V
Quando Giulio Carafa e Marco Palliano, attraversata la Riviera di Chiaia, la
strada di Chiaia e quella di Toledo, al trotto serrato dei due cavalli che
conducevano il coupé di Giulio Carafa, arrivarono innanzi alla chiesa di
Santa Chiara, dopo essere entrati nel primo cortile del chiostro, trovarono la
porta grande della nobile chiesa serrata. Non un’anima, intorno. La botteghetta
del venditore di libri e di stampe che espone i suoi ambulanti scaffali sotto
l’arco del portone, in via Trinità Maggiore, era anche chiusa. Un silenzio
perfetto; una solitudine assoluta: nell’ombra, il nero campanile come un’ombra.
— È troppo tardi — disse Giulio Carafa.
— È troppo presto — disse Marco Palliano.
— Le nove e un quarto — aggiunse Carafa, osservando l’orologio sotto un
lampione.
— Era alle nove.
— Per un quarto d’ora... non saranno giunti ancora. Le spose sono sempre in
ritardo — concluse pazientemente Carafa.
— Mai abbastanza in ritardo — finì di dire Palliano.
E ambedue, tranquillamente, sorrisero con quella specie di sangue freddo a
cui li aveva abituati una esistenza, necessariamente tumultuosa, fra gli amori,
i piaceri e le noie e i tormenti di questo giro continuo, intorno alle stesse
sensazioni e alle stesse impressioni. Erano gente forte, nel senso che non si
meravigliavano più di nulla, tanto avevano visto e tanto avevano imparato a
nascondere la loro sorpresa. Passeggiarono tre o quattro volte, innanzi alla
porta sbarrata della chiesa, fumando tacitamente.
— Sei sicuro che sia alla chiesa di Santa Chiara? — domandò Palliano
— Sicurissimo.
— Perché non a Santa Caterina?
— Pare... pare che l’altro matrimonio si sia fatto lì... e allora...
— Allora la novella sposa non avrà voluto andarci, per non evocare i
ricordi...
— No, non è stata Laura — disse Carafa — è stato Cesare che non ha voluto.
— Che tipo quella Laura — osservò Palliano, fermandosi dal passeggiare. — Ce
ne sono poche come lei.
— Mi piaceva meglio sua sorella: aveva un gran temperamento.
— Le donne di gran temperamento sono spesso noiose — dichiarò Carafa. —
Cesare doveva essere un marito molto seccato.
— Eh povera diavola, è morta — esclamò Palliano, più umanamente. — Ha tolto
le seccature a tutti quanti...
— E si è tolta la sua — osservò filosoficamente Giulio, guardando verso
l’arco nero del portone se qualcuno giungesse.
— Che mancassero all’appuntamento? — domandò Marco.
— Non sarebbe strano: non debbono avere una voglia matta di sposarsi.
— Affermo che le coppie più innamorate non hanno mai molta voglia di
sposarsi; lo affermo con prove e testimonianze.
— Ma sai che è di cattivo genere, parlar male del matrimonio, quando si è
scapoli?
— Toh! E sarebbe di buon genere che ne parlassi male tu, che sei ammogliato?
— Chi sta in convento, non ne dice i segreti — osservò Carafa.
— Ma tu, mio caro, quando parli male del matrimonio, sei un ingrato. Se vi è
persona che ha profittato della istituzione, in casa d’altri, sei tu.
— L’ho fatto per esser più fermo nelle mie teorie di celibato. Guarda Cesare
Dias, così egoista, così attento a non compromettere né la salute del corpo né
quella dello spirito, così attaccato alla sua libertà e alla sua serenità,
guarda che ne ha ricavato dal matrimonio?
— Due anni di tempesta e il suicidio della moglie, n’ha ricavato.
— Forse anche il tradimento.
— Non se ne sa nulla
— Nulla, nulla! Si è vendicata e ha fatto benissimo — concluse Palliano.
— Dal tuo punto di vista di scapolo, capisco che approvi.
— Ti assicuro che se si voleva vendicare con me, non lasciavo che si
uccidesse. Che sciocco, quel Luigi!
— Uno sciocco — ripeté Palliano.
Si fermarono, un momento, tendendo l’orecchio. Si udiva un rumore di
carrozza, da piazza del Gesù. Ma la vettura si avvicinò, passò innanzi al
portone del chiostro senza fermarsi e continuò per San Domenico Maggiore.
— Si fa tardi, perdio. Ma che fanno?
— Mah! Che fossero già in chiesa? Loro dentro e noi fuori?
— E starebbero chiuse le porte? Bel matrimonio, non c’è che dire.
— Proviamo a bussare.
Ma i due testimoni del matrimonio, per quanto cercassero sulla gran porta di
ferro della chiesa, non trovarono né un battente, né un anello, né un
campanello. Le loro mazzette eleganti erano incapaci di scuotere la ferrea
porta.
— Io direi, andiamocene — disse Palliano, scoraggiato.
— No, no, vi è un’altra porta.
— Sei pratico anche di chiese, tu?
— Una volta, una signora mi dava appuntamento qui, giusto per questa
comodità delle due porte. Anche il chiostro ha due porte: un’utilità
meravigliosa. Vieni, andiamo, pescheremo l’altra porta.
— Chi era questa signora? — domandò Palliano, mentre attraversavano il
chiostro.
— Una peccatrice, amico mio.
— Eh, lo credo!
