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Matilde Serao
La ballerina

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  • I.
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La ballerina

I.

 

Carmela Minino, in piedi presso il cassettone, macchinalmente, contò ancora una volta il denaro che teneva chiuso nello sdrucito piccolo portafogli: e vi trovò sempre le medesime diciotto lire, tre biglietti da cinque e tre biglietti da una lira che vi erano il giorno prima e la settimana prima. Si cavò di tasca il portamonete che portava addosso, quando usciva e dove riponeva i pochi spiccioli per pagare l’omnibus, per pagare la sedia, alla messa, per bere un bicchier d’acqua: vi pescò sette soldi. E con un atto puerile e triste guardò desolata e ansiosa intorno, quasi che dalle nude pareti della sua stanza, dai poveri mobili strettamente necessarii potesse uscire, fantasticamente, qualche immaginaria somma di denaro che venisse ad aumentare il suo così insufficiente capitaletto.

Ella aveva fatto un gran sogno, quell’anno, di poter portare, sulla tomba della sua madrina e benefattrice, una corona di fiori freschi, una larga corona di bellissimi fiori, con una scritta tutta di fiori, dove si leggessero due o tre belle parole di memore affetto, di memore riconoscenza. A soldo a soldo, nell’estate, privandosi di moltissime cose, era giunta sino a raggranellare quarantadue lire, sognando sempre più vivida, sempre più fragrante la corona di fiori da portare al camposanto, ove dorme Amina Boschetti: anzi, Carmela Minino aveva accettato di andare a ballare a Castellammare, fra agosto e settembre, in quel baraccone dello Stabia Hall, a cielo scoperto, con quell’impresario Ciccillo Patalano che pagava poco e male, che, spesso, non pagava per niente: aveva accettato, Carmela, malgrado i suoi sospetti su Patalano, per non toccare il peculietto della corona, per accrescerlo, se fosse possibile, e aveva ballato nel teatro di legno, all’aria aperta, sudando in quelle sere afose di fine d’agosto in modo da sentirsi incollare la maglia di seta sulla persona e prendendo raffreddore su raffreddore, col fresco che veniva dalla platea, avvolgendosi invano in una mantellina di lana nera, quando rientrava nelle quinte. A che era servito? Settembre era stato piovoso: Castellammare aveva visto partire presto i suoi villeggianti, lo Stabia Hall era deserto e fra le vere bestemmie e le finte lacrime, Ciccillo Patalano non aveva pagato le due quindicine di settembre alle ballerine scritturate. Solo qualcuna che aveva un padre energico e più bestemmiatore di Ciccillo Patalano, o un fratello che campava sulle sue spalle e quindi ne curava gli interessi, o un amante che faceva la voce grossa, solo qualcuna arrivò a strappare qualche soldo al cattivo pagatore: Carmela Minino strillò, pianse, ma era sola, era senza difensori e Patalano non le dette le quarantacinque lire che le doveva, scritturata come era, a una lira e cinquanta la sera. Fu un disastro finanziario per lei: pagare la metà della misera stanza mobiliata dove dormiva insieme con Maria Civita, un’altra ballerina, egualmente sfortunata ma che aveva un amante a Napoli, il quale, per trarla d’imbarazzo, le mandò un vaglia postale di venti lire: pagare il vitto, povera Carmela, sino a fine mese, a un oste di Castellammare e tornarsene a casa, in terza classe, avendo rovinato due paia di scarpini da ballo sul palcoscenico di quella baracca e macchiata di sudore, sotto le ginocchia, la sua migliore maglia. Fra la catastrofe di Castellammare e un penoso mese di ottobre, senza scrittura, gran parte delle economie, dedicate alla corona di fiori freschi, si venne dileguando, mentre Carmela Minino si sentiva stringere il cuore, sempre che cavava una lira dal suo portafogli.

Così, la mattina del primo novembre, ella non possedeva per onorare la tomba della sua madrina se non diciotto lire e trentacinque centesimi, da cui doveva detrarre il denaro per andare e venire dal cimitero di Poggioreale in una giornata in cui tutti vi vanno e le carrozze costano carissimo, e qualche soldo per mangiare un boccone, la sera.

— I fiori costano così caro, in questa stagione! — ella pensò, fra , mentre si metteva il cappello, per uscire, e un’amarezza segreta crebbe in lei, sentendo distrutto, ineluttabilmente, quasi tutto il suo sogno.

