Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Castigo
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VI

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VI

 

Il giorno seguente alle sue nozze con Laura, Cesare Dias aveva ricevuto da Roma il seguente telegramma:

 

«Cesare Dias. NapoliApprendo soltanto adesso che mi cercate da molto tempo. Sono a vostra disposizione, qui, Hôtel EuropeLuigi Caracciolo».

 

Cesare Dias aveva immediatamente risposto:

 

«Luigi Caracciolo. Hôtel Europe, RomaParto oggi stesso, aspettatemi domattinaCesare Dias».

 

Così, dopo aver letto il dispaccio esplicito di Caracciolo, dopo avergli risposto, Cesare Dias ebbe il senso che tutto fosse oramai deciso, nella sua vita: e che l’ultimo problema fosse risoluto. Risoluto, come? Chi sa? Non gl’importava. Assai aveva vagabondato il suo spirito, dopo la morte di Anna, quasi sfogando tutto il bisogno imperioso di fantasticare che in ognuno esiste e che gli uomini aridi reprimono, ignorando il grande pericolo di queste soffocazioni: ma nelle torbide evoluzioni della fantasia, ma nelle tetraggini della immaginazione che fu colpita da un tragico aspetto, egli aveva conservata l’idea precisa, chiara: la insopportabilità del tradimento di Anna — e insieme con questa nitida idea, la sola, l’assoluta necessità della vendetta contro chi lo aveva tradito. Che gli premeva, dunque, la forma come si sarebbe risoluto il problema? Aveva ritrovato Luigi Caracciolo, il solo uomo che lo interessasse, nel mondo: fra un giorno, fra due, al più tardi, avrebbe tenuto il suo nemico, il suo avversario, innanzi a sé, l’arme alla mano, volendo ucciderlo, o ben deciso a farsene uccidere. Tanto ribrezzo, un tempo, aveva avuto della morte, Cesare Dias! Il suo delicato e scellerato egoismo non aveva temuto che questa terribile cosa, la morte, non vivere più, non vedere più lo spettacolo delle bellissime cose umane, non godere più, cedere alla fossa, alla putrefazione, ai vermi, a questa fine sporca e ignobile. Ora, questa segreta e persistente paura, o piuttosto questo ribrezzo della morte era sparito da lui: e senza chiederla, senza invocarla, egli le andava incontro, a questa morte, senza gioia e senza spavento, trovandola una soluzione naturale. Oh certo, certo, era meglio poter mettere la propria spada nel petto di un uomo come Luigi Caracciolo, quando quest’uomo aveva stretto al petto sua moglie: era una voluttà intensa veder fuggire, da una piccola ferita, tutto il sangue e tutta la vita di un nemico — ma il colpo di spada che avrebbe potuto ucciderlo, lui, Cesare, gli sembrava un mezzo così tranquillo di uscire da tutte le sue miserie spirituali e dalle torture di una esistenza in comune con Laura! Uccidere Luigi, che infinita, inebbriante soddisfazione, è vero: ma dopo, che avrebbe fatto della sua vita, Cesare, trascinando tutto l’irrimediabile turbamento di una doppia tragedia, portandosi accanto il testimonio vivente del passato, sentendo ogni giorno farsi più aspra la lotta fra loro due? E non sapea più, Cesare Dias, quale fosse più saggia, la risoluzione del problema: né vi si fermò più, volendo lasciar fare al destino. Egli aveva chiesto al destino di trovargli Caracciolo: ecco, era trovato. Bastava. Che era il resto? Il resto era silenzio.

Nella mattinata, senza neanche occuparsi della sua seconda moglie, anzi, evitando di chiederne conto, egli fece i suoi bagagli e scrisse un biglietto a Giulio Carafa di venire, per due giorni a Roma, con Marco Palliano, poiché egli aveva un affare con Luigi Caracciolo e desiderava che si compisse con la massima segretezza, quindi non voleva affidarsi a qualche gentiluomo romano, suo amico.

Li pregava con termini così urgenti, che Giulio Carafa, malgrado il disturbo che gli recava questa gita a Roma, nell’ottobre, intesa la gravità della domanda, scrisse a Cesare che lui e Palliano sarebbero partiti la sera per Roma e che speravano poter accomodare la faccenda. Di rimando, egli ringraziò: ma pregava, senz’altro, pregava che il suo affare con Caracciolo non fosse accomodato per nulla; essi dovevano capire che non si trattava di una lite al giuoco, di un urtone sul campo delle corse: era un fatto serio, inutile di raccontarlo, lo conoscevano, dovea finire soltanto con un duello. Giulio Carafa rispose sta bene. In tale scambio di lettere e in altre piccole faccende da sbrigare, nel lacerare una quantità di carte, nello scrivere una lettera testamento al suo uomo di affari, Cesare consumò la sua mattinata. Non avea chiuso occhio, dopo la tormentosa veglia con Laura e alle sette del mattino era giunto il telegramma di Caracciolo: pure, si sentiva benissimo. Andò alla sala d’armi a tirare di scherma, col suo maestro, avendo ripreso questa consuetudine quotidiana, da qualche tempo: aveva il braccio fermo e il polso molto svelto. Assolutamente tranquillo. Uscì di , era il tocco: aveva detto a casa di portargli il bagaglio alla stazione e pensò di non rientrare più, andando a far colazione al Caffè d’Europa, evitando così d’incontrare Laura e di avere con lei un’altra spiegazione. Tranquillissimo. Qualche amico gli si accostò, non sapendo se condolersi con Cesare del lutto ancora recente, o del nuovo matrimonio recentissimo: egli non era apparso in pubblico che due o tre volte, in quei sette mesi, attraverso i suoi viaggi, e di lui si avevano bizzarre notizie, come estremamente bizzarre erano quelle di Luigi Caracciolo: e gli amici non sapevano che contegno tenere: era certo che Cesare Dias avesse sposato sua cognata? Alle vaghe parole egli rispose vagamente, dicendo subito che ripartiva, che decisamente trovava Napoli troppo noiosa, mettendo il discorso sui pettegolezzi altrui, facendoseli narrare lungamente, ascoltandoli con quella fine voluttà dello scandalo, che era stato uno dei suoi più squisiti piaceri. Dal caffè, dove aveva fatto colazione, andò alla stazione. Il diretto partiva alle tre e dieci: mancavano solo venti minuti e già il suo servo aveva preso il biglietto, aveva messo i bagagli in uno scompartimento di prima classe, vuoto. Tutto andava benissimo, dunque: egli partiva in quel momento, i testimoni partivano la sera e all’indomani mattina si sarebbero incontrati, tutti tre, e i due sarebbero andati da Luigi Caracciolo. Si era al giovedì, sette di ottobre; il venerdì sarebbe passato nelle trattative e il sabato, meno male, si sarebbe potuto fare il duello. Era, così, perfettamente tranquillo.

Non desiderava altro, adesso, che restare solo in quella carrozza di prima classe, sino a Roma. Era un viaggio breve, il treno era direttissimo: ma aveva sempre odiato i compagni di viaggio, amici, conoscenti, estranei: non aveva mai voluto nessuno con sé. Diceva che il viaggio è la liberazione, è l’oblìo, è l’infrangimento di tutti i legami sociali, è quell’inebbriante senso della solitudine fra la folla, è la felicità di essere estraneo e sconosciuto, fra estranei e fra sconosciuti. Mai aveva voluto nessuno e mai aveva voluto portare con sé Anna, nel tempo del loro matrimonio: le donne sono così fastidiose, così poco graziose, in viaggio! Questo desiderio di solitudine gli si ravvivava, in quel breve tragitto che lo portava al suo supremo destino: e nei cinque minuti che precedettero la partenza del treno, egli ebbe quell’impazienza e quell’ansietà di chi vorrebbe dare la propria magnetica volontà alla immobile macchina. Già, già si chiudevano gli sportelli, fra i fischi della vaporiera e Cesare Dias respirava, fiducioso di essersi liberato da qualunque noiosa compagnia, quando una signora si presentò, guardò nello scompartimento e visto Cesare, vi salì leggermente, sedendosi in un angolo, mentre il facchino disponeva le sue valigie. Era Laura. Cesare ebbe tale un moto di disgusto, di seccatura, di immenso fastidio, che ella lo guardò un minuto, fissamente, come per invitarlo a essere più educato.

Andiamo — egli pensò, fra sé — la tranquillità è finita.

Ma Laura sembrava tranquillissima. Il suo vestito da viaggio era di una eleganza raffinata, tutto era corretto e intonato in lei, dalle scarpette al velo del cappello, dalla cintura da viaggio alle sue valigie orlate d’argento, cifrate: dietro il suo velo bigio, non tanto fitto, si vedeva un viso roseo e riposato. Si muoveva, aggiustando le sue cose, sedendosi meglio, accomodando la tendina del suo sportello, con tale una grazia e un’armonia che quella creatura dava il senso dell’equilibrio.

Pure, Cesare non si lasciò prendere a questa esteriorità così attraente e placida, sotto la quale egli conosceva bene quale ardore cupo, quale imperiosa volontà si celava. E subito si decise a non lasciarsi attraversare il cammino da Laura, si decise a infrangere la volontà di lei, per la seconda volta, a costo di qualunque sforzo. Ma era così serena, lei, mentre aveva aperto un volume di Henry Gréville dalla copertina rossa, un qualunque romanzetto che ella leggeva attentamente! A poco a poco, come il treno accelerava il suo cammino, Cesare sentiva calmarsi quel movimento di grandissima noia, che gli aveva procurato la presenza di Laura, e vi subentrava una di quelle determinazioni fredde e implacabili di non cedere, di vincere l’ostacolo, se ella fosse un ostacolo, magari calpestandolo. Egli leggeva dei giornali, ma poco badava alla lettura, mentre Laura, assai metodicamente, voltava le pagine del mite romanzo della scrittrice francese. Ed era passata almeno un’ora di viaggio, quando ella abbassò il libro e quietamente, come se nulla fosse, gli rivolse la parola:

Vai a Roma?

— Io? Si. E tu?

— Anch’io — e sorrise. — Prosegui?

— Certamente, no. E tu?

— Io neppure — ed ella sorrise.

Ognuno dalla sua parte riprese la lettura: ma Cesare era disattento e si voltava spesso a guardare la campagna napoletana, già un po’ triste, in quel pomeriggio di autunno. Assorbendosi nei suoi pensieri ogni tanto trasaliva all’idea che Laura si sarebbe frapposta fra lui e Luigi Caracciolo: e immediatamente aveva bisogno di pensare che avrebbe spezzato qualunque opposizione. La sogguardava. Sapeva ella del telegramma di Caracciolo, della risposta, del duello? Se sapeva, perché era venuta quando le donne hanno l’assoluto obbligo dell’astensione in queste gravi circostanze? E se non sapeva, perché lo aveva seguito? Era dunque decisa ad attaccarsi a lui, per sempre, non disgustata della sua freddezza, delle sue preoccupazioni, di quel suo naufragio nel passato? Ma quale era il pensiero segreto che si agitava dietro quella bianca fronte di donna? Adesso, mentre egli guardava la campagna che già perdeva tutto il verde, ella aveva posato il libro di Gréville sulle ginocchia ed era tutta raccolta, con gli occhi bassi dietro il suo velo. Fu lui che avviò di nuovo il discorso:

Dove scendi, a Roma?

Mah... dove scendi tu — e fece un atto di leggera meraviglia.

— Mi perseguiti, dunque? — egli disse, sorridendo d’ironia.

— Niente: ti seguo soltanto.

— Vuoi fare per forza un viaggio di nozze?

— Niente, niente; non faccio che andare dove tu vai.

— Ti accorgerai che il viaggiare in compagnia è assai noioso.

Cercherò di annoiarti il meno che sia possibile — ella rispose semplicemente.

— Quante volte l’intenzione ci tradisce!

Vedrai, che non ti seccherò.

— Io ho i miei affari, Laura, a Roma.

— Io te li lascio fare.

— Molti affari.

Va bene. Quando sarai libero, starai con me.

Affari gravi.

Spero di non esserti, in essi, d’imbarazzo; e se posso aiutarti...

— No, no, non puoi aiutarmi... — mormorò, placato da quella schietta tranquillità, sebbene non rassicurato.

— Come ti piacerà — e si rimise a leggere, molto quieta.

Così il loro viaggio proseguì senz’altre spiegazioni. Le parole di Laura, semplici e quasi affettuose, come quelle di una donna che ha preso il suo partito, gli avean fatto una grande impressione: ma non era lei la medesima donna, dalle passioni profonde e celate, dall’animo fiero, quasi selvaggio, che non conoscevatenerezzapietà? La bionda e rosea viaggiatrice, dalla voce limpida e posata, era proprio la donna che egli aveva veduto, in quelle notti fatali, contorcersi nello sdegno e nella disperazione? Ah! egli lo sapea bene che le donne sono capaci di tutte le trasformazioni: e forse Laura potea anche, volendo, diventare una creatura dolce e indulgente. Così pacata, mentre, forse, ella sospettava che egli si andasse a battere? Dissimulava dunque, con quella intensità di dissimulazione, per cui ella aveva potuto vivere due anni accanto a sua sorella amandone il marito. E a malgrado della apparenza mite e placida, a malgrado dei semplici discorsi rassicuranti, egli la guardava, sospettando. Quasi quasi avrebbe preferito che ella gli parlasse con asprezza, che gli domandasse conto di questi gravi affari, perché egli, almeno, avesse potuto ripeterle, ostinatamente ripeterle, che non voleva essere disturbato, che voleva essere libero. Ma ella nulla chiedeva più: e quando, a Ceprano, egli le domandò se volesse qualche cosa, ella accettò di fare una passeggiatina di cinque minuti, per la stazione. Camminarono avanti e indietro, senza darsi il braccio; risalirono in vagone, mentre già, nel crescente crepuscolo autunnale, si accendevano i lumicini fiochi nelle carrozze del treno. Ed egli ritornò, fatalmente, sull’argomento:

— Che farai, domani e dopodomani?

— Sono per questi due giorni, i tuoi affari?

— Forse si prolungheranno... ma domani e dopodomani sono preso.

— Ti aspetterò all’albergo; leggerò: starò al balcone, a veder passare la gente.

— Mi pare che questa parte di Cenerentola ti convenga poco — osservò lui.

— Ogni parte è conveniente, quando si fa con piacere.

— Mi prometti, dunque, di lasciarmi in libertà?

— Te lo prometto.

— Di non voler conoscere quel che debbo fare?

— Certamente.

— Di non ostacolarmi, se vieni a saperlo?

— Te lo prometto.

