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Matilde Serao
Ella non rispose

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  • Parte Seconda
    • Love's Pilgrim   (Pellegrino d'amore)
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Parte Seconda.

 

Love's Pilgrim

 

(Pellegrino d'amore)

 


«Roma, trenta giugno

 

«Caprarola, Caprarola! Cinquanta chilometri dividono Roma da codesto storico castello di Casa Farnese, sulla via di Viterbo, ove voi passate i primissimi giorni della vostra luna di miele, o lady Montagu: e in un'ora di automobile, volando sulla via fra la gran campagna romana, io potrei raggiungervi, cercarvi, aspettarvi e, forse, forse, vedervi, o sposa novella: e intanto io son confitto, qui, immobile e fremente, come se gli oceani ci dividessero; e intanto io son condannato, qui, a una furente solitudine, in cui tendo le braccia al cielo, imprecando sulla mia sorte, ahi, vanamente; e intanto io son dannato, qui, a rodermi di collera, a piangere di collera, gridando verso voi, chiamando cento volte il vostro nome, quello di una volta, gridando verso codesto castello che vi tiene, che vi serra, Caprarola, Caprarola! Come è, dove è, che è questo antico castello dove egli vi ha portata, via, per quanti giorni, per un mese, non so, non so? È la dimora, da tre anni, del grande pittore inglese Temperley, suo amico, non è vero, una casa che Temperley non abita più, da un anno, e che gli ha ceduta, in atto di ospitalità, per qualche giorno, per quanti giorni, per un mese, o per quanto tempo, Dio mio, Dio mio? Caprarola, nome fantastico, nome terribile, che balza nella mia mente, che sobbalza nella mia anima, e che ha acceso il mio sangue di un fuoco inestinguibile, Caprarola, come è, questo castello tetro, forse, questo castello tragico, forse, dove qualcuno deve esser morto orrendamente, dove qualche tenera donna deve essere stata sgozzata, nei tempi antichi, dove qualche spaventoso delitto deve aver macchiato di sangue qualche sua camera, dove le urla di un morente debbono, per sempre, aver turbato gli echi dei suoi saloni principeschi: Caprarola, nome di morte, per me, mentre bruciano le mie vene, per il flutto del sangue troppo caldo che pulsa al mio cuore, che pulsa al mio cervello.... Caprarola, come è, come è, ditelo, o lady Montagu, ditelo, o sposa novella, come è questo nido singolare delle vostre nozze, come è la stanza delle vostre nozze.... Maledetto, in eterno, questo nome, questo castello, maledetta, in eterno, questa stanza e le sue nozze: e in eterno, maledetto il mio amore e la pazza gelosia che mi tortura le viscere, la pazza gelosia che, d'un tratto, ha scatenato i miei sensi, che torce i miei nervi, pensando che voi, costà, lady Montagu.... costà.... maledetto il primo uomo che baciò sulla bocca la prima donna e tutta l'umanità poi ne fu avvelenata....

«....se io venissi, costà, che accadrebbe? Che potrebbe accadere? Io sarei, forse, subito scoverto da costui che io odio, che io detesto, che io maledico, con tutte le mie forze. Egli mi conosce. Io son certo che egli mi conosce. Troppe volte io ho stretto i cerchi della mia passione, attorno a voi, perchè egli non ne sappia qualche cosa: troppe volte egli mi ha scorto, nella via, fermo, aspettandovi, perchè io sia, per lui, un semplice passante; troppe lettere io vi ho scritto, perchè, almeno, egli non ne abbia visto giungere, una, due, varie, forse, nelle vostre mani. Randolph Montagu mi conosce. È inglese, è riservato, è diplomatico, è superbo: non ha mai dato segno di accorgersi di me. E, allora, anche, era un fidanzato, non aveva nessun diritto legale, di riconoscermi, di affrontarmi, di allontanarmi violentemente. Ora.... è un marito, ha tutti i diritti, può uccidermi, può uccidervi, mentre noi non siamo amanti, mentre voi non mi amate, mentre voi siete pura e io son disperato per amor vostro, e io muoio di gelosia per questo vecchio, per questo infame vecchio che vi possiede, che possiede la vostra giovinezza, la vostra bellezza. Se venissi a Caprarola, se egli m'incontrasse, in quei dintorni, forse, verrebbe a me, per insultarmi e per uccidermi. Se io partissi, fra un'ora, in automobile e mi fermassi sotto le vostre finestre, a Caprarola, per provocarlo, quest' uomo, per provocarlo a sangue, per fargli credere che noi siamo d'accordo, che voi siete una perfida creatura, che voi siete impura, egli, certo, certo, furibondo, mi ucciderebbe. Che immenso favore, mi farebbe, sir Montagu! Ma la vostra anima sarebbe offesa da un incancellabile sospetto: e la vostra veste nuziale sarebbe macchiata di sangue. Non posso farmi uccidere da sir Randolph. Non debbo venire a Caprarola, dove voi passate i maggiori giorni di ebbrezza delle vostre nozze, cara sposa. Siete voi ebbra di amore? Delirate voi? Ah che io sento la febbre del delitto velar di sangue i miei occhi e io penso che se v'incontrassi, oggi, in questo momento, io potrei uccidervi, lady Diana! Uccidervi, sì: uccidere codesto magnifico corpo di beltà e di gioventù, uccidere perchè egli non vi abbia più, perchè egli non vi tenga più, perchè egli non s'inebrii più di voi, dei vostri baci, delle vostre carezze.... Ah che lui solo, lui solamente dovrebbe morire, egli solo, il colpevole, il ladro, l'assassino, sir Montagu.... se morisse, se morisse, per un accidente, per una disgrazia, se lo uccidessero, che gioia, che folle gioia, lady Diana, perchè io correrei a prendervi, a rapirvi, a sposarvi, a farvi mia, mia, tutta mia, non più sua, mia, mia....

