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Matilde Serao
Castigo

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  • VIII
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VIII

 

Il garden party nel Real Bosco di Capodimonte, era stato organizzato con un molto pietoso scopo da un gruppo di dame e di gentiluomini, per soccorrere i bimbi poveri e malati; e nelle corte giornate del febbraio, per i salotti nobilmente arredati, intorno ai caminetti fiammeggianti, vi era stato un vivido e grazioso discutere di signore impellicciate, che eran tutte rosee di quel calore e anche tutte infiammate di carità, per i fanciulletti infermi. In quelle giornate gelide sorrideva alla loro fantasia muliebre l’immagine di un ballo all’aria aperta, sotto i grandi alberi di quel magnifico parco, fra la tiepida luce del sole e il primo crepuscolo violaceo; e forse sorrideva loro nella dolce febbre della loro vita mondana, la speranza di poter prolungare quella bella stagione di feste, di divertimenti, di sorrisi sino alla primavera: e più era acuto l’inverno, più esse sentivano la pietà dell’Opera per i bimbi malati e poveretti, più le teneva un grande ardore di venire lietamente e teneramente in soccorso di quella duplice, immeritata infelicità dell’infanzia. Il garden party era dunque sorto, bello e poetico e caritatevole da quelle gentili riunioni: qualcuno, innamorato delle parole italiche, aveva tentato di fare adottare il titolo di ballo campestre, ma non vi era riuscito: la immaginazione femminile, così simpaticamente facile alla esaltazione e alla delusione, si sentiva mortificata all’idea di mettere insieme un ballo campestre, e niente altro, qualche cosa come una tarantella sul prato: mentre le due esotiche parole garden party avevano il potere di far sognare, subito, non so quale squisita eleganza di danze, di ambiente, di sorrisi, di amori. Vi era chi si rammentava di qualche festa simile in quella Inghilterra, dai grandi parchi signorili, dalle grandi serre, dove qualche doviziosa dama dall’alto nome inglese si circondava di tutte le beltà e di tutte le eleganze: e chi aveva visto qualche garden party in Francia, meno maestoso ma più lieto, forse: e chi ne aveva visto a Roma, al Quirinale, e chi in Napoli istesso, in un parco signorile — e le feste italiane erano parse più serene, più poetiche, in tanta bellezza di paesaggio. Garden party, dunque: alla nota elegantissima che dava la parola e la consuetudine inglese, si sarebbe aggiunta la gran luminosità italiana, quel mare di azzurro onde s’impregnano le fibre, i sensi e l’anima. E i cari bimbi avrebbero avuto una più dolce, più soave primavera! Soltanto che, organizzato precisamente e splendidamente nel febbraio, fra un cotillon turbinante e un concerto delicato, il garden party di beneficenza fu rimandato due volte: si voleva farlo nella prima settimana di marzo, ma il folle mese mandò tali freddi nelle sue prime dieci giornate che nessuno osò convocare le danzatrici e i danzatori, in un bosco ancora devastato dalle rigorose pruine, sotto i rami ancora nudi, neri e stecchiti degli alberi. Si ebbe, allora, la poetica idea di rimandarlo al ventuno di marzo, giorno in cui entra ufficialmente la Primavera, mentre già le vie di Napoli sono piene di violette e di rose thea, ma l’equinozio di primavera ebbe tali piogge dirotte che la città e le colline, da Poggioreale a Posillipo, si avvolsero in un gran velo di acqua cadente che parve le dovesse annegare. In verità erano lunghe e dirotte piogge che cadevano senza una tempesta, nell’aria, senza rombo di tuono e senza lividi lampi; s’indovinava, in quelle piogge, la dolcezza primaverile; fra la pioggia vi erano tante roride violette e tante gentili rose thea, tutte fresche, come bagnate di lacrime scorse senza dolore: ma pioveva, era impossibile andare a ballare sui prati naufragati di Capodimonte. Adesso, era di moda, quando s’incontrava una delle belle e pietose signore del comitato di beneficenza, di scherzare con esse, dicendo loro che Mathieu de la Drôme prevedeva una primavera tutta piovosa, che l’estate sarebbe stata assai tempestosa: ed esse, un po’ scherzavano, un po’ si crucciavano, mentre guardavano la gran nuvola di un bigio tenero, da cui cadeva la tenerissima, ma lunga pioggia primaverile.