— Le piaceva di complicare il pentimento e il peccato. Credo che chiedesse
perdono a Dio, prima e dopo.
— Non ci è male, è piccante. Avrei amato volentieri una monaca io — disse
vagamente Marco, guardando le finestre claustrate.
— Non vi sono più monache giovani; questo amabile sacrilegio è impossibile.
Ma anche la porta piccola della chiesa di Santa Chiara era serrata. I due
amici restarono in piedi, sugli scalini, guardandosi.
— Questo secondo matrimonio di Cesare produrrà un secondo suicidio, Giulio,
e sarà il mio — disse malinconicamente Marco.
— Infatti, la cosa manca di divertimento — rispose Carafa, annoiatissimo
anche lui, e incerto di andare o restare.
— Andiamo via, Giulio: o ascolta la confessione dei miei errori, perché io
muoio.
— Aspetta... vi deve essere, qui, un campanello.
E pazientemente lo andò cercando. Infatti vi era una catena di ferro, che si
perdeva nel bruno della muraglia. Giulio vi si attaccò; un suono squillante ne
uscì. Nessuno rispose.
— Qui non si sposa nessuno: qui vi sarà un funerale — mormorò Marco,
desolatamente.
Giulio suonò una seconda volta. Dopo un poco la porta stridette e si
schiuse, per uno spiraglio: apparve la scialba faccia del sagrestano,
illuminata da una candela stearica.
— Qui si sposa, eh? — domandò Carafa, facendo per entrare.
— Che volete? — chiese prudentemente il sagrestano, senza neanche aprire un
po’ più la porta.
— Non si sposano qui, stasera, il signor Dias e la signorina Laura
Acquaviva?
— Così pare.
— Come pare? Basta, noi veniamo per le nozze.
— E voi, chi siete?
— Siamo i testimoni.
— Testimoni?
— Compari, come volete voi: dobbiamo entrare.
— Adesso vado a domandare al parroco, aspettate un momento. E richiuse la
porta, con un rumore di catenacci, lasciando i testimoni sugli scalini.
— De profundis clamavi ad te, Domine... — disse Marco Palliano.
— La cosa manca assolutissimamente di ogni divertimento — confermò Carafa.
Ma non aspettarono più molto. Il battente della porta piccola di Santa
Chiara si riaperse, intieramente, e il sagrestano, riparando con la mano la
fiammella della candela stearica, lasciò passare i due gentiluomini nella
chiesa. L’ombra era profonda e solo di lassù, dagli alti finestroni che sono
una delle bellezze della magnifica chiesa, cadeva una fiochissima luce notturna
che non si diffondeva. Marco Palliano e Giulio Carafa si fermarono, interdetti,
turbati anche un poco dalla solitudine mistica di quel tempio, visto di notte,
deserto, come pieno di un sacro mistero.
— La cosa non manca soltanto di divertimento, manca anche di illuminazione —
mormorò Palliano, all’orecchio di Giulio Carafa.
— Stavamo meglio fuori — osservò l’altro.
Erano fermi presso l’altare della Vergine, una immagine assai chiara, come
slavata dal tempo e dalle lacrime, con gli occhi di un azzurro quasi bianco,
tanto dolenti. Il sagrestano guardava Carafa e Palliano, aspettandoli.
— Sagrestano, qui si sposa all’oscuro? O non si fa, questa sera, il
matrimonio?
— Si fa, si fa, un poco di pazienza.
— E allora perché non avete acceso le candele in chiesa?
— Perché non si celebra in chiesa, il matrimonio.
— Ah! e dove? Nel cortile?
— Nossignore: in sacrestia.
— E perché?
— Perché è tempo proibito, per le nozze. In sacrestia si dà solamente la
benedizione nuziale.
— Sarà una funzione brevissima?
— Pochi minuti soltanto.
— Ogni tanto l’uomo riceve una consolazione, nella vita — osservò Palliano.
— Così, ha detto il parroco, se volete venire ad aspettare in sacrestia, vi
potrete almeno sedere.
— E possiamo fumare, fare una partita alle carte? — domandò Giulio Carafa,
seriamente, al sagrestano.
— Nossignore, nossignore.
Si misero dietro a quell’uomo dalla faccia scialba, dal vestito nero, quasi
da prete, dal passo cauto di coloro che vivono sempre in chiesa; e la fiammella
vacillava, innanzi a loro, mentre essi camminavano piano, in punta di piedi,
col cappello in mano, in omaggio alla Divinità regnante nell’ombra. Passarono
innanzi alla cappella dove giace la santa regina che fu Maria Cristina di
Savoia: il cancello dorato della tomba scintillò.
Poi, sempre preceduti dal sagrestano, entrarono nella vasta sacrestia,
adorna di grandi armadi di legno bruno, dove erano conservati i paramenti
sacri. In fondo alla sacrestia vi era un altare di marmo color caffè e latte,
alquanto disadorno, ma innanzi al quale erano accese otto candele. Il parroco,
un grande prete alto e ossuto, dalle mani rosse e dal volto su cui era l’ombra
violetta della barba continuamente rasa, portava una cotta bianca a merletto
ricco sopra la tonaca nera e teneva sulla testa il berretto nero, a spicchi, il
soli Deo, che indica doversi togliere dal prete, soltanto innanzi alla
immagine della Divinità. Difatti il parroco non si cavò il berretto e non si
levò dal suo seggiolone di cuoio nero, quando entrarono i due testimoni; disse
soltanto, crollando il capo:
— Buona sera, buona sera.