«.... potrebbe, forse, egli, non vedermi, se io venissi costà? Se sapessi esser cauto, se codesto paese si prestasse — ma vi è un paese, intorno a Caprarola? Io non so, non so! — a nascondermi, se potessi prima farvi giungere questa mia lettera, o un biglietto qualsiasi, avvertendovi della mia segreta presenza, intorno a voi, se potessi riescire, in questo piano astutissimo, con mille precauzioni, io vi vedrei, forse. Diana, io potrei rivedervi, Diana, io che spasimo da quattro giorni, di amore, di gelosia, io vi vedrei, io mi disseterei alla vostra vista, io calmerei questo fuoco del mio sangue, io ritroverei qualche istante di calma, di serenità, di estasi, Diana, se vi vedessi, se uno sguardo vostro mi giungesse, come l'ultimo, quello velato di lacrime, l'ultimo che franse nell'amore il mio cuore, l'ultimo che franse nell'amore la mia volontà ed io tornai ad amarvi, ad adorarvi, perchè avevate pianto! Se venissi, se venissi a Caprarola, amor mio unico? Io muoio, perchè voi siete di un altro, Diana.... Ma voi siete di un altro, e io non so come inviarvi questa mia lettera, o qualsiasi altra mia missiva; voi siete di un altro e io non debbo dirigervi lettere, che egli ha il diritto d'intercettare, il diritto di aprire; voi siete di un altro e non sapreste, neanche, della mia presenza, costà, o sapendola, dovreste finger d'ignorarla; voi siete di un altro e qualunque mio appello vi troverebbe sorda, indifferente, tacita e immota.... Ah oggi, oggi, se venissi a Caprarola, io non vedrei, più, i brevi segni, ma i profondi segni, per cui seppi, allora, che conoscevate il mio amore, io non udrei la vostra voce cantante, nella notte, le note di Gluck e di Pergolesi, non vedrei più la vostra persona ricinta di una fascia nera, non vedrei più i vostri occhi lentamente volgersi per cercarmi, per trovarmi, per riconoscermi, come allora, io non vi vedrei più piangere, come l'ultimo giorno della vostra libertà. Perchè venire costà, a Caprarola, lady Montagu? Voi non siete mia: voi siete sua. Tutte le forze della terra e del cielo, tutte le volontà divine e umane, non potrebbero più cancellare questa cosa che mi fa spasimare d'ira, che mi fa ruggire di collera impotente, cioè che voi non siate mia e siate sua, lady Montagu!

«Paolo».

 

 

«Roma, quattro luglio

 

«Chi può darmi soccorso? Mia sorella Lisa non sa la mia ventura nel quieto paese di Rieti, ove trascorre questo principio di estate, nella quieta casa patrizia, ove nostra zia Altemps l'accoglie così dolcemente, ogni anno e ove, insieme, fanno opere di bene, pregano, vivono una serena e pia vita, in cui si compiace l'anima profonda e tenera di Lisa. Non sa, non sa la mia ventura, la cara sorella: le ho tutto nascosto e sa che io son tornato, qui, per un affare noioso intricato e che ripartirò, subito, per la Svizzera, per l'lnghilterra, non sa che io son solo e infermo nel cuore e infermo nella mente, qui, in Roma.... Chi può soccorrermi? La villa Star, qui accanto, la casa dell'amor mio è tutta chiusa, balconi, finestre, verande, tutto chiuso, tutto sbarrato: vi ho girato, intorno, in questi giorni, tante volte, tacitamente e disperatamente, e, infine, ieri, ho osato bussare al cancello in via Boncompagni. Non mi hanno risposto: e, allora, sempre muto e disperato, sono andato a bussare dall'altra parte, in via Sallustiana; un uomo, un custode è escito dalla casetta dei domestici, che è nascosta fra gli alberi ed è venuto a parlarmi, a traverso le lance del cancello, senz'aprire. Con freddezza, ma educatamente, questo servo che è inglese ma che parla l'italiano, mi ha detto che lady Roselyne Melville è partita, subito dopo il matrimonio della sua figlioccia e che è in Inghilterra, ora, a Mardock Lodge, nel Worcerstershire, che vi rimarrà sino al mese di ottobre. Niente altro. Tutto ciò è il risultato di otto o dieci mie domande, in cui ho cercato di vincere la mia ansia, il mio affanno, in cui ho dissimulato, sotto le disinvolte apparenze di un interrogatorio mondano, la mia mortale angoscia. Invano, malgrado la mia sottile astuzia — sono stato anche astuto! — ho cercato saper notizie degli sposi, dove andassero, dopo Caprarola, se s'incontrassero, dopo Caprarola, in Inghilterra, con lady Melville. Il volto del domestico inglese è diventato di pietra e non ho potuto aver dalla sua bocca nessuna risposta. «Non sapeva.... non poteva dirmi.... ignorava perfettamente....». E me ne sono andato, con l'aria indifferente, tranquilla, del perfetto mondano, mentre il cuor mio era morso dal mio spasimo e la mia anima batteva, batteva, come un uccello morente e mai morente. Chi, chi poteva soccorrermi? Sono andato a casa della marchesa Pia Sergianni, la compatriotta di lady Montagu che era di Perugia, che era Diana Sforza: non mi conosce, la marchesa: non sa: ma avrei trovato un modo, una forma, un pretesto, una menzogna, per presentarmi, per parlarle, per sapere.... per avere un soccorso, un soccorso! La marchesa Pia Sergianni era partita, due giorni prima, per Salsomaggiore, a una cura di acque e, dopo, si sarebbe recata a Vallombrosa, non tornando a Roma che alla fine di settembre. E nelle vie di Roma, già arroventate dal sole di estate, già polverose e già quasi vuote, già come abbandonate, con quell'aspetto nobile e triste di Roma estiva, io son rimasto solo, solo, solo col mio spasimo.... È uno spasimo e non una pena, e chiama soccorso: è uno spasimo, non una pena lenta e molle, è uno spasimo, cioè qualche cosa di così acutamente doloroso, che io debbo, debbo esser soccorso....».