Infine, raccolte tutte insieme, con una ostinazione femminile che avrebbe sfidato qualunque elemento contrario, esse giurarono che il garden party si sarebbe tenuto il quindici aprile: esse promisero a se stesse di riunire tale magnetica forza di suggestione che il sole, il divo sole, non avrebbe potuto resistere. Difatti, piovve il dieci e l’undici aprile, ma il sole brillò, serenamente, asciugando i prati molli e la terra umida, penetrando nei viali che declinano sotto l’arco dei grandi alberi e dando loro quel tepore carezzevole, penetrando nei cespugli, penetrando nei boschetti, intiepidendo, carezzando, riscaldando, seminando di rosei anemoni e di mille stelle bianche dal cuore di oro la verde erba: il sole fece questo dal giorno dodici al quindici, con un benefizio costante e limpido di luce e di calore, tanto che il garden party fu annunziato, in tutto il suo splendore primaverile dalle due alle otto pomeridiane, nel regal bosco, sulle spianate, sui prati e nei viali, fra le musiche, sotto le tende bizzarre. È vero, sui loro chiari vestiti rotondi, per lo più morbide e tenui lane, tutte le signore provvide immaginarono anche un gran mantello leggero primaverile, di non so quali fantastici tessuti, serici, lievi e pure caldi, lucidi e strani, a forme assolutamente impensate, da buttarsi sulle spalle, pur lasciando vedere il vestito, da avvolgersi nelle ore crepuscolari, come in un manto che fosse anche un velo. Si era al quindici di aprile, è vero: in piena primavera: ma aveva tanto piovuto e nulla è più grazioso per una leggiadra donna che temere la pioggia o il freddo, inventando così un nuovo mantello.

Ma era così luminosa la giornata di aprile che molte signore, le quali avevano ordinato il coupé per le due, si pentirono di aver chiesto quella vettura chiusa: l’azzurro del paesaggio napoletano — esso è dappertutto l’azzurro nella terra, nelle case, nell’ariamette sempre nei nervi, nel sangue, questa voglia gioconda dell’aria libera. Così luminosa! Le signore più timide, sugli abiti del tenuissimo colore lilla che è quello dell’eliotropio del Giappone, su quelli di un verdino pallido, come sono le albe, su quelli color dell’avorio stretti alle cinture dalle larghe e molli fasce di seta che allora costumavano, rinnovando la moda dell’impero, avevano messi, a titolo di modestia, i loro grandi mantelli, dalle stoffe cangianti, dalle grandi fibbie niellate, dalle ampie maniche cadenti sino a terra. Ma era così tiepida e luminosa la giornata che, lentamente, nella molle ascensione verso il bel colle di Capodimonte, in quella viva e pur dolce aria, penetrante di dolcezza, le dame si lasciavano vedere, dai passanti fermati, attoniti, lungo le vie, e si lasciavano vedere in tutta la fine e deliziosa composizione della loro toilette, sotto le piume volitanti, bianche dal seno roseo, bianche dal seno azzurrino, che giravano intorno ai cappelli primaverili sotto le ghirlandette dei piccoli cappelli, dove le rose incoronavano le chiome brune e i miosotidi le chiome bionde. Non presto, certo, arrivavano le più belle e le più eleganti, quelle che preferiscono lasciarsi aspettare, pur di dare una impressione più profonda e più intensa: ma le squisite signore che avevano organizzato il garden party, ma le fanciulle gioconde che fanno molto presto a indossare il loro vestitino bianco, adorne come sono della più perfetta grazia che è la giovinezza, le fanciulle che non conoscono e non debbono conoscere l’arte del farsi aspettare, esse che non vogliono perdere e hanno ragione di non voler perdere un minuto di una lieta ora, tutte costoro erano a Capodimonte fin dalle due e mezzo, girando sotto le bianche cappe degli ombrellini di seta bianca, sotto le cappe di merletto color avorio, sotto i riflessi micacei degli ombrellini cangianti.

Il garden party cominciava con una passeggiata dalla larghissima spianata innanzi al real palazzo, dove si doveva ballare, alla palazzina dove abitò tanto tempo Vittorio Emanuele, al gran viale che discende verso il lato settentrionale del parco così fresco e ombroso, alla gran tenda araba eretta sovra una altura verde, sotto i cui bizzarri ricami di rosso, di giallo, di azzurro orientale, eranvi i larghi divani di Oriente, singolar sogno di paesi lontani trasportati in un verde e fiorito bosco, in una giornata di primavera: continuava verso il piazzale che inclina al lato orientale del bosco, verso la campagna, onde si partono, a raggio, i famosi tre viali, così noti agli amanti, ai poeti, ai sognanti, a tutte le anime solinghe nell’amore o nelle visioni. Al gran cancello del parco era un giungere di equipaggi, con un rumor sordo e continuo: e innanzi al cancello vi era un gruppo di otto o dieci gentiluomini, i più eleganti, i più cortesi, i più belli, che aspettavano, in massa e per la forma, tutte le signore, ma che, forse o senza forse, aspettavano l’essere invocato e temuto, quello solo, l’unico essere per cui li teneva, nel fondo dell’anima, sotto la più disinvolta mondana apparenza, il desiderio e la paura. Portavano sul soprabito da mattina, il fiore all’occhiello, la rosetta thea o la violetta: e chiacchieravano: e sorridevano: e sogguardavano verso la via larga che conduce a Capodimonte: e sapevano non impallidire, non trasalire, quando appariva l’Unico essere femminile: e ogni tanto, uno di loro, con disinvoltura, spariva verso il campo del garden party non avendo più ragione di stare al cancello; o dal campo della festa qualcuno che aspettava invano, rodendosi d’impazienza, tornava al cancello, conservando la stessa disinvoltura, scherzando ancora, con l’animo amarissimo, ma abituato alla profonda e necessaria e anche morale dissimulazione mondana.

