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DAPOCAGGINE
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Inganno di
chi pretencle studiar poco, e saper molto.
Noi
è d'Ippocrate solo, non d'Aristotile e di Teofrasto, ma di tutte le lingue del
mondo, publica voce e concorde querela, essere il Cielo con noi avarissimo di
quel tempo, di che a' Corvi, a' Cipressi, a' macigni è stato sì prodigo.
Toccarci per arti troppo lunghe e troppo difficili vita troppo brieve, per
immensi viaggi scarsissimo viatico. Si sono smarrite quelle tempre d'acciajo
che rassodavano, quegli Elixir vitae che vivi imbalsamavano gli uomini; sì che
vedendosi da presso i mille anni, si risolvevano d'uscire del mondo più per
esser sazj di tanto vivere, che per avere obligo di morire. Noi, come fiori,
che jeri nacquero, oggi son vecchi, e dimani cadaveri, abbiamo sì corta la
vita, come se per altro non nascessimo che, per morire. Quella che negli antichi
era fanciullezza, in noi decrepita, le loro decime sono nostre eccessive
ricchezze, i loro avanzi nostri tesori; sì che della canutezza disse con ogni
verità e ingegnosamente l'Alessandrino, e Tertulliano: Haec est aeternitas
nostra. Se il conoscere a questo modo, che brevissima è la vita, ci persuadesse
a spenderla come brevissima; sarebbe grazia quella, che pena ci pare.
Intollerabile cosa è dolersi, che il Cielo sia con noi avaro di tempo, e
buttarlo noi stoltamente da prodighi; usando la vita, come s'ella si misurasse
col lungo passo di molti secoli, non col brieve palmo di pochi anni. Chi v'è,
che col Principe della medicina non gridi, Ars longa vita brevis? ma intanto,
chi v'é, che solleciti per giunger presto, dove anche da' più solleciti solo
tardi s'arriva? Ad Sapientiam quis accedit? Quis dignam judicat, nisi quarn in
transitu. noverit? Quis Philosophiam aut ullum liberale respicit studium, nisi
cum ludi intercalantur cum aliquis pluvius intervenit dies, quem perdere licet?
A
gran consiglio la Natura ha posto in mezzo al Mondo, quasi nel centro
d'un'immenso teatro, l'uomo: Procerum animal (disse Cassiodoro), et in effigiem
pulcherrimae speculationis erectum; perchè ivi fosse non ozioso abitatore, ma
spettatore curioso di questo suo impareggiabile lavorio, in tanta unione sì
vario, in tanta varietà sì unito, con più miracoli che l'adornano, che parti
che lo compongono. Benchè, a chi ben dritto mira, non è stato disegno della
Natura porci in mezzo al Mondo tanto come in un teatro perché s'ammiri, quanto
come in una scuola perchè s'impari. Perciò ella ci ha acceso nel cuore
un'inestinguibile brama di sapere; e aprendoci inanzi a gli occhi tanti volumi
quante nature comprendono il cielo e gli elementi, col mostrarci in essi palesi
effetti, c' invita a rintracciare occulte cagioni. Qual gagliardia, qual forza
d'Intelligenza assistente, o pur d'intrinseca forma, è quella, che la gran mole
de' cieli con infaticabile movimento raggira? Sono le sfere de' Pianeti molti
cieli, che, raccolti nel concavo seno l'uno dell'altro, vicendevolmente
s'abbracciano; o serve a tutta quella, gran famiglia di stelle un sol cielo per
casa? Di qual sustanza composto? corruttibile, o intimortale? liquida come
aria, o rassodata e dura come diamante? Onde le macchie, onde le facelle
intorno al Sole? onde l'oscurità in faccia alla Luna? A qual fuoco s'accendono