 

 

«Roma, cinque luglio

 

«Potenza del dolore, miracolosa potenza! Quando esso mi avea sospinto, ovunque, in Roma, io potessi aver notizie di lady Montagu e ovunque un'amara delusione mi avea atteso, quando io rinfacciavo crudelmente, a me stesso, la mia viltà, che m'impediva di andar a Caprarola, al tragico castello farnesiano, ove lady Montagu, per un singolar gusto di arte e di poesia, era stata condotta da sir Montagu, ai primissimi giorni di nozze, quando io dicevo, violentemente, a me stesso, che era meglio tutto affrontare, tutto il male più orrendo, pur di avere il supremo bene di rivedere lady Montagu, la mia persona ha obbedito a una spinta ignota, estranea; certo, alla mia volontà e in cui io riconosco, ancora e sempre, la potenza misteriosa dell'amore, la potenza misteriosa del dolore; la mia persona ha portato i suoi passi erranti verso quella via Venti Settembre che ha, in fondo, a destra, l'Ambasciata inglese. Due o tre volte, veramente, in due o tre giorni, io avevo vagabondato in quella chiara via che confinava, un tempo, con la campagna silente romana e, ora, conduce a una novella città: e cresceva, di giorno in giorno, intorno al mio vagabondaggio, la solitudine romana dell'estate.... Quando, stamane, in una visione volante, sparente, una grande automobile polverosa mi è passata, di contro, è sparita, in un attimo, scendendo verso Roma, lontano: come in un baleno, come in un sogno fuggente, io ho riconosciuto l'uomo che era solo, dentro l'automobile, l'ho riconosciuto nel suo grande paletot chiaro da viaggio, sotto la visiera del suo berretto, ed è, certo, la mia seconda vista, gli occhi della mia anima, non i miei occhi mortali, che han riconosciuto sir Randolph Montagu, solo, apparente, sparente, scomparso.... solo! E allora, io ho camminato, ancora, ricomponendo il mio viso che dovea esser scomposto dall'emozione, ho acceso una sigaretta, ho raddrizzato il fiore un po' appassito della mia giacchetta d'estate e son penetrato, con aria perfettamente tranquilla e naturale, nella corte dell'Ambasciata inglese. Vi è, colà, un portinaio freddo ma cortese: come a villa Star: come ovunque son inglesi e stilizzano così, egualmente, i loro buoni servi. Nel giovane gentiluomo di stamane, che aveva l'aspetto così disinvolto, il portinaio non ha riconosciuto lo smorto e agitato individuo, simile a un mendicante sfrontato, che ha passato due ore, fra la via e la corte, il giorno delle nozze Sforza-Montagu. Non m'ha riconosciuto. La mia voce quieta gli ha chiesto, se, per caso, potevo trovar sopra, in cancelleria, sir Randolph Montagu: per caso.... No, sir Randolph Montagu era partito, da pochi momenti, dall'Ambasciata, ove era venuto, da Caprarola, a prender la sua posta.... — E, allora, forse, sarebbe tornato, domani o un altro giorno, sir Montagu.... — No, non tornava più. Andava a Caprarola a prendere lady Montagu e partiva, subito, per la Svizzera.... — Quale Svizzera?… poichè essa è grande, la Svizzera.... — In Isvizzera.... in montagna.... — Non aveva, dunque, lasciato indirizzo, sir Randolph Montagu, per la sua posta?… — Nessun indirizzo: andava in Isvizzera, in montagna.... forse, di .... più tardi.... avrebbe scritto.... E niente altro, ho potuto apprendere, per la mia bruciante sete di notizie: ma quando sono stato fuori, ho pensato di aver saputo tutto, per cercare, per raggiungere, per rivedere lady Diana Montagu.