Essi salutarono: restarono in piedi, mentre il sagrestano accomodava,
innanzi all’altare, quattro sedie e due cuscini di velluto rosso.
— Niente cuscini, a noi; o ingiustizia del fato! — esclamò, sottovoce, Marco
Palliano.
— Un’ora di ritardo: Laura e Cesare si saranno uccisi — disse, glacialmente,
Giulio Carafa.
Erano nello stato furioso d’ira fredda di due gentiluomini, che si sono
tolti ai loro piaceri, e ai loro amori, alle consuete distrazioni che diventano
poi le monotone distrazioni invincibili della loro esistenza; che sono venuti
per compiere un noioso dovere, ma che si esasperano, quando questo dovere si
prolunga sino al gran fastidio. In quei minuti di sdegno glaciale e represso, i
leggeri e ben poco saldi vincoli di amicizia si infrangono, e nel furore si
dice ogni più feroce infamia.
— Perché non vi sedete? — disse il parroco, tenendo le mani grosse, nodose,
rosse, incrociate sullo stomaco e guardando in aria.
— Aspetteremo molto ancora? — chiese Giulio Carafa.
— Per me, me ne sarei già andato — mormorò il prete — non sta bene, fare
aspettare il Padre Eterno.
— Capisci? — disse Palliano — abbiamo l’onore di aspettare insieme col Padre
Eterno.
Ma la campanella risuonò, nuovamente, e il sagrestano si avviò, ancora una
volta, con la sua misera candela stearica che metteva delle fredde scintille
sul pavimento di marmo della chiesa.
— Inginocchiamoci e ringraziamo il Signore che questi due si sono decisi a
maritarsi — disse, piano, Carafa — poteva darsi che avessero preferito... farne
senza.
— Come me, come me: per non fare aspettare i testimoni, capisci?
E scherzando atrocemente, osservavano il loro composto aspetto di giovani
mondani, correttissimi, sempre eleganti; mentre il parroco si era levato e
aveva fatto tre o quattro passi verso la porta, per andare incontro agli sposi.
Gli sposi arrivarono. Erano soli: e Cesare dava il braccio a Laura, tenendo
il cappello in mano e i guanti neri stretti nella mano. Laura era vestita tutta
di bianco, un vestito di grossa seta molle, corto, rotondo, molto attillato sul
busto snello e molto raccolto in semplici grandi pieghe dalla cintura in giù.
Nessun gioiello ella portava al collo, alle orecchie; non un braccialetto sui
sottili guanti di pelle bianca. E sul capo, sui capelli biondi, vaporizzati in
una bionda aureola intorno alla fronte e alle tempie, invece di portare il gran
velo bianco della sposa, fermato dal gruppo di fiori d’arancio, ella portava un
cappellino chiuso, bianco, di merletto, adorno di un gruppo di piccoli fiori di
mirto, bianchi. Portava, nelle mani, un libro di preghiere di velluto bianco e
si appoggiava al braccio di Cesare, con la sua consueta disinvoltura, non
eccessiva disinvoltura, perfettamente giusta. E il bianco volto su cui si
stendevano e più crebbero, durante la cerimonia, delle lievi tinte rosee, era
chiuso in un’espressione di assoluta indifferenza: non serenità, poiché non
ridevano i begli occhi azzurri, poiché la carnagione non aveva quella
trasparenza delle persone serene: indifferenza. E non era neppure eccessiva,
quella indifferenza: era così misurata, così giusta, che i due gentiluomini la
trovarono correttissima. In fondo, la sua indifferenza era l’aspetto di colei
che doveva trovare tutto ciò perfettamente naturale; tutto quello che accadeva
era per lei logico, razionale, infine ciò che doveva accadere.
Cesare Dias era vestito con lo smoking, con quella giacchetta che è
una falsa marsina, e che è anche il migliore abito estivo degli uomini mondani.
Portava una cravatta nera e delle perle nere agli occhielli della camicia; e
sullo smoking aveva il soprabito nero.
Il cappello era cinto sempre dall’alto crespo nero; neri erano i guanti.
Dunque egli non aveva fatto nulla di più per questa cerimonia nuziale: aveva,
con eccessiva trascuranza, conservato il suo abito troppo familiare, la marsina
di campagna, la livrea gentilomesca che si indossa di sera, da luglio a
ottobre. E aveva conservato, con molta cura, il lutto per la morte di sua
moglie, mentre Laura, vestita tutta di bianco, aveva tolto il lutto per la
morte di sua sorella.
Erano soltanto sette mesi, dalla morte: egli aveva ancora il lutto stretto.
