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II.
La lettera
diceva così: «Carissimo amore, ho affrontato anche io Cesare Dias. Quale uomo!
La sola sua presenza mi gela e basta che egli mi guardi coi suoi chiarissimi
occhi azzurri, perchè la voce mi muoia sulle labbra; il suo silenzio ha per me
qualche cosa di pauroso, e quando discorre, la sua voce incisiva mi ferisce,
prima per il tono, poi per le dure parole che pronunzia. Pure, ho avuto
l'audacia di parlargli del mio matrimonio, stamane, quando è venuto per la
consueta visita; gli ho chiesto un breve colloquio, senza tremare, sebbene da
tanti giorni la sua fredda cortesia di tutore abbia una tinta ironica,
sprezzante. Laura era presente, taciturna, con la sua aria distratta, e ha fatto
una lieve alzata di spalle, noncurante e sdegnosa; si è levata lentamente e se
ne è andata, senza voltarsi, con quel suo passo lieve che pare appena sfiori la
terra. Cesare Dias, seduto in una poltroncina, giuocando con una stecca di
avorio, sorrideva senza guardarmi, e quel sorriso mi scomponeva le idee. Ma
dovevo tentare, dovevo; lo avevo promesso a te, amore, a me stessa, e la vita
mi era insopportabile, accanto a mia sorella che possedeva il mio segreto, che
mi torturava col suo sogghigno di persona che non ha mai amato, che mi faceva
fremere di vergogna e di spavento, quando pensavo che ella poteva narrarlo, il
segreto di quella notte burrascosa. Cesare Dias sorrideva, fissando i bizzarri
lavori della stecca giapponese, e sembrava non avesse nessuna premura di udir
nulla da me. Ebbene, malgrado il mio turbamento, malgrado che mi trovassi in
presenza di una persona che non amo e che non mi ama, malgrado l'abisso che
divide il mio carattere da quello di Cesare Dias, io ho osato dirgli che ti
adoravo, che volevo vivere e morire con te, che la mia fortuna sarebbe bastata
alla nostra famiglia, che non avrei voluto e saputo sposar nessun altro che te,
che infine, umilmente, devotamente, al parente più prossimo, all'amico più
saggio, chiedevo di dare il consenso al mio matrimonio.
«Egli mi ha
ascoltato, con gli occhi bassi, senza dar cenno d'interesse: solo, la stecca
gli è restata immobile due o tre volte, fra le mani. Alla fine, ha detto
seccamente: no. E allora ha avuto principio una scena atroce, in cui ho,
volta a volta, tentato di pregare, di piangere, di ribellarmi, di proclamare la
libertà del mio cuore, come avrei, fra poco tempo, proclamata la libertà della
mia persona, e ho trovato sempre di fronte un cuore arido e duro, una volontà
ostinata, e tutto un ragionamento perfido, falso, convenzionale, basato sul
rispetto umano, sull'egoismo, sulla mancanza di sentimento. Cesare Dias ha
negato il mio amore e il tuo; ha negato che esistano dei grandi amori, per cui
si vive e si muore; ha negato che la passione sia indimenticabile; ha negato
che non si possa vivere senza affetti profondi: il suo vocabolo è stato no, al
principio del nostro colloquio, ha continuato a esser no, sempre no, facendomi
le dimostrazioni più paradossali, più stravaganti e più ciniche; per
convincermi che io m'illudeva, che noi c'illudevamo, e che era suo dovere
opporsi a tale traviamento. Oh quanto ho pianto, come ho prostrato il mio
spirito innanzi a quell'uomo che ragionava così freddamente, e come ora mi
pento di essermi così umiliata! Mi rammento: quando la violenza della mia
passione per te, amore, scoppiava in clamori, l'ho visto guardarmi con
ammirazione di spettatore, come al teatro si ammira una scena drammatica e dopo
si applaudisce l'attore che ha così bene recitato, fingendo la passione. Non mi
credeva, e la collera mi ha due o tre volte fatto perdere il lume degli occhi,
e sono giunta a minacciare di fare uno scandalo. – Lo scandalo ricade su chi
lo fa, – ha detto lui, severamente, alzandosi per far cessare il colloquio.
«Se ne è
andato: l'ho inteso, nel salotto, parlare quietamente con mia sorella Laura,
quasi nulla fosse stato, quasi non mi avesse lasciato singhiozzando, quasi non
mi udisse ancora disperarmi e invocare i nomi della Madonna e dei santi. Ma
questa gente non ha viscere, e io sono circondata da persone che mi credono
un'esaltata, una pazza.
«Amor mio,
dolcissimo amore mio, eterno mio pensiero, è dunque deciso che dobbiamo
fuggire. Bisogna fuggire, qui si muore, così. Tutto è meglio di questa casa che
è una prigione: tutto è meglio della galera. Io non voglio più trascinare la
catena. Sì, quello che fo, è così grave che mi sgomenta: la fanciulla che fugge
di casa, secondo il comune giudizio degli uomini, si disonora, e malgrado la
santità del matrimonio, dopo, non muore mai il sospetto. Sento che butto via
tutta la mia vita, per un sogno d'amore. Ma anche il destino è stato così
bizzarramente crudele pel mio cuore, dandomi una fortuna e togliendomi il
padre, dandomi un cuore avvampante di affetto e isolandomi da tutti gli
affetti, dandomi la più cara e insieme la più disamorata delle sorelle.
