Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Donna Paola
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Donna Paola.

II

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II

E venne. La notte era alta, oramai, sul golfo napoletano e lontanissime, scintillavano le tremolanti stelle; sulla deserta strada di Posillipo, che sovrastava alla terrazza della villa, una fila di lumi correva sino a Napoli; alta la solitudine, alto il silenzio. Le imposte del balcone che davano sul terrazzo si schiusero pianissimamente e un'ombra bianca, lieve lieve, scivolò sino a Fulvio che aspettava da tre ore.

- Grazie - disse lui, cercando di vedere il volto di1 Paola all'oscuro.

- Noi siamo in fiero pericolo di morte - rispose lei con molta dolcezza.

- Lo so - e chinò il capo.

Egli non parlava. Invece, nel momento che aveva strappato a Paola la fatale promessa, la sua passione era in uno stato di esaltamento. Nella prima ora di aspettativa egli non aveva fatto altro che ripetere a stesso, affannosamente, turbinosamente, quello che voleva dire a Paola; e certe parole, certe frasi, mormorate sottovoce a stesso, lo avevano affogato di emozione. Ella non veniva ancora. Sentiva che andavano e venivano, per casa, i servi, riordinando le stanze, chiudendo le finestre; sentiva le voci tranquille di Paola e di suo marito, che discorrevano; ma non poteva udire le parole. Poi tutto fu chiuso, si spensero i lumi, un grande silenzio regnò. Egli cominciò a tremare d'impazienza, non osando muoversi, raggricchiato al suo posto, coi nervi che vibravano, ripetendo confusamente, a brani, quello che voleva dire a Paola, come un bimbo disperato cerca invano di raccapezzarsi nella lezione imparata a mente. Paola non veniva. Egli aveva contato cento volte i lampioni a gas sulla via di Posillipo; erano trentatre, gli altri si perdevano in una fila di luce. Per ingannare il tempo pensò di contare le stelle; ma ci si perdette. Quante ore erano passate? Quella notte era dunque eterna? E una disperazione rassegnata lo colse, lo abbattè; forse Paola non sarebbe mai venuta. A lui non restava che buttarsi di sotto, nel mare; giammai si sarebbe fatto cogliere dal giorno, dal sole, su quella terrazza. E tale idea, tale soluzione lo quietò. Un accasciamento profondo lo cinse e non seppe più nulla del tempo e del luogo. Tanto che lo schiudersi del balcone e l'ombra di Paola lo fecero appena trasalire. Ora, non trovava più nulla da dirle. Tutto era finito, egli poteva buttarsi di sotto, nel mare nero.

- Che avete a dirmi, amico?

- Che vi amo.

- Me lo avete già detto,. Null'altro? - e fece atto per andarsene.

- Vi amo, vi amo, vi amo.

- Amico, mio marito è di che dorme. Se una zanzara gli fa udire la sua canzoncina, se un mobile scricchiola, se la vostra voce o la mia si levano un poco, egli si sveglia. Egli verrà qui e noi moriremo.

- Questo cerco - mormorò con voce cupa.

- Morirei per voi, se vi amassi. Ma non vi amo.

- E perchè vi esponete alla morte?

- Per pietà.

- Non sentite altro, per me?

- Amicizia e pietà.

- Voi altre donne siete infami.

- Povero Fulvio! - fece ella con dolcezza.

- Vi proibisco di compatirmi. Dovete amarmi, capite? Questo sono venuto a dirvi.

- Non posso amarvi.

- Dovete. Ho il diritto di essere amato! Ah voi credete che sia nulla la esistenza di un uomo? Credete che sia nulla passare accanto a un uomo e togliergli tutto? Credete che sia nulla farlo agghiacciare di freddo e farlo avvampare, dandogli una febbre che mai non si placa? Credete voi che una donna possa impunemente guardare con dolcezza, sorridere con dolcezza, parlare con dolcezza, come voi guardate, sorridete, parlate? O maledetta dolcezza, maledetta dolcezza!

Malgrado che le fosse molto vicino e quasi intuisse l'espressione del volto di Paola, egli non vide le lagrime che salivano agli occhi.

- Perchè, infine, io ero una creatura felice. Io godevo la giovinezza e il sole e la lietezza del mio paese e la giocondità dei miei amici! Io avevo la serena indifferenza, la più grande felicità umana, io ero egoista, ma tranquillo; io mi lasciavo amare, e non cercavo che mi amassero. Sereno, sereno come Giove!

