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Castigo
I
Un alto e tetro silenzio era nella stanza di Cesare Dias. Egli stava seduto
nel seggiolone di cuoio bruno, teneva appoggiati i gomiti sulla grande
scrivania di legno scolpito e le due mani gli nascondevano gli occhi e la
fronte: si vedean solo i capelli un po’ scomposti e le labbra pallidissime
sotto i mustacchi disfatti. Fuori, la triste giornata invernale declinava e
tetre si facevano le ombre nell’austera stanza, tetre intorno a quella immobile
figura di uomo di cui, nell’alto silenzio, parea non si udisse neanche il
respiro.
— Eccellenza... — mormorò una voce trepida.
Cesare non si mosse: sembrava non avesse inteso.
— Eccellenza, perdonate... — ripetette l’esitante e tremula voce. Allora
egli, quasi a forza, liberò i suoi occhi e la sua fronte dal velo delle mani e
fissò lo sguardo stanco e smarrito sulla cameriera, che lo aveva due volte
interrogato. Non avea pianto, Cesare: ma tutto il volto aveva una espressione
di stanchezza e di smarrimento.
— Come debbo vestirla? — chiese la donna.
Pensò un minuto:
— Di bianco — disse, a voce sommessa.
E come quella donna se ne andava, al suo domestico e terribile ufficio, egli
la richiamò.
— Il vestito da sposa: anche il velo.
Un singulto spezzò il petto della cameriera. Cesare Dias la guardò,
trasognato, come si guarda un fantasma: la mano, che egli aveva abbandonata
sulla scrivania, tremava. La donna se ne andò, piangendo, senza che egli avesse
soggiunto altro. Restò solo, di nuovo. Non un rumore giungeva dal resto
dell’appartamento: non un rumore dalla strada. Annottava. Un servo entrò,
portando una lampada accesa, coperta da un largo paralume, e la posò sulla
scrivania, augurando la «buona sera». Ma il padrone non rispose: la luce della
lampada, ristretta in cerchio vivido dal paralume, batteva sugli oggetti della
scrivania che entravano nel suo alone luminoso. Cesare li guardava,
intensamente, questi.
Era il suo calamaio di bronzo antico, figurante un Fauno che accarezza una
Chimera, i due o tre portasigarette di argento niellato, di cuoio impresso, i
portacenere di porcellana giapponese dove erano ancora i resti di sigarette fumate
al mattino; e la lucernetta che serviva ad accenderle, e due o tre scatole di
foglietti, aperte, donde, talvolta, egli traeva un foglio per scrivere una
parola a un amico: raro scrittore, avente in odio le lettere e le loro
risposte. Tanti altri minuti e leggiadri oggetti, leggiadri nella serietà del
loro gusto, avea quella grande scrivania, ma restavano in ombra, oltre il lume,
perduti nell’oscuro del legno, fra le penombre che avevano invasa la gran
camera. Cesare non guardava ciò; non guardava neppure il vasello di
limpidissimo cristallo dove, ogni mattina, una mano innamorata veniva a mettere
un mazzolino di fiori freschi. Sorridendo di piacere, il Fauno passava la mano
carezzevole sulla nuca della Chimera; scintillava l’argento dei portasigarette,
chiudendo il conforto, il sollievo dei brevi, malinconici pensieri del
fumatore; la carta rammentava i piaceri fini, le ore squisite, i nomi delle
persone simpatiche: ma presso il calamaio, l’alone della lampada mostrava due
oggetti insoliti a quella scrivania e su cui stavano fissi gli occhi di Cesare
Dias. Il primo era una piccola rivoltella delicatamente incrostata di acciaio e
di avorio, come un gioiello; posava sulla scrivania, brillando nelle gentili
intarsiature, vezzosa nella sua brevità, quasi lasciando indovinare, in tanta
grazia, la precisione rigorosa del suo meccanismo. Ah, si rammentava bene,
Cesare Dias, dove l’aveva comperata e quando; se ne ricordava con una lucidità
vivissima; a Liegi, nel Belgio, in un molto noioso viaggio che aveva fatto colà,
sei anni prima, seccatissimo di quel paese che imita la Francia, e capitato a
Liegi solo per un suo segreto e bizzarro amore delle belle armi. Non se ne era
servito mai, di questa rivoltella, così carina e l’aveva tenuta nel suo
cassetto, dimenticata, rivedendola ogni tanto, quando gli capitava: non si
ricordava chi l’avesse mai caricata. Adesso… il gioiello era lì, e attirava
magneticamente i suoi occhi coi suoi punti luminosi. Pian piano la mano
abbandonata sulla scrivania, si appressò all’arme, la toccò, il dito si posò
sull’orlo della piccola canna dai metallici, crudeli riflessi. Per ribrezzo la
mano si ritrasse: il dito era sporco di nero, un colpo era stato sparato, con
quella leggiadra rivoltella. Più profondo si distese il pallore sul viso di Cesare.
