III
Son centinaia e centinaia di anni che Firenze, secondo quanto narra la
leggenda, fu costruita da Ercole, il giocondo faticatore, sovra un campo di
gigli: la città dell’arte e della poesia, nei tempi, è passata attraverso le
più strane vicende di splendore e di abbandono, di mirabile fortuna e di
malinconica solitudine; i suoi figli l’hanno adorata e l’hanno torturata, essa
ha adorato e torturato i suoi figli — ma né i secoli, né le traversie, né le
guerre civili, né l’ingratitudine tolsero mai a Firenze il fascino dell’arte
divino, e il divino fascino della poesia.
La beltà della figlia d’Ercole non è fatta soltanto delle sue chiese, dei
suoi palazzi, delle fiere statue che si disegnano sotto la loggia di Orcagna,
dei quadri dei suoi musei, non è soltanto nella cupola di Brunellesco, nelle
porte di Ghiberti, nella facciata di Orsanmichele, nel suo palazzo della
Signoria, nel suo Ponte Vecchio, truce nella memoria, nelle grandi linee dei
suoi templi tutti veramente mistici, tutti oranti come oravano fervidamente le
anime degli artisti che li pensarono e li eressero: la sua beltà è anche
un’altra, è quella del suo paesaggio meraviglioso fra le colline fiorite, sotto
un tenero cielo azzurro, con un orizzonte ampio e limpido: la sua beltà è
quella della primavera stupenda di Toscana, dove la gran campagna è tutta
floreale, dove ondeggiano al ponente tutte le tinte rosee, cilestrine, lilla,
rosse, bianche e bigie che i fiori ebbero dal sole. Da tanti lustri, è vero,
dai più lontani paesi partono donne e fanciulli, vecchi e giovanette, lasciando
il gelido ambiente nordico, ricercando il sole, chiamati dalla grande
tradizione fiorentina che si tramanda di inglese in inglese, di americano in
americano, di russo in russo: vengono essi, attirati dal buon calore consolante
del sole che fa biondeggiare le erbose prode di Fiesole, dove ridono
rosseggianti i papaveri; vengono attirati dall’inverno tepido dove le anemie si
rinfrancano di bel sangue vivificato, dove le misteriose nevrosi si placano,
fingono almeno di placarsi, dove i deboli polmoni respirano deliziosamente
l’aria dei colli, dove le lunghe estenuazioni del lavoro, dei piaceri mondani
si ritemprano, nel lieto riposo. Li chiama la mitezza del clima e li chiama la
grande magìa dell’arte immortale. Tutte queste creature dei paesi freddi e dei
paesi raffinati adorano le dolcezze che emanano da una figura di Benozzo
Gozzoli, da una ideale donna pensosa e pregante di Sandro Botticelli, da quegli
angeli che il Beato Angelico dipingeva in ginocchio, con lo spirito anche genuflesso;
adorano quella chiesa delle chiese che è il Duomo, dove non vi ha empio cuore
che non frema di emozione, dove l’aridità dell’anima disseccata dalle fiamme
consumatrici dell’egoismo si discioglie in una tenerezza; adorano andarsene per
le minori chiese, gioielli dell’arte, purissime emanazioni di artisti che si
travagliano per la grandezza del loro concetto religioso e poetico, che
lavoravano per il vero, per il grande, per il solo compenso dell’arte, il
piacere di creare. È sempre sempre, nei bei mesi fiorentini di febbraio e di
marzo, nella odorosa città del Giglio, è questo apparire di pallide creature
nordiche, talvolta stupendamente belle, alcune stranamente vestite alla moda
dei quadri stranissimi, che precedettero la comparsa nell’arte italiana del
grande Raffaello, creature esotiche che possiedono non so quale attrazione
tutta personale, nei loro occhi freddi, nelle loro carnagioni candide, nei loro
capelli biondi: esotiche creature che venendo dalla Russia, hanno il fascino
della loro bellezza fiera e pur morbida, selvaggia nel fondo e pure
squisitissima: esotici fantasmi che hanno, veramente, non so che di fantomatico
e che solo la modernissima eleganza fa apparire come creature umane. Al placido
e segreto raccoglitore di fini e rare sensazioni, di delicati piaceri della
vista, a colui che ha i nervi così sensibilmente educati che fremono
all’apertura di un vecchio cassetto, donde esali un antico profumo, a colui che
può gioire di una linea femminile mai vista, vista un giorno, sparita dopo un’ora,
a colui che gode di una tinta di vestito, di un gran fascio di iridi fiorentine
nelle manine tenui di una adolescente d’Albione, che cosa è di delizioso,
Firenze, nei mesi di febbraio e di marzo!