e di qual materia si compongono le comete, e le nuove stelle, che d'improviso
compajono? Sono nel cielo forestiere, o cittadine? naturali di quel paese, o
salitevi, di quagiù? Gli sregolatti errori de' pianeti come posson ridursi a
regola senza errore? Come sapersi, come predirsi gli eclissi? Quanta è la
profondità de' cieli? Quanto il numero delle stelle? Quanta la velocità de' lor
moti? Quanta la mole de' loro corpi? I venti onde prendono l'ali al volo, gli
spazj al corso, la forza al contrasto, le qualità all'operazioni, e le stabili
misure del tempo per nascere, per durare per isvanire? Chi sospese tiene in
aria quantunque gravose le nuvole? Come se ne spremono a stilla a stilla le
pioggie,? Come dal loro ventre gravido d'acqua, si partoriscono i fulmini che
son fuoco? Chi le quaglia in nevi? Chi in grandine le rassoda? Con quali
conchiglie d'oltremare dipingono l'Iridi, con sempre un'ordine di colori e una
misura di diametro? Onde poi la salita delle fontane su le più erte cime de'
monti? Onde ne' monti d'una stessa terra, marmi di misto sì varj, metalli di
tempra si differenti? Chi dà al mare i periodi del flusso e riflusso? Chi a'
fiumi l'acque onde hanno sempre piene, benchè si vuotino sempre, le rive? La
tessitura de' fiori e dell'erbe; il lavorio de' corpi sì vari negli animali,
negli uccelli, ne' pesci; le tempre de' misti, l'armonia delle communi e delle
occulte qualità: in fine, ciò ch'è, ciò che si fa, qual'essere ha egli, e come
si produce? Saper tutto questo, a paragone di quello che potrebbe sapersi, è
saper nulla. E pure chi v'è, che questo nulla lo sappia tutto? Dunque v'è tanto
da sapere, e v'è sì poco tempo di vita per impararlo; e vorrem noi, che gli
avanzi soli, i soli minuzzoli di qualche ora ci bastino per istudio? Eccovi,
quanto v'ho detto, espresso con alcune particelle dell'ultimo capo di quel
prezioso libricciuolo di Seneca, de Otio Sapientis: Curiosum nobis Natura
ingenium dedit; et artis sibi ac pulchritudinis suae conscia, spectatores nos
tantis rerum spectaculis genuit perditura fructum sui, si tam magna, tam clara,
tam subtiliter ducta, tam nitida, et non uno genere formosa, solitudini
ostenderet. Ut scias illam spectari voluisse, non tantum aspici; vide quem
nobis locum dedit. Ad haec quaerenda natus, aestima quam non multum acceperis
temporis, etiam si illud totum tibi vindices, Licet nihil facititate eripi,
nihil negligentia patiatur excidere; tamen homo, ad immortalium cognitionem,
nimis mortalis est. Ciò intendendo que' savj. Maestri del Mondo che ci hanno
lasciate eterne chi le memorie e chi le fatiche de' loro ingegni, come faremmo
noi i piccoli diamanti,così essi preziosi, stimavano i minuzzoli di quel tempo,
di cui solo lodevole cosa è essere avaro. Era miracolo vederli in publico; e
rassomigliavauo, come nell'amore della Sapienza così anche in questo, Mercurio
Pianeta vicinissimo al Sole, e che perciò a gran fatica si vede; quasi che non
curi occhio terreno chi sta sempre inanzi a gli occhi del Sole, ed è mirato da
lui con inutile sguardo ma con larga communicazione di luce. Nella perpetuità
dello studio, erano quali nella caccia sono i Falconi del più alto
Settentrione, che quanto hanno l'ore del giorno più brievi, mentre il Sole
s'accosta al Capricorno, tanto più sono solleciti in cercare, tanto più rapidi
in seguire, tanto più animosi in assaltare e vincer la preda. Nè si
