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Segni
d'uomo ingegnoso, presi dalla Fisonomia, sono di poca fede.
Gli
antichi architetti, per legge più di giudicio che d'arte, nel fabricare un
tempio a qualche Dio, de' Ordini greci, Dorio, Ionico, e Corinzio sceglievano
quello, che alla natura del Dio a cui fabricavano il tempio meglio sì
confaceva. Perciò il Dorico, Ordine grave e severo, usavano per li Dei
guerrieri, Ercole, e Pallade; il Corinzio, Molle e lascivo, per Venere, Flora e
Proserpina, e le Ninfe de' fonti; l'Ionico moderato, per Giunone, Diana, Bacco,
ed altri lor somiglianti.
Questa
legge medesima sono di parere alcuni Platonici e tutti i Fisionomi, che la
natura abbia rigorosamente osservata nel fabricare i corpi, che sono i tempj dell'anima:
sì che essendovi altre anime guerriere, ed altre vili; queste svegliate e
ingegnose, quelle stupide e insensate; molte servili, alcune quasi reine, nate
a comandare; confacevoli ancora a gl'interni lor genj e alle lor tempre abbia
disegnate l'esterne fattezze del volto, e usata tale l'architettura del corpo,
qual'era l'inclinazione dell'animo. Quindi ha presi l'arte del conghietturare i
suoi principj; onde, da ciò che in altrui si vede, quello, che sta nascoso
ritrae e argomenta. E come che della qualità de' costumi buoni e rei, molti e
varj, e bene spesso fra loro repugnanti, diano gl'indicj dell'ingegno in chi
stupido, e in chi penetrante e acuto si truovi; tanti per saperlo ne danno,
come se un Proteo nelle naturali fattezze della sua faccia, e non un'ingegno
nelle sue qualità, conoscere si dovesse.
Ma
perchè molti di questi maestri indovini, più alle fattezze e alla tempra
d'alcuni pochi ingegnosi che all'universali occultissime cagioni dell'ingegno
attendendo, hanno fatto i volti di pochi stampa commune di tutti, tanto che
dicon del Porta, che, come s'egli fosse l'Alcibiade onde ricavar si dovessero
le fattezze d'un vero Mercurio, copiando sè stesso, da' particolari suoi segni
formò le universali e quasi uniche conghietture,d'un'eccellente ingegno; quindi
è, che sì fallace riesce, dalla sembianza e da' lineamenti del corpo indovinare
la vastità, la sottigliezza, la velocità, la profondità d'un'ingegno. Riferirò
io qui, ma senza grande sforzo per rifiutarli, i più communi segni, che di
questa materia si danno dalla scuola del conghietturare. E prima:
Negano
i Platonici potere star' in uno stesso uomo bellezza d'ingegno e deformità di
corpo. Quel trino di Venere con la Luna, ch'è il suggello con che le stelle
stampano i più bei volti, aver consonanza co' numeri che contemprano l'anima, e
l'accordano al moto della prima Mente. Pitagora, quell'anima di luce, essere
stato di sue fattezze sì bello, che gli scolari suoi, altri lo chiamavano,
altri lo credevano Apollo vestito da Pitagora, o Pitagora copiato da Apollo. Nè
manca la sua ragione al detto: conciosiecosachè la bellezza altro non sia, che
un certo fiore, che su questa terra del corpo dall'anima, quasi seme nascoso,
si produce. Sì come il Sole, se una nuvola lo ricuopre, per essa traluce co' più
sottili suoi raggi; e sì bella la rende, che non più vapore colto da terra,
sordido e oscuro, ma oro infocato, e quasi un'altro Sole rassembra. Non
altrimenti un'anima, che sia come un Sole di luce, dentro alla nuvola di questo
corpo che la ricuopre e nasconde, traluce co' raggi di sua bellezza, sì che
bello ancor lui, oltre misura lo rende: e questa è quella, che Plotino chiamò
Signoria, che la Forma ha sopra la Materia.
Che
se poi si conceda, che senon in corpi a sè somiglianti, non vengano l'anime, nè
si faccia nodo di sì stretta amistà, senon dov'è somma similitudine; chi non
vede non potersi unire anima bella a corpo deforme? Nè state loro a dire,
Esopo, nato, se mai verun'altro, con la Luna ne' Nodi, essere stato un Tersite;
Crate non un cittadino di Tebe, ma un mostro d'Africa; Socrate sì mal fornito
di bellezza, anzi di stampa sì grossa, che Sopiro Fisionomo lo diede per Idea
d'uno stupido e insensato: Alcibiade lo chiama un Sileno; così dichiarando di
fuori mezzo fiera, ma dentro più che uomo: e Teodoro, descrivendo nel Tecteto
un giovane di felicissimo ingegno, favellando col medesimo Socrate, potè
dirgli: Non est pulcher: similis tui est: simo naso, et prominentibus oculis;
quamvis minus ille quam tu in his modum excedat. Negano essere stata in essi
cotal deforimtà intenzione, di Natura, ma disavventura di caso; non difetto di
forma, ma peccato di disubbidiente materia.
