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Non abbiamo ancora fatto mezzo miglio verso la città, che siamo già circondati da una folla d’arabi e di mori accorsi da Fez e dalla campagna, parte a piedi, parte a cavallo a mule ed a asini, a due a due per cavalcatura, come gli antichi Numidi, smaniosi a tal segno di vederci che i soldati della scorta, perchè non ci si stringano addosso, sono costretti a spazzare la strada a colpi di calcio di fucile. Il terreno essendo basso, la città di Fez, della quale si vedevano le mura merlate dall’accampamento, ci rimane per un buon pezzo nascosta. Poi, tutt’a un tratto, riapparisce e vediamo dinanzi alle mura un immenso formicolìo bianco e porporino, che pare una miriade di gigli e di rose che tremolino al vento. La città si nasconde daccapo e daccapo ricompare,[252] ma questa volta vicinissima, e fra noi e le sue mura, il popolo, l’esercito, la corte, una pompa, uno splendore, una bizzarria, una bellezza che in quel punto mi fece cadere di mano le briglie, e in questo momento la penna.
Una schiera di ufficiali a cavallo ci viene incontro di galoppo, saluta, si divide in due e s’unisce alla scorta.
Dietro costoro, un grosso stuolo di cavalieri vestiti pomposamente, montati su cavalli bellissimi, preceduti da un moro di alta statura, col turbante bianco e il caffettano roseo, s’avanza verso di noi. È il gran cerimoniere Hadje Mohammed Ben Aissa, cogli ufficiali di corte, che dà il benvenuto all’Ambasciatore in nome del Sultano, e s’accompagna alla scorta.
Andiamo innanzi, fra due ali di soldati di fanteria che trattengono a stento la folla.
Che soldati! Sono vecchi, uomini maturi, e ragazzi di quindici, di dodici, persino di nove anni, vestiti di rosso scarlatto, colle gambe nude, colle pantofole gialle, schierati, senz’ordine di statura, sopra una sola riga, coi comandanti dinanzi. Ci presentano, ognuno a modo suo, i loro fucili rugginosi, colle baionette scontorte. Chi tiene un piede innanzi, chi sta a gambe larghe, chi col mento sul petto, chi colla testa chinata sopra una spalla. Alcuni[253] si son messi la giacchetta rossa sul capo per ripararsi dal sole. Di tratto in tratto v’è un tamburino, un trombetta, cinque o sei bandiere le une accanto alle altre, rosse, gialle, verdi, ranciate, tenute come si tengono le croci nelle processioni. Non si vede nessuna divisione di squadre o di compagnie. Paiono soldatini di cartone messi in fila da un ragazzo. Vi son dei neri, dei mulatti, dei bianchi, faccie d’un colore indefinibile; uomini di statura ciclopica accanto a bimbi che appena possono reggere il fucile; vecchi con una lunga barba bianca, curvi, che s’appoggiano col gomito ai vicini; figure selvaggie che fan l’effetto, con quell’uniforme, di scimmie vestite ed ammaestrate; tutti ci guardano cogli occhi attoniti e la bocca aperta e si stendono dinanzi a noi in due file a perdita d’occhio.
Una seconda folla di cavalieri ci viene incontro, a sinistra. È il vecchio governatore Gilali Ben Amù, seguito da diciotto sotto-governatori e dal fiore dell’aristocrazia di Fez, tutti vestiti di bianco da capo a piedi, come uno stuolo di sacerdoti: visi austeri, barbe nere, caic di seta, bardature dorate. Salutano, ci girano intorno e s’uniscono alla scorta e alla Corte.
Andiamo innanzi, sempre in mezzo a due schiere di soldati, dietro ai quali ondeggia una[254] folla bianca e incappucciata che ci divora cogli occhi. Son sempre gli stessi soldati, per buona parte ragazzi, col fez, la giacchetta rossa e le gambe nude. Alcuni hanno i calzoncini turchini, altri bianchi, altri verdi; molti sono in maniche di camicia; chi tiene il fucile al piede, chi sulla spalla; chi sta avanti, chi sta indietro. Gli ufficiali son vestiti a capriccio, da zuavi, da turcos, da spahì, alla greca, all’albanese, alla turca, con divise gallonate e arabescate d’oro e d’argento, con sciabole a scimitarra, spade, pugnali ricurvi, pistoloni, daghe, stivali alla scudiera e stivaletti gialli senza tallone; alcuni color di porpora da capo a piedi, altri tutti bianchi, altri tutti verdi che paiono mascherati da diavoli. Di tratto in tratto si vede fra loro un viso europeo che ci guarda con un’espressione di simpatia e di tristezza. Si vedono fino a dieci bandiere schierate insieme. Al nostro passaggio, squillano le trombe. Qualche braccio di donna s’intromette fra le teste di due soldati e s’agita col pugno chiuso verso di noi in atto di minaccia. Le mura della città par che s’allontanino via via che andiamo innanzi, e le due schiere di soldati si allungano dinanzi a noi come due siepi sterminate di roseti vermigli.
Un’altra folla di cavalieri, più pomposi dei precedenti, ci viene incontro. È il vecchio ministro[255] della guerra. Sid-Abd-Allà ben-Hamed, nero, montato sopra un cavallo bianco bardato di color celeste; e con lui i governatori militari della provincia, il comandante del presidio di Fez, e un folto stato maggiore di generali coronati di turbanti bianchi come la neve e vestiti di caffettani di cento colori.
Ci rimettiamo in via. Ormai è più di mezz’ora che camminiamo in mezzo ai soldati e qualcuno ne ha contati oltre a quattro mila. Da una parte è schierata la cavalleria; dall’altra un’accozzaglia che non ha più nome; uomini e ragazzi vestiti di cento uniformi diverse, o piuttosto di brandelli d’uniformi, metà armati e metà senz’armi, colla cappa, senza cappa, con un cencio intorno al capo, col capo scoperto, scamiciati; visi del deserto, del litorale dell’Oceano, delle montagne dell’Atlante, del Rif, della provincia di Sus; teste rapate e teste ornate di lunghe treccie; colossi e nani, ceffi di belve e faccie di morti — disotterrati, larve, fantocci, comparse teatrali, gente razzolata Dio sa dove per far numero e paura. E dietro costoro, su due grandi rialti di terreno che sorgono a destra e a sinistra della strada, due turbe innumerevoli di donne velate, che gridano e gesticolano in atto di meraviglia, di sdegno, d’allegrezza, sollevando i bambini sopra la testa.
Ci avviciniamo alle mura, in direzione d’una[256] porta monumentale, coronata di merli. Scoppia il suono d’una banda e nello stesso tempo tutte le trombe e tutti i tamburi dell’esercito prorompono in un fragore infernale. Allora si sciolgono gli ordini del ricevimento e tutti ci si affollano intorno, magistrati, generali, cortigiani, ministri, ufficiali, schiavi; la nostra scorta è scompigliata, i nostri servi dispersi e noi stessi separati gli uni dagli altri. È un torrente di turbanti e di cavalli, che ci avvolge e ci travolge con un impeto irresistibile; un barbaglio di colori, una fantasmagoria di faccie strane, un frastuono di voci stridule, una furia, una confusione di battaglia, uno spettacolo grandioso e selvaggio che innamora e sbalordisce.
Passiamo per la gran porta, ci guardiamo intorno credendo di veder le case della città: siamo ancora in mezzo a mura e a torri merlate; a sinistra v’è una cuba, colla cupola verde, ombreggiata da due palme; gente intorno alla cuba, ai piedi delle mura, sulle mura, sulle torri, da ogni parte. Passiamo sotto un’altra porta, ed entriamo finalmente in una strada fiancheggiata da case.
Non ricordo che molto confusamente quello che vidi in quel tragitto, tanto ero sbalordito[257] dallo spettacolo dell’entrata e intento a salvarmi la vita, poichè si camminava sui pietroni in mezzo a una calca di cavalli, e guai a chi avesse fatto un capitombolo. Passammo, mi ricordo, per parecchie strade strette, deserte, fiancheggiate da case molto alte, salendo, scendendo, soffocati dal polverìo e assordati dallo scalpitìo dei cavalli; e dopo una buona mezz’ora di cammino, attraversato un labirinto di vicoli in salita dove ci toccò passare a uno a uno, scendemmo dinanzi a una piccola porta, in mezzo a due file di soldati scarlatti che ci presentarono le armi, ed entrammo in casa nostra.
Fu una sensazione deliziosa.
Era una casa principesca di puro stile moresco con un piccolo giardino ombreggiato da filari paralleli d’aranci e di limoni. Dal giardino s’entrava nel cortiletto interno per una porta bassissima, e un corridoio appena tanto largo da potervi passare una persona. Tutt’intorno al cortile s’alzavano dodici pilastri bianchi, congiunti da altrettanti archi a ferro di cavallo, che sostenevano all’altezza del primo piano una galleria arcata e munita d’una balaustrata di legno. Il pavimento del cortile, della galleria e delle stanze era tutto uno splendido musaico a quadrettini smaltati di vivi[258] colori; gli archi arabescati e dipinti; la balaustrata lavorata a giorno con una delicatezza finissima; tutto l’edifizio disegnato con un’armonia e una grazia degna degli architetti dell’Alhambra. Nel mezzo del cortile v’era una fontana, e un’altra, a tre getti d’acqua, dentro a un vano del muro rivestito di musaico a stelle e a rosoni. Dal mezzo d’ogni arco pendeva una grande lanterna moresca. Un braccio dell’edifizio si stendeva lungo uno dei lati del giardino, e aveva una graziosissima facciata a tre archi, pure dipinti e arabescati, dinanzi alla quale zampillava una terza fontana. V’erano altri piccoli cortili e corridoi e stanzuccie e gl’innumerevoli recessi di tutte le case orientali. Qualche letto di ferro senza coperte e senza lenzuoli, qualche orologio a pendolo, uno specchio nel cortile, due seggiole e un tavolino per l’Ambasciatore, e una mezza dozzina di orciuoli e di catinelle, erano tutta la suppellettile del palazzo. Nelle stanze principali c’erano tappeti ricamati d’oro appesi alle pareti e materasse bianche distese sul pavimento. Non una seggiola, non una tavola, non un comodino. Si dovette far portare il mobilio dell’accampamento. In compenso per tutto fresco, per tutto gorgoglío d’acqua, un’ombra, una fragranza, un non so che di molle e di voluttuoso nelle linee, nei colori, nella luce, nell’aria, che faceva sorridere[259] e pensare. Tutto l’edifizio era circondato da un muro altissimo, e intorno al muro si stendeva un labirinto di stradicciuole deserte.
Appena fummo nel cortile, cominciò un andirivieni di ministri e d’altri personaggi, ognuno dei quali fece un quarto d’ora di conversazione coll’Ambasciatore, palpandosi i piedi. Il ministro delle finanze fu quello che attirò più di tutti la mia attenzione. Era un moro sulla cinquantina, di aspetto severo, sbarbato, tutto vestito di bianco, con un grosso turbante. Più lo guardavo e meno mi potevo persuadere che quell’uomo avesse qualcosa di comune col Minghetti e col Sella. Un interprete mi disse che aveva un grande ingegno, e addusse per prova che essendogli stata portata un giorno una di quelle macchinette che fanno le operazioni aritmetiche, lui aveva fatte le medesime operazioni in un tempo eguale e cogli stessi risultati. E bisognava vedere con che espressione di sacro rispetto, Selam, Alì, Civo, e tutti gli altri servi arabi guardavano quei personaggi, che dopo il Sultano rappresentavano per loro il più alto grado di scienza, di potenza e di gloria, a cui si possa pervenire sulla terra!
Finite le visite, si pigliò possesso del palazzo. I due pittori, il medico ed io occupammo[260] le camere che davano sul giardino; gli altri, quelle del cortile. Interpreti, cuochi, marinai, servi, soldati, tutti trovarono il loro posticino. In poche ore il palazzo cangiò aspetto.
Assestata ogni cosa, si pensò a visitare la città.
I primi ad uscire furono l’Ussi e il Biseo; poi il Comandante e il Capitano; io mi riserbai a veder ogni cosa a mente fresca la mattina seguente. Uscirono a due a due, circondati, come malfattori, da un drappello di fantaccini armati di fucili e di bastoni. Stettero fuori un’ora, che mi parve eterna, e tornarono impolverati e grondanti di sudore come da un campo di battaglia, esprimendo concitatamente, prima coi gesti che colle parole, una grandissima meraviglia. Le prime parole furono — gran città — gran folla — moschee immense — santi nudi — maledizioni — legnate — cose dell’altro mondo. Ma la più saporita notizia la diede l’Ussi. In una delle strade più frequentate, malgrado la sorveglianza dei soldati, una ragazza di quindici anni gli s’era slanciata alle spalle come una furia e gli aveva assestato tra capo e collo un vigorosissimo pugno gridando: — Maledetti questi Cristiani! Non c’è più un angolo del Marocco dove non si vengano a cacciare![261]
Tali furono le prime accoglienze fatte all’Arte italiana fra le mura di Fez.
A notte avanzata, feci un giro per il palazzo. Sui pianerottoli, davanti alle porte delle camere, nel giardino, per le scale c’erano soldati accovacciati, ravvolti nelle cappe, che dormivano profondamente. Dinanzi alla piccola porta del cortile russava all’aria aperta il fedele Hamed Ben Kasen, disteso sopra una stuoia, colla sciabola al fianco. La luce velata delle lanterne faceva scintillare i musaici dei pavimenti e dei muri che parevano tempestati di perle, e dava a tutto l’edifizio l’apparenza misteriosa e magnifica d’una reggia. Il cielo era tutto stellato, e un vento leggero faceva stormire gli aranci del giardino. Si sentiva distintamente, nel silenzio della notte, il rumore del Fiume delle perle, il gorgoglio delle fontane, il tic-tac degli orologi, e di tratto in tratto le voci acute delle sentinelle, che dalle varie porte esterne del palazzo si davano l’all’erta cantando delle preghiere. Che belle ore passai, quella notte, col viso all’inferriata della finestra su cui batteva la luna, pensando alla grande città sconosciuta che mi si stendeva dintorno, a casa mia, ai miei amici, alle belle del Sultano, al mondo di là, a mille cose fantastiche e care![262]
La mattina uscimmo quattro o cinque insieme, accompagnati da un interprete, e scortati da dieci soldati di fanteria, uno dei quali aveva ancora i bottoni coll’effigie della Regina Vittoria, poichè molte di quelle divise rosse son prese usate a Gibilterra dai soldati dell’esercito inglese. Due ci si misero davanti, due di dietro, tre a sinistra e tre a destra; i primi armati di fucili, gli altri di bastoni e di corde a nodi. Faccie che, quando me ne ricordo, benedico il bastimento che m’ha riportato in Europa.
L’interprete ci domandò che cosa volevamo vedere. — Tutta Fez! — si rispose.
Ci dirigemmo prima verso il centro della città.
Qui dovrei proprio dire: — Chi mi darà la voce e le parole! Come esprimere lo stupore, la meraviglia, la pietà, la tristezza che provai dinanzi a quel grandioso e lugubre spettacolo? Il primo effetto è quello d’una immensa città decrepita, che si vada sfacendo lentamente. Case altissime, le quali paion formate di più case sovrapposte, che si scompongano; scalcinate, screpolate di cima in fondo, puntellate da ogni parte, senz’altre aperture che qualche buco in forma di feritoia o di croce; lunghi tratti di strada fiancheggiati da due muri alti e nudi come muri di fortezza; strade in salita e in discesa, ingombre di calcinacci, di pietre e di rottami d’edifizi, che svoltano[263] di trenta in trenta passi; ad ogni tratto un lungo passaggio coperto, buio come un andito sotterraneo, dove bisogna camminare a tentoni; vicoli senza uscita, recessi, antri, meandri umidi e sinistri, sparsi di ossami, d’animali morti e di strame imputridito; tutto ciò rischiarato da una luce crepuscolare che mette malinconia. In alcuni punti il terreno è così rotto, il polverio così denso, il fetore così acuto, i moscerini così fitti, che bisogna fermarsi per riprendere lena. In una mezz’ora di cammino abbiamo fatto tanti giri che, disegnati, formerebbero uno dei più intricati arabeschi dell’Alhambra. Di tratto in tratto sentiamo il rumore d’una ruota da mulino, un mormorio d’acqua, lo strepito d’un telaio, una cantilena di voci nasali, che ci dicon che venga da una scuola di bambini; ma non si vede nulla da nessuna parte. Ci avviciniamo al centro della città; la gente spesseggia; gli uomini si fermano per lasciarci passare, guardandoci con aria attonita; le donne tornano indietro o si nascondono; i bambini gridano e scappano; i ragazzi brontolano e ci mostrano i pugni da lontano, tenendo d’occhio il bastone dei soldati. Vediamo fontane ornate di ricchi musaici, porte arabescate, qualche cortile ad archi, qualche resto di bella architettura araba annerito dal tempo. Ogni momento, a cagione dei passaggi coperti, ci troviamo al buio; poi[264] intravvediamo un po’ di luce; poi di nuovo al buio. Entriamo in una delle strade principali, larga due metri, piena di gente. Tutti si voltano e ci si serrano intorno. I soldati gridano, urtano, picchiano per far largo, e infine si debbono contentare di farci un baluardo coi loro petti, tenendosi per mano gli uni cogli altri, per non esser divisi dalla folla. Abbiamo mille occhi addosso, ci sentiamo mancare il respiro, grondiamo di sudore, andiamo innanzi lentissimamente, fermandoci ogni tanto per lasciar passare un moro a cavallo, un asino carico di teste di montone sanguinolente, un cammello che porta una donna velata. A destra e a sinistra ci sono bazar affollati; cortili d’alberghi ingombri di mercanzie; porte di moschee, per le quali si vedono lunghissime fughe d’arcate bianche, e gente prostrata che prega. Per tutta la strada, fin dove arriva lo sguardo, non si vedono che cappucci, è tutto bianco, e si direbbe che tutti camminano in punta di piedi. L’aria è impregnata d’un odore acuto d’aloé, di spezie, d’incenso, di kif; pare di camminare in una immensa drogheria. Passano frotte di ragazzi colla testa tignosa e piena di cicatrici; vecchie deformi, senza un capello, col seno ignudo, che s’aprono il passo a forza imprecando furiosamente contro di noi; pazzi quasi nudi affatto, incoronati di fiori e di pennacchi,[265] con un ramo d’albero in mano, che ridono e cantano, o ripetono continuamente la medesima parola, ballonzolando davanti ai soldati, che li cacciano via a spintoni. Svoltando in un’altra strada, incontriamo un santo, un vecchio smisuratamente pingue, nudo dalla testa ai piedi, che si trascina a fatica tenendo una mano dove i pittori metton la foglia di fico, e appoggiandosi coll’altra a una lancia fasciata di panno rosso. Passandoci accanto, ci guarda di sbieco e brontola non so che cosa. Un po’ più oltre, vediamo quattro soldati che trascinano un disgraziato tutto lacero e sanguinoso, — un ladro colto sul fatto, — e dietro uno sciame di ragazzi che gridano: — La mano! La mano! Tagliargli la mano! — In un’altra strada, incontriamo due uomini che portano una barella scoperta sulla quale è disteso un cadavere, stecchito come una mummia, ravvolto in un sacco di tela bianca stretto intorno al collo, alla vita e alle ginocchia. Io mi domando dove sono, se sogno o son desto, e se la città di Fez e la città di Parigi si trovano veramente sul medesimo astro! Entriamo nei bazar. Per tutto c’è folla. Le botteghe, come a Tangeri, sono tane aperte nel muro. I cambisti sono seduti in terra, con un mucchio di monete nere dinanzi. Attraversiamo, pigiati dalla folla, il bazar delle stoffe, quello delle[266] pantofole, quello della terraglia, quello degli ornamenti di metallo, che formano tutti insieme un labirinto di stradicciuole coperte da un tetto sfracellato di canne e di rami d’albero. Passiamo per mercati di verzura affollati di donne che alzano le braccia per maledirci, e usciamo dalla parte centrale della città. Daccapo salite, discese, giri, rigiri, vicoli tetri, passaggi tenebrosi, moschee, fontane, porte arcate, rumor di mulini, cori di voce nasali, donne che si nascondono, un sudiciume che ammorba e un polverio che leva il fiato. Usciamo finalmente per una porta delle mura e facciamo un giro intorno alla città. La città si stende in forma d’un otto immenso fra due colline, sulla cima delle quali torreggiano le rovine di due antiche fortezze quadrate. Di là dalle colline c’è una corona di monti. Il Fiume delle perle divide la città in due, Fez nuova, sulla riva sinistra, Fez antica, sulla destra; e una cintura di vecchie mura merlate e di grosse torri, di un fosco color calcare, rotta in più punti, stringe tutt’intorno la parte antica e la nuova. Dalle alture si domina collo sguardo tutta la città: una miriade di case bianche coronate di terrazze, al di sopra delle quali s’alzano bei minareti lavorati a musaico, palme gigantesche, mucchi di verzura, torricine merlate, cupolette verdi. A primo aspetto, s’indovina la grandezza[267] della metropoli antica, di cui la città d’oggi non è più che lo scheletro. In vicinanza delle porte e sopra le alture, per un grande spazio la campagna è sparsa di monumenti e di rovine: cube, case di santo, zauie, archi d’acquedotti, sepolcri, ruderi enormi, traccie di fondamenta che paiono i resti d’una città spianata dal cannone e divorata dalle fiamme. Tra la città e la più alta delle due colline che la fiancheggiano, è tutto un giardino, un bosco fitto e intricatissimo di gelsi, d’olivi, di palme, d’alberi fruttiferi e di pioppi smisurati, vestiti d’edera e di pampini, dove da ogni parte corrono rigagnoli, zampillano fontane e s’incrociano canali, fra spalliere altissime di verzura e di fiori. L’altura opposta è coronata di migliaia d’aloè alti due volte un uomo. Lungo le mura sono grandi scoscendimenti di terreno, fossi profondi, ricolmi di vegetazione; frammenti immani di bastioni e di torri franate; un disordine grandioso e severo di rovine e di verde, che rammenta i tratti più pittoreschi delle mura di Costantinopoli. Passiamo dinanzi alla porta del Ghisa, alla porta di Ferro, alla Porta del Padre delle Cuoia, alla porta nuova, alla porta bruciata, alla porta da aprirsi, alla porta del Leone, alla porta di Sidi Buxida, alla porta del Padre dell’Utilità, e rientriamo, per la porta della Nicchia del burro, nella nuova Fez. Qui[268] sono grandi giardini, vasti spazi aperti, larghe piazze circondate di mura merlate, di là dalle quali si vedono altre piazze e altre mura, e porte arcate e torri e ponti, e bellissimi prospetti lontani di colline e di monti. Alcune porte sono altissime e hanno i battenti rivestiti di lastre di ferro, tempestate di enormi chiodi. Avvicinandoci al Fiume delle perle, troviamo un cavallo fradicio steso in mezzo alla strada. Lungo il muro v’è un centinaio d’arabi lavandai, che saltellano sopra la biancheria ammucchiata sulla sponda. Incontriamo pattuglie di soldati, personaggi di corte a cavallo, piccole carovane di cammelli, frotte di donne della campagna, coi bimbi sospesi alla schiena, che si coprono il viso passandoci accanto. E finalmente vediamo dei visi che ci sorridono. Entriamo nel Mellà, il quartiere degli Ebrei. È una vera entrata trionfale. S’affacciano alle terrazze e alle porte, scendono nella strada, si chiamano l’un l’altro, accorrono da tutti i vicoli. Gli uomini capelluti e ravvolti nel loro lungo vestito, col capo coperto d’un fazzoletto annodato sotto il mento, come le donne, s’inchinano con un sorriso cerimonioso. Le donne, bianchissime, rotondette, vestite di panni verdi e rossi gallonati e ricamati d’oro, ci augurano buenos dias e ci dicono mille cose gentili coi loro smaglianti occhi neri. Alcuni bimbi ci[269] vengono a baciare le mani. Per sottrarci a quell’ovazione e al sudiciume delle strade, prendiamo una via traversa e riusciamo in un campo tutto coperto di grandi sepolcri di muratura, della forma di parallelepipedi, bianchi come la neve, che ci dicono essere il cimitero israelitico. Di qui torniamo in città, e dopo un altro miglio di cammino per strade tortuose e immonde, bruciati dal sole, saettati da mille sguardi, maledetti da mille bocche, rientriamo finalmente, colla testa in tumulto e le ossa rotte, nel palazzo dell’Ambasciatore.