In quanto alla faccia e alla persona di Cesare Dias, egli aveva sempre la
stessa figura nobile e fine, la stessa testa bella e consumata; più affilata un
poco, niente altro. Anzi quella serietà un po’ sarcastica che era stata
l’espressione dominante di quella fisonomia, il sorriso scettico e pure amabile
che ne aveva piegato gli angoli della bocca, così elegante nella sua linea,
quella durezza che trapelava, in certi momenti, come se il vero carattere di
quell’anima si rivelasse, tutto ciò si era trasformato, in una concentrazione
di tutto il viso, in un solo pensiero. Quale pensiero? Bene non si poteva
conoscere se fosse un pensiero triste, o grave, o lieto, o sdegnoso: era un pensiero
assorbente, ecco tutto. Lo sguardo, talvolta, pareva assente, non già partito,
no, ma rientrato in se stesso: la bocca era chiusa, sotto il morbido mustacchio
nero, dove ancora non appariva biancore; e dalla fronte, su cui appena si
diradavano i capelli, alla linea del mento, il volto era preso, assorbito da
questo pensiero. Pure, Cesare restava presente a se stesso, tranquillo, senza
un trasalimento di muscoli, senza un’ombra di sorriso, senza un lampo di luce
negli occhi: eppure, non triste, non lieto, non indifferente, ma pensoso,
pensoso in una intensità così acuta che tutta la vitalità morale di quell’uomo
pareva si fosse condensata solo in un’idea.
Sottovoce, presto, Cesare si scusò col parroco del ritardo, tenendo sempre
colei che doveva essere sua sposa, al braccio. Il prete, fattosi serio,
ascoltava, e pareva che aspettasse ancora, guardando il vano nero della porta
della sacrestia. Intanto la coppia si era avvicinata ai due testimoni e
scambiava i saluti.
— È una delle poche volte che giungo in ritardo — disse Cesare, mentre Laura
stringeva amabilmente la mano ai due amici, con una amabilità fine e misurata.
— Le spose non hanno l’obbligo di arrivare in tempo — disse Palliano, con un
inchino galante.
— Ho tardato io, non Laura: ella era pronta alle otto e mezzo — replicò
Cesare freddamente.
— Meglio tardi che mai — mormorò Carafa, accorgendosi subito, però, da una
lieve ombra apparsa sul volto di Laura, di aver detto una corbelleria.
Del resto, Cesare Dias parve non avesse inteso, Il parroco, messa una stola
luccicante di oro e di argento sulla cotta, e infilato al braccio un manipolo,
si era avvicinato.
— Dunque, non vengono? — disse, all’assorbito sposo.
— Chi?
— I parenti, gli invitati.
— Non deve venire nessun altro — rispose Cesare, duramente.
— Come, neanche il compare dell’anello?
— Neanche il compare dell’anello. È forse necessario?
— Lo faccio io, lo faccio io — proposero subito Giulio Carafa e Marco
Palliano, sentendo il crescente imbarazzo di quella scena.
— Loro sono i testimoni: e il compare dell’anello, se si vuole così, non
serve — concluse il parroco, senza insistere più, avviandosi verso l’altare.
Mentre Cesare Dias e Laura Acquaviva si avvicinavano all’altare, rimanendo
in piedi innanzi ai due cuscini di velluto rosso, il sagrestano aveva acceso le
altre candele; ma la sacrestia restava scuriccia, coi suoi alti armadii di
paramenti sacri, col suo gran tavolino dove si posavano i Messali, il calice
del Sacrifizio e le ampolline, col suo altare nudo, di un marmo volgare. Il
prete era salito sull’altare e il sagrestano l’aveva seguito, inginocchiandosi
sui gradini e pregando come il prete pregava, a capo basso. Laura aveva aperto
il libro di velluto bianco e leggeva correttamente le preghiere: Cesare stava
ad occhi bassi, in piedi col capo leggermente chino sul petto. I due testimoni
si erano accostati un poco agli sposi.
— Di’, Giulio — soffiò Marco nell’orecchio del suo amico — credi che Cesare
abbia fatto testamento?
— Non mi piace, Cesare — rispose l’altro, pianissimo.
Tacquero. Il prete aveva intonato la gran preghiera dei cristiani, il Pater
noster, che raccoglie tutte le aspirazioni, tutte le speranze, tutte le
invocazioni, che mette l’anima del credente alle ginocchia del Signore, che
mette la misericordia del Signore nell’anima del credente: e mentre le belle
parole latine risuonavano nella sacrestia, con l’ampiezza della pronunzia
sacerdotale, Laura, con la sua voce limpida e posata, ripeteva il Pater
noster piamente, senza slancio, piamente. Anche Cesare avrebbe dovuto dire
la preghiera che unisce i cuori, l’avrebbe dovuta dire, secondo il rito: ma
egli non lo conosceva quel breve rito della benedizione nuziale, in sacrestia,
senza messa, senza musica, senza padrino, senza la grande e nobile pompa
mistica. Pensava, invece di pregare: pensava a cose, certo, lontane da quella
chiesa e da quella funzione, poiché parve che non avesse neppure udito la
rituale domanda:
— Voi, Cesare Dias, volete per vostra legittima sposa la signorina Laura
Maria Acquaviva?
— Non rispose: non aveva udito. Laura lo guardò fisso e lo chiamò soltanto:
— Cesare!
E appena appena potendo nascondere la sua stupefazione, il sacerdote più
lentamente, guardando negli occhi lo sposo, gli chiese nuovamente:
Voi, Cesare Dias, volete per vostra legittima sposa la signorina Laura Maria
Acquaviva?
Cesare guardò il prete: poi disse, piano:
— Sì.
E un profondo sospiro gli uscì dal petto, non frenato, non represso, un
sospiro di affanno che scoppia.
— Voi, Laura Maria Acquaviva, volete per vostro legittimo sposo il signor Cesare
Dias?
— Sì — ella dichiarò, con un piccolo e tranquillo sorriso sulle labbra.
— Voi, Cesare Dias e Laura Maria Acquaviva, siete uniti in matrimonio: vi
benedico nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.
