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OSCURITÀ
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Ambizione,
e Confusione; due principj d'Oscurità, affettata, e naturale.
Se
opinione non fosse affatto lontana dal vero quella che anticamente ebbe sì
ferma credenza nel volgo, le stelle fisse essere madri e custodi dell'anime, e
ognuno mentre vive aver colasù in cielo la sua, di prima, di mezzana, e
d'ultima grandezza e splendore, giusta i gradi della Fortuna che più o meno
riguardevole in terra lo rendono; certe anime oscure, certe menti cimmerie,
onde avrebbe a dirsi che fossero scese, senon dalle Nuvolose e torbide stelle,
che hanno sì poca luce in tanta caligine, che fra le stelle sembrano anzi
macchie che stelle? Queste sono quelle infelici anime Etiopesse, che tranno
oscurità dal Sole padre della chiarezza, imparano la confusione dalla Sapienza
madre dell'ordine; dal fuoco del sacro Palladio, onde tanto più luminosi sono
gl'ingegni quanto più accesi, altro non prendono che l'oscurità la negrezza de'
carboni; e sdeguando pupille d'Aquila per occhi di Nottola, all'ora più si
stimano uccelli di Pallade, quando sono più notturni.
Indarno
adoprerebbe con essi la solita conghiettura il savissimo Socrate, che, sapendo
la favella essere un'Imagine viva dell'anima, per aver cognizione di chi altri
fosse, gli diceva: Loquere, ut te videam. Il loro favellare, il loro scrivere è
come disegnare in piano certe mostruose figure di volti, ma sì divisati, e di
fattezze sì contrafatte, che occhio non v'è che vi riscontri lineamenti d'umano
sembiante, senon là dove in un Cilindro di pulito acciajo di riflesso si
mirano. Ingegni infelicemente indegnosi. Dedali maestri solo di labirinti sì
ritorti, sì confusi, che le glì sprigioni. appena eglino stessi truovano filo
che ne sprigioni.
Ma
non è d'una stessa natura ogni oscurità, nè un solo è il principio e la fonte
di tutte. Conciosiecosachè una vene sia fatta ad arte l'altra avuta dalla
natura. Questa difetto d'ingegno, quella effetto d'ambizione: l'una degna di
compassione, l'altra di biasmo.
Opinione
accettata da volgo è, ogni oscurità essre argomento d'ingegno, e l'altezza d'un
grande intendimento misurarsi da essa sì bene, come già da novecento stadj
d'ombra si rintracciò la sublimità della mole del monte Ato. La Natura aver
date all'oscurità della notte le stelle, e a quella degl'ingegni la Sapienza.
Dio medesimo negli Oracoli suoi essere stato tutto caligine: e l'eccessiva luce
in cui abita in cui si vede, aver nome di tenebre, perchè sì fattamente lo
mostra che in un medesimo lo nasconde. Non altro essere stato lo stile de' più
savj Antichi, le cui menti sublimi, i cui ingegni d'altri pensieri, quasi
montagne d'ertissino giogo, tenevano quasi sempre fra le nebbie e fra le nuvole
il capo. I loro scritti tanto più sicuri alla pescaggione, quanto più torbidi;
tanto più abili ad iscoprire carbonchi e diamanti di sodissime e chiarissime
verità, quanto avevano più folte le tenebre.
Così
ingannato il volgo da una falsa apparenza di verità, ammira sempre più quello
che meno intende. Il limpido, il chiaro, quantunque profondo, perchè l'arriva
coll'occhio, nol cura: un palmo d'acqua torbida, perchè non può con lo sgardo
penetrarvi all'imo, giudica essere un'abisso di sapienza. Così ancor nelle
Lettere, Alba, ligustra cadunt, vaccinia a nigra leguntur. Quindi alcuni
prendono per ambizione d'ingegno affettazione d'oscurità, e con l'arte di non
farsi intendere pretendono di farsi adorare. Si mutano in più forme, che
Protei, per uscir delle mani di chi li tiene, sì che non li conoscano per quel
che sono. Inventano più geroglifici dell'Egitto, perchè si creda esservi un
midollo di soda verità sotto una corteccia di finti misterj. Ogni loro periodo
è un nodo Gordiano, che promette un'imperio, ha chi lo scioglie. Confondono le
parole più di quello che già fossero le foglie della Sibilla disordinate dal
vento; e lasciano, che i miseri creduli vi cerchino dentro gli oracoli,
accozzandole in sensi, che a gli Autori mai non caddero in pensiero.