Ma chi vuole, avido di tutte le impressioni accumulate dell’ambiente, della
stagione, delle ombre umane di bellezza e di grazia, avere nella fantasia il
ricordo indimenticabile, deve andare a Firenze nel maggio. Il maggio, il
maggio, è il mese di Fiorenza, da che il grande Lorenzo andava per le vie,
accompagnato dai giovani gentiluomini, cantando le canzoni al mese delle rose,
sino a questo tempo nostro, sino quando la primavera italiana avrà questa
inebbriante ricchezza di fiori olezzanti. Il maggio è tutta la luminosa festa
dei meriggi, nei campi, mentre stridono alto le liete cicale; è la lunghezza
dei violacei e delicatissimi tramonti, mentre le campane sonore e vibranti
danno ai credenti il segnale dell’Angelus; sono le notti, le inarrivabili notti
brune e stellate sovra la città, andando nelle piazze, sedendo sugli scalini
delle chiese, guardando le pie stelle, guardando i fantasmi muliebri che
attraversano lentamente le strade, guardando quell’Arno che fugge sotto il
Ponte Vecchio, alla campagna, riflettendo, il vecchio Fiume di Dante e di
Michelangelo, di Donatello e di Machiavelli, riflettendo le pietosissime
stelle. Non so quale sottile velo, in quelle albe eccezionalmente dolci, in
quei meriggi caldi e voluttuosi tutti odoranti di gigli, in quei tramonti tenui
sui colli, in quelle notti mirabili, non so quale sottilissimo velo si distende
fantasticamente sulle case e sugli uomini, e dal cielo alla distesa delle
campagne fiorite, dalle guglie delle chiese, agli occhi delle donne, dalle
acque fuggenti del bel fiume dei poeti e degli artisti, dalle finestre dei
palazzi al visetto bruno di un bimbo, tutto acquista un carattere fantastico,
in cui tutte le leggende d’amore e di pietà sembrano vere. Dal verone
dell’antichissimo palazzo dove Dante, si dice, vide apparire lo smorto e
amoroso volto di quella donna che così amorosamente tentava di consolare Dante
del suo infelice amore per Beatrice, e che amava il Poeta e che il Poeta amò:
dal viale dove Luisa Strozzi, tornando dalla sua villa, pieno il grembo di
fiori, apparve bellissima ad Alessandro dei Medici e fu cagione di ogni propria
sventura e le sue sventure fecero morire Alessandro, all’angolo di Ponte
Vecchio dove il perfido traditor Buondelmonte fu trucidato dai fratelli della
fanciulla degli Amedei, mentre andava a sposare la Donati alla torre degli Amieri,
donde Ginevra fu tratta morta e pianta da tutti, dal marito, dal padre, dal
tenero e infelice amante, tutte le leggende, queste e le altre, sembrano vere,
di maggio, nella notte a Firenze! Quella di Ginevra degli Amieri, specialmente.
Ginevra era giovane e bella; aveva un padre che l’adorava; un marito che
l’adorava; un amante che l’adorava. Pure, morì. La portarono al camposanto: la
seppellirono: covrirono la tomba di fiori. Nella notte, ella si svegliò dal suo
letargo, poiché non era morta; inorridendo di paura, tremando, avvolta nella
bianca veste funebre, ella uscì dalla tomba, ritornò alla casa di suo padre.
Bussò: ma il servo che le venne ad aprire, cadde a terra dallo spavento, e il
padre la esorcizzò come un malo spirito, chiudendole in faccia la porta della
casa. Allora, piangendo, Ginevra andò a bussare alle case degli Amieri, da suo
marito: ma costui si era già consolato, con una bella giovane, bevendo e
cantando; e nel vedere Ginevra, la scacciò come una avventuriera che volesse
prendere un posto non suo. Ed ella, disperata, cacciata dal padre e dal marito,
senza tetto, senza ricovero, pensò se non fosse meglio tornarsene nella tomba.
Pure, volle tentare l’ultima prova: e andò a bussare alla porta del suo amante.
Costui aprì; la vide: non le chiese se fosse uno spettro o una persona viva;
non parlò: le tese le braccia ed ella vi cadde e la porta si richiuse. Non par
sempre, a Firenze, di notte, nel maggio, vedere una figura muliebre, Ginevra
che va a cercare l’amante?