Chi non indovinava la segreta inquietudine di Luigi Caracciolo che, con quella sua grazia un po’ molle nella figura virile, con quel suo spirito mondano velato sempre di sentimentalità, andava e veniva, fermandosi qua e , con le signore, con gli amici, scherzando e ridendo, ma ritornando sempre alla porta del parco, fra il gruppo di coloro che aspettavano? Si era schermito di ballare, quando una delle dame del comitato glielo aveva domandato, e molto meno di aiutare Paolo Gioia nella direzione del cotillon campestre; la sua ferita lo incomodava sempre, aveva il respiro così corto! E ci sorrideva, su questa sua eterna ferita, così poco importante, in fondo, perché non aveva neppure — o miseria delle ferite! — messo in pericolo la sua esistenza, e che lo aveva tenuto, fra letto e poltrona, quattro mesi in casa, a guardare le eterne pitture del soffitto, quando era stanco di leggere i libri più stupidi e più noiosi del mondo. A che esser ferito, quando non si deve morire, quando non si è, almeno, in gran pericolo di morte?

— Sono un personaggio da commedia, io, contessadiceva alla più ridente e più spumante bionda contessa che avesse Napoli, allora — non mi riesce di essere tragico o almeno drammatico. Quella lo ascoltava, col sorriso fermo sui bianchi, bellissimi denti, tentando invano di indurlo a ballare. La ferita… così sciocca quella ferita! La bella creatura gioconda, vestita di un roseo pallido e di un cappellino che era un soffio di velo roseo, trascorse oltre con una risata schietta, sapendo bene che Luigi non ballava per una qualche ignota ragione — ed ella rideva ancora, con un gruppo dei suoi più lieti amici, guardando Luigi che se ne andava al cancello. Colà, giungevano le ultime carrozze: poiché si eran contate le dame e non ne mancavano più che cinque o sei. I cortesi gentiluomini eran diminuiti di numero, innanzi: una carrozzella da nolo, vuota, aveva portato un servo, un messaggero che aveva consegnato un biglietto a uno di loro. Egli aveva letto sorridendo, ma in verità egli compiangeva quel pomeriggio perduto, la sua donna non sarebbe venuta, lassù: una crudel persona, un crudele impedimento glielo avevano proibito. Fra i quattro o cinque amici, adesso, languiva la conversazione: fattosi pallido, a un tratto, Luigi dichiarò di essere pentito di questa corvée, che avrebbe dato il suo denaro ai bimbi infermi e poveri, ma che avrebbe preferito di starsene sdraiato sopra una poltrona, nella immobilità e nell’ozio. Quegli amici, tutti un po’ nervosi, dichiaravano che vi eran troppe fanciulle nel garden party e che ciò guastava la giornata, che le mamme diventavano opprimenti, traendosi dietro tante figlie. Non vi erano abbastanza scapoli, e ciò era desolante, oltre che immorale! Ma due o tre carrozze voltarono per la curva che porta al cancello e la conversazione si rasserenò, si rasserenarono i volti. In una di esse vi erano due signore ignote, mal vestite, anche: da due altre carrozze scesero due aspettate, due cavalieri si allontanarono, per il viale che andava al piazzale, dando il braccio alle dame, congratulandosi di aver atteso, posto che l’attesa era stata consacrata a una così incantevole toilette. Un altro equipaggio si fermò al cancello. Ne scese la duchessa di Cleveland, a cui Luigi tese la mano, subito, salutandola profondamente: lentamente, col suo passo che appena radeva la terra, ella si avviò verso il piazzale, accompagnata da lui. Non le aveva offerto il braccio, perché giammai Hermione accettava il braccio. Camminavano daccanto, parlando piano.

Hermione, in quel giorno, era vestita di bianco: la veste era tutta di seta bianca, di un candore così opaco che pareva del colore del latte: e tutta la gonna rotonda, che toccava la terra egualmente intorno, era ricamata sino al ginocchio da fiori curiosissimi, in una tinta di un giallo smorto, senz’altre gradazioni. Il giallo di questi fiori, oltre ad essere smorto, era anche opaco, senza una sola lucidezza: e il busto attillatissimo, di seta bianca, era ricamato dalla cintura sin sotto alle spalle, sino sul petto come un corsaletto; e una zona di ricamo cingeva il giro del collo, leggermente scollato in tondo, senza nessun ornamento intorno alla linea libera del collo, dalla vivida carnagione color dell’avorio. Sui capelli neri, rialzati a onda, nella consueta foggia, lady Hermione portava un cappellino di velo bianco, inghirlandato di bizzarri fiori gialli, piccoli, minuti e fini. Ella non aveva veletta. Due grossi topazii, di un’acqua gialla magnifica, le pendevano dalle delicate orecchie. Le maniche del vestito, assai strette, finivano oltre il gomito, con una zona di ricamo giallo; e i sottili guanti di seta bianca lasciavano intravvedere gemme di cui erano cariche, sino all’indice, le perfette piccole mani. Il suo grande ombrellino, di quei meravigliosi merletti antichi d’Inghilterra, aveva un molto grosso topazio per pomo. Il volto ovale, di un bruno uguale e affascinante, era libero e sereno in tutte le sue linee: i neri occhi, dolci e fieri insieme, avevano quello sguardo vago, un po’ incerto di chi bene non vede o di chi sdegna quietamente di veder bene. La svelta persona andava, per la ghiaia fine del viale, senza flessuosità provocatrici: era una figura seducente di gioventù, di floridezza e pure di una castità che faceva crescere la seduzione. Ella stringeva, in una mano, un fascetto di crisantemi bianchi e gialli, di un bianco opaco, di un giallo smorto. La salutarono: sorrideva un pochino, quasi niente, rispondendo al saluto. Tre o quattro signore, sue amiche, la circondarono, festeggiandola, domandandole se ballava. Non ballava mai. Intanto, un gaio richiamo risuonò per il parco: e dai grandi archi del portone del palazzo, dalla tenda araba, da tutti i viali, più vicini e più lontani, fu un accorrere di donne e di uomini, un andare, un venire, un chiamarsi, un collocarsi, un cambiar posto, tutto così lietamente, che il preparativo della gran quadriglia d’onore, di sessanta coppie, venti e venti nella maggior figura, dieci e dieci nella minor figura, segnò un quarto d’ora squisito.