O Fez! — dice uno storico arabo — tutte le beltà della terra sono riunite in te! E soggiunge che Fez è stata sempre la sede della saggezza, della scienza, della pace, della religione; la madre e la regina di tutte le città del Magreb; che i suoi abitanti hanno l’ingegno più fino e più profondo degli altri abitanti del Marocco; che tutto quello che è in essa e intorno ad essa è benedetto da Dio; persino l’acqua del Fiume delle perle, la quale guarisce dal mal della pietra, immorbidisce la pelle, profuma i panni, distrugge gl’insetti, rende più dolci (se è bevuta a digiuno) i piaceri dei sensi e contiene pietre preziose d’inestimabile valore. E non meno poeticamente è raccontata dagli scrittori arabi la storia della sua fondazione.[270] Quando gli Abassidi, sul finire dell’ottavo secolo, si divisero in due fazioni, un principe della fazione vinta, Edris-ebn-Abd-Allà, si rifugiò nel Magreb, poco lontano dal luogo dove sorse poi la città di Fez; e qui visse nella solitudine, pregando e meditando, finchè per la sua origine illustre e per la sua santa vita, avendo acquistato gran fama in mezzo ai Berberi della contrada, questi lo elessero loro capo. A poco a poco, colle armi e coll’alta autorità di discendente d’Alì e di Fatima, egli estese la sua sovranità sopra una gran parte del paese, convertendo forzatamente all’islamismo idolatri, cristiani ed ebrei; e pervenne a tal grado di potenza, che il Califfo d’Oriente Arun-er-Rescid, ingelosito, lo fece avvelenare da un finto medico, per distruggere con lui il suo impero nascente. Ma i Berberi diedero solenne sepoltura ad Edris e riconobbero per Califfo un suo figliuolo postumo Edris-ebn-Edris, il quale salì sul trono a dodici anni, consolidò ed accrebbe l’opera del padre, e si può dir che sia stato il vero fondatore dell’Impero del Marocco, il quale rimase fino alla fine del decimo secolo nelle mani della sua dinastia. Fu questo medesimo Edris che gettò le prime fondamenta di Fez il tre febbraio dell’anno 808, «in un vallone posto fra due alte montagne coperte di ricchi boschi e irrigate da mille ruscelli,[271] sulla riva destra del Fiume delle perle.» La tradizione spiega in vario modo l’origine di quel nome. Scavando per le fondamenta si sarebbe trovata nella terra una grande scure (che si chiama in arabo Fez) del peso di sessanta libbre, e questa avrebbe dato il nome alla città. Lo stesso Edris, dice un’altra leggenda, lavorava alle fondamenta in mezzo ai suoi operai, i quali, in segno di gratitudine, gli offrirono una scure d’oro e d’argento, ed egli volle perpetuare nel nome della nuova città la memoria di quell’omaggio. Secondo un altro racconto, il segretario d’Edris avrebbe domandato un giorno al suo Signore qual nome egli intendesse di porre alla città. — Il nome, rispose il principe, della prima persona che incontreremo. — Passò un uomo, lo interrogarono, rispose che si chiamava Farès; ma essendo balbuziente, pronunziò invece di Farès, Fez, e il principe ritenne questo nome. Altri dice che si chiamava Zef una grande città posta sul Fiume delle perle, la quale esistette mille e ottocento anni e fu distrutta prima che l’Islam risplendesse sulla terra; ed Edris impose alla sua metropoli il nome rovesciato della città distrutta. Comunque sia, la città nuova s’accrebbe rapidamente, e già sul principio del decimo secolo rivaleggiava di splendore con Bagdad; racchiudeva fra le sue mura la moschea El-Caruin[272] e quella d’Edris, ancora esistenti, una la più vasta e l’altra la più venerata dell’Affrica; ed era chiamata la Mecca dell’occidente. Verso la metà del undicesimo secolo Gregorio IX ci stabiliva un episcopato. Sotto la dinastia degli Almoadi, aveva trenta sobborghi, ottocento moschee, novantamila case, diecimila botteghe, ottantasei porte, vasti ospedali, bagni magnifici, una grande biblioteca ricca di preziosissimi manoscritti greci e latini; scuole di filosofia, di fisica, d’astronomia e di lingua, a cui accorrevano dotti e letterati d’ogni parte d’Europa e Levante; si chiamava l’Atene dell’Affrica, ed era ad un tempo la sede d’una fiera perpetua, dove affluivano i prodotti dei tre continenti; e il commercio europeo v’aveva i suoi bazar e i suoi alberghi, e vi prosperavano, tra mori, arabi, berberi, ebrei, neri, turchi, cristiani e rinnegati, cinquecentomila abitanti. Ed ora quanto mutata! Quasi tutti i giardini sono scomparsi, la più parte delle moschee rovinarono, della gran biblioteca non rimane che qualche volume tarlato, le scuole son morte, il commercio languisce, gli edifici si sfasciano, e la popolazione è ridotta a meno assai della quinta parte dell’antica. Fez non è più che una enorme carcassa di metropoli abbandonata in mezzo all’immenso cimitero del Marocco.
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La nostra maggiore curiosità, dopo la prima passeggiata per Fez, era di visitare le due famose moschee El-Caruin e Mulei-Edris; ma essendo vietato ai cristiani di mettervi piede, ci dovemmo contentare del po’ che se ne vede dalle strade: le porte ornate di musaici, i cortili ad archi, le navate basse e lunghissime, divise da una foresta di colonne e rischiarate da una luce misteriosa. Non è però da credere che queste moschee siano oggi quali erano al tempo della loro gran fama, poichè già nel secolo decimoquinto, il celebre storico Abd-er-Rhaman ebn-Kaldun, descrivendo quella d’El-Caruin (che Dio la nobiliti di più in più, com’egli dice), accenna a parecchi ornamenti che non esistevano più ai suoi tempi. Le prime fondamenta di questa immensa moschea furono gettate il primo sabato di Ramadan; l’anno 859 di Gesù Cristo, a spese d’una pia donna del Kairuan. Era da principio una piccola moschea di quattro navate; ma l’abbellirono e l’ampliarono a poco a poco governatori, emiri e sultani. Sulla cima del minareto, innalzato dall’Imam Ahmed ben Aby Beker, brillava una palla d’oro, tempestata di perle e di pietre preziose, nella quale era confitta la spada d’Edris-ebn-Edris, fondatore di Fez. Alle pareti interne erano appesi dei talismani che premunivano la moschea dai nidi dei topi, degli scorpioni e dei serpenti[274] Il Mirab — la nicchia rivolta verso la Mecca — era così splendido, che gl’imam dovettero farlo imbiancare perchè non distraesse i fedeli dalla preghiera. V’era un pulpito d’ebano ornato d’avorio e di gemme. V’erano duecento settanta colonne che formavano sedici navate di ventun arco ciascuna, quindici grandi porte d’entrata per gli uomini e due piccole per le donne, e mille settecento lampade che nella ventisettesima notte di Ramadan consumavano tre quintali e mezzo d’olio. Tutti particolari che lo storico Kaldun reca con grandi esclamazioni di meraviglia e di gioia, soggiungendo che fra le navate, il cortile, le gallerie, i vestiboli e le soglie delle porte, misurato lo spazio palmo per palmo, la moschea potea contenere ventiduemila settecento persone, e che per pavimentare il solo cortile erano stati impiegati cinquantaduemila mattoni. «Gloria ad Allà, signore dei mondi, immensamente misericordioso e re del giorno del giudizio finale!».
Aspettando che il Sultano fissasse il giorno per il ricevimento solenne, si fecero varie passeggiate, in una delle quali ricevetti «un’impressione» affatto nuova per me. Ci avvicinavamo alla Porta bruciata, Beb-el-Maroc, per rientrare in città, quando il vice-console uscì[275] in una esclamazione che mi fece rabbrividire: — Due teste! — Alzai gli occhi al muro, intravvidi due lunghe striscie di sangue rappreso e non ebbi cuore di guardar più su. Erano due teste, mi dissero, appese per i capelli al di sopra della porta; una che pareva d’un giovanetto d’una quindicina d’anni, l’altra d’un uomo tra i venticinque e i trenta: tutti e due mori. Si seppe in seguito ch’erano state appese nella notte, e si diceva che fossero due teste di ribelli delle terre confinanti coll’Algeria, portate a Fez il giorno avanti. Ma il sangue colato faceva sospettare che fossero state recise nella città medesima e forse davanti a quella medesima porta. Comunque fosse, ci fu noto in quella occasione che le teste dei ribelli sono sempre, dalla terra ribellata, portate alla sede della corte e presentate al Sultano; dopo di che i soldati imperiali acciuffano il primo ebreo che incontrano, gli fanno cavare dalle teste il cervello e riempire il vuoto di stoppa e di sale, e le appendono a una porta della città. Dopo che son state là qualche giorno — a Fez, per esempio — un corriere se le mette in un canestro e le porta a Mechinez, dove sono esposte daccapo, e poi ritolte per essere portate a Rabatt, e via via, di città in città fin che sian putrefatte. Non sembra però che questo sia accaduto delle due teste di Beb-el-Maroc,[276] poichè il giorno dopo, non vedendole più, domandammo a un servo arabo che cosa ne avessero fatto, ed egli rispose con un gesto: — Sepolte. — Ma s’affrettò a soggiungere, come per consolarci: — Ce n’è già per strada molte altre.
Due giorni prima del ricevimento solenne, fummo invitati a colezione da Sid-Mussa.
Sid-Mussa non ha il titolo nè di gran vizir, nè di ministro, nè di segretario; si chiama semplicemente Sid-Mussa; è nato schiavo; è un mancipio del Sultano, che domani può spogliarlo d’ogni suo avere, cacciarlo in fondo a una prigione o fare appendere il suo capo ai merli di Fez, senza renderne conto a nessuno; ma è nello stesso tempo il ministro dei ministri, l’anima del governo, la mente che tutto abbraccia e tutto move dall’Oceano alla Muluia e dal Mediterraneo al deserto, e dopo il Sultano il personaggio più famoso dell’Impero. Si può dunque immaginare la curiosità che ci fremeva dentro, la mattina che, circondati, come al solito, di gente armata, e accompagnati dal Caid e dagl’interpreti, ci recammo, con un lungo codazzo di popolo, a casa sua, che si trova nella nuova Fez.
Fummo ricevuti alla porta da uno stuolo di servi arabi e neri, ed entrammo in un giardino[277] chiuso da alti muri, in fondo al quale, sotto un piccolo portico, aspettava Sid-Mussa, circondato dei suoi ufficiali, tutti vestiti di bianco.
Il famoso ministro porse tutt’e due le mani, con un atto vivace, all’Ambasciatore, chinò la testa sorridendo verso di noi e ci fece entrare in una piccola sala a terreno, dove sedemmo.
Che strana figura! Per un pezzo rimanemmo tutti attoniti a guardarlo. È un uomo sulla sessantina, mulatto, quasi nero, di mezzana statura; ha una testa grossissima e oblunga, due occhi lampeggianti che lanciano uno sguardo astutissimo, un gran naso forcuto, una gran bocca, due file di denti enormi, un mento smisurato; e malgrado questi tratti ferini, un sorriso affabile, un’espressione benigna e modi e inflessioni di voce quanto si può dire cortesi. Ma con nessuna gente quanto coi mori, dice chi li conosce, è facile ingannarsi giudicando l’animo dall’aspetto. Non nell’animo però, nella testa di quell’uomo io avrei voluto vedere! Non ci avrei trovato per certo una grande dottrina. Forse non più che qualche pagina del Corano, qualche periodo della storia dell’Impero, qualche vaga nozione geografica dei primi stati d’Europa, qualche idea di astronomia, qualche regola d’aritmetica. Ma in compenso, che profonda conoscenza del cuore umano, che prontezza[278] di percezione, che sottigliezza di scaltrimenti, che trama intricata di faccende lontanissime da ogni nostra consuetudine, quanti curiosi segreti di reggia, e chi sa che guazzabuglio di rimembranze d’amori, di supplizi, d’intrighi, di vicende strane e tremende! E c’era fors’anche, sotto quel bianco turbante, un concetto della civiltà europea e dello stato del Marocco, non molto diverso dal nostro; tanto che, se avesse potuto esprimere il suo pensiero, avrebbe esclamato: — Eh! cari signori, ne sono più persuaso di voi! — ma era un pensiero imprigionato nel turbante. La stanza, per stanza moresca, era sontuosamente mobiliata, poichè conteneva un piccolo sofà, un tavolino, uno specchio e parecchie seggiole. Le pareti erano decorate di tappeti rossi e verdi, il soffitto dipinto, il pavimento a musaico. Nulla però di straordinario per la casa d’un ministro ricchissimo come Sid-Mussa.
Scambiati i complimenti d’uso, fummo condotti nella sala della mensa, ch’era da un altro lato del giardino.
Sid-Mussa, giusta il suo costume, non venne.
La sala della mensa era, come l’altra, decorata di tappeti rossi e verdi. In un angolo si vedeva un armadio, con su due mazzi di vecchi fiori finti, coperti da una campanella di vetro; e accanto all’armadio uno di quei piccoli specchi[279] colla cornice dipinta a fiori, che si trovano da noi in tutte le locande di villaggio. Sulla tavola, una ventina di piatti pieni di grossi confetti bianchi, della forma di palle e di carrube; le posate e le stoviglie bellissime; molte bottiglie d’acqua; non una goccia di vino. Sedemmo e fummo subito serviti. Ventotto piatti senza contare i dolci! Ventotto enormi piatti, ognuno dei quali sarebbe bastato a sfamare venti persone: di tutte le forme, di tutti gli odori, di tutti i sapori; pezzi smisurati di montone allo spiedo, polli impomatati, selvaggina alla ceretta, pesci al cosmetico, fegatini alla stearina, torte all’unto di sego, legumi in salsa di sugna, ova in conserva di manteca, insalate trite peste impastate e combinate a musaico; dolci di cui ogni boccone basterebbe a purgare un uomo d’un delitto di sangue; e con tutte queste ghiottonerie, grandi bicchieri d’acqua fresca, nei quali spremevamo dei limoni che c’eravamo portati in tasca; e poi una tazza di tè giulebbato; e infine uno stuolo di servi che irruppe nella sala, e innondò d’acqua di rosa noi, la tavola e le pareti: tale fu la colezione di Sid-Mussa.
Quando ci alzammo da tavola, venne un ufficiale ad annunciare all’Ambasciatore che Sid-Mussa stava dicendo le sue preghiere, e che appena finito, avrebbe con grandissimo piacere[280] conferito con lui. Subito dopo comparve un vecchio tutto tremante, sorretto da due mori, il quale afferrò le mani all’Ambasciatore e gliele strinse furiosamente dicendo con grande concitazione: — Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto l’Ambasciatore del Re d’Italia! Benvenuto fra noi! Bel giorno per noi! — Era il gran sceriffo Bacali, uno dei più potenti personaggi della corte e dei più ricchi proprietari dell’Impero, confidente del Sultano, possessore d’un grande arém, malato da due anni di dispepsia; il quale rallegra, si dice, gli ozî del suo Signore con motti arguti e atteggiamenti comici; facoltà che non traspare affatto dal suo viso truce e dai suoi modi impetuosi. Dopo di lui comparirono i due figliuoli di Sid-Mussa; uno di cui ho dimenticato affatto la fisonomia, che disparve dopo i primi saluti; l’altro, un bellissimo giovane di venticinque anni, segretario intimo del Sultano: un viso di donna con due grand’occhi castagni d’una dolcezza indescrivibile; allegro, disinvolto, irrequieto, che stropicciava continuamente, con tutt’e due le mani, le falde del suo ampio caffettano aranciato.
Usciti il Bacali e l’Ambasciatore, rimanemmo noi con alcuni ufficiali seduti sul pavimento, e il segretario del Sultano, seduto, in onor nostro, sopra una seggiola.[281]
Il simpatico giovane intavolò subito la conversazione per mezzo di Mohammed Ducali.
Fissò gli occhi in viso all’Ussi e domandò sottovoce chi era.
— È il signor Ussi, — rispose il Ducali, — gran maestro di pittura.
— Dipinge colla macchina? — domandò il giovane.
Voleva dire la macchina fotografica.
— No signore; — rispose l’interprete — dipinge a mano.
Parve che dicesse tra sè: — che peccato! — e rimase un momento sopra pensiero. Poi disse: — Domandavo.... perchè colla macchina si lavora più preciso.