Fuori, il tempo era nuvoloso: quando Carmela Minino ebbe disceso i quattro piani della sua stanza al vico Paradiso alla Pignasecca, quando si trovò nella via, quasi pensò tornare indietro, per prendere l’ombrello. Si era vestita di nero, malgrado che il lutto per sua madre fosse finito da più di sei mesi; essa aveva creduto di andare quasi in cordoglio a pregare per la sua benefattrice, ma, anche, non aveva potuto farsi nessun nuovo vestito d’inverno. La giornata era così dubbia! Se fosse piovuto, ecco rovinata la piuma nera del suo cappello, un’antica piuma che era stata una gloriosa amazzone, e che, ogni estate, ogni inverno, Carmela faceva figurare, novellamente, sovra un cappello rifatto, arricciandola col dorso delle forbici, curando di non spiumarla: una ricchezza, quella lunga piuma un po’ consunta, che ella possedeva da cinque o sei anni. La pioggia rovina le piume! Ella risalì in casa, piena di brutti presentimenti, e allora fu più tranquilla quando ebbe stretto al seno il manico del suo vecchio e fedele ombrello che da tanti acquazzoni, nelle sere d’inverno, uscendo dal San Carlo, l’aveva riparata. Col suo passo leggiero che le veniva dal suo mestiere, guardando bene dove metteva i piedi, salutata con un’Ave la sacra immagine della Madonna della Pignasecca, assorbita nelle sue idee poco liete, Carmela Minino discese verso la strada di Chiaia, dove sono le botteghe dei maggiori fiorai napoletani. Le mura di Toledo e di Chiaia erano coperte di cartelloni per la commemorazione dei morti: qua si offriva della cera a tre lire la libbra, per accendere molti cerei innanzi alle tombe: qua si annunziavano delle corone di canutiglia poco costose e durature: altrove era l’orario della piccola ferrovia Nola-Baiano, che aveva una fermata al cimitero di Poggioreale: e ancora manifesti di cerei, di corone, persino la réclame di un oste che offriva, sulla via del camposanto, il riposo e il vino bianco di asprinia per sollevare i cuori stretti di coloro che avevano commemorato i defunti. Tutte le botteghe di mercerie avevano esposto corone di pastiglia, di canutiglia, di fiori secchi, di brughiera disseccata e dipinta a varii colori: e gente vi entrava o usciva, portando via una corona piccola o grande, e già carrozze padronali e da nolo passavano, zeppe di gente vestita di nero, e larghe corone di fiori apparivano dagli sportelli chiusi, alcune di esse immense, bellissime: due o tre volte, gli occhi di Carmela Minino si riempirono di lacrime, pensando alla misera somma che teneva preziosamente serrata nel portafogli, così misera di fronte al suo ardente desiderio di covrire di fiori la tomba di colei che era stata ogni cosa, per lei, nella vita e nella morte: ma le lacrime ribevute le produssero come una reazione, le dettero una esaltazione muta ed alacre, un bisogno impetuoso di affrontare e di vincere il suo destino, in quel giorno. Tanto che, senza esitare, schiuse la elegante porta a cristalli del fioraio Lamarra, il più grande fioraio di Napoli, e avanzandosi sul terreno di marmo un po’ bagnato, fra un andirivieni di gente che comperava, che pagava, che giungeva, che dava degli ordini, che usciva, fra i garzoni del fioraio che legavano i fiori intorno agli scheletri verdi delle corone, innestando le rose thea sovra un letto di felci, disponendo i crisantemi doppii sovra un fondo di foglie verdi, ella domandò a un uomo dai baffi bianchi, col cappello sulle ventitrè, senza nessuna timidità:

— Fatemi vedere delle corone di fiori freschi.

— Tutte queste qui, sono di ordinazione, — rispose l’uomo dai baffi bianchi, che era Lamarra, squadrando appena Carmela Minino e prendendola per una cameriera.

Ella restò interdetta, impallidendo, arrossendo, guardando le corone che lestamente si formavano sotto le mani rapide dei fiorai, guardando i cuscini di rose, con una croce di crisantemi bianchi, nel mezzo, guardando tutta quella bellezza, quella ricchezza un po’ triste, floreale.

— A un dipresso, quanto costa una corona? — ella mormorò, dopo aver inghiottito, di nuovo, le sue lacrime.

— Io ve la posso fare di cento, di duecento lire, come volete, — disse il Lamarra, mentre restituiva del denaro a un cliente e mentre scriveva una ordinazione per l’indomani,

— Meno… meno di cento lire, non ve ne sono? — chiese Carmela Minino, arrossendo come una fiamma.

— Qualche cosa di sessanta, di cinquanta lire, — rispose distrattamente il fioraio, ripreso dai suoi affari, vedendo di aver a contrattare con un piccolo avventore.

Carmela Minino tacque, un momento. Quanto erano belle, quelle corone fresche, con quei delicati fiori di novembre che pare nascano appositamente per adornare le tombe dei morti, nel giorno della commemorazione; quanto erano fragranti, mollemente, con una fragranza fine e malinconica, tutti quei fiori sorgenti dagli steli e che avrebbero teneramente esalata la loro dolce vita sulle pietre di marmo del camposanto, covrendo della loro breve esistenza la freddezza e la durezza delle lapidi, un anno abbandonate! Ella riprese coraggio e chiese:

— Qual’è il minimo prezzo di una bella corona, dite?

