non fa con
due; e se basta minacciare, non ferisce;
Iraque
numquam
Prodica
telorum, caute contenta minari,
Solo
rizza le spine, e, quasi mettendole su l'arco pare che dica a chi l'offende:
Che sì, che sì. Questa maniera d'Apologia usò Tertulliano scrivendo contra i
Valentiniani. Ostendam (disse), sed non inprimam vulnera. Si ridebitur alicubi,
materiis ipsis satisfiet. Multa sunt sic digna revinci, ne gravitade adorentur.
Ma
quando o l'importanza della materia o l'insoffribile acerbezza di chi provocò
non lascia che si taccia o dissimuli, prendasi seriamente la difesa, e vi s'adoperi
ciò che sa e ciò che può l'ingegno, l'arte, la ragione, e l'eloquenza. Si
tuoni, si fulmini; ma sieno i fulmini non composti di zolfo puzzolente per
ammorbare il mondo, ma di purissima luce per rischiarare la verità. Non
lanciati sregolatamente dal furore, ma librati giustamente dalla ragione. Vi
sia, come in Giano Dio della guerra, volto di giovane e di vecchio, gagliarda e
senno, forza e maturità, impeto e moderazione. Non abbia il Crisostomo e
lamentarsi quod tanquam Lupi in adversarios ruamus, saepe sine victoria: Qui
tamen vinceremus, si Oves essemus, a pastoris auxilio non recedentes, qui non
Luporum sed Ovium pastor est. Felici le Lettere, se i loro Maestri usassero fra
sè l'emulazione e i contrasti nella maniera, con che già amichevolmente contesero
Protogene e Apelle nel tirare in mezzo ad una sottilissima linea un'altra linea
più di quella sottile, senza uscire un punto dal dritto. Se le acutissime e
splendidissime armi dell'ingegno fossero, come di certe altre disse Cassiodoro,
Arma juris, non furoris, raggi di verità non saette di maldicenza. Ma in fine
la sperienza dimostra, che le liti dell'ingegno, di civili ch'esser dovrebbero,
per lo più diventano criminali: onde meglio sarebbe, al giudicio mio, quando
l'interesse del publico bene altrimenti non persuada, voltar le spade e le
lancie in vomeri e in marre, e cultivare l'ingegno suo anzi che combattere
contra l'altrui. Che seppure il solletico di contraddire non ci lascia viver
quieti altrimenti che inquietando altrui mancano (come scrisse Girolamo ad
Agostino, ricusando di venire con lui a cimento d'ingegno e a disputa), mancano
publici Maestri d'errori, Eretici, Ateisti, Politici da impugnare? Si lascino
gli uomini e s'uccidan le fiere. Dicasi con Entello, quando in vece di Darete
nemico, ammazzò un bue:
Erice,
a te quest'alma
Più
degna di morir offrisco in vece
Di
quella di Darete. E vincitore
Qui
'l cesto appendo, e qui l'arte ripongo.
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