«Parto anche io, dunque, domattina, in un pio, in un tenero, in un amoroso pellegrinaggio. Non so dove andrò: non so dove mi fermerò: non so dove, infine, la mia lunga ricerca sarà compensata da una divina presenza. Non so. Parto; è tutto. Poichè la conducono via, poichè ella va via, io parto, per seguirla, per seguir, prima le sue tracce e, poi, per rintracciarla. Il mondo non è molto grande: io troverò Diana Montagu. E fosse venti volte più grande il mondo, io la ritroverei egualmente, senz' altro. È un piccolo paese, la Svizzera; si percorre presto, sovra i suoi laghi e sopra i suoi monti. E quando io avrò trovata Diana Montagu, io non la lascerò più, colei che ha pianto, partendo, che ha pianto, guardandomi, colei che non mi ha mai risposto, colei che non mi ha mai scritto, colei che non mi ha mai parlato, ma che ha pianto le due sue più profonde, più lunghe e più amare lacrime, guardandomi. Il mondo è breve: la Svizzera è minuscola. Io partirò domani. Raccolgo tutte le mie robe, moltissima roba, tutto quello che potrebbe servire per un viaggio interminabile, come se dovessi girare, per anni, intorno al mondo: raccolgo tutto il mio denaro, quanto ne ho disponibile e lascio ordini, che se ne tenga dell'altro, a mia disposizione, per più tardi, quando scriverò, quando ne avrò bisogno: scrivo a Lisa mia, che parto per la Svizzera.... che tornerò presto e ciò non è vero, perchè io non tornerò presto, perchè non so quando tornerò e, forse, non tornerò giammai. Un senso di vita alta mi tiene, ora che intraprendo il mio pellegrinaggio di amore: ma mi tiene, anche, un sordo, un tenace presagio di morte. Tornerò io in questa cara mia casa, così piena dei miei pensieri, dei miei sogni e di ogni mia gioia e di ogni mia speranza, tornerò, qui, ove ho cominciato ad amar Diana? Tornerò, mai, mai più, in Roma, in Roma nostra, ove io l'ho udita cantare e l'ho vista piangere? Non so. Non so nulla. Un oscuro presentimento è in fondo al mio cuore: e per esso io saluto, come se partissi per sempre, come se morissi, questa mia casa: per esso, io, di lontano, mando tutta la mia fraterna tenerezza a Lisa Ruffo, alla mia soave sorella, alla creatura di dolcezza e di pietà. Non so se la vedrò più. Il mondo è piccolo: ma il mio amore e il mio dolore sono di me più grandi, di me più forti: ma ogni rischio pende sulla mia vita e ogni rischio mortale mi è nulla ed è nulla, per me, la morte cui vado incontro, la morte, che, quasi, mi ha preso, in una notte di estate, per Lei, la morte che è la compagna di ogni grande amore. Il mondo è piccolo: e io debbo raggiungere Diana, Diana Sforza, Diana Montagu, e non lasciarla mai più, e viver presso lei, e morir presso lei, non so dove, non so quando, ma non prima che ella mi abbia amato, ma non prima che ella abbia chinato il suo volto verso il mio e posato la sua bocca sulla mia. Non altro, voglio. Un bacio della sua bocca e tutte le ebbrezze più alte mi saran state premio di vita e di morte. Parto domani. Riunisco, con le altre lettere che le scriverò, nel mio pellegrinaggio, sin che io non la ritrovi, queste due lettere: e tutte gliele darò, insieme, in quel giorno, perchè ella tutto sappia. Parto domani: è Lei che mi aspetta, non so dove, non so quando, col suo viso bello e triste, su cui ho visto scorrere le sue lacrime e per queste lacrime io vado.... vado assai lontano, forse.... non torno più, forse.... perchè ella mi ami, infine, ella che ha pianto....».

 

 

«Lucerna, quindici luglio

 

«Qui, davanti al verone della mia grande camera, qui, nella via, sotto gli alberi folti, sotto gli alberi che ombreggiano così fragrantemente la passeggiata, lungo il lago, dei suonatori italiani accompagnano, con l'ardore musicale di cui è piena l'anima del popolo nostro, un tenore di strada che canta 'O sole mio: e canta con un languore voluttuoso, con un impeto passionale, che ha tratto alle finestre e ai balconi di questo hôtel National, molte di coloro che, in quest'ora mattinale, non sono ancora escite a passeggiare, sul lago, in canotto, a giuocare al tennis, a flirtare sotto gli alberi, sui sedili che chiudono le aiuole fiorite di questo grande giardino, innanzi all' albergo. Occhieggia, il lago chiarissimo, fra le piante: vi è un andirivieni di uomini, di donne, vestite di bianco, che s'incontrano, si salutano, si sorridono, chiacchierano.... e il tenore ambulante, invoca il suo sole, con un impeto commovente, in cui l'antica romanza popolare par quasi che esprima la nostalgia amorosa di tanta gente! Son dieci giorni che vado cercando, di paese in paese, in questa prima parte della Svizzera, colei che mi chiama a , senza parole e senza voce, senza lettere e senza altro scritto, colei che mi chiama, così, senza nulla dirmi, senza nulla scrivermi; ma, di già, dapertutto ove mi son fermato, in grandi paesi e in paesi più piccoli, nei palaces e negli alberghi minori, io non ho trovato traccie di lady Montagu. Ella non era a Brunnen, ad Axenfels, a Engelberg, al Burgenstock, al Righi First: tutte queste rive del lago dei Quattro Cantoni, tutti questi monti coronati di alberghi, io li ho visitati, uno per uno, con una profonda pazienza. Torno da Zurigo, ora: ella non vi era, come non era a Gurnigel, presso Berna: e sono qui, per due giorni, per riposare della mia stanchezza fisica, per raccogliermi, per ritrovare le mie energie morali, che la inutile ricerca disperde, purtroppo. Ovunque io sono stato, non ho trascorso che un sol giorno, distratto e assorbito nella mia profonda cura, dopo di aver assaggiato una novella delusione; e i paesaggi svariati e gli ambienti diversi e le folle estive che la Svizzera richiama, da ogni paese di Europa, forse da ogni paese del mondo, non mi diceano nulla, poichè io nulla vedevo, più, dal momento che in quel paese e in quell'albergo non vi erano lady Diana Montagu e sir Randolph Montagu, e non vi erano neppure attesi. Dopo l'inchiesta vana, io me ne andavo in sala di lettura e cercavo, ansiosamente, il Journal des voyageurs o il Traveller's express, o l'Alpine Post, ove, con titoli diversi, vi è l'elenco completo dei villeggianti, dei viaggiatori di tutti gli alberghi del paese e, talvolta, della regione: dopo aver letto tre o quattro volte, minuziosamente, quell'elenco, non avevo altro desiderio che di partire, che di andare altrove.... Ora riposo, per due giorni, in questo paese, così seducente di beltà, di grazia, di poesia, fra il florido verde delle sue colline vicine, la maestà dei suoi monti poco lontani e il fulgore del suo lago sinuoso, Lady Diana Montagu non è qui, non può esser qui, poichè il suo sposo non l'avrebbe condotta, in viaggio di nozze, a Lucerna, piena di gente gaia e frivola, all'hôtel National, ove si passa di festa in festa: non è qui, Colei che a mi chiama, ma io, oggi, cerco di vincere la mia immensa lassezza, cerco di ridestare le mie forze morali, perchè io, domani, debbo riprendere il mio pellegrinaggio. Cantano nella via e ciò culla il dormiveglia del mio spirito affranto, del mio corpo affranto. Domani, io sarò pronto a partire, poichè Diana non è qui....»