- Dio vi possa ridare la serenità - sussurrò lei, con dolcezza.

- Dio... io non lo prego!

- Lo prego io, sempre, perchè vi dia la pace.

- O femmina ipocrita! non vi burlate anche del Signore, come vi burlate di me. Sentite. Voi dovete amarmi, per forza. Vi amo troppo, per non essere amato. Sarebbe una enorme ingiustizia. Non vi sono queste ingiustizie, nel mondo. Il mondo è equilibrato, tutto si pareggia. La mia fiamma è troppo viva, perchè non v'infiammi. Dovete amarmi. Lascerete vostro marito, vostra madre, la vostra casa, i vostri servi, tutto quello che avete amato, tutto quello che avete adorato: e verrete con me. Andremo lontano. Saremo assai felici, assai felici, vedrete. Saremo anche infelici, lo so; ma non importa, così è la vita. La passione è più forte di noi. Io vi adoro, Paola, andiamo via!

- Voi siete pazzo, amico - disse lei, appoggiando il gomito sul parapetto e guardando il mare, sotto.

- No, o se vi piace, sono pazzo. Questo non importa. Sta che non posso vivere senza voi. Sta che ho bisogno di voi. Sta che vi voglio. Nessuno vi vuole come me; ora nulla resiste al magnetismo della volontà, essa liquefarebbe il diamante e spezzerebbe il ferro. Siete una donna, avete viscere umane, sentite, amate, odiate, sentirete il magnetismo dell'anima mia che vi vuole. Vostro marito vi ha, ma non vi vuole; è una bestia. Io l'odio ferocemente. Volevo ucciderlo stasera; lo ucciderò domani, se non venite via con me. Ma voi verrete. Siete venuta sul terrazzo, verrete via con me. Andiamo.

E le prese la mano, risolutamente, per portarla via.

- No - disse lei.

- Venite via.

- No.

- Perchè?

- Perchè non vi amo.

- O Paola, o Paola, non parlate così - proruppe Fulvio, con voce di pianto.

- Come volete che io parli?

- Tacete piuttosto. Il suono della vostra voce, così dolce e così fredda mi fa disperare. Tacete ve ne prego.

Ella tacque. Fulvio si era buttato con le braccia e col capo sul parapetto, soffocando i singhiozzi. Ella aveva chinato la testa sul petto, come se pensasse profondamente. Una carrozza passò sulla via di Posillipo, al trotto, un suono di risa squillanti arrivò. Paola levò il capo.

- Non piangete, Fulvio.

- Non piango - disse lui, disperatamente.

- Siate forte.

- Sono assai forte.

- Sentite, sentite quello che vi dice l'amica. Voi guarirete facilmente.

- No, mai.

- Guarirete. Siete onesto, voi?

- Sono onesto.

- Ebbene, guarirete. La passione è una cosa disonesta. Io ho marito, vedete. Questa sembra una risposta volgare; è onesta, invece. Quando siamo giovanette, la madre ci dice; l'uomo che sposate dovete amarlo. Se non potete amarlo dovete almeno rispettarlo, dovete essergli fedeli e obbedienti, conservargli il vostro corpo e la vostra anima, anche a costo di morire di dolore. E queste parole non solo le dice la madre, ma ce ne l'esempio quotidiano. Questo dovere di onestà, questa tradizione di fedeltà, questa eredità di virtù, ci si trasmette nel sangue di madre in figlia. Non vi è nulla di sublime, vedete; è un dovere, si compie.

- E si muore, Paola.

- Non si muore. La passione, cieca, insulta il marito, il buon marito che dorme di , calmo, fidente, senza un sospetto. Questa è la grande ingiustizia. Perchè, infine, l'uomo che si sposa, anche quando fa un matrimonio di interesse o di ambizione, fa un sacrificio grave. Egli ci affida il suo nome e il suo cuore; egli ci la sua fede e la sua libertà; egli si lega a un vincolo indissolubile; egli si mette a lavorare per noi e per i nostri figli, umilmente e gloriosamente. Noi siamo la sua consolazione e la sua gloria; noi rappresentiamo per lui le più dolci e più sicure soddisfazioni: la sua giornata passa nel desiderio di ritrovarci, di vederci; le sue ore più care sono nella casa, nelle nostre braccia. O che tesoro di piccoli e grandi sacrifici è l'amore di un marito! Voi li ignorate. La passione ignora tutto; non conosce neppure stessa.

