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| Matilde Serao Ella non rispose IntraText CT - Lettura del testo |
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Parte TerzaLa foglia di oro
«Nizza, venti febbraio…
«Il mazzolino di violette di Parma ha descritto una dolce curva ed è venuto a cadere sul mio petto, verso il cuore. L'ho raccolto, fresco, umido, odorosissimo come era e vi ho immerso il viso, un istante: questo è bastato perchè la carrozza da cui mi era stato lanciato, la carrozza guarnita di viole cupe, di viole chiare, e di grandi lilium bianchi, eretti sul loro stelo, si allontanasse, nel continuo moto degli equipaggi: questo è bastato perchè io avessi scorto solamente una mano femminile, guantata di bianco, uscente da un lieve e bianco mantello, lanciarmi il mazzolino delle violette chiarissime e fragranti, e solamente un fuggevolissimo sguardo di due occhi oscuri come le viole del pensiero, di due occhi fieri e tristi, incontrarsi, unirsi, in un baleno, col mio.... La carrozza era lontana; un'altra, adorna di ricchi garofani rosei passava, carica di fanciulle ridenti, che mi hanno buttato delle rose, le rose son cadute ai miei piedi e io non le ho raccolte. Avrei dovuto muovermi, camminare, correre lungo il marciapiede della Promenade des Anglais, su cui si affollavano, fra le sedie sparse, fra le piccole tribune, altre donne lancianti fiori, per raggiungere la vettura adorna tutta di viole, più oscure e più chiare e di cui, lontano lontano, vedevo ancora ondeggiare gli alti lilium candidi: invece sono rimasto confitto dove ero, da un'ora, presso il cancello del giardinetto di palme, innanzi al mio hôtel West End, dove, da un'ora immobile, godevo l'aria tiepida e il sole d'oro di questo divino paese, dove da un'ora m'inebbriavo dei profumi dei fiori lanciati, fra le vetture e i viandanti, fra le tribune e i palchi, di quel corso dei fiori. Ero solo, senz'amici, senza comitiva, senza fiori, innanzi all'albergo mio: solo e semplice spettatore di quella soave e lieta guerra di fiori, godendone parcamente, in silenzio, la beltà e la gaiezza. Dei fiori erano caduti ai miei piedi, sulle mie mani, così, gittati da graziose donne trascorrenti nelle vetture tutte coverte di fiori, trascorrenti a piedi, e, talvolta, anche io avevo corrisposto, rinviando qualche fiore a qualche ignota che si allontanava, che fuggiva, via. Ma il mazzolino di violette di Parma mi era stato lanciato pensatamente, misurando il tempo e lo spazio, da colei che, nelle sue vesti bianche, nel suo mantello bianco, mi doveva avere visto molto prima, chi sa quando, prima: ed esso era giunto a me come un messaggio e così, subito, io lo aveva raccolto e il mio viso ne aveva aspirato la fragranza e la freschezza. La vettura di violette era sparita in un attimo, con la donna vestita di bianco: i fiori suoi, accostati al mio viso, ne temperavano il subitaneo ardore, e balenava, ancora, in me, uno sguardo noto, amato, adorato, che avrei riconosciuto fra mille.... «.... Un ricordo doloroso e strano, una bizzarra e misteriosa coincidenza m'immobilizzava, nella mia solitudine, fra la smagliante folla del corso dei fiori. Nelle ore di torpore mortale da me trascorse, in quella casa di salute, in Bedford street, a Londra, ove ero stato circa due mesi, e un mese fra la vita e la morte, in quel torpore pesante e pieno di un lungo sogno che, forse, non era che un lungo delirio, io ho visto, sì, ho visto una donna vestita di bianco, due o tre volte, fluttuare, come un fantasma, presso il mio letto, nella mia nitida, candida cameretta. Quella donna non era Nancy, la mia silente e zelante nurse, tutta vestita sempre di bianco, che mi ha assistito così amorevolmente, che, si può dire, mi ha strappato alla morte: non era la mia povera e cara Lisa che ha saputo la mia malattia, il paese dove mi trovavo e il mio indirizzo, solo dopo un mese, quando io era già fuor di pericolo, ed è accorsa, ed è stata con me, sempre, sino a che io non abbia lasciato il letto, la casa di salute di Bedford street e l'Inghilterra, con lei, per l'Italia.... Non Nancy e non Lisa, la donna vestita di