Un silenzio. Era notte. E Cesare fu convinto che Laura sapesse perfettamente che egli si doveva battere con Luigi Caracciolo; fu convinto che ella mentiva, tutto, che non una parola, non una espressione sua, in quel viaggio, era vera: fu convinto che ella aveva un progetto. Ma si erano parlati molto esplicitamente due volte: ella aveva promesso, avrebbe mantenuto. Così come la sera d’autunno cominciava, intorno a quel treno fuggente a traverso la campagna romana, non scambiarono più una parola, seduti l’una di fronte all’altro: lei con le mani appoggiate sul libro aperto, che per l’oscurità non poteva più leggere: lui, fumando silenziosamente, guardando fuori, dal cristallo, nelle ombre dove la rocca di Velletri si aderge, fra i lumi dell’ampia strada che vi sale, nel deserto di quelle immense pianure che contristano il più indifferente viaggiatore, tanto la sterilità è superiore alla fecondità, tanto la morte delle cose è superiore alla vita delle cose. Tacquero tre ore, quei due viaggiatori: ognuno era immerso nei propri pensieri, preso dal proprio mondo interiore, non ricordandosi, Cesare, neppure più della presenza di Laura.

Due o tre volte, in quell’ombra che aumentava, ella si piegò un poco, verso lui, quasi dubitando che egli dormisse: egli non si accorse di ciò. Tre ore di un silenzio profondo e di immobilità, da cui venne a scuoterli solo quel concerto di fischi acutissimi che annunzia l’arrivo a Roma, e il gran rumore del treno che entra sotto la tettoia: e i due tristi pellegrini scesero insieme, tacitamente facendosi portare all’Hôtel de Rome, dove Cesare era conosciuto, perché vi andava sempre. , all’albergo, intesero subito che era un viaggio di nozze, malgrado che i due viaggiatori non si parlassero e non si sorridessero.

— Una grande stanza sul davanti? — domandò il segretario, avviandosi.

— No, due stanze da letto e un salottodisse, subito, Cesare.

Ella non fiatò, il suo volto nulla espresse. Conservava la sua disinvoltura, la sua scioltezza: un po’ più fredda, soltanto. Nel treno pareva avesse maggior tenerezza.

— Fra mezz’ora, ti vengo a prendere per pranzare — si licenziò così, Cesare, dopo averla accompagnata nella sua stanza.

Va bene — ella rispose senz’altro.

Quando egli ritornò a bussare alla sua stanza, la trovò già vestita con un altro vestito, tutta fresca, sempre più rosea fra l’aureola bionda dei capelli. Scesero nella sala da pranzo: non vi era nessuno, erano già le nove, quella sala mancava di gaiezza, sotto i lumi a gas di cui erano abbassate le fiammelle, con quelle tavole sparecchiate, su cui era distesa soltanto la tovaglia bianca e posava l’oliera, nel mezzo, senza un tondino, senza una forchetta. Un cameriere in marsina, ma sonnacchioso, sollevò la fiammella di uno dei lumi e servì loro, con una lestezza di uomo che vuole andar a dormire, il pranzo monotono e scialbo della tavola rotonda. Essi parlavano piano scambiando solo qualche rara parola, come se temessero di far troppo rumore, in quell’albergo già tranquillo per la notte, in quella parte del Corso di Roma, dove finisce il poco rumore della vita serotina romana. Era il loro primo pranzo da sposi, da soli, lontani da Napoli e da ogni suo ricordo: e parlavano sottovoce, guardandosi con indifferenza, per chiedere del pane, del vino, per dire che i piselli al burro non erano buoni. Le tende di velluto rosso parean nere in quelle penombre del salone da pranzo, e la gran macchia bianca della tovaglia spiegata sulla mensa, era di un effetto bizzarro. Pranzarono presto: aveva fretta, il cameriere: ed essi, non avendo né fretta, né voglia di allungare il pranzo, obbedirono passivamente alla premura di quell’uomo. Laura non si turbava. Usciti da quel salone, Cesare le disse, nel corridoio vetrato che gira intorno al cortile dell’albergo:

— Che vuoi fare, ora?

— Quello che tu vuoi.

— Io esco: debbo cercare qualcuno. Tu, sarai stanca. Leggi un poco e poi va’ a letto.

— Sì. Buona notte.

— Ci vedremo domattina. Buona notte.

Ella risalì le scale, senza voltarsi indietro. Quando fu fuori, Cesare percorse il Corso due volte, su e giù, sospirando di sollievo, finalmente solo. Era tardi, il Corso era spopolato: ma egli vi passeggiò, fumando, sentendo aumentare la intima soddisfazione della sua solitudine, sentendosi perduto fra la rara gente che passava, sconosciuto fra sconosciuti, e assaporando tutta la voluttà di questi minuti d’isolamento e di annichilimento. Un saluto in quel momento, lo avrebbe turbato. Camminando, pensava quali sarebbero stati i padrini di Luigi Caracciolo. Non avrebbe fatto nessuna difficoltà; il telegramma parlava chiaro: Luigi stesso doveva desiderare questo duello. Difficoltà sulla scelta delle armi, neppure vi potevano essere. Egli, Cesare, era l’offeso: e sceglieva la spada. Era l’offeso: si batteva perché sua moglie era andata in casa di Luigi: forse, colà lo aveva tradito: ma non importava il forse, anche la legge gli avrebbe dato ragione, l’apparenza del tradimento vale il tradimento. L’uomo, incatenato all’ultima fede della sua esistenza, poteva dubitare della infedeltà di Anna: il marito dovea credere all’infedeltà. E distratto per poco dal viaggio, dalla compagnia di Laura, egli, adesso, nelle ombre delle vie di Roma, era ripreso dal suo pensiero dominante, tarlo sottile della sua anima. Come si trovò, senza che vi volesse andare, in piazza di Spagna? Cantava a voce bassa la fontana della Barca e la magnifica piazza era perfettamente solitaria, dal palazzo di Propaganda Fide e via del Babuino, dalla scala della Trinità che si perdea misticamente e poeticamente nelle tenebre, a via Condotti vividamente illuminata e deserta. Perché egli entrò nel portone dell’Hôtel d’Europe? L’avversario non va a cercar l’avversario, mai, quando l’indomani deve mandargli i padrini, ha annunziato l’invio: è scorretto. Ma non avea la forza di rientrare a casa, senz’essere certo che l’introvabile Luigi Caracciolo era veramente , a Roma, all’Hôtel d’Europe e che il telegramma non era una mistificazione. Scorretto, sì, perché se lo avesse incontrato, il suo avversario, quale imbarazzo, quale posizione grottesca!

Alloggia qui, il conte Caracciolo? — chiese al portiere, che era in fondo all’androne e che leggeva un giornale nel suo casotto di legno e cristalli.

Nossignore, non vi è un Caracciolo, qui.

— Ne siete certo?

Legga la tabella dei viaggiatori.

Era sospesa al muro: e molti cartellini bianchi indicavano che l’albergo era mezzo vuoto. Solo nell’inverno, è pieno di inglesi e di americani. Lesse in fretta Dias, temendo di essere sorpreso in quella lettura: e non vi era il nome di Caracciolo. Ma, fremendo già di collera per il destino che si allontanava, Cesare rilesse e si fermò al nome del conte di Mileto.

— E questo signore qui, il conte Caracciolo; è scritto col suo titolo.

Il portiere fece un lieve atto di scusa.

— È da molto tempo qui?

— Da quindici giorni.

Grazie — e voltò le spalle per andarsene.

— Il signore non lascia una lettera, una carta?

— No, cercherò lui, domani.

— Perché il conte di Mileto aspettava una visita... una lettera, e mi ha detto di portargliela, dove egli si trovava.

— Al Circolo della caccia?

— No: da sua Eccellenza la duchessa di Cleveland, qui presso, nella palazzina.

Ah! capisco. Ma non vi debbo lasciare nulla. Non gli dite nulla. Gli farò una sorpresa domani.

Se ne andò lentamente, a capo basso, rasentando il muro. Passando innanzi alla palazzina, dopo la scala della Trinità, accanto all’Hôtel de Londres, levò gli occhi al primo piano, di cui due balconi erano illuminati da una bizzarra luce rossastra. Luigi Caracciolo era colà, presso una donna, una straniera. Non gli avevano detto, anche a Firenze, che era partito dietro a una inglese? Egli ripensò amaramente che Caracciolo non era neppure fedele a una tomba, un anno, il tempo del lutto. Pensò che neppur lui, Cesare, era stato fedele a quella tomba. Pensò, infine, che Anna, forse, non era stata fedele, trovandosi sulla soglia della morte; e la inconsolabile amarezza del tradimento, che egli non poteva sopportare, accompagnò nuovamente il notturno viandante di Roma.

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Giulio Carafa e Marco Palliano, verso le undici, si fecero annunziare a Cesare Dias: erano scesi all’Hôtel de Rome, anch’essi. Erano ambedue gravi, senza neppure quella vena di segreto buon umore che li aveva aiutati nella strana cerimonia del matrimonio notturno: le due lettere di Dias e il ricordo di tutta la tragedia di sette mesi prima, venuta adesso a una nuova soluzione tragica, avevano vinto la loro naturale tendenza a burlarsi d’ogni cosa. Sentivano di trovarsi in una circostanza difficile e dolorosa; e Marco Palliano che per un poco aveva pensato di portare seco Lillina, per distrarsi, trovando sempre Roma opprimente, ci aveva rinunziato, innanzi alle rimostranze di Carafa.

Come li vide entrare nel salotto, Cesare andò loro incontro, li ringraziò, con una forte stretta di mano.

— Sicché, ci siamo? disse Giulio Carafa, sedendosi.

Parlate piano: vi è Laura, nell’altra stanza.

— Come, Laura? — domandò Palliano, stupefatto, ma sottovoce.

— Ti porti appresso la moglie in questi affari?

— Io? Io? È qui, perché ci ha voluto venire — disse Cesare, frenando la voce e il fastidio.

Impedirglielo!

Impossibile: l’ho trovata sul treno.

— E sa niente? — disse Carafa impensierito.

— Lo ignoro. Non mi ha detto nulla. Suppone forse.

— Sarà un grave imbarazzomormorò Carafa.

Vedrai che t’impedirà di battertisoggiunse Palliano.

— Questo duello non l’impedisce né lei, né nessun altro, né il Padre Eterno, in cielo.

— Eh, le donne fanno e disfannoribatté Palliano.

Probabilmente ella mi lascerà fare — osservò Cesare.

Laura?

Senti, è proprio una cosa irrevocabile? — disse, dopo un minuto di silenzio, Giulio Carafa.

— Oh, è inutile parlarnedisse Cesare, levando la testa, turbato da quella domanda.

— Non t’irritare, ti prego, Cesarecontinuò Carafa, seriamente. — Lo so che siamo giunti qui per un affare gravissimo, ma poiché ci hai dato la grande prova di amicizia di eleggerci tuoi rappresentanti, ebbene, possiamo parlarti da amici. Credi tu, per aver le prove di un fatto, che Caracciolo ti debba una soddisfazione?

Così direttamente amara, quella domanda, al cuore di Cesare!

— Non parliamo di ciò, Giuliodisse, con una voce velata di emozione. — Non potrei risponderti nulla.

Cesare, le hai, queste prove?

Giulio, mi vuoi rappresentare?

— Sì, ti voglio rappresentare: ma non voglio condurti a un pericolo grave, forse senza motivo. È dovere di amico, è obbligo di gentiluomo.

Cesare, se non hai le prove, fai un disastrosoggiunse Palliano.

Sentite, amici — egli li pregò, pallido, agitato così, che non pensava a moderare più la voce — io non posso dirvi nulla: non mi chiedete niente; io ho le prove e non le ho; io credo e non credo; e sovra tutto, io non posso raccontarvi, lo sapete, sono cose che non si raccontano neppure al più intimo amico, che non si dicono neppure a se stesso. Io so una cosa soltanto: che mi debbo battere con Luigi Caracciolo, domani.

I due si guardarono. Li vinceva l’emozione di Cesare, ma Carafa volle dire tutto.

Perdona, ma vi è un’altra cosa. Purtroppo, sette mesi fa, si fece un gran rumore intorno a quel fatto: e... permetti, molte persone non credettero, come io non credo... a ciò che tu supponi. Non ti pare, adesso, che tutti hanno dimenticato, di risollevare tu quel rumore e di dare... tu, tu soltanto, una certezza?

— Non m’importa nulla — egli ribatté, ostinato, implacabile. — Capirai, peggio di quel che si disse allora, e che ragionevolmente si disse, è impossibile che si dica ora. Non importa! Chi può accusare un uomo che vendica il suo onore? Mi accuseranno di averlo fatto troppo tardi; ma non è colpa mia.

— Ma molti non credono a quest’offesa, Cesare! — esclamò Carafa.

— Ci credo io e basta.

— Ma tu offendi così la memoria di una sventurata che è, per me, una innocente.

Doveva morire in casa mia, perché io la credessi innocente! — egli gridò, disperato, rivelando tutta la sua collera gelosa, tutto il suo dolore di uomo tradito.

I due padrini nulla risposero, pensando che essi avrebbero fatto come Cesare.

Va bene, dunque — soggiunse, dopo un poco, Carafa. — E se Luigi non si vuol battere?

— Oh si batterà! — disse Cesare, con un sorriso di sicurezza.

Prevedi il caso che si rifiuti.

— Non si può rifiutare: non si rifiuterà.

Andremo verso il tocco, ci vedremo alle tre, per darti una risposta, qui dirimpetto, al Caffè di Romaconcluse Carafa.

Così, si separarono, senz’altro.

Rimasto solo, Cesare passeggiò su e giù per quel salotto di albergo, infastidito della sua strettezza, poiché l’agitazione del suo spirito avea bisogno di quel moto impetuoso e pure macchinale, per avere uno sfogo, per dare un ritmo, una misura all’ondeggiamento dei suoi pensieri. Malgrado che aspettasse qualche discussione, le parole di Giulio Carafa lo avevano turbato profondamente: ma era così incrollabile la sua decisione che egli non poteva, no, discutere la innocenza di sua moglie, che egli doveva ritenersi offeso e tradito. Che importa? Era sconvolto. Una bocca umana, una bocca di onesto uomo, di gentiluomo, gli aveva detto che riteneva Anna innocente. Sconvolto! Dovea battersi, questa sola necessità lo dominava: ma vi era chi credeva sua moglie innocente. Dio, che sconquasso nello spirito, quali alternative di scetticismo, di tenerezza, di cinismo, di fiducia, di sconforto, quali ribellioni sorde e tetre contro questo castigo che lo colpiva, dove più avea peccato, arcanamente giusto e pure crudele! Ed era così che si preparava, lui, Cesare Dias, a un duello in cui aveva bisogno di tutta la sua calma? Guardò l’orologio: erano le dodici. Bussò alla porta di Laura: ella aprì subito. Così floridamente bionda nel suo gentile vestito del colore dell’eliotropio, così serena nei grandi occhi azzurri, nella bianca fronte che pareva non avesse avuto mai una sola cura! Gli sorrise: gli stese la mano: egli la prese, senza stringerla.

Buon giorno, Laura. Stai bene, hai passato una buona notte?

Grazie: ho dormito perfettamente, sto benissimo. E tu?

Benissimo.

— Sei pallido, però.

— Ho delle noie.

Raccontamele, Cesare.

— A che serve?

— Come ti piace — ella disse, sorridendo.

— Che fai, oggi, Laura?

— Nulla: ti aspetterò.

Fatti servire la colazione qui, se vuoi.