Accanto alla rivoltella giaceva ammucchiato, molle, un fazzolettino di
batista, orlato di un lieve merletto. Piccole macchie di sangue bagnavano il
merletto, alcune già secche e un poco scolorite, altre ancora fresche e vivide;
la batista, poi, era tutta una larga macchia di sangue che agli orli,
asciugandosi, s’ingialliva, mentre in mezzo era di un rosso fortissimo. Quel
fazzoletto era stato composto, per tanto tempo, nella sua custodia di raso
profumato, era passato per le bianche mani inguantate, al ballo, ai teatri, a
tutti gli spettacoli della gioia umana; e poi, due ore prima, si era appoggiato
sulla ferita sanguinante di un cuore infranto per sempre. E quelle piccole
macchie di sangue, come quella larga macchia di sangue ancora umida, lo attiravano
con il singolare e pauroso fascino che solo il sangue versato ha, poiché il
sangue pare ancora vita, poiché il sangue è vita fluente. Aveva toccato la
canna sudicia dal passaggio della palla micidiale, ma la sua mano di uomo non
vinse l’orrore che gli faceva quel sangue, malgrado che, con tutte le
misteriose forze delle cose vive, quel sangue invocasse le carezze della sua
mano, i baci delle sue labbra, le lagrime dei suoi occhi. Da tre ore, su quella
scrivania, egli aveva innanzi a sé quella rivoltella minuta e graziosa, quel
fazzolettino muliebre: e non sapeva staccarne gli occhi, e per liberarsi da
quella visione aveva dovuto nascondersi il volto fra le mani, vedendo ancora,
attraverso le dita, lo scintillìo dell’arma micidiale e la larga macchia di sangue
che copriva la batista. Quella rivoltella e quel sangue erano la morte: e,
intorno a lui e in lui, era l’alto e tetro silenzio, la immobilità delle cose
finite.
Un lieve passo sfiorò il tappeto e un’ombra femminile venne ad appoggiarsi
dall’altra parte della scrivania. Era Laura, sua cognata. Nella faccia della
bionda fanciulla, candida faccia giovanile e verginale, nei grandi, chiari
occhi azzurri, nel purissimo arco della bocca vi era la medesima espressione di
smarrimento; il trasognare dello sguardo e della voce di coloro che furono
stupefatti dalla più improvvisa fra le catastrofi. Ella aveva gittato sul suo
vestito bianco uno scialle di merletto nero che le cadeva da una spalla, e i
capelli biondi erano disciolti sulla nuca. Stette un poco lì, posando
leggermente le mani sulla scrivania, come non si reggesse. A un momento si
guardarono, smemorati, quasi non riconoscendosi. Ella per la prima parlò.
— Non ho trovato nessuna lettera — disse, parlando a se stessa.
Egli fece un cenno largo con la mano. Perché avrebbe dovuto esservi una
lettera?
— Nessuna, nessuna — si ostinò lei, con l’idea fissa dei disperati. — Ho
guardato dovunque, nella sua stanza, altrove. Nessuna... niente...
Cesare crollava il capo. Era naturale che nessuna lettera si trovasse: perché
cercarla?
— Eppure... avrebbe dovuto esservi... — soggiunse Laura. — Cercherò...
cercherò ancora...
Ma non se ne andò. Egli abbassava il capo, non volendo guardarla. Ella
restava, presa anche lei dagli oggetti deposti sulla scrivania.
— ... È quella? — chiese, poi, indicando la rivoltella.
Anzi che parlare, Cesare assentì col capo.
— Stava... vicino a lei?
— Sì... — rispose Cesare, così piano che appena Laura l’udì.
— Un sol colpo?
— Un solo.
— E... subito?
— Subito.
Tacquero, come se avesse sfiorato la loro testa il soffio gelido della
morte. Laura si curvò, lentamente, sulla tavola, tenendo lo sguardo sul
fazzoletto macchiato di sangue: lo voleva vedere più da vicino.
— È suo? — domandò monotonamente, quasi che questo interrogatorio le
sgorgasse dall’anima senza sua volontà.
Ma un brivido di terrore, di ribrezzo, di pietà colse Cesare Dias.
— Taci... — disse con voce fievole, coprendosi il volto con le mani.
Ella era curva sulla scrivania, vinta dalla spaventosa seduzione del sangue,
stendendo la mano per toccare il fazzoletto.
— ... Molto sangue? — chiese, come in un sogno, Laura.
— Taci, taci, taci — scongiurò lui, cadendo con la testa sul tavolino, con
le braccia prosciolte.
Ma ella aveva messo le mani sul fazzoletto e con le bianche dita frugava fra
le pieghe sanguinose della batista e del merletto, senza che tremassero:
soltanto con uno smarrimento maggiore negli occhi. Si alzò parlando a se
stessa:
— Niente, anche qui... bisognerà cercare altrove...
Poi, chetamente, come era venuta, volse le spalle e se ne andò, col lembo
dello scialle nero che le cadeva sull’abito bianco e coi capelli biondi che le
si disfacevano sulle spalle. Si erano parlati, si eran guardati: l’un volto
smarrito e stanco era il riflesso dello stanco e smarrito volto dell’altro, ma
non si erano, forse, né visti, né uditi.
— La signora è vestita — annunciò, rientrando, la cameriera.
Egli trasalì e si levò immediatamente, dicendo:
— Vengo.
Non parea, forse, che il tempo si fosse arrestato di ventiquattro ore e che ella
lo avesse mandato a chiamare per farglisi vedere nel suo vestito di broccato
azzurro, prima di andare al teatro? Tutta l’anima di Cesare Dias vacillò, un
minuto. Ripetette, vagamente:
— Vengo... vengo...