Il Comandante pregò il Ducali di domandargli in che punto di Fez si trovasse la fontana chiamata di Ghalù, dal nome d’un ladro che Edriss, il fondatore della città, fece inchiodare in un albero vicino. Il giovane segretario si mostrò altamente meravigliato che il Comandante sapesse questo particolare storico, e gli fece domandare in che maniera lo aveva saputo.
— L’ho letto nella storia del Kaldun, — rispose il Comandante.
— Nella storia del Kaldun! — esclamò il giovane. — Avete dunque letto la storia del Kaldun! Vuol dire dunque che sapete l’arabo! E dove avete trovato quest’istoria?[282]
Il Comandante rispose che quella storia si trovava in tutte le nostre città, ch’era un libro conosciutissimo in Europa, che l’avevan tradotto in inglese, in francese e in tedesco.
— Ma davvero! — esclamò l’ingenuo giovane. — Voi tutti l’avete letta! E sapete queste cose! Io non me lo sarei mai immaginato!
E non finiva di farne le meraviglie.
A poco a poco la conversazione s’infervorò, ci presero parte anche gli ufficiali, e riuscimmo a sapere varie cose singolari. L’Ambasciatore inglese aveva regalato al Sultano due macchine telegrafiche, e fatto insegnare a parecchie persone della corte la maniera di servirsene; e già se ne servivano, non pubblicamente, perchè nella città, alla vista di quei fili misteriosi, sarebbe nato un sottosopra; ma nell’interno del palazzo imperiale; e non è a dire se il grande ritrovato avesse stupito tutti. Non però fino al punto che noi potremmo supporre, perchè da quello che ne avevano inteso dir prima, se n’erano fatto tutti, compreso il Sultano, un concetto assai più meraviglioso; credevano, cioè, che la trasmissione del pensiero non si facesse già per mezzo della trasmissione successiva delle lettere e delle parole; ma tutta d’un colpo, istantaneamente, in modo che bastasse un tocco per esprimere e trasmettere[283] issofatto qualsivoglia discorso. Riconoscevano, ciò non ostante, che la macchina era ingegnosa e che poteva riuscir utile, particolarmente nei nostri paesi, dove essendoci molta gente e molto traffico, doveva esserci bisogno di far ogni cosa alla spiccia. Il che significava in altre parole: che cosa faremmo noi del telegrafo? E a che termini sarebbe ridotta la politica del nostro Governo, se alle domande dei rappresentanti degli Stati d’Europa si dovesse risponder subito e in poche parole? e rinunziare a quella gran scusa dei ritardi e a quell’eterno pretesto delle lettere smarrite, che sono i corrieri, grazie a cui si può strascicare per due mesi una quistione che potrebbe esser risolta in due giorni? Si seppe, oltre a questo, o piuttosto si capì, che il Sultano è un uomo d’indole mite e di cuore gentile, che vive austeramente, che ama una donna sola, che mangia senza forchetta, come tutti i suoi sudditi, e seduto in terra, ma coi piatti posti sopra una piccola tavola dorata, alta un palmo; che prima d’esser Sultano, correva il lab el barod coi soldati, ed era uno dei più destri; che ama il lavoro e fa molte volte egli stesso quello che dovrebbero fare i suoi servi, fino a incassare le proprie robe nelle occasioni di partenza; e che infine il popolo lo ama, ma anche lo teme, perchè sa[284] di certo che quando scoppiasse una grande rivolta, egli sarebbe il primo a saltare a cavallo e a slanciarsi colla spada nel pugno contro i ribelli. Ma con che garbo dicevan queste cose! Che bei sorrisi e che bei movimenti! Che peccato non intendere il loro linguaggio tutto figure e colori, e non poter leggere e frugare a nostro bell’agio dentro quell’ingenua ignoranza!
Dopo due ore ricomparvero l’Ambasciatore, Sid-Mussa, il gran sceriffo e tutti gli ufficiali; ci fu uno scambio interminabile di strette di mano, di sorrisi, d’inchini, di saluti, di cerimonie, che pareva si ballasse una contraddanza; e finalmente, passando fra due lunghe ali di servi attoniti, s’uscì. Uscendo, vedemmo all’inferriata d’una grande finestra a terreno una decina di visi di donne, nere, bianche e mulatte, indiademate e scarmigliate; le quali, appena apparimmo, scomparvero facendo un gran rumore di pantofole e di sottane sbattute.
Fin dal primo giorno del viaggio, il Sultano Mulei-el-Hassen era, come ognuno può immaginare, l’oggetto principale della nostra curiosità. Fu dunque una festa per tutti la sera che l’Ambasciatore ci annunziò il ricevimento solenne per la mattina seguente. In vita mia, non ho mai levato le pieghe alla giubba, nè fatto scattare[285] la molla del gibus, con più profonda compiacenza che in quella occasione.
Quella gran curiosità derivava, in parte, dalla storia della sua dinastia. Si desiderava di vedere un volto di quella terribile famiglia dei Sceriffi Fileli, a cui gli storici danno il primato del fanatismo, della ferocia e dei delitti su tutte le dinastie che regnarono nel Marocco. Sul principio del secolo decimosettimo, alcuni abitanti del Tafilet, provincia dell’Impero che confina col deserto, dalla quale gli sceriffi di quella dinastia prendono il nome di Fileli, condussero dalla Mecca nel loro paese uno sceriffo chiamato Alì, nativo di Iambo, e discendente di Maometto per Hassen, secondo figliuolo d’Alì e di Fatima. Il clima della provincia di Tafilet, poco dopo il suo arrivo, riprese una regolarità che da qualche tempo aveva perduta; i datteri crebbero in grande abbondanza; il merito ne fu attribuito ad Alì; Alì venne eletto re, sotto il nome di Mulei-Sceriffo; i suoi discendenti allargarono, a poco a poco, colle armi, il dominio dell’avo; s’impadronirono di Marocco e di Fez, scacciarono la dinastia dei sceriffi Saadini, e regnarono, fino ai nostri giorni, su tutto il paese compreso fra la Muluia, il deserto ed il mare. Sidi-Mohammed, figlio di Mulei-Sceriffo, regnò con sapiente clemenza; ma dopo di lui il trono dei Sceriffi s’affondò nel sangue. El Rescid governa col[286] terrore, ruba l’ufficio al carnefice, lacera di propria mano le mammelle alle donne perchè rivelino il nascondiglio dei tesori dei mariti. Mulei Ismaele, il principe lussurioso, l’amante di ottomila donne e padre di mille duecento figli, il fondatore del corpo famoso delle guardie nere, il galante sultano che chiede in isposa a Luigi XIV la figliuola della duchessa La Valliére, fa appendere diecimila teste ai merli di Marocco e di Fez. Mulei Ahmed el Dehebi, avaro e crapulone, ruba i gioielli alle donne di suo padre, s’istupidisce col vino, fa strappare i denti alle sue belle e recidere il capo a uno schiavo che ha troppo premuto il tabacco nella sua pipa. Mulei Abd-Allà, vinto dai Berberi, fa sgozzare, per sfogar la sua rabbia, gli abitanti di Mechinez, aiuta il carnefice a decapitare gli ufficiali del suo valoroso esercito sconfitto, e inventa l’orribile supplizio di cucir l’uomo vivo dentro un toro sventrato perchè si putrefacciano insieme. Appare migliore della propria razza Sidi-Mohammed, suo figliolo, il quale si circonda di rinnegati cristiani, cerca la pace e ravvicina il Marocco all’Europa. Poi, daccapo, Mulei Yezid, violento, crudele e fanatico, che per pagare i suoi soldati, gli sguinzaglia al saccheggio dei quartieri degli Ebrei in tutte le città dell’Impero; Mulei Hesciam, che dopo un regno di pochi[287] giorni, va a morire in un santuario; Mulei Soliman, che distrugge la pirateria e ostenta amicizia all’Europa, ma con arte astuta segrega il Marocco da tutti gli Stati civili, e si fa portare ai piedi del trono la testa degli ebrei rinnegati a cui è sfuggita una parola di rammarico sulla loro abjura forzata; Abd-er-Rhaman, il vinto d’Isly, che fa calcinar vivi i congiurati nelle mura di Fez; e infine Sidi-Mohammed, il vinto di Tetuan, che per inculcare nei suoi popoli il rispetto e la devozione, fa portare per i duar e per le città le teste dei suoi nemici confitte nei fucili dei suoi soldati. Nè son queste le maggiori calamità che affliggono l’Impero sotto la sciagurata dinastia dei Fileli. Sono guerre colla Spagna, il Portogallo, l’Olanda, l’Inghilterra, la Francia, i Turchi d’Algeri; insurrezioni feroci di berberi, spedizioni disastrose nel Sudan, rivolte di tribù fanatiche, ammutinamenti delle guardie nere, persecuzioni di cristiani; guerre accanite di successione tra padre e figlio, tra zii e nipoti, tra fratelli e fratelli; l’Impero a volta a volta smembrato e ricomposto; Sultani cinque volte scoronati e cinque volte rimessi in trono; vendette snaturate tra principi consanguinei, gelosie di donne e delitti orrendi, e miseria immensa, e decadenza precipitosa alla barbarie antica; e in ogni tempo questo principio trionfante: che[288] non potendo assidersi la civiltà europea se non sulle rovine di tutto l’edifizio politico e religioso del Profeta, l’ignoranza è la miglior salvaguardia dell’Impero, e la barbarie un elemento necessario di vita. Con quest’aureola storica ci si presentava alla fantasia il giovine Sultano a cui stavamo per comparire dinanzi.
Alle otto della mattina, l’Ambasciatore, il vice-console, il signor Morteo, il Comandante e il Capitano, vestiti delle loro splendide uniformi, erano già radunati nel cortile, in mezzo a una folla di soldati, fra i quali il caid, tutti in pompa magna. Noi soli, i due pittori, il medico ed io, tutti e quattro in giubba, gibus e cravatta bianca, non osavamo uscire dalle stanze, per timore che il nostro bizzarro vestire, forse non mai visto a Fez prima d’allora, facesse ridere il pubblico. — Vada prima lei — no, tocca a lei — no, tocca a loro — ; per un quarto d’ora non si fece altro discorso, l’uno cercando di spinger l’altro fuori della porta. Finalmente, dopo una savia osservazione del dottore, che disse: — L’unione fa la forza — ; uscimmo tutti e quattro insieme, stretti in un gruppo, col capo basso e il cappello sugli occhi. La nostra comparsa nel cortile destò una viva meraviglia fra i soldati, i custodi e i servi del palazzo, alcuni dei quali si nascosero dietro i pilastri per ridere al sicuro. Ma fu ben[289] altra cosa per la città. Montammo tutti a cavallo e ci dirigemmo verso la porta della Nicchia del burro, preceduti da un drappello di fantaccini dalla divisa rossa, seguiti da tutti i soldati della legazione, fiancheggiati da ufficiali, interpreti, cerimonieri e cavalieri della scorta di Ben-Kasen-Buhammei. Era un bellissimo spettacolo quella mescolanza di cappelli cilindrici e di turbanti bianchi, di uniformi diplomatiche e di caffettani rosei, di spadine di gala e di sciaboloni barbareschi, di guanti canarini e di mani nere, di calzoni dorati e di gambe nude; e lascio considerare che figura ci facessimo noi quattro, vestiti da ballo, a cavallo a una mula, seduti sopra una sella rossa alta come un trono, grondanti di sudore e coperti di polvere appena usciti di casa. Le strade erano piene di gente. Al nostro apparire tutti si fermavano e facevano ala. Guardavano il cappello piumato dell’Ambasciatore, i cordoni d’oro del capitano, le medaglie del Comandante, e non davano alcun segno di meraviglia. Ma quando passavamo noi quattro, ch’eravamo gli ultimi, era prima uno stralunamento d’occhi e poi un esilararsi di volti che metteva un vero dispetto. Accanto a noi cavalcava Mohammed-Ducali: lo pregai di tradurmi qualcuna delle osservazioni che gli riuscisse di cogliere a volo. Un moro, in mezzo a un crocchio, disse non[290] so cosa, a cui mi parve che gli altri assentissero. Il Ducali diede in uno scroscio di risa e mi notificò che quella brava gente ci credeva esecutori di giustizia. Alcuni, forse perchè il nero è un colore odiato dai mori, ci guardavano con un’aria quasi di disprezzo e di sdegno. Altri scrollavano il capo in segno di commiserazione. — Signori, — disse allora il medico, — se non sappiamo farci rispettare, è colpa nostra; abbiamo le armi; serviamocene; io darò per il primo l’esempio. — Così dicendo, si tolse il gibus, lo schiacciò e passando dinanzi a un gruppo di mori che sorridevano, lo fece scattare improvvisamente. La meraviglia e il turbamento di quella gente, alla vista di quello scatto misterioso, non si può esprimere. Tre o quattro diedero un passo indietro e slanciarono sul diabolico cappello uno sguardo di profonda diffidenza. I pittori ed io, incoraggiati dall’esempio, lo imitammo, e così a furia di pugni nel gibus, arrivammo, rispettati e temuti, alle mura delle città.
Fuori della porta della Nicchia del Burro erano schierati sul passaggio dell’ambasciata duemila soldati di fanteria, in gran parte ragazzi, che presentarono le armi, a modo loro, gli uni dopo gli altri, e passati noi, si misero la divisa sulla testa per ripararsi dal sole.
Passammo un piccolo ponte che accavalcia[291] il Fiume delle perle e ci trovammo nel luogo destinato al ricevimento, dove si discese tutti da cavallo.
Era una vastissima piazza rettangolare, chiusa su tre lati da alte muraglie merlate e da grosse torri; sul quarto lato, dal Fiume delle perle. Nell’angolo più lontano da noi s’apriva una stradicciuola, fiancheggiata da due muri bianchi, che conduceva ai giardini e alle case del Sultano, completamente nascoste dai bastioni.
La piazza, quando v’arrivammo, presentava un aspetto ammirabile.
Nel mezzo v’era una folla di generali, di cerimonieri, di magistrati, di nobili, d’ufficiali, di schiavi, arabi e neri, tutti vestiti di bianco, divisi in due grandi schiere, l’una di fronte all’altra, alla distanza d’una trentina di passi.
Dietro una di queste schiere, dalla parte del fiume, erano disposti in fila tutti i cavalli del Sultano, grandi e bellissimi, bardati di velluto ricamato d’oro; ciascuno tenuto da un palafreniere armato. A un’estremità della schiera dei cavalli, c’era una piccola carrozza dorata, che la regina d’Inghilterra regalò all’Imperatore; il quale la fa mettere in mostra in tutti i ricevimenti.
Dietro i cavalli, e dietro l’altra schiera dei personaggi della corte, si stendevano due file lunghissime di guardie dell’Imperatore, vestite di bianco.[292]
Tutt’intorno alla piazza, ai piedi delle mura e lungo la riva del fiume, tremila soldati di fanteria che apparivano appena come quattro lunghissime strisce d’un color rosso fiammante; e sull’altra riva del fiume, una folla immensa di popolo, tutta bianca.
Nel mezzo della piazza eran schierate le casse contenenti i regali del Re d’Italia: un Ritratto del re stesso, specchi, quadri di musaico, candelabri, seggioloni.
Noi ci andammo a mettere vicino alle due schiere dei personaggi, in modo da formar con esse un quadrato aperto verso il lato della piazza donde doveva venire il Sultano. Dietro di noi v’eran le casse; dietro le casse, tutti i soldati dell’ambasciata schierati. Da un lato Mohammed Ducali, il comandante della scorta, Salomone Aflalo, e i marinai in uniforme.
Un cerimoniere di faccia arcigna, armato d’un nodoso bastone, ci schierò su due righe; il Comandante, il capitano e il viceconsole, davanti; il medico, i pittori ed io, dietro. L’ambasciatore stette cinque o sei passi davanti a noi, col signor Morteo, che doveva fare da interprete.
Tutti e sette, senz’accorgercene, ci avanzammo a poco a poco d’alcuni passi.
Il cerimoniere ci fece tornare indietro e c’indicò col bastone il punto preciso dove dovevamo restare.[293]
Quella esigenza ci fece specie, tanto più che ci parve di veder brillare negli occhi del cerimoniere un risolino astuto. Nello stesso punto sentimmo un vivace bisbiglio che veniva dall’alto. Guardammo in su, e vedemmo nei bastioni, a una certa altezza, quattro o cinque finestre, chiuse da persiane verdi, dietro le quali si muovevano confusamente molte teste. Erano teste di donna; il bisbiglio veniva di là; le finestre appartenevano a una specie di loggia, che per un lungo corridoio comunicava coll’arem del Sultano; e il cerimoniere ci faceva stare in quel certo punto per ordine del Sultano stesso, al quale le donne avevano chiesto di poter vedere i cristiani. Che peccato non aver sentito quello che dicevano dei nostri cappelli a staio e dei nostri vestiti a coda di rondine!
Il sole era ardentissimo, nella vasta piazza regnava un profondo silenzio, tutti gli occhi erano rivolti dalla stessa parte. Credo che in quei momenti ai miei compagni, come a me, batteva il cuore più forte.
Aspettammo circa dieci minuti.
All’improvviso, corse un fremito per tutto l’esercito, s’intese un suono di banda, le trombe squillarono, i personaggi della corte si curvarono profondamente, le guardie, i palafrenieri e i soldati misero un ginocchio in terra, e da[294] tutte le bocche uscì un grido prolungato e tonante: — Dio protegga il nostro Signore!
Il Sultano s’avanzava verso di noi.
Era a cavallo, seguito da una turba di cortigiani a piedi, uno dei quali sorreggeva sopra il suo capo un enorme parasole.
Arrivato a pochi passi dall’Ambasciatore, si fermò; una parte del suo seguito chiuse il quadrato; gli altri gli rimasero intorno.
Il cerimoniere del bastone gridò ad alta voce: — L’Ambasciatore d’Italia!
L’Ambasciatore, accompagnato dall’interprete, col capo scoperto, s’avvicinò al Sultano.
Questo gli disse in arabo: — Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto! — Poi gli domandò se aveva fatto buon viaggio, e s’era stato soddisfatto del servizio della scorta e del ricevimento dei Governatori.
Ma di tutto questo noi non udimmo nulla. Eravamo affascinati. Quel Sultano, che l’immaginazione ci aveva rappresentato sotto l’aspetto d’un despota selvaggio e crudele, era il più bello e più simpatico giovane che possa brillare alla fantasia d’un’odalisca. È alto di statura e snello, ha gli occhi grandi e soavi, un bel naso aquilino, il viso bruno d’un ovale perfetto, contornato d’una corta barba nera; una fisonomia nobilissima e piena di dolce mestizia. Una cappa bianca come la neve gli scendeva dalla testa[295] ai piedi; il turbante era coperto da un alto cappuccio; i piedi nudi e infilati in due babbucce gialle; il cavallo grande e bianchissimo, colla bardatura verde e le staffe d’oro. Tutta quella bianchezza e quell’ampia e lunga cappa gli davano un aspetto sacerdotale, una grazia di regina, una maestà semplice ed amabile, che corrispondeva ammirabilmente all’espressione gentilissima del suo viso. Il parasole, insegna del comando, che un cortigiano teneva un po’ inclinato dietro di lui, — un gran parasole rotondo, alto quasi tre metri, rivestito, sopra, di seta color amaranto, sotto di seta azzurra, ricamata d’oro, con una grossa palla dorata sulla cima, — aggiungeva gentilezza e dignità alla sua figura. L’atteggiamento grazioso, lo sguardo così tra pensieroso e ridente, la sua voce sommessa e monotona come il mormorìo d’un ruscello, tutta insomma la sua persona e la sua maniera aveva un non so che d’ingenuo e di femmineo, e nello stesso tempo di solenne, che ispirava una simpatia irresistibile ed un rispetto profondo. Non mostrava d’aver più di trenta due o trentatrè anni.
— Sono lieto, — disse, — che il Re d’Italia abbia mandato un Ambasciatore per stringere maggiormente i legami della nostra antica amicizia. La casa di Savoia non fece mai la guerra al Marocco. Io amo la casa di Savoia e[296] ho seguito con gioia e con ammirazione i grandi avvenimenti che si compirono sotto i suoi aspicii in Italia. Ai tempi di Roma antica, l’Italia era il paese più potente del mondo. Poi si divise in sette stati. I miei antenati furono amici di tutti e sette questi stati. Ed io, ora che tutti e sette si sono riuniti in un solo, ho concentrata in quest’uno tutta l’amicizia che i miei antenati nutrivano per gli altri.