- I mariti tradiscono le mogli - mormorò lui, come trasognato.

- Le tradiscono, ma le amano. Nulla vale a vincere quel legame profondo, intimo, fatto di parole e fatto di lacrime, fatto di baci e fatto di sospiri; nulla vale a spezzare questo vincolo penetrato nel cuore e nei sensi. Ma, ecco la passione; vuol vincere il sacro legame, vuole spezzare il sacro vincolo. Chi siete voi? Un giovanotto, un uomo, un essere qualunque, della infinita umanità; lontano da me, estraneo a me. Passate per la mia strada: io, forse, passo per la vostra. E subito mi amate. Che avete fatto per me? Nulla. Che potete fare? Nulla. Cioè molto. Ho un nome, volete togliermelo; ho un onore, voi volete che lo butti via, come un cencio; ho la stima degli amici, debbo disdegnarla; ho la fede del mio sposo, debbo tradirla; ho la pace della mia coscienza, debbo perderla, per sempre. Perchè? Perchè voi mi amate? Anche colui che dorme di , così tranquillo, mi ama.

- Non è vero!

- Che ne sapete voi? Noi sole donne conosciamo chi ci ama. Parlate di diritti, voi? O povero uomo che dormi, va, adora una donna sino a sposarla; a costei la miglior parte della tua vita, riponi in costei tutta la tua speranza, siile fratello, padre, marito, amante, amico, consigliere, infermiere; soffri per lei, nel corpo e nell'anima! Ecco che un estraneo, un bell'egoista avvampante di capriccio, un uomo che non ha fatto nulla, che offre alla tua donna una vita di disonore, ecco che costui, per forza di violenza, vuol toglierti tutto! Parlate d'ingiustizia voi? Che fate qua? Perchè mi degno di ascoltarvi, di difendervi, di darvi delle spiegazioni? Non so chi siate, non vi conosco. Levatevi dalla mia strada. Andatevene.

- Voi non mi amate, Paola, ecco tutto.

- Questa è la verità, non vi amo.

Ma una fuggevolissima luce, venuta dalla stanza del marito li colpì entrambi. Un lampo brevissimo; poi l'ombra di nuovo. Fulvio e Paola si guardarono, s'intesero. E quietamente, dolcemente, come se fosse sul punto di morire, ella disse:

- Madonna benedetta, vi raccomando l'anima mia.

Sottovoce, orò. Fulvio taceva, aspettando. Ma nessun rumore si fece udire, nessuna luce comparve, nessuno venne. Era stato un inganno. Restarono così, per del tempo. Egli non osava interrompere quel silenzio, non osava dire l'ultima parola. Tutto gli sembrava crollato, intorno, nella notte nera; e non poteva camminare fra le rovine. Pure, levando gli occhi, sentì che gli occhi di lei lo interrogavano desiderosi della fine.

- Che debbo fare? - egli domandò glacialmente.

- Andarvene - fece lei, con dolcezza imperturbabile.

- Andar dove?

- Dove volete; non qui, insomma.

- Assai lontano?

- Assai lontano.

- Posso ritornare?

- No.

- Fra qualche anno?

- No, mai.

- Che farete, voi, qui?

- Passeranno gli anni; poi, morirò.

- Non vi vedrò mai più, Paola.

- Mai più.

- È la morte, questa, per me.

Ella aprì le braccia, come se nulla avesse ad aggiungere.

- Addio, dunque.

- Addio.

Non si diedero la mano. Egli voltò le spalle, rientrò nel salone oscuro, camminando come un sonnambulo. Ella tendeva l'orecchio, come a sentirne il passo attraverso la casa; e restava immobile, bianca. Poi lo vide, dalla terrazza, camminare solo, sulla via di Posillipo, perdersi solo nella notte, nell'ombra, come un morto. Allora solo Paola si volse. Una voce alle spalle le aveva detto:

- Paola tu ami Fulvio.

Ella rispose al marito:

- Sì.

E le due disperazioni si guardarono in faccia.

 

 

 





1 Nell'originale "di di". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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