E Lamarra la guardò, questa volta, con una ciera sprezzante, poichè trovava che quella ragazza gli faceva perdere troppo tempo, e le rispose, seccamente:

Trenta lire.

— Ah! — esclamò lei, con voce sommessa.

Voltò le spalle, lentamente, Carmela, e uscì dalla bottega del fioraio, in preda a uno scoramento profondo. Perchè era entrata colà, quando non possedeva se non diciotto lire? Perchè aveva voluto vedere tutti quei bei fiori, posto che non glieli poteva portare, ad Amina Boschetti? Perchè questa follìa in lei, così povera, così meschina, così abbandonata, senza altre risorse che le sue gambe di ballerina di cui spesso gl’impresari non voleano sapere, senz’altro pane che quello guadagnato coi battements e gli entrechats che si pagano a due lire, a due lire e cinquanta la sera, quando tutto va bene, quando è San Carlo che paga? Ella camminava verso il basso della strada di Chiaia, facendo a stessa i più duri rimproveri per tanto orgoglio, per tanta vanità, per tanta presunzione. Che si credeva di essere? Una miserabile ballerinetta, bruttina, poco graziosa, senz’altro pregio che la gioventù, senz’altra qualità che la sua instancabilità: e osava voler portare una corona di fiori freschi ad Amina Boschetti! Ad Amina Boschetti? Ma non era stata, forse, la Boschetti, la stella più alta, più fulgida, indimenticabile, insuperabile, insuperata, del teatro San Carlo? Non era stata un’apparizione di grazia indicibile, di seduzione muliebre, una lieve forma affascinante nei suoi veli bianchi, nello scintillìo dei suoi busti tessuti di oro e di argento, come il corpo di una farfalla? E mentre camminava, così, senza meta, Carmela Minino si rammentò la figura poetica, ideale della grande Amina Boschetti nei vestiti napoletani della Muta di Portici, se la rammentava distesa per terra, con le due braccia che facevano arco alla testa, dove si ammassavano i bruni capelli, se la rammentava, sorridente di quel sorriso profondo che rendeva divino quel volto dove la beltà aveva la sua sede. In quella sera Carmela Minino aveva sentito nel suo cuore di bimba decenne, l’adorazione per quella creatura quasi sovrannaturale e aveva voluto, teneramente, baciare i due piedini alati della sua madrina. Ora, ora, come tutti i ricordi si affollavano nella sua mente, com’ella si ricordava di quell’essere bello di una bellezza strana e possente, vivente una esistenza di lusso e di piaceri, strappata ai suoi palazzi, alle sue ville, ai suoi amori in piena giovinezza, in piena beltà, Carmela Minino provava più forte, più acre il desiderio di gittare dei fiori, molti fiori, molti bei fiori e non altro, sovra una tomba simile, essa provava l’orrore della sua povertà, della sua impotenza. E tornò indietro, subito, rientrò da Lamarra, coraggiosamente.

Sentite, sentite, — ella disse in fretta, emozionata, tutta pallida, toccando il braccio di Giovanni Lamarra. — Voi dovete farmi una corona di fiori freschi, per quindici lire.

Costui, non rudemente, colpito dal tono fremente di quella richiesta, le rispose con familiarità:

Figliuola mia, non è possibile.

Vedete, vedete di farmela... — balbettò lei, sempre più turbata, reprimendo i singhiozzi a stento.

— I fiori son cari... — osservò Lamarra, già scrollato nella sua implacabilità di primo fioraio napoletano.

— Non importa... me la fate più piccola... per quindici lire... quindici lire...

— Ma ci debbo rimettere, io, forse? — gridò Lamarra, con un falso tono d’ira, ma già commosso da quella insistenza, da quel pallore, da quella voce.

Rimetteteci: fate una carità, del resto. Io non ho che quindici lire, — diss’ella, a bassa voce, ebbra di umiliazione, quasi avesse chiesto la elemosina.

— E va bene, — disse il fioraio, subito.

Tacquero. Ella teneva gli occhi bassi, si appoggiava al muro: cavò le sue quindici lire e l’occhio acuto del fioraio vide subito, in quell’esiguo portafogli, che ve ne erano solo altre tre, di lire.

— Dove debbo mandarla? — disse egli.

— La prendo io: la porto io stessa.

— Non è fatta.

Aspetterò.

Egli si allontanò, passò nell’altra stanza, ritornò.

— L’avete ordinata? Come l’avete ordinata? — ella chiese, ansiosamente.

— Di crisantemi bianchi.

— Ah! va bene. Metteteci qualche rosa...

Rose di ogni mese, queste ci posso mettere.

— Sì, sì, qualche rosa, ve ne prego.