— Sì; tu esci?

— ... sì, debbo uscire.

— Ti batti domani, è vero, Cesare? — ella domandò, ravviandosi con le dita i capelli biondi.

Egli si voltò, vivamente, mentre se ne andava.

Domani? Non lo so.

— Mi prendi per una bimba? — ella disse, con un sorriso sprezzante. — Perché vuoi nascondermi tutto?

— Non so nulla, Laura.

— Se lo saprai, più tardi, me lo dirai?

Lascia stare, Laura.

— Me lo puoi dire: vedi che non t’impedisco.

— Te lo dirò.

— Ah va bene — e parve soddisfatta.

— A rivederci, Laura.

— A rivederci, Cesare.

Ma prima di uscire, ricordandosi di una cosa, Cesare tornò indietro e le disse, arricciandosi macchinalmente i mustacchi:

— Tu hai tolto il lutto?

— Sì.

— E perché? Non è passato un anno.

— Sei mesi bastavano: poi, sono maritata.

— E il mio lutto anche sei mesi lo porterai?

Cesare! — ella gridò.

Ma si pentì subito. Gli stese la mano, per salutarlo. Era serena, di nuovo. Egli se ne andò.

Liberato di Laura, uscendo di casa, Cesare Dias pensava che sarebbe stata una cosa savia andare a far colazione, tutto solo, da Morteo, o anche allo stesso Caffè di Roma, dove, alle tre, lo avrebbero raggiunto i suoi padrini. Entrò, anzi, da Morteo, ma fatto il giro delle sale, tutte piene di gente che mangiava rumorosamente fra quell’odore permanente di burro soffritto che esalano queste osterie piemontesi, in tanta festa mattinale della voracità umana, l’idea di sedersi in mezzo, di restarvi un’ora, fermo, di mangiare una di quelle immense costolette alla milanese, o uno di quegli omerici ossobuchi, gli dette tale e tanta ripugnanza che andò via, subito, come se fosse andato colà solo a ricercare un amico. Tornò indietro, a piedi, entrò nel Caffè di Roma: vi era poca gente, la luce bigiastra d’una triste giornata dell’autunno romano si faceva più triste, in quella specie di cripta: e dover restar , da due o tre ore, fra quelle barbe grigie di banchieri tornati a Roma prima dell’inverno, e fra quelle figure scialbe e inespressive di deputati ministeriali, venuti a sentire il verbo governativo, per la politica invernale, dover restare, quando tutti se ne sarebbero andati, fermo a un tavolino, tre ore, no, ciò non poteva essere, non ci resisteva. Sovra tutto, non avea fame: come nel giorno in cui era morta Anna. Anzi, questa ripugnanza al cibo lo colpì: si batteva l’indomani: era, forse, presagio di morte.

Savio sarebbe stato, per un uomo che dovea tenere una spada in mano, l’indomani, e giuocare con essa la vita di un nemico, mentre la punta della spada nemica giuocava con la sua, di vivere come tutti gli altri giorni, mangiando, bevendo, dormendo, anzi dandosi a una vita vegetativa, assolutamente, senza pensare più, senza più fantasticare, senza ricordare il passato, senza interrogare l’avvenire. Ma come nella giornata in cui aveva riportato a casa la sua donna morta, per la seconda volta, nella sua vita, egli avea perduto quel perfetto dominio dei suoi atti materiali, che era stato la grande sua forza. Quando rimise il piede sul Corso, uscendo dal Caffè di Roma ebbe, anzi, il senso di una dedizione completa e si lasciò andare a quello che gli imponeva una oscura e autonoma volontà. Voleva, questa ignota voce della coscienza, che egli andasse in giro, dovunque, fino all’ora che Giulio Carafa e Marco Palliano sarebbero ritornati a cercarlo: sovra tutto muoversi, camminare, farsi trascinare in carrozza, in quello stordimento benefico del movimento a piedi o in vettura, in quell’ondeggiamento dei muscoli e dei nervi che appaga, alla superficie, tutti i profondi e insanabili turbamenti dello spirito.

A San Silvestro prese una carrozza; era quasi il tocco, in quel momento, forse, i due padrini si preparavano ad andare all’Hôtel d’Europe. Disse al vetturino di condurlo a una passeggiata, nei quartieri nuovi di Roma. E quello, voltando per via della Mercede, per i Due Macelli, per piazza Barberini, cominciò la peregrinazione per quelle grandi e melanconiche strade fra l’Esquilino e il Viminale, attraverso quelle immense caserme di sei piani, bucate da innumerevoli finestre, attraverso quelle file di botteghe, alcune chiuse, alcune aperte solo per vendere i generi di prima necessità, cioè botteghe dall’aria meschina e povera, attraverso quelle file di acacie grame e mal fiorite, attraverso quei caffettucci adorni di due tavolini di ferro e di due piante d’oleandro appassite, attraverso quei marciapiedi che erano percorsi da gente tutta di un colore, impiegati, mogli d’impiegati, serve d’impiegati con bambini d’impiegati, salvo qualche figurina signorile di dama che passava in coupé, che si recava a uno dei villini di piazza Indipendenza e che leggeva, per non vedere le volgari brutte vie attraversandole anche lei, come Cesare, col ribrezzo che danno gli aspetti brutti e volgari. Su tutte queste vie Principe Umberto, Principe Amedeo, Curtatone, Palestro, Gaeta, tutte eguali fra loro, incombeva un cielo assolutamente bigio e l’aria era pregna del tristissimo scirocco romano, malore dello spirito quanto del corpo. La vettura trabalzava sui ciottoli, onde erano sparsi questi vasti viali attorno al mastodontico palazzo delle Finanze, che sembra la tomba del denaro italiano: o roteava nei binari del tram che va da via Nazionale a piazza Termini; o sordamente rumoreggiava sullo sterrato fangoso e polveroso. Sempre li avea trovati odiosi, quei quartieri nuovi, Cesare: ma quel giorno gli sembravano abbietti: gli sembrò che, nella loro abbiettezza, fossero abitati da una folla volgarmente misera, grottescamente infelice, folla stupida, meschina e brutta, degna di soffrire le sue sciocche miserie in quell’ambiente di barocchismo moderno a base di economia, degna di moltiplicare tutta la propria meschinità e la propria povertà in onta della società moderna. Quando fu in via Viminale, disse al cocchiere di condurlo in Roma vecchia, di nuovo. E costui sboccò ancora a via Nazionale, scese, passò innanzi alla esposizione dei quadri dove nessuno andava, percorse ancora piazza Venezia e il Corso e si fermò a piazza Colonna per interrogare quell’ostinato passeggiatore.

Va’ fuori portadisse Cesare.

— Quale porta?

— Quella che tu vuoi: porta del Popolo.

Aveva detto a caso, così. La carrozza filò, passò oltre l’Hôtel de Rome, attraversò la seconda metà del Corso verso il Popolo, rasentò il Pincio, uscì fuori la porta, lasciò a destra Villa Borghese e infilò la via Flaminia. Tutta fangosa e solcata da tali ruote di carri che la carrozza vacillava nei solchi: da una parte e dall’altra, sino all’Arco Oscuro, passata la vigna di Papa Giulio, qualche osteria, qualche locanda di carrettieri, lungo i Parioli che giravano a bordeggiare i prati dell’Acqua Acetosa, lungo la pianura verde e bassa che, a sinistra, declina verso il Tevere. Su il cielo, visto assai più ampiamente che sui quartieri di Roma nuova, dove ne appariva una striscia, era di un bigio eguale, una sola nuvola lo copriva tutto, senza che si chiarisse di più, allo zenit, senza che si oscurasse ai lembi dell’orizzonte, come il segnale della tempesta: un bigio uniforme e fermo che pareva chiuso, dovunque. Niuna nebbia sulla campagna, malgrado la imminenza del fiume, che veniva da Tor di Quinto e se ne andava alla via Trionfale; ma più forte il fiato avvolgente dello scirocco che guasta il sangue, sconforta e deprime i nervi, e avvelena l’anima. Veramente, la via Flaminia che conduce a Ponte Milvio, non aveva passeggiatori a diporto quel giorno: solo, ogni tanto, passavano dei carri di pozzolana, col carrettiere sdraiato bocconi sul colmo della montagna di terra nera, gli eterni, monotoni, lugubri carri di terra bruna che pare abbian preparato la rovina della fortuna di questa terza Roma, nella follia edilizia onde fu presa. Passava anche il tram fra porta del Popolo e Ponte Molle: ma vuoto. Cesare fumava: ma a un certo punto, spenta la sigaretta, non curò di riaccenderla, ma ne cavò un’altra dal portasigarette. La carrozza, passando sul Ponte Milvio, ebbe un moto di barchetta e si fermò. Il fiume si vedeva, ampio fra Tor di Quinto e i Parioli, sottile e sinuoso fra la Farnesina e l’Albero Bello. Cesare saltò dalla carrozza, nel gran piano erboso di Ponte Molle, onde si partono quattro o cinque vie. La più larga, ombrosa, è quella a sinistra del viandante, che viene da Roma e che se ne va lungo il fiume, sinuosamente.

— Questa è via Angelica, è vero? — chiese al cocchiere, indicandogliela.

— Sì, signoria.

Va verso Roma?

— A San Pietro.

— Ho capito. Quanto ci si mette, a piedi?

Mezz’ora, a buon passo: tre quarti, piano piano.

— E tu, tornando indietro, quanto ci metti, a San Pietro?

Mezz’ora, signoria.

Va’ ad aspettarmi a San Pietro.

Il cocchiere lo guardò un po’ meravigliato. Il passeggiero era vestito di nero, girava da un’ora, in carrozza, senz’avere requie: pareva pensoso e distratto molto: erano al fiume: e volea restar solo. Quante figure, così, hanno condotto fuori porta, alla campagna o al fiume, i vetturini romani, e giammai queste figure rientrarono più nella augusta città, madre di tutte le indifferenze! Cesare intese subito: prese del denaro dal portafogli e lo diede al vetturino:

Va’ ad aspettarmi a San Pietro — gli ripetette.

Costui prese i quattrini e non disse altro, voltando immediatamente la testa del cavallo verso Roma. Cesare si mise lentamente per via Angelica, sotto i grandi alberi, lungo la bassa proda erbosa che scende al Tevere. Quel vetturino aveva creduto che egli si volesse uccidere e tremava, non per la sua vita, ma per i suoi denari. Ma non pensava al suicidio, Dias: aveva desiderio di camminare assolutamente solo, fra la campagna e il fiume, in quella strada che si ricordava di aver percorsa, una volta, qualche anno prima, vagamente se ne ricordava: e un più segreto desiderio lo teneva di trovare, fra la Farnesina e il Monte Mario, il posto dove battersi, l’indomani. Via Angelica era perfettamente deserta.

Cesare si fermò, acuendo gli occhi verso quei vasti prati della Farnesina, su cui sovrasta il fiero e triste Monte Mario, coronato di cipressi: ma a traverso gli alberi folti e radi che costeggiano la via Angelica, egli vide una pianura rada e nuda, senza che un boschetto o un rialzo di terreno potesse nascondere agli occhi dei curiosi, coloro che si dovean battere l’indomani. D’altronde, nella mattinata, i prati della Farnesina sono percorsi continuamente da coloro che vanno al tiro a segno: ed è un fragor sordo e interminato di schioppi, nella campagna silenziosa. Quello non era un posto possibile. Del resto Luigi Caracciolo avrebbe scelto due padrini romani, costoro avrebbero trovato il giardino di una villa, il cortile di una fattoria, la spianata di una fornace di mattoni, dovevano esser pratici di questi posti. Così, camminò ancora, inclinando lentamente verso la sponda del fiume, dove i piccoli salici nerastri piegavano sull’arena gialla, e gittavano un’ombra sulle flave acque fuggenti del Tevere; e andava raccolto, finalmente solo, finalmente libero di abbandonarsi a tutta la tortura interiore della sua gelosia, rinnovellata, infiammata, che domandava la umana e necessaria vendetta del sangue...

Quando levò gli occhi, a un gomito della via che piega verso Roma, vide una figura di donna camminare piano, lungo la siepe alta che divide la campagna triste, che va lentamente ascendendo verso Monte Mario, dal viale di porta Angelica. Era una signora ed era sola. Aveva un passo lieve il cui rumore si spegnea completamente sulla terra molle della strada: mentre il sottile piede si levava, senza che lo stivalino nero di capretto fosse deturpato da una sola macchia di fango. La signora era vestita di un abito di lana grigia, la cui tinta smorta era simile al colore di quella gran nuvola che chiudeva tutto il cielo romano: e la gonna, diritta, cadente sino ai piedi, si apriva, orlata di un fine galloncino di argento, sopra un lembo di gonna di seta, grigia, dello stesso identico tono; sul basso del vestito, attorno al collo, attorno ai polsi, erano otto o dieci giri sulla morbida lana grigia, di galloncini d’argento, come se si trattasse di un’argentea collana che discendesse sul petto, come se si trattasse di bizzarri braccialetti d’argento che risalissero verso il gomito: e un più largo gallone di argento le cingeva la vita. La signora portava un cappellino piccolo di trama d’argento, su cui posava un mazzettino di edelweiss, di un grigio di argento, e sotto il quale si rilevava, sulla fronte, l’onda dei capelli neri: mentre, sulle spalle, era gittata una casacca di lana grigia tutta ricamata di argento e foderata di petit-gris. Cesare guardò la signora, vedendone solo la figura alle spalle, e gli parve di riconoscere quella persona non grande, ma snella, quella snellezza piena di giovanile seduzione, quel passo molle e pure leggero. Dove, dunque, aveva visto quella donna e la sua attraente persona, e quella andatura piena di attrazione? Certamente egli la conosceva bene; a ogni passo ne ricordava un movimento, una linea; era lontana da lui, molto più innanzi, dall’altro lato della via, ma egli sentiva di conoscere quella figura sempre più. Abbandonò la sponda del fiume, seguendo la sconosciuta più direttamente: affrettò il passo, quasi la raggiunse, proponendosi di oltrepassarla, per poi voltarsi e guardarla in viso. Ma non ebbe bisogno di completare questa manovra, così comune a coloro che seguono una donna: al rumore che egli fece, per raggiungerla, la signora si volse e lo guardò bene, un momento.

Così Cesare Dias vide i neri capelli di sua moglie morta, sollevati com’ella era consueta di acconciarli: vide la breve fronte di sua moglie morta e i suoi grandi occhi neri, così dolci e così fieri: vide la stessa linea di quel profilo giovanile; vide, sovra tutto, la bocca fresca, rossa, ricca, schiusa come il fiore di melograno di sua moglie morta; e ne vide la persona, l’aria, l’andatura, le piccole mani guantate, i fini piedi calzati di nero, e vide, infine, tutta sua moglie che andava per via Angelica, sola, vestita con squisita e artistica eleganza, sola, camminando così leggermente che sembrava non toccasse terra. Sulla deserta e taciturna campagna romana, sui bruni e taciturni salici delle sponde, come sugli alti e tristi cipressi di Monte Mario, sul gran fiume giallo che dalle gialle sponde veniva verso la città, incombeva la serrata nuvola bigia, bassa e opprimente; e lo scirocco era nell’aria. Cesare si avanzò due volte, per rivedere il viso di quella signora: ed ella, quietamente si rivolse, due volte, a guardare lo sconosciuto che camminava dietro a lei. I capelli, la fronte, gli occhi, la bocca, la persona, tutto rivide, due volte dopo la prima, ed erano quelli di Anna, sua moglie.