Doveva andare. La signora non era forse vestita col suo bell’abito? Ella si
facea sempre guardare da lui, prima di andare al ballo, o al teatro, o alla
passeggiata, e solo la sua approvazione la lusingava. La cameriera aveva fatto
il suo compito, ed egli andava a dare il lasciapassare mondano alla giovane
signora che era pronta. Vacillava lo spirito di Cesare fra il sogno e il
desiderio. E mormorò bizzarramente:
— Ditele... ditele che vengo...
La povera donna lo guardò e crollò il capo. Non era che una semplice e
oscura domestica; giammai la signora le aveva detto una sola parola dei suoi
dolori, ma l’aveva sempre trattata con bontà. Crollò la testa alla strana
ambasciata, mentre Cesare Dias si riaggiustava macchinalmente i capelli
scomposti, con l’istinto di chi deve presentarsi corretto innanzi a una signora.
— Eccellenza, — soggiunse la donna, dopo un’esitazione — ho messo anche il
crocefisso... sul petto...
— Avete fatto bene — rispose lui subito, con l’anima nuovamente
immobilizzata nel pensiero della morte.
— E anche la Madonna..
della Seggiola... quella Madonna di cui era tanto devota. Quella Mamma e quel
Figlio sanno tutto... e le avranno già perdonato... Sanno tutto...
— È vero, sanno tutto — replicò lui.
La donna uscì. Cesare camminò un paio di volte, su e giù per la severa
stanza, si fermò un istante innanzi all’oscuro suo letto, coperto da una coltre
bruna; sull’arazzo, in fondo al baldacchino, il gran crocefisso di avorio
stendeva le braccia sulla croce nera. Poi, un rumor sordo si udì fuori. Cesare
andò al balcone; un vento di tempesta si levava nella sera invernale, le nuvole
basse parea che scendessero a opprimere la terra e il mare; la piazza della
Vittoria era nera e deserta; era nero l’orizzonte del cielo e del mare, su cui
smortamente biancheggiava la base del monumento senza statua, sulla riva; e
nell’ombra profonda, indistintamente, si vedea ondeggiare la palma, al vento
tempestoso. Così, l’alto e tetro silenzio della casa, della sua austera stanza,
era attraversato, ogni tanto, da questo rumorìo ancora basso, come sotterraneo,
del vento che si levava. Egli si trasse di là, senza neanche chiudere le
imposte, contro la imminente bufera notturna che si levava dal mare; attraversò
la sua stanza senza fermarsi, senza voltarsi indietro; attraversò il lungo
corridoio che portava alla camera di sua moglie e restò sulla soglia, colpito
da un acuto profumo, colpito da una viva luce.
Le pietose mani, che avevano vestito la signora, avevano anche buttato per
terra, sul tappeto bianco a grandi miosotidi azzurre, sui mobili di quella
chiara e lieta stanza, sulle poltrone, dovunque, quanti fiori si erano trovati
in casa, quanti fiori si erano trovati al vicino mercato dei fiori, a Chiaia.
Acutamente odoravano le bianche rose di gennaio: sottilmente odoravano le dolci
rose thea; soavemente odoravano dei mazzolini precoci di violette: freschi e
freddi fiori d’inverno, caduti come una pioggia in ogni angolo della bella
stanza, dove la signora stava, vestita. Il gran balcone che dava sulla piazza
della Vittoria era chiuso; erano sbarrate le imposte; abbassate le portiere di
stoffa, sciolte dai loro lacci; abbassata la gran tendina di merletto; così
nell’aria, più fortemente odoravano i fiori sparsi. In quel chiarore, ogni
oggetto, nella stanza della signora, si vedea precisamente, nitidamente: sul
tavolino da toletta, innanzi allo specchio dalla larga cornice d’argento, fra
tutte le graziose, le leggiadre cose, che servono a fare l’acconciatura di una
donna, vi era la coppa di bronzo antico, dove ella lasciava i gioielli che
aveva portati nella giornata; e vi erano le stelle di brillanti che le avevano
ornato la testa e il seno, la sera innanzi, al teatro; vi era il filo di perle
che aveva portato al collo, e un grande spillo a trifoglio, fatto da tre perle
nere, di cui una, malaugurosamente, mancava; e sul piano del tavolino, fra le
boccette e i vasellini, le forcinelle di tartaruga che non aveva messo fra i
capelli, al mattino: e innanzi allo specchio, tre candelabri ardevano; e fra i
gioielli, i ninnoli eleganti, i pettini di avorio e le forcelle di tartaruga che
avevan sostenuto il peso delle nere trecce, eran cadute delle rose, dei
mazzolini di violette, dal freddo profumo dei giorni d’inverno. Sopra una
poltrona erano ancora la vestaglia di velluto nero, che ella aveva portato
nella lunga notte insonne, e una sciarpa di crespo bianco che ella aveva al
collo, messe lì, come se ancora aspettassero la persona che le riprendesse, per
indossarle; e anche sovr’esse eran caduti i fiori, sul tetro velluto della
veste e sul morbido tessuto della sciarpa.