Il fioraio si allontanò di nuovo. Carmela Minino restava nella prima bottega, fra la gente che andava e veniva, in un cantuccio, paziente, fra l’umidore dell’ambiente pieno di fiori bagnati, di erba molle d’acqua, tra le fragranze molto sottili di quei fiori autunnali. Quando ritornò, Lamarra, passò vicino a Carmela per prendere un cespo di rose bianche, rose di serra, magnifico, dalla vetrina: e cominciò egli stesso ad annodarlo, sotto una grande palma verde, con sapiente cura.

— Questa corona serve per vostra madre? — domandò curiosamente, ma benignamente, il fioraio.

— No, — disse Carmela Minino. — Per la mia comare.

— Oh! Le volete molto bene, allora?

— Sì, molto bene. Anche adesso, le voglio bene.

Era vecchia quando andò in paradiso?

— No, era giovane e bella. Pareva un angelo, — ella mormorò, a occhi socchiusi, quasi innanzi ad una visione paradisiaca.

— Che siamo noi! — disse filosoficamente il fioraio. — È morta da poco?

— No, da sei anni. Io ne avevo quindici — e un velo di lacrime le appannò gli occhi.

— Non ci pensate, — soggiunse il fioraio, seguitando ad annodare le bellissime rose bianche, sotto la palma.

Ora, vi metteva intorno un nastro di amoerro bianco, dove stava scritto, a lettere di oro: «Cara Maria, aspettami Carlo». E Carmela Minino che tutt’osservava, disse:

— Non ci si potrebbe mettere un nastro, una iscrizione, su questa mia corona?

— Sì, ora ci scriviamo una lettera, sopra, coi fiori! — esclamò ironicamente Lamarra.

— Almeno il nome? Il suo solo nome? — disse l’altra, congiungendo le mani, pregando.

— Come si chiamava?

— Si chiamava Amina Boschetti, — diss’ella, più piano.

— Come la ballerina, si chiamava? Come la nostra Boschetti?

Era lei, la mia madrina, — soggiunse la povera Carmela Minino, mentre due lunghe lacrime le scendevano per le gote.

Egli la guardò, sorpreso assai. La giovane era così meschinamente vestita, stringeva nella mano un ombrello così vecchio, i suoi guanti neri erano così bianchi su tutte le cuciture, che il fioraio, pensando alla luminosa Dea della danza, che aveva fatto delirare di ammirazione e di amore le calde platee, quasi non le credette.

— Ella mi ha fatto bene in vita e in morte, — disse Carmela, con un impetuoso accento di sincerità. — E io debbo ricordarmelo sempre.

Era una grande signora, buona, bella, generosa, — rispose il fioraio.

— Voi l’avete conosciuta, eh?

— Sì! Gliene ho portato fiori, sul palcoscenico, in certe serate! Ne ho guadagnato denaro, con quelli che impazzivano per lei! Ma lei se ne rideva, di tutti questi innamorati, me ne rammento. Che serate! Pareva una fata, quando ballava!

Ora è morta, — soggiunse la fanciulla, con voce infranta. — Giacchè l’avete conosciuta, ve ne prego, scriveteci il nome sopra la corona, con le rose.

 