 

«Interlaken, venticinque luglio

 

«Pazienza, pazienza, cuor mio! Ancora dieci giorni di viaggi, per ferrovia, per funicolare, per battello, per ogni dove, salendo sui monti più bassi, ascendendo sui monti più alti, navigando sui laghi: dieci giorni di tragitti continui, dormendo ogni sera in un paese diverso, riprendendo, talvolta, il viaggio nel giorno istesso. Nulla, nulla, cuor mio, e tu devi avere molta pazienza, come ne ebbero tutti i santi che, poi, toccarono il paradiso, dopo il martirio, tu devi tutto sopportare, tacitamente, in un eroismo silenzioso, sinchè ti sia dato il gran premio.... Domani, ripartiremo, cuor mio: questa notte staremo qui, poichè una pioggia violenta continua da tre ore e un mantello nero di nuvole covre la Vergine dei Monti, questa maestosa e terribile Jungfrau, e gli alberghi sono zeppi di una gente rumorosa, che non potendo escire, gremisce i saloni, suona, canta, balla, giuoca, ride, ovunque. Fuori il lungo temporale chiude ogni orizzonte. Ella non era in nessun posto da me visitato; Ella non è qui. Noi partirem domani, cuor mio, per andare più oltre, sempre più oltre. Forse, domattina, la bufera si sarà allontanata e candidissima e imperiosa dominerà la valle, la Vergine montana: e noi la saluteremo, un istante, e continueremo il nostro viaggio, altrove, non sappiam dove, povero cuor mio, che devi avere una pazienza sublime....»

 

 

«Ouchy, sette agosto

 

«È un momento che ho ritrovato le tracce di Diana, della mia Stella mattutina, della mia Torre d'avorio. Ella è poco lontana e io, forse, la rivedrò domani. Qui, oggi, ero giunto dopo aver esplorato tutte le rive del lago Lemano, da Ginevra a Evian, da Nyon a Montreux, a Territet: qui, oggi, ero piombato in un annientamento morale e fisico, che mi abbatte, ogni tanto, in quest'affannosa ricerca e che appesantisce, su me, un sonno lungo e senza sogni. Stasera, un momento fa, in questo salone dell'hôtel Beaurivage, mi addormentavo invincibilmente sovra una interminabile lista di nomi, nel Journal des Voyageurs, quando mi son svegliato, di colpo, leggendo che, a Montana, tre o quattro giorni fa, nel match finale di golf aveva vinto il primo premio il forte giuocatore inglese, sir Randolph Montagu contro Mr. Jos. Chandlers. Montana, Montana! È nel Vallese, Montana, sovra Sierre: è un ritrovo di sport estivo, tennis e golf, di sport

invernale: vi è un Montana Palace. E stasera non posso, non posso più partire, non potrò dormire, questa notte, poichè è alle cinque di mattina che potrò partire pel Vallese, per Montana, dove Ella mi chiama e mi aspetta....»

 

 

«Montana sur Sierre, otto agosto

 

«Ella è stata, qui, due settimane: ella non è più qui, da due giorni. Il vincitore inglese del match e la sua signora sono partiti, l'indomani del banchetto annuale dei golfeurs: sono lontani, ora, a Scheveningen, presso l'Aja, sul mare del Nord. Oh qui lo conoscono bene, sir Randolph Montagu, poichè egli vi viene, da quattro anni, ogni estate: e vi è venuto, puntualmente anche questa estate, con la sua sposa, une superbe italienne! Così mi ha detto il segretario di Montane Palace, molto cortesemente. Io gli ho chiesto, vagamente, notizie della sposa: egli ha compreso che io era italiano, un parente, un amico, forse.... On la voyail très peu.... probablement elle n'aime pas les sports.... mais quelle belle personne, monsieur.... E il paese non è neppure imponente, non è neppure ameno: e la società è tutta di giuocatori inglesi: e che mai ha fatto, qui, la mia bella rosa d'Italia, che ha fatto, tutta sola, la mia povera Euridice, che ha fatto, qui, mentre il suo sposo la lasciava per intere giornate, quassù, sola, sola, sola, Diana Sforza? Quanto è lontano il mare del Nord e come è stretto di tristezza, di rimpianto, d'inconsolabile rimpianto, il cuor mio, per voi, Diana....»