vergognavano, uomini di pelo e di pensieri ugualmente canuti, fermarsi per le
publiche vie, dovunque trovavano materia di nuove cognizioni: e come Diogene a
chi lo riprese perchè mangiava in piazza, Cum in foro esuriam, disse, quare in
foro non edam? così ad essi, il non aver cognizione di qualche oggetto era
scusa bastevole a prenderla dovunque loro si offerisse. Ciò poi, che per legge
di natura si dee dare al corpo per vivere, per vivere da essi si dava, non per
dilettarsi; e molte volte avveniva, che o con libero rifiuto in parte se ne
privavano, o immersi ne' profondi pensieri de' loro studj l'obliavano per
qualche tempo. Così Carneade dimenticatosi d'esser' uomo, mentr' era tutto
mente e tutto pensieri, sazio del soavissimo nettare di quelle nobili
cognizioni di che pasceva l'ingegno, lasciava morire di fame il corpo, se altri
a forza non glielo, ravvivava col cibo. Così Archimede, sembrava sempre fuori
di sé, mentre più che mai era tutto in sè; onde abstractus a tabula, a famulis
(disse Plutarco), spoliatus, unctus, super ipsa pelle sua mathematica schemata
exarabat. Così, per lasciarne cento altri, Demostene, conoscendosi debitore al
suo nobile ingegno d'una non ordinaria riuscita, si prese la casa per prigione,
e, radendosi il capo, s'obligò a non uscire in publico, fin che non si vedeva e
in capo i lunghi capelli e nella mente i savj pensieri che gli mancavano. Noi,
che dovremmo essere tanto più studiosi di questi quanto a paragon loro siamo
più corti d'ingegno, ci penseremo di fare non che assai ma troppo più del
dovere, se, ritogliendo alle dolcezze del sonno, alle occupazioni de' negozj, a
gl'inviti delle commodità una e quando più due ore al giorno, le daremo a gli
studj? A sì poco studio una vita di Noè ci vorrebbe: Parvis nutrimentis
quamquam a morte defendimur, nihil tamen ad robustam valetudinem promovemur. Le
stille d'acqua continuamente cadendo diventano scarpelli e cavano i marmi, è
vero: ma perché essi son marmi ed esse stille d'acqua, vi bisognan cento anni
prima che s'affondino un dito.
Udiste
mai un certo Parasito, in un'antica Comedia (sia d'Aquilio o di Plauto, ciò
niente rilieva) intitolata Boeotia, lamentarsi di colui, che, a troppo gran
danno dell'altrui gola ingegnoso, avea trovata l'arte di fabricare gli orivoli
a Sole, che, divenuti la misura dell'ore e del tempo, regolavano le publiche e
le private azioni; onde non si mangiava oramai più quando s'aveva fame, ma
quando piaceva all'orivolo? Eccovene alcuni versi riferiti da Gellio.
Ut
illum Dii male perdant, primus qui horas reperit,
Quique
adeo primus statuit hoc Solarium,
Qui
mihi comminuit misero articulatim diem,
Nam,
me puero, uterus hic erat Solarium,
Multo
omnium istorum optimum et verissimum;
Ubi
isto monebat esse, nisi cum nihil erat:
Nunc,
etiam non est quod est, nisi Soli lubet.
Itaque
jam oppletum est oppidum Solariis,
Major
pars populi aridi reptant fame.
Una
così gran voglia dovreste appunto aver voi ancora di pascer la mente col
soavissimo mele della sapienza, che le ore del sonno vi paressero secoli, e le
azioni pur necessarie al mantenimento della vita tormenti. Così quel Demostene,
di cui poco sopra vi dissi, ne avea sì gran fame, che per pascer la mente facea
digiunar gli occhi dal sonno e la gola dal cibo; onde Plus olei quam vini
expendisse dicitur, et omnes artifices nocturnis semper vigilis praevenisse.
