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AVARIZIA
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Che reo
dell'Ignoranza di molti è chi può giovare a molti con le stampe, e lo trascura.
Uomo
non v'è, per cui mantenere più mal volentieri si affatichi il Mondo e s'adoperi
la Natura, quanto chi, non curante d'altrui, vuole vivere per sè solo. Questi
anche nella sua patria è pellegrino, e in mezzo a' popoli solitario; ha
sembiante d'uomo, ma è una fiera fra gli uomini, che così non meritava di
nascere d'altrui, come non cura di vivere che per sè stesso.
Fra
costoro non vi sia dubbio, se annoverar si debbano certi avarissimi ingegni,
che i talenti d'oro delle scienze e dell'arti, di che son doviziosi, vogliono
che seco si sotterrino nel sepolcro, prima di lasciarne utile a' posteri con le
stampe.
Che
se per farlo altro stimolo non vi fosse che la gran mercede di quell'onorata
memoria, con che dopo morte immortalmente si vive:
An
erit qui velle recuset
Os
Populi meruisse, et cedro digna locutus,
Linquere
nec scombros metuentia carmina nec thus?
Ma
non v'è questo solo allettamento che possa, v'è ragione più forte che debba
persuadere il farlo: e questa è il publico interesse, che trascurar non si può
con iscusa d'essere poco curante del proprio. Tanto più, che la Sapienza non si
riceve dal Cielo, come dono che possa perdersi in noi, ma come prestanza,
perchè a' successori si renda. Sì che il farlo non tanto è Liberalità, quanto
in certo modo Giustizia. Si riceve come il lume dal Sole nell'aria, perchè si
trasfonda alla terra, e non si ritenga invisibile ad altrui e poco utile a noi.
Dunque
nel corso di tanti secoli avranno i nostri antenati, solitarj, pallidi, smunti,
vegliate le lughe notti, e consumate non tanto l'ore del giorno quanto i giorni
della lor vita, per cavarsi a colpi d'ostinatissimi studj dalle ricche miniere
de' loro ingegni vene d'oro di nuove verità, e nuovi conoscimenti; e
isponendole liberalmente, avranno fatto publica eredità il privato lor
patrimonio, perchè noi, ingrati a gli avoli, invidiosi de' nepoti, e il loro e
il nostro avaramente sepelliamo? Chi si inette in mezzo fra i nostri maggiori e
quei che verran dietro, e mira l'esempio di quelli e 'l bisogno di questi, non
veggo come possa aver cuore per nega a quelli l'imitazione o a questi l'ajuto.
Che se il solo mie le morte imagini di coloro, che ne' publici maneggi di pace o
di guerra acquistarono nome di grandi, non può di meno che non ci punga il
cuore e non c' invogli il desiderj di somiglianti imprese; in vedere ne' libri
espresse al naturale le vive e spiranti imagini dell'ingegno di quell'anime
grandi che ivi a pro del mondo ancor vivon, ancor parlano, ancor' insegnano,
può chi è rozzo non invogliarsi d'intendere, e chi sa non vergognarsi di tenere
avaramento nascoso ciò, che altri solo per commun giovamento raccolse? Sume in
manus indicem Philosophorum (dice il Morale). Haec ipsa res expergisci te
coget. Si videris quam multi tibi laboraverint concupisces et ipse ex illis
unus esse.
Pur'
è, disse Filone, la Sapienza un Sole, a cui non può torsi lo splendore senza
distruggerla. E l'anime di più alto intendimento, molti Platonici le formarono.
Simbole di natura col fuoco, cujus unius ratia foecunda; seque ipse parit, et
minimis crescit scintillis.
Che
se a persuaderci non basta l'esempio de' maggiori, si miri il bisogno de'
posteri; a' quali è doppia crudeltà negare ciò, che noi daremmo guadagno, ed
essi riceverebbon con utile. Togliete dal mondo questa inviolabil legge, che
non si truova scritta ne' marmi, ma si porta stampata nel cuore, di fare che,
come il nostro amore, così i nostri beni discendano a' posteri; non avete con
ciò, senon distrutto il mondo, fattolo barbaro e selvaggio? Che se avventurosi
ci pajon coloro, che a' posteri di lor sangue tramandano copiose rendite
annovali, e stabiliscono con le ricchezze che lasciano una felice fortuna al
casato; qual più preziosa e più stabile eredità può lasciarsi, che le dovizie
della mente e i talenti d'oro del proprio ingegno? Rendite sono coteste, che nè
sceman coll'uso, nè si consuman col tempo, nè con le publiche o private rovine
finiscono. Sempre vive, sempre intere, e sempre col primo prezzo in colmo,
ugualmente giovevoli. E di qui trasse il secondo Plinio quel gagliardo motivo,
con che persuase ad un'amico a lasciar per publico giovamento qualche frutto
de' suoi lunghi e faticosi studj. Effinge aliquid et excude, quod sit perpetuo
tuum. Nam reliqua rerum tuarum post te alium atque alium dominum sortientur.