«Che posso io
più sapere del giusto, dell'onesto, se le sacre voci dell'onestà e della
giustizia non hanno accompagnato la mia adolescenza? Per chi debbo io sacrificarmi,
giacchè coloro che mi amavano sono morti, e coloro che vivono non mi amano? Io
ho bisogno di amore; l'ho trovato, mi attacco ad esso, non lo lascio più. Chi
mi piangerà qui? Nessuno. Quali mani si stenderanno a richiamarmi? Quelle di
nessuno. Che ricordi porto via? Niente di niente. Io sono una creatura
solitaria e sconosciuta che fugge il paese glaciale del polo, in traccia di
quel sole vivificante che è l'amore. Tu sei il sole, tu sei l'amore. Non mi
giudicare male, io non sono simile alle altre fanciulle che hanno una casa, una
famiglia, un nido: io sono invece una povera pellegrina senza tetto, senza
ricovero, che cerca una casa, una famiglia, un nido. Io sarò la tua sposa, la
tua amante, la tua serva, quello che tu vuoi, purchè io viva teco, sotto il tuo
tetto, raccogliendo il capo stanco sul tuo petto: ti amo. Una vita intera nella
santa atmosfera del tuo amore, mi farà perdonare questo errore, che commetto.
Non mi perdonerà il mondo. Ma io sdegno le persone che non hanno saputo
sacrificar tutto all'amore; e coloro che hanno amato mi compatiranno. Io non
saprò più nulla, che il tuo amore non sia. Tu mi perdonerai, perchè mi vuoi
bene.
«Dunque è
deciso. Fra tre giorni da quello in cui riceverai la mia lettera, venerdì,
lascia la tua casa, come se andassi a passeggiare, senza bagaglio, senza
scialli, e fatti portare da una carrozza alla stazione. Ivi prenderai il treno
Napoli-Salerno, che parte all'una precisa pomeridiana e arriva a Pompei alle
due. Io non verrò alla stazione di Pompei, per non destare sospetti, ma starò
girando per la città morta guardando le sue ruine: cercami dovunque, o
piuttosto, no, vieni nella strada dei Sepolcri, accanto alla villa di Diomede,
dinanzi a quella tomba di Nevoleia Tyche, una fanciulla pompeiana dolcissima,
dice l'iscrizione. Ivi staremo sino al tramonto del sole e poi partiremo per
Metaponto e per Brindisi, dove c'imbarcheremo per l'Oriente. Io ho del danaro:
sai che Cesare Dias, per non avere noie, aveva lasciato nelle mie mani l'uso
delle mie rendite, da due anni. Dopo... quando questi danari saranno finiti,
ebbene, lavoreremo fino a che io abbia ventun anni. Hai dunque inteso? Non ti
curare di come io potrò uscire di casa, andare alla stazione ed arrivare a
Pompei senza farmi scoprire. È un mio piano semplice e audace che non posso
comunicarti; debbo per forza eseguire quello e non un altro, perchè qualunque
nostra riunione in Napoli ci esporrebbe a un grave rischio. Soli, partendo con
treni diversi, perduti nella folla, come vuoi che ci scoprano? Ti meraviglia
questa mia lucidezza di mente, questa calma, questa precisione? Sono venti
giorni ch'io rifletto su questo piano, che non dormo di notte per istudiarne i
particolari più minuti. Rammentati, rammentati: venerdì, alle dodici, partenza
dalla tua casa; all'una, partenza dalla stazione; alle due e mezzo, convegno
innanzi alla Tomba di Nevoleia Tyche; non dimenticare, per carità; se tu non
dovessi arrivare all'ora detta, che farò, io sola, dentro Pompei,
tormentandomi, morendo d'inquietudine?
«Dolcissimo
amor mio, è questa l'ultima lettera mia che tu ricevi. Perchè, scrivendo queste
parole, un senso di dolore mi vince e mi fa piegare il capo? La parola ultima
è sempre triste, comunque si dica; e faccia Dio che io non debba
rimpiangere questo tempo bello, anche nelle sue torture. Ma tu mi amerai
sempre, anche lontani dalla patria, anche poveri, anche infelici? Tu non dirai
che io ho voluto il tuo male? Tu proteggerai questa debole creatura esposta a
tutte le miserie umane, forte soltanto del suo amore? Tu sei buono, sei onesto,
sei leale; il tuo amore ha delicatezze fraterne, tu sarai ogni cosa, ogni
persona per me, e il mondo, e Dio! Ah, io bestemmio, è vero, ma ti adoro, ma io
non sento più che l'imperioso, il feroce desiderio di fuggire, di venire a te,
di non separarmi mai più, di camminare con te, sino all'ultima ora! Bando alla
mestizia: noi ci amiamo, la vita è nostra; infelici i cuori senz'amore e senza
la speranza dell'amore! L'ultima lettera è questa, è vero: ma dopo incomincia
il grande avvenire. Ricordati, ricordati dove ti aspetta – Anna».