Luigi Caracciolo giunse a Firenze, nel maggio. Il suo viaggio durava da
quattro mesi. Partendo da Napoli, era stata più una fuga precipitosa, passando
da un treno direttissimo in un altro direttissimo, fermandosi qua e là un’ora,
in un albergo, in una stazione per cambiarsi di vestito, per pranzare, dormendo
nello sleeping-car, arrivando a Venezia stanco morto; né a Venezia Luigi
aveva voluto riposare, sovraeccitato dal più acuto desiderio di mettere il
maggiore spazio possibile di chilometri tra sé e Napoli. Mezza giornata
soltanto a Venezia senza neanche dormire in quel letto dell’Hôtel Danieli,
l’albergo celebre per il doloroso amore di Giorgio Sand e di Alfredo de Musset;
senza neanche uscire in Piazza San Marco a guardare quel lento volo di colombi
intorno ai cavalli di bronzo, rapiti alla disfatta d’Oriente, intorno al
campanile, intorno ai puri archi delle Procuratie; senza andare a fare una
passeggiata per il triste e solenne Canal Grande, per il popolare e chiassoso
Cannareggio, per i malinconici piccoli canali. Nulla. Ripartire subito, uscire
dall’Italia, allontanarsi anche più, sempre più, ecco il suo desiderio: e dopo
mezza giornata, ripreso il treno, Luigi se ne andò a Vienna, fuggendo ancora,
quasi avesse un nemico alle calcagna e lo sospingesse la più orribile paura. Il
nemico, veramente, era in lui: né le città d’Italia, così variamente belle, né
la gran pace suaditrice di Venezia, né il tumulto giocondo di Vienna dove, tre
o quattro volte, Luigi s’era tanto divertito, dove aveva lasciato tante amabili
conoscenze, lo debellarono. Non potette restavi molto, a Vienna, neppure
quindici giorni, sentendo nel proprio spirito la volontà oscura che condannava
l’Ebreo Errante all’eterno suo viaggio: e prese il treno orientale, l’Orient
express, che lo condusse a Costantinopoli. Non vi era mai stato. Non aveva
occhi per la originale bellezza della fulgida gemma d’Oriente, che domanda
un’anima tranquilla e dei sensi riposati, che possano apprezzare e gustare
tutta la intensità di quello spettacolo unico al mondo: la festa dei colori rattristava
mortalmente la sua fantasia, e il languore voluttuoso della vita orientale
irritava la sua sensibilità. Pensò, due o tre volte, di esser molto malato: e
disteso sovra uno dei larghi divani turchi, fumando delle sigarette, dove
faceva mettere un poco di oppio, credendo, sperando di essere finalmente
infermo, non ottenne che di concentrare quelle immagini, a cui assolutamente
voleva sfuggire. Forse, forse, non vi era nessun paese, dove la vita esteriore
potesse vincere ciò che si agitava nel suo mondo interno: pure se ne andò
ancora, domandando la liberazione ad altre lunghe corse, in treno, estenuandosi
di fatica fisica, andando per una settimana a Pietrogrado, scendendo un’altra
volta in Germania e finendo per fermarsi, di botto, in una piccola città del
Tirolo tedesco, a Toblach, un graziosissimo paesello che pel suo clima salubre
è diventato, malinconicamente, un ritrovo di tossicolosi, di fanciulle che se
ne vanno lentamente di tisi, di giovani spose colpite dal morbo prima di aver
conosciuto la felicità, di giovanetti sacrati alla morte. Luigi Caracciolo
stette due mesi e mezzo fermo a Toblach, come se si fosse spezzata la molla
interna che lo aveva fatto andare, furiosamente e meccanicamente, da un paese
all’altro. Nei suoi viaggi aveva sempre messo sui registri il nome di Marchese
di Mileto, che gli veniva da sua madre, come se anche il suo nome gli
ricordasse quello che era stato e che non aveva rimedio; ma i
villeggianti di Toblach, tutte quelle facce troppo bianche che si arrossivano
troppo ai pomelli, tutti quegli adolescenti dalla voce troppo fioca e quelle
giovani donne dalle mani troppo calde, tutta quella popolazione avvolta negli
scialletti, nelle pellicce, incappucciata, che non osava uscire né troppo
presto, né troppo tardi, fuggendo i crepuscoli dell’alba e della sera, tutta
quella colonia delicata, attraente e desolante di tossicolosi, chiamava Luigi
non il marchese di Mileto, ma le beau napolitain. Era sempre così bello,
Luigi, con quegli occhi castani che sono gli occhi capaci di maggior dolcezza,
contrastanti con la fierezza della bianca fronte, da cui i capelli
biondo-castani erano gittati indietro, con la elegante noncuranza dell’uomo
giovane dalla criniera folta, che ancora non bada a coltivare questa seduzione
delle teste maschili, eguale, forse, in seduzione, ai capelli belli e ricchi
delle teste muliebri.
Bello, con un misto di superbia e di languore, in tutte le linee del volto,
nel profilo perfetto, nella bocca quasi femminile che vagamente sorrideva sotto
i mustacchi biondi e un po’ ricci, nella barbetta bionda che era rasa
cortissima alle guance, lasciando vedere l’epidermide giovanile: bello, con un
non so che di vagamente sognante negli occhi, nella curva del sorriso, nella
volontaria immobilità, nel volontario silenzio. E bello ancora a Toblach
malgrado la distrazione profonda dei suoi sguardi, del suo sorriso, malgrado
quelle assenze del suo spirito, quando scambiava più di due o tre parole con
qualche malato villeggiante, malgrado quelle consuetudini bizzarre che lo isolavano,
sempre in giro sulle montagne, nelle ore in cui quegli ammalati non osavano
uscire dal salone dell’albergo, sempre sdraiato nella sua stanza, a leggere,
mentre gli altri prendevano un po’ d’aria, fra i pini che circondano la bella
cittadina tirolese, sempre turbato quando si annunziava l’arrivo di un nuovo
forestiere, informandosi con repressa ansietà se fosse italiano, meridionale,
come se chi arrivasse dal suo paese non potesse che indurlo a fuggire.
Le beau napolitain era forse malato anch’esso, pensavano quei
tossicolosi che non suppongono più, nel loro tenero egoismo, che la umanità
intorno a loro, possa essere sana di corpo ed inferma di spirito, che non
vedono più intorno a loro, scorgendo un volto pallido e una fronte pensosa, che
la loro malattia, e lo compativano, poiché ognuno di loro credeva di sentirsi
meglio, all’ombra di quei pini, respirando quell’aria lieve e aromatica per le
balsamiche resine e poiché le beau napolitain, veramente, non aveva
affatto l’aspetto di un uomo che migliorasse, nella sua misteriosa infermità.