Sulla piccola scrivania ancora stava, appoggiata al calamaio, la penna
d’oro, dalla piccola perla che la terminava: era servita per scrivere un
biglietto con cui la signora chiamava a sé il suo signore: niente altro aveva
scritto più; e innanzi ai fogli sparsi, vi era il piccolo orologio di argento,
nel suo cappuccio di velluto azzurro, dono del signore. L’orologio aveva
segnate tutte le ore, buone e cattive, amorose e crudeli; e segnava anche
questa ora, fra i gelidi e odorosi fiori d’inverno che giacevano fra le carte e
il piccolo candeliere d’argento, acceso, come se attendesse la mano bianca che
facesse liquefare, alla sua fiamma, la verde cera da suggellare. L’occhio di
Cesare Dias, adesso, si accostava al luminoso centro della stanza, dove era la
signora. Il tavolino, che era poco distante dal letto, era stato trasformato in
un breve altare dove la immagine della Madonna della Seggiola chinava i suoi
pietosi occhi sul divino Figlio, e il bimbo chinava i suoi occhi misericordiosi
su chi guardava: in una conca d’argento era l’acqua santa e vi bagnava, dentro,
un ramo di ulivo benedetto; e ardevano, innanzi alla santa immagine, tre
candelabri di argento dai cerei alti e puri, fra i fiori sparsi intorno
intorno.
L’immagine era rivolta verso il letto, e più fitta in quel centro della
camera era la pioggia dei fiori, più vivida e concentrata la luce dei cerei. Il
letto era tutto nascosto da una grande coltre di broccato bianco, che pendeva
per terra e sull’origliere vi era anche un drappo bianco, della medesima stoffa
candida, ricca e fulgida. Dovunque, dovunque pareva che fossero piovuti gli
smorti fiori della fredda stagione, ma sull’origliere, sulla coltre, per terra,
era una neve di rose, dove, ogni tanto, le fresche piccole viole spezzavano il
biancore, le rose thea mettevano una nota più viva. Presso questo letto,
poggiati per terra, erano tre altri candelabri d’argento: due alla testa del
letto, uno ai piedi: e alte, alte ardevano le tre fiammelle, ripetendo, ancora,
la mistica figura della Trinità. Fra la luminosità alta e pura di questi cerei,
su questo letto tutto bianco, pel broccato, tutto glacialmente odoroso pei
fiori, col capo sul bianco e freddo origliere cosparso di fiori era distesa la
morta signora, Anna Acquaviva, la moglie di Cesare Dias.
Era vestita, la morta signora, del suo abito nuziale, di grossa e pur
morbida seta bianca, che era più mite, più tenera, nel suo candore, dello
scintillante broccato bianco, onde era coperto il letto: una veste da sposa di
un bianco smorto, senza riflessi, come se nella sua immacolata bianchezza si
fosse mescolato un mortale pallore. Lo strascico dell’abito da sposa si
allungava sulla bianca e brillante coltre funebre e dall’orlo della veste
uscivano i sottili piedini calzati dalle calze trasparenti di seta bianca e
delle piccole scarpine di seta bianca; piedini diritti, accostati, di creatura
morta. E si vedean bene, solo, questi piccoli e leggiadri e rigidi piedini,
civettuolmente calzati per andarsene nella tomba; poiché la testa, le mani,
tutta la persona era seminascosta nel grande velo nuziale, appuntato dagli
spilloni di perle sulle trecce nere, raccolto in fitte pieghe sul volto e sulle
mani, ampiamente allungato sulla persona. Così, su tutta quella bianchezza,
anche l’ombra era fatta di un velo candidissimo, anche il segreto della morta
era conservato da una sottile nuvola nivea. Il velo si sollevava sulla faccia
che era leggermente rialzata sull’origliere, ma le pietose mani vi avevano
assai raccolto le pieghe del velo, perché bene, bene serbato sotto la nuvola
candida fosse quel supremo segreto: si sollevava sul petto, dove era stato
poggiato, un piccolo crocifisso di avorio, sul quale erano intrecciate le mani,
e poi ricadeva in lievi flutti bianchi sino all’orlo del vestito, lasciando
liberi solo quei piedini piccini, fini, che mai più avrebbero fatto un passo.