Giustino
Morelli lesse due volte la lettera di Anna, lentamente, come se ne imparasse a
mente le parole. Era solo nella sua piccola casa: imbruniva. Poi abbassò il
capo sul petto ed era smorto in viso: si sentiva vinto e perduto. Vinto e
perduto, lui: vinta e perduta, Anna.
. . . . . . . . . . . . .
In quell'ora
mattinale la chiesa di santa Chiara, tutta candida di stucchi, tutta ricca di
ori, smorti e nobili, co' suoi marmi dolcemente bigiastri e con le sue miti pitture
dall'alta volta, era quasi deserta: le vecchie devote erano sedute qua e là,
strette nello sciallo di lana nera, e qualche donna del popolo, pregava
inginocchiata, all'altare dell'Eterno Padre. Le due donne, Anna Acquaviva, e la
sua damigella di compagnia, Stella Martini, eran sedute a metà della chiesa,
cogli occhi abbassati sui loro libri di preci. Stella Martini aveva una di
quelle facce scialbe e flosce di vecchie zitelle, che furono un tempo
delicatamente graziose, e il cui fiore di bellezza si è appassito prima di
trent'anni, che finiscono per rassomigliare a bambole vecchie, imbottite di
cruschello, da cui il cruschello sia caduto; vestiva di nero e aveva un aspetto
di rassegnata bontà, di pace spirituale. Anna indossava un abito di lana nera,
con una giacchetta bigia all'inglese, e sui neri capelli raccolti strettamente
sulla nuca da un grosso pettine di tartaruga bionda, posava un tocchetto nero,
dall'ala grigia. Il pallor caldo del suo viso non aveva una goccia di sangue
sotto la pelle, e ogni tanto ella si mordicchiava il labbro, nervosamente. Per
molto tempo ella tenne il libro delle orazioni, aperto, senza voltare la pagina
bianca: ma Stella Martini non se ne accorse; ella pregava fervidamente. A un
certo punto, la fanciulla si levò:
– Io vado –
disse, pur restando ferma, guardando la vôlta della chiesa.
– Non avete
il velo? – chiese Stella Martini.
– No, vado
così. Sto poco.
E con passo
leggerissimo si allontanò verso l'alto della chiesa, sparendo in un
confessionale, dalla parte opposta dove stava Stella Martini. Costei la seguì
con lo sguardo; poi, pazientemente, abbassò il capo e si mise a recitare fra sè
il rosario. Nel confessionale, il buon prete dei Verginisti, dal viso rotondo e
roseo che avea conservato qualche cosa d'infantile nella vecchiaia, e dalla
corona di capelli candidi, faceva le domande di rito, dolcemente, non
meravigliandosi del tremore della voce che gli rispondeva, conoscendo bene il
carattere della sua penitente, cercando di ricondurla ad una contemplazione
pacifica dell'esistenza.
Ma Anna
Acquaviva quel giorno rispondeva assai confusamente; spesso non intendeva il
senso delle semplici parole, che il prete le rivolgeva; spesso un silenzio era
la risposta, mentre un respiro affannava, dietro la grata; e infine quando il confessore
le ebbe chiesto, con una certa ansietà:
– Ma che cosa
avete dunque?
– Padre, sono
in grave pericolo – rispose una voce sorda.
Invano egli,
scosso, cercò di sapere: ella esitava a dare spiegazioni: udiva le esortazioni
alla quiete, alla sincerità, senza mormorare altro che questo:
– Padre, mi
minaccia una disgrazia.
Allora egli
si fece severo, l'ammonì che era un peccato molto brutto venire lì a burlarsi
della fede, quando non si voleva neppure chiederne gli ausilii nella sventura:
che il Signore aborriva specialmente i sacrileghi che mescolano il sacro col
profano, e che tengono tanto al peccato, nel momento istesso del pentimento. E
le dichiarò che non poteva assolverla; ma capì che quell'animo fiero e
impetuoso si era ormai chiuso alle letificanti dolcezze della religione.
– Tornerò –
disse lei, levandosi risolutamente.
Per tornare
da Stella Martini ella doveva ripassare innanzi al confessionale e il padre
Verginista si piegò a vederne il viso e l'andatura: un dolore mistico gli
restava nel cuore, per quell'anima smarrita. Ma ella non ripassò, ed egli pensò
che la povera creatura se ne fosse andata via da un'altra parte. Infatti Anna
Acquaviva, invece d'avviarsi verso Stella Martini, fece due passi indietro ed
entrata in una cappella, sparve dalla porta della chiesa, che dà sul chiostro
di Santa Chiara: la damigella, senza levar gli occhi, seguitava a pregare
fervorosamente, aspettando che la confessione finisse. Anna scese assai
tranquillamente gli scalini, attraversò il chiostro senza affrettarsi, senza
voltarsi indietro, e uscita nella via di Santa Chiara, salì in una carrozzella
da nolo, facendone sollevare il mantice, e dicendo al cocchiere di andare alla
stazione. Aveva compiuto tutto ciò con molta calma, ma quando fu in fondo a
quella nicchia oscura, trabalzata sul selciato di Trinità Maggiore, sola,
libera, fuggita infine, si arrovesciò indietro, comprimendosi un fazzoletto
sulle labbra per soffocare le folli grida di gioia e di angoscia insieme, che
ne irrompevano.