Poi vi fu un minuto d’immobilità: e fra un duplice cerchio di donne e di uomini che guardavano ballare, fra una fusione di tinte chiarissime e di tinte scure, nel gran paesaggio tutto azzurro sul capo, tutto verde intorno, spezzato solo dalla gran mole imponente del real palazzo, in quella fine e luminosa aria libera, fra i volti bruni dai grandi cappelli piumati, fra il giro delle vesti morbide trascorrenti sul prato, fra lo scintillìo dei dolci occhi meridionali e il riso delle fresche bocche, sul ritmo vivo e inebbriante di una musica che fremeva, venendo dai boschetti ove era celata, la danza incominciò. Sopra un praticello saliente, in modo da veder a distanza dall’alto questo stupendo quadro, Hermione guardava. Ritta, sulla verde erba cosparsa di margheritine: disegnandosi, bianco vestita, sopra un folto cespuglio d’alberi, di un verde cupo, mentre alla sua dritta si apriva il bosco, vedendosi una discesa rapida d’orizzonte verso una pianura verde: aperto l’ampio ombrellino bianco appoggiato sulla spalla, in cui la bruna testa incoronata di fini e piccoli fiori gialli s’incorniciava; la mano che stringeva il suo mazzetto di fiori abbandonata lungo la veste bianca; immobile. Accanto a lei, Luigi, che invece di guardare la prima danza del garden party, guardava lei.

— Vi piace, lady?

— Oh sì! — ella rispose, col suo gutturale e pur toccante accento sassone.

— Più bello che in Inghilterra è vero?

— È un’altra cosa — ella mormorò, scuotendo il capo.

— Proprio niente trovate di più bello, qui, lady? — e si facea triste, sempre più, come quando sentiva in lei quella nostalgia che l’attirava al suo nordico paese.

— Il sole.

— Ah, meno male... qualche cosa vi vince.

— Non lo possiamo comprendere, il vostro sole: non lo possiamo portare, nelle nostre valigie, in Inghilterra.

— Se no, lo fareste?

— Certo: subito, a qualunque prezzo. Io muoio di freddo, sempre: lo comprerei a qualunque prezzo.

Portereste via il sole e il cuore degli uomini, così crudelmente?

— Non si è mai abbastanza crudeli — ella sentenziò, sorridendo a una signora che le faceva un cenno grazioso.

— Che dite? Che vorreste essere, dunque?

— Io? Una tigre.

— Voi scherzate, sempre, Hermione! Hermione, mi volete un po’ di bene?

— Oh tanto — ella disse glacialmente, senza guardarlo.

— Così me lo dite? — e fu un piccolo lamento, il suo.

— Così mi avete insegnato voi.

— Le parole sono così: ma il sentimento è un altro.

— Noi vorremmo comperare o rubare il sole, Caracciolo: ma il sentimento no. Voi poi non avreste più niente.

— Avete ragione: a me deve bastare, di potervi amare.

— E allora, Luigi, perché mi domandate sempre, se vi voglio bene?

La cara voce si fermò sul nome che aveva pronunziato, con una certa dolcezza. Egli non rispose subito, profondamente turbato dall’udirsi chiamare così, il fascino irresistibile di Hermione lo penetrava sino alle più nascoste sorgenti dell’emozione.

— Vi domando... così... anche per udirvi rispondere male... perché il parlare d’amore è ancora l’amore...

La quadriglia era finita, tutta la bella folla di dame, di damigelle, di cavalieri, si andava disperdendo qua e , al «buffet» che era ricoverato sotto una tenda, ai viali che scendevano, con campestre e ombrosa suggestione, al profondo bosco, altre ed altri sedevano, sui banchi rustici, chiacchierando, come in un salone.

Andiamo viadisse lady Hermione, muovendosi dal suo posto di osservazione.

Lasciate che vi dia il braccio, lasciate? — supplicò lui.

— No, no.

— Ma perché?

— Perché nessuno cammina come io cammino, Caracciolo...

— È vero... sembra che sorvoliate sul terreno.