Altre
volte fanno comparire i loro concetti come le Deità in Teatro, avvolte in un
gruppo di nuvole. Mostrano una piccola particella di qualche aggiustato
discorso, per fare con essa credito al rimanente che in una torbida piena di
confusi pensieri si perde. Leggere gli scritti di costoro, pare che sia pescare
Calamai, accortissimi pesci, che da gli occhi e dalle mani altrui maliziosamente
s'involano, intorbidando il chiaro dell'acque ispargervi una nuvola di certo
negro umore di che son pieni. Così la lor penna al pari di questi pesci,
Naturam
juvat ipsa dolis, ci conscia sollis,
Utitur
ingenio.
Oh
quante volte non istà nulla sotto, dove altri crede servi grandi misterj! Già
che ordinaria usanza di costor è coprire, come Timante, col velo, quello, per
cui esprimere non hanno nè ingegno nè arte che basti.
Con
ciò par loro d'essere novelli Eracliti (cui cognomen Scotinon fecit orationis
obscuritas), se, d'essi ancora si dica ciò che degli scritti dell'altro disse
Pitagora: Opus ibi esse Delio natatore. Gareggiano con Apolline Delfico
d'autorità e di credito, se, come lui, neque dicant, neque abscondant, sed
indicent solum.
Ma
l'altra oscurità, più infelice che rea, è difetto di natura, non vizio di
volontà. E questa in alcuni è effetto di povertà e scarsezza d'ingegno, in cui
la virtù formatrice, quasi in un ventre di seno troppo angusto, non può unire
senza confondere, non può dar luogo alle parti senza storpiare il tutto. In
altri è cagionata da una troppo fervida mente, ne' cui focosi pensieri, come
ne' repentini incendj, si leva molte volte più, fumo che fiamma.
Questi
son quegl'ingegni veramente di fuoco, attivi, e spediti di loro intendere, sì
che in un solo gitto di mente co' velocissimi pensieri lampeggiando a guisa di
folgori, a mille cose riflettono, mille nuove cognizioni acquistano. Felici, se
potessero metter peso alle lor fiamme, e freno al loro fuoco: ma come le fiere più
veloci di corso stampano le vestigie più confuse, essi, affatto intesi alle
cose che veggono, nulla veggono della maniera d'esprimere ciò che la mente, tal
volta con ispecie astrattissime, quasi in un momento intese. E di più, tanto
meno abili all'ordinare, quanto più fecondi nel rinvenire, espongono, o
favellando o scrivendo, non un parto, ma molti semi; ed essi stessi dipoi
raffreddati e quieti (quando il giudicio più vale a discernere) non sono abili
alla riforma di quello, per cui è mancato all'ingegno col caldo ancora il lume.
E
queste sono, quanto a me pare, le due viziose oscurità, l'una colpa di genio
ambizioso, l'altra difetto o di povero o di torbido ingegno. Una terza ve n'è,
che chiamano Oscurità, ed è veramente; ma oscurità dell'ingegno di chi non
intende, non dell'Autore che non iscriva o parli sì che da uomini di mezzano
intendimento non possa agevolmente comprendersi.
Se
si discorre con certe prime e universali massime, onde come da veri loro
principj altre dipendenti si traggono, fin che ad una particolare materia si
cala (che è la più nobile e sublime d'ogni altra forma di saggio discorso),
facendo come i Falconi, che con grandi volte e raggiri prendono la salita, onde
d'alto si buttano alla preda: se si traveste la Sapienza con finti sì ma
acconci ritrovamenti, che, a guisa di vestimenta rassettate attorno, e cuoprano
e mostrino ciò che nè celar si vuole nè publicar si dee; costume, che Sinesio
chiama perantiquum atque Platonicum: se si fa tal volta esente la penna dal
disegnar per minuto ogni cosa alla stesa, e alcune se ne mettono in iscorcio,
sì che e tutte si veggano e non accupin luogo: se si compone sì come dipingeva
Timante, in cujus omnibus operibus, disse Plinio, intelligitur semper plus quam
pingitur; et cum ars summa sit, ingenium tamen ultra artem est: condannano
d'oscurità, e dicono con Tertulliano, che per intendere e penetrar tali cose,
non lucernae spiculo lumine, sed totius Solis lancea, opus est. E non
s'avveggono, che non i componimenti hanno bisogno di luce, ma gli occhi loro di
collirio; poi che sono come di quella scimunita Arpaste di Seneca, che divenuta
quasi repente cieca, non dubitando se essere come prima veggente, ajebat domum
tenebrosam esse.
Ma
perchè per rimedio di quella oscurità, ch'è capace d'ammenda, non può darsi
avviso più importante della Distinzione e dell'Ordine, che sono padre e madre
della Chiarezza; hollo io fatto nelle particelle seguenti: benchè con
traboccamento della penna forse troppo abbondante, in riguardo di quel solo che
questa materia richiedeva. Non però fuor di proposito, nè senza utile essendomi
riuscito disporre alcuni avvisi, che dalla scelta dell'argomento sino
all'ultima correzione mi son paruti giovevoli a più ordinatamente, più
facilmente, e più felicemente comporre.
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