Ma
se ciò è, gran vantaggio ne hanno le donne, a cui la bellezza, fu data per
dote; e si vede, che fatica continova della Natura è lavorare quella molle e
morbida terra, sì che questo fiore vi metta più felicemente. E pure per la
suggezione a cui furono condannate, portano sì poco senno in capo, come molta
avvenenza mostrano in volto. Onde delle più d'esse potrebbe dir la Volpe d'Esopo
ciò che del capo di marmo d'una statua di bellissimo volto: O bella testa! ma
non v'è cervello. E veramente, se alla sperienza s'attende, chiaro si mostra,
che la Natura non s'è obligata a coteste leggi, di non legare le perle senon in
oro, e di non porre ingegni d'eccellente sapere senon in corpi d'esquisita
bellezza. Potest ingenium fortissimum, ac beatissimum sub qualibet cute latere.
Potest ex casa vir magnus exire. Potest ex deformi vilique corpusculo, formosus
animus ac magnus; disse vero il Morale. Membra contadinesche cuoprono molte
volte dilicatissimi in segni. Stanno bellissime anime sotto una ruvida pelle,
come colei sotto l'ispida spoglia del lion Nemeo. Galba grande Oratore pareva
un tronco di sasso informe, ma dentro v'avea una vena d'oro d'un prezioso e
chiaro ingegno: onde scherzando di lui M. Lollio solea dire: Ingenium Galbae
male habitat. Così tanti altri, che lungo sarebbe ridire, sì deformi, ma sì
ingegnosi, che parea che in essi, come nella Calamita, andasser di pari la
bellezza dello spirito e la bruttezza del corpo.
Altri
poi vi sono, che le grandezze dell'ingegno misurano dalla mole del capo; e non
credono che possa essere una grande Intelligenza quella, che non ha una grande
sfera. Non intendono, come un piccol capo riesca ventre abile a concepire una
gran Pallade; come, un'ingegno gigante possa racchiudersi nell'angusta nicchia
d'un piccol cranio.
Non
sanno, che la Mente e il centro del capo, e il centro non cresce per la
grandezza del circolo. L'occhio non è egli poco più d'una gocciola di
cristallo? e non ha egli in tanta piccolezza un seno sì capace, che per la
porta d'una pupilla ricetta senza confonderlo mezzo un mondo?
Parvula
sic totum pervisit pupula coelum:
Quoque
vident oculi minimum est, cum maxima cernant.
Spesse
volte avviene, che come un piccol cuore naturalmente serra un grand'animo, così
in un capo di poca mole una mente di grande intendimento si chiuda. Dalla
pallidezza del volto argomentano altri, come dalle ceneri, fuoco di vivace
ingegno; e appunto il Nazianzeno chiamò la pallidezza pulechrum, sublimium
virorum florem. E pare che la ragione lo persuada; conciosiecosachè il più bel
fiore del sangue stillandosi nelle opere della mente, lasci esangue e smarrita
la faccia. Che però la stella di Saturno, padre de' profondi pensieri, porta in
un lume semimorto, quasi macilento e pallido il volto.
Molti,
da gli occhi brillanti il giorno e scintillanti la notte, dicono potersi
conoscere quali sieno le vere Nottole di Pallade. Altri sono, a cui nel
carattere imbrogliato per leggere la velocità degi' ingegni; i cui pensieri
mentre la mano col volo della penna non può seguire avviene che male scolpisca
i caratteri, tronchi le parole, e confonda i sensi. Così le fiere più veloci
stampano l'orme del piè più disformate; mentre all'incontro il pigrissimo Bue
fa i solchi con pazienza, e forma ad una ad una le pedate con flemma.
Ma
non ho io preso a riferire non che a ributtare tutti i segni, onde ingegno
s'argomenta da questi sottilissimi indovini: gli omeri e 'l collo asciutti e
scarni; la tempra della carne morbidamente impastata; la fronte ampia; la pelle
sottile e dilicata; la voce mezzana fra l'acuto e 'l grave; i capelli nè troppo
mollemente prostesi, nè, come aridi, inanellati e crespi; le mani magre; le
gambe sottili; la corporatura mezzana; il colore amabile; e che so io?
Conghietture sono queste per lo più di due volti è prospettive fallaci. Anzi a
contrarj non che differenti principj ugualmente s'acconciano. Almeno certo è,
che, o s'attenda per istabilirli la sperienza coll'osservazione d'uomini
ingegnosi, o la ragione tratta dalla tempera, e disposizione degli organi che
sono ad uso della facoltà, imaginatrice e della mente, e la sperienza da chi ne
fa osservazione si truova a ogni tre fallace in due, e pera degl'interni
strumenti non ha tanta connessione con questi segni che di fuori compajono, che
da essi se ne possa trarre ordinario non che infallibile argomento.
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