Molti di loro si trattennero lì, per il tempo che il medico aveva loro
ordinato, partendo poi per Cannes, per le Baleari, per Tunisi, per dove li
portava il triste pellegrinaggio della loro malattia: e, partendo, dicevano di
sentirsi quasi guariti, come sempre, sperando per la totale guarigione nel
paese dove andavano: partendo auguravano al beau napolitain buona
salute, buona fortuna. Altri ve ne arrivavano, da tutte le parti; e Luigi li
vedeva andar via e giungere, senza che quel gruppo continuamente rinnovato di
umanità sofferente, facesse su lui tanto effetto di tristezza da vincere la
grande stanchezza che lo immobilizzava a Toblach. Forse gli avevano ordinato
una cura lunga, pensavano i naturali tirolesi, ma egli non faceva le inalazioni
di trementina, né prendeva medicine, né si covriva di scialli, né tossiva, né
andava a dormire sotto i pini, come gli altri malati. Lo conoscevano tutti,
oramai, le beau napolitain che fuggiva appena il pianoforte risuonava,
nel salone dell’albergo, quasi odiasse la musica.
Un giorno, poi, giunsero dall’Italia, dal Mezzogiorno, da Napoli, donde
partono, zingarescamente e bonariamente, i vagabondi suonatori e cantanti delle
vie, giunsero tre di costoro. Uno suonava il violino, l’altro il mandolino e il
terzo la chitarra. Quello della chitarra, anche cantava. E tutto il pomeriggio,
tutta la sera, il salone dell’albergo di Toblach risuonò delle più gaie e delle
più meste canzoni napolitane, le nuove e le vecchie, le sentimentali e le arrischiate:
quei villeggianti, raccolti intorno ai tre suonatori, ascoltavano rapiti da
quelle giocondità miste di malinconie, da quelle cantilene popolari così
affascinanti nella vaga indolenza del sentimento e dell’espressione musicale,
nella passione scoppiante, ogni tanto. Un poco pallido, stupefatto, Luigi li
aveva ascoltati: poi, se ne era andato via, a passeggiare, perseguitato da quei
canti della patria; poi, era ritornato e malgrado le porte chiuse, le imposte
sbarrate nella sua stanza, giungevano quegli echi di voluttà e di mestizia;
malgrado che si turasse le orecchie, Luigi sentiva bussare il passato, alla sua
anima. L’indomani, sparve le beau napolitain. Era il maggio fiorito; e,
attratto fatalmente dalla patria, egli si dovette domare, per andare a Firenze,
non a Napoli.
Sentì, il bel vagabondo, che inutilmente aveva errato pei lontani e freddi
paesi, senza trovare pace, senza poter liberare il suo spirito dagli urgenti
ricordi, che quel maggio fiorentino gli prendeva via tutta l’acutezza dolorosa del
suo cruccio represso, non arrivando a guarire, ma come lenendo le punte
tormentose di quella croce infissa nel cuore, come suadendo tutti i sussulti,
tutti gl’improvvisi scoppii di sdegno contro il destino, come temperando,
calmando l’angoscia di quell’eterno perché che sgorgava dall’anima di
Luigi. Il maggio napoletano è già troppo vivido, già tumultuoso, troppo
inebbriante di voluttuosi fiori, è già il mese estivo che infiamma i cervelli:
la sua sensibilità martoriata non avrebbe sopportato tale intensità di
ambiente, l’aria sciroccale che suscita i più strani morbi dei nervi, le donne
già vestite di bianco, le rose così odorose che il loro profumo fa languire, le
finestre schiuse e le canzoni risuonanti nella notte; queste sensazioni così
profonde e così acute lo avrebbero fatto soffrire. Ma il maggio fiorentino era
come velato sottilmente; e freschissimo nelle notti serene dove l’insonnia
diventava piacente; biondo di sole, ma estenuato finissimamente nelle tinte
lontane dell’orizzonte, sorridente e luminoso, ma senza il gran clamore delle
vie, senza la violenta festa della luce meridionale; odoroso di rose e di
garofani, ma così delicatamente come se i fiori olezzassero in tono minore;
lieto del cicalìo femminile, ma di quel tenero cicalìo toscano, così
carezzevole nella sua vivacità. E, soprattutto, il maggio fiorentino, dove
l’asprezza della ferita di Luigi riceveva come un ignoto balsamo, non aveva
quelle schiere di donne meridionali dai grandi occhi torbidi e brucianti, dalle
bocche schiuse che domandano i baci, dalle forme opulenti bianco vestite, dai
negri capelli dove rosseggiano i fiori del papavero e del garofano: il suo
animo che fremeva all’aspetto muliebre, giammai avrebbe resistito a tanto lusso
di conturbanti beltà. Invece, nel maggio fiorentino, era un’apparizione di
candidi volti stranieri, dolcemente esangui, di bocche rosee sigillate in una
linea di pensiero, di corpi snelli e singolarmente vestiti; era un apparire e
sparire di figure muliebri, dove l’eleganza artistica temperava la linea
barbara e pure affascinante; un apparire e sparire di bellezze toscane, quiete
e fini nelle linee, placide nel sorriso, brune senza violenza e pallide senza
tormento, andanti col loro passo divino, ancora come Monna Vanna e Monna Bice
scendevano nel giardino a coglier fiori, ancora come Monna Lucrezia andava
negli orti ad amare frate Filippo Lippi. Finissima nebbia, dunque, intorno alla
vivezza delle cose e al rumore degli uomini; nebbia finissima intorno alla
seduzione dei fiori e al fascino muliebre. Non colà egli sperò di guarire,
poiché troppo penetrata nella carne era la croce di un lungo amore inutile,
poiché troppo insopportabilmente tormentoso era il ricordo di quella ultima
scena, in casa sua, sotto i suoi occhi, di quella donna che si era uccisa, non
per lui: guarire, no. Ma non sentire, almeno che lo sconforto di un amore
perduto o di un rimpianto soave! Quel maggio fiorentino, senza gli alti chiassi
napoletani, ma con la tenue gioia primaverile, senza la turbolenza delle cose e
degli uomini, ma con l’attrazione poetica del paesaggio e dell’arte, con quel
passaggio lento di fantasmi esotici femminili frammischiati alle care ombre
della beltà italica, perdentisi nel sottil velo onde era addolcita la primavera
di Toscana, questo avrebbe fatto. Non vi era farmaco che sanasse, per sempre,
il deluso ed ingiuriato cuore di Luigi, deluso dall’Amore e ingiuriato dai
Fati: ma vi poteva essere, nella verginale e purissima città del Giglio, un
balsamo che lo aiutasse a vivere.