Andava,
andava, come in un sogno, scuotendosi ogni tanto all'idea bella e atroce che
era proprio lei, Anna Acquaviva, che aveva abbandonato per sempre la sua casa e
la sua famiglia, portando delle migliaia di lire nella borsetta infilata al
polso, per gittarsi nelle braccia di Giustino Morelli: e nessun sentimento di
paura la teneva più: ormai tutto era finito, non l'avrebbero più ripresa, era
via, era via, nell'ignoto, essere sconosciuto e disperso nella sconosciuta
folla. E in quel sonnambulismo di chi compie una grande azione decisiva ella
era precisa e rigida nei movimenti, simile ad un automa. Alla stazione pagò il
cocchiere, e macchinalmente chiese al bigliettinaio un biglietto per Pompei.
– Col
ritorno? – domandò costui, naturalmente. Da Pompei si ritorna sempre nella
giornata.
– No – ella
rispose, sussultando simile a una sonnambula che si svegli.
Egli pensò
che fosse un'inglese appassionata di antichità. Ella mise il biglietto
nell'apertura del guanto, e senza sbagliare, come un congegno di
orologeria perfettamente montato, si avviò alla sala di prima classe. Si guardò
attorno con indifferenza, come se non fosso neppure possibile che Cesare Dias
la raggiungesse in quella sala, o che qualche persona di sua conoscenza si
meravigliasse d'incontrarla sola, colà: niente, niente, era immobile, senza più
un sentimento, col bisogno di andare innanzi, niente altro. Non si sorprendeva
neppure di esser sola, per la prima volta: e le pareva che da anni e anni
viaggiasse così, anzi, che sempre nella sua vita non avesse fatto altro: e che
Laura Acquaviva, Cesare Dias e Stella Martini fossero pallide ombre di un
passato, anteriore anche all'esistenza, gente vista altrove. Ella andava
ripetendo fra sè, macchinalmente, come il bimbo che non deve dimenticare una
parola:
– Pompei,
Pompei, Pompei.
Ma salendo nello scompartimento di prima classe, vuoto,
dette indietro sullo scalino: pareva che una forza l'avesse respinta. Qual mano
misteriosa, dunque, le impediva di andare? Tremò, quasi desta dal sogno: e
dovette fare uno sforzo per salire nel vagone, vincendo quell'ostacolo
misterioso che le dava un brivido di paura, anche perchè ne sentiva
l'impressione, senza distinguerne l'aspetto. E da quel minuto in cui la segreta
voce del destino le era confusamente risuonata nella coscienza, ella visse in
quel dormiveglia morale di chi attraversa una grave crisi: dormiveglia che ora
la cullava in carezzose visioni di felicità, innanzi al ridente spettacolo
della azzurra costiera napoletana, dove il freddo invernale si mitigava in un
tiepido scirocco: e che ora si dileguava facendole fare un sussulto innanzi a
un'oscura ma opprimente realtà. Filava, filava il treno mattinale fra la
campagna e il mare, quasi rasentando le chete onde, passando attraverso le case
bianche di Portici, attraverso le case rossastre di Torre del Greco, attraverso
le case bianche, rosse e bige della popolosa Torre Annunziata, scivolando con
poco rumore sulle rotaie bagnate dalla rugiada sciroccale: e Anna, stretta nel
suo paltoncino, con la veletta abbassata sugli occhi, raccolta in un cantuccio,
dietro il cristallo dello sportello, passava da una grande, confusa e
dolcissima apparizione fiorita, di stelle, di carezze, di baci, a un freddo
terrore di un pericolo imminente, che la faceva rincantucciare, più timida di
una fanciulletta che si sia smarrita nella strada. Oh sì, nell'orizzonte
chiarissimo ondeggiava il fantasma di un avvenire tutto amore, tutto passione,
tutto tenerezza: un fantasma fiammeggiante di tutte le voluttà dell'anima e
delle fibre; ma quando ella si scuoteva dalla contemplazione più estatica della
grande luce, dentro sè udiva le implacabili parole della coscienza che mai non
tace, in tutte le anime, pure ed impure, corrotte ed incorrotte, la voce
profonda che è la verità istessa:
– Non andare,
non andare; se vai, sei perduta.
E questo
presentimento, in un'ora di viaggio, crebbe talmente, che quando il treno,
oltrepassata Torre Annunziata, si mise per la bruciata e brunastra campagna che
è quella vesuviana e che precede la gran rovina di Pompei, ella ne ebbe
l'incubo, e la disperazione le fece torcere le mani intorno al manico della sua
borsetta da viaggio. Erano sparite le verdi vigne e le ville che ridono fra i
pampini: era sparito il mare lucidamente azzurro, dove le vele bianche parevano
ali di bianchi uccelli fermi sulla cima delle acque marine: e si andava in un
gran paesaggio desolato, dove pareva s'avanzasse minaccioso il vulcano, col suo
eterno fuoco, col suo fumo che mai non cessa: ed erano anche spariti, per
sempre, i fantasmi della felicità. Anna viaggiava sola, in una landa sterile,
dove il fuoco era passato, distruggendo la vegetazione, distruggendo le case e
gli uomini e i loro piaceri e i loro amori, che pareva non dovessero finire
mai. E dentro a lei la voce diceva:
– Così è la
passione: tutto distrugge ed ella stessa muore.