Tuonava il cannone di mezzogiorno quando, carica lietamente della sua corona, si avviò verso la stazione ferroviaria a piedi. Tutto ben considerato, con quei lunghi e acuti ragionamenti della gente che ha pochissimi denari e che deve contare uno per uno i suoi soldi, ella aveva osservato che valeva meglio, per lei, prendere il treno della piccola ferrovia Nola-Baiano. Vi sono omnibus che, in quel giorno dei morti, a centinaia ascendono faticosamente, carichi di gente, la collina di Poggioreale, dove è il camposanto: ma vanno con tanta lentezza, sono sempre pieni zeppi di persone e Carmela non sapeva bene se le avrebbero permesso di salirvi su, con la sua larga corona che sarebbe stata di molto fastidio ai vicini. Al cimitero, in quel giorno consacrato ai defunti, ci vanno migliaia di piccole e grandi carrozze da nolo: ma il meno che domandano, per andare e venire, sono cinque lire. La sua corona grande, larga, un po’ pesante, le impediva di salire al cimitero a piedi, come avrebbe tentato, forse, se fosse stata a mani libere: il fioraio, con un estremo omaggio alla indimenticabile fata del teatro San Carlo, l’aveva formata così bella, quella corona! Intorno alla fascia larga dei crisantemi bianchi correva una striscia sottile di crisantemi di un rosa pallidissimo: e le parole della dedica, rilevate sulla fascia bianca dei crisantemi, ad Amina Boschetti, eran formate da roselline di ogni mese, bottoncini umili, modesti, tutti bagnati ancora d’acqua. Carmela Minino non ne sentiva il peso, di quella corona: essa camminava con passo quieto, soddisfatta del suo sacrificio, tutta intenerita dalla bontà del fioraio, il primo, il più elegante di Napoli, che aveva voluto accogliere le sue misere quindici lire: e pensava, Carmela, che il nome della sua madrina, detto , era stato il talismano che aveva toccato il cuore di Lamarra. Oh! non per lei! Bruttina, un po’ sgraziata, timida malgrado il mestiere di ballerina che esercitava, selvatica per il senso della sua bruttezza e della sua miseria, diffidente contro ogni apparenza di lusinga, trascurata per la povertà nei suoi vestiti, Carmela passava così abbandonata e, talvolta, bistrattata, nel mondo, che un tratto di bontà, di affetto, la faceva commovere sino alle lacrime: il miracolo di quei fiori, che le sembravano magnifici, non era stato fatto per lei, ma perchè il caro nome della deliziosa danzatrice, sparita dal mondo, era stato pronunziato in quella bottega di fiori. Ella, andando alla stazione, non guardava nessuno in volto, presa dal suo pensiero: ma passando innanzi al caffè Gambrinus, il più chic di Napoli, quasi inconsciamente ella guardò verso la porta. Giusto, sulla soglia di marmo bianco, fissando le nuvole del bigio cielo di novembre con quei suoi occhi superbi e freddi di un azzurro così duro che rammentava l’acciaio, Ferdinando Terzi, con le mani nelle tasche del paletot strettamente inglese, fumando un sigaro di Avana, dalla cintura di carta d’oro, Ferdinando Terzi di Torregrande aspettava qualcuno o non aspettava nessuno, perdendo tempo, disoccupato, annoiato forse, senza nulla mostrare sul suo volto, dove si armonizzavano bizzarramente le linee più crudeli e più glacialmente crudeli di una bellezza virile bionda. Purissimo il profilo del naso aquilino; bianchissimi i denti che apparivano fra le labbra rosee ancora di giovinezza sana e segretamente focosa, sotto i sottili mustacchi biondi; bianco come la fronte spaziosa, il mento ovale; e azzurri, di un largo azzurro, gli occhi. Ma qualche cosa di tagliente, anche nel profilo; ma nel candore dei denti qualche cosa di fermo; ma la durezza di volontà in quel mento e un costante ignoto pensiero su quella fronte: e, sovra tutto, in quegli occhi azzurri tanto gelo di orgoglio, tanto gelo di indifferenza, e quasi sempre un gelo d’ironia sprezzante, un velo di disdegno crudele. Carmela Minino lo conosceva, Ferdinando Terzi: egli era abbonato alla prima fila delle poltrone al teatro San Carlo e non mancava mai, verso il tardi, ogni sera, al suo posto, in marsina, con la gardenia all’occhiello, portando nella persona una certa rigidità militare, non scevra di eleganza, che gli era restata dal suo servizio come ufficiale in un reggimento di cavalleria. Ella lo conosceva anche meglio, Ferdinando Terzi, poichè era l’amante della bella Emilia Tromba, la seducente ballerina di prima fila, che ballava così male, ma che aveva dei magnifici capelli neri, che non andava mai a tempo, ma aveva delle spalle mirabili, che faceva un grande chiasso, ma che si rideva delle ammende, poichè era ricca di denaro, di gioielli, di carrozze, e che l’impresa di San Carlo scritturava solo per far piacere agli elegantissimi abbonati delle poltrone, mentre ella era una maleducata, volgare, strillona, in continua lite con le sue compagne. Ferdinando Terzi raramente saliva sul palcoscenico, a prendere Emilia Tromba, e l’aspettava, taciturno, superbo, guardando le corifee coi suoi altieri occhi che attiravano e respingevano, crollando le spalle quando udiva la voce rauca di Emilia disputarsi con la cameriera, col custode del palcoscenico, col pompiere di guardia, rimanendo sempre lui un signore, un gran signore, malgrado l’incanagliamento di quella relazione. Più spesso, quasi sempre, il coupé di Ferdinando Terzi aspettava Emilia Tromba all’uscita del teatro San Carlo, ma non sempre egli vi era dentro. E Carmela Minino, quasi sparendo sotto la sua corona di fiori, fissò per un minuto il viso preoccupato del giovine signore: egli non si accorse di lei, naturalmente, e rientrò nel caffè. Un sospiro sollevò il petto di Carmela e, a un tratto, la stazione ferroviaria le parve tanto lontana e la corona dei fiori soffocante.