Disse queste parole lentamente, a pause, come se le avesse studiate prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele.
Fra le altre cose, l’Ambasciatore gli disse che il Re d’Italia gli aveva mandato il suo ritratto.
— È un dono prezioso, — rispose; — e io lo farò porre nella sala dove dormo, in faccia a uno specchio, che è il primo oggetto su cui cadono i miei occhi allo svegliarmi; e così ogni mattina, appena desto, vedrò riflessa l’immagine del Re d’Italia, e penserò a lui.
— Sono contento, e desidero che restiate lungo tempo in Fez e spero che ne serberete una buona memoria quando sarete tornati nella vostra bella patria.
Dicendo queste cose, teneva quasi sempre gli occhi fissi sulla testa del cavallo. A momenti, pareva che volesse sorridere; ma subito[297] corrugava le soppracciglia come per richiamare sul suo volto la gravità imperiale. Era curioso, — si capiva, — di vedere che razza di gente fossimo noi sette schierati a dieci passi dal suo cavallo; ma non volendo guardarci direttamente, girava gli occhi a poco a poco, e poi con uno sguardo rapidissimo ci abbracciava tutti e sette insieme, e in quel momento nel suo occhio brillava una certa espressione indefinibile d’ilarità infantile, che faceva un graziosissimo contrasto colla maestà di tutta la sua persona. Il folto corteo che gli stava dietro e ai lati, pareva pietrificato. Tutti gli occhi eran fissi in lui, non si sentiva un respiro, non si vedevano che volti immobili in un atteggiamento di venerazione profonda. Due mori, con mano tremante, gli cacciavano le mosche dai piedi; un altro, di tratto in tratto, gli passava la mano sul lembo della cappa come per purificarla dal contatto dell’aria; un quarto, in atto di sacro rispetto, accarezzava la groppa del cavallo; quello che reggeva il parasole, stava cogli occhi bassi, immobile come una statua, quasi fosse confuso e sgomento dalla solennità del suo ufficio. Tutto, intorno a lui, esprimeva la sua enorme potenza, l’immensa distanza che lo separava da tutti, una sottomissione sconfinata, una devozione fanatica, una svisceratezza d’amore pauroso e selvaggio, che sembrava[298] domandare d’essere provato col sangue. Non pareva un monarca; ma un Dio.
L’Ambasciatore gli porse le sue credenziali e gli presentò il Comandante, il capitano e il vice-console, i quali gli s’avvicinarono l’un dopo l’altro e stettero qualche momento dinanzi a lui nell’atteggiamento del saluto.
Guardò con particolare attenzione le decorazioni del Comandante.
— Il medico, — disse poi l’Ambasciatore accennando noi quattro, — e tre scienziati.
I miei occhi incontrarono gli occhi del Dio, e tutti i periodi, già concepiti, di questa descrizione, mi si scompigliarono nella mente.
Il Sultano domandò con curiosità chi fosse il medico.
— Quello a destra, — disse l’interprete.
Lo guardò attentamente.
Poi, accompagnando le parole con un atto gentile della mano destra, disse: — La pace sia con voi! La pace sia con voi! La pace sia con voi!
La banda suonò, le trombe squillarono, i cortigiani curvarono la testa, le guardie, i soldati e i servi misero un ginocchio in terra, e scoppiò un’altra volta da tutti i petti un grido lungo e sonoro: — Dio protegga il nostro Signore![299]
Scomparso il Sultano, si confusero le due schiere dei grandi personaggi, e vennero verso di noi Sid-Mussa, i suoi figliuoli, i suoi ufficiali, il ministro della guerra, il ministro delle finanze, il gran sceriffo Bacali, il grande cerimoniere, i più grossi pezzi della corte, sorridendo, vociando, agitando le braccia in segno di festa. Poco dopo, avendo Sid-Mussa invitato l’Ambasciatore a riposarsi in un giardino del Sultano, si montò tutti a cavallo, si attraversò la piazza, s’infilò la stradicciuola misteriosa e s’entrò nell’augusto recinto del quartiere imperiale. Vicoli fiancheggiati da alti muri, piazzette, cortili, case in rovina, case in costruzione, porte ad arco, corridoi, giardinetti, piccole moschee, un labirinto da perderci il capo, e per tutto operai affaccendati, schiere di servi, sentinelle armate, e qualche viso di schiava dietro le inferriate delle finestre e agli spiragli delle porte: non si vide altro. Non un edifizio di bella apparenza, nè altra cosa, fuor delle guardie, che indicasse l’abitazione d’un Monarca. Entrammo in un giardino vasto ed incolto, tutto viali ombrosi incrociati ad angolo retto e chiuso da mura altissime come il giardino d’un convento, e di là, dopo un breve riposo, ritornammo a casa, — spargendo per la strada, — il medico, i pittori ed io, — l’ilarità colla giubba e il terrore coi gibus.[300]
Per tutto quel giorno non si parlò d’altro che del Sultano. Aveva innamorato tutti. L’Ussi si provò cento volte a schizzarne la figura e buttò via la matita disperato. Lo proclamammo tutti il più bello e il più amabile di tutti i Monarchi maomettani; e perchè la proclamazione fosse veramente nazionale, ci piacque di sentire il parere anche del cuoco e dei due marinai.
Il cuoco, al quale tutti gli spettacoli veduti da Tangeri a Fez non avevano strappato mai altro che un sorriso di profonda commiserazione, si mostrò generoso coll’Imperatore.
— A l’è un bel omm, — disse, — a i é nen a diie (è un bell’uomo, non c’è che dire); ma bisognerebbe che andasse a viaggiare (parole testuali) dove c’è l’istruzione.
Questo dove, naturalmente, era Torino.
Luigi, il calafato, benchè napoletano, fu più laconico. Domandato che cosa avesse osservato nell’Imperatore, stette un po’ sopra pensiero e rispose sorridendo:
— Aggio osservato ch’a stu paese manc’ u Re porta i’ calzette!
Il più comico fu il Ranni. — Che cosa t’è parso del Sultano? — gli domandò il Comandante.
— M’è parso, — rispose francamente e colla maggior serietà, — che avesse paura.[301]
— Paura! — esclamò il Comandante. — Di chi?
— Di noi. Non ha visto com’è diventato smorto e come parlava, che quasi gli mancava il fiato?
— Ma tu sei matto! E vuoi che lui, in mezzo a tutte le sue guardie e a tutto il suo esercito, avesse paura di noi altri?
— Così m’è parso, — rispose il Ranni imperturbabile.
Il Comandante lo guardò fisso e poi si pigliò la testa fra le mani in atto di profondo scoraggiamento.
Quella stessa sera entrarono nel palazzo, condotti da Selam, due mori, i quali avendo inteso raccontare meraviglie dei nostri gibus, desideravano di vederli. Andai a prendere il mio e lo apersi sotto i loro occhi. Vi guardarono dentro tutti e due con grande curiosità e parvero molto meravigliati. Credevano probabilmente di trovarci chi sa che complicato meccanismo di ruote e di cerniere, e non vedendoci nulla, si confermavano forse nella superstizione divulgatissima fra il volgo moresco che in tutti gli oggetti dei cristiani ci sia qualcosa di diabolico. — Ma non c’è nulla! — esclamarono tutti e due ad una voce. — Ma qui sta, — risposi per mezzo di Selam, — qui sta appunto il meraviglioso di questi cappelli soprannaturali,[302] che facciano quello che fanno, senz’aiuto d’ordigni! — Selam rise, essi sospettarono la celia, e allora m’ingegnai di spiegare il meccanismo nascosto; ma mi parve che ne capissero poco. Domandarono poi, andandosene, se i cristiani mettevano quella molla nei cappelli «per ricreazione.» — E tu, domandai a Selam — che cosa ne dici di questi arnesi? — Dico, — rispose con un’alterezza sprezzante, appuntando il dito contro il cappello, — che se dovessi vivere cento anni nei vostri paesi, forse, a poco poco, adotterei la vostra maniera di vestire, — le scarpe, la cravatta ed anche i brutti colori che piacciono a voi; — ma quell’arnese lì, — quella orribile cosa nera... ah! Dio m’è testimonio che vorrei piuttosto la morte!
[303]
A questo punto comincia il mio giornale di Fez, che abbraccia tutto il tempo trascorso dal ricevimento dell’Imperatore fino alla partenza per Mechinez.
***
20 Maggio.
..... Oggi il primo custode del palazzo ci diede in segretezza la chiave della terrazza, raccomandandoci caldamente di usare prudenza. Pare ch’egli abbia ricevuto ordine, non di rifiutarci quella chiave, ma di non darla che quando ne fosse pregato; e questo perchè le terrazze (a Fez come nelle altre città del Marocco) appartengono alle donne, e sono considerate quasi come un’appendice dell’arem. Siamo dunque saliti sulla terrazza, che è vastissima, e tutta circondata da un muro più alto d’un uomo, munito di alcune finestre della forma di feritoie. Il palazzo essendo molto alto, e posto in un luogo eminente, si vedono di lassù migliaia di terrazze bianche, le alture circostanti alla città, i monti lontani; e sotto, un altro piccolo[304] giardino, di mezzo al quale s’alza una palma smisurata, che sorpassa l’edifizio di quasi un terzo del proprio fusto. Avvicinando il viso a quelle finestrine, ci parve d’affacciarci a un mondo nuovo. Sulle terrazze vicine e lontane v’erano molte donne, la maggior parte, a giudicar dal vestito, di condizione agiata, — signore, — se questo titolo si può dare alle donne moresche. Parecchie stavano sedute sui parapetti, altre passeggiavano, alcune saltellavano con un’agilità di scoiattoli di terrazza in terrazza, si nascondevano, ricomparivano, e si spruzzavano acqua nel viso ridendo come pazze. Più d’una era seduta in un atteggiamento che avrebbe senza dubbio corretto se avesse sospettato che l’occhio d’un uomo la stava osservando. C’erano vecchie, giovani, bambine di otto o dieci anni, tutte con vestiti di forme bizzarre e di colori vivissimi. Le più avevano le treccie giù per le spalle, un fazzoletto di seta rossa o verde stretto intorno al capo a modo di benda, una specie di caffettano di vario colore, con larghe maniche, serrato intorno alla vita da una cintura azzurra o vermiglia; un corpettino di velluto aperto sul petto; calzoncini, babbuccie gialle e grossi anelli d’argento sopra la noce del piede. Le serve e le bambine non avevano altro che la camicia. Una sola di queste «signore» era abbastanza vicina da poterne[305] discernere il viso. Era una donna sui trent’anni, vestita in gala, affacciata a una terrazza posta a un salto di gatto sotto la nostra. Guardava in un giardino, colla testa appoggiata sulla mano. La osservammo col cannocchiale. Dei del cielo, che pittura! Nero d’antimonio sotto gli occhi, rossetto sulle guancie, bianchetto nel collo, hennè sulle unghie: era tutta una tavolozza. Ma bella, malgrado i trent’anni: un visetto pieno, due occhi a mandorla, velati di lunghe ciglia e languidissimi; un nasino un po’ rivolto in su; una boccuccia rotonda, secondo l’espressione dei poeti moreschi, come un anello; e un corpicino di silfide di cui il vestito sottile metteva in evidenza le curve molli e gentili. Pareva triste, e forse era cagione della sua tristezza una quarta sposa di quattordici anni, entrata nell’arem pochi dì innanzi, della quale essa aveva già sentito il trionfo nel freddo amplesso di suo marito. Di tratto in tratto si guardava una mano, un braccio, le treccie che le cadevano sul seno, e sospirava. Una voce sfuggita a un di noi la riscosse; guardò in su, e accortasi che la guardavamo, scavalcò il parapetto della terrazza colla destrezza d’un acrobata, saltò sopra una terrazza sottostante, e scomparve. Per veder meglio, mandammo a pigliare una seggiola, si giocò a pari e dispari a chi toccasse pel primo,[306] toccò a me, la misi contro il muro, vi salii su e riuscii con mezzo il busto al disopra del parapetto. Fu come l’apparizione d’un nuovo astro nel cielo di Fez: mi si passi il paragone immodesto. Mi videro subito dalle prime case, fuggirono, ricomparvero, annunziarono l’avvenimento alle donne delle terrazze più vicine; in pochi minuti, di terrazza in terrazza, si sparse la notizia per mezza la città; sbucarono curiose da tutte le parti, io mi trovai alla berlina. Ma la bellezza dello spettacolo mi tenne fermo al mio posto. Erano centinaia di donne e di bambine, ritte sui parapetti, sulle torricine, sulle scale esterne, tutte rivolte verso di me, tutte vestite di colori fiammanti, dalle più vicine di cui discernevo i volti attoniti, fino alle più lontane, d’altri quartieri della città, che apparivano appena come puntini bianchi, verdi e vermigli; alcune terrazze affollate che sembravano piene di fiori; per tutto un brulichio, un va e vieni, un gesticolamento, da parere che tutta quella gente assistesse a qualche fenomeno celeste. Per non mettere sottosopra tutta la città, tramontai, ossia discesi dalla seggiola, e per qualche minuto non ci salì nessuno. Poco dopo stava alla berlina il Biseo ed era anch’egli bersagliato da mille sguardi, quando, sopra una terrazza lontana, tutte le donne gli voltarono improvvisamente le[307] spalle, e corsero ad affacciarsi dalla parte opposta; e così di terrazza in terrazza, per una lunga fila di case. Sul primo momento non capimmo che cosa fosse accaduto. Il vice-console fu il primo a indovinarlo. — Un grande avvenimento, — disse; — passano per le strade di Fez il Comandante e il capitano. — E infatti di lì a poco, si videro rosseggiare sopra una delle alture che dominano la città, le divise dei soldati della scorta, e col cannocchiale si riconobbe il Comandante ed il capitano a cavallo. Un altro voltafaccia di donne sopra un gran numero di terrazze, ci annunziò, poco dopo, il passaggio d’un’altra comitiva italiana; e trascorsi dieci minuti vedemmo biancheggiare sull’altura opposta la cuffía egiziana dell’Ussi e il cappello inglese del Morteo. Dopo questo l’attenzione universale si rivolse daccapo a noi, e saremmo stati là a godercela un pezzo; ma sopra una terrazza vicina cinque o sei monelle di schiave, di tredici o quattordici anni, si misero a guardarci e a sghignazzare così insolentemente, che fummo costretti, per il decoro della cristianità, a privare il bel sesso metropolitano della nostra meravigliosa presenza.[308]
***
Ieri siamo stati a pranzo dal Gran Visir Taib Ben Iamani, soprannominato Boascerin, che significa, secondo alcuni, vincitore al gioco della palla, e secondo altri, padre di venti figli: gran vizir, però, non d’altro che di titolo, per aver occupato quella carica suo padre sotto il regno del precedente Sultano.
Il messo latore dell’invito fu ricevuto dall’Ambasciatore in nostra presenza.
— Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin, — disse con molta gravità, — prega l’Ambasciatore d’Italia e il suo seguito di voler pranzare oggi in casa sua.
— Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin, — continuò colla stessa gravità — prega pure l’Ambasciatore e il suo seguito di portar le forchette e i coltelli e di condurre con sè i loro servi per farsi servire a tavola.
Andammo verso sera, tutti in giubba e cravatta bianca, a cavallo, col solito seguito armato. Non ricordo in che parte della città si trovi la casa, tanti sono i giri e le svolte, le salite e le discese che si fecero per stradicciuole coperte, uggiose, sinistre, badando ogni[309] momento a frenare le mule che scivolavano, e a curvare la testa per non urtare nelle volte umide delle interminabili gallerie.
Scendemmo in un androne oscuro ed entrammo in un vasto cortile rettangolare, pavimentato a musaico, e circondato da altissimi pilastri bianchi, sui quali s’incurvano dei piccoli archi ornati d’arabeschi di stucco e dipinti di verde: una bizzarra architettura moresco-babilonese, che ci destò una piacevole meraviglia. Nel mezzo del cortile spicciavano da sette vasche di marmo bianco sette alti zampilli, che facevano il rumore d’una pioggia dirotta. Tutt’intorno v’erano porticine socchiuse e finestrine binate. Nel mezzo dei due lati più corti, due grandi porte aperte, che davano accesso a due sale. Sulla soglia d’una di queste porte ci aspettava il Gran Vizir, in piedi; dietro di lui due vecchi mori, suoi parenti; a destra e a sinistra due ali di schiavi e di schiave.
Scambiati i soliti saluti, il Gran Vizir sedette sopra una materassa distesa lungo la parete, incrociò le gambe, si strinse sul ventre con tutte e due le mani un grosso guanciale rotondo, — suo atteggiamento abituale e notissimo, — e non si mosse più di così per tutta la sera.
Era un uomo sui quarantacinque anni, vegeto, di lineamenti regolari, ma non simpatico[310] per una certa falsa luce che gli brillava negli occhi. Aveva il turbante e il caffettano bianco. Parlava con molta vivacità e rideva sonoramente ad ogni parola propria o d’altri, rovesciando indietro la testa, e continuando a tener la bocca spalancata molto tempo dopo che aveva riso.
Alle pareti erano appesi alcuni quadretti con iscrizioni del Corano in caratteri d’oro; nel mezzo della sala una tavola da osteria di villaggio e alcune seggiole rustiche; tutt’intorno materasse bianche, sulle quali buttammo i nostri cappelli.
Sidi-Ben-Iamani intavolò una vivace conversazione coll’Ambasciatore; gli domandò se era ammogliato, perchè non s’ammogliava; gli disse che, se fosse stato ammogliato, gli avrebbe fatto un grande piacere conducendo la moglie a pranzo con sè; che l’Ambasciatore inglese ci aveva condotto la figliuola, la quale s’era molto divertita; che tutti gli Ambasciatori avrebbero dovuto ammogliarsi espressamente per condurre le loro donne a veder Fez e a pranzare in casa sua, e simili discorsi, interrotti da alte risate.
Mentre, il Gran Vizir parlava, i pittori ed io, seduti sulla soglia della porta, guardavamo di sott’occhio le schiave, le quali a poco a poco, incoraggiate dalla nostra aria di curiosità benigna,[311] s’erano avvicinate, non viste dal Gran Vizir, fino quasi a toccarci, e stavan lì piantate a guardare e a farsi guardare, con una certa compiacenza. Erano otto bei pezzi di ragazze tra i quindici e i vent’anni, alcune mulatte, altre nere, con grand’occhi, narici dilatate, seni prominenti, tutte vestite di bianco, strette intorno alla vita da una larghissima cintura ricamata, le braccia e i piedi nudi, braccialetti ai polsi, grandi cerchi d’argento alle orecchie e due grossi anelli alle gambe. Non avrebbero avuto nessuno scrupolo, ci parve, a lasciarsi pizzicare la guancia da una mano cristiana. L’Ussi accennò al Biseo il bellissimo piede d’una di esse; questa se n’accorse e si mise a osservare il proprio piede con grande curiosità. Tutte le altre fecero lo stesso, paragonando i propri ai piedi della prima. L’Ussi fece scattare il gibus; diedero un passo indietro, poi sorrisero e si riavvicinarono. Una voce del Gran Vizir, che ordinava di apparecchiare la tavola, le fece scappare.
La tavola fu apparecchiata dai nostri soldati. Un servo della casa vi piantò nel mezzo tre grosse torcie di cera vergine di vario colore. Le stoviglie erano del gran vizir: non due piatti uguali; grandi e piccoli, bianchi e dipinti, finissimi e di qualità infima, alla rinfusa. Le serviette pure appartenevano alla casa, ed erano pezzi di tela[312] di cotone, di diversa grandezza, senz’orlo, tagliati in fretta e in furia poche ore prima del desinare.
Ci mettemmo a tavola a notte fatta. Il Gran Vizir rimase sulla sua materassa, col guanciale tra le braccia, discorrendo e ridendo coi suoi due parenti.
Non descriverò il pranzo; non voglio ridestare memorie dolorose. Basterà dire che furono trenta piatti, ossia trenta dispiaceri gravi, senza contare i piccoli fastidi dei dolci.
Al quindicesimo piatto riuscendo oltremodo difficile il proseguire la lotta senza il refrigerio d’un po’ di vino, l’ambasciatore incaricò il Morteo di far domandare al Gran Vizir se non gli sarebbe spiaciuto che mandassimo a pigliare qualche bottiglia di Champagne.
Il Morteo parlò nell’orecchio a Selam e Selam ripetè la domanda nell’orecchio a Sua Eccellenza.