E mentre essi chinavano la testa, Laura profondamente prostrata con la
massima umiltà sul cuscino, mentre Cesare aveva soltanto piegato un ginocchio,
il prete pronunziò anche in latino la benedizione, facendo la croce in aria e
sulle teste degli sposi. Poi disse a Cesare:
— L’anello.
Quello lo guardò, trasognato.
— Cesare, l’anello disse Laura, quietamente.
Egli distese la bianca mano destra che aveva denudata dal guanto. Allora
egli si ricordò e cavò dal taschino del panciotto un cerchietto d’oro e lo mise
al dito anulare della mano bianca che aspettava: bensì, gli tremava la mano
così tanto, che due volte non giunse a mettere l’anello, mentre la bianca
manina restava immobile, aspettando. Pure, di quel tremito non si accorse che
la sposa: e il prete guardava, coi suoi occhi sorpresi, dove ora si mescolava
un senso di rimprovero, un’aria di diffidenza. Avrebbe voluto dire qualche
parola pia, spiegando che è l’unione coniugale sulla terra, e quali doveri
abbiano gli sposi, come si usa nelle più povere nozze. Ma gli sembrava, ormai,
un matrimonio così strano, quello fatto in quella forma clandestina, quasi
furtiva. Ah, tutte le carte erano in regola, il Santo Padre aveva mandato da
Roma la dispensa, perché erano nozze fra cognati: ma egli non aveva mai visto un
simile matrimonio. A che spiegare loro la mistica fusione delle anime e la
indissolubilità di ciò che Dio congiunse, e i doveri di tenerezza, di umiltà,
di misericordia? La sposa stava tranquilla, sul suo cuscino, senza un’ombra di
emozione sul viso: lo sposo giaceva inginocchiato, immerso nei suoi pensieri,
dimentico di quanto avvenisse intorno a lui: e i testimoni, probabilmente
stupefatti quanto il prete, conservavano il loro aspetto glaciale e paziente.
Allora il parroco, per licenziarli, incrociò le mani sullo stomaco. Laura
intese.
— È finita? — diss’ella.
— Sì.
— Ah, va bene.
E si alzò dal cuscino. Cesare non si mosse, pensando.
— Andiamo Cesare — suggestionò ancora lei.
E senza neppure fare il segno della croce, senza salutare l’altare, i due
sposi voltarono le spalle e si riunirono coi due gentiluomini testimoni, che si
congratulavano loro, con voce moderata e con una misurata riserva di
espressioni, mentre Cesare li ascoltava in silenzio e Laura rispondeva col suo
bel sorriso. Il parroco aveva smesso la stola e il manipolo, subito, quasi
lieto di aver finito: ma il sagrestano preparava qualche cosa, sul gran
tavolino della sacrestia. I due sposi si avviarono per uscire, seguiti da Marco
Palliano e da Giulio Carafa: ma il parroco li trattenne:
— E la firma? Non volete firmare?
Laura guardò Cesare, interrogandolo: che poteva ella sapere del rito
nuziale, quando non aveva, da fanciulla, mai voluto assistere a un matrimonio,
quando non aveva neanche voluto assistere al matrimonio di sua sorella? Lui,
Cesare, si era ammogliato una volta e doveva sapere: ma egli aveva l’aria di
aver dimenticato ogni altra cosa che il suo pensiero non fosse. Il grande
registro della parrocchia era schiuso e un calamaio di ottone era stato
preparato.
— Firma, Cesare — gli suggerì lei.
Egli si curvò e firmò lentamente, tagliando con un rigo della penna la fine
scrittura del nome e del cognome: poi, posò la penna nel calamaio, senza
rammentarsi che anche Laura doveva firmare. Con la sua bella disinvoltura, ella
prese da sé la penna e scrisse la sua prima firma di donna maritata: Laura Dias
Acquaviva, con una calligrafia leggiadra e ferma. Si risollevò con un moto
grazioso, offrendo la penna a Giulio Carafa. I testimoni apposero le loro firme
nel registro e tutto fu finito.
— Buona notte, signor parroco — disse Laura, prendendo il braccio di Cesare.
— Buona notte, signori — augurò il prete, guardando ancora questa bizzarra
coppia di sposi, senza compare, senza parenti, lo sposo in lutto e la sposa
senza velo bianco e senza fiori d’arancio.
Avanti a Cesare e a Laura andava il sagrestano, con la candela dalla luce
vacillante: in coda venivano Marco Palliano e Giulio Carafa. Attraversarono
così, in quelle ombre mistiche, la grande chiesa, non sino alla porta grande
che il sagrestano non voleva, forse, far la fatica di aprire, ma sino alla
piccola porta, che si richiuse sulle quattro persone, con uno scroscio di legno
e di ferro. I due coupés aspettavano nel chiostro, nell’ombra, che un
solo lampione non arrivava a diradare. La bianca figura di Laura, portandosi
seco il suo sposo, si avviò verso la carrozza, con quel suo attraente passo che
parea seguisse il ritmo di una musica: Carafa e Palliano li seguirono sino alla
carrozza e furono scambiate delle strette di mano. A un certo punto, la mano di
Laura che si stendeva a Giulio, s’incrociò con quella di Cesare che prendeva
quella di Marco.
— Non incrociamo — disse costui, che era pieno di superstizioni.