Cercava questo balsamo, in certe albe, quando uscito dall’albergo della Pace,
mentre appena il portiere ne aveva schiuso il portone, se ne andava, a
piedi, fuori una delle antiche porte fiorentine nella campagna, fra le alte
erbe, dove le margherite dai petali bianchi e dal cuore d’oro erano tutte molli
di rugiada e le azzurre pervinche parevano occhietti velati di soavi lacrime.
Se ne andava sotto i meli tutti fioriti di una nevicata leggiadra di fiori, fra
i prati morbidi, mentre era tutto un cinguettìo malizioso di uccelletti, per i
rami. Sulle vie maestre, da Signa, da Fiesole, da Prato, da Scandicci, venivano
a Firenze i carretti e fischiettava il carrettiere, guidando le sue bestie, e
dietro venivano le contadine, per il mercato, cantando con piccola voce degli
stornelli, con la collana che si sollevava sul petto gonfio dal canto.
Umilmente, nella prima biondezza del sole sorgente, Luigi si metteva dietro
ai carri e alle stornellatrici: esse, entrando in città, prima di andarsene al
mercato a vendere uova e frutta e galline, si fermavano innanzi a una delle
chiese di Firenze, e, penetrate nell’interno, s’inginocchiavano a orare, sul
marmo, portando nel semplice cuore la istessa fede che aveva eretto quel
capolavoro a Dio, pregando, forse, come gli antichi signori di Fiorenza e le antiche
gentildonne avevano pregato, quando Carlo VIII urgeva alle porte. E se egli era
senza nessuna fede, se non mai era discesa in lui la voce mistica del di là,
quei volti chinati di contadine preganti, quei corpi prostrati nell’adorazione,
quelle liete stornellatrici che nutrivano in cuore tanta divina speranza, gli
davano un riflesso smorto di vaga speranza di liberazione. Ah! il maggio
fiorentino gli doveva dare questo balsamo: egli lo domandava in ogni crepuscolo
a quel viale dei Colli dove così nobilmente ascendevano gli equipaggi dai
frementi cavalli, dove le donne passeggianti hanno nella persona la grazia
tranquilla di una santa di Mantegna e l’ombra del più misterioso sorriso
femminile, il sorriso di Monna Lisa. Invero, era assai mondano quel ritrovo
vespertino, simile a quello di villa Borghese, a Roma, e di via Caracciolo a
Napoli: simile, ma non uguale: assai mondano, ma di una mondanità in cui alla
frivolezza dell’insieme si mescolava un’ignota poesia, sulla cui mondanità si
allargava un profumo d’arte, fatto di rinnovellate memorie. Equipaggi con donne
vestite alla moderna; e donne, talvolta, dagli occhi dipinti e dai capelli
gialli; e cavalieri troppo azzimati; e amazzoni modernissime; e chiacchierio di
cronaca minuta mondana, di pettegolezzo, di maldicenza — ma il vespero
squisitamente lilla metteva una luce nobile, intorno — ma un profilo muliebre
curvantesi sotto un velo bianco metteva un senso di bellezza schietta, intorno
— ma la tinta estetica di un vestito annullava la volgarità delle tinte troppo
mercantili di certe stoffe — ma l’istessa bellezza di un giovane che si
animava, parlando a una donna che amava, metteva intorno l’oblio del mediocre
minuto moderno, e il fuggitivo ricordo di Fiammetta e di Panfilo riappariva. Il
vagabondo Luigi assaporava, ogni giorno, lungamente, questa ora vespertina sui
colli; restava colà a lungo, talvolta fermo, immobilizzato dalla sua indolenza
e dal timore che quel così tenue conforto gli svanisse; talvolta camminando
piano. Passavano, andando e venendo, le belle signore di Toscana, dai grandi
occhi dolci leggermente velati di sogni; le bellissime russe sempre vestite di
stoffe pompose e ricche, quasi ieraticamente, e ieraticamente adorno il collo e
le orecchie da fulgide e pesanti gemme; le inglesi dalla carnagione trasparente
e dai biondi riccioli raccolti sulla nuca, alla maniera degli angeli di Dante
Gabriele Rossetti; le americane dalla bellezza chiara e forte, senza languori,
senza nevrosi, e pure ammorbidita dal contatto della dolcezza italiana. Si scambiavano,
qua e là, saluti, sorrisi; qualche vettura si fermava, una dama si curvava
lievemente allo sportello; un fiore passava da una mano guantata a un
occhiello; fioriva la bellezza e fioriva quel languido amore italiano che il
crepuscolo lilla accarezzava con le sue mollezze: Luigi restava. Pian piano le
carrozze si diradavano scendendo a Firenze; i viandanti, quasi a malincuore
andavano via, ora che gli equipaggi partivano; i veli della sera passavano dal
lilla al bigio, salienti dai colli al cielo; sparivano le vetture, rotolando
sordamente, mollemente. Luigi restava finché l’ultima carrozza se ne fosse
andata, finché fosse sparito l’ultimo passeggiatore. Si accendevano, nel cielo
tersissimo, le prime stelle; i veli bigi si facevano più fitti, diventavano
cinerei.