Sua Eccellenza fece una lunga risposta a bassa voce, e intanto noi colla coda dell’occhio spiavamo ansiosamente il suo volto. Ma il suo volto non ci dava grandi speranze.
Selam s’alzò mortificato, e riferì la risposta nell’orecchio all’Intendente il quale ci diede il colpo di grazia colle seguenti parole:
— Il Gran Vizir dice che non avrebbe difficoltà.... che anzi ben volentieri acconsentirebbe....[313] ma che ci sarebbe un inconveniente... ed è che si macchierebbero i bicchieri.... e forse anche la tavola.... e che in ogni modo la vista... l’odore.... e poi la novità della cosa....
— Ho capito, — rispose l’Ambasciatore; — non parliamone più.
Tutti i nostri volti presero un leggero color verde.
Finito il pranzo, l’Ambasciatore rimase a discorrere col Gran Vizir, e noi uscimmo dalla sala. Era buio e piovigginava. Nell’altra sala, in fondo al cortile, illuminata da una torcia, desinavano, seduti sul pavimento, il nostro caid, i suoi ufficiali e i segretari del Gran Vizir. A tutte le finestrine dei quattro muri rischiarate di dentro, facevano capolino donne e bambini, dei quali non apparivano che i contorni neri. Per una porta socchiusa del pian terreno si vedeva una sala illuminata splendidamente, dove erano sedute e sdraiate in cerchio, in atteggiamenti voluttuosi, le mogli e le concubine del gran vizir, indiademate come regine; ma velate leggermente dal fumo dei profumieri che ardevano ai loro piedi. Schiave e servi andavano e venivano fra la sala da pranzo e le cucine, attraversavano il cortile, entravano in certe porte, salivano e scendevano; saranno state cinquanta persone in movimento, e non si sentiva una voce, un passo, un fruscìo. Era una scena muta[314] e misteriosa come uno spettacolo fantasmagorico, dinanzi alla quale rimanemmo lungo tempo attoniti, nascosti nell’ombra, senza profferire parola.
Andandocene, si vide appesa a un pilastro del cortile una grossa correggia di cuoio con molti nodi. L’interprete domandò a un servo della casa a che cosa servisse:
— A flagellarci — rispose.
Montammo a cavallo, e ci mettemmo in cammino verso casa, accompagnati da uno stuolo di servi del gran vizir, ognuno dei quali portava una grande lanterna. Era buio fitto e pioveva a rovescio. Non si può immaginare lo strano effetto di quella lunghissima cavalcata, di quelle lanterne, di quella turba di gente armata e incappucciata, di quello scalpitìo assordante, di quel frastuono di grida selvaggie, per quel labirinto di strade anguste e di passaggi coperti, in mezzo al profondo silenzio della città addormentata. Pareva una processione funebre per i meandri d’una immensa grotta o un’incamiciata di soldati che s’avanzasse per le gallerie sotterranee d’una fortezza per fare un colpo di mano. A un tratto, il convoglio si fermò, si fece un silenzio sepolcrale e s’intese una voce irata che disse in arabo: — La strada è chiusa! — Un momento dopo si sentì uno strepito precipitoso di colpi. Erano i[315] soldati della scorta che cercavano di rovesciare coi calci dei fucili una delle mille porte che durante la notte impediscono la circolazione per le strade di Fez. Il lavoro durò un pezzo; lampeggiava, tonava, scrosciava la pioggia; i servi e i soldati andavano e venivano colle lanterne, proiettando le loro lunghe ombre sui muri; il caid, ritto sulle staffe, minacciava gli abitanti invisibili delle case circostanti; e noi ci godevamo quel bel quadro del Rembrandt con un gusto infinito. Finalmente s’udì un fortissimo schianto, la porta cadde e ci rimettemmo in cammino. A poca distanza da casa, sotto una volta sepolcrale, sei soldati di fanteria ci presentarono le armi con una mano sola, tenendo coll’altra un moccolo acceso; e fu questa l’ultima scena della rappresentazione fantastica intitolata: — Un pranzo in casa del gran vizir. — Ma no; l’ultima scena fu quando, appena rientrati nel nostro cortile, ci precipitammo sulle sardine di Nantes e sulle bottiglie di Bordeaux, e l’Ussi, alzando il bicchiere sopra le nostre teste, esclamò con accento solenne: — A Sidi-Ben-Iamani Boascerin, gran vizir del Marocco, nostro graziosissimo ospite, Stefano Ussi, cristianamente perdonando, consacra![316]
***
Il Sultano ha ricevuto l’Ambasciatore in udienza privata. La sala dei ricevimenti è grande, bianca e nuda come una prigione. Non v’è altro ornamento che un gran numero di orologi a pendolo, di tutte le dimensioni e di tutte le forme, in parte schierati sul pavimento, lungo le pareti; in parte ammucchiati sopra una tavola, in mezzo alla sala. Gli orologi, è da notarsi, sono per i mori un oggetto principalissimo d’ammirazione e di divertimento. Il Sultano stava dentro una piccola alcova, seduto, colle gambe incrociate, sopra un palco di legno, alto un metro. Aveva indosso, come al ricevimento pubblico, una cappa bianchissima, il cappuccio sul capo, i piedi nudi, le babbuccie gialle in un canto e un cordone verde a traverso il petto, al quale doveva essere appeso un pugnale. In questa forma gl’Imperatori del Marocco ricevono tutti gli Ambasciatori: il loro trono, come disse il Sultano Abd-er-Rhaman, è il cavallo e il loro padiglione il cielo. L’Ambasciatore, avendone prima manifestato il desiderio a Sid-Mussa, trovò dinanzi al palco imperiale una modesta seggiola, sulla quale, a un cenno del Sultano, sedette; il signor Morteo, interprete,[317] rimase in piedi. Sua Maestà Mulei el Hassen parlò lungamente, senza mai levar le braccia di sotto la cappa, senza fare un movimento del capo, senza alterare d’un solo accento l’abituale monotonia della sua voce dolce e profonda. Parlò dei bisogni del suo Impero, di commerci, d’industrie, di trattati, scendendo a particolari minuti, con molto ordine e grande semplicità di linguaggio. Fece molte domande ascoltò le risposte con viva attenzione, e conchiuse dicendo con un accento di leggera mestizia: — È vero; ma siamo costretti a procedere lentamente; — strane ed ammirabili parole sulle labbra d’un Imperatore del Marocco. Vedendo che non accennava mai, neanche negl’intervalli di silenzio, a troncare il colloquio, l’Ambasciatore si credette in dovere d’alzarsi. — Restate ancora; — disse con un certo garbo ingenuo il Sultano; — mi piace discorrere con voi. — Quando l’Ambasciatore, andandosene, s’inchinò per l’ultima volta sulla soglia della porta, egli abbassò leggermente la fronte, e rimase immobile, come un idolo, nel suo tempio deserto.[318]
***
È venuta una comitiva di donne ebree a presentare non so che istanza all’Ambasciatore.
Nessuno potè sottrarre le mani alla pioggia dei loro baci.
Eran mogli, figliuole e parenti di due agiati negozianti: bellissime donne, di fulgidi occhi neri, di carnagione bianca, di labbra porporine, di mani piccolissime. Le due madri, già vecchie, non avevano un capello bianco, e brillava ancora nelle loro pupille tutto il fuoco della giovinezza. Avevano un vestimento pittoresco e splendido: un fazzoletto di seta di colori vivissimi, stretto intorno alla fronte; una zuavina di panno rosso, ornata di larghi e spessi galloni d’oro; un panciotto tutto dorato; una sottana corta e stretta, di panno verde, pure listata di galloni risplendenti; una cintura di seta rossa o azzurra intorno alla vita. Parevan tante principesse asiatiche, e questa pompa contrastava bizzarramente colle loro maniere servilmente ossequiose.
Soltanto dopo qualche minuto, ci accorgemmo che avevano i piedi nudi e le babbuccie gialle sotto il braccio.[319]
— Perchè non vi calzate? — domandai a una delle vecchie.
— Come! — mi domandò alla sua volta, meravigliandosi — non sa ella dunque che gl’Israeliti non possono portare le scarpe che nel Mellà, e che, entrando nella città mora, debbono andare a piedi nudi?
Rassicurate dall’Ambasciatore, si calzarono.
Così è infatti. Non sono assolutamente obbligati ad andar sempre a piedi nudi; ma dovendo levarsi le babbuccie quando passano per certe strade, davanti a certe moschee, accanto a certe cube, finisce per essere lo stesso. E non è questa la sola nè la più umiliante vessazione a cui vanno soggetti. Non possono testimoniare in giudizio, e debbono prostrarsi a terra parlando davanti ai tribunali; non possono possedere terreni o case fuori del loro quartiere; non possono andare a cavallo per la città; non possono alzar la mano sopra un mussulmano nemmeno per difendersi, eccetto il caso in cui siano assaliti in casa propria; non possono vestirsi che di colori oscuri; debbono portare correndo i loro morti al cimitero, debbono domandare al Sultano il permesso di sposarsi, debbono rientrare nel Mellà al tramonto del sole, debbono pagare la guardia mora che veglia alle porte del loro quartiere, debbono presentare dei ricchi doni al Sultano nelle quattro[320] feste dell’Islamismo e in occasione d’ogni nascita e d’ogni matrimonio della famiglia imperiale. Ed era anche peggiore la loro condizione prima del Sultano Ald-er-Rhaman, il quale impedì almeno che si spargesse il loro sangue. Nè, anche volendo, potrebbero i Sultani migliorarne gran fatto lo stato, senza esporre quegli infelici a mali peggiori della orribile schiavitù che li schiaccia, tanto è fanatico e feroce contro di loro l’odio dei Mori. Esempio l’Imperatore Solimano, il quale, avendo decretato che potessero portar le babbuccie, ne furono uccisi tanti, in pieno giorno, per le strade di Fez, ch’essi medesimi domandarono, per salvarsi dalla strage, la revocazione del decreto. Rimangono nondimeno nel paese, e perchè ci arricchiscono, servendo d’intermediarii fra il commercio d’Europa e il commercio dell’Affrica; e perchè il Governo, comprendendo di quale importanza essi sono per la prosperità dello Stato, oppone una barriera quasi insormontabile all’emigrazione, proibendo ad ogni donna ebrea l’uscita dal Marocco. Servono, tremano e strisciano nella polvere; ma non darebbero, per acquistar la dignità d’uomini e la libertà di cittadini, il mucchio di monete d’oro che tengon nascoste nelle pareti delle loro luride case. In Fez sono intorno a otto mila, divisi per[321] sinagoghe e retti dai rabbini, che godono d’una grande autorità.
Quelle povere donne ci mostrarono parecchi grossi braccialetti d’argento cesellato, degli anelli ingemmati e degli orecchini d’oro, che tenevano nascosti nel seno. Domandammo perchè li nascondevano.
— Nos espantamos de los Moros. — Abbiamo paura dei mori, — risposero a voce bassa, guardando intorno con diffidenza. Diffidavano persino dei soldati della Legazione.
Fra loro v’erano parecchie bambine vestite colla medesima pompa delle donne.
Una di esse stava accanto alla madre in atteggiamento più timido che le altre. L’Ambasciatore domandò alla madre che età avesse. Rispose dodici anni.
— Si mariterà presto, — disse l’Ambasciatore.
— Che! — esclamò la madre; — è già troppo vecchia per pigliar marito.
Credemmo tutti che scherzasse.
— Dico davvero; — rispose la madre quasi meravigliandosi della nostra incredulità; — vedono quest’altra qua? — E c’indicò una bambina più piccola. — Avrà dieci anni fra sei mesi ed è già maritata da più d’un anno.
La bambina chinò la testa. Noi non credemmo.[322]
— Che cosa ho da dire? — continuò la madre; — se non vogliono credere alla mia parola, ci facciano l’onore di venire a casa nostra, di sabato, affinchè possiamo riceverli degnamente, e vedranno il marito e gli attestati del matrimonio.
— E quanti anni ha il marito? — domandai.
Vedendo che stentavamo a credere, ci accertarono la cosa tutte le altre donne, aggiungendo che sono rare le ragazze che si maritino dopo i dodici anni, che la maggior parte son già spose a dieci, e molte a otto, e non poche perfino a sette, con ragazzi press’a poco della stessa età; e che, naturalmente, fin che son così piccoli vivono coi parenti, i quali continuano a trattarli come bambini, li nutrono, li vestono, li sballottano, li sculacciano senza alcun riguardo alla loro dignità maritale; ma stanno sempre insieme e la moglie è sottomessa al marito.
A noi pareva di sentir parlare d’un altro mondo, e stavamo a sentire colla bocca aperta, titubando fra la voglia di ridere, la compassione e lo sdegno.
— Ma.... — disse esitando l’Ambasciatore — stanno insieme anche.... dalla sera alla mattina?[323]
— Naturalmente — rispose la madre; — poichè sono marito e moglie!
— Ma non capite, — disse l’Ambasciatore con un movimento di sdegno; — che questo è mal fatto? che è contro le leggi della natura? che è dannoso all’anima e al corpo? che in questo modo invece di educare moralmente e fisicamente l’infanzia, la profanate, l’avvelenate, la soffocate?
— Che, che, signor Ambasciatore! — rispose la madre con la più amena disinvoltura; — non creda questo. Non segue nulla di tutto questo. Son bambini.... — E qui s’avvicinò a noi e abbassò la voce. — Son bambini, non sanno nulla, non pensano a nulla, discorrono e ridono fra loro, e poi quando son stanchi, chinan la testa così e s’addormentano come angioletti. Nulla di male, signor Ambasciatore.
L’Ambasciatore tentò ancora di persuaderla che del male ce n’era; ma la buona donna, continuando a ripetere: — nulla di male, nulla di male... a poco a poco, a poco a poco — rimase del proprio parere.
In quel frattempo la sposina di nove anni mandava dei baci al cane da caccia del signor Paxcot, legato in un angolo del cortile.
Povere creature! Fu una pietà il vederle, quando s’accomiatarono, rimettersi le babbuccie[324] sotto il braccio e i braccialetti in seno, e così belle e vestite riccamente, avviarsi a piedi nudi per quelle strade sassose ed immonde, guardando intorno con un’espressione di umiltà supplichevole, come per scongiurare gl’insulti e le percosse dei passanti![325]
***
Una colezione in casa del ministro della guerra.
Ci ricevette, appena entrati, in un cortile angusto, chiuso fra quattro muri altissimi e oscuro come un pozzo. Da un lato v’era una porticina alta poco più d’un metro, dall’altro una gran porta senza battenti e una stanza nuda, con una materassa distesa sul pavimento, e alcuni foglietti di carta infilati in uno spago appeso a una parete: la corrispondenza giornaliera, credo, di Sua Eccellenza.
Si chiama Sid-Abd-Allà Ben Hamed, è fratello maggiore di Sid-Mussa, ha circa sessant’anni, è nero, piccolo, magro, malfermo sulle gambe, tremante, ridotto, come suol dirsi, sulle cigne; ma d’aspetto e di modi simpatici. Parla poco, chiude spesso gli occhi e sorride cortesemente abbassando la testa mezzo nascosta in un grosso turbante.
Scambiate poche parole, fummo invitati a passare nella sala da pranzo. Primo l’Ambasciatore, e poi tutti gli altri, ad uno ad uno, piegandoci quasi ad angolo retto, infilammo la porticina, e riuscimmo in un altro cortile, spazioso, circondato d’archi eleganti, e coperto di[326] musaici splendidi e svariatissimi. È un palazzo regalato a Sid-Abd-Allà dall’Imperatore. Egli medesimo ce lo disse, chinando la testa e chiudendo gli occhi in atto di religiosa venerazione.
In un angolo del cortile v’era un gruppo d’ufficiali in turbante e cappa bianca; dalla parte opposta uno stuolo di servi, in mezzo ai quali giganteggiava un giovanotto di bellissimo aspetto, vestito tutto di turchino, alla zuava, con una lunga pistola alla cintura. A tutte le finestrine e porticine dei quattro muri, si vedevano apparire e sparire teste di donne e di ragazzine di ogni colore, e da ogni parte si sentivano vagiti di bimbi.
Sedemmo intorno a una piccola tavola, in una piccolissima stanza, ingombrata in gran parte da due letti enormi. Il Ministro si pose vicino all’Ambasciatore, un po’ indietro, e stette là per tutto il tempo della colezione stropicciando vigorosamente il suo nero piede nudo piantato ritto sul ginocchio, in modo che le rispettabili dita ministeriali riuscivano per l’appunto sull’orlo della tavola, a mezzo palmo dal piatto del Comandante. I soldati della Legazione servivano. A un passo dalla tavola stava il gigante turchino, immobile come una statua, con una mano sul pistolone.
Sid-Abd-Allà fu assai gentile coll’Ambasciatore.[327]
— Voi mi siete simpatico, — gli fece dire, senza preamboli, dal signor Morteo.
L’Ambasciatore gli rispose che provava per lui un eguale sentimento.
— Appena vi vidi, — continuò il Ministro, — il mio cuore fu vostro.
L’Ambasciatore ricambiò il complimento.
— Al cuore — concluse Sid Abd-Allà, — non si resiste; e quando egli ci comanda d’amare una persona, anche senza saperne la ragione, la si ama.
L’Ambasciatore gli porse la mano ed egli se la strinse sul cuore.
Ci furono portati diciotto piatti. Non ne parlo. Mi basta dire che son certo che me ne sarà tenuto conto il giorno in cui verrò giudicato. Per giunta l’acqua era muschiata, la tovaglia variopinta e le seggiole barcollanti. Ma queste piccole calamità, invece di metterci di malumore, ci accesero la vena degli scherzi per modo che poche volte fummo più allegramente bricconi di quella mattina. Se ci avesse sentiti Sid-Abd-Allà! Ma Sid-Abd-Allà era tutt’occhi e tutt’orecchi coll’Ambasciatore. Ci spaventò per un momento il signor Morteo, avvertendoci a bassa voce che il gigante turchino, essendo di Tunisi, poteva darsi che capisse qualche parola d’italiano. Ma guardandolo attentamente ad ogni scherzo, e vedendolo sempre[328] impassibile come una statua, ci rassicurammo e tirammo innanzi senza badargli. Quante similitudini calzanti, inaspettate, e d’un effetto comico clamoroso, ma sventuratamente irripetibili, furono trovate a quegl’intingoli e a quelle salse!
Finita la colezione, s’andò tutti nel cortile, dove il Ministro della guerra presentò all’Ambasciatore uno dei più alti ufficiali dell’esercito. Era il Comandante supremo dell’artiglieria: un piccolo vecchio, secco, inarcato come una C, con un enorme naso adunco e due occhiettini diabolici; una figura d’uccello di rapina; caricato, piuttosto che coperto, d’uno smisurato turbante giallo di forma quasi sferica, e vestito presso a poco alla zuava, tutto turchino, con un mantello bianco sulle spalle. Aveva una lunga sciabola al fianco e un pugnale inargentato alla cintura. L’Ambasciatore gli fece domandare a quale grado della gerarchia militare europea corrispondesse quello ch’egli aveva nell’esercito marocchino. Parve che quella domanda lo mettesse nell’imbarazzo. Pensò qualche momento e rispose balbettando: — Generale; — poi ripensò e soggiunse: — No, colonnello — e rimase un po’ confuso. Disse ch’era nativo d’Algeri. Mi balenò il sospetto che fosse un rinnegato. Chi sa per che strane vicende si trovava colonnello nel Marocco![329]
Gli altri ufficiali, in quel frattempo, facevano colezione in una stanza a terreno aperta sul cortile, tutti seduti in cerchio sul pavimento, coi piatti nel mezzo. Capii benissimo, vedendoli mangiare, come i mori possano far di meno del coltello e della forchetta. Non si può dire il garbo, la destrezza, la precisione con cui facevano in pezzi i polli, il montone allo spiedo, la caccia, i pesci, ogni cosa. Con pochi movimenti rapidissimi delle mani, senza scomporsi menomamente, ognuno spiccava giusta e netta la sua porzione. Pareva che avessero delle unghie taglienti come rasoi. Immergevano le dita nelle salse, facevano delle palle di cuscussù, mangiavano l’insalata a manate, e non un briciolo, non una goccia cadeva fuor del piatto; e vedemmo infatti quando s’alzarono che avevano i caffettani bianchi immaculati come prima. Di tratto in tratto un servo portava in giro una catinella e un asciugamano; si davano una lavatina e poi tutti insieme rituffavano lo zampino in un altro piatto. Nessuno parlava, nessuno alzava gli occhi, nessuno mostrava d’accorgersi che noi fossimo là a contemplarli.