— Malaugurio, eh? — disse Laura, ridendo un poco.
— Non credete al malaugurio? — domandò, imprudentemente, Palliano,
pentendosi subito della domanda.
— Niente affatto — ella replicò, sedendosi in vettura.
— Tu parti domani, Cesare? — chiese Giulio Carafa, commettendo una seconda
imprudenza.
— Sì, parto.
— Per dove?
— Non so bene, ancora. A Roma mi deciderò.
— A Roma ci decideremo — corresse Laura, gentilmente.
— Già — approvò freddo freddo Cesare.
— Tornate presto?
— Verso gennaio, forse — rispose Laura, vedendo che Cesare non parlava e che
cercava delle sigarette, nel portasigarette.
— In un qualunque mese di gennaio, forse — soggiunse Cesare vagamente,
cercando adesso i fiammiferi.
— Buona notte e buon viaggio, allora — dissero i due, al rumore dello
sportello che si richiudeva, e cavarono il cappello agli sposi, mentre Cesare
già fumava.
Il coupé degli sposi voltò nel chiostro e sparve dopo un minuto.
Giulio Carafa e Marco Palliano si guardarono, nell’ombra, e si videro
sorridere.
— Hai visto mai nulla di simile?
— No, caro.
— E neppur io. Sei contento, dunque, di esser venuto?
— Contento. Abbiamo aspettato un po’ troppo, ecco tutto.
— Hai visto, come ci si marita presto?
— Ho visto.
— Non ti viene la voglia?
— Questa sera meno che mai.
— Non invidii Cesare?
— No.
— Vale a dire, che Laura non ti piace?
— Mi piace, ma non invidio Cesare.
— Non ti capisco.
— Oh mi capisci perfettamente.
— Forse... — disse. Giulio, riflettendo un poco. — Forse hai ragione. Povera
Laura, allora!
— Povera... e così resta inteso che non invidiamo Cesare e che compatiamo
Laura.
— Resta inteso.
— Dove ti porto? — domandò Giulio a Marco, entrando nel coupé.
— Da Lillina. Ho bisogno di dire delle sciocchezze.
— Beato te, che ne hai ancora una provvisione.
— È sempre la medesima: ma Lillina finge che siano delle sciocchezze nuove e
se ne stupisce, con una grande naturalezza.
— Che sollievo, poter dire delle corbellerie, mettere i piedi sulle
poltrone, le mani sotto le ascelle ed essere assolutamente ineducato — mormorò
Carafa, mentre tornavano verso Chiaia.
— Pensare che Cesare non sarà neanche maleducato
— Non sarà niente.
. . . .
. . . . .
. . . . .
.
I due sposi, avviatisi verso Toledo, non scambiarono una parola, per un
pezzo. Due o tre volte Laura s’inchinò verso Cesare, a guardarlo; ma egli aveva
gli occhi fissi nel vuoto e fumava. Pian piano Laura passò il suo braccio sotto
quello di Cesare e gli si accostò.
— Che hai, Cesare?
— Nulla.
— Ti senti male?
— Sto benissimo.
— Sei di cattivo umore?
— No, per niente.
— Sei di buon umore?
— No, per niente.
— E che sei?
— Indifferente, Laura.
Ella si arrestò un istante: e le fini sopracciglia si aggrottarono per un
istante.
— A che pensi?
— Che te ne importa?
— M’importa molto, dimmelo.
— Io non ti chiedo mai a che pensi, Laura.
— E fai male. Io sono la tua sposa: dovresti chiederlo.
Cesare tacque: e voltò la faccia in là, verso il cristallo dello sportello.
— Dimmi, Cesare, a che pensi?
— Ai fatti miei.
— Li voglio sapere.
— Quale puerile e inutile curiosità!
Ancora qualche minuto di silenzio. E poi una nuova domanda, desolata:
— Tu mi odii, Cesare!
— Io? No.
— Mi ami, allora?
Nessuna risposta: egli fumava.
— Dimmi se mi ami.
— Ho sempre creduto che tu fossi una donna di talento, Laura — le rispose
Cesare, glacialmente.
— Non lo credi più, questa sera?
— Se continui a farmi queste infantili domande, dovrò supporre che una
nuvola avvolga il tuo sereno cervello di Minerva.
— Minerva è sparita, la saviezza si è dileguata — disse ella sordamente.
— Peccato!
— Tu rimpiangi sempre il passato, Cesare: ciò è, per lo meno, scortese — e
già lo sdegno le fremeva nella voce.
— Scortese, forse: ma giusto.
— Meglio essere cortese e ingiusto: preferisco, preferisco l’ingiustizia.
— Anche tu vi eri nel passato, Laura.
— Maledetta l’ora di quel giorno e il minuto di quell’ora!
— Come tu vuoi — egli affermò, abbassando il capo, quasi annuendo alla
maledizione.
Ella torse le mani intorno al libro delle orazioni di velluto bianco; si
sentiva soffocare da una collera impotente. Ma cercò di reprimersi, poiché ella
sapeva bene quale fredda e irritante passività Cesare opponesse all’ira. Laura
stette qualche minuto in silenzio, per domare la burrasca della sua anima, per
ridare alla sua voce quella pura dolcezza incantatrice, che vinceva chiunque la
udiva.
— Perdonami, Cesare — ella riprese, umiliandosi, dolcemente.
— Non ho nulla da perdonarti — e un velo di tristezza corresse la durezza
della frase.