Tanto che
pensò aver fatto una scelta malaugurata, andando a Pompei, la città dell'amore,
distratta dal fuoco, perenne soggetto di ammirazione e di malinconia a chi la
visita, avesse costui il cuore arido come la pomice. E fu assai smorta figura
di fanciulla quella che scese dal vagone di prima classe: e incertamente, in
preda alle dubbiezze desolanti di chi si sente lentamente cadere in un
precipizio, ella si mise dietro a una famiglia di tedeschi, anch'essa discesa
innanzi alla minuscola stazione, insieme con due preti inglesi.
Andava
dietro, così, senza intendere più quello che succedeva intorno, fissando un
occhio distratto sulle siepi polverose che chiudono lo stesso sentiero che conduce
a Pompei; sui campicelli di quel bizzarro fiore che pare un fiocco di seta, sui
campicelli che vanno dalla stazione all'albergo Diomede. Nè la comitiva,
tedesca, nè i due preti guardavano quella solitaria viaggiatrice dal volto
bruno e pallidissimo, dai grandi occhi bigio-neri che vagavano senz'interesse
intorno, avendo quegli occhi lo sguardo interiore delle persone assorbite in
una passione. Solo, quando tutti furono entrati nella sala terrena
dell'albergo, così triste, così pieno di tristi mosche ronzanti, ella restò in
un angolo, presso una finestra, guardando il sentiero che aveva percorso, come
se attendesse qualcuno, come se volesse tornare indietro. E invero Anna, più
che mai, si era messa a desiderare profondamente la presenza di Giustino, pensando
che solo al vederlo apparire, solo all'udire la sua cara, tenera voce, tutte le
dubbiezze sarebbero fuggite.
– Io lo
adoro, lo adoro – pensava fra sè, assorta nell'idea della passione, cercando in
essa il coraggio contro la sua coscienza. Si accorse di essere restata sola, in
piedi: e un cameriere, sotto l'arco di una porta, osservava con indifferenza
quella signora taciturna e immota, abituato alle stranezze dei forestieri. Ma
ella capì che doveva andare, e attraversando, così, macchinalmente, un cortiletto
oscuro, si mise per una scaletta che sale al primo piano dell'albergo e che, al
secondo piano, spunta dirimpetto all'entrata di Pompei. Niente ella aveva
udito: nè le offerte di qualche ristoro nella sala dell'albergo, nè quelle del
venditore di coralli, lave e Guide di Pompei che ha una bottega colà, nè quelle
di un bambino, sulla strada, che le offriva dei fiori di bambagia serica, in
francese. Ella andava automaticamente, il suo cuore era preso da un solo, da un
unico desiderio: veder Giustino, ecco la sua forza, ecco la ragione della sua
vita, solo lui, l'amore, niente più, niente più: Giustino, Giustino, Giustino!
Guardò al suo piccolo orologio di fanciulla, l'unico gioiello che aveva portato
via: quanto tempo, ancora, per le due! Dopo aver preso i danari del suo
biglietto, una vecchia guardia degli scavi, un ometto curvo e lento, si era
avviato innanzi a lei, per farle spiegazione delle ruine. Anna lo seguiva,
anch'ella debole e lenta, quasi le fossero mancate tutte le forze fisiche,
mentre dentro fremeva la passione. E insieme, il vecchio povero uomo che faceva
il suo mestiere, malgrado l'età e la stanchezza, e la giovinetta che si reggeva
a stento, in un grande abbandono delle fibre, si misero per la bellissima, la
dolcissima fra tutte le rovine dell'antichità, per la città sacra all'amore e
al piacere, che pare ancora traspiri dalle pietre delle sue vie, dalle pareti
rossastre dei suoi triclinii, dalla frescura taciturna delle sue terme, l'amore
e il piacere. Lentamente, fra il tepore della mattinata sciroccale, essi
andavano per gli alti marciapiedi, penetrando poi nei templi, attraversando le
strette vie della Speranza, della Fortuna, dove così profondi solchi han
lasciato nelle pietre i carri, entrando in tutte le case, uscendone, visitando
le piazze, i mercati, le botteghe: il vecchio avanti, borbottando le sue
spiegazioni, la giovinetta dietro, guardando ogni cosa con quelle occhiate
vaghe, che pare abbiano una nebbia innanzi a sè. Due volte, la guardia disse:
– Adesso,
visiteremo la via dei Sepolcri, e la villa di Diomede.
– Dopo – ella
rispose due volte.
Due o tre
volte ella si lasciò cadere sopra una pietra, stanca, e il povero vecchio si
sedette un po' distante, abbassando il capo sul petto, addormentandosi.