Che ufficiali saranno stati? Maggiori di stato maggiore? Aiutanti di campo? Capi-divisione del Ministero della guerra? Chi può saper nulla nel Marocco, particolarmente dell’esercito, che è il più misterioso di tutti i misteri? Si dice,[330] per esempio, che nel caso d’una guerra santa, quando sia proclamata la legge Djehad, che chiama tutti gli uomini validi alle armi, l’Imperatore può raccogliere duecentomila soldati; ma se non si conosce nemmeno presso a poco il numero della popolazione dell’Impero, su che fondamento s’appoggia quella cifra? E l’esercito permanente, chi sa quanto sia? E a chi riesce di saper qualcosa, non solo del numero, ma dell’ordinamento, se, fuor dei capi, nessuno sa nulla, e questi o non vogliono rispondere, o non dicono il vero, o non sanno farsi capire?
Sid-Abd-Allà, cortesissimo ospite, volle aver scritti sul suo portafoglio i nostri nomi e ci accomiatò stringendosi sul cuore le mani di tutti.
Eravamo già sulla porta, quando ci raggiunse il gigante turchino. Ci fermammo, egli ci guardò sorridendo furbescamente e poi disse sottovoce in pretto italiano, salvo la pronunzia moresca:
Ci balenarono alla mente le corbellerie dette a tavola e restammo fulminati.
Ma il cane era già sparito.[331]
***
Ogni passeggiata è una piccola spedizione militare: bisogna avvertire il caid, radunare una scorta, cercare un interprete, mandar a prendere le cavalcature, e prima che tutto sia in ordine ci vuole un’ora. Perciò restiamo gran parte della giornata in casa. Ma lo spettacolo della casa ci compensa largamente della prigionia. È una processione continua di soldati rossi, di servi neri, di messi della corte, di negozianti della città, di mori malati che cercano il medico, di rabbini che vengono a inchinare l’Ambasciatore, d’ebree che portano mazzi di fiori, di corrieri che portan lettere da Tangeri, di facchini che portano la muna. Nel cortile lavorano dei musaicisti per Visconti Venosta; sulla terrazza, dei muratori; in cucina, un visibilio di cuochi; nel giardino, i negozianti stendono le loro stoffe e il signor Vincent le sue uniformi; il medico si dondola in una branda appesa a due alberi; i pittori dipingono davanti alla porta della loro camera; i soldati e i servi saltano e gridano nei vicoli intorno; tutte le fontane zampillano col rumore d’una pioggia dirotta e fra gli aranci e i limoni del giardino cantano centinaia d’uccelli. Il[332] giorno si passa fra il giuoco della palla e la storia del Kaldun; la sera fra gli scacchi e i canti, diretti dal Comandante, primo tenore di Fez. La notte la passerei meglio, se non mi passassero continuamente davanti, come fantasmi, i neri servi di Mohammed Ducali, che dorme in una stanzina accanto alla mia. Nella mia dorme pure il dottore e abbiamo fra tutti e due un povero diavolo di servo arabo che ci fa morire dalle risa. Ci dicono che è di famiglia, se non agiata, non bisognosa, e che s’aggregò come servo alla carovana, a Tangeri, per fare un viaggio di piacere. Appena arrivato a Fez, meta del suo viaggio di piacere, non so per che mancanza, ma per poca cosa di certo, fu legnato. Dopo d’allora si mise a servirci con uno zelo furioso. Non capisce nulla, nemmeno i gesti; ha sempre l’aspetto d’un uomo spaventato; gli domandiamo gli scacchi, porta la sputacchiera; ieri il medico gli disse d’andargli a prendere del pane; lui, per far più presto, gli portò un pezzo di crosta che trovò in mezzo al giardino. Abbiamo un bel rassicurarlo: ha terrore di noi, cerca di placarci con ogni sorta di servizi stranissimi, che non gli domandiamo: compreso quello di cambiare tre volte l’acqua nella catinella prima ancora che ci alziamo da letto. Di più, per farci una cosa grata, aspetta ogni mattina, ritto in mezzo alla[333] stanza, colla tazza del caffè in mano, che il dottore od io ci svegliamo, e al primo che dia il menomo segno di vita, gli si precipita addosso e gli caccia la tazza sotto il naso colla furia d’uno che voglia far bere un contravveleno. Un altro bel personaggio è la lavandaia, un donnone col viso coperto, la sottana verde e i calzoncini rossi, che viene a pigliar la nostra biancheria, destinata, ahimè! alle zampate dei mori. È superfluo il dire che non ci stirano nulla: in tutta Fez non esiste un ferro da stirare, e noi ci rimettiamo la roba tale e quale esce di sotto alle zampe dei lavandai. — Forse, — ci fu detto, — ci sarà qualche ferro nel Mellà! — C’è di tutto; il difficile è trovare. C’è, per esempio, una carrozza; ma appartiene all’Imperatore. Si dice che c’è pure un pianoforte; lo si è visto entrare nella città anni sono; ma non si sa bene chi lo possegga. È un divertimento poi il mandar a comprare alle botteghe. Una candela? — Non c’è, — rispondono; — ma ve la facciamo subito. — Un metro di nastro? Sarà fatto per domani sera. — Dei sigari? Abbiamo il tabacco; ve li daremo fra un’ora. — Il viceconsole cerca da qualche giorno un vecchio libro arabo, e tutti i mori interrogati si guardano in viso e dicono: — Un libro? Chi ha dei libri a Fez? N’aveva uno tempo fa, se non c’inganniamo, il tale dei tali; ma è morto e[334] non sappiamo chi siano gli eredi. — E giornali arabi, d’altri paesi, se ne potrebbero avere? — Un solo giornale arabo, stampato in Algeri, arriva regolarmente a Fez, ma è diretto all’Imperatore. — Insomma, ho un bel pensare che sono a meno di duecento miglia da Gibilterra, dove appunto stassera, probabilmente, si rappresenta la Lucia di Lammermor, e che di qui a otto giorni potrei passeggiare sotto la loggia dei Lanzi a Firenze. Malgrado ciò, provo il sentimento d’una lontananza immensa. Non son le miglia, son le cose e la gente che ci allontanano di più dal nostro paese. Con che piacere stracciamo la fascia alla Gazzetta Ufficiale e rompiamo il suggello alle lettere! Povere lettere che sfuggirono alle mani dei Carlisti, passarono in mezzo ai briganti della Sierra Morena, superarono le roccie della montagna rossa, sornotarono, strette dalla mano d’un beduino, le acque del Kus, del Sebù, del Meches, del fiume della fontana azzurra, e ci portarono una parola amorosa in mezzo agli improperi e alle maledizioni.[335]
***
Passiamo molte ore a veder lavorare i pittori. L’Ussi ha fatto un bello schizzo del gran ricevimento, in cui è colta meravigliosamente la figura del Sultano; il Biseo, pittore valentissimo d’architettura orientale, sta copiando la facciata della casetta del giardino. Bisogna sentire, per divertirsi, i soldati e i negozianti di Fez che vengono a vedere quel quadretto. Vengono in punta di piedi alle spalle del pittore, guardano facendo cannocchiale della mano e poi quasi tutti si mettono a ridere come se avessero scoperto qualche grande stranezza. La grande stranezza è che nel disegno il secondo arco della facciata è più piccolo del primo, e il terzo più piccolo del secondo. Digiuni come sono d’ogni idea di prospettiva credono quella ineguaglianza un errore, e dicono che i muri sono storti, che la casa balla, che la porta è fuori di posto, e ne fanno le alte meraviglie, e se ne vanno dando di ciuco all’artista. L’Ussi è più stimato dopo che si sa che è stato al Cairo e che ha dipinto la partenza della grande carovana per la Mecca, d’incarico del Vicerè, che gli diede quindicimila scudi. Dicono però che il Vicerè è diventato matto a pagare quindicimila[336] scudi un lavoro in cui, a metter molto, l’artista avrà speso cento lire di colori. Un negoziante domandò al Morteo se l’Ussi dipinge anche i mobili. Ma le più belle toccano al Biseo, che va ogni mattina in Fez nuova a copiare una moschea. Ci va, s’intende, scortato da quattro o cinque soldati armati di bastone. Prima che abbia messo al posto il cavalletto, gli sono intorno trecento persone, e i soldati sono costretti a urlare e a sbracciarsi come dannati per tenergli sgombro dinanzi appena tanto spazio ch’egli possa vedere la moschea. Ben presto però non bastan più nè gli urli nè le spinte, e allora bisogna che c’entri il bastone. Ogni pennellata, una legnata; ma si lascian legnare e fanno peggio. Ogni tanto gli s’accosta un Santo con intenzioni minacciose, e i soldati lo trattengono. V’è pure qualche moro progressista, che gli s’avvicina in aspetto amichevole, s’inchina, guarda, approva e s’allontana facendogli degli atti d’incoraggiamento. La maggior parte però di questi progressisti ammirano assai più la struttura del cavalletto e della seggiola portatile, che non la pittura. Un giorno un moro d’aspetto selvaggio gli mostrò il pugno, e poi, rivolgendosi verso i suoi concittadini, fece un lungo discorso con voce e gesti da spiritato. Un interprete là presente ci riferì che incitava il popolo contro il[337] Biseo, dicendo che quel cane era stato mandato dal Re del suo paese a copiare le più belle moschee di Fez, perchè l’esercito cristiano, venendo poi ad assalire la città, le potesse riconoscere e bombardare per le prime. Ieri poi (c’ero presente) gli si accostò un vecchio moro stracciato, un viso di buon diavolo, tutto ridente, che pareva avesse grandi cose da dirci, e stentando un po’ a spiccicar le parole, esclamò con voce commossa: — France! Londres! Madrid! Roma! — Rimanemmo molto meravigliati, come ognuno può pensare. Gli domandai se sapeva parlare francese o italiano o spagnuolo. Fece cenno di sì. — Parlate dunque, — dissi. Si grattò la fronte, sospirò, pestò i piedi e poi esclamò di nuovo: — France! Londres! Roma! Madrid! — e accennava l’orizzonte. Voleva dire che aveva visto quei paesi, e forse che una volta sapeva farsi capire nelle nostre lingue; ma che aveva tutto dimenticato. Gli feci altre domande, ma non ne cavai nulla di più di quei quattro nomi. E se n’andò ripetendo: — Madrid! Roma! France! Londres! e fin che ci vide, ci salutò affettuosamente, esprimendo col gesto il rammarico di non poter parlare. — Si trova di tutto fra questa gente, — diceva il Biseo indispettito, — persino degli originali che ci voglion bene; ma non[338] un cane che voglia lasciarsi copiare! — Finora, infatti, tutti gli sforzi dei pittori non hanno approdato a nulla. Si rifiutò persino il nostro fido Selam. — Hai paura del diavolo? — gli domandò l’Ussi. — No, — rispose col suo accento solenne, — ho paura di Dio.[339]
***
Siamo saliti sulla cima del monte Zalag, il comandante, l’Ussi ed io, guidati dal capitano di Boccard, carissimo giovane, ugualmente ammirabile per la destrezza del corpo, per la forza dell’animo e per l’acume dell’ingegno. Ci accompagnarono un ufficiale della scorta, tre fantaccini, tre cavalieri e tre servi. Arrivati ai piedi del monte, che è a un’ora e mezzo di cammino a nord-est della città, ci arrestammo per far colezione; dopo di che il capitano mise una mela sulla cima d’un bastone confitto in terra, e sulla mela uno scudo, e fece tirar a segno colla sua rivoltella servi e soldati. Il premio era ghiotto; tirarono tutti con grande impegno; ma essendo la prima volta che pigliavano in mano quell’arma, nessuno colpì, e lo scudo fu regalato all’ufficiale perchè lo dividesse fra tutti. C’era da ridere a vedere gli atteggiamenti che prendevano per aggiustare la mira. Chi rovesciava la testa indietro, chi si curvava tutto avanti, chi premeva il mento sul cane, chi si metteva in guardia come un tiratore di sciabola. Abituati tutti agli atteggiamenti terribili, nessuno sapeva adattarsi all’atteggiamento composto e riposato, che il capitano insegnava. Un[340] soldato venne a domandarci se volevamo dare la mancia a una contadina dalla quale egli aveva preso un vaso di latte per noi. Gli si rispose di sì, ma a patto che la contadina stessa venisse a pigliarla. La contadina venne. Era una donna sui trent’anni, nera, disfatta, coperta di cenci, che avrebbe ispirato ripugnanza anche a un uomo affetto dalla più cieca satiriasi. S’avvicinò a passo lento, coprendosi il viso con una mano, e arrivata a cinque passi da noi, ci voltò le spalle e tese l’altra mano. Quanto si stizzì il Comandante! — Stia tranquilla, — gridò, — non m’innamoro, non perdo la testa, mi posso ancora dominare: Dio de’ dei, che spaventoso pudore! — Le mettemmo una moneta nella mano, raccolse il vaso del latte, prese la corsa verso la sua capanna, e arrivata sulla porta, spezzò il vaso profanato contro un sasso.... Cominciammo la salita, a piedi, accompagnati da una parte della scorta. Il monte è alto circa mille metri sopra il livello del mare, roccioso, ripidissimo, senza sentieri. In pochi minuti il capitano disparve fra le roccie; ma per il Comandante, l’Ussi e me, fu una delle dodici fatiche d’Ercole. Avevamo ciascuno un arabo al fianco, che ci sorreggeva e c’indicava dove mettere il piede; il che non c’impedì di battere molte patte sui pietroni, rammentando con terrore le due prime strofe del Natale[341] d’Alessandro Manzoni. In alcuni punti fummo costretti ad arrampicarci come gatti, aggrappandoci ai cespugli e all’erbe, strisciando sulle roccie, raspando, sgambettando, afferrando le braccia delle nostre guide come il naufrago afferra la tavola di salvamento. Di tratto in tratto vedevamo sopra di noi qualche capra che pareva sospesa sulle nostre teste, tanto era erta la salita; e i sassi, appena tocchi, rotolavano fino ai piedi del monte. Coll’aiuto di Dio, dopo un’ora di stenti, riuscimmo sulla cima, sfiniti, ma senza rotture. Che bellezza di veduta! Giù nel fondo la città, una piccola macchia bianca della forma d’un otto, circondata di mura nere, di cimiteri, di giardini, di case di santo, di torri, e tutta la conca verdissima che la contiene; a sinistra una lunga striscia luccicante, il Sebù; a destra, la grande pianura di Fez, rigata d’argento dal Fiume delle perle e dal Fiume della fontana azzurra; a mezzogiorno, le cime azzurrine della gran catena dell’Atlante; a settentrione, le vette delle montagne del Rif; ad oriente, la vasta pianura ondulata dove è la fortezza di Teza, che chiude il passo fra il bacino del Sebù e il bacino della Muluia; sotto di noi, grandi ondulazioni di terreno, gialle di grano e d’orzo, segnate da innumerevoli sentieri, percorse da lunghissimi filari di aloè giganteschi; una grandezza di linee, una[342] magnificenza di verde, una limpidezza di cielo, un silenzio, una quiete che beava l’anima. Chi direbbe che in questo paradiso terrestre sonnecchia un popolo decrepito, incatenato sopra un mucchio di rovine! Il monte che, visto dalla città, pareva un cono, ha invece una forma allungata, e sulla sommità è tutto roccia. Il capitano era salito sulla punta più alta; noi tre, più curanti della vita, ci sparpagliammo tra le roccie più basse, e ci perdemmo di vista. Fatti pochi passi, all’uscita d’una piccola gola, mi trovai faccia a faccia con un arabo. Mi fermai; si fermò e parve molto meravigliato di vedermi solo. Era un uomo sui cinquant’anni, d’aspetto truce, armato d’un grosso bastone. Ebbi un momento il sospetto che mi volesse accoppare per pigliarmi la borsa; ma con mio gran stupore, invece di assalirmi, mi salutò, sorrise e accennando il mio mento con una mano e accarezzando la propria barba coll’altra, disse due o tre volte non so cosa, che mi parve una domanda, a cui gli premesse d’aver risposta. Punto dalla curiosità, chiamai l’ufficiale della scorta che sa qualche parola di spagnuolo, e lo pregai di dirmi che cosa voleva quell’uomo. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare! Per farmi un complimento, e che altro poteva essere? mi aveva domandato così ex abrupto perchè non mi lasciassi crescere tutta la barba, che sarebbe[343] stata più bella della sua! I soldati della scorta ci seguitavano tutti e tre alla distanza d’una ventina di passi, e siccome ogni tanto noi ci chiamavamo l’un l’altro ad alta voce, ed era la prima volta che sentivano i nostri nomi, li trovavano strani, ne ridevano e li ripetevano tra loro con pronuncia moresca, stroppiandoli nella più bizzarra maniera: — Isi! Amigi! — A un certo punto l’ufficiale disse bruscamente: — Scut! (Silenzio!) e tutti tacquero. Il sole era alto, la roccia scottava; anche il capitano, benchè esercitato agli ardori della Tunisia, sentiva il bisogno dell’ombra; per cui, dato un ultimo sguardo alle cime dell’Atlante, scendemmo a rotta di collo, e inforcate alla lesta le nostre selle porporine, ripigliammo la via di Fez, dove si ebbe un’amena sorpresa. La porta di El-Ghisa per la quale dovevamo rientrare in città, era chiusa! — Entriamo per un’altra, — disse il Comandante. — Son tutte chiuse, — rispose l’uffiziale della scorta; e vedendoci stralunar gli occhi, ci spiegò il mistero, dicendo che ogni giorno di festa (era venerdì), fra mezzodì e il tocco, che è l’ora della preghiera, si chiudono tutte le porte di tutte le città, perchè è credenza dei Mussulmani che sarà in un giorno di festa, e appunto in quell’ora, che, non si sa in qual anno, i cristiani s’impadroniranno con un colpo di mano del loro paese.[344] Bisognò dunque aspettare che fosse aperta la porta. E appena entrammo, ci toccò un complimento fiorito. Una vecchia ci mostrò il pugno a un per uno borbottando alcune parole. Domandai all’uffiziale che cosa significavano. — Nulla, nulla, — rispose; — è una sciocca. Insistetti, assicurandolo che, qualunque cosa avesse detto, non me ne avrei avuto per male. — Ebbene, — disse allora l’ufficiale sorridendo; — è un modo di dire del paese: gli ebrei all’uncino, i cristiani.... allo spiedo.[345]
***
Il medico ha operato un malato di cateratta, coram populo, nel giardino del palazzo. C’era una folla di parenti, d’amici, di soldati, di servi, parte disposti in circolo intorno al malato, gli altri in una lunga fila che dal luogo dell’operazione si stendeva fino alla porta di strada, dove un’altra folla stava aspettando. Il malato era un vecchio moro cieco affatto da più di tre anni. Al momento di mettersi sulla seggiola, si arrestò come impaurito; poi sedette con un movimento risoluto, e non diede più segno di debolezza. Mentre il medico operava, tutta quella gente pareva petrificata. I bimbi stavano stretti alle sottane delle donne e queste abbracciate fra di loro, in atteggiamenti di terrore, come se assistessero a un esecuzione capitale. Non si sentiva un respiro. Noi pure, per l’importanza «diplomatica» dell’operazione, stavamo in grande ansietà.... Tutt’a un tratto il malato gettò un grido di gioia e cadde in ginocchio. Aveva sentito la prima impressione della luce. Tutta la gente ch’era nel giardino salutò il medico con un urlo, a cui rispose un altro urlo della folla radunata nella strada. I soldati fecero immediatamente uscir tutti,[346] fuor che il malato, dal recinto del palazzo, e in poche ore si sparse per tutta Fez la notizia dell’operazione meravigliosa. Fortunato dottore! Egli ne colse il premio la sera medesima, visitando le più belle donne dell’arem del gran sceriffo Bacali, che gli si mostrarono col viso scoperto, in tutta la pompa dei loro vestimenti principeschi, e gli parlarono languidamente dei propri dolori, fissandogli negli occhi i loro sguardi infocati. Che può fare di tante donne il vecchio gran sceriffo? Quello forse che facevano delle proprie i cortigiani mutilati dei Faraoni d’Egitto, delli Scià di Persia, degl’Imperatori greci di Costantinopoli e dei Sultani di Stambul. Visitò, fra le altre, una bellissima nera, di forme matronali, coperta d’anelli, di braccialetti e di collane; la quale, come quasi tutte le altre, si doleva d’un grande languore. Il medico la interrogò intorno alle cagioni del suo male.