Hoc numquam tuum desinet esse, si semel coeperit. Ma eccovi ciò, che questi
sordidissimi avari sanno dire per lor difesa. lo non son debitore a veruno di
quello che è mio. Fatichino gli altri come me, troveranno da sè ciò, che viltà
è mendicare da altrui. Questa è pietà, non rigore; amore delle Lettere, non
odio de' Letterati: conciosiecosachè infingardi s'allevino gl'ingegni, quando
truovano in altrui ciò, che trar dovrebbero da sè stessi. La necessità rende
ingegnoso, e fa, che chi sarebbe sempre scolare studiando l'altrui, diventi
maestro inventando di proprio. Così si fanno gli Achilli, dando loro intere le
ossa de' Lioni, perchè se le spezzino, e ne mangino le midolle: così bravi
notatori, abbandonandoli ove più rapida è la corrente, perchè non tanto l'arte,
quanto la necessità insegni loro ad uscirne.
Or
non s'avveggon costoro, che, quando ciò sia, le Lettere staranno sempre su 'l
cominciare? Se chi spese molti anni cercando, non insegna a veruno ciò che
trovò; chi viene dopo lui, quando anche sia ugualmente sollecitò in cercare,
ugualmente felice in trovare, non saprà nulla di più: e quando faranno
accrescimento di Lettere? Anzi il sapere ciò che altri trovò, fa trovare ciò
che altri non seppe. Servono a noi di principi quelle, che ad altrui furono
conseguenze; e di lì cominciamo noi a cercare, dov'essi cercando finirono. La
Sapienza, disse Agostino, si dà non per ischiava, ma per isposa; e vuole da noi
successione e figliuoli: Hoc est, ingenii fructus, et quosdam mentis partus,
quos non tam libros, quam liberos dicimus. E quando ella ciò non impetri,
piange, non dirò come colei che diceva: Saltem mihi parvulus aula Luderet, Aeneas,
ma come, l'innocente figliuola di Jefte, che piangeva più la verginità che la
morte; essendo vera e sola morte, morire senza lasciare posterità in cui si
viva. Che se una colpevole sconciatura fa omicida la madre, et quae originem
futuri hominis extinguunt (disse Minuzio), parricidium faciunt antequam
pariant; uccidere in seno alla Sapienza ciò ch'ella quasi gravida de' nostri
pensieri concepì, uccidederlo perchè non nasca, non è parricidio? Non e
homicidii festinatio prohibere nasci?
Altri
vi sono, che si difendon con gli anni e si scusano con la vecchiaja; che,
potendo a grande stento viver per sè, come possono faticar per altrui? A chi ha
girato assai, crudeltà è il negare che raccolga l'ali nel nido, e ammaini le
vele nel porto. Altri tempi, altre cure. Gli occhi inclinati al sonno della
morte, più che alle veglie degli studj, non possono fare altrui, senza pericolo
d'errori e d'inciampi, la scorta.
Ma,
s'io mal non intendo, queste non sono parole di chi voglia vivere i pochi anni
che gli restano, ma di chi vuol morire alcuni anni prima che gli venga la
morte: e morire chiamo io il non far' altro che vivere. Gli studj dell'ultima
sua vecchiezza riuscivano a M. Varrone tanto più dolci, quanto egli era più
vicino a morire: perchè, non conoscendo altro vivere più da uomo che intendere,
così allungava la vita come lo studio; e diceva a sè stesso: Dum haec
musinamur, pluribus horis vivimus. Anzi Seneca, quel nobile ingegno, prendendo
dalla vecchiaja stimoli per affaticarsi, onde altri cerca titolo di riposo, su
gli ultimi anni della non intera sua vita s'applicò a rinvenire gli occulti
segreti della naturale Filosofia; e con ciò, quasi maggior di sè stesso, diceva
col suo Poeta,
Tollimus
ingentes animos, et grandia parvo
Tempore
molimur.
Indi,
quasi spronandosi il fianco, e stimolando la pigrizia, della fredda età,
Festinemus, diceva; et opus, nescio an superabile, magnum certe, sino aetatis
excusatione tractemus.
Chi
vide mai, dice Plutarco, le Api per vecchiaja anneghittite, starsi infingarde e
oziose co' fuchi, e non volare a' fiori, e non raccorre il mele; ciò che
giovinette facevano? Toglietemi il potere scrivere, diceva Gellio e, m'avete
tolta la vita. Tanto solo dimando di viver per me, quanto posso servire ad
altrui. Neque longiora mihi dari spatia vivendi volo, quam dum ero ad hanc
facultatem scribendi commetandique idoneus.
Sia
dunque il ripartimento della vita di chi fa professione di Lettere, qual'era
quello delle antiche Vestali di Roma, che in tre aggiustatissime parti si
divideva. Nella prima, imparavano le cerimonie e i riti, Scolari delle
Maggiori: nella seconda, le praticavano Compagne delle Mezzane: nell'ultima le
insegnavano, Maestre delle Minori. Così le foglie servieno a' fiori; e i fiori
cadendo, con un felicissimo fine si legavano in frutti.
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