Anch'ella si lasciava prendere dalla prostrazione, avendo esaurito nell'atto
dell'audace fuga dalla chiesa, nel viaggio, prima in carrozza e poi in treno,
tutto quello che vi era in lei d'impetuoso, di tumultuario. Adesso si sentiva
troppo sola, abbandonata, povera persona che portava, attraverso la città
morta, tutta l'oppressione della solitudine, della stanchezza, e quando, dopo
una lunga pausa di riposo, ella si levava di nuovo, un sospiro le usciva dal
petto. Pure, riprendeva il suo cammino, dovendo far passare il tempo, volendo divorare
le ore che dividevano venti minuti di cammino da Pompei: il vecchietto e lei
camminavano per la via stretta fra i campi, senza parlare, sollevando appena un
po' di polverio col loro passo. Tornò indietro, pian piano, avendo pregato il
guardiano di tacere, presa ormai da un abbattimento mortale. E quando
finalmente il vecchio le disse, per la terza volta:
– Adesso
visiteremo la via dei Sepolcri e la villa di Diomede.
Ella rispose,
fievolmente:
– Andiamo.
Le ore,
lente, erano trascorse: ne mancava una sola all'arrivo di Giustino: con
l'orologetto in mano, mentre la guardia le spiegava le magnificenze della villa
Diomede, ella disse, fra sè:
– Adesso
Giustino parte da Napoli.
Impaziente, non potendo più sopportare la voce, la
presenza del vecchio, non sapendosi più dominare, lo licenziò: esitante, egli
non voleva andarsene, le disse che non era permesso nè di disegnare, nè,
specialmente, di asportare nulla. Ma lo diceva con timidità, umile, sapendo
bene che era inutile far queste raccomandazioni alla pallida fanciulla dagli
occhi sognanti; e andandosene, pian piano, si voltò indietro più volte, a
vedere che faceva. Ella sedeva sopra una pietra, di fronte alla tomba della
dolcissima liberta Nevoleia Tyche, aspettando: aveva le mani in grembo, la
testa china; non la levò neppure quando passarono gli inglesi accompagnati da
un guardiano. Quest'ultima ora le parve una immensa discesa, interminabile, in
una grande ombra, dove il senso di tutte le cose si smarriva; il nome di
Giustino, ripetuto continuamente, le serviva per sottile linea di luce. Non
udiva, non vedeva più nulla intorno a sè; ogni nozione, di ogni cosa, era
sparita. A un tratto innanzi alle palpebre abbassate, fra lei e la bigia tomba
della libertà, si mise un'ombra. Era giunta senza far rumore; e giunta non
aveva profferita parola. Ella levò il capo, e vide innanzi a sè Giustino, che
la guardava con una infinita e disperata tenerezza. Anna, incapace di dir
nulla, gli stese la mano e si levò; sorrideva così luminosamente che tutto il
suo volto dalla bella fronte, dagli occhi scintillanti, dalle vivide guance
dove era affluito il sangue, dalle rosse labbra, parea rifulgesse. Così
seducente, nella ebbrezza dell'amore felice, Giustino non aveva vista mai la
fanciulla, e una lieve contrazione attraversò il suo volto di buon giovane
onesto. Estatica, essendo morti tutti i suoi dubbi, essendo ella risorta alla
gloria del suo amore, Anna non si accorgeva della emozione dolorosa di
Giustino:
– Mi vuoi
bene molto?
– Molto.
– Me ne
vorrai sempre?
– Sempre.
Era come
un'eco molle e mesta; ma la fanciulla non se ne accorgeva, un divino velo di
passione le era disceso sugli occhi. Andavano, andavano, ella stretta a lui,
così immensamente felice che appena appena toccava terra, godendo quel minuto
intenso di amore con tutta la forza sensitiva e sentimentale che possedeva, con
l'abbandono più ingenuo a tutta la felicità di cui è capace una umana persona.
Andarono, così, per le vie di Pompei, senza vedere, senza guardare. Solo essa
ripeteva, sottovoce, nenia carezzevole:
– Dimmi che
mi vuoi bene, dimmi che mi vuoi bene...
Due o tre
volte egli rispose affermativamente con un semplice sì, detto molto sottovoce:
poi tacque. E in un minuto di chiaroveggenza, non udendolo più rispondere, Anna
si fermò, trattenendolo lievemente pel braccio, domandandogli, mentre lo
fissava nei buoni occhi onesti:
– Che hai?
Era una
domanda affannosa: la voce tremava. Egli chinò gli occhi:
– Niente –
disse.
– Perchè sei
così triste?
– Non sono
triste – replicò lui, con uno sforzo.
– Non mentire!
– Non mento.
– Giura che
mi vuoi bene?
– Ah tu non
hai bisogno di giuramenti! – esclamò con tanta sicurezza e con tanto dolore,
che ella si convinse subito, intendendo la sincerità e non il dolore.
Ma rimase inquieta,
con un'amarezza che le sorgeva dal cuore e le invadeva il sangue. Erano presso
alla Via di Mare, donde si esce dalla città morta.