Era sera, sui colli. Laggiù, Firenze, era già punteggiata di lumi accesi.
Allora soltanto, Luigi, scendeva lentamente, fumando, sentendo l’ultima goccia
di balsamo allargarsi teneramente sulla sua ferita. I veli della notte, allora,
avvolgevano la città dove hanno amato, insieme, Guido Cavalcanti e Lapo e
Dante: veli così densi di poesia che tutto il presente vi scompariva e che
l’anima triste vi dimenticava.
Quando alte scintillavano le Pleiadi ardenti sul nero e profondo velo del
cielo, la notte fiorentina che così dolcemente avvolgeva nelle sue ombre
Firenze, vedeva ancora errare per le vie colui che chiedeva l’illusione della
pace alla serenità delle cose. Invero, le vie che videro passare, in arme,
Francesco Ferruccio, e splendidamente vestito di broccati il magnifico Cosimo,
le stesse vie che avean visto la beltà perturbatrice di Bianca Cappello e la
fiera beltà di Veronica Cybo, eran piene di gente, alla notte stellata, gente
fermata in giocondi crocchi, gente passeggiante in su e in giù, sotto le gialle
fiammelle del gas, sotto il biancore spettrale della luce elettrica.
Innanzi ai caffè e alle birrerie era un fitto stuolo di tavolini, dove
intorno sedevano donne e uomini, bevendo birra, sorbendo granite,
chiacchierando, mentre i ventaglini si agitavano e intorno alle fiammelle del
gas era un batter d’ali di farfalle che sembravano nere, in quella luce ove
dovean ardere e morire. Da qualche caffè alla moda francese, venivano trilli
biricchini di canzonette cantate da quelle voci segrete: suoni di pianoforte
uscivano dai balconi aperti. Tutta la vita moderna si svolgeva nell’ambiente:
ma l’anima non avvertiva la dissonanza.
Il pallido persecutore di un sogno bizzarro potea così facilmente astrarsi,
in quella città che così subito trasporta gli spiriti in altri mondi! Luigi
girava lentamente, entrando in una birreria, bevendo della birra, leggendo un
giornale, ma senz’avvertire tutto il grazioso e chiassoso movimento della
modernità: ascoltava le canzonette dove il verso tedesco stride in un canto
così agretto e così titillante i nervi, o dove la dolcezza semplice si
sottolinea in melodiette sapienti, fini e insinuanti; egli entrava in questo
tranquillo e sorridente giro della serata fiorentina — tanto vi entrava
distratto, distratto vi restava, sino a che la folla dei caffè e delle birrerie
cominciasse a sparire, sino a che la gente si diradasse per le vie. Allora,
nella notte, quando il velo fantastico che si prende tutta Firenze si fa più
folto e insieme più largo, la città diventa il possesso di tutti i sognatori,
di tutti i pensosi nottambuli, di tutti coloro che sanno apprezzare le
squisitissime intensità delle notti cittadine, quando già i lumi si spengono,
quando gli ingenui amori finiscono, quando i colpevoli amori cominciano,
intensità squisitissime di aria carica di profumi strani e di torbidi odori, di
ombre smorte fuggenti lontano, o pure agitantisi singolarmente, di tutto un
mondo notturno fantomatico.