— Un giorno... sulle Alpi... vi era tanta neve, Caracciolo, tanta neve e ne cadeva ancora, lieve, gelida, ebbene, tutte le orme vi si stampavano, salvo la mia.

Ella aveva narrato questo, sottovoce, con un accento di confidenza paurosa, di mistero, ed egli ebbe un brivido di terrore, per i passi di questo fantasma femminile che non lasciavano traccia, sulla neve.

— Come un’ombra... — Luigi balbettò.

— Come un’ombra — ella confermò, assai misteriosamente, ma sorridendo.

Erano sul prato, ora, fra la gente; e signore e signori venivano a salutare lady Hermione. Ogni voltarara volta — che ella appariva in pubblico, otteneva un successo duplice per se stessa e per la sua rassomiglianza. La nobilissima dama, così ricca, così strana, che si vestiva in una forma così diversa da tutte le altre, che parlava poco, che andava per le vie alle ore più insolite, che spariva nelle ore consuete della passeggiata, che «posava», infine, così simpaticamente, avrebbe di per sé attratto l’attenzione, se non fosse anche stata l’immagine di Anna Dias, morta così tragicamente. Non glielo dicevano: ma ella produceva sempre un novello effetto di stupore, in quanti si rammentavano la infelice giovane che si era uccisa. D’altronde Luigi la seguiva, dovunque: d’altronde, due volte, in un circolo e in un ballo, in cui ella era apparsa, Laura Dias, due volte, aveva dovuto lasciare la sala, smorta, vacillante: d’altronde, Cesare Dias non andava mai da lady Darlington, non l’accompagnava mai in pubblico, pareva che non la conoscesse neppure, eppure si trovava dovunque ella era, la guardava di lontano, la sorvegliava. E amici e conoscenze, nei momenti in cui si distraevano dai propri amori, dalle proprie imminenti o lontane tragedie, sentivano che in quelle quattro persone, in Hermione che sembrava uscita dalla tomba, in Laura che si claustrava per non vedere questo fantasma, in Luigi che ne era innamorato come della morta e più della morta, in Cesare che ne pareva geloso come della morta e più della morta, malgrado il duello, malgrado la ferita di Caracciolo, sentivano, coloro che per un minuto si toglievano ai loro drammi o alle loro commedie, sentivano che si agitava una ignota tempesta.

Quando Giulio Carafa vedeva la duchessa inglese, così stravagantemente bruna per una inglese, andare in giro con Luigi, lasciandosi corteggiare con quell’altiera indulgenza di quelle dame che non le compromette mai, mentre l’uomo se ne innamora perdutamente, quando egli vedeva apparire Cesare Dias, con l’occhio avido del geloso, con la bocca piegata dall’amarezza del geloso, con quel vagabondaggio inquieto e instancabile del geloso, Giulio Carafa intendeva come il minuto della catastrofe si approssimasse. Ah, egli la detestava, per il suo amico, quella duchessa inglese che aveva la maschera di una bellezza italiana, e avrebbe volentieri tentato di rimandarla in Inghilterra, se non avesse pensato che Luigi Caracciolo e Cesare Dias l’avrebbero seguita! Egli non si era fatto presentare, un po’ per la collera che gli destava e un po’ per un senso di paura: ma egli la guardava spesso come se ne fosse innamorato, mentre in cuor suo, quando non pensava ad altro, la malediva. Così, nel cerchio di lady Hermione, Carafa non vi era: e incapace di allontanarsi, Luigi le stava a lato, taciturno, a occhi bassi, mentre la gente si domandava a che punto fossero, e se almeno questa inglese lo volesse amare, il bel Luigi.

La polka cominciava, il giro doppio si rifaceva, a guardare la danza: mentre delle coppie solitarie erravano, passeggiando, lontane, ma in vista. Mentre passava, ballando, Giulio Carafa disse a Luigi:

— Vi è Dias.

Caracciolo ebbe uno stringimento di spalle. Sentiva, sempre, gli occhi tristi e freddi di Dias che vegliavano gelosamente, vedeva quel terreo volto di geloso visionario; intendeva il furore represso di quel vedovo, che respingeva il disonore anche in una effigie fantastica; ma Luigi viveva in un’atmosfera di sogni morbosi, di desiderii smodati e fallaci, di terrori segreti che lo afferravano alla gola, e parea che lo soffocassero, e non lo soffocavano mai. Luigi, sì, sapeva che non era finita con Cesare Dias la loro sanguinosa partita, finché egli delirasse ancora per quel ritratto della sua donna morta: ma non era forse una medesima fatalità che li involgeva tutti, non forse qualcuno di loro, in quella fatalità doveva perire? Sì, Cesare era apparso nel viale grande, dal cancello, in compagnia di Clemente Cortez, venendo verso il campo della festa, dove era lui con Hermione; si avanzava, Cesare, parlando con Cortez, ma tenendo i suoi occhi fissi su quella coppia, terreo, con un lieve aggrottamento di ciglia, come l’uomo che dentro di sé tenta risolvere il più atroce problema, ma non per questo Luigi si era staccato da lady Hermione, vinto dal fascino istesso di quella fatalità. E un perfido riso fu sulle labbra di Hermione, mentre ella diceva:

— Ecco il moro di Venezia.