– Andiamo
via, andiamo via – disse ella impaziente.
– Il treno
per Metaponto non passa che alle sei: vi è tempo.
– Andiamo
via: non voglio restare più qui; ti prego, andiamo.
Egli,
rassegnato a una passiva obbedienza, obbedì. Tacevano. I due preti inglesi
scendevano all'albergo Diomede e alla stazione, insieme con loro: Anna,
intimidita, non osava più parlare d'amore con Giustino, ma lo guardava con
certi occhi così amorosamente supplichevoli, che egli non poteva reggervi.
Uscirono da Pompei, discesero la scaletta dell'albergo e si trovarono di nuovo
in quella sala terrena, bassa di soffitto e piena del fastidioso ronzio delle
mosche: i due preti si sedettero alla tavola sempre preparata, e mentre si
allestiva il pranzo, uno leggeva gli Evangeli e l'altro la sua guida Baedeker.
I due innamorati erano presso la finestra, guardando dai cristalli la via
che conduce alla stazione: e Anna teneva sempre il suo braccio attaccato a
quello di Giustino. Ed egli, confuso, inquieto, le chiese se volesse pranzare,
così, volgarmente, come per dominare l'imbarazzo della loro posizione. No, non
voleva pranzare, non aveva fame: dopo, più tardi – e la voce era nervosa, ella
sogguardava i due ecclesiastici, infastidita.
– Vorrei... –
soggiunse all'orecchio di Giustino.
– Che
vorresti?
– Portami
via, altrove, dove possa dirti una parola!
Egli titubò:
ella, a un tratto, s'infiammò nel viso, intendendo: uno smarrimento che veniva
dal pudore muliebre, la vinse. Ma Giustino, deciso, si era allontanato, per
parlare con l'oste. Poi, era tornato:
– Vieni.
– Dove
andiamo?
– Sopra.
– ... sopra?
– Vedrai.
Risalirono la
scaletta, si fermarono al primo piano, e il cameriere che li accompagnava aprì
loro la porta di un quartierino, composto di una camera e di un salotto; una
grandissima camera e un piccolissimo salotto, ambedue con i balconi che
guardavano la campagna e la stazione; il cameriere con la stessa sua aria
indifferente li lasciò soli in quelle stanze, dove talvolta dimora due o tre
giorni uno straniero appassionato di archeologia, o dove riposano, per qualche
ora, delle straniere, aspettando il treno. Ambedue, rimasti soli in quel
salotto, erano adesso pallidi, gravi, confusi. Ella si guardò intorno: il
salottino era volgarmente ammobiliato da un divano di sargia verde, da due
poltroncine di sargia, da un tavolino rotondo, nel mezzo, coperto da un tappeto
di juta color nocciuola, da una mensola con un piano di marmo bianco, da
qualche sedia di paglia; e questo ambiente, dove tanti estranei erano passati,
le ispirò una diffidenza, un ribrezzo da non dirsi. Stando sotto l'arco della
porta, gittò un'occhiata nella camera. Era vasta, con due letti in fondo,
divisi da un tavolino da notte, con una toilette assai gramamente
coperta di tendine bianche, un divano sempre di sargia verde e un armadio
scuro: tutti questi mobili erano perduti nella vastità della camera che pareva
nuda. Ella ebbe freddo al solo guardarla; eppure, nuovamente, le salì il
rossore, al viso. Era agitatissima. Ma levando gli occhi in viso a Giustino,
vide che costui la guardava con tanta pietà, che si sgomentò di nuovo, più
intensamente.
– Che hai? –
gli disse con voce strozzata.
Nessuna risposta. Giustino si era seduto e aveva nascosta
la faccia fra le mani.
– Dimmi che
hai – replicò ella, fremendo di angoscia e di collera.
Egli tacque;
forse piangeva dietro il velo delle mani.
– Se non mi
dici che hai, me ne torno a Napoli, Giustino! – gridò ella, al colmo dell'ira e
dell'affanno.
Niente:
taceva.
Allora ella
abbassò la testa, pensò, con l'ardentissima rapidità dei minuti supremi.
E invece di
andare, si sedette innanzi a lui e gli disse con tono calmo:
– Tu mi
disprezzi, perchè sono fuggita di casa mia.
– No, Anna –
mormorò lui fievolmente.
– Tu mi credi
una miserabile... supponi che io sia una creatura perduta?
– No, cara,
no.
– Forse...
tu... ami un'altra donna.
– Non lo
sospettare neppure.
– Avrai... forse...
un altro legame, senz'amore?
– Niente mi
lega, a nessuno.
– Nemmeno una
promessa?
– Nemmeno.
– E allora
perchè sei triste? Perchè tremi? Perchè piangi? Io dovrei tremare e piangere,
eppure non piango, io, se non del tuo pianto, ignoto pianto che mi offende e mi
dispera!
– Anna,
ascoltami, per carità, per la memoria di tua madre, intendimi. Io sono
disperato per te, per il passo che hai fatto, per il tuo avvenire che hai
giuocato, per la infelicità che ti attende, domani, senza casa, senza nome, senza
fortuna, perseguitata dalla tua famiglia...