Più di tutte le altre città, più di Milano, che vede soltanto uscire i
maggiori e minori gaudenti suoi dalle splendide e dalle modeste osterie, dai
ritrovi aristocratici, dai circoli; più di Torino, che a mezzanotte ode solo il
simpatico e continuo crocchiar delle sciabole e degli sproni degli ufficiali
che vanno e vengono; più di Venezia, i cui canali sono lugubri nella notte —
quale anima resistente alla gran tetraggine oserebbe affrontarli, di notte? — e
le cui calli sono deserte, dopo le nove; più di Roma, che nella notte è
percorsa solo da qualche poeta, da qualche vagabondo, da qualche gentiluomo che
rincasa; quanto Napoli che è la città sacra alla sognante deambulazione
notturna, ma diversamente da Napoli, Firenze è data, tutta, nella notte alle
fantasie di coloro che non sanno rientrare, presi dalla infinita poesia del
passato, presi da non so quale rete argentea e vincolatrice di sogni. Ah Luigi
Caracciolo non era che un giovane gentiluomo, abbastanza più fine degli altri,
sovrattutto con maggior cuore e con maggior immaginazione: non era mai stato né
un poeta, né un artista — ma quale anima italiana, libera, ricca, non è vicina
alla poesia e all’arte? Ma un amore lungamente sentito, e malinconicamente
respinto, ne aveva affinato la sensibilità sino alla sofferenza; ma una
catastrofe aveva sconvolto quel temperamento. E nella notte fiorentina, innanzi
alla bianca statua di Arnolfo di Lapo che così teneramente guarda la chiesa del
suo cuore, innanzi a quella grande cupola che si leva, proteggitrice
poeticamente colossale di Fiorenza, nel silenzio della piazza dove la facciata
del Duomo pare che si sviluppi più ampia, quando nei finestroni si riflette il
purissimo lume di una stella, l’infelice amatore di Anna sentiva che il suo
cuore si scioglieva dalla immobilità giornaliera, e che esso ripalpitava nelle
memorie! Dove il palazzo della Signoria mette le sue finestre di meraviglioso
disegno, seduto sugli scalini della loggia di Orcagna, dove il verde Perseo si
aderge e Giuditta leva la piccola testa bruna di omicida, il misero amatore
sentiva, veramente, ripresentarsi senza terrore, il passato di un amore
miserabile che non aveva avuto la forza d’ispirare né la passione, né la
tenerezza, né la pietà. Ogni tanto, innanzi a questo pensoso sognatore che
guardava il balcone donde tanto avea sventolato lo stendardo della Repubblica
fiorentina, che lo guardava come se vi vedesse apparire qualche ombra, innanzi
ai suoi occhi trasognati, passavano delle coppie di donne, ridendo caramente,
con la grazia di Toscana; qualche figura muliebre trascorreva avvolta in uno
scialletto bianco: un fischio lungo di convegno amoroso risuonava, in quelle
vie lì intorno. Egli trasaliva, chinandosi verso colei che spariva, avvolta
nelle candide pieghe, come se cercasse di riconoscerla; ombra fuggente. In
qualche equipaggio, una signora, tornando dagli ultimi teatri della stagione,
rientrava, discorrendo quietamente con la cara persona che l’accompagnava: egli
sussultava, seguendo con gli occhi la vettura che si allontanava, trasportando
via quelle due creature innamorate, quasi che egli sentisse l’inguaribile invidia
dell’amore, che è anche la mestissima, acutissima nostalgia dell’amore! Egli
non sapeva rientrare, tanto gli erano tormentose e dilette le impressioni del
suo vagabondaggio, attraverso le vie fiorentine: odiava la sua stanza chiusa, e
il letto dell’albergo, e l’origliere presso cui sedeva l’Insonnia, non
l’Insonnia fantastica delle vie, quella che è piena di libere e morbose, ma
seducenti visioni, non la bella Insonnia errabonda e carezzevole, ma l’atroce
Insonnia delle stanze serrate, delle case sbarrate e silenziose, dell’aria
soffocante, del guanciale che brucia, delle tende che affogano. Per le vie, per
le vie, voleva restare, sino a notte alta, per il Borgo Pinti e il Borgo de’
Greci, per la lunghissima via di San Gallo e per i deserti Lungarno!
Quanto paurose, ma affascinanti si facean le allucinazioni, in quel
pellegrinaggio vago e disordinato! Adesso, come quella sua sottil febbre
cresceva, in quella città che la notte rende mille volte più fantomaticamente
bella, se una donna gli passava accanto, egli sentiva, sì, sentiva, quel
fremito che lo prendeva, nel tempo, quando Anna gli appariva innanzi. Sotto le
piume bianche volitanti di un gran cappello egli non vedeva che una treccia
nera; sotto la frangia nera di un merletto gittato sopra una testolina, con
negligenza, egli non scorgeva che degli occhi neri. Dormivano le bionde inglesi
e le russe dai capelli fulvi, a quell’ora, forse; dormivano le tedesche dalle
chiome tenuamente flave; dormivano tutte le creature esotiche, smorte come la
luce dei loro paesi, rosee come i ghiacci appena colorati dal sole. Di notte,
sembrava a Luigi che apparissero, per isparire subito, solo dei fantasmi
femminili italiani, volti ovali e delicatamente bruni, labbra rosse,
sopracciglia nerissime e fini, occhi dolci e fieri insieme. Lo teneva sempre
più quest’allucinazione, tanto che egli, quando incontrava una donna, talvolta
chinava la testa, in un minuto secondo di paura; e non si voltava, a guardare.
Nella notte, in quella città magica, dove Ginevra risuscitò solo per colui che
l’amava, parea, per Luigi, che ogni spettro muliebre prendesse i tratti vanenti
di Anna Dias.