Ma ella vinse questo momento di scoraggiamento; l’ora si faceva tarda, il cielo si rannuvolava sempre più e se la pioggia la sorprendeva per le vie di Napoli, non avrebbe potuto neanche aprire l’ombrello, impedita dalla corona. Nella piccola stazione della Nola-Baiano la folla era così grande che la ballerina comprese non avrebbe trovato posto, in terza classe: si sentiva così oppressa, così debole, scoraggiata e ammiserita nelle più misteriose regioni della sua anima, che dimenticò i suoi costanti proponimenti di economia e prese un biglietto di andata e ritorno, di seconda classe, pagando diciotto soldi. Anche la seconda classe era zeppa; tutti andavano al camposanto: chi portava un pacchetto di candele di cera, da far ardere innanzi alle tombe; chi una piccola corona di perline; chi una corona di semprevivi gialli, secchi, con lettere di velluto nero che formavano le parole di dedica, e chi niente: e quasi tutti erano vestiti di nero, uomini, donne e fanciulli: e quasi tutti avevano l’aspetto contrito, silenziosi, alcuni vinti certamente dai ricordi di vecchi sopiti dolori, alcuni certamente portanti nel cuore un rammarico lontano e inconsolabile fattosi novellamente acuto, alcuni indifferenti nell’anima, ma fiaccati nei nervi dal cielo bigio, dal viaggio triste, dalla tristezza altrui. Per la massima parte in quella seconda classe del treno di Baiano, vi erano piccoli borghesi, operai, servi di famiglie ricche, impiegati e servi di quelle congregazioni religiose che riempiono delle loro cappelle il camposanto di Poggioreale e che rappresentano la più vasta associazione di mutuo soccorso innanzi alla morte, per la borghesia e pel popolo napoletano. Carmela Minino taceva: e oppressa dai suoi pensieri di miseria e di abbandono, oppressa dall’ambiente, abbassava la faccia dietro la grama veletta nera del suo cappello.

Poggioreale! Poggioreale! — gridarono dalla minuscola stazione del cimitero, i due ferrovieri.

E quasi immediatamente, con un gran rumore di sportelli battuti, il piccolo treno si vuotò tutto, mentre pel viale saliente al largo ingresso inferiore del cimitero, un flutto di gente si avviava, portando i suoi pacchetti di cerei, le sue corone di canutiglie, di semprevivi, di fiori freschi. Attorno all’ampio cancello una quantità di omnibus, di calessi, di char-à-bancs, di biroccini, stazionava, coi cavalli senza cavezza, la testa immersa in un sacco di crusca, coi cocchieri che fumavano la pipa, seduti di traverso sulle loro serpi, alcuni aggruppati, altri in cerca di qualche osteria dei dintorni, dove potessero mangiare un boccone, aspettando i passeggieri che dovevano ritornare dal lugubre pellegrinaggio. Sotto il cielo basso e bigio, in quel tetro giorno di novembre, il camposanto di Napoli che occupa una delle sue più belle e più amene colline, quella di Poggioreale, conservava il suo aspetto d’immenso e fondo giardino signorile: e i suoi cespuglietti di fiori vivaci che circondano le tombe, e le sue siepi di bosso e di mortella che dividono gli ombrosi viali dai campi pieni di lapidi, e i boschetti di alberi, dove da mattina a sera cinguettano gli uccellini, gli alberi alti che ombreggiano le sue cappellette, le sue chiesette, i suoi più grandi monumenti, gli conservano, in ogni stagione, questo grandioso aspetto di parco aristocratico, qua e interrotto da piccoli edifici, ora vezzosi, ora pomposi. Non solo nel giorno della commemorazione dei morti, ma sempre vi lavorano giardinieri sotto la direzione di qualcuno che ama quel camposanto teneramente, e le più belle rose di Napoli vi crescono e i meravigliosi crisantemi, di ogni tinta, ne smaltano persino le aiuole dei poveri e in tutte le stagioni pare che vi sorrida dolcemente la primavera dei morti. Tutto l’anno il camposanto di Poggioreale ha un aspetto, nella sua florida solitudine, raccolto, non triste; mentre in quel giorno, coi suoi viali neri di gente, con tutte le porte delle sue cappelle, delle sue chiese, dei suoi grandi monumenti aperte, da cui escivan chiarori di cerei, canti liturgici e odore d’incensi, misto a quello dei fiori freschi, il suo aspetto, sempre, non era triste, ma singolare, ma bizzarro, come di una strana fiera mortuaria, come di una mai vista pompa funebre, in un parco vastissimo, percorso da una folla immensa e svariata. L’ampio viale onde Carmela Minino, insieme con gli altri, saliva alle alture del cimitero ove sono le chiese più belle e i monumenti funerari più ricchi e più artistici, era murato e sulle mura vi eran delle lapidi cementate, le più antiche, con date di trenta o quarant’anni: la ballerina ne lesse due o tre ed ebbe un moto d’indifferenza. Che mai eran quelle donne, quei bimbi, quegli uomini che essa non avea mai conosciuti? Nulla a lei e, forse, nulla a nessuno di costoro che salivan con lei: quaranta, cinquanta anni sono troppi, perchè un morto possa esser più niente a nessuno. Qua e , ora che cominciavano i prati fioriti di rose, di cinerarie, di tutti que’ fiori bigi, lilla, violetti, che sembra Iddio faccia nascere nell’autunno per esser di accordo con la stagione e con le tombe dei morti, gruppetti di due o tre persone si agitavano intorno alle pietre mortuarie infisse semplicemente nella terra e, ripulitele, amorosamente, vi depositavano le corone novelle e infiggevano, nella terra, i cerei che ardevano nel giorno, con certe linguelle di fiamma esili e pallide, e qualcuno s’inginocchiava, pregando, senza curarsi di chi passava; e un singhiozzo, ogni tanto, rompeva l’aria, sulle tombe più recenti, singhiozzi scoppianti da donne vestite di nero, austeramente velate, mentre da tutte le cappelle, da tutte le chiese grandi e piccole, da ogni maestoso monumento escivano i canti del De profundis e della Libera e scintillavano, nel fondo di pietra, le candele accese e si dilatava l’odore dell’incenso, nell’aria. Carmela Minino, disfatta, sentendo sul suo corpo e sulla sua anima tutto un insopportabile peso di dolore, quasi non poteva avanzare più passo: un desiderio folle la travolgeva, di gittar via quella corona, di buttarsi sull’erba, sui fiori, faccia a terra, e di sciogliersi in lacrime, fino a che la morte l’avesse sorpresa colà!