— Sì, ho bisogno del tuo perdono: sono così cattiva talvolta.
— Tutti abbiamo la capacità del male.
— Ti voglio troppo bene: ecco perché sono cattiva.
— Fai male, a volermi troppo bene.
— Faccio male? E perché?
— Perché questo bene è inutile, Laura: e perché è anche dannoso.
— Ma Cesare, Cesare, tu non intendi quello che dici!
— Mia cara, un po’ di calma. Sai che ho sempre odiate le scene; sai che,
purtroppo, non vi ho mai creduto, alle scene — e gli tremò la voce, a quel
ricordo — sai che ho i nervi scossi e che ho bisogno di una gran pace
esteriore. Tu mi vuoi bene? Commetti un errore: dai a te, a me, un dolore,
mentre, via, francamente, la nostra esistenza non ne ha nessuna necessità.
— Sei tu che la rendi truce, l’esistenza. Noi potremmo esser felici, adesso.
— Non siamo più capaci di felicità, Laura.
— Ma perché?
— Dunque vuoi torturarmi a forza? Vuoi a forza discutere, sentimentalmente,
tragicamente? È un errore, l’amarmi: io sono un uomo finito.
— Ma perché?
— Eh, se non lo capisci, è inutile discuterne.
— Tu bestemmi l’esistenza, Cesare.
— Non far della retorica, mia cara: e sovra tutto non farti illusioni, cessa
di amare questo cadavere.
— Ma tu non hai, dunque, né una speranza né un desiderio?
— Sì: l’ho un desiderio, lo sai.
— E qual è?
— Battermi in duello con Caracciolo: o ucciderlo, o farmi uccidere — egli
gridò, nello scoppio della sua idea dominante.
— Niente altro?
— Niente altro.
— E io?
Egli fece un gesto indeciso, senza rispondere.
— Ma tu non l’hai trovato, Caracciolo — ella riprese, ritornando alla
carica, più aspra, più feroce.
— È vero, non l’ho trovato. Ho viaggiato quattro mesi, dietro a lui, arrivando
sempre troppo tardi, in tutti i paesi dove egli era stato. Gli ho scritto,
dovunque: gli ho telegrafato, dovunque. A Firenze, dove egli era restato un
mese, sono giunto due giorni dopo la sua partenza, per ignota destinazione. Non
trovarlo, che spasimo, quando il solo ardente desiderio mio è di ucciderlo, o
di farmi uccidere da lui. Egli era partito, dietro a una duchessa... ho pensato
che era meglio tornare a Napoli, ad aspettarlo... ci verrà.
— Egli non è fedele alle tombe — esclamò lei, nel mortale sarcasmo della sua
gelosia.
— Sei infame... — egli le disse, in volto, lentamente, freddamente.
— Né tu potresti dargli lezione di fedeltà — ella gridò, cieca di collera.
— Ero ubriaco di gin, quella sera.
— Oh Dio, oh Dio! — e si nascose il volto fra le mani, alla terribile
ingiuria.
Erano giunti al palazzo di piazza Vittoria. Il coupé entrò nel
cortile e si fermò innanzi alla scala. Un nuovo portinaio salutò gli sposi,
senza sapere, forse, che venivano dal loro matrimonio. Laura, senza volgersi,
salì presto le scale, mentre Cesare la seguiva, più piano, strisciando sugli
scalini la mazzetta di ebano; il portinaio, dal basso, aveva fatto risuonare
due colpi di campana. Sopra, un servitore aveva schiusa la porta foderata di
panno rosso e sollevata la tenda di velluto. Era un nuovo servitore: anche la
cameriera che si presentò alla porta del salone era faccia nuova. Tutta la
servitù di casa Dias era stata cambiata, nell’assenza di Cesare, da Laura che
era rimasta padrona di casa: ed ella, audacemente, aveva anche licenziato
Stella Martini, dandole qualche migliaio di lire, e la vecchia istitutrice se
ne era andata piangendo, sentendo che la tragedia delle due case, Acquaviva e
Dias, non era finita. Laura aveva anche trasformata tutta la casa, lasciando
intatta solo la stanza di Cesare, lasciando serrata la camera di Anna e
portandone sempre la chiave addosso. Ritornando dal suo viaggio, Cesare era
ancora andato in albergo, al Bristol, non volendo ritornare alla casa di
piazza Vittoria, nell’orrore e nel rammarico del passato che vi si era svolto.
Venti volte, andando all’albergo, tentandolo, suggestionandolo, imponendo la
sua volontà alla passività pensosa di Cesare Dias, ella aveva voluto che egli
ritornasse alla casa di piazza Vittoria: ma egli aveva negato sempre con un
moto di ribrezzo. Eppure, in quella sera, compita passivamente la cerimonia
nuziale, in uno stato di raccoglimento e di distrazione dove, forse, viveva il
segreto desiderio di essere finalmente, dopo il matrimonio, lasciato in pace,
quella sera egli era venuto nel palazzo, senza fare difficoltà, senza avere
moti di ripulsione, come se fosse una cosa naturale, rientrando dopo sette mesi
nella casa della morte. In anticamera, ella lo sogguardò. Egli restava, col
cappello in mano e il bastoncino, guardandosi intorno: ella non osava
parlargli. Infine:
— Non entri, un poco?
— Se ci dobbiamo ingiuriare, no — egli rispose, con un moto di fastidio.