bianco.... Un'ombra, forse: una creazione del mio delirio.... Ho chiesto, in qualche istante di lucidezza, alla nurse, se qualcuna fosse entrata, in camera mia: ma Nancy ha scosso il capo, negando, senza parlare. Anche Lisa ha detto no, con un gesto, quando, più tardi, più tardi, le ho chiesto se qualcuna era venuta a vedermi. E, allora, perchè ho io trovato, due volte, in un vasello di cristallo, sul tavolino presso il mio letto, un fascio di violette di Parma? La prima volta, forse nel bruciore della febbre, io vaneggiava e mi è parso, proprio, in un'allucinazione, di vedere le tenere viole di un lilla così delicato, quasi bianco e di aspirarne l'odor fresco…, ma la seconda volta? Io le ho viste, coi miei occhi mortali, senza febbre, senza sogni, la seconda volta, queste viole.... Nancy, Lisa, non mi hanno risposto. Violette di Parma: le medesime di oggi.... «.... dopo tre giorni di febbre alta, al Piccadilly Hotel, il padrone dell'albergo temendo che io morissi, colà, è corso al Consolato italiano, per fare una dichiarazione e una protesta. Giacomo Spinola, il vice-console, ha intuito qualche cosa di singolare e, probabilmente, ha compreso che il nome di Giorgio Costa non doveva essere il vero. Si è dato la pena di venire al Piccadilly Hotel, mi ha riconosciuto, sul mio letto di dolore, ove io era prostrato, soffocando sotto una polmonite doppia: e ha provveduto immediatamente per tutto quello che era necessario, medici, infermieri, assistendomi egli stesso, fraternamente. Chi ricorda nulla? Io ho delirato trenta o quaranta giorni. Appena si è potuto, per le proteste continue del padrone dell' albergo, Giacomo Spinola mi ha fatto trasportare nella casa di salute, a Bedford street: ma, anche lì, fra la polmonite e la pleurite, io sono stato sin quasi a Natale, fra la vita e la morte. È a Sherborne che ho preso questa malattia: in una notte di nebbia, di freddo, di umido che ho passato nel parco di Montagu Castle.... Lisa non è giunta che dopo un mese; non sapeva, Giacomo Spinola, che famiglia io avessi, e ha dovuto scrivere, due volte, in Italia, e han cercato di Lisa, ovunque e infine l'hanno scoverta, a Rieti, presso nostra zia, ove viveva di segreti palpiti e di segrete angustie. È accorsa: mi ha curato teneramente: con Nancy, mi ha salvato. Non mi ha chiesto nulla: non le ho detto nulla. Malinconica ma pur serena, mi ha condotto, via, in Italia, verso la metà di gennaio: io, fiacco, smorto, debolissimo, nella mia convalescenza. La mia buona nurse era tutta candida, nelle mussole che covrivano il suo vestito di lana grigia: la mia sorella era vestita di bianco, attorno al mio letto. E l'altra, la terza, quella che mi è parsa di scorgere, due volte? L'altra era un sogno, forse, della mia febbre e del mio povero amore? Non so. Le violette di Parma, la seconda volta, io le ho viste, le ho toccate, le ho respirate.... Lisa è a Roma, ora, ove mi aspetta, quando avrò passato, qui, due mesi, forse, per rimettermi completamente. Respiro meglio, ora: il mio sangue circola meglio, nelle mie fredde vene: e ho più voglia di vivere che quindici giorni fa, quando sono giunto, qui, ancora sfinito, ancora estenuato. Quando tramonta il sole sono colto, ancora, da un grande brivido di freddo: ma non è la febbre. Tutti hanno freddo, a Nizza, quando cade il sole: esso è tanto caldo, quando scintilla sul mare, sul Golfo degli Angeli.... «.... La carrozza guarnita di violette mammole e di violette chiare non è più riapparsa: la donna non è più riapparsa. Stringo sul petto i suoi fiori, ora, che è sera, che sono nella mia camera ben chiusa, e riscaldata da un buon fuoco di legna.... Queste violette esistono e una donna me le ha lanciate, espressamente.... e, quegli occhi, quegli occhi.... «Paolo». «Nizza, ventidue febbraio…