Ma, a un tratto, il monumento elevato ad Amina Boschetti le apparve innanzi, quasi magicamente. Sorgeva in un quadrivio pieno di alberi, alti e folti, pieno di odorati cespugli di fiori:

aveva dirimpetto la cappella magnatizia dei principi di Sansevero, da un lato la chiesa votiva per la morte della giovanissima duchessa di Noja; ma il tempio eretto alla memoria della ballerina era più ampio, più ricco, più bello delle due chiese patrizie. Aveva un’architettura schiettamente egiziana, imitante una delle antiche tombe faraoniche, tutto in granito oscurissimo e in lucido basalto grigio. Le due porte, di un massiccio e puro artistico bronzo cesellato, erano schiuse: intorno intorno a quelle possenti, gravi e larghe masse di granito, girava un giardino fiorito, chiuso a sua volta da un cancello di bronzo. Guardandolo di lontano, il tempio egizio costruito per chiudere la leggiera salma della danzatrice, pareva tozzo, goffo, come sempre appariscono queste architetture, anche laggiù, fra il Nilo e il deserto. Ma come vi si avvicinava, le linee si sviluppavano, si ingrandivano, diventavano imponenti, maestose. E bastò questo solo suo aspetto grandioso e calmo, per dare un sussulto di coraggio a Carmela Minino; bastarono le due semplici parole, in bronzo dorato, scritte sul sommo della porta: AMINA BOSCHETTI, perchè una novella forza la ringagliardisse. Man mano che ella si accostava a quella magnifica forma di tempio, dove la fortuna, la ricchezza e la potenza della sua madrina ricevevano la consacrazione del trionfo, anche dopo la morte, una esaltazione facea balzare l’anima di Carmela, asciugandone, disseccandone tutte le lacrime, gonfiandole di tenerezza, ma di tenerezza superba, il suo piccolo cuore. Fu senza dolore, con un senso singolarissimo e inesplicato a lei, che ella entrò nel tempio egizio, segnandosi piamente.

Il tempio era riccamente adorno per la commemorazione di Amina Boschetti: dal soffitto pendevano quattro massicce lampade d’argento, sospese a grosse catene di argento, dove bruciava l’olio votivo: quattro alti e adorni candelieri di argento sopportanti i grossi cerei accesi erano collocati innanzi al breve altare funebre, disposto sotto la lapide che murava la salma. Tutto il tempio, intorno, spariva sotto le corone fresche di fiori rarissimi; ve ne erano, di fiori, sparsi per terra, sul basalto: e la lapide ne era coperta. Un prete, assistito da due altri, in ricchi paramenti dai colori mortuari, celebrava la decima o la duodecima messa funebre, colà, e come egli era venuto dopo gli altri, altri sarebbero venuti dopo lui, sino alle tre pomeridiane: e due chierici spandevano incenso dagli incensieri di argento. Due camerieri in livrea, appartenenti alla casa del banchiere Schulte, colui che aveva, per dieci anni della sua vita, adorato la leggiadrissima danzatrice, che le avea dato la sua fortuna e che fedele oltre la morte, in un miscuglio singolare di amore, di misticismo e di cinismo, le offriva tutte le pompe più ricche del culto religioso, stavano in fondo al tempio, muti, immobili: il loro padrone era venuto presto colà e tutto era stato disposto secondo i suoi ordini, sotto i suoi occhi, e tutti quei fiori li aveva portati lui, ed egli stesso aveva pregato per un’ora, dentro, incapace di dimenticare, incapace di consolarsi. I due camerieri presero silenziosamente dalle mani di Carmela Minino la corona di fiori, per deporla presso l’altare:

— Sulla pietra, sulla sua pietra — ella mormorò, supplice, tremante di una emozione che non era solo dolore, anzi quasi non era dolore.