Allora, Cesare si mise a seguire passo passo quella signora, sotto l’alta siepe spinosa di cui l’autunno faceva agonizzare il verde: ed ella molto tranquillamente andava verso Roma, senz’affrettare il passo per quell’uomo che le veniva dietro, rialzando, ogni tanto, con un moto grazioso la giacchetta ricamata d’argento sulle spalle, levando gli occhi ora sul fiume roteante in tanti piccoli gorghi ora sulla campagna solitaria. Cesare non si rendeva conto assolutamente di nulla, salvo della figura muliebre che camminava innanzi a lui, e che egli doveva seguire. La signora si fermò a un certo punto, e scosse il lembo della sua gonna di lana, che si era impolverato: Cesare si fermò anche lui, aspettando che ella riprendesse la sua strada, riprendendola subito dopo lei. Un carro di pozzolana passò, piegandosi verso lei, ed ella si scansò, lo lasciò passare: Cesare la imitò in tutti i suoi movimenti. Di nuovo, via Angelica divenne deserta: la signora, verso destra, guardava i comignoli delle fornaci di mattoni di Valle d’inferno, e Cesare fissò anche lui la lunga e stretta valle, profonda, dalle casupole rosse. Si avvicinavano alla città, adesso, qualche persona appariva, dei muratori passavano, portando pietre e calce alla caserma dei carabinieri che già sorgeva da terra, ai Prati di Castello: e già nell’aria, il torrione di Castel Sant’Angelo signoreggiava, col suo angelo che sembra un colossale pipistrello, già la cupola bigia di S. Pietro appariva dietro le alte mura merlate della porta Angelica. Quella strana coppia di lenti camminatori, uno avanti, l’altro dietro, aveva fatto voltare più d’uno, ma anche sul marciapiede che è prima della porta, la signora conservava quel suo passo leggero, quasi sorvolante sulla terra: mentre Cesare sentiva crescere in sé un senso acutissimo di pena fisica, temendo di vederla sparire. Difatti nel vicoletto che gira alle spalle del porticato di S. Pietro, la signora sfiorò il muro e scomparve. Affannatissimo, Cesare si slanciò dietro a lei, ma non la trovò, mentre dall’alto della sua carrozza, il suo vetturino, non poco sorpreso di rivederlo, gli diceva:

— Eccomi, signoria.

Cesare lo fissò, non intendendo nulla, non ricordandosi più dell’appuntamento che gli aveva dato: e senza rispondergli, sbucò nella immensa piazza San Pietro, dove alti salivano nell’aria i piumetti d’acqua delle due fontane, dove alto si ergeva l’obelisco, e il cielo grigio, unito, chiuso, bene si intonava con la gran massa grigiastra del porticato e della chiesa. Dove era la signora? Dispersa, scomparsa, dileguata come un fumo sottile. Egli errò due o tre volte per la piazza, mentre il vetturino lo sorvegliava alla lontana. A un tratto, Cesare rivide, piccola, bigia, sugli scalini che conducono alla chiesa, la figura femminile: e di lontano gli pareva voltata verso lui, gli pareva che lo chiamasse, che lo invitasse a seguirla ancora. Tenendo gli occhi fissi su quell’immagine che pian piano, adesso, ascendeva gli scalini, egli corse per raggiungerla, attraversando metà della piazza così disperatamente che arrivò a raggiungerla, mentre ella entrava nella grande chiesa, dalla porta di mezzo. Ella doveva conoscerla la gran casa di Dio, vuota, fredda e sonora, poiché, presa l’acqua santa dalla conca di porfido che un angiolone di marmo sosteneva, fatto un segno di croce e un profondo inchino, senza guardare le colonne, senza guardare le statue, senza guardare le cappelle, senza leggere le iscrizioni, si avviò per la navata di destra e andò ad inginocchiarsi sullo scalino di marmo, innanzi al meraviglioso cancello di bronzo che chiude la cappella e la tomba di Giulio II, il fiero Papa. Attraverso i bizzarri ornati del cancello, tutto a fantastici fiori e a fantastiche foglie, si vede la cappella ampia e nuda, con l’altare senza paramenti sacri, senza ceri: sovra un lato si vede un sarcofago di bronzo come un giaciglio di metallo, sovra cui dorme il fedele e terribile Papa italiano, statua bronzea, forte come egli fu. La signora inginocchiata, appoggiava la fronte al cancello, e la sua figura bigia restò immobile, come se ogni moto di quell’anima si fosse raccolto nella preghiera o nella meditazione. Tenendo il cappello in mano, a tre passi di distanza, Cesare aspettava, come se egli fosse il cavaliere di quella dama, il cavaliere soggiogato e paziente: e non pregava, non aveva fatto il segno della croce, non aveva preso l’acqua santa, era soltanto per aspettare quella donna non intendendo assolutamente null’altro. Difatti, ella si levò: restò un minuto in piedi, col capo abbassato, fece ancora il segno della croce, e, senza voltarsi, senza guardar Cesare, se ne andò difilata, rialzandosi la giacchetta sulle spalle, come se avesse freddo. Uscì dalla chiesa, discese gli scalini, lentamente, mentre si accostava un equipaggio a due cavalli, un bellissimo equipaggio che un servitore in livrea schiuse, mentre ella vi saliva, leggermente. Non parve forse a Cesare, fermo sugli scalini, che ella lo chiamasse ancora, che gli dicesse, guardandolo, di seguirla ancora? Mentre l’equipaggio della signora voltava verso la via di Borgo, egli si gettò nella sua carrozza, e disse al vetturino:

Segui, a distanza, quella carrozza.

Nell’equipaggio che andava al trotto di due bei cavalli sauri, Cesare non vedeva adesso che la calotta di stoffa d’argento di quell’assai strano cappellino e una grossa treccia nera raccolta sulla nuca, alla maniera antica, e l’alto colletto grigio della giacchetta tutto ricamato di argento. In carrozza, la signora non si era voltata più: immobile; così attraversarono tutta la via Borgo, piena di botteghe di rosarii e d’immagini sacre, con la sua grande aria di strada clericale; quando la carrozza voltò sul ponte Sant’Angelo ed egli era ancora lungo il Tevere, egli, di lontano, rivide ancora il volto di sua moglie morta, incorniciato dall’onda dei capelli neri, sormontato da un mazzetto di edelweiss di un grigio d’argento. La carrozza si mise per Tordinona, e Cesare, sempre seguendola, raccomandava al cocchiere di tenere la distanza: quanto più si appressavano al centro di Roma, tanto più allo stato di stupefazione di Dias si sovrapponeva uno stato di crescente agitazione, come se, dileguandosi quasi la parte fantastica di quell’avventura, entrando in una realtà più verosimile e più prossima, rinascesse più vigoroso il turbamento umano in lui, la sofferenza delle fibre, lo strazio dei nervi eccitati. Quando giunsero ambedue in via Fontanella di Borghese, egli pensò di far alzare il mantice della propria carrozza, per nascondersi, tanto gli sembrava che tutti lo vedessero seguire quella dama fredda e superba nel suo equipaggio, come un innamorato non corrisposto, come un amante geloso; poi si vergognò egualmente del suo cocchiere. L’equipaggio dei sauri passò in via Condotti; si fermò prima al palazzo Torlonia, in via Bocca di Leone, dove la signora, cavate due carte di visita da un porta-biglietti di stoffa d’argento, le consegnò al guardaportone in gran livrea; poi si fermò un’altra volta all’angolo fra via Condotti e piazza di Spagna, dove da una venditrice ambulante di fiori la signora comprò una bracciata di rose thea, non ancora bene sbocciate. Infine, l’equipaggio si fermò innanzi alla palazzina di Piazza di Spagna, fra la scalinata della Trinità dei Monti e l’Hôtel de Londres. La signora discese con un piccolo salto: senza voltarsi, sparve sotto l’androne e l’equipaggio, voltando subito, sparì per via San Sebastianello, la via che va al Pincio. In un minuto non vi fu più né signora, né fiori, né carrozza: sfumata ogni cosa. Ma troppo la crudele realtà urgeva i sensi e il cuore di Cesare, perché egli si fermasse alla fantasmagoria di quella apparizione e di quella sparizione. Lasciando la carrozza, dando dell’altro denaro al vetturino, presso la fontana della Barca, andò difilato dal portiere della palazzina:

Riceve Sua Eccellenza la duchessa di Cleveland?

— Non riceve.

— Ma è in casa?

— Sì: è rientrata adesso: ma non riceve.

Grazie — e si allontanò.

Lei, la duchessa di Cleveland, la dama straniera presso cui Luigi aveva passata la sera, il giorno innanzi, quella che egli aveva seguita partendo da Firenze, quella presso cui stava a Roma da quindici giorni, lei! lei! lei! E quando, riuscito il facile stratagemma per conoscere il nome della dama che egli aveva seguita, fu diventato certezza il dubbio che da dieci minuti scatenava in lui tutte le furie gelose, una tal fiamma di gelosia partì dal suo cuore avvelenato e si dilatò tal fiamma di gelosia per tutte le vene che egli si sentì ardere in ogni fibra da una collera mortale e da una gelosia mortale. Laggiù, nel triste, nel bigio, nel fantomatico ambiente della campagna romana, fra la pianura deserta e il lugubre fiume, egli che non credeva ai fantasmi, aveva potuto credere a una allucinazione morbosa del suo spirito; , in quella chiesa dove quella donna si era inginocchiata a pregare, a parlare al Signore, egli aveva potuto credere per un minuto che Dio avesse permesso allo spirito di Anna di riprendere la sua forma: ma qui in città, dove la dama lasciava delle carte, comprava delle rose thea, rientrava nella sua palazzina in piazza di Spagna, come una reale e vivente duchessa inglese, qui non vi era il fantasma fugace, non vi era l’immagine ritornata dalla tomba; vi era una donna identica alla sua e che Luigi amava come aveva amata l’altra. Oh, lo sdegno gli faceva perdere la ragione, pensando a questo postumo oltraggio, quest’oltraggio che si prolungava oltre la tomba! E che importava a lui, Cesare Dias, se la duchessa fosse un’ombra o una femmina viva, che gli importava se ella venisse dal mondo dei fantasmi o semplicemente dall’Inghilterra, che gli importava se ella avesse l’anima di Anna Dias o semplicemente quella di Hermione Darlington, duchessa di Cleveland? Ella aveva il corpo, la persona e il volto di sua moglie morta, ne aveva l’aria, il passo, i gesti e forse, forse anche la voce, così identici che la rassomiglianza stupefaceva e terrorizzava: e Luigi le era intorno da tre mesi, Luigi la perseguitava dovunque, Luigi l’amava, perché ella era, nella figura, la stessa Anna; Luigi lo tradiva anche dopo la morte di Anna, Luigi lo vilipendeva, lo offendeva nell’onore, più amaramente, più vergognosamente, più turpemente.

Chi era costei? E che gli faceva, a lui, chi fosse costei, un’ombra, una morta risorta, un’anima trasmigrata, una immagine riprodotta, una donna qualunque, una gran signora, un’avventuriera, una creatura folle o savia? Per Luigi e per lui, quella era Anna: e inutilmente, inutilmente su Anna Dias era discesa la lapide della tomba, inutilmente per l’amore e pel dolore, inutilmente per l’onta e per la gelosia, poiché quella duchessa, per loro due, era Anna e poiché, ambedue, fremevano di passione e di gelosia, per Anna. Ah, egli l’aveva ben seppellita la bella infedele, e aveva udito cadere su lei la pietra sepolcrale e se ne era andato, pensando che ella non poteva offenderlo più con la infedeltà; ma ecco che attraverso la primavera dolce di Firenze e nell’autunno triste di Roma, di nuovo il tradimento rinasceva, più velenoso, più feroce, più terribile, e per questo insopportabile, insopportabile! Le ombre non lo sgomentavano. Cesare Dias non era né un sognatore, né un nevrotico, né un debole fanciullo; gli era insopportabile il fatto, il fatto della infedeltà di Anna, presso alla morte, gli era insopportabile questo secondo, inesplicato, inaudito fatto, quella immagine femminile che gli rinnovava il tradimento: con quella persona la infedeltà atroce, insopportabile, rinasceva: ecco.

Aveva fatto, camminando in fretta come un uomo agitatissimo e preoccupatissimo, due o tre giri, fra piazza di Spagna, il Babuino, via dei Condotti, senza sapere dove andasse, urtando la gente, che si adirava contro questo pallido signore vestito di lutto, che aveva l’aria così folle: poi un’idea gli attraversò il cervello. Cavò l’orologio. Erano le tre e mezzo; Giulio Carafa e Marco Palliano dovevano aspettarlo da mezz’ora al Caffè di Roma. Vi andò camminando come un uomo che corre al suo migliore destino. Entrò: girò le due sale. Non vi erano ancora. Fossero venuti? Ne chiese a un cameriere. Due gentiluomini, così e così? No, non erano venuti. Si sedette in un angolo oscuro, donde, però, si vedevano le due porte; prese un giornale, ma le lettere nere ballavano innanzi ai suoi occhi. Il suo sangue tumultuava. Marco Palliano e Giulio Carafa arrivarono tranquillamente verso le quattro meno un quarto, si sedettero accanto a lui, chiesero del cognac e dell’acqua di soda, si lamentarono di aver fatto una pessima colazione, credendo che egli fosse in istato di intendere questo comune principio di conversazione. Cesare li guardò così meravigliato, che essi lo guardarono meravigliati. Che aveva, dunque, questo Dias? Si era battuto tante volte, senza mai perdere il sangue freddo, anzi, dando l’esempio di una correttezza squisita; giusto ora, era così sconvolto.

— Dunque? — egli chiese, con gli occhi lucidi.

Portata la sfidadisse Giulio, sorseggiando la sua bibita.

Accettata?

Accettata.

— Ah! — e un così profondo sospiro gli sollevò il petto, liberato dalla paura che Luigi avesse fatto delle difficoltà.

— Quando, domani? — chiese subito dopo.

— Che furia! disse Palliano, sorridendo. — Debbono giungere i padrini, da Firenze. Questo non è un duello, è un’emigrazione, è un viaggio di circolazione, è uno chassez-croisez di

gentiluomini, è il pianto di venti gentildonne italiane.

— Chi sono i padrini?

Pietro Tornabuoni e Giovanni Firidolfi.

Pietro lo conosco: e tu? — chiese Cesare a Giulio.

— Anche Firidolfi conosco io: ma meno. Sono buoni padrini, ci intenderemo presto.

— Per domani, per amor di Dio! — pregò Cesare.