 

 

«Scheveningen, dodici agosto

 

«Partiti, partiti, partiti, come se fuggissero, in una corsa fantastica, come se mi sfuggissero, come se sapessero che io li cerco inutilmente, da cinque settimane, che li perseguito, di paese in paese, come se Ella sentisse, alle sue spalle, la mia persona ansante e il mio angoscioso amore, come se Ella avesse, forse, la noia, e, forse, il ribrezzo della mia persecuzione, lady Diana Montagu, la nobile sposa, la sposa in viaggio di nozze, fuggente innanzi a colui che si ostina pazzamente a seguirla, ad amarla, sol perchè l'udì cantare, in una sera di primavera romana e la vide piangere, nel delle sue nozze! Che è mai stato, di me, in questi giorni di viaggio vertiginoso, di treno in treno, in uno scompiglio delle mie facoltà, perdendo delle coincidenze, passando delle ore mortali in qualche piccola stazione tedesca, in qualche paesello belga, che è stato di me, sin ier sera, quando son giunto all'Aja, a mezzanotte, ed era impossibile raggiungere Scheveningen, prima di stamane? Io non so. Sono qui ed ella ne è partita. Dopo una via d'incanto, fra un florido bosco, ecco Scheveningen, spiaggia di pescatori olandesi, ecco questo pittoresco, questo poetico, questo gaio e semplice paese di mare, che conserva il suo aspetto arcaico, malgrado i suoi tre o quattro sontuosi alberghi di stranieri: e il suo Casino è come un circolo di famiglia, con spettacoli morali e divertimenti casalinghi: non si giuoca, a Scheveningen, al Casino, negli alberghi, se no, i buoni e onesti olandesi diserterebbero: e i forestieri si annoiano, qui, e van via, subito. Ça nous fait beaucoup de tort, monsieur — mi ha detto, con rammarico, il direttore del Britannia hôtel, ove eran discesi i Montagu e donde son partiti, dopo tre giorni di dimora. — Tout le monde chic nous laisse pour Ostende.... pour le jeu, monsieur, pour le jeu.... Gli sposi sono, ora, a Ostenda. Posso raggiungerli fra poche ore. E, invece, una mortale incertezza mi si apprende, ogni mia volontà di andare, di arrivare, è come morta: e ogni mio coraggio è svanito, in una infinita miseria di sordi dubbii, di fosche paure, di presentimenti fatali. Non è forse meglio che io me ne vada, qui, sulla spiaggia vasta, dalla sabbia finissima, ove ridono e cantano centinaia di fanciulli seminudi, innanzi a questo mare del Nord, che è, oggi, dormiente, in una tinta di acciaio, ma che, domani, può esser sconvolto dagli aquiloni, non è forse meglio che io mi distenda sulla sabbia, ignoto, solo, tacito e lasci scorrere le ore e il tempo, a Scheveningen e non vada mai, mai, a Ostenda, e non ritrovi mai più Diana Sforza e mai più io la rivegga? Tanti uomini, tante donne, han rinunziato, rinunziano, perchè il destino è avverso, perchè il mondo è avverso, perchè il Cielo è avverso, come me, cui tutto è avverso, anche l'animo di Lei che non m'ama, non m'ama e io la seguo invano? Io, forse, potrei restar tutto l' estate a Scheveningen; forse, dopo, potrei andarmene in una di queste isole olandesi, qui, in questo mare del Nord, verso Amsterdam: e rimanervi, ignorato, fra ignoti, tutta la mia vita: e morirvi, ignoto, poichè Diana Sforza è sposa, non mi ama, mi fugge, poichè non mi ama, non mi amerà mai! In una piccola isola: Zantwort, mi pare....»

 

 

«Ostenda, quindici agosto

 

 

«.... O vase d'élection, o Grande Taciturne, o mia Dama del Silenzio, o voi che mai mi avete risposto, o voi che mai, forse, mi risponderete, ecco, qui, una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove lettere di colui che sempre vi ha scritto, che sempre vi ha amato, e solo in queste lettere ha potuto aprire il suo cuore, pieno di voi. Sono cinquanta mortali giorni in cui non ho visto brillare la mia stella, Diana, e ieri, solo, di nuovo, essa ha scintillato innanzi ai miei occhi abbagliati: e in questi cinquanta giorni, di lei sempre pensando, per lei sempre soffrendo, invocandola, desiderandola, cercandola ovunque, seguendola dapertutto, io le ho scritto queste nove lettere, ove ogni tumulto del mio spirito e ogni miseria del mio animo, è passato, nelle febbrili o nelle fioche parole. Legga, legga, Colei che mai risponde: e vegga, dalla lettera scritta nel delle sue nozze religiose, in cui Ella volle piangere, guardando lo sconosciuto che ha osato amarla, in cui Ella gli fece, in cambio di tant'adorazione e di tanto dolore, il dono prezioso delle sue lacrime, da quella lettera di dedizione allo scoppio della gelosia furente di questo disgraziato, al suo distacco dalla casa e dalla patria, al suo pellegrinaggio d'amore, sino a ieri, sino a oggi, vegga Costei se il pellegrino d'amore non sia arso da un fuoco imperituro, vegga Costei se l'amore di Paolo Ruffo non sia più forte della vita e più forte della morte....».