Amereste di essere Desdemona, voi, lady?

— Ella era una sciocca venezianadisse la superba signora.

— Quanto odiate l’Italia, oggi, Hermione.

— V’ingannate: quell’Otello m’interessa.

— Lo vado a chiamare? — esclamò amaramente Luigi.

— Non amo le presentazioni, lo sapete.

— Voi non lo avete mai conosciuto, Dias? — egli chiese con ansietà.

— Non mi è stato mai presentatodiss’ella, evitando la risposta.

Conosciuto... dicevo — egli insistette.

— Nella vita anteriore, forse? — ella disse con quel suo accento sordo, levando i bianchi e gialli crisantemi, a nascondere il suo volto.

Hermione, io ho tanta paura di voi — egli le sussurrò, affannosamente.

— È naturale — ella soggiunse, sordamente, guardandolo con certi occhi così vaghi e incerti, che egli voltò la testa, non reggendo a quello sguardo fantomatico.

Come si ballava con dolcezza insieme e con vivezza su quel grande piazzale, ora che il sole cominciava a declinare! Delle altre coppie si erano riunite sopra un praticello verde, verso la palazzina e ballavano ancora, più libere, tutte liete della loro indipendenza dal grande cerchio del ballo, dove il moto era più lento, tante erano le coppie, mentre una ventina di bimbi e bimbe, in un altro prato, invece di fare la polka, si erano presi per mano, e giravano in tondo, allegramente, ridendo, canticchiando, dando di quegli strilletti infantili che sembrano un richiamo di uccelletti. Declinava il sole e l’azzurro del cielo si faceva più tenero, diventando simile alla preziosa turchese; e il verde diventava più forte, mentre già un alito fresco confortava i danzatori e le danzatrici. Pochi eran quelli, invero, che avevan resistito all’incanto del paesaggio, dell’ora, dell’ambiente e che non fossero in uno dei cerchi danzanti, stringendo nel ritmo della musica tutti i sogni della fantasia, che aveva un così soave esaltamento.

— Perché non ballate, un poco, solo un poco? — invocò Luigi, ad Hermione.

— Io? Mai.

— Perché?

— Ho fatto un voto.

— Un voto religioso?

— …no.

— Un voto d’amore?

— …neanche.

— Voi non avete mai amato, è vero, Hermione?

— Vi ho detto questo?

— L’avete detto. Era falso?

— Chi sa! Credo.. debbo credere di non aver amato mai. Pure...

Pure?

Pure... mi sembra di ricordarmi... così... vagamente, di aver amato...

— Vi ricordate? Non siete certa?

— Non sono certa di nulla...

— Perché avete fatto voto di non ballare mai? — tornò a domandare Luigi, perché il discorso, così acutamente penoso, deviasse.

— Lo feci... qualche anno fa. Un mia amica morì di tisi, per una polmonite presa in un ballo e io mi votai, credendo di poterla salvare.

Era giovane?

— Aveva ventidue anni.

Poveretta!

— Perché la compatite? Io mi votai: ma essa non fu infelice, morendo.

— La vita non è poi una così triste cosa, Hermione.

— Che ne sapete, se non sia più sereno, il di ? Qualche morto vi è apparso, forse? Vi ha confidato il suo segreto, qualche morto?

Egli non rispose; si voltò di , per celare l’atroce suo turbamento. Ora, su quella musica così amabilmente convenzionale e anche così bizzarramente leggiadra, si ballavano i lanciers, la sola danza moderna che più della quadriglia istessa abbia della compostezza e della grazia. I quadrati dei lanciers erano dieci o dodici, si ballava dappertutto, mentre le tre orchestrine, nascoste fra i cespugli, suonavano all’unisono mettendo le note un po’ ondeggianti di quella musica, nell’aria pura di quel vespero di primavera. E le dame, in quell’ampiezza di salone campestre che niuna parete costringeva, in quella luminosità ormai tenera, sotto quel cielo di un azzurro sempre più chiaro, fra il circolo dei grandi alberi che chiudevano, lontano, l’orizzonte, fra il sottile profumo dei fiori silvestri che vinceva nella sua agreste naturalezza il profumo emanante dalle vesti e dagli ornamenti muliebri, le dame ballavano con un’indolenza corretta che aveva del languore e aveva della grazia, ballavano un po’ sorridenti, prolungando le loro riverenze innanzi ai profondi saluti dei loro cavalieri, avanzandosi con un passo lieve che è una delle più grandi attrazioni femminili, porgendo la mano, girando, con una lentezza sapiente di movimenti, con un sapore di danza antica, tutta espressione. Si formavano e si scioglievano delle squadre femminili, variegate di tinte tenui, nel rosa pallido, nel bianco avorio, nel verde finissimo, nel lilla smorto, ed esse sfilavano con un’ondulazione armoniosa, a una certa distanza, silenziose e sorridenti. La gran lietezza del garden party, ora che il vespero cresceva, si sopiva in una serenità vasta come il cielo, profonda come il bosco, confortante come tutti i freschi odori della campagna.

— Giacché non ballate, venite a passeggiare? — invitò Luigi, nuovamente.