— Non potresti, — essa gli rispose — suggerirmi la medicina senza farmi queste domande?
Il medico rispose che le faceva quelle domande per necessità.
— I cristiani, — disse la donna, — sono molto curiosi.
— E quando la loro curiosità non vien soddisfatta, — rispose il medico, — essi indovinano.[347]
— E che cosa hai indovinato?
Il medico espresse il suo pensiero e la nera si coperse il viso.
Io pure gli domandai che cosa avesse indovinato; ma non rispose altro che: — Lesbo! Lesbo![348]
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Viene di tratto in tratto qualche spagnuolo rinnegato a cercare il signor Patxot. Si dice che questi disgraziati siano intorno a trecento in tutto l’Impero. I più sono spagnuoli, condannati per delitti comuni, che fuggirono dalle galere della costa; gli altri, in parte disertori francesi, fuggiti dall’Algeria; in parte canaglia avventuriera venuta da differenti paesi d’Europa. In altri tempi salivano ad alte cariche nella corte e nell’esercito, formavano corpi militari speciali ed erano lautamente pagati. Ma ora le loro condizioni son molto mutate. Appena giungono, abiurano la religione cristiana e abbracciano l’Islamismo, senza circoncisione nè altre cerimonie, pronunziando semplicemente una formula. Nessuno bada poi che adempiano o no i doveri religiosi; i più, infatti, non metton mai piede nelle moschee e non sanno neppure le preghiere. Per legarli al paese il Sultano esige che si sposino subito. Dà a chi la vuole una delle sue nere, gli altri possono sposare una mora o un’araba libera; a tutti il Sultano fa le spese del matrimonio. Si debbono tutti arrolare nell’esercito; ma possono esercitare nello stesso tempo qualche mestiere.[349] La maggior parte appartengono all’artiglieria, e parecchi alla banda musicale, il cui capo è uno spagnuolo. I soldati ricevono cinque soldi al giorno e gli ufficiali venticinque o trenta: chi ha qualche talento speciale può guadagnare fino a due lire. In questi giorni, per esempio, si parla molto d’un rinnegato tedesco, dotato d’un certo ingegno meccanico, che s’è fatto una sorte invidiabile. Costui, non si sa perchè, fuggì nel settantatrè da Algeri, andò a Tafilet, sul confine del deserto; vi stette due anni, imparò l’arabo, venne a Fez, s’arrolò, e in alcuni giorni, con pochi strumenti che aveva portati con sè, costrusse una rivoltella. L’avvenimento fece chiasso; la rivoltella passò di mano in mano fin che giunse al Ministro della guerra; il Ministro ne parlò all’Imperatore; l’Imperatore volle vedere il soldato, l’incoraggiò, gli diede dieci lire ed elevò la sua paga giornaliera a quaranta soldi. Ma queste fortune son rare. Quasi tutti vivono miseramente e in un tale stato d’animo, che per quanto si sappian macchiati di gravi delitti, ispirano piuttosto compassione che orrore. Ieri se ne presentarono due, rinnegati da parecchi anni, che hanno moglie e figliuoli nati a Fez. Uno ha circa trent’anni, l’altro cinquanta; tutt’e due spagnuoli fuggiti da Ceuta. Il giovane non parlò. L’altro disse d’esser stato condannato ai[350] lavori forzati per aver ucciso un uomo nell’atto che bastonava a morte suo figlio. Era pallido e parlava con voce commossa, stropicciando un fazzoletto colle mani tremanti. — Se mi promettessero di non tenermi più che altri dieci anni in galera, — diceva, — ci tornerei. Ho cinquant’anni, uscirei a sessanta, potrei vivere ancora qualche anno nel mio paese. Ma è l’idea di morire colla divisa del galeotto indosso che mi spaventa. Tornerei in galera a qualunque patto, purchè fossi sicuro di morire libero in Spagna. Questa che meniamo qui non è vita. Siamo come in mezzo a un deserto. È una cosa che sgomenta. Tutti ci disprezzano. La nostra stessa famiglia non è nostra, perchè i figliuoli non ci amano e sono incitati da tutti ad odiarci. E poi non si dimentica mai la religione in cui s’è nati, le chiese dove nostra madre ci condusse a pregare, i suoi consigli, il tempo più bello della nostra vita... e queste memorie.... siamo rinnegati, siamo galeotti, è vero; ma infine siam sempre uomini... queste memorie ci straziano l’anima! — Dicendo questo, piangeva.[351]
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La pioggia che vien giù dirottamente da quasi tre giorni, ha ridotta Fez in uno stato che, a descriverlo, c’è da non esser creduti. Non è più una città, è un’immensa cloaca. Le strade son gore; i crocicchi, laghi; le piazze, paludi; la gente a piedi sprofonda nella melma fino a mezzo lo stinco; le case sono impillaccherate fin sopra le porte; uomini, cavalli, muli, par che si siano ravvoltolati nel fango, e i cani ne sono addirittura vestiti in modo che non mostran più un pelo. Non si vede che pochissima gente, la maggior parte a cavallo; e non un ombrello, ma neppure alcuno che affretti il passo per non pigliare la pioggia. Fuori del quartiere dei bazar, tutto è deserto e oscuro che stringe il cuore. Per tutto acqua che corre, precipita e ringorga, travolgendo ogni sorta di putridumi, e non una voce, non un rumore umano che rompa la monotonia di quello strepito assordante. Pare una città abbandonata dagli abitanti nel momento d’una inondazione. Dopo una passeggiata d’un’ora, son tornato a casa pieno di malinconia, e ho passato parecchie ore nella mia stanza, col viso all’inferriata e gli occhi fissi su gli alberi sgocciolanti[352] del giardino, pensando a un povero corriere che forse in quei momenti passava a nuoto, a rischio della vita, il Sebù ingrossato, stringendo fra i denti una borsa di cuoio con dentro una lettera di mia madre.[353]
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Chi dice e chi nega che sia stata fatta in questi giorni un’esecuzione capitale davanti a una porta di Fez. Nessuna testa però fu vista spenzolare dalle mura ed io preferisco credere che la notizia sia falsa. La descrizione, che io lessi, d’una esecuzione capitale fatta a Tangeri anni sono, mi tolse la barbara curiosità, che mi solleticò qualche volta, di assistere a uno di questi spettacoli.
L’inglese Drummond Hay, uscendo una mattina da una porta di Tangeri, vide un drappello di soldati che trascinavano verso il macello degli ebrei due prigionieri legati per le braccia e per la vita. Uno era un montanaro del Rif, antico giardiniere d’un europeo domiciliato a Tangeri; l’altro un bel giovane, d’alta statura, di fisonomia aperta e simpatica.
L’inglese domandò al capo dei soldati che delitto avessero commesso quei due disgraziati.
— Il Sultano, — rispose, — che Dio prolunghi i suoi giorni! ha ordinato di tagliar loro la testa perchè facevano commercio di contrabbando sulla costa del Rif cogl’infedeli Spagnuoli.[354]
— È un castigo ben severo per una simile colpa, — osservò l’inglese; — e se il loro supplizio deve servire d’avvertimento e d’esempio, perchè è stato proibito agli abitanti di Tangeri d’assistervi?
(Le porte della città erano state chiuse. Drummond Hay s’era fatto aprire dando una mancia a un custode).
— Non ragionate con me, Nazareno! — rispose l’ufficiale; — ho ricevuto un ordine, debbo ubbidire.
La decapitazione doveva farsi nel macello degli ebrei. Un moro d’aspetto volgare e perverso, vestito da macellaio, stava là ad aspettare i condannati. Aveva in mano un piccolo coltello lungo circa sei pollici. Era il carnefice. Straniero alla città, egli s’era offerto a quell’opera perchè i macellai maomettani di Tangeri, che sono ordinariamente incaricati delle esecuzioni capitali, s’erano rifugiati in una moschea.
Nacque un alterco fra i soldati e il carnefice a cagione della ricompensa promessa a costui per la decapitazione dei due infelici, i quali, ritti in disparte, eran costretti a sentir disputare sul prezzo del loro sangue. Il carnefice insisteva, dicendo ch’egli aveva pattuito venti lire per una sola testa e che glien’erano dovute altre venti per l’altra. L’ufficiale finì per acconsentire[355] di mala grazia. Allora il macellaio afferrò il primo condannato, già mezzo morto di terrore, lo gettò a terra, gli s’inginocchiò sul petto e gli mise il coltello alla gola. Drummond Hay torse il viso. Gli parve che seguisse una lotta violenta. Il carnefice gridava: — Datemi un altro coltello; il mio non taglia! — Il condannato giaceva in terra supino colla gola mezz’aperta, il petto ansante, tutte le membra contratte. Fu dato un altro coltello al carnefice e la testa venne spiccata dal busto.
I soldati gridarono con voce fioca: — Dio prolunghi la vita del nostro signore e padrone! — Ma parecchi di essi parevano istupiditi dal terrore.
Venne innanzi l’altra vittima. Era il giovane bello e simpatico. Il suo sangue fu argomento d’un altro alterco. L’ufficiale, rinnegando la sua parola, disse che non avrebbe pagato che venti lire per tutt’e due le teste. Il carnefice dovette rassegnarsi. Il condannato domandò che gli fossero sciolte le mani. Sciolto che fu, si tolse la cappa, e porgendola al soldato che gli aveva tolto la corda, gli disse: — Accettate questo; ci rivedremo in un mondo migliore! — Gettò il suo turbante a un altro, che lo aveva guardato con aria di pietà, e dirigendosi a passo fermo dove era disteso il cadavere insanguinato del compagno, esclamò con voce chiara e sicura: — Non[356] c’è altro Dio che Dio e Maometto è il suo profeta! — Voltandosi poi verso il carnefice, si tolse la cintura e gliela porse dicendo: — Prendete! Ma per l’amor di Dio tagliatemi la testa più presto di quello che avete fatto al mio fratello. — Si distese per terra, nel sangue, e il carnefice gli mise il ginocchio sul petto.
— Un contrordine! fermate! — gridò l’inglese.
Un cavaliere s’avanzava a briglia sciolta.
Il carnefice tenne il coltello sospeso.
— Non è che il figliuolo del Governatore, — disse un soldato. — Egli viene a vedere l’esecuzione. Aspettatelo.
Così era infatti.
Poco dopo le due teste sanguinose pendevano dalle mani dei soldati.
Le porte della città furono aperte e ne uscì una turba di ragazzi che prese il carnefice a sassate e lo inseguì fino a tre miglia dalla città, dove cadde svenuto, tutto coperto di ferite. Il giorno dopo si seppe che era stato ucciso con una fucilata da un parente d’una delle vittime, e sotterrato nel luogo stesso dov’era caduto. Pare che le Autorità di Tangeri non giudicassero opportuno di occuparsi di questo fatto, perchè l’uccisore tornò in città e non fu molestato.[357]
Dopo essere state esposte tre giorni, le teste furono mandate al Sultano affinchè sua maestà imperiale riconoscesse la sollecitudine colla quale erano stati eseguiti i suoi ordini.
I soldati che le portavano incontrarono per via il corriere che recava la grazia, il quale era stato arrestato dalla cresciuta improvvisa d’un fiume.[358]
***
Trovo sovente dei negozianti di Fez che son stati in Italia. Ce ne vanno ogni anno da quaranta a cinquanta, e parecchi hanno agenti mori od arabi nelle nostre città principali. Vanno particolarmente nell’alta Italia dove comprano seta greggia, damaschi, coralli, velluti, refe, porcellane, perle, conterie di Venezia, carte da giuoco di Genova e mussolina di Livorno. Di proprio non ci portano che cera e lana, poichè l’industria marocchina è molto ristretta, e si può dir che le stoffe, le armi, le pelli e il vasellame sono i soli prodotti che chiamino l’attenzione d’un Europeo. Le stoffe si fanno principalmente in Fez e in Marocco. Sono caic per donne, turbanti signorili, ciarpe, foulards, tessuti sottilissimi di seta frammisti d’oro e d’argento, per lo più a righe diritte e parallele, bianchi o di colori gentili ed armonici, bellissimi a primo aspetto, ma disuguali, se si guardano bene, e ingommati, e poco resistenti. Forti, invece, e finissime le berrettine di lana rossa, che prendono il nome dalla città di Fez, e ammirabili per solidità e graziosa ricchezza di colori i tappeti che si fanno a Rabat, a Casa Blanca, a Marocco, a Sciadma, a Sciauia. Da Tetuan provengono[359] in gran parte i fucili damascati, inargentati, intarsiati d’avorio, tempestati di pietre preziose, di forme eleganti e leggiere; e dalle città di Mechinez e di Fez, e dalla provincia del Sus le armi bianche, fra cui son lavorati con grazia ammirabile i pugnali. I cuoi, sorgente precipua di guadagno per il paese, si preparano abilmente in varie provincie, e le pelli scarlatte di Fez, le gialle di Marocco, le verdi di Tafilet sono ancora degne della loro antica reputazione. Di Fez è un vanto particolare il vasellame di terra smaltata; ma è raro il trovarvi la nobile purezza delle forme antiche, e il suo principale pregio è la vivacità dei colori e una certa barbara originalità di disegno, che non appaga, ma seduce l’occhio. V’è pure, in Fez, un gran numero di gioiellieri e d’orefici, che fanno cose semplici non prive di buon gusto; ma poco variate, e in piccolo numero, poichè il rito malekita proscrive lo sfoggio degli ornamenti preziosi come contrario all’austerità maomettana. Notevoli, più dei gioielli, i mobili che vengon da Tetuan: specie di scaffali, attaccapanni, piccole tavole poligonali per prendere il tè, arcate, arabescate e dipinte di mille colori; i vassoi di rame, incisi di disegni complicati e ornati di smalti verdi, rossi ed azzurri; e sopra ogni cosa, i musaici dei pavimenti e delle pareti, composti con gusto squisito da[360] operai abilissimi, che formano ad uno ad uno, a colpi di piccozza, le stelle e i quadrettini innumerevoli, con una precisione meravigliosa. Nessun dubbio che questo popolo è dotato di mirabili attitudini, e che le industrie sue piglierebbero un grande incremento, come lo piglierebbe l’agricoltura, che fu già fiorentissima, se le desse vita il commercio; ma il commercio è inceppato dalle proibizioni, dalle restrizioni, dai monopoli, dalle tariffe eccessive, dalle modificazioni continue, dalla inosservanza dei trattati; e benchè gli Stati d’Europa abbiano molto ottenuto in questi ultimi anni, esso non è ancora che piccolissima cosa appetto a ciò che diventerebbe agevolmente, grazie alla ricchezza naturale e alla posizione geografica del paese, sotto un governo civile. Il commercio principale, dalla parte d’Europa, è coll’Inghilterra; dopo la quale vengon la Francia e la Spagna, che danno cereali, metalli, zucchero, tè, caffè, seta greggia, tessuti di lana e di cotone, e ricevono lana, pelli, frutti, sanguisughe, gomme, cera e gran parte dei prodotti dell’Affrica centrale. Il commercio che si fa per Fez, Taza e Udjda (e non è di piccola importanza, benchè minore assai di quello che la vicinanza dei due paesi dovrebbe produrre) comprende, oltre i tappeti, i tessuti, le cinture, i cordoni, e tutti gli oggetti del vestiario arabo e moresco, braccialetti[361] e anelli da piede d’argento e d’oro, vasi di Fez, musaici, profumi, incenso, antimonio per gli occhi, hennè per le unghie e tutte le altre tinture del bel sesso affricano. Più importante, più antico e più regolare il commercio coll’interno dell’Affrica, per dove partono ogni anno grandi carovane, portando stoffe di Fez, panni inglesi, conteria veneziana, corallo d’Italia, polvere, armi, tabacco, zucchero, specchietti di Germania, pennati d’Olanda, scatolette del Tirolo, chincaglierie d’Inghilterra e di Francia, e sale che raccolgono per via nelle oasi del Sahara; e il loro viaggio è come una fiera ambulante nella quale cambiano le proprie mercanzie con schiavi neri, polvere d’oro, penne di struzzo, gomma bianca del Senegal, gioielli d’oro di Nigrizia che vanno poi in Europa e in Oriente; stoffe nere di cui s’ornano il capo le donne moresche; bezoaro, che preserva gli arabi dai veleni e dalle malattie; e molte droghe che, abbandonate dall’Europa, conservano il loro antico valore nell’Affrica. Qui sta, per l’Europa, l’importanza maggiore del Marocco: porta principale della Nigrizia; la quale aperta, s’incontreranno il commercio europeo e il commercio dell’Affrica centrale. Frattanto la civiltà e la barbarie se ne contendon la soglia.[362]
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L’Ambasciatore ha frequenti abboccamenti con Sid-Mussa. Il suo intento principale è d’ottenere dal governo dei Sceriffi delle concessioni che agevolerebbero certi commerci fra l’Italia e il Marocco: di più non mi è lecito dire. Gli abboccamenti durano più di due ore; ma il discorso non si aggira che brevissimo tempo sulle questioni che ne sono lo scopo, poichè il ministro, seguendo un uso che par tradizionale nella politica del governo marocchino, non entra in materia che dopo aver divagato su mille soggetti estranei, e quando proprio ci è tirato per forza. — Parliamo ancora un po’ di cose divertenti! — dice quasi in tuono di preghiera. Il tempo, la salute, l’acqua di Fez, le proprietà di certi tessuti, qualche aneddoto storico, dei proverbi, quanta sia la popolazione di certi Stati d’Europa: son tutti discorsi più gradevoli che il parlar d’affari. — Che ne dite di Fez? — domandò un giorno, e inteso dir ch’era bella: — Ha ancora un altro merito — soggiunse; — quello di esser pulita. — Un altro giorno domandò quant’era la popolazione del Marocco. Ma bisogna pure venirci, a parlar d’affari; e allora sono lunghi giri di parole,[363] esitazioni, reticenze, un dire e non dire, un mettere innanzi mille dubbi a un consenso già dato dentro al cuore, un negare fingendo d’accondiscendere, uno sguisciar di mano, un lasciar cascare continuamente il discorso al momento di stringere il nodo, e poi quell’eterno spediente: — A domani. — Il dì dopo, ricapitolazione delle cose dette il dì innanzi, nuovi dubbi, restrizioni, riconoscimento di equivoci, rammarico di non aver ben inteso e di non essersi fatto bene intendere, e sudori dell’interprete incaricato di chiarire le cose. E poi conviene aspettare il ritorno dei corrieri mandati a Tangeri e a Tafilet ad assumere informazioni; informazioni di poco conto, ma che servono a rimandare lo scioglimento della quistione a dieci giorni più tardi. E in fine tre grandi ostacoli ad ogni cosa: il fanatismo del popolo, l’ostinazione degli ulema, la necessità di procedere cautamente, senza scosse, senza farsi scorgere, con una lentezza che abbia apparenza d’immobilità, se non è possibile di retrocessione. Qualche volta, messo a questi ferri, anche Giobbe direbbe la sua; ma vengon poi le calde strette di mano, i dolci sorrisi, le dimostrazioni d’una simpatia irresistibile e d’un affetto che non si spegnerà che colla vita. L’affare più duro è quello del grosso moro Scellal, e si dice che ne dipenda la sorte di tutta la sua vita: perciò[364] egli è nel palazzo a tutte le ore, ravvolto nel suo ampio caic, inquieto, pensieroso, qualche volta colle lagrime agli occhi, e tien sempre fisso sull’Ambasciatore uno sguardo supplichevole, che par quello d’un condannato a morte che domandi la grazia. Mohammed Ducali, invece, che ha il vento in poppa, è tutto festante, fuma, si profuma, cambia ogni giorno di caffettano e spande da ogni parte vezzi, parole soavi e sorrisi. Eh! se non ci fosse di mezzo la sudditanza italiana, come quei sorrisi si cangierebbero presto in lacrime di sangue![365]
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Esperimentiamo in questi giorni la verità di quello che ci fu detto a Tangeri circa agli effetti dell’aria di Fez. Ma son poi effetti dell’aria o dell’acqua? o dell’olio scellerato? o del burro infame? o di tutte queste cose insieme? Comunque sia, è un fatto che stiamo tutti male. È languidezza, disappetenza, prostrazione di forze, pesantezza del capo, e quel ch’è più grave, un’abitudine, contratta da tutti, di attraversare di tratto in tratto il cortile rapidissimamente, senza voltarsi indietro, come se fossimo inseguiti. Strana debolezza! E a tutti questi malanni s’aggiunge un tedio, un fastidio d’ogni cosa, una tetraggine, che da qualche giorno ha fatto mutar faccia alla casa. Tutti desiderano il ritorno. Siamo giunti a quel punto inevitabile di tutti i viaggi, in cui tutt’a un tratto la curiosità si smorza, ogni cosa si scolora, le memorie della patria rincalzano in folla; tutti i desiderii, soffocati nei primi giorni, si risollevano in tumulto; e da qualunque parte si rivolga lo sguardo, si vede la nostra porta di casa. Siamo sazi di turbanti, di faccie nere, di moschee; stanchi d’aver mille occhi addosso, annoiati di questa immensa mascherata bianca[366] a cui assistiamo da due mesi. Quanto si darebbe soltanto per veder passare, foss’anche di lontano, una signora europea! per sentire il suono d’una campana! per vedere sopra il muro d’una casa un manifesto del teatro delle marionette! Oh dolcissime memorie![367]