— Quelli arrivano alle nove, da Firenze: pranzeranno. Li vedremo a mezzanotte. Per le condizioni, forse, sarà facile: ma il posto? Siamo tutti di fuori Roma.

Sentite disse Marco Palliano — ho qui mio cugino, Stefanello Colonna. Egli troverà qualche cosa.

— Fuori PortAngelica, alla Valle d’Inferno, vi sono delle fornaciCesare disse, con un primo bizzarro sorriso.

— Ci sei andato, eh?

— Ci sono andato — e sorrise bizzarramente, ancora.

Stefanello Colonna troverà bene: lo andrò a pescare oggi, alla Caccia soggiunse Marco.

— E se non lo trovi?

— Lo troverò stasera.

— Ma, infine, domani io non mi posso battere? — disse Cesare, fremendo di collera.

— Se non sarà per domani, sarà per dopodomanirispose Carafa flemmaticamente.

— Ah, io non ci resisto: altre quarantottoreesclamò Cesare, sbuffando, levandosi.

I due padrini si guardarono, imbarazzatissimi. Il loro primo era in uno stato di esasperazione che li sgomentava. D’altronde, non gli avevano detto la parte più delicata della loro ambasciata. Carafa ebbe un movimento nervoso, già pentendosi in cuor suo di aver accettato quell’incarico così complicato, così grave. Ma si represse. Era famoso per il suo sangue freddo, virtù, certo, non mediocre e che gli teneva il posto di tante altre.

Siedi, Cesare, siedi: siamo in pubblico.

Non vi era nessuno, è vero, nel Caffè di Roma, a quell’ora in cui la vita romana fa sosta, ma Cesare si sedette, vergognandosi di Carafa e di Palliano.

— Puoi disporre di un po’ di calma? — ricominciò a dire Carafa.

— Non so... non credo.

Tenta, amico mio, o qui tutto va in rovina. Francamente, qui, con Marco, siamo preoccupati del tuo stato d’animo. Quando mai sei stato così? Quando ci siamo battuti, a un giorno di distanza, tu ed io, ti rammenti, con Carlo Mayor, per quella signora, che ci amava in tre, e forse in quattro, e forse in quindici, ridevamo, ti rammenti?

Era un’altra cosa — disse cupo il marito offeso.

— È vero, era un’altra cosa. Ma tu devi essere calmo, Cesare. Tu devi batterti alla spada, a gravi condizioni. Devi esser calmo. Siamo a un affare serio, ci vuole calma, calma, calma.

Infine, non è che un duello. Purché io sia tranquillo sul terreno, ecco tutto! E se non sono tranquillo, ebbene, mi ucciderà.

Speriamo di no — osservò pazientemente Carafa. — Non è solo sul terreno che hai bisogno di calma. Io ti conosco: sarai freddo e quieto, sul terreno. Pure ti esorto alla calma.

Egli li sogguardò ambedue. Erano pensosi, tenevano gli occhi bassi. Intravvide che non avevano detto tutto.

Carafa, che vi è? — domandò, volendogli strappare la verità.

— Di che?

— Mi devi dire qualche altra cosa?

— Io?... sì, un’altra.

— Ah, lo dicevo io! Una cosa grave?

Grave, sì: ma se sei calmo, te la dirò.

— Sono calmissimo, parla.

— Non mi pare, veramente. Rimettiamo a più tardiconchiuse Giulio, astutamente.

— Non un minuto di più! — e la voce affannavaLaura ha fatto qualche cosa?

— Non sappiamo: farà, forse, qualche cosa: ma sinora, sembra che non si sia mossa.

Luigi non si vuol battere, mi avete ingannato?

Luigi si batte, si batte.

— In parola vostra di onore?

— In parola nostra di onore.

— Oh Dio, meno male! — disse, con un accento profondo.

— Si batte, però, ad una condizionesoggiunse lentamente Giulio.

— Come, ha messo una condizione?

— Sì, necessaria.

— E l’avete accettata?

— Non l’abbiamo accettata: abbiamo accettato di riferirla.

— Non voglio udirladisse fieramente Cesare.

— E perché?

— Perché il conte Caracciolo mi deve una soddisfazione, senza condizioni.

— Ed egli te la vuoi dare, nessuno più di lui lo desidera. Luigi non è in collera, naturalmente: ma è stanco, ammalato, disfatto, in preda a una segreta tortura, egli ci ha fatto pietà, a me ed a Marco. Credo, crediamo che voglia finirla. Si vuol battere, è un modo di finirla, per lui. Non ha discusso neppure, con noi. Solo, ha messo una condizione.

— Ma perché vuoi dirmela?

— Perché devi udirla. Perché non sei un fanciullo capriccioso ed ostinato, tu, ma un uomo, ma un gentiluomo: perché noi non siamo due burattini.

Parladisse Cesare, nascondendosi gli occhi con la mano.

Luigi si batte, ma vuole parlarti.

— Con me, parlare? — e trabalzò sulla sedia.

— Con te.

— Vi siete ingannati, non ha potuto chieder questo.

— L’ha chiesto, esplicitamente. Parlare con te, prima del duello.

— Egli è un pazzo o un vigliacco, ecco quel che è.

I due padrini si guardarono. Carafa, rassegnatamente, rispose:

Dice che niente e nessuno può impedire questo duello, Caracciolo: ma vuole parlare con te, prima di battersi.

— Non ho nulla da dirgli, io.

— Puoi non rispondere: egli non chiede che di parlare lui.

— Nulla ho da ascoltare, da lui.

— Chi sa!

— È un vigliacco; vuoi farmi una predica, invece di scendere sul terreno: un vigliacco.

Luigi Caracciolo giura che quanto ti deve dire, non iscongiurerà il duello: ma che te lo vuol dire prima.

— Non posso sopportare la sua presenza che con la spada alla mano. Non udrò quello che egli mi dirà.

— Ed allora, egli si regolerà come crede.

— Come crede? Non si batterà, forse? Io lo schiaffeggio, dove lo trovo.

— Si batterà, sempre. Ma parlerà sul terreno, innanzi a noi tutti.

— Io glielo impedirò! — gridò Cesare, diventando livido.

— Non lo puoi mica uccidere, prima del duello.

— Glielo impedirete voi! — gridò Cesare.

— Ci sarebbe impossibileribatté Carafa, freddissimo.

— Lo insulterò a morte!

Faresti male: ed egli parlerebbe egualmente.

— Oh Signore, Signore, che castigo!

Tacquero tutti tre; Cesare si mordeva le labbra, pallidissimo.

— Ma infine, vi pare una cosa umana, sopportabile, che io debba parlare con Caracciolo, dopo quello che è accaduto? — egli disse, guardandoli, con un fremito di mortale dolore nella voce.

— Certo, è dolorosissimo ma sei a un passo estremo, ci vuol un estremo coraggio.

— Vi pare una cosa savia, regolare, questa richiesta di colloquio? È una follia.

— Niuno è molto savio, fra noi: e quello che accade a noi tutti, è molto bizzarro.

— Vi sembra una cosa corretta che i due avversari discorrano prima di battersi?

— È scorrettissimo ma è così. Egli chiede un colloquio di pochi minuti, senza testimoni, in casa sua o da te, è indifferente. E il colloquio non farà mancare il duello.

— È una cosa insopportabile!

Sembra, a discuterla: la realtà è minore della fantasia.

— Tu mi consiglieresti di ascoltare Luigi? — disse ansiosamente Cesare, a Carafa.

— Io? Nel tuo caso, sì.

— Nel mio caso?

— Egli può avere una comunicazione capitale da farti. Sei un uomo, hai cuore, hai coraggio, sollevati sulla collera, sulla debolezza umana e ascoltalo.

— Ma niun marito udì mai... un simile discorso...

— Non quando la moglie si era uccisa, così, senza lasciare una lettera o una parolaosò dire Carafa.

Ancora, un grande silenzio.

— Tu, Palliano, udiresti? — disse fievolmente Cesare.

— Sì, cento volte sì.

— Voi non mi giudicherete un ridicolo o un vile se cedo a voi, a una misteriosa ragione? Noi ci battiamo sempre, con Caracciolo: e io non credo di essere un ridicolo o un vigliacco, è vero?

— Tu sei il più nobile e il più coraggioso fra gli uominidissero Giulio Carafa e Marco Palliano, estremamente commossi stringendogli la mano.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Potevano essere le sei e mezzo, era già notte, quando fu bussato pian piano alla porta della camera di Cesare. Egli si era gettato sul letto, vestito, e vi giaceva da due ore, immobile, senza dormire, senza fumare, tenendo gli occhi chiusi e non avvertendo il freddo che porta sempre il crepuscolo romano. Quel picchio lo scosse dal suo torpore. Era forse il cameriere che portava il lume: era notte. Invece, quando egli ebbe detto «avanti», fu una donna che entrò, col passo incerto, poiché veniva dal salotto illuminato.

Cesare, dove sei?

— Sono qui — egli disse, voltandosi sull’origliere, verso Laura che si avanzava.

Dormivi?

— No, non dormivorispose con un tono infranto.

— Sei malato forse? — e si curvò sul letto per distinguere la faccia.

— Sto bene, invece. Ma ero molto stanco.

Poveretto — ella disse, con una insolita tenerezza nella voce.

Egli ne cercò la mano nell’ombra, e la portò alle labbra.

— Ti sei riposato? Non hai bisogno di nulla? — ella continuò teneramente.

— Sono qui da oggi.

— Ti ho inteso rientraredisse Laura semplicemente.

— Ti ho dimenticata per tante ore, perdonami — e le carezzò la mano che era rimasta abbandonata fra le sue.

— Non importa, avevi i tuoi affari.

— Ti sarai annoiata mortalmente... in una stanza di albergo... tu sola...

— Ho voluto venire io, qui, non importa.

— Siamo in cattivi momenti, Laura — egli riprese, dopo un minuto di pausa.

Passeranno: o noi passeremo.

— È il passaggio loro o il nostro, che è così aspro!

— Non ci pensare, — ella mormoròpensa ad altro. Vuoi restare a letto?

— No, no, mi alzo.

— Faccio portare dei lumi?

— Sì: suona pure.

Ella cercò il campanello elettrico, a tentoni. La porta si schiuse: il cameriere portò una lampada, posandola sul caminetto. Poi, domandò se scendevano alla tavola rotonda. Laura interrogò Cesare, con uno sguardo. Ed egli la vide così tranquilla con un fondo triste di rassegnazione nel bel volto, ed era, anche egli, così scosso in tutta la sua coscienza morale che un sentimento indistinto di pietà per lei, per sé, lo vinse.

— No, no, andiamo fuori — disse al cameriere.

Restarono soli: ella lo guardò, con quella nuova tristezza ove pareva fosse domata l’anima selvaggia e la tenace volontà.

— Se ti annoio, fuori, Cesare, lasciami pure a casa.

Preferisco uscire con te, Laura. Va’ a vestirti.

Subito ella obbedì. Egli, macchinalmente, ma con la massima precisione, come se fosse sospeso il pensiero nel suo cervello, procedette a una toilette minuziosa. Provava un desiderio di vita materiale per quella sera; voleva condurre Laura a pranzo, e poi a teatro; voleva rimandare alla notte, all’indomani, la gravissima cura che lo esaltava e l’opprimeva. Sentiva che Laura aveva compresa questa necessità di un intermezzo di pace fisica e che, sacrificando tutte le sue preoccupazioni, con quella scienza profonda della opportunità sentimentale, ella gli avrebbe tenuto la compagnia quieta e obbediente di un amico pietoso, che non ostenta però la pietà. Ah, era sempre bello Cesare Dias nel nero vestito serotino del gentiluomo, sempre bello, malgrado che molto più vecchio e molto più consumato sembrasse il suo volto, malgrado che lo sguardo avesse perduto quella forza di imperio fredda e freddamente trionfale! Dopo mezz’ora si trovarono ambedue nel salottino; Laura assai giovanilmente vestita di lana bianca, con una giacchetta di velluto verde cupo, tutta ricamata di oro e con un cappellino verde ricamato di oro. Una fugace ombra passò sul volto di Cesare.

— Si usano questi ricami di argento, di oro? — disse, mentre scendevano.

— Sì: non ti piace, è vero, il mio vestito?

— Mi piace molto, anzi ti sta bene. Quanti anni hai adesso, Laura?

— Perché mi chiedi questo?

— Ti dispiace dirlo?

— No: ho ventidue anni.

— Ti potrei essere padre, Laura, e sembro tuo nonno.

— Non fanno nulla gli anni...

— Quando il cuore è giovane, eh? Ecco l’inganno della frase fatta. È che il cuore invecchia con gli anni, sempre.

Andavano a piedi per il Corso, che in quell’ora è pieno di gente; tutti vanno a pranzo, uscendo dalla Camera, dai Ministeri, dagli uffici, da un lavoro oppressivo o da un ozio stupefacente; le signore rientrano dalla passeggiata a villa Borghese, o da fuori le porte; nelle botteghe di Ronzi e Singer, nella liquoristeria di Morteo è un continuo viavai di persone che vengono a prendere il vermouth, il fernet, volendosi dare un eccitamento in tanta depressione. E Roma, aveva, come ogni tanto ha, a traverso la indifferenza, la solitudine e il silenzio, uno di quei minuti affascinanti di vitalità. Cesare le aveva dato il braccio, a Laura. Risalivano il Corso, facendosi largo con una certa difficoltà; i marciapiedi erano ingombri; due file di carrozze andavano al passo; la luce elettrica pioveva, innanzi alle botteghe più belle, innanzi ai caffè, si diffondeva lontana, facendo parere giallicce le fiammelle del gas. Ebbe un minuto secondo di arresto, Cesare, mentre camminava: vicino a piazza Venezia aveva incontrato Giulio Carafa e Marco Palliano. Costoro scendevano placidamente verso il Circolo della Caccia dove andavano a pranzo. E non si fermarono: fecero solamente un profondo saluto a Laura. Quasi quasi Cesare avrebbe voluto interrogarli. Aspettava un convegno da loro. Ma non fece nulla: volle lasciare intiero quell’intervallo di vita materiale, in cui comprendeva che avrebbe ripreso le forze. Egli e Laura continuarono la loro strada, voltando per piazza Venezia, salendo verso l’angolo dove comincia via Nazionale, e dove, accanto al teatro Nazionale, il Doney aveva la sua elegante e squisita osteria. La nota dominante nell’addobbo, nella disposizione di tutto l’ambiente, nel servizio, era una silenziosità cortese, le stoffe erano di una tinta mite e tenue, i tappeti erano molli, i camerieri camminavano senza far rumore, e la gente, una gente dalle apparenze fra aristocratiche e gaudenti, mangiava colà senza fare alcun rumore, senza parlare, quasi: e vi spirava intanto un’aria di pace, di benessere sicuro, di ricchezza serena.