E
questa a voi ancora de' esser legge, di non dare a quell'avarissimo Publicano
(così chiamava Clemente Alessandrino il sonno) la metà di vostra vita per
gabella. A' Sibariti, uomini animali, si dà licenza, che dalla loro città
scaccino con publico editto tutti i Galli, perchè cantando non rompano loro il
filo del sonno nelle ore più dolci: voi, che avete a servirvi del letto non per
sepellirvici dentro ma per posarvici sopra, abbiate come Pitagora un Gallo
fedele, che su l'aurora vi svegli, e vi richiami dalle piume alla penna, da'
sogni della fantasia alle contemplazioni della mente.
Non
avverrà a voi ciò, che a quell'avventuroso guerriero Timoteo, a cui la Fortuna
con una gran rete pescava città, castella, provincie, e gliele gittava in seno;
mentre intanto egli stava saporitamente dormendo. Nelle Lettere non pesca chi
dorme; perchè la Sapienza non é dono di Fortuna, ma frutto d'industria.
Imaginatevi, che Cassiodoro dica a voi solo ciò con che avvisava certi altri
del debito di loro ufficio: vigila impiger cum nocturnis avibus, nox tibi
pandat aspectus; et sicut illae reperiunt in obscuris cibum, ita tu possis
invenire praeconium. Queste sono le ore più preziose del giorno; o sia, come
insegna Ficino, privilegio di particolari influssi del cielo; o perchè i
pensieri suggellati nel più bel fior degli spiriti, la cui parte fecciosa e
grossa s'è o separata o digerita col sonnio, si presentano, senza appannarla,
allo specchio della mente, e in essa limpidissimi veggono i riflessi di quelle
prime Idee che sono forme del vero. Comunque ciò sia, la sperienza di chi lo
pratica insegna, che l'aurora è madre del mele, e che allora cascano così le
perle su le carte di chi compone, come le rugiade si stillano nelle conchiglie.
A
chi dorme in questo modo, il sonno riesce non solo quale lo chiamò Tertulliano,
recreatorem corporum, redintegratorem virium, probatorem valetudinum, pacatorem
operum, medicum laborum; cui legitime fovendo dies cedit, nox legem facit,
auferens rerum etiam, colorem; ma, com'egli, per altro, soggiunse, Maestro di
resurrezione per più beato uso di vivere.
Una
voce d'Angiolo in bocca d'una bestia, è quel bellissimo detto d'Apollonio
Tianeo; qui ajebat (riferisce Filostrato), oportere recte philosophantes
adveniente aurora cum Deo versari, procedente die dè Deo loqui reliquum tempus
humanis rebus et sermonibus dare. Per gli usi della mente, in qualunque materia
ella s'adoperi, non v'è tempo migliore che il primo, spuntar dell'aurora; in
cui pare, che per un certo occulto consenso così nasca la luce a gl'ingegni,
come il giorno risuscita al mondo. Dunque: Beati qui seipsos assimilant
Angelis, ita vigilando.
E
questo non ha ad essere sforzo di pochi giorni, ma legge ordinaria di nostra
vita, che nel ripartimento delle ore del giorno, dia e le prime e le più, per
ordinario, allo studio. Almeno dovremmo poter dire come Apelle, quel gran
maestro dell'antica pittura, non esserci passato nè pure un giorno, in cui non
abbiamo, se non disegnato interamente un volto, certo tirata almeno una lirica.
Il lume e la fiamma mentr' è viva e accesa, si conserva con poco; ma se si
lascia spegnere e morire, molto ci vuole per riaccenderla. Non siamo come il
Nilo, il Negro, e certi altri fiumi, che, prima di giungere al mare, tante
volte si seppelliscon sotterra e tante risorgono. Si perdono per occulte vie o
più tosto voragini, indi sboccando di nuovo si truovano. Hanno cento capi,
nascono cento volte, e sono sempre dessi, e nol sono mai. Interromper gli studj
con certe lunghe pause, fatte più per incostanza di genio che per necessità di
grandi affari, questo è un cominciar molto, un seguitar poco, e un non finir
mai.
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