Poi, quando la corona andò ad appoggiarsi a metà della lapide marmorea, sul posto dove giaceva, dietro la fredda pietra, il freddo cuore della incantevole Amina, la sua figlioccia si piegò sovra un inginocchiatoio di legno scolpito, dal cuscino di velluto rosso, dove, un’ora prima, era venuto a pregare Otto Schulte e chiuso il volto fra le mani, mentre il prete orava, pronunziando le parole tetre, tristi, dolenti, ploranti, della messa per i defunti, mentre il grido dell’anima cristiana che, giunta davanti all’Eterno suo giudice, domanda misericordia esciva dalle labbra dei suoi coadiutori, invece di pregare, Carmela Minino vide innanzi agli occhi della sua immaginazione colei che era sepolta dietro quel marmo, colei per cui era stato eretto quel tempio ricchissimo, colei per cui ardevano quelle lampade e quei candelabri, per cui olezzavano quei fiori, per cui pregavano il Signore quei sacerdoti. E vide una figura esile e lieve, un paio di occhi larghi, bruni, pensosi e ridenti insieme, un sorriso sopra una bocca deliziosamente espressiva, un fascino emanante da ogni atto gentile, un fascino di bellezza, di grazia, di giovinezza, di poesia, qualche cosa di trasvolante tra i veli candidi, fra lo scintillìo dei corsaletti ricamati d’oro, qualche cosa di fugace, di alato, d’inafferrabile che facea palpitare e fremere non solo gli uomini giovani, ma i vecchi, non solo gli uomini, ma le donne: Amina Boschetti! Fra la luce, innanzi ai teatri zeppi e semioscuri, ella appariva, sottile come uno stelo, con la sua piccola testa carica di capelli bruni, e non toccava terra nelle sue gonne simili a una nuvola e i suoi piccoli piedi calzati di seta rosa non toccavano terra e appena appena parea ricamassero delle cifre posate fra i fiori, sulle aiuole. Ella sorrideva dagli occhi e dalle labbra, danzando, mentre il suo corpo pieghevole si arrotondava allo slancio lievissimo: ella danzava, senza che mai quel sorriso, quel lampeggio degli occhi venissero meno, per la fatica: ella danzava, così, come se null’altro ella fosse venuta a fare, sulla terra. E veramente, la sua irresistibile perizia, veramente la delizia di quella danza facevano delirare le platee: e dal loggione dove il popolo si ammassava nelle serate classiche alle poltrone d’orchestra dove si raccoglieva la nobiltà napoletana, il nome di Amina Boschetti era acclamato come quello di una trionfatrice. La coprivano di fiori, di doni, di gioielli: le offrivano i loro cuori e le loro fortune: ed ella tutto accoglieva, sorvolando su tutto, sapendo che i fiori, i gioielli, i cuori, le fortune, eran fatti per lei, perché i suoi piedini calzati dalle fini scarpette di raso rosa vi facessero in mezzo una gaia danza. Ella aveva ville a Portici e a Posillipo, palazzi a Napoli, mobili sontuosi, equipaggi ricchissimi, vesti e pietre preziose degne di una sovrana; e la sua lieta giovinezza spensierata rideva di tutto ciò: ed ella dava in cambio tutta la poesia della sua bellezza, tutta la poesia della sua danza, sorridendo ai sogni di amore e di piacere. Così, nella sua infanzia, Carmela Minino l’aveva vista, ammirata, amata, come se Amina Boschetti avesse in qualche cosa di divino: così la povera figliuola di Bettina Minino, aveva volto gli occhi pieni di ammirazione trepida e devota alla fata delle danze. Tutti quei deliri, tutte quelle acclamazioni, tutti quei gioielli, tutto quel denaro che la gente gittava innanzi alla danzatrice adorabile, non sembravano, alla oscura piccola corifea, che un omaggio naturale, giusto, dovuto a quel leggiadrissimo idolo.

La messa funebre quasi finiva, mentre alte risuonavano le parole latine d’implorazione del sacerdote, sotto la volta granitica del tempio egizio. Ma Carmela Minino che, pure, era una umile e pia cristiana, ancora non pensava a pregare per l’anima della sua madrina. Ora si rammentava come la bella danzatrice era entrata nella sua piccola vita, piena di ombre, di tristezze, di miserie! si rammentava di essere stata condotta, un giorno, due giorni, varie volte, in quel grande palazzo della Riviera di Chiaia, dove Amina Boschetti viveva fra la ricchezza del lusso e dell’arte, e in quell’amena, fresca villa di Portici, posta fra gli orti, i giardini e il mare: sua madre, la rammendatrice di maglie di seta, aveva servito la Boschetti, quando costei era una semplice ballerinetta di quarta fila, e, più tardi, quando la ballerinetta era diventata una stella fulgida, la povera rammendatrice, assai misera per mancanza di lavoro, andava a raccogliere le vecchie maglie che la Boschetti gittava via, gli scarpini di raso rosa che la Boschetti metteva una volta soltanto, e di questi doni, facili alla prodigalità della grande