Cesare trattava Laura, quella sera, con quella galanteria costante che aveva per ogni donna, ma toltane quella punta di disdegno, che anche gli era abituale, e che rendeva agrodolce quella galanteria: o piuttosto la trattava come un buon amico che avesse voluto venire amabilmente a pranzare con lui, dopo qualche anno di assenza o dopo qualche torto che li avesse divisi. Ella conservava sempre la sua ammirabile calma, ma Cesare vedeva bene che tristezza vi fosse in quella creatura, che aveva fatto pompa della più oltraggiosa serenità nei momenti più dolorosi della vita. Era un male irreparabile, e ne soffrivano ambedue, e l’uno non poteva guarire l’altro: ed era quindi più savio non affrontare mai la gran questione, era più caritatevole vivere qualche momento insieme, come due amici, dimenticando che erano sposi; meglio valeva non ricordarlo! Ed essi si erano intesi in ciò: e facendo probabilmente uno sforzo immenso su se stessa, Laura restò nella sua parte di semplicità, di schiettezza, evitando ogni pericoloso scoglio. Una tregua, dunque: quello che egli aveva desiderato. Fu verso la fine del pranzo che Cesare ricevette un biglietto, dal piccolo groom dell’osteria.

«Fatti trovare all’una dopo mezzanotte all’angolo di via Condotti; vengo io; non farmi aspettare. — Giulio».

Un velo di turbamento sulla fronte di colui che leggeva: un turbamento fortissimo in colei che guardava il lettore. Ed egli rispose:

«Grazie: va bene: verrò. — Cesare».

Ella non resistette:

— Che è?

— Niente, non è niente.

— Perché mi tratti così?

Laura, te ne prego, non ci guastiamo la serata. Ora andremo al teatro.

— Al teatro?

— Sì: ti pare che se vi fosse qualche cosa, ti condurrei così in giro?

Veramente vuoi andare al teatro?

— Sì, sì; andremo al Quirino. Fanno non so quale operetta. Ma una signora ci può andare. Del resto, sei maritata, ora, mi pare.

Pare — ella ripetette, sforzandosi a sorridere.

Fu per il medesimo piccolo groom che gli aveva portato la letterina di Giulio Carafa, che Cesare Dias mandò a comperare un palco per il teatro Quirino. Laura, però, non sapeva più dominare un oscuro presentimento di male. Mentre aspettavano che il piccolo messaggero ritornasse — d’altronde il Quirino era poco lontano — due volte ella tentò di resistere, a questo desiderio che aveva Cesare di condurla al teatro. Le sembrava una voglia singolare e triste, insieme. Il tempo parea le si stringesse addosso in una imminente fatalità, e questa gita al teatro la sgomentava.

— Non andiamo a questo teatro, Cesare.

— E perché?

— Così: non mi sembra una buona serata.

— Ma che pensi? Tutte le serate sono buone per andare a teatro.

— Quando mai hai avuto tanta smania di teatro?

— Sempre: non sarei napoletano per nulla.

Andiamo a fare una passeggiata in carrozza.

Roma è umida, di notte, in questa stagione: ci si può prendere la febbre.

Andiamo all’albergo, allora.

— L’albergo è lugubre, Laura.

— Allora accompagnami e lasciami pure .

— E che fo io sino a mezzanotte? — egli disse con un vero accento di desolazione. — Te ne prego, resta con me.

— Come vuoi — ella annuì subito.

Ma restò inquieta. Quel bisogno insolito di compagnia, quell’accento di uomo che ha paura di restar solo, quel desiderio di uno svago comune, volgare in Cesare, le parea così bizzarro! Non osò più opporsi, l’avea pregata di non lasciarlo, come chi non ha più forza per viver solo.

Il salone del Doney era quasi vuoto, tutti erano partiti per recarsi a qualche teatro, a qualche ritrovo cortese o galante. Laura e Cesare erano quasi soli, non dicevano più nulla, mentre Dias, lasciando spegnere la sigaretta, contemplava il suo bicchierino di cognac rimasto intatto e Laura guardava gli anelli della sua mano, assorbita in un pensiero, senza certo vedere quelle fulgide gemme. Tornò il piccolo groom, portando il biglietto rosso del palco al Quirino e il programma: si rappresentava il Petit duc a cui ancora si dava il titolo francese, ma la compagnia era italiana.

— Meno male, è un’operetta possibile — egli mormorò, aiutando Laura a rimettere il suo mantelletto di velluto verde ricamato di oro.

Ella, avanti allo specchio, toccò un poco con le dita i suoi capelli biondi, sotto il giro verde del cappellino ricamato di oro.

— Tutto va benesoggiunse Cesare, mentre si infilava il soprabito sulla marsina.

Se ne andarono, a braccetto, sotto l’arco oscuro di via Pilotta, senza parlare. Passarono innanzi alla gran fontana di Trevi, ampia, maestosa, maestosamente enorme, illuminata dalla luce elettrica, dove il volo dei colombi, abitatori del monumento, un volo stordito e lento, pareva fatto da uccelli neri, cui la soverchia luce facea perdere la testa. Si fermarono un momento, al parapetto a guardare.

— Hai un soldo, Laura?

— Sì.

Buttalo nella fontana.

Ella cavò la piccola moneta e la gettò nel laghetto di acqua, tutto nero sotto la cascata bianca dell’acqua che la luce elettrica rendeva candida e fioccosa. Dei sottili cerchi si allargarono, per la monetina caduta.

— Chi butta un soldo in fontana di Trevi, ritorna nell’anno a Romadisse Cesare.

— È la leggenda?

— Già, una delle tante di Roma.

— E perché non vi butti anche tu un soldo?

— Io?

— Sì: così torniamo insieme, Cesare.

— ... tanto è inteso che ritorniamo insieme: il tuo soldo include il mio — egli rispose, conducendola via, verso il teatro.

Di nuovo, ella ebbe come un misterioso avvertimento interiore, uno di quei colpi del cuore che dicono: «bada», e nulla aggiungono. Ma non era più tempo per ritornare indietro. Erano per le scale; entrarono nel palco silenziosamente, poiché il Petit duc era cominciato già da mezz’ora e le due attrici, il duchino e la duchessina, ballavano già la gavotta delle nozze. Il teatro era pieno. Cesare compì tutto il suo ufficio di cavalier servente, aggiustando la sedia di Laura, togliendole il mantello, riponendolo, dandole il ventaglio e l’occhialino e sedendo finalmente dirimpetto a lei. Il teatro era pieno. Varie signore dell’aristocrazia, di già ritornate dalla campagna, e non disdegnanti quei piccoli divertimenti autunnali, in attesa della grande, nobile stagione musicale dell’Apollo; vi era la duchessa di Sutri, dai nerissimi capelli, dagli occhi neri come il carbone, dall’abito viola con cui ella continuava a portare il lutto di suo marito morto quattro anni prima; vi era la duchessa di Malgrà, più savoiarda che piemontese, bionda, bianca, con certi scintillanti occhi verdi e una grande bocca ridente; vi era la principessa di Nerola, alta, magra, scarna, fantastica, fantomatica, tutta vestita di bianco, eppure seducentissima. Dei giovanotti della società romana, qualche segretario di ambasciata, qualche deputato, nelle poltrone; già molte marsine col fiore all’occhiello. E poi il resto, una folla borghese. Cesare scambiò alla lontana un paio di saluti, con un paio di amici; non sarebbe potuto andare dalla duchessa di Sutri, che egli conosceva molto, perché non poteva lasciare Laura sola nel palco. Erano in seconda fila. Dirimpetto a loro, in prima fila vi era un palco vuoto; il solo vuoto, su cui, due o tre volte, Cesare si fissò, naturalmente. L’operettina, così graziosa, sebbene cantata alla meglio, con assai poca finezza dalle cantatrici italiane, piaceva, e sul mite e tenero dolore del povero duchino di Parthenay, che appena maritato e marito innamorato si deve separare dalla sua cara moglietta, cadde il sipario fra molti applausi.

— Ti diverti? — chiese Cesare, che non aveva detto una parola, durante lo spettacolo.

— Sì: mi piace. Tu ti annoi?

— ... no. Andiamo a far due passi nel corridoio.

Uscirono: mentre le porte dei palchi si aprivano e si chiudevano, per le visite, per chi andava a fumare un sigaro, per chi voleva respirare meglio un poco. Laura e Cesare andarono e vennero, due volte, da un capo all’altro del corridoio, ella col suo passo ritmico che faceva ondeggiare il suo vestito bianco, muovendo un poco il suo ventaglio di velo nero a sabbia d’oro. Non si dicevano nulla. Videro rientrare della gente nei palchi, l’andirivieni ricominciò, cessò, udirono una musica irrompere graziosamente; era il secondo atto che incominciava, nel convento delle fanciulle dove è stata confinata la duchessina di Parthenay, maritata e di nuovo educanda. La maestra di canto, con gli occhiali sul naso, dirigeva il famoso solfeggio che fa sempre andare in visibilio l’uditorio. Laura, ascoltando, sorrideva un poco, poi, istintivamente, guardò attorno nel teatro e il suo sguardo si posò sul palco in prima fila, dirimpetto a loro, dove erano entrate due signore. Intanto, sul palcoscenico, si ripeteva il solfeggio, così carino, delle educande.

Le due signore erano la principessa di Corese e lady Hermione, duchessa di Cleveland. La principessa di Corese, giovane, bella, sofferente e stanca, malgrado la gioventù e la bellezza, per una esistenza intima priva di qualunque conforto, aveva un volto ovale, delicato, pallido, e gli occhi di una dolcezza malinconica che pareva non avesse confine, mentre sulla bianca e pura fronte scendevano, in due falde lievi e ondulate, i capelli castani, e il sorriso aveva una stanchezza mortale. Era vestita di nero, con un piccolo cappello di velo nero, leggero, attraversato da due spilloni di perle; una eleganza triste. Parlava con la sua compagna di palco, lentamente, sorridendole, abbassando talvolta il capo, un pochino: e non guardava la scena e pareva non udisse la musica.

Lady Hermione era anche vestita di nero, di un crespo nero dalla tinta opaca, dalle maniche alte e larghe sulle spalle, strette dal gomito in giù: mentre ella portava sempre la casta scollatura rotonda che lascia libera la nuca e intorno la radice del collo, questo vestito nero, invece, aveva un alto colletto, il quale scompariva sotto una collana di perle, a sette giri, strettissima intorno al collo, serrata dietro da un alto fermaglio di zaffiri. La veste nera faceva molte pieghe sul petto, raccolte alla cintura da una grande fibbia di perle. Portava un cappellino di velo nero, anche lei; ma gli girava intorno poggiando sulla nera onda dei capelli sollevati sulla fronte, una ghirlandetta di bianchi crisantemi, dai sottili petali a riflessi argentei: e teneva fra le mani un ventaglio di piume nere. Lady Hermione era pallida quella sera; così la sua fisonomia bruna, dalla breve fronte, nitidamente disegnata sotto la cornice dei neri capelli, dagli occhi dolci e fieri dal profilo puro, dalla bocca così vivida, un po’ tumida, acquistava maggior carattere. Neppure lady Hermione guardava il palcoscenico mai; né sembrava udisse la musica. Teneva la mano guantata di nero, abbandonata sul velluto rosso del palco, appena stringendo il ventaglio di piume; e ascoltava la principessa di Corese, guardandola, sorridendole, chinando la testa, in atto di consenso.

La ripetizione di quel solfeggio delle educande, così graziosetto, era finita. Cesare, mentre la gente seguitava ad applaudire, si volse a Laura. E la vide con la faccia cosparsa di un pallore terreo, e i brillanti occhi azzurri avean così perduto ogni calore e ogni luce, che mai, mai, quel fiorente volto di giovinezza gli era apparso così decomposto, in nessuna delle più gravi ore della loro esistenza, né innanzi al cadavere di Anna, né la sera, in cui ella lo aveva indotto, nell’esaltamento del dolore, all’unico peccato, né nella loro fredda e tragica notte di nozze.

— Che hai? — le domandò Cesare.

Laura non rispose, non si voltò: presa l’anima dallo stupore doloroso, teneva gli occhi sbarrati su lady Hermione. Cesare seguì lo sguardo sconvolto della sua compagna e vide anche lui Hermione, vestita di nero con le perle al collo, con una ghirlandetta di bianchi crisantemi sui neri capelli. Come alla sua complice, il volto gli si decompose nel pallore; e chinò la testa, senza sorpresa, come l’uomo che già conosce l’entità triste del suo novello Fato. La sua complice, bianca adesso come la cera sotto i lievi riccioli biondi, sotto il giro verde del suo bizzarro cappellino, con gli occhi azzurri velati da una nuvola torbida, con la bocca rosea, onde era scomparsa ogni vìvezza, schiusa quasi a dar passo a una esclamazione che la voce non giungeva ad articolare, non ricordava più che egli fosse , nell’allucinazione del bruno viso di lady Hermione. E Cesare leggeva, nella faccia di Laura, le medesime espressioni che aveva dovuto avere egli, nell’incontro del giorno, fuori porta Angelica, fra la deserta, triste campagna e il tristissimo fiume: così egli doveva essere, stupefatto ed esterrefatto, seguendo passo passo, come un ipnotizzato, la donna bruna dal vestito grigio ricamato d’argento.

Conosceva quello stato di ebetismo e di tormento, di meraviglia e di dolore, perché otto ore prima egli avea attraversato quella crisi, perché aveva cercato di dimenticare quella crisi, almeno per un poco, uscendo in compagnia, pranzando in compagnia, venendo in quel teatro, e non vi era riuscito, no, sentendo nel fondo dell’anima l’insanabile turbamento di un fatto che non aveva rimedio, di un pericolo contro cui non vi era scampo. Ah Laura, la sua complice, messa innanzi al fatto irrimediabile, messa innanzi al pericolo, era il suo specchio. Nella sorpresa, nello sgomento, nel dolore, e nell’affascinante strano raccapriccio i due complici erano uniti, oramai; uniti e divisi, senza che l’unione desse forza, senza che la divisione desse conforto. Dio li chiudeva nello stesso castigo, ma quella comunità non implicavacoraggio, né tenerezza. Uniti e divisi!

Laura... — egli chiamò, come per sottrarla a una contemplazione dove ella perdeva ogni senso del tempo e dello spazio.

Allora, quasi rientrando in se stessa, ella si scosse, si volse. Si guardarono: e lo sguardo scambiato, e freddo, doloroso e disperato, che non offriva e non dimandava pietà, disse che erano uniti e divisi per sempre, nel castigo. Sulla scena il piccolo duca di Parthenay, il colonnelletto travestito da contadina, narrava, cantando, come aveva rotto un paniere di uova andando al mercato; e con la cuffia di traverso, con gli sproni che sollevavano la gonnella di fustagno, lo sposino Parthenay descriveva il passaggio della cavalleria, cantando, strillando, ridendo a gola spiegata.

Ma fra le risate del pubblico, fra gli scoppiettii degli applausi, la principessa di Corese e la duchessa di Cleveland continuavano a non accorgersi dello spettacolo, discorrendo fra loro, modestamente, intendendosi più con l’espressione delle fisonomie, col sorriso, che con le parole. A un tratto, tacquero: la principessa di Corese abbassò gli occhi pensosi, raccogliendosi in sé: la duchessa di Cleveland girò per il teatro una lunga occhiata indifferente e finalmente guardò nel palco di Laura e di Cesare Dias, per un minuto secondo. Finalmente: poiché i due complici, vinti dalla stessa fatalità, guardavano lady Hermione fissamente, intensamente, quasi attirando il suo sguardo, quasi invocandolo, ansiosi, affannosi che ella si volgesse a loro. Finalmente, dunque, lady Hermione li guardò: e come l’ombra di un sorriso sfiorò la sua bocca.