Le pietose mani, e anche sapienti, non avevano messo su quella veste nuziale,
su quel velo nuziale, il bianco e inebbriante fiore d’arancio, poiché colei che
era partita per sempre era, sì, la giovane sposa, Anna Acquaviva, ma era anche
Anna Dias, la giovane moglie di Cesare Dias. Non dunque il fior d’arancio, che
è il fiore della verginale innocenza e della fortuna: ma le bianche rose fredde
di chi ha conosciuto la calda stagione, di chi ha attraversato la torrida zona
per giungere, stanca, desiderosa della fine, agli eterni ghiacci: ma le fredde
violette di chi ha vissuto nella passione, e prima di dover vivere nella
indifferenza, ha voluto morire. La bianca e smorta veste nuziale, sì: sì, sì,
il candido velo che tutta l’avvolgeva, poiché così dolorosamente e
irrimediabilmente breve era stata la dolce e ardente stagione della morta: non
il fior d’arancio, angelico e beneaugurante! Dalla soglia, Cesare Dias guardava
la giovane morta, ma non ne riconosceva, nelle graziose scarpette bianche, che
i brevi piedini gelati e immobilizzati, nella loro vivida e palpitante beltà
dalla Morte. Pure, era ben lei, Anna Acquaviva, Anna Dias, sua moglie, una
giovane donna di ventitré anni, che egli aveva ricondotta, quattro ore prima
nella sua casa, col cuore attraversato da una palla di rivoltella, col nero
elegante vestito tutto bagnato di sangue, col bruno capo che spenzolava sulle
sue braccia e con le nere trecce disciolte che radevano gli scalini della
scala: era bene lei che si era uccisa, con un sol colpo della piccola,
delicata, vezzosa rivoltella, che giaceva sulla scrivania, nella sua stanza;
era bene il suo ardente e ora gelido sangue che aveva inzuppato il fazzoletto
di batista e merletti. Non si vedeano che i piccioletti piedi: ma era quella
Anna Dias, la giovane moglie, colei che, quattro ore prima, aveva trovato la
vita così insopportabilmente dolorosa, e il mondo così insopportabilmente
deserto, da uccidersi, negando ogni fede e ogni speranza nel suo Dio, nella sua
gioventù, nella sua bellezza, nel cuore delle persone che aveva amato.
Non lui, Cesare Dias, il marito, il vedovo — vedovo, la bizzarra parola! —
acuiva lo sguardo per riconoscere nelle onde smorte della veste bianca nuziale,
sotto le nuvole candide del velo nuziale, la faccia e la persona della giovane
donna che si era uccisa, disperata di tutte le cose umane e disperata di tutte
le speranze divine. Era sparita la nera veste tutta rosseggiante di sangue: e
le piccole mani che così coraggiosamente e fermamente avean tenuto la
rivoltella, erano state liberate dai loro guanti neri; e le trecce nere
disfatte erano state pettinate e raccolte: e l’incubo, le vesti deturpate, le
biancherie inzuppate di sangue, il fazzoletto inzuppato di sangue, i gioielli
divelti, la veletta strappata, e l’arme, infine, l’arme con la sua lucida canna
di acciaio ancora negra di fumo, tutto era sparito. Intorno a quella giacente
creatura era tutto il pietoso, il tenero candore delle stoffe, dei veli, dei
fiori, era la gran luce pura, fervida, quasi pregante dei mistici cerei che si
consumavano; sul petto posava il segno della Redenzione: dalla azzurra e rossa
immagine della Madonna della Seggiola, il bimbo di tutte le pietà, guardava
quella povera salma immersa nelle ultime, dolcissime bianchezze — ma era bene
lei, quella che si era uccisa. Cesare non poteva non pensare che sotto quella
bianca veste era un cuore freddato da una palla, non poteva non pensare che
quei piccoli piedini avevano camminato volontariamente alla Morte, non poteva
non pensare che quelle mani, piamente intrecciate sulla croce di tutti i
dolori, avevano eseguita la tetra volontaria sentenza; non poteva non pensare
che, veramente, la giovane creatura sparente fra i veli e i fiori era Anna
Dias, che si era uccisa. Non aveva bisogno di rievocare la terribile scena,
dall’intenso minuto in cui aveva appresa la notizia, al momento profondo in cui
aveva visto quel cadavere; di rievocare la visione di quei truci testimoni del
suicidio, di quel tragico ritorno nella casa, onde era uscita viva: non aveva
bisogno di sollevare quel velo che nascondeva il giovanile e passionale volto,
nella sua ultima espressione. Le pietose mani avean tentato la trasfigurazione,
avean celato le linee di quel corpo e le tinte di quel volto, ma non vi era
forza umana, mai più, che levasse dalle memorie di Cesare Dias il nitido,
crudele ricordo di una giovane donna, traboccante sangue dalla piccola ferita
del cuore, di una testa arrovesciata dalle trecce nere disciolte e
trascinantisi. Si era uccisa, Anna Dias: ed era quella: e niuna santa,
compassionevole poesia di chiarezza, di biancore, di fioritura glaciale e
odorosa, poteva scongiurare la truce immagine. Quando Cesare Dias aveva veduto
la faccia del messaggero, quattro ore prima, e aveva udito appena il nome di
Anna uscirgli dalle labbra, aveva fulmineamente pensato e detto, prima che il
messaggero nulla dicesse:
— Anna si è uccisa.
Questa parola prima, solitaria, unica, restava su tutte le altre,
posteriori, su tutte le pie, le care trasfigurazioni, più forte dei fiori, dei
profumi, dei cerei, più forte di ogni memoria del passato, più forte di ogni
dolore del presente, più forte di ogni terrore dell’avvenire, la sola parola,
l’unica, quella che resterebbe, nel tempo, la Parola: Anna si è uccisa.