 

 

«Ostenda, diciannove agosto

 

 

«Un immenso orgoglio e una immensa tristezza rendono, o Diana, più penetrante, più toccante, più avvincente la vostra beltà; sì che niuno può incontrarsi in voi, senza esserne sorpreso e scosso. Qui, ove una folla femminile turbina, da mane a sera, ovunque, sulla vastissima spiaggia e nella lunghissima passeggiata lungo il mare, e nei ritrovi mondani e nei saloni d'albergo, qui, ove son tutte le bellezze muliebri più diverse e più raffinate e più semplici, dalla gran dama squisita alla cortigiana pregna di violenti profumi, alla esile e fine e innocente giovinetta, qui, voi, Diana, conquidete gli occhi e le anime di chi vi scorge; e, di lontano, io, nascosto fra la folla, vedo gli sguardi e odo le parole, che voi, orgogliosa, triste e bella, e distante da ognuno, e lontana da ognuno, non vedete, non avvertite. Mai vi vidi così chiusa nell'orgoglio e nella tristezza e mai, mai, foste più bella, Diana, che passate e nulla sapete, perchè nulla volete sapere, perchè nulla tocca l'orgoglio vostro e nulla consola la vostra tristezza, voi passate, in una beltà fatta, oramai, invincibile nel suo imperio. Non siete mai sola: altre dame del vostro mondo e dei gentiluomini, vi circondano, ogni volta che apparite, in pubblico, alle passeggiate, agli spettacoli, alle feste: un breve corteo è con voi, non sempre il medesimo: e intorno a voi, un altro se ne forma, d'ignoti ammiratori.... Mai sola, voi, Diana: e pure sola, solissima, come mai creatura umana fu sola, Voi che siete così affascinante nel duplice vostro possente mistero, dell'orgoglio e della tristezza. Di lontano, cautamente, con cento sottili precauzioni, ora vi seguo, ora vi precedo, ora mi allontano, ora ritorno, sempre vivendo nel magico larghissimo cerchio della vostra presenza e vi contemplo, talvolta, con tutta la forza dei miei occhi mortali e la folla si dilegua ai miei occhi e vi veggo come siete, veramente, sola, solissima, fra le amiche, fra gli amici, vi veggo, lentamente, volgere i pensosi, i fieri, i puri occhi bruni, cercando nel deserto che vi circonda, cercando e infine trovando lo sguardo dell'Uomo che, lontano, quasi nascosto, è sempre nell'orizzonte vago del vostro sguardo, fedele e immoto nella sua fede. Per un istante, un baleno, i due sguardi, il mio, il vostro, s'incontrano. È tutto, per me. Io non saprò mai che sia, questo istante, per voi. Mi pare che più lungi vi trasporti l'orgoglio vostro: mi pare che più profonda si faccia la vostra tristezza: e che divina si faccia la bellezza vostra. Mi pare. Non so. Non so.... Come son sontuose le vostre vesti, o magnifica Signora: e sempre diversamente ricche, e sempre conservanti un carattere di nobile eleganza: e come son smaglianti e singolari i gioielli di cui vi adornate. Io li conosco, ad uno ad uno, i vostri abiti, quasi sempre bianchi, adorni di rari merletti: ad uno ad uno, conosco i vostri gioielli: di lontano, ho sempre tutto visto, tutto notato. Eppure, Signora magnifica, voi portate queste vesti e queste gemme, come una livrea mondana: senza vanità, senza piacere, senza gioia. Nessuno me lo ha detto. Io lo so, questo. Poche cose so, di voi. Ma che vi sia indifferente il grosso filo di perle che portate al collo, la mattina, la sera, che vi sia indifferente il prezioso mantello che avevate, ieri sera, al concerto wagneriano, questo lo so.... Vostro marito, sir Randolph Montagu, quasi sempre è con voi, nel cerchio dei vostri amici, delle vostre amiche; ma non accanto a voi: ma niuna familiarità è fra voi, più di prima: i suoi atti di glaciale rispetto verso voi, sono immutati: vi parlate poco, a fior di labbro. Vi ho visto, anche, a una passeggiata, insieme, soli, sul pier, prima di colazione. Nella via parallela, dietro gli alberghi, ho seguito i vostri passi, rivedendovi a ogni via trasversale: voi, non potevate vedermi. Andavate, tranquilli, muti, con un passo eguale, accanto. Ogni tanto, scambiavate una frase. Siete andati molto lontano: e io con voi, nascosto dalle case, per la parallela. Vi siete fermati laggiù, laggiù, sulla spiaggia deserta, guardando il mare. Esso era di un grigio plumbeo, anche sotto il sole: lontano, diventava livido. Sir Montagu, col sottile giunco dal manico d'avorio, v'indicava qualche cosa, all'orizzonte, parlandovi: voi ascoltavate, a testa un po'bassa. Che vi diceva? Che vi additava? L'Inghilterra? L'Inghilterra, dove andrete, quando? L'Inghilterra, dove resterete, quanto? Siete tornati, camminando più lentamente. Mi è parso più grave di orgogliosa tristezza il vostro viso, Diana. Non so: non so. E alla porta dell'albergo, sir Randolph vi ha lasciata, con un saluto secco, allontanandosi verso la città. Voi amate sir Montagu, Diana? Ed egli, vi ama? vi ama?