Dio mio — disse pianissimamente Laura, a quel sorriso.

— Che hai? — le chiese ancora il suo complice.

— Nulla — Laura rispose sordamente.

E come mossa dall’impulso di disperazione di coloro che vogliono saper tutta la misura di ciò che li rende infelicissimi, come fanno coloro che al tormento sottile del dubbio vogliono sostituire quello grave e ampio della certezza, ella stese la mano e prese l’occhialino, ne pulì i cristalli col suo fazzolettino di batista e merletti, lo puntò sul palco dove erano la principessa di Corese e la duchessa di Cleveland, s’isolò nella contemplazione della figura femminile, che con una precisione terrificante le presentava l’immagine di sua sorella Anna, che si era uccisa, per il suo tradimento. Sulla scena l’istitutore, in abito quasi talare, spiegando un largo fazzoletto di colore, cantava il duettino con la falsa contadina: Questo è un idillio. Lady Hermione restava immobile, in un vago sorriso, sotto l’occhialino di Laura, sotto gli occhi su lei immobilizzati di Cesare: poi aprì il suo ventaglio di piume nere e lo agitò mollemente. Vi era una grande cifra in brillanti, sulla stecca di tartaruga: e scintillava tutta, a quel movimento.

Laura, Lauramormorò Cesare, distogliendosi da quello spettacolo, cercando di distogliere la sua compagna e la sua complice.

Ella abbassò l’occhialino, stordita, come se avesse le vertigini.

— Non guardare più, Laura.

— Che dici?

— Non guardare più laggiù, te ne prego.

— Anche tu guardi.

— Ah io sì! — egli esclamò, con un atto d’inevitabilità.

A quelle parole, a quell’intonazione, tutto il desolato stupore di Laura che aveva la fluttuazione vaga e indefinita dei primi momenti di male, si fissò, si concentrò, acquistò la precisione e la ineluttabilità. Parve che le sue labbra balbettassero delle parole, una preghiera, ma non si udì suono di voce. Con uno sforzo immane, ella si levò, andò sino in fondo al palco, appoggiò la fronte sulla parete e stette qualche minuto così, senza muoversi, senza parlare. Cesare non le disse nulla. Guardava lady Hermione, che giocherellava adesso con le perle del suo stretto collare. Un gentiluomo era entrato in quel palco, aveva salutato e si era seduto accanto alla principessa di Corese; ma era in fondo al palco, nell’ombra, non si avanzava per parlare, sembrava che si tirasse indietro, per non farsi vedere. Cesare si piegò due o tre volte per scorgerlo: non vi riuscì. Del resto, Hermione non parlava con quel signore. Sorrideva un poco, girando lentamente intorno i suoi occhi bruni, fieri e dolci. Quando Laura tornò sul davanti del palco, trovò il suo marito e il suo complice perduto nel guardare Hermione. La bionda donna non ebbe che un lieve aggrottamento di sopracciglia.

Cesare, andiamo viadisse fieramente.

— E perché? È ancora presto.

— Sono stanca, andiamo via.

— Come puoi essere stanca? Sei stata in casa tutto il giorno.

— Non posso restare in questo teatro, andiamo via.

— No — egli disse, recisamente.

— Te ne prego, andiamo — ma se le parole pregavano, la voce non pregava.

— No.

— Ti prego ancora, ti prego sempre, andiamo via.

— È inutile, Laura, non me ne vado.

Andrò via sola, allora — ella disse, levandosi a metà.

— Non lo farai, è un atto di viltà.

— Potresti usarmi questa cortesia — ella ribatté stringendo i denti per la collera.

— È tardi, per essere cortesi. È la virtù dei felici, dei disoccupati, degli sciocchi, la cortesia.

— Eri un gentiluomo, una volta.

— Ti avverto che non mi fanno niente le ingiurie. E che è sconveniente litigare in pubblico. La gente se ne accorge. La gente sorride.

— Chi, la gente? Ella sorride.

— Ella sorride, sì.

E si scambiarono, ancora una volta, uno sguardo profondo e freddo, doloroso e crudele, senz’ombra di pietà. Ella ebbe un minuto così intenso di spasimo che, non bastandole l’anima a capire tanto strazio, pensò non fosse un sogno quel teatro e quella donna.

Ah, no, no, la donna era , tutta vestita di morbido crespo nero, col suo singolar collare di perle al collo, con quella bianca corona di crisantemi sui capelli neri, col gran ventaglio che parea alitasse a ogni soffio: viva, ma con la chioma ricca e lucida di Anna, sua sorella, che si era uccisa pel tradimento; viva, ma con gli occhi neri, teneri e superbi di Anna che era morta, perché ella l’avea tradita, viva, ma con quella bocca fresca, rossa, tumida di Anna che era caduta, colpita al cuore da un colpo di rivoltella; viva, ma con la persona, l’aria, gli atti, il sorriso, l’espressione di Anna che si era data alla morte, a ventitré anni, perché suo marito e sua sorella l’avevano sospinta a questa morte. Che sogno! Una creatura esistente, palpitante, fervida di vita, anzi di una emozione che era dolore, rimorso, ribrezzo. Che sogno! Era una donna, una donna, bella, giovane, elegantissima, bizzarramente elegante, che tutti guardavano, che la principessa di Corese rimirava con dolcezza, a cui parlava con dolcezza. Un sogno? Cesare Dias, il suo amore, il suo unico amore, suo marito, guardava quella donna senza poterne staccare gli occhi, dimentico di ogni altra cosa umana.

Cesare, portami via, portami via — ella pregò, avendo smarrito ogni senso di orgoglio, non reggendo a quello spasimo.

Senti, Laura — le rispose freddamente — io ti porto via: ma ritorno qui subito, immediatamente. Tu preferisci che io sia solo in teatro?

Ella non rispose: forse mentalmente misurava la profondità dell’abisso dove era caduta da mezz’ora. Aveva sfidato la condizione più atroce in cui può trovarsi una fanciulla, amando il marito di sua sorella, così ardentemente e ostinatamente da vincere nella impari lotta: sua sorella era morta ed ella era la moglie di Cesare Dias, e innanzi alla postuma, violenta gelosia di Cesare per la morta, innanzi a questa gelosia che supponeva un postumo amore, o un amore rinnovellato, ella aveva sfidato questo sentimento audacemente, credendo che la vita fosse più forte della morte, sperando disperatamente di vincere quell’ombra, fidando persino in questo duello per risanare il corpo e la fantasia di Cesare Dias — sì, sì, aveva sfidata la morte e la vita, ma non aveva più né forzacoraggio davanti a una fantastica risurrezione. Quella donna, in quel palco, era l’Impensato, ciò a cui non si rimedia né con l’audacia, né con l’abilità, era l’unione della Vita con la Morte che sorgeva per vincere lei che troppo aveva trionfato, che troppo voleva trionfare. Che fare? Avea creduto facile di debellare una povera creatura debole e inerme come Anna, e le era riuscito: aveva sperato facile di debellare quella fievole ombra, quel tenue ricordo nello spirito di Cesare, e tentava di riuscire: ma la bruna donna dal nero vestito e dalla collana di perle stretta alla gola, dai pallidi crisantemi inghirlandanti i neri capelli, quella, Laura lo sentiva, non l’avrebbe debellata giammai. Adesso Cesare, impaziente, inquieto, voleva riconoscere il signore che era a far visita alla principessa di Corese e alla duchessa di Cleveland, e che si nascondeva nella penombra, ostinatamente. Ma non ci arrivava. Forse, andando giù, entrando in platea, egli avrebbe potuto scorgerlo, riconoscerlo: ma come potea lasciar sola Laura, nel palco? Eppure egli ardeva di sapere se colui era Luigi Caracciolo: a questa idea, che potessere essere Caracciolo, gli fremevano i nervi in tal modo, che sentiva di perdere la testa.

— Ma tu che hai? — gli chiese affannosamente Laura, vedendo che egli non si dominava più. — Non sarebbe più caritatevole per me, per te, di andar via?

— No.

— Ma che restiamo a fare, qui? — e la voce si lamentava.

— Vorrei sapere una cosa... — mormorava lui, parlando a se stesso.

— Che vorresti sapere?

— Vorrei sapere se colui, dentro, è Luigi Caracciolo.

— Oh Maria Vergine! — ella invocò, a voce fioca, desolatamente.

— Lo vedi, tu, dal tuo posto? — chiese Cesare, ostinato, spietato.

— No, non lo vedo.

Guarda bene, guarda meglioinsistette, crudelissimamente.

Ed ella, macchinalmente, fissò i suoi occhi azzurri, per sempre intorbidati, sul palco delle due donne, si mosse un poco, per vedere meglio. Ma non disse nulla subito.

— È lui? — disse Cesare.

Sembra: ma non ne sono certa.

A tale risposta, il viso di Dias s’infiammò di collera. Le sue mani tormentavano nervosamente i guanti grigio perla.

— Eppure bisognerebbe saperlosaperlo di certo...

— Ma perché, ma perché?

— Perché, se è lui, lo vado a schiaffeggiare in pieno teatroscoppiò a dire Cesare.

— Oh, Maria, Maria santa! — invocò Laura, sentendosi mancare, chiudendo gli occhi, come lasciandosi andare allo svenimento.

— Ah no, no, non farmi ora questo orribile scherzo di sentirti male, di offrirmi un deliquio, una scena di pianto, qui! — egli disse, a denti stretti, sordamente. — Non è il momento, siamo a un passo gravissimo, siamo al castigo, Laura, che può essere la tragedia di un’ora, domani, o una più lunga e più atroce tragedia, siamo innanzi al castigo, non sei svenuta pel peccato e per la morte, non cadrai in deliquio, ora, credo!

— Non temere — ella rispose, smarrita negli occhi e nella voce, ma sorretta da quella durezza e da quella minaccia — non temere, non svengo, non piango... Ma... tu la conoscevi, colei, è vero?

E la indicò appena, col gesto. Hermione aveva cambiato posto, adesso, con la principessa di Corese: e tutta la sua figura si vedeva, in piena luce, nella delicatezza bruna del suo volto ovale, nel mite sorriso della bella bocca, sorriso un po’ vago, immobile.

— Sì, la conoscevo... — egli rispose, chinando il capo.

— Da tempo?

— Da stamane.

— Solo da stamane?

— Solo.

— E dove, Cesare, dove?

— In una via... di campagna... sotto gli alberi... lungo il fiume...

Soli, eravate?

Soli.

— Ti parve uno spettro, vero? — disse ella, sempre più paurosamente.

— Mi parve uno spettro — egli assentì, con un cenno.

Ed ambedue si voltarono verso il palco. Hermione aveva finito di sorridere, la bocca si era chiusa, in un sigillato arco purissimo, gli occhi eran fissi nel vuoto, come ombrati, da un sogno.

Dio, Dio, è insopportabile! — Cesare esclamò voltandosi verso il fondo del palco, per non vedere.

— E che hai fatto, quando l’hai vista, Cesare?

— Niente, Laura...

— L’hai lasciata andare?

— L’ho seguita.

— Ah! l’hai seguitaripetette ella, spasimando come se fosse in agonia, ma soffocando il suo spasimo. — Dove andava?

— Così: passeggiava. E stata in San Pietro.

— A far che? A pregare?

— A pregare.

— Come un fantasma?

— Come un fantasma.

— Tu che hai fatto, che le hai detto?

— Nulla, l’ho seguita.

— E dopo?

— È rientrata in Roma: ha comperato dei fiori: ha lasciato delle carte da visita, alla duchessa di Poli: è sparita nel portone della sua palazzina.

— Come una donna, Cesare?

— Come una donna.

— È atroce, questo — ella disse a se stessa, pianamente.

Atroce, atroce.

— Hai saputo il suo nome, Cesare?

— L’ho saputo: è la duchessa di Cleveland.

— Come si chiama? Il nome, voglio sapere!

Lady Hermione Darlington. Hermione, Hermione.

— Il nome del Racconto di una notte d’inverno di Shakespeare — ella disse, colpita da un’idea.

— Che importa, ciò, Laura?

Hermione muore, per le colpe del marito, nel Racconto di una notte d’inverno; è una dolce e tenera donna; muore. Il suo simulacro resta, adorato dal marito pentito, dai figliuoli, nel palazzo: e la passione ardente dello sposo, purificato nel dolore e nel pentimento, fa risorgere Hermione.

— Sei certa di questo, Laura? — egli domandò smarrito.

— Ti darò il Racconto, se vuoi leggere, di Hermione, stanotte.

— No, non lo voglio.

— Hai ragioneapprovò ella, desolatamente. — Ma è una donna quella, e ciò è così atroce!

— Una donna: e Luigi l’ama, capisci?

— Ma sai bene chi è costei?

— Una duchessa inglese. Tu temi che sia un fantasma, Laura?

Temo che sia una donna — e la sua voce era sempre più tetra.

— Hai ragione: anch’io temo questo — egli confessò, domato, vinto.

Vinti dal castigo, i due complici. Dal suo palco, ancora una volta lady Hermione li guardava.

Ma lo spettacolo finiva, sul cupo dialogo dei due complici nel loro palco, mentre la principessa di Corese e la duchessa di Cleveland discorrevano nuovamente fra loro: il gentiluomo che era restato tanto tempo nel loro palco, ne era uscito: le due dame erano sole. In piedi, Cesare, mentre aiutava Laura a mettere il suo mantello di velluto verde, guardava ancora colà, mentre le due amiche erano anch’esse in piedi. Silenziosamente, senza neanche tenersi a braccetto, Laura e Cesare affrettarono il passo, fra la folla che esciva dal teatro, canticchiando ancora i dolci e graziosi motivi del Petit duc. Si affrettavano, spinti da un comune, morboso desiderio: si fermarono nell’atrio. Precedute da uno staffiere in livrea, che faceva loro largo, la principessa di Corese e lady Darlington scendevano dalla scala, lentamente: la gran dama romana portava un ampio mantello di broccato bianco: la patrizia inglese portava un mantello di velluto nero: le notti di ottobre sono gelide a Roma! Lady Hermione, con quel mantello, pareva più alta, quasi maestosa: passò accanto ai due complici, senza guardarli. Le labbra di Laura tremarono. Si avanzarono nell’atrio, verso la porta: le due dame erano salite nel coupé; e parve, ad ambedue che, attraverso il cristallo, prima di partire, lady Hermìone li avesse guardati, così gelidamente e fissamente. come se leggesse nelle loro anime. Partì il coupé: tutto sparve. Essi rimasero soli, nella stretta via delle Vergini, sotto la fioca luce dei pochi lampioni, fra la gente che sempre più si diradava. Camminarono, meccanicamente, assorti, trovando la loro strada senza che vi pensassero neppure, per istinto: e nelle ombre notturne di Roma andarono, la pallida bionda, le cui guance parean disfatte nel pallore, i cui occhi chiari erano per sempre velati, il pallido gentiluomo già curvo, come se lo avesse colto una precoce vecchiaia. Non lui pensò a darle braccio: non ella notò quest’assenza di cortesia. Andarono, vinti dal loro bizzarro fato, incapaci oramai di trovare una strada migliore alla loro vita, incapaci di speranza, morti al desiderio, incapaci di ogni volontà ascetica o passionale, incapaci a vivere, incapaci a morire. Andavano a capo basso e muti; si sfiorarono, due o tre volte, si guardarono in volto sorpresi, come se fossero estranei. Davanti all’Hôtel de Rome si fermarono, un momento.