Egli entrò quietamente: passò presso il letto funebre a occhi chini e andò a
sedersi nella poltroncina, accanto alla scrivania, dove, dalla morta, gli era
stato scritto l’ultimo biglietto: era voltato in modo che la candida visione di
quell’estremo sonno che la morta faceva, sul suo letto, non gli sfuggiva in una
sola sua linea. Macchinalmente guardò l’orologio: erano le dieci. La veglia
notturna mortuaria cominciava, nella lunghezza della notte invernale, col rumor
tetro del vento che dal mare assaltava la piazza deserta della Vittoria. Cesare
Dias era solo, innanzi al cadavere di sua moglie. Frescamente olezzavano i
fiori tagliati e sparsi dappertutto: limpide e pure ardevano le fiammelle dei
cerei, senza che un soffio nella stanza ermeticamente chiusa, venisse a
piegarle. L’ora funebre, silenziosa, senza pianti, senza parole, in cui il vivo
pare che abbia nelle membra la stessa immobilità del cadavere, mentre nel
cervello arde il suo pensiero, mentre nel cuore è lo strazio muto; l’ora
funebre in cui la Vita
contempla la Morte
non osandole chiedere il motto dell’enigma, mentre lo spirito si solleva
dolorosamente per indagare, per conoscere, per sapere; l’ora funebre in cui
tutta l’anima subisce la segreta tortura che accompagna, latente, ogni passo
della esistenza umana, lo spettacolo, cioè, della Fine, della irrimediabile
Fine, era principiata. Cesare Dias passava con sua moglie l’ultima notte.
Adesso, accanto al profondo pensiero che gli solcava il cervello, si levava
un senso di fastidio sottile, qualche minuta noia che accompagna sempre le
grandi catastrofi interiori e che diventa imperiosa, nella sua piccolezza.
S’infastidiva Cesare, pensando che forse sarebbe venuto qualcuno della casa a
tenergli compagnia, che quella estrema notte che lui ed Anna passavano insieme
sarebbe forse stata turbata dalla presenza di qualche testimone. Non lo aveva
detto che desiderava restar solo, là, dentro, sino al mattino: e intanto non
poteva levarsi per uscire fuori, per chiamare, per dire che nessuno, nessuno
venisse a disturbarlo nella veglia mortuaria. Quella porta aperta, nera, sul
resto dell’appartamento oscuro e silenzioso, gli dava una noia acuta: gli
sembrava che di lì dovesse entrare, da un momento all’altro, chi volesse
vegliare con lui, piangere, pregare e non poteva levarsi, per andarla a
chiudere, quella porta, girando la chiave, per restare assolutamente solo col
cadavere. Giunto in quella camera, seduto di faccia al letto, gli pareva che
nulla più avrebbe potuto fargli fare un passo, arrivato allo scopo, preso dalla
gran fermata donde mai, in nessuna ora, in nessun minuto di quella notte
avrebbe potuto riprendere la sua strada. Il suo timor taciturno non gli dava
forza; ogni sua volontà era caduta, e non sentiva, in sé, che il bisogno di
esser solo, con Anna: il bisogno che niun essere umano, in quella veglia,
potesse vedere la faccia del vivo e la faccia della morta: il bisogno che niuno
sapesse, dal suo volto, quello che egli aveva sentito, vegliando Anna nella sua
veste nuziale e mortuaria.
E non, forse, egli era sempre stato così, geloso tanto del proprio
sentimento, geloso della più piccola impressione, sino al punto da rendere la
propria esistenza una negazione fredda e perfetta di tutto se stesso? Non
forse, da giovane, quando più lieta ride la vita agli umani, egli si era
abituato a soffocare la sua gioia sotto la glacialità dello scetticismo; tanto
che le nevi eterne ed infeconde lo avean soverchiato e veramente in lui si era
spenta ogni gioia? Non forse, col tacito disprezzo, egli aveva distrutto in sé
e attorno a sé le forme dell’entusiasmo che gli parean ridicole, sciocche,
indegne della altezza d’animo di un uomo, di un gentiluomo? Sempre, sempre come
in quella lugubre veglia egli aveva temuto che un occhio umano beffardo o
indifferente, o emozionato, lo sorprendesse nel minuto della commozione, quando
la vampa dell’amore, del dolore, ha sciolto tutti i ghiacci: sempre egli, nel
suo disdegno della santa comunione umana, aveva piuttosto rinunziato al
sentimento, anzi che soffrire, gioire, ridere, piangere insieme a un’altra
creatura come lui. Tutta la vita, così: dai caldi e impetuosi giorni della
gioventù, domati da una sdegnosa volontà, vinti dall’arida ipocrisia dello
scettico, sino ai giorni della più virile età ormai chiusi nelle ironiche e
sarcastiche apparenze dell’uomo che si è liberato per sempre dal sentimento.