Ella, senza rispondere, si mosse dall’orlo del prato, donde aveva seguito, con lo sguardo intento e sereno, tutta quell’armoniosa ed elegante danza, ondeggiante col ritmo delicato, con un morbido moto di cullamento: e con Luigi, si allontanò verso la palazzina.

Andiamo sotto la tenda araba, volete? — egli propose.

— Farà caldo... — osservò Hermione, esitando.

Proviamo.

La tenda araba, nel suo colore nocciuola, della tela greggia tutta esoticamente ricamata di rosso, di azzurro, di giallo, di verde, a losanghe, a palme, in tutte le forme strane dei disegni d’Oriente, sorgeva sopra un’altura, piantata su solidi piuoli e annodata fortemente, col lembo davanti che si prolungava, a forma di peristilio.

Dal basso dell’altura vi erano dei gruppi fermi, a contemplarla, e altri salivano, e vi entravano, sedendosi sui larghi divani, intorno. Invero, la luce del giorno già cadente vi moriva; e vi si respirava un’aria calda. Pure, qua e , sui divani, vi erano dei solitari che chiacchieravano; due amici che odiavano le feste campestri e in generale tutte le feste e che pure non osavano mancarvi; due mamme che seguitavano, anche in quel giorno, la dura missione delle madri che hanno figliuole da marito, e che si riposavano, un momento, da tanta fatica; qualcuna di quelle comparse di ballo, uomini e donne, che vi si trovano sempre, non si sa perché, mentre non hanno né bellezza, né ricchezza, né gioventù, né nome, mentre sono mal vestite, e non parlano, e si annoiano, e annoiano. Hermione si fermò sull’entrata, facendo un atto di repulsione, lievissimo:

— Quanta gente!

— Una tenda non è fatta che per due persone — egli mormorò, deluso, perché aveva sperato di trovar nessuno o solo qualcuno.

— Ho anche io una tenda araba, laggiù... — ella disse, facendo qualche passo innanzi.

— Dove?

Laggiù, in Inghilterra: in un grande parco, pieno di alti alberi... — e la sua voce, ancora una volta, aveva un rimpianto nostalgico.

— Come siete inglese, oggi, Hermione.

Povero paese lontano, così attraente nell’austerità dell’inverno e nelle giornate di primavera... povero paese nostro che abbandoniamo così volentieri... e che si rimpiange tanto!

— Voi tornerete presto colà, è vero? — interrogò lui, tristemente.

— Non so: forse.

— Se partite, vengo anch’io, Hermione.

— Oh no! — protestò lei.

— Come me lo potreste impedire?

Pregandovi di evitarvi questo dolore.

— Questo dolore, venire laggiù, dove voi siete? Ma che dite? il dolore è dove non siete, lady.

— Non venite mai, in Inghilterra!

— Ci verrò, se ci andate — egli ripetette, nella ostinatezza della passione.

— No, no, Luigi — ella mormorò, con quella invincibile grazia che dava al suo nome.

Ditemi la ragione.

— Perché dirvela? Non la intendete? E così triste!

Triste? Triste?

— Voi non ritroverete mai Hermione, laggiù — ella disse con un tono di voce profondo, avanzandosi sotto la tenda.

A lui si velarono gli occhi di lacrime.

— Non potrò mai raggiungervi in Inghilterra, dunque, in nessun tempo, in nessun giorno?

— Non vi è, Hermione, in Inghilterra — ella ripetette, a bassa voce, avvolta nelle ombre che erano in fondo alla tenda araba.

Egli tacque: un sospiro di musica giunse, dal piazzale. Ma Luigi non resistette.

— E allora mi promettete di non andar via senza me? Mi permettete di seguirvi, in qualunque altro paese andiate?

Verreste in qualunque paese, Luigi?

— In qualunque, amor mio: con voi.

— Nel più lontano?

— Nel lontanissimo paese: con voi.

— Nel più freddo?

— Nel paese delle eterne nevi: con voi.

Ella sentì che si era inchinato, che le baciava la mano, poi il polso, inebbriato dall’amore, fatto audace dall’ombra.

Luigi, andiamo.

— Ancora un momento, Hermione.

— Non vedete?

E gli indicò l’apertura della tenda, dove insieme a Clemente Cortez, che era un altro misantropo e che non ballava, Cesare Dias passeggiava, avanti e indietro, guardando dentro la tenda, fedele alla sua gelosa guardia; non erano soli, ma Dias era colà, fermo nella sua gelosia funebre, non lasciandoli mai, non curandosi di mostrare il pallor terreo del suo volto e la tristezza sdegnosa della sua fronte.

— Che v’importa di lui? — disse Luigi, irritato. — Non è mica vostro marito!

— No, non è mio marito: è il duca di Cleveland, io credo, mio marito. Ma quell’uomo soffre, Luigi; andiamo via.

— Anche io soffro.

— Voi, presso a me: egli, lontano.

— Lo compatite tanto? Credete che vi ami?

— Non so — ella concluse, enigmaticamente.