– Se tu mi
amassi, non penseresti, non diresti queste cose...
– Te le ho
sempre dette, te le ripeto, Anna. Questa è una rovina che io ho fatta, io
agonizzo da tre giorni sotto i rimorsi, e oggi stesso, innanzi a te che sei
tutta la mia luce, mi è parso di trovarmi a una oscura catastrofe. Anna, Anna,
oggi non perdono a me stesso, domani tu non mi perdonerai più... Oh amor mio,
io sono un galantuomo, un cristiano, e ho potuto imporre prima a te, poi a me,
tale peccato, tale errore!...
Parlando
così, con uno strazio infinito, tutta l'onestà del suo bellissimo animo
esulcerato dal rimorso e dall'amore, traboccava. Ella lo guardava, lo udiva,
stupefatta, arrestandosi dinanzi a quella rettitudine, a quella virtù più forte
dell'amore, ella che credeva solo nell'amore.
– Non ti
capisco – disse, trasognata.
– Eppure
bisogna, bisogna: se tu non vedi la ragione della mia condotta, mi
disprezzerai, mi odierai, come un vile, come un ladro, Anna: tu devi usare di
tutta la tua mente, di tutto il tuo cuore per apprezzare; non lasciarti
trascinare dall'amore, sii calma, sii fredda...
– Non posso.
– Oh Dio! –
disse lui, disperato.
Di nuovo
tacquero. Ella, macchinalmente, per nascondere il tremore delle sue mani
guantate, tirava i fili del tappeto di juta. Ella rifletteva, analizzava,
cercava d'intendere, e sempre, sempre, aveva la medesima sensazione, la
medesima idea, dolorosa, spasimante, insopportabile: e non potendo resistervi,
la espresse, in parole, aspettando d'essere da lui immediatamente smentita,
come egli aveva fatto sempre.
– Tu non mi
ami abbastanza – disse lei, guardandolo negli occhi, senza batter palpebra, con
tutta l'anima concentrata nella voce e nello sguardo.
– È vero: non
ti amo abbastanza – rispose Giustino, decisamente.
Ella non
dette un lamento; era colpita al cuore. Tutto il breve salotto, e l'albergo, e
Pompei, e il mondo parve che le roteassero nel cervello, con un fracasso e un
moto, vertiginosi: ebbe la sensazione che le si spezzassero le tempia; se le strinse
fra le mani, istintivamente. Qualche striatura di rosso le apparve sotto gli
occhi, verso le guance, e si andò sempre più dilatando.
– Sicchè –
riprese ella, dopo una lunga pausa, con voce breve – sicchè tu mi hai
ingannata?
– Ti ho
ingannata – mormorò lui umilmente.
– Non mi
amavi?
– Non
abbastanza, per obliar tutto in questo amore: te l'ho detto.
– Ho inteso.
Perchè mentire?
– Perchè eri
bella e buona, e mi volevi bene, e non ho visto il pericolo, non ho capito che
tu ti davi tutta a questo amore, e che io doveva impedirtelo a tempo...
– Parole,
parole: l'essenziale è, che non mi ami.
– Come tu
vuoi, come tu meriti, no.
– Cioè, senza
passione cieca?
– Senza
passione cieca.
– Cioè, senza
fiamma, senza entusiasmo?
– Senza
fiamma, senza entusiasmo.
– Con che,
allora?
– Con
tenerezza, con affetto, con devozione.
– Non basta,
non basta, non basta, – disse lei, monotonamente, quasi parlando in sogno; –
non sai amare diversamente, di più, come me?
– No, non so.
– Non puoi,
forse? Potrai forse domani, o in avvenire?
– Non potrò
mai, Anna. Preferirò sempre il sacrificio al godimento, sempre il dovere amaro
alla più dolce felicità.
– Miserabile
e inetta creatura! – mormorò lei, con un immenso disprezzo.
Egli levò gli
occhi al cielo, chiedendo forza per sopportare il suo martirio.
– Sicchè –
ricominciò Anna, lentamente – se vivessimo insieme, tu soffriresti?
– Ambedue
soffriremmo: e i tuoi dolori, di cui io sarei la causa, mi ucciderebbero.
– Dunque?
– Tu sei la
padrona, comanda.
Innanzi a lei
era la crudele, la terribile realtà: non vi era che una sola decisione da
prendere, e così inaspettatamente crudele e terribile, che pur vedendola, ella
indietreggiava, inorridendo. Certo le forze del suo cuore erano decuplate: in
quel momento viveva così intensamente come se dieci esistenze giovani, forti ed
esaltate, fossero raccolte nel suo corpo, nel suo cuore. Ma troppo era orrenda
la verità e non volle dirla, non volle consacrarla con le sue parole, con la
sua voce. Lo guardò, soltanto, quell'uomo che, per salvarla, le infliggeva una
tortura ineffabile, ed egli comprese che Anna non poteva pronunziare un'ultima
parola. Egli stesso... egli stesso, che in quel momento amava follemente quella
fanciulla, malgrado tutto il coraggio delle ore supreme, egli stesso non poteva
dirla, l'ultima parola, e la straziante |