Non voleva nessuno in quella notte, fra sé e sua moglie: così aveva pensato e
voluto sempre, così pensava anche ora. Giammai, nel suo disprezzo per gli umani
egli aveva consentito a diventare, anche per poco, il loro spettacolo: tutta la
sua fierezza si era sempre rivoltata contro questa umiliazione; egli era uno
spettatore delle miserie, delle debolezze, delle follìe altrui: un attore,
giammai! Ah quella porta, quella porta aperta sulla casa, aperta sulla città,
aperta sul mondo come lo faceva soffrire nella sensibilità acuta della sua
gelosia, come gli dava un tormento acuto, l’impossibilità di essere lui, di
abbandonarsi al proprio sentimento! No, no, niuno avrebbe potuto vedere e sapere
quel che accadeva nella veglia funeraria, niuno doveva conoscere quel che
fossero gli occhi e le labbra di Cesare Dias innanzi alla bianca salma della
sua sposa giovanetta! Avesse potuto chiudere quella porta! Non si doveva sapere
nulla, non sarebbe stato giammai un attore, lo sguardo umano non avrebbe mai
sorpreso la libera espansione del suo cuore. Innanzi all’annunzio di quel
suicidio, egli non aveva potuto impedire che un gran pallore gli disfacesse il
volto; innanzi al truce spettacolo, riconducendo la uccisa alla sua casa, egli
aveva chinato gli occhi, per non fissarne i lineamenti, temendo di sé, temendo
della propria voce, temendo di ogni mutamento del proprio aspetto. Oh era stato
forte, fortissimo, soltanto pallido, soltanto disfatto, senza urlare, senza
piangere, senza gridare, senza parlare: sempre per non diventare un attore,
sempre perché la gente ignorasse la misura di quel che sentiva, sempre perché
la gente sapesse che veramente, in lui, ogni corda era infranta! Ma ora... ora
avrebbe voluto esser solo con lei. Imminente era il bisogno. Solo con la sua
morta, voleva restare. Aveva in se stesso qualche cosa che voleva escire, e non
sapeva bene se fossero singhiozzi, o lacrime, o grida di disperazione: aveva in
sé un istinto ancora incerto che voleva manifestare e non sapeva come. Ma
doveva restar solo, tutta la notte, senza che vi fosse occhio di persona
vivente che potesse giammai ridire di aver visto fremere o piangere Cesare Dias
al letto di morte di sua moglie. Ah non lei, non lei, fredda, esanime, avrebbe
potuto narrarlo! Tutta la vita che fluisce nel mondo, dalle stelle ai fiori,
dal mare al cielo, dagli animali agli uomini, tutta la infinita e mai cessante
vitalità che è nella grande compagine, non avrebbe potuto ridare un minuto di
esistenza alla giovane morta.
Poteva Cesare Dias buttarsi in ginocchio innanzi a quel letto, baciare quei
piccoli piedi bianchi e gelidi, baciare quelle piccole mani che si tingevano di
viola sull’avorio del crocefisso, poteva baciare quel volto che non aveva ancora
osato di guardare, ella non avrebbe inteso, ella non lo avrebbe ridetto,
giammai. Solo con lei, che era morta, significava esser solo con se stesso;
poter infine sciogliere l’annoso laccio; poter buttar via la pesante e salda e
lucida corazza che gli aveva fiaccate le membra; e esser uomo di carne, di
sangue e di nervi, con le sue miserie, con le sue tenerezze, con le sue
desolazioni: esser un uomo e forse non piangere, e forse non amare, e forse non
sentire neanche la atroce puntura del rimorso, e forse non avere neanche il
terrore della Fine che colpisce i più forti, e forse, essere una creatura senza
viscere, senza palpiti, senza singulti, senza sussulti, ma un uomo! Quella
porta donde poteva entrare un parente, un prete, un servo! Ah la sua ora era
giunta in cui potesse essere quello che era; in cui potesse parlare a se
stesso, la Verità,
turpe o luminosa, arida o tenera, in cui potesse essere come tutti sono,
felice, infelice; carnefice, eroe, vittima, ma uomo! Ma la grande e miserabile
paura di tutta la sua esistenza ancora lo teneva. Niuno doveva vedere Cesare
Dias esser un uomo come un altro anche nella fatale tappa della Morte!
Seduto, immobile, fissando lo sguardo sul candore del letto di morte, che
pareva vaporasse come una bianchissima nuvola, Cesare Dias pensava che la
giovane donna di cui egli vegliava il supremo sonno su questa terra non lo
aveva mai veduto essere un uomo come gli altri, con le stesse debolezze
spirituali, con le stesse indomabili e umane viltà dei sensi, con quelle tenerezze
rare e profonde che sgorgano dalle anime più chiuse e più dure, con quelle ore
di miseria morale che colpiscono i cuori più forti — mai. Adesso, Anna era
morta, gli occhi erano chiusi, le mani erano fatte glaciali, il cuore aveva
cessato di palpitare, non udiva, non vedeva: nessuna figura umana, tenera,
appassionata, dolorata, convulsa, potea più colpirla; nessun sentimento umano
di amore, di dolore, di terrore la potea più interessare: ma giammai, nella
breve vita vissuta accanto all’uomo che ella amava ed adorava con tutte le sue
forze, giammai ella aveva sorpreso il minuto della emozione, talvolta, forse,
il fastidio, che è l’espressione dell’egoismo, ma sempre, poi, l’indifferenza.
Si rammentava bene, Cesare, di aver ammucchiato intorno al proprio cuore più
alti, più formidabili i ghiacci che salvano dalle commozioni, che conservano la
salute e la pace, che danno la forza dell’aridità solitaria, e sovra tutto che
ispirano quel deserto disprezzo di ogni cosa e di ogni persona con cui tanto
felicemente vivono gli egoisti, si rammentava di aver fatto ciò specialmente
contro Anna, contro quel temperamento vibrante ed eccessivo, contro quel cuore
innocente, passionale ed estremo, contro quella immaginazione focosa,
esuberante e pure assorbita nelle sue amorose e tenere fantasie. Quanto l’aveva
disprezzata, per tutte le emozioni che agitavano la fremente anima, per gli
abbandoni che ne vincevano la volontà, per quelle follie del cuore che si
facean più forti nei sogni della fantasia, per quel dare tutta se stessa, così,
apertamente, a un sentimento, a una passione, per la incoerenza della sua
mente, per l’assorbimento, in un solo desiderio alto, rovente, scopo della
esistenza, centro del mondo: quanto l’aveva disprezzata, Anna, per questa sua
immensa debolezza, per cui tutti potevano vedere e commentare i suoi pallori, i
suoi turbamenti, le lagrime delle sue delusioni, i furori della sua gelosia!