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Ho scoperto che fra i soldati di guardia al palazzo ve n’è uno a cui manca l’orecchio destro, e mi fu detto che gli fu tagliato legalmente, in presenza di testimoni, da un altro soldato al quale egli aveva mozzato l’orecchio medesimo qualche tempo prima. Tale è la legge del taglione che vige nel Marocco. Non solo un parente qualunque d’una persona uccisa ha il diritto d’ammazzar l’uccisore lo stesso giorno della settimana, alla stess’ora e nel luogo stesso dove cadde la vittima, ferendolo colla medesima arma nella medesima parte del corpo; ma chiunque venga privato d’un membro qualsiasi, ha diritto di privare dello stesso membro il suo feritore. Un fatto di questa natura, accompagnato da circostanze singolarissime, è accaduto, anni sono, a Mogador, e ce lo raccontò un impiegato del Consolato francese, che conobbe, a quanto pare, una delle due vittime. Un negoziante inglese di Mogador rientrava in città la sera d’un giorno di mercato, nel momento in cui la porta era ingombra da una folla di campagnuoli che conducevano asini e cammelli. Quantunque gridasse a squarcia gola: — bal ak! bal ak! (largo! largo!), una vecchia mora fu urtata dal[368] suo cavallo, stramazzò e picchiò il viso contro un sasso. Disgrazia volle che in quel picchio gli si rompessero gli ultimi due denti anteriori. Rimase un momento sbalordita; poi si rialzò rabbiosa e convulsa, e prorompendo in ingiurie e in maledizioni feroci, dopo aver seguitato l’inglese fino a casa, andò a domandare al Caid, in virtù della legge del taglione, che facesse rompere due denti al nazareno. Il Caid cercò di pacificarla e la consigliò a perdonare; ma non venendo a capo di nulla, la congedò promettendo di farle render giustizia, colla speranza che si sarebbe calmata a poco a poco e avrebbe desistito dal suo proposito. Ma passati tre giorni, la vecchia si ripresenta più inferocita che mai, chiede giustizia, vuole che si pronunzi una sentenza formale contro il cristiano. — Ricordati, — dice al Caid, — che me l’hai promesso! — E che! — risponde il Caid; — mi pigli tu forse per un cristiano che mi credi schiavo della mia parola? — Ogni giorno, per un mese, la mora assetata di vendetta si presenta alla porta della cittadella, e tanto grida, strepita e impreca, che il Caid, per liberarsene, si trova costretto ad esaudirla. Chiama il negoziante, gli espone la querela della vittima, il diritto che le dà la legge, il dovere che impone a lui la promessa, e lo prega, per finirla di lasciarsi levare due denti, due qualunque,[369] benchè, in giusta regola, debbano essere due denti incisivi. L’inglese si rifiuta per gl’incisivi, pei canini e pei molari; e il Caid è costretto a rimandare definitivamente la vecchia, ordinando alle guardie di non lasciarle più metter piede nella Casba. — Sta bene; — dice essa; — poichè qua non vi son più che mussulmani degenerati, poichè si rifiuta la giustizia a una mussulmana, madre di sceriffi, contro un cane d’infedele, andrò a trovare il Sultano, e vedrò se il principe dei credenti rinnega anche lui la legge del profeta. — Fedele alla sua parola, si mette in cammino, sola, con un amuleto in seno, un bastone in mano e una bisaccia a tracolla, e fa a piedi le cento leghe che separano Mogador dalla città sacra dell’Impero. Arrivata a Fez, chiede un’udienza al Sultano, gli si presenta, gli espone il suo caso e domanda, giusta il diritto che le accorda il Corano, l’applicazione della legge del taglione. Il Sultano la esorta a perdonare: essa insiste. Le dicono le difficoltà gravissime che si oppongono alla soddisfazione della sua domanda: — che il Console d’Inghilterra negherà il suo consenso, che il governo si troverà impicciato in una quistione grave, che non si può, per una cagione così futile, mettere a repentaglio la pace dell’Impero e turbare la buona amicizia che lega il Governo[370] dei sceriffi alla potente Inghilterra. — La vecchia mora rimane inesorabile. Le offrono, perchè desista, una somma di denaro, colla quale potrà passare il resto dei suoi giorni nell’agiatezza. Rifiuta. — Che faccio io dei vostri denari? — soggiunge; — io son vecchia e abituata a vivere miseramente; quello che voglio sono i due denti del cristiano; li voglio, li pretendo, li domando in nome del Corano; e il Sultano, principe dei credenti, capo dell’islamismo, padre dei suoi sudditi, non può rifiutare di render giustizia a una mussulmana. — Questa ostinazione mise il Sultano in un grave imbarazzo; la legge era formale e il diritto incontestabile; e il fermento del popolo, eccitato dalle declamazioni fanatiche della donna, rendeva pericoloso il rifiuto. Il Sultano, che era Abd-er-Rahman, scrisse al console inglese domandandogli, come un favore, che inducesse il suo concittadino a lasciarsi rompere i due denti. Il mercante rispose al console che non avrebbe mai acconsentito. Allora il Sultano riscrisse dicendo che, se acconsentiva, gli avrebbe accordato, per ricompensa, qualunque privilegio commerciale gli piacesse di domandare. Questa volta, solleticato nella borsa, il mercante cedette. La vecchia partì da Fez benedicendo il nome del pio Abd-er-Rahman, e ritornò a Mogador, dove in presenza[371] sua e di molto popolo, furono rotti due denti al nazareno. Quando li vide cadere in terra, gettò un grido di trionfo e li raccolse con gioia feroce. Il mercante, grazie ai privilegi che gli furono accordati, in meno di due anni si fece una bella fortuna, e tornò in Inghilterra sdentato e felice.[372]
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Più studio questi mori e più tendo a credere che non siano molto lontani dal vero, come mi parvero da principio, i giudizii dei viaggiatori, i quali sono concordi nel chiamarli una razza di vipere e di volpi, falsi, pusillanimi, umili coi forti, insolenti coi deboli, rosi dall’avarizia, divorati dall’egoismo, accesi delle più abbiette passioni che possano capire nel cuore umano. Come potrebbe essere altrimenti? La natura del governo e lo stato della società non permettono loro alcuna virile ambizione; trafficano e brigano, ma non conoscono il lavoro che affatica e rasserena; sono digiuni affatto d’ogni piacere che derivi dell’esercizio dell’intelligenza; non si curano dell’educazione dei propri figliuoli; non hanno nessun nobile scopo alla vita; si danno dunque con tutta l’anima e per tutte le vie ad ammassar danaro e dividono il tempo che loro riman libero da questa cura fra un ozio sonnolento che li sfibra e una venere cieca, smodata e grossolana, che gli abbrutisce. In questa vita effeminata diventano naturalmente pettegoli, vanitosi, piccoli, maligni; si lacerano la reputazione, gli uni cogli altri, con una rabbia[373] spietata; mentono per abitudine, con un’impudenza incredibile; affettano animo caritatevole e religioso, e sacrificano l’amico per uno scudo; disprezzano il sapere e accolgono le più puerili superstizioni del volgo; fanno il bagno tutti i giorni e tengono il sudiciume a mucchi nei recessi della casa; e aggiungono a tutto questo un orgoglio satanico, dissimulato, quando occorre, da maniere umili e insieme dignitose, che paiono indizio d’animo gentile. E così m’ingannarono nei primi giorni; ma ora son persuaso che l’ultimo di costoro crede, in fondo al cuore, di valer infinitamente più di tutti noi messi in un mazzo. Gli arabi nomadi conservano almeno la semplicità austera dei costumi antichi, ed i Berberi selvaggi hanno lo spirito guerriero, il coraggio, l’amore dell’indipendenza. Costoro soli congiungono in sè barbarie, depravazione e superbia, e son la parte più potente della popolazione dell’Impero: quella che dà i negozianti, gli ulema, i tholba, i Caid, i pascià; che possiede i ricchi palazzi, i grandi arem, le belle donne, i tesori nascosti; riconoscibile alla pinguedine, alla carnagione chiara, all’occhio astuto, ai grossi turbanti, all’andatura maestosa, alla fiaccona, ai profumi, alla boria.[374]
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Il moro Scellal ci condusse a prendere il tè in casa sua. Entrammo per uno stretto corridoio in un cortiletto oscuro, ma bellissimo; bellissimo, ma sucido quanto le più sucide case del ghetto d’Alkasar. Fuor che i musaici del pavimento e dei pilastri, tutto era nero, crostoso, viscoso, schifoso. Vi sono due stanzine buie a terreno; al primo piano, gira una galleria, e sulla sommità dei muri il parapetto della terrazza. Il grosso moro ci fece sedere davanti alla porta della sua stanza da letto, ci diede il tè e dei dolci, ci bruciò dell’aloè, ci spruzzò d’acqua di rosa e ci presentò due suoi bambini graziosissimi, che s’avvicinarono a noi bianchi dalla paura e tremarono come foglie sotto le nostre carezze. Dal lato opposto del cortile v’era una ragazza nera d’una quindicina d’anni, non vestita d’altro che d’una camicia tagliata da una parte in modo che lasciava vedere la gamba nuda dal fianco fino al piede, e stretta alla cintura, che segnava tutte le forme del corpo: il più snello, il più elegante, il più seducente corpo di donna, lo attesto sul capo del signor Ussi, ch’io abbia visto nel Marocco fino al momento in cui scrivo. Era una schiava. Stava appoggiata a un pilastro colle braccia incrociate sul seno[375] e ci guardava con aria di suprema indifferenza. Poco dopo uscì da una porticina un’altra nera, una donna sui trent’anni, d’alta statura, di viso austero, di forme robuste, diritta come il fusto d’un aloè, la quale, per quello che ci parve, doveva essere una favorita del padrone, poichè gli si avvicinò famigliarmente, gli susurrò alcune parole nell’orecchio e gli tolse una festuca dai baffi, premendogli la mano sulle labbra, con un certo atto tra sbadato e carezzevole, di cui il moro sorrise. Alzando gli occhi, vedemmo tutta la galleria del primo piano e tutto il parapetto della terrazza coronati di teste di donne, che si nascosero immediatamente. Era impossibile che fossero tutte donne della casa. Quelle della casa avevano senza dubbio annunziato la visita dei cristiani alle amiche delle case vicine, e queste dalle loro terrazze s’erano arrampicate o buttate giù sulla terrazza dello Scellal. In un momento che guardavamo in su, ce ne passarono accanto tre come tre larve, col capo tutto coperto, e sparirono in una porticina. Erano tre amiche che non avendo potuto entrare in casa per la terrazza, avevano dovuto rassegnarsi a entrar per la porta; e un momento dopo comparirono le loro teste sopra il parapetto della galleria. La casa, insomma, s’era convertita in teatro, e noi eravamo lo spettacolo. Le spettatrici, tutte velate,[376] cinguettavano, ridevano sommessamente, facevano capolino e si ritiravano con una rapidità che pareva che scattassero; ad ogni nostro movimento, corrispondeva un leggero mormorìo; ogni volta che alzavamo la testa, seguiva un gran tumulto nei palchi di prim’ordine; si capiva che si divertivano, che raccoglievano materia per un mese di conversazione, che non stavano in sè dal piacere di trovarsi, così inaspettatamente, dinanzi a uno spettacolo tanto bizzarro e tanto raro! E noi, compiacenti, concedemmo loro questo spettacolo per quasi un’ora; silenziosi, però, e tediati; effetto che produce, dopo qualche tempo, ogni casa moresca, per quanto sia cortese l’ospitalità che vi si riceve. Poichè, dopo aver ammirato i bei musaici, le belle schiave e i bei bimbi, si cerca quasi istintivamente la persona che incarna la vita domestica, che rappresenta la gentilezza e l’onore della casa, che suggella l’ospitalità, che colora la conversazione, che vi alita nell’anima l’aura dei Lari; — si cerca, insomma, la perla di questa conchiglia; — e non vedendo che donne a cui il padrone dà gli amplessi e non il cuore, e figliuoli di madri sconosciute, e tutta la casa personificata in un solo, l’ospitalità riesce una fredda cerimonia, e nell’ospite spariscono i tratti simpatici d’un amico che v’onora, sotto l’aspetto d’un sensuale e odioso egoista.[377]
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Non c’è dubbio che questa gente, se proprio non ci odia, almeno non ci può patire, e non gliene mancano, tra buone e cattive, le ragioni. Nei discendenti dei mori di Spagna, molti dei quali conservano ancora chiavi di città andaluse e titoli di possessione di terre e di case di Siviglia e di Granata, è viva particolarmente l’avversione alla Spagna, da cui i loro padri furono spogliati, sterminati, banditi. Tutti gli altri odiano generalmente tutti i cristiani, non solo perchè quest’odio è istillato loro nelle scuole e nelle moschee fin dall’infanzia, collo scopo di renderli avversi ad ogni commercio colle genti civili; — commercio che, scemando la superstizione e l’ignoranza, scalzerebbe le fondamenta dell’edifizio politico e religioso dell’Impero; — ma perchè hanno tutti in fondo all’anima il vago sentimento d’una forza espansiva, crescente, minacciosa degli Stati europei, dalla quale tosto o tardi saranno schiacciati. Sentono rumoreggiare la Francia alle loro frontiere di levante; vedono gli Spagnuoli fortificati sulla loro costa del Mediterraneo; Tangeri, occupata da un’avanguardia di cristiani; le città occidentali, guardate da negozianti europei distesi[378] su tutta la costa dell’Atlantico come una catena di sentinelle avanzate; ambasciate che percorrono il paese in tutte le direzioni, per recare dei doni al Sultano, in apparenza, ma in realtà, pensan loro, per vedere, scrutare, fiutare, corrompere, preparare il terreno; sentono, insomma, la minaccia perpetua d’un’invasione e immaginano quest’invasione accompagnata da tutti gli orrori dell’odio e della vendetta, persuasi, come sono, che i Cristiani nutrano contro i Mussulmani gli stessi sentimenti che nutrono loro contro di noi. Come possono poi cangiare quest’avversione in simpatia vedendo noi, stretti nei nostri abiti impudichi, che segnano le forme; vestiti di colori sinistri; noi, carichi di taccuini, di cannocchiali, di strumenti misteriosi, che ci ficchiamo per tutto, notiamo tutto, misuriamo tutto, vogliamo saper tutto; noi che ridiamo sempre e non preghiamo mai; noi irrequieti, chiaccheroni, beoni, fumatori, pieni di pretese, e pitocchi, che abbiamo una donna sola, e non un servo dei nostri paesi! E si formano dell’Europa un’idea oscura, come d’un’immensa congerie di popoli turbolenti, dove regni una vita febbrile, tutta ambizioni ardenti, vizi sfrenati, tumulti, viaggi, imprese temerarie, un affanno, un rimescolìo vertiginoso, una confusione di Babelle, che dispiace a Dio.[379]
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Oggi gran rumore nel palazzo, a cagione del primo ed unico tentativo di conquista amorosa, fatto da un cristiano del basso personale dell’ambasciata. Questo buon giovane, al quale cominciava a pesare, a quel che sembra, la vita diplomaticamente austera che si mena da quaranta giorni; avendo visto, non so di dove, una bella mora che passeggiava in un giardino, pensò (tutti hanno le loro debolezze) ch’essa non avrebbe potuto resistere alle attrattive della sua bella persona, e senza badare al pericolo s’insinuò per un buco del muro nel recinto vietato. Se, giunto in cospetto della ninfa, abbia fatto una dichiarazione d’amore od abbia tentato di sopprimere il preambolo, se la ninfa gli abbia prestato orecchio pietoso o sia fuggita strillando, non si sa, poichè tutto, in questo paese, è mistero. Si sa però che tutt’a un tratto sbucarono di dietro a un cespuglio quattro mori armati di pugnale, due dei quali gli si slanciarono contro da una parte e due dall’altra; e che il malcapitato seduttore o non sarebbe più uscito del giardino, o ne sarebbe uscito con qualche occhiello nelle reni, se non fosse comparso improvvisamente il caid Hamed-Ben Kasen[380] Buhammei, il quale arrestò con un gesto imperioso i quattro cerberi, e diede modo al fuggitivo di riportare la pelle intatta al palazzo. La notizia dell’avvenimento si sparse, ci fu un sottosopra, il colpevole ricevette una solenne ammonizione in presenza di tutti e il Comandante, sempre spiritoso, gli fece per giunta un sermoncino che gli produsse un’impressione profonda. — Che le donne degli altri, e particolarmente le donne dei mussulmani, bisogna lasciarle stare; che quando si è con un’ambasciata europea nel Marocco, bisogna far conto di non esser più un uomo; che nei paesi maomettani queste quistioni di donne finiscono facilmente in quistioni politiche; e che sarebbe una bella responsabilità quella d’un giovane onesto il quale, per non aver saputo resistere a un impulso inconsiderato... del cuore, trascinasse il suo paese in una guerra... di cui non si potrebbero prevedere le conseguenze. — A questo discorso, il povero giovane, che già vedeva la flotta italiana con centomila soldati salpare verso il Marocco per cagion sua, si mostrò atterrito del suo fallo a tal segno, che non parve più necessario d’infliggergli altro castigo.[381]
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Vorrei saper bene che concetto hanno costoro della propria potenza militare e del proprio valore guerresco rispetto alla potenza e al valore dei popoli europei. Ma non oso interrogarli direttamente su questo soggetto perchè sono ombrosissimi e temo che le mie domande possano parere un’ironia o una spacconata. Son riuscito nondimeno, tastandoli con mano leggera, e senza farmi scorgere, a raccapezzare qualche cosa. Sulla superiorità della nostra potenza militare non ci hanno dubbio; poichè se qualche dubbio rimaneva loro trent’anni sono, quando non avevano ancora ricevuto dagli europei alcuna veramente grave batosta, le guerre della Francia e della Spagna, e principalmente le due battaglie famose d’Isly e di Tetuan, dissiparono quei dubbi per sempre. Ma riguardo al valore, mi pare che si credano ancora superiori di molto agli europei; le vittorie dei quali attribuiscono all’artiglieria, all’ordine, alla furberia (chè per loro sono furberie la strategia e la tattica) e non al valore. E le vittorie conseguite con quei mezzi, pare che non le considerino nobilmente conseguite. Il volgo, poi, aggiunge a quei mezzi l’alleanza[382] coi cattivi spiriti, senza la quale nè i cannoni nè le furberie sarebbero bastati a sgominare gli eserciti mussulmani. Certo è che agli Arabi puri e ai Berberi, che sono la maggioranza guerriera del Marocco, non si può negare il valore, e nemmeno restringersi a riconoscere in loro quel valore comune e indeterminato che in Europa si considera, con cavalleresca reciprocanza, proprietà di tutti gli eserciti. Poichè tenuto pur conto della natura del terreno e degli aiuti segreti dell’Inghilterra, l’esercito marocchino, scompigliato, mal condotto, male armato, male approvvigionato, non avrebbe potuto tener fronte, come fece, per quasi un anno, con una tenacia inaspettata in Europa, all’esercito spagnuolo, disciplinato, ordinato e fornito di tutti i nuovi mezzi d’offesa, senza supplire con un grande valore alla potenza militare che gli mancava. Si potrà negare il nome proprio di valore al fanatismo che slancia un uomo contro dieci a cercare una morte che gli aprirà le porte del paradiso; al furore selvaggio che induce un soldato a spaccarsi il cranio contro una rupe piuttosto che cader nelle mani dei nemici; alla rabbia forsennata d’un ferito, che si strappa le bende e si squarcia le piaghe per liberarsi colla vita dalla prigionia; al disprezzo del dolore, alla cieca audacia, all&rsquo