Si era avviata per uscire dalla tenda: Luigi, a malincuore, la seguì. Passarono, ambedue, innanzi a Clemente Cortez e a Cesare Dias che chiacchieravano, fermi davanti all’apertura della tenda araba e che si fecero da parte, salutando profondamente. La duchessa di Cleveland salutò, con quello sguardo incerto e quel sorriso vago, che pareva non si dirigesse a nessuno e che, pur essendo cortese, era di una grande alterigia: Caracciolo salutò distrattamente. Fuori, era giorno ancora: ma un giorno tenerissimo, già fresco, non freddo: tutto di un grigio delicato, metallico, mentre il verde degli alberi si era fatto scuriccio, già un po’ confuso nella luce crepuscolare. La folla dei gentiluomini e delle dame, dopo aver ballato una voluttuosa mazurka, si era accalcata ai tavolini apprestati, alla grande tavola coperta di fiori e di dolci, coperta di piatti che offrivano agli stomachi più forti e più deboli le raffinatezze di una signorile merenda. Certo le signore chiedevano una granita, un gelato: ma arrivavano allo champagne, ma pur avendo l’aria di rifiutare ogni alimento solido — e quale donna può aver dimenticato il poetico orrore di lord Byron, per le donne che troppo mangiavano in pubblico? — arrivavano al sandwich col caviale, al petto di una pernice, a un briciolo di roseo salmone nella sua gialla salsa. Intorno, dunque, alla tenda della merenda, era tutto un lieto movimento di signore e di cavalieri, un andare e venire frettoloso di camerieri, uno stappare di bottiglie di champagne, un levare grazioso di coppe tenute dalle mani gemmate: sul piazzale quasi deserto, Paolo Gioia, con due o tre altri, preparavano il campestre cotillon: e finanche, dietro ai cespugli, i suonatori delle invisibili orchestre, seduti sull’erba, facevano merenda, più rusticamente. Arrivavano, confusamente, suoni di voci allegre e squilli di risate. Hermione guardò un poco lo spettacolo, discendendo dall’altura dove sorgeva la tenda araba: ed ebbe uno dei suoi fugaci sorrisi. Come attirata da tutta quella graziosa scena, si venne avvicinando, pian piano, tenendo accanto Luigi Caracciolo, che ridiventava l’innamorato mondano, appena ella usciva da quella sottile atmosfera di dubbio e di mistero, per un momento: sperando sempre che questo minuto umano di Hermione durasse e che egli potesse umanamente adorarla senza turbamenti e senza terrori. La duchessa di Cleveland non volle mettersi più vicino alla tenda della merenda, poiché la folla le dava fastidio.

— Una tazza di the, lady?

— No: direste che sono troppo inglese.

— Un gelato, allora?

— Ah, io ho sempre troppo freddo, per amare i vostri gelati!

— Un bicchiere di champagne, per riscaldarvi?

— È un vino volgare: un bicchiere di Johannisberg, se volete.

Luigi Caracciolo fece cenno a un cameriere che accorse e sparì.

L’innamorato cercava con gli occhi un tavolino, per sedersi: ma non ve ne erano. Ella indovinò.

— Non voglio sedermi: sapete che odio lo stare seduta.

— Lo so: ma voi odiate tante cose, Hermione!

— Io amo di stare in piedi o sdraiata; seduta mai. Ma la ragione è tutta di civetteria femminile.

— Voi non siete civetta.

— Io sono enormemente civetta e mi sembra di fare il mio dovere di donna. Ora, vedete, mi confesso a voi, che mi amate e su cui la confessione non farà un cattivo effetto: mi confesso, Luigi, uditemi bene. Io sono piccola...

— Non è vero.

— È naturale che diciate così: e vi approvo. Ma sono piccola. Le stelle potrebbero morire, il sole potrebbe naufragare nel mare, potrebbero avvenire i più torbidi cataclismi, ma io resterei sempre piccola.

— A me, parete grande.

— È una illusione ottica. Tutto è una illusione ottica... in me. E forse io sembro veramente grande... sembro... Siamo forse certi se i nostri occhi sono neri o azzurri, se le nostre mani sono piccole o grandi? Sembro grande: ma sembro grande, per una illusione, solo quando sto in piedi, o quando sono sdraiata. Quando mi metto a sedere sono volgarmente piccola. Badateci. La marchesa Lalla d’Aragona è tutto il contrario di me: sembra grande quando siede, sui suoi alti seggioloni. Notatelo: non balla, non passeggia, non si leva mai. Ah io sono piccola, piccola...

— Non è vero, non è verodisse lui, guardandola innamoratamente, non sapendo neppure più dirle una galanteria, tanto l’amava.

Il cameriere giunse, con un vassoio, dove la bottiglia dal collo sottile e verde di Johannisberg era fra due bicchieri, di un giallo pallido. Luigi versò il vino color dell’ambra e l’offrì alla duchessa. Ella, prima di bere, guardò il suo innamorato, con un così sapiente sguardo e un così sapiente sorriso, che egli tremò di piacere. Hermione non bevette che un sorso; e gli restituì il calice. Egli, poiché fremeva d’amore, bevette il resto, cercando il posto dove quelle labbra si erano posate, sull’orlo del bicchiere.

Spezzate la coppa — ella disse, con un riso di maga.

Sulla terra del viale, il calice giallo andò in frantumi.

— Voi conoscete questo bosco? — domandò la