Poiché ella era una attrice, inconscia, naturale, umana, schietta fino
all’audacia, debole fino alla vigliaccheria, innamorata fino alla pazzia;
poiché ella era dalla parte infinita di umanità che dà spettacolo di sé, lui,
Cesare, che si era messo sovranamente dalla piccola parte degli spettatori,
sentiva per lei un disdegno senza pietà, un disprezzo senz’ombra di carità.
Egli rideva, sì, aveva sempre riso di quegli impulsi nobili e folli, di quelle
spirituali voluttà di dolore, di quegli sguardi smarriti e di quelle labbra
tremanti, di quelle parole balbettate nel turbamento dei nervi eccitati, di
quei singhiozzi che scuotevano le esaltate fibre, di quel fuoco, infine, che
avvampava e consumava l’anima di Anna! Ne aveva sempre riso, in un disprezzo
senza collera e senza compassione, e assai più invincibile si era levata la
barriera delle eterne nevi, fra loro. Egli aveva resistito con la freddezza
all’amore nascente nel cuore di Anna, reprimendone gli slanci con l’ironia, col
sarcasmo; egli aveva resistito, con una indifferenza finanche crudele, alle
lettere di amore appassionate e disperate, agli sguardi d’amore ardenti della
fiamma interiore e umidi di desolate lagrime; egli aveva resistito al mortale
languore che minava l’esistenza di Anna, sino all’ora in cui temette di vederla
morire. Ah, che soltanto, soltanto la
Morte è una cosa seria, è una cosa che ferisce, che avvilisce,
che dà alla più salda anima umana lo spavento del fatto irrimediabile! Un sol
minuto, in cui egli aveva consentito a sposare la fanciulla, perché la morte
non la cogliesse prima della sua ora: ma, per compensarsi di quel momento di
paura e di pietà, che alta, alta, invalicabile montagna di ghiacci egli aveva
elevata, fra sé ed Anna! Padrone inflessibile di se stesso, dei propri sensi,
dei propri desiderii, egli aveva elargito all’appassionata sua sposa una forma
d’amor coniugale tranquillissima, misurata corretta — corretta, era la sua gran
parola — e talvolta anche beffarda, giuocando con l’impeto giovanile, col
giovanile entusiasmo di Anna, fingendo di non vedere o fingendo di sorridere
della commozione mortale che la vinceva, quando le sue labbra la baciavano
sulle labbra!
Nella veglia mortuaria, presso quella creatura distesa, giacente, avvolta
nella nuvola bianca, donde l’avrebbero discesa nella terra nera, per sempre,
Cesare si ricordava che cos’era stata la passione di Anna, per lui. Quel cadavere
di cui appena appena s’intravedevano le linee, sotto i flutti dell’amplissimo
velo nuziale, era stata la giovane donna bella; e più che bella, attraente di
espressione, di vitalità, di calore; più che attraente, affascinante per i
luminosi occhi, per il magnifico fiore del sorriso, per il sangue che correva a
vivificare la bruna tinta del volto, per la morbida e carezzevole persona, così
fatta per l’amore. Quante volte quegli snelli e brevi piedini, simili al marmo,
ora, nel tessuto lievissimo della seta bianca, nelle scarpette di seta, freddi
e immobili come il marmo, ora, nelle loro babbucce ricamate, rosei, vividi,
eran venuti, dalla stanza di Anna alla stanza di Cesare, col ritmico passo,
camminando rapidamente verso l’amore — ed eran tornati indietro lenti, molli,
stanchi, trascinantisi, poiché la indifferenza li aveva respinti! Quelle
braccia incrociate sul petto, quelle mani intrecciate sopra il crocefisso,
braccia e mani che mai più avrebbero avuto un indistinto movimento di vita,
quante volte amorosamente si erano legate al collo di Cesare come una catena
che non si voleva sciogliere, salde, tenaci, e pur morbide, povere care braccia
e povere carezzevoli mani, fatte solo per abbracciare e per carezzare,
disciolte dal beffardo sorriso di chi trovava che esse abbracciavano troppo,
disciolte, cadute, prese da una lassezza mortale, poiché chi amava sentiva che
il proprio destino era fallito, miseramente fallito! Sotto le folte pieghe del
velo, fermate dagli spilloni di perle, nereggiavano le brune trecce della
morta, che nessuna mano di acconciatrice più avrebbe pettinato e profumato.
Quante volte avevano sfiorato la faccia di Cesare, quante volte, disfatte, si
erano sparse per le spalle, per l’amore, per il dolore: e una convulsa mano e
aveva raccolte e riacconciate, malamente, poiché veramente quella donna era
fatta deserta e desolata dall’amore. Il volto, il volto della morta, per la
pietà della donna che l’aveva vestita, misteriosa e sacra pietà per gli estinti
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