«Paolo Ruffo».

 

 

«Ostenda, ventuno agosto

 

«Mai la mia vita fu più intensa, più energica e più veemente, in ogni sua forma e in ogni sua espressione; e gl'istinti e i sensi e i sentimenti, in un sol fascio, sono sospinti a una incalcolabile potenza. Mai uomo ebbe un più terribile, più inebbriante e più mortale segreto di vita, come me, oggi, ieri, domani, qui, dove voi altri siete, dove siete insieme, novelli sposi, in viaggio di nozze, e dove sono anche io, mentre dovrei esserne lontano mille miglia; qui, dove voi altri siete per amarvi, fra il lusso e i piaceri e io sono qui, terzo, fra voi, intruso, fra voi, amandovi di una passione impetuosa e clamante, e dove non dovrei adorarvi, amarvi, conoscervi; qui, dove io posso vedervi, molte volte, in un giorno, in una sera, dove sempre posso incontrarvi, sempre seguirvi, e avvicinarmi sino a voi, quasi a sfiorarvi e tutte queste volte non mi bastano, non mi basterebbero, mentre dovrei, debbo, fuggirvi, evitarvi; qui, dove, persino, io potrei facilmente giungere a esservi presentato, da comuni amici, presentato a sir Montagu e io sarei il più felice fra gli uomini, se potessi inchinarmi, innanzi a voi, baciarvi la mano, parlarvi.... e non debbo, non debbo, non debbo; qui, dove ogni ora della mia giornata, ogni minuto delle mie ore, è, per me, apportatore di una immensa emozione, di un immenso rischio, di un immenso sgomento, sgomento per voi, per voi, Diana! Vivo cento vite, tutte fuse, insieme, e ardenti e crepitanti e fumanti, come se tutto il mio essere fosse un puro e incandescente metallo, bollente in un crogiuolo: e mai mi consumo, mai mi estenuo, perchè voi siete qui, perchè tutto il mondo, intorno, dal cielo che s'incurva sul mare del Nord, e nelle vastissime distese di sabbia percorse da migliaia di persone, e nelle vie frementi di movimento, una divina presenza, anche nascosta, anche segreta, alimenta il fuoco, su cui brucia e fuma la mia vita, senza consumarsi. O Diana, quanto io vivo, da che vi ho ritrovata, da che vi ho riveduta: quanto io vivo, anche nelle inquiete ore di un breve riposo, con tutte le mie facoltà moltiplicate e con ogni mia virtù diventata singolare! Pensate bene, Diana: io so bene quale albergo abitate e non vi son potuto venire, malgrado il mio pungente desiderio, e non vi penetro neppure, per cercarvi un paio di amici miei, che hanno la fortuna di dimorarvi, accanto: e ho dovuto scegliere un albergo ignoto, non troppo lontano, non troppo vicino, ignoto, dove non ho dato neanche il mio nome, per prudenza, dove mi sanno come Giorgio Costa, il nome di mia madre, che si chiamava Giorgina Costa: e vi rientro, talvolta solo a notte alta, per dormirvi qualche ora: e vi resto, talvolta, chiuso un intiero giorno, per sparire dalla folla di Ostenda, folla, oramai, in cui tutti ci ritroviamo, sempre agli stessi posti, sempre agli stessi convegni.... Pensate, Diana, che io non so mai, il mattino, che farete, voi e sir Montagu, nella giornata, dove vi recherete, dove vi fermerete, come trascorrerete il pomeriggio, la serata: e che non posso farmi scorgere intorno al vostro albergo: e se vi vedo giungere, insieme, di lontano, debbo celarmi: e se siete sola, debbo astenermi anche più, debbo giudicare se seguirvi o no; e se entrate in un ritrovo di poca gente, non posso intervenirvi anche io: e se la gente è molta, debbo penetrare in tale posto, in modo che la gente istessa mi nasconda e non m'impedisca di vedervi, di contemplarvi, di bearmi del vostro volto; e debbo sparire, costantemente, perchè egli non mi vegga.... Pensate, Diana, che, da sette giorni, io sono qui, che io vi ho vista, sempre e che vostro marito non mi ha ancora veduto. Non m'ha veduto! Non m'ha veduto! Mentre io sono sempre intorno a voi, mentre io non mi allontano mai dall'alone che vi circonda, dal solco che voi lasciate, sir Montagu non mi ha visto. Egli mi conosce bene; egli mi riconoscerebbe subito: egli intenderebbe, subito, la ragione della mia presenza, qui. Che so, io, se egli non sappia molto più di quanto io creda, sul mio conto e sulla mia follia amorosa? Che so, io, se egli non abbia visto tutte le mie lettere o non ne abbia letta qualcuna? Egli mi conosce: egli sa, forse, tutto. Qui, non mi ha visto ancora. È un miracolo, Diana: ma, credetelo, è un miracolo dovuto al piano di audacia e di cautela, di costante sospetto e di costante vigilanza, di fiducia nella mia sorte d'amore e di diffidenza d'ognuno, il piano che, ogni notte, ogni mattina, i