Un’allucinazione assai singolare, invero, poiché egli rivedea quei tratti
vanenti non riuniti, giammai, in una sola di quelle dolci e tenui ombre muliebri;
ma gli parea talvolta di vedere, in un estraneo volto, i suoi occhi ora
ardenti, ora velati dalla più invincibile malinconia, fissarsi su lui, un
istante, e dileguarsi; gli parea, altre volte, di riconoscere, in un viso
sconosciuto, quel fiore giovanile e puro del suo sorriso, germogliante sulle
labbra purpuree, e svanire subito, perduto nelle tenebre dove tutto cade; gli
parea, sovra tutto di riconoscere, qua e là, quella persona fiorente di
giovinezza, svelta e morbida: tutto questo separato, svanito nelle lontananze,
come se, bizzarramente, le tracce della beltà di Anna si fossero disperse nel
mondo dei fantasmi. E forse, dopo aver rabbrividito di terrore e di piacere,
scorgendo quel tratto fuggente, il freddo mortale che lo coglieva era il senso
della morte. Ah Ginevra non risuscita che un’unica volta, attraverso la storia
dell’amore!
Pure, la fresca e carezzevole poesia del maggio fiorentino, la finezza
artisticamente delicata dell’ambiente, tutte quelle testimonianze di grandezza
morale nella fede, nell’arte, nel patriottismo, tutti quei teneri ricordi dei
grandi amori morti, tutto quel bizzarro rinnovellamento di amori, nella
rinascente primavera di Toscana, dopo aver confortato lo spirito vagabondo di
Luigi, lo spingevano, acuito, a più profonde allucinazioni. L’asprezza della
sua ferita si era, invero, calmata: ma la sua anima languente prendeva la
perigliosa consuetudine del sogno. Aveva tanto chiesto al suo furioso viaggio,
alla sua fredda e aromatica dimora di Toblach fra i pini odorosi, alla sua
dimora nella città del Fiore, l’oblio di quella scena atroce, in cui aveva
veduto crollare, roteando, il corpo di Anna Dias, che si era uccisa! E la
scena, lentamente, si era dileguata dalla sua immaginazione; ma la cara ombra
adorata era ritornata, in altra fantomatica forma, quasi fatta di nebbia; ma
con più insistenza, nello stato bizzarro della sua anima, si vedeva fuggire,
innanzi agli occhi, qualche parvenza che a lei rassomigliava. Nelle giornate,
nelle notti in cui la sua fantasia ammorbidita, presa da una lieve febbre di
esaltamento lento, gli dava queste brevissime, indistinte, fugacissime visioni,
egli rientrava ammalato. Tutti coloro che amano eccessivamente, che
eccessivamente odiano, che eccessivamente assorbono le loro facoltà in una
passione, in un desiderio, in un capriccio, portano il castigo di questa
intensità, sentono che questo squilibrio dilettoso e folle porta con sé la
punizione del morbo fisico o morale. Luigi rientrava, in uno stato di
turbamento indicibile, e la elegante volgarità di una molto elegante stanza di
albergo non giungeva a diradare quell’eccitamento fantastico. Allora, in quelle
crisi che si facevano più fitte, egli non potea né dormire, né leggere, né
pensare: dormendo, aveva paura di sognarla nuovamente; leggendo, le parole che
non erano di amore lo irritavano, e le parole di amore gli facevano salire le
lacrime agli occhi; pensando, non era più padrone di fissare le sue idee sopra
ciò che voleva; esse vagavano, vagavano, si formavano in immagini e le immagini
fluttuanti, nebulose, lo gittavano più profondamente nella infermità del suo
spirito. Come l’amante vilipeso e tradito che ritorna ogni notte alla donna che
lo affascina e lo esalta, anche per la sua perversità, forse; come il
giuocatore che, appena si fa notte. è ripreso dal suo male del giuoco; come
l’alcoolizzato che entra nell’osteria dove la bianca e ardente acquavite lo
chiama; come tutti coloro che sono vivificati e consumati da una nobile o
ignobile passione: come tutti quelli che troppo vivono di una sola cosa; così
Luigi, abbandonato al gran languore del suo inutile amore, rinascente nei
sogni, dato col desiderio della fantasia, a quei rapidi e intensi minuti di
visione, ritornava, ogni notte, alle solinghe passeggiate per Firenze, che
acutizzavano il suo malore, facendogli portare negli occhi quello smarrimento
delle persone sognanti, che non vedono più la realtà. Sentiva che, da se
stesso, debole contro la suggestione dei ricordi, debole contro la suggestione
del bel poetico paese, egli s’ingolfava nella malattia dolce e fatale. N’ebbe
paura; paura di perdere ogni criterio della verità umana, negli uomini, nelle
cose; paura che i sogni diventassero più saldi di ogni realtà; paura che il suo
cervello si smarrisse, per sempre!
Allora, spinto da questa paura, cercò di sottrarsi al suo mondo interiore,
che l’ambiente delicato fiorentino così favoriva. Aveva, nella società di
Firenze, varie conoscenze, le andò a trovare; non tutte le trovò, ma alcune;
fece qualche visita; fu subito invitato a qualche pranzo, in villa, fuori
Firenze, dove le belle donne cortesi ricevevano con tanta grazia, nei grandi
saloni freschi, sulle terrazze di |