Buona notte, Laura.

— Te ne vai? — diss’ella, affannosamente.

— Sì, buona notte.

— Così mi lasci?

Debbo fare qualche cosa.

— A quest’ora? Che cosa?

— Che ti preme?

— Mi preme che tu non te ne vada: che tu salga con me, su.

— Non posso, Laura.

— Non ti ho dato fastidio, Cesare, lo sai; sono da un giorno chiusa in una stanza d’albergo; non mi sono lagnata; ma questa sera, questa sera tu non puoi andartene così, non puoi.

— Ho un appuntamento all’una.

Immancabile?

Immancabile.

Sali per mezz’ora... vieni... andiamo...

— Non posso.

— Per dieci minuti, per cinque, Cesare, Cesare!

— È inutile; è tardi.

— Ah tu sei senza carità, sei senza umanità...

— È tardi, è tardi, buona notte, Laura.

Sul pallido volto di lei scesero, mentr’ella taceva e lo guardava, due lunghe lacrime, due soltanto. Ma non disse altro, non pregò più, volse le spalle, sparve nell’androne dell’albergo, a capo chino. Cesare Dias si allontanò, pel Corso. L’appuntamento con Giulio Carafa era all’angolo di via Condotti, all’una dopo mezzanotte. Mancavano tre minuti, all’una: ma era all’angolo di via Condotti sul Corso, o all’angolo su piazza di Spagna? Ecco il dubbio. Intanto, né presso la bottega di Marchesini, né presso quella di Haas, sul Corso, vi era nessuno. Carafa doveva avere scritto fra via Condotti e piazza di Spagna. Dias percorse rapidamente via Condotti; i suoi passi affrettati risuonavano sul marciapiede. Era fredda, la notte: oscura, con un cielo alto, lontano, di quelli che sembrano profondi e inaccessibili, sopra Roma. Egli guardava innanzi a sé, cercando di scorgere se vi fosse alcuno, al capo della strada; non vedeva niente. Infine, giunto al termine di via Condotti, scorse un uomo che veniva dall’Ambasciata di Spagna. Era Carafa, tutto chiuso nel soprabito, col cappello abbassato sugli occhi.

Dio, che freddo, questa Roma è mortale! — egli disse fermandosi così.

— Una notte gelida, Giulio. E Palliano?

— È andato a letto, aveva troppo freddo.

Dove?

— Qui, all’Hôtel d’Europe.

— In casa sua? No.

— Allora lo vado a prendere, lo porto qui, e andate insieme al Rome.

— Vi è Laura, non si può parlare.

— E allora, Dias?

— Ma è proprio necessario questo colloquio? — scoppiò a dire, l’infelicissimo vedovo.

— Hai promesso, Cesare.

— Ho promesso... ho promesso... ma tu non sai...

— Non so nulla. Ho consentito, in tuo nome. Sarebbe un atto vile, sfuggire ora.

— Ma non da lui, non ci vado: e non da me, non ci può venire.

— E dove, dove, dunque?

— Qui, nella viadisse Cesare, risolutamente.

— Come potrete parlare?

— Abbiamo poco da dire; e non vi è alcuno, vedi.

— Se passa gente?

Saliremo lassù, sul piazzale — e indicò la spianata innanzi alla chiesa della Trinità dei Monti. — Lassù, un deserto.

Vado a prendere Luigi.

Cesare restò solo, nella gran piazza di Spagna. Camminò un poco, poiché, di nuovo, lo vinceva un gran tremore nervoso.

Non un viandante, nella notte fredda: solo il canto della fontanella della Barca spezzava il silenzio. Non una finestra illuminata, nella notte fonda: solo i tre balconi della palazzina, fra la Trinità dei Monti e l’Hôtel de Londres, brillavano di una luce rossastra. Egli si fermò sotto quei balconi: la duchessa di Cleveland vegliava ancora, dopo il teatro. Anzi, a un tratto, dietro i cristalli del balcone di mezzo, comparve una figura vestita di nero, che restò , dietro, immobile, guardando nella strada: e più la sua fantasia, più la trepida anima che gli occhi dissero a Cesare Dias che quella era Hermione, colei che portava il nome della tenera e sventurata eroina di Shakespeare, morta per l’amore, risorta per l’amore; colei che portava il viso di Anna Dias, sua moglie, morta per l’amore. La nera figura teneva il volto appoggiato al cristallo, e a Cesare, con l’anima, con la fantasia, molto più che con gli occhi, sembrava di vedere quella smorta faccia che aveva vegliato per dieci ore, sul letto di morte, quegli occhi socchiusi, quella labbra quasi convulse, tutte quelle linee spasimanti che esprimevano il dolore. Era fermo, ora, dirimpetto ai balconi, come un amante ardente, come un amante geloso: e il più grave e il più folle incubo scendeva su lui, vedendo quella bruna ombra dietro ai cristalli, quasi rigida, fra quella luce rossastra. Udì, come in sogno, dei passi che si avvicinavano. Erano Luigi Caracciolo e Giulio Carafa. Fu scambiata una buona notte. Ma non si guardarono, non si dettero la mano. Giulio esitò un minuto soltanto, a lasciarli soli, così, nella notte, nemici implacabili, decisi a uccidere, rassegnati a morire: ma fu una esitazione fugace, erano due gentiluomini, si sarebbero battuti l’indomani. Li salutò: lo salutarono. Restarono soli innanzi alla palazzina, che dava una luce rossastra, dai suoi balconi: e la nera figura di Hermione li guardava, da dietro i cristalli. Allora si guardarono:

Cesare con uno smarrimento pieno di sdegno negli occhi, Luigi con uno smarrimento pieno di dolore.

— Che avrete pensato di me, che ho chiesto di parlarvi? — disse Caracciolo, con una voce infranta e pure fremente di dolore.

— Nulla, nulla: la mia opinione non v’interessa; ditemi quello che volete.

— Non è una viltà, ci battiamo domaniCaracciolo soggiunse, assai tristemente.

Domani, domani: quando verrà domani?

— Non temete, verrà domani, viene presto, è venuto.

— Che volevate dirmi? — insistette Cesare, sordamente.

Oradisse l’altro, — come se la segreta parola che gli bruciava le labbra, non trovasse voce per esser espressa. — Ora... fra un momento.

— Io debbo andarmene — e Dias voltò le spalle.

Ascoltate, non ve ne andate; avete fatto il più, siete venuto qui, aspettate un minuto.

— Non dovevamo dirci niente: questo colloquio è una cosa grottesca. Buona notte.

— V’ingannate, Dias, io debbo parlarvi: ho ceduto a una fiacchezza volendo ritardare: non vi tratterrò più, aspettate.

Cesare si fermò, tornò indietro: camminarono verso via del Babuino, accanto, assorti.

— Mi cercate da tempo, è vero? — interruppe così il silenzio Luigi Caracciolo.

— Da... allora.

— Anche io desideravo vedervi, Dias.

— Eppure... siete sparito

— Ah non per fuggire il mio destino! — esclamò malinconicamente Caracciolo.

— Venite al fatto, veniteci subito — disse concitatamente Dias che soffriva come un dannato, nel morso velenoso della più implacabile gelosia.

— Eccomi — mormorò, con uno sforzo Luigi. — Io vi ho offeso, Dias.

— Non mi chiederete scusa, m’immagino? — gridò Cesare esasperato.

— No; non vi chiedo scusariprese con triste fermezza Caracciolo — vi ho offeso gravemente, lo so e domani vi darò riparazione. Volevo dirvi che sento tutta l’entità dell’offesa e che, se ho commesso un errore, sono sempre un gentiluomo.

— Ma che è tutto questo? Perché mi parlate di ciò? Che m’importa dei vostri sentimenti? Solo le nostre spade dovevano incontrarsi e siamo qui a fare delle sentimentalità!

Erano, adesso, all’angolo di via Babuino presso il marciapiede, sotto un lampione; e di lontano, se avessero levato gli occhi avrebbero visto sempre la luce rossastra che usciva dai balconi di Hermione. Ma non più le loro anime, prese dal furore e dal dolore, avevano altro interesse o altra curiosità.

— Vi ho offeso, Dias... — riprese, come vaneggiando, Luigi.

— Ma infine, Caracciolo, non intendete che questa vostra confessione ripetuta, ostinatamente ripetuta, è un oltraggio ancora? Non capite che questo mi è insopportabile?

— Io debbo ripeterla, un’altra volta, soltanto: vi ho offeso, io, ma Anna è innocente.

— Vi proibisco di nominare mia moglie! — urlò Cesare, nella notte nera e fredda.

Anna è innocenteproclamò Luigi, quasi non avesse inteso l’urlo di Dias.

Cesare levò la mano per schiaffeggiarlo, ma per quanto violento e improvviso fosse l’atto, Luigi l’aveva preceduto e la sua mano afferrò il polso di Cesare: lo schiaffo non fu dato. Soli, nella notte profonda, nella solitudine immensa di quella piazza, lampeggiarono i loro occhi, nella fiamma dell’amore, inutile, ma avvampante.

Dias, Dias, siamo soli, siamo due uomini, è oscuro, qui ci tiene la stessa emozione, siamo vinti dalla stessa fatalità, ci misureremo domani, uno di noi sarà tranquillo domani sera, Dias, a che la villana violenza?

— Se siete un uomo, dovreste capirmi, Caracciolodisse tetramente Dias che cercava di reprimersi.

— Vi capisco. Se non sapessi che siete, sotto la glaciale apparenza, un uomo di cuore, non vi avrei detto di venire qui, non avrei proclamato la verità di quella innocenza.

— Ve ne prego, Caracciolo, desistete. È una menzogna: e la stessa pietà che vi fa mentire mi offende atrocemente. Lo sentite? Vi parlo come un uomo, non come un’anima oltraggiata.

— Eppure nulla è più veroripetette Caracciolo, ostinatamente, come se la sua unica missione fosse di proclamare, sempre, quella innocenza. — Vostra moglie è morta degna di voi, del vostro nome.

— Non vi credo.

— Sull’onore della mia casa, Anna è innocente.

— Non posso credervi.

— Sull’onore di mia madre, Anna è morta innocente.

— A che spergiurare? non vi credo.

— Ma su che posso giurarlo? Quale cosa credete sacra? Quale voce, quale grido vi convincerà? Ditemi una prova, ve la darò!

— È inutile tutto: né mi potete dar prova. L’aveste luminosa, fulgida, non la crederei.

— Ma perché? Non era una creatura virtuosa? Non vi amava? Non vi adorava? È morta per voi!

— In casa vostra.

— Si è uccisa, perché si è accorta del tradimento.

— Si è uccisa in casa vostra.

— Mi ha parlato di voi... sempre di voi.

— In casa vostra.

Innocente, innocente, Dias!

Morta in casa vostra — concluse, disperatamente, lugubremente, Cesare Dias.

Disperato e lugubre silenzio, intorno: più alta, più gelida la notte: più profonda, quasi incommensurabile la vastità nera di Piazza di Spagna. Camminarono un poco, a capo basso.

Sentiteriprese Dias, con un affanno nella vocemettetevi al mio posto. Se aveste una moglie... come Anna, che vi adorasse... se aveste tradito e ingiuriato questa donna così, per una infamia del temperamento o del carattere... se ella, disperata, venisse in casa mia, nella casa di un uomo che le ha fatto la corte, che l’ama, che l’aspetta... se questa vostra moglie si fosse tirato un colpo di rivoltella, in casa mia, dopo esserci rimasta due, tre ore, voi, voi Caracciolo, ci credereste a questa innocenza? Interrogate bene, interrogate severamente la vostra coscienza, non pensate a quel che siete, a quel che sono, pensate di essere un marito tradito, ci credereste, dite?

— No, non ci credereidisse Luigi con semplicità, con angoscia.

Vedete beneterminò Cesare nell’amarezza del trionfo.

— Eppure non vi è che una sola verità: quella innocenzaripetette monotonamente Luigi.

Caracciolo, non ci crederemmo né voi, né io, né nessuno. Un fatto è un fatto.

— L’inverosimile è spesso la realtà.

— Che importa? Io sento la inverosimiglianza e nego. Negherò sempre. Morirò così, poiché un fatto è un fatto, ed Anna si è uccisa in casa vostra.

— Nulla vi scrisse, è vero?

— Nulla. A che sarebbe servito? Non crederei alla sua lettera.

— A niente credereste?

— A niente.

— Neanche se ella vi riapparisse, per dirvelo?

— Non vi sono più fantasmi: e sarebbe, ad ogni modo, un fantasma bugiardo.

— Ma voi l’amate, dunque? — chiese con una vaga tenerezza Luigi.

— Io? Forse; non so bene. Ciò non vi riguarda. Che io l’ami o no, sento che non debbo sopportare la sua infedeltà, ecco.

Intendevano che il colloquio era finito. Andavano verso la fontanella della Barca: sentiva Luigi che tutto era stato inutile, che il suo disperato sforzo non era valso che a far sanguinare la duplice piaga. E si ribellò a questa fatalità, sgorgò il grido dal cuore:

Dias, possa io perdere ogni bene, la tenerezza di mia madre, la luce del sole, la gioventù, la salute, possa io morire senza onore e senza rimpianti, domani, con un colpo della vostra spada, se non è vero che Anna è innocente

Erano innanzi alla palazzina: e dietro i cristalli del balcone, fra la luce rossa, la figura nera di Hermione vigilava, guardando la notte.

Caracciolo, chi è quella donna? — gridò Cesare, indicandogliela, nella notte.

— Io non lo so — e aveva, Luigi, negli occhi la nebbia della follia.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Quando rientrò all’albergo, Cesare trovò Laura nel salotto. Le tre stanze erano aperte, le finestre sbarrate, le tende sollevate: ed erano accese le lampade, le candele, persino una grande lampada sospesa nel salotto. Una luce vivissima: e in mezzo Laura seduta, pallidissima tremante.

— Che hai? — le domandò Cesare.

— Ho paura — ella rispose, battendo i denti.

Non volle andare a letto: non consentì che si smorzasse questa gran luce, restò inchiodata sulla sedia, trasalendo ogni tanto, non voltandosi, non muovendosi, pregandolo con gli occhi di non lasciarla. E dai denti stretti che, a riprese, battevano, usciva la parola:

— Ho paura; ho paura; ho paura.

 

 


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