— Non più, non più — ella promise, lampeggiando trionfo dagli occhi. —
Vieni.
E lo condusse nel nuovo salone, che era l’antica stanza da pranzo. Tutto era
mutato, tutto: il colore dei parati, la forma dei mobili, le stoffe, i quadri,
persino i gingilli erano mescolati così amabilmente che era impossibile
riconoscerli. Si sedettero, uno di fronte all’altra: ella si tolse lentamente
il cappello bianco dai fiori di mirto e rifece un po’ la sua aureola di capelli
biondi, guardandosi in uno specchietto dalla cornice di argento. Poi, pian
piano, scivolò in ginocchio innanzi a Cesare, con un moto familiare di creatura
timida che chiede, nel medesimo tempo, perdono e protezione, appoggiandogli un
po’ la fronte sulle ginocchia. Lievemente egli le carezzò i capelli, in atto
d’indulgenza a se stesso e a lei: una carezza senza passione, senza entusiasmo,
senz’amore: ma conteneva dell’indulgenza, una segreta pietà di lei e di se
stesso. Ella intese bene: ma non volle rompere il piccolo incanto di quel
minuto di pace; e restò in ginocchio innanzi a lui, guardandolo negli occhi,
sorridendogli appena, tentando la suggestione della serenità. Non forse era già
molto che egli fosse entrato nella casa della morta, senz’avere un sol brivido
di dolore? Ella nulla aveva visto, su quel volto: e non vi vedea, ora, che un
desiderio di pace.
Ma la piccola carezza della mano di Cesare sui suoi biondi capelli, non
parve a Laura soltanto un segno di tregua: le parve, oltre la tregua, di
scorgervi non so quale dolcezza d’intenerimento. Serbando la sua aria di
creatura che seguita ad invocare un ideale perdono, ella prese una mano di
Cesare, e la portò alle labbra, baciandola fuggevolmente. Egli lasciò fare,
senza che la sua mano avesse un trasalimento: ed ella baciò ancora quelle dita,
lievemente, con una grazia infantile. Egli teneva gli occhi bassi, né si vedeva
niuna impressione sul suo volto: non era che stanco e pensoso. E di nuovo,
passando la mano che aveva liberata dai piccoli e fitti baci, sui biondi
capelli, egli le fece una malinconica carezza, dicendo:
— Poveretta...
— Tu mi compatisci? — ella chiese, inquieta, levando il capo.
— Sì, Laura: ho imparato a compatire.
— Perché mi compatisci?
— Perché hai un triste destino, figliuola mia.
— È quello che ho scelto io.
— Allora, ti compatisco, perché hai scelto male.
— Che importa? Ciò mi piace.
— Non può piacerti. Ah Laura, Laura, il criterio della vita non è il dramma:
poiché il dramma sconvolge l’uomo e lo gitta fuori della realtà: e nelle anime
che si sono innamorate del dramma, non entra già mai più la pace. Non hai visto
che è stato, questo nostro matrimonio?
— Che importa?
— Che strana e lugubre istoria, quella chiesa, nella notte, quella
benedizione sbrigata in cinque minuti, e quei due stupefatti testimoni, e noi
stessi, che cosa immensamente triste, ci pensi, Laura?
— Non importa: purché tu sia mio!
— Quale mediocre e fugace proprietà — osservò lui, con un sorriso ironico.
— Niente distrugge il fatto: tu sei mio marito — disse ella alteramente.
Era un errore, quell’alterigia: se ne accorse subito. Erano ambedue in tale
dura condizione di spirito che solo un’arte suprema di finezza, di delicatezza,
potea salvarli da un fatale dissidio. Ed ella, sì, possedeva gran forza: ma nel
suo selvaggio e imperioso cuore non fioriva la delicatezza, fiore delle anime
tenere e umili, rassegnate alla sofferenza, rassegnate al pianto. Si morse le
labbra, Laura: ma la parola era stata lanciata, tutto era inutile.
— Non ho potuto fare altrimenti — mormorò lui, giuocando col pomo della sua
mazzettina di ebano.
— Per forza, dunque? ella domandò, rialzandosi dalle sue ginocchia, restando
in piedi, dominandolo di tutta la persona.
— Non per forza: non mi hai trascinato all’altare, come una vergine del
medio evo; non ho risposto no al prete; e dunque, non per forza, ma per
necessità.
— Diversamente... diversamente, non mi avresti sposata?
Egli sentì vibrare tanto sdegno nella voce di Laura, e gli occhi azzurri di
lei lampeggiavano così, che volle evitare la imminente, furiosa scena.
— Laura, non parliamo più di ciò, finiamola...
— No, no — ella proruppe — parliamone: di che dovremmo discorrere? Nulla più
di questo interessa me, te... e vuoi tacere? Devi dire tutto... ora, lo devi
dire, capisci?
— Che esistenza! — mormorò lui, a bassa voce, desolato.
— Sei infelice, è vero?
— Infelicissimo, mia cara. Tu pure, del resto.
— Se... se non ci fossimo veduti, quella sera al Bristol, tu non mi
avresti sposata, eh? Per riparare l’errore, è vero? come si fa con una sciocca
fanciulla sedotta, nei romanzi! Perché sei un gentiluomo, non per altre ragioni
che per questo?
— Laura, smetti, o me ne vado.
— Che! Non ismetto: e non te ne vai! Se io non fossi caduta nelle tue
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