«Rientro dalla redoute blanche et mauve. È il grande veglione di Nizza, il famoso veglione di questo famoso carnevale di Nizza: ogni anno, ne muta il colore, di questa redoute e ogni uomo, ogni donna che vi vuol andare, deve vestirsi, travestirsi di quei colori e mascherarsi. Folla immensa, tumultuosa in una gaiezza vasta e, talvolta, forzata: ma come quadro, impressionante nelle due sempre uguali tinte, il bianco e il lilla, il lilla e il bianco, acconciati e disposti e uniti in mille fogge, le più curiose e, spesso, le più graziose. Folla immensa: fracasso: tumulto. Io non voleva andarvi. Io completo, qui, la mia convalescenza: e già tutta la mia vita rifiorisce e sento germogliare in me la salute e, anche, una seconda giovinezza. Non volevo andare: debbo finir di guarire e mi era stato proibito, mi è ancora proibito di vegliar tardi, alla sera, di viver negli ambienti troppo carichi di fiati umani, di profumi, negli ambienti artificiosamente caldi. Ma per quindici giorni mi ero saggiamente coricato, ogni sera, alle dieci, nella stanzetta del mio albergo West End, resistendo ai miei amici di Nizza, alle signore di mia conoscenza, che mi volevano, assolutamente, con loro, ogni sera, a Montecarlo, a Beaulieu, alle feste, ai teatri. Quindici giorni di vita quasi monastica, dopo due mesi e mezzo di malattia.... e, poi, ieri l'altro, il mazzolino di violette di Parma, simile a quello di Londra, il mazzolino di cui, da due giorni, cerco in tutta Nizza la mano muliebre che lo ha lanciato, senza trovarla, senza ritrovarla.... Sono andato alla redoute blanche et mauve.... «.... centinaia di donne mascherate, nei domino, nei mantelli, nelle vesti bizzarre bianche e lilla, centinaia di donne piccole, grandi, formose, snelle, alcune sontuosissime, altre appena decenti, molte goffamente acconciate: e, alcune, fra esse, così squisite nel loro lusso e nella loro eleganza, costantemente seguite da un corteo di venti, di trenta uomini; e, alcune, così sapientemente svestite nel domino bianco, da parer seminude, col viso mascherato, circondate, strette da uomini arsi dal desiderio, procaci, quasi brutali; qualche figura casta, anche, nel suo gran mantello bianco senza linee: una, castissima. Era in un palchetto di prima fila, sola: poi, due altri domino la raggiunsero, restarono un po' con lei e se ne andarono: rimase sola, di nuovo: si levò, guardando la sala, attentamente, a traverso la sua mascherina di un lilla chiarissimo, quasi un grigio perla. Attorno alla sua persona fluttuava un ricco domino mauve, dalle ampie maniche chiuse ai polsi, dal gran cappuccio alzato sulla testa e tutto merletti, tutto blonde: e sul petto ella aveva un grosso mazzo di violette di Parma, fresche, fermate da un lungo cappio di raso bianco: non si vedeva di che colore fosse la veste, le mani erano guantate e seminascoste; i merletti del cappuccio nascondevano la fronte e il collo. Quella figura era così casta e così sola! Traversai, a stento, tutta la soffocante folla che si agitava, nella immensa sala, mi accostai al palchetto che era molto basso, fissai la sconosciuta e le dissi, in tono scherzoso: «— Buona sera, violetta di Parma.... «Mi parve che ella si scotesse, si ritraesse, un istante: mi parve, non ne son certo. Allora, volgendo le spalle alla sala, mi tolsi la maschera di raso bianco e guardandola, le dissi, tremando, sì tremando: «— Sei quella di ieri l'altro? Sei quella? Davanti al West End.... il tuo mazzetto ha vissuto con me, due giorni.... «Non mi rispose una sola parola: ma vidi, ne son certo, che si era volta a me, che mi ascoltava, col capo un po' inclinato.... E un flutto di sangue caldo pulsò al mio cuore, alle mie tempie: «— Sei quella di Londra?… quando ero malato.... quando ero morente.... sei quella? «Un impeto d'amore, una furia di amore mi travolsero. Mi levai in punta di piedi, osai toccare e stringere la mano guantata che era appoggiata lungo l'orlo del palco, osai pronunciare il nome fatale, la parola fatale: «— Diana.... Diana.... ti amo.... ti amo sempre.... «Ella non rispose. Ma, per un momento, la sua mano restò nella mia: poi, la ritrasse lentamente: lentamente si levò, guardandomi a traverso la sua mascherina, con un lungo sguardo: si ritirò, in fondo al palco, donde non potevo scorgerla più. Come un pazzo, in mezzo a mille intoppi, a mille urti, a mille sgarbi, attraversai la sala zeppa, il vestibolo zeppo, corsi verso il corridoio di prima fila, cercando il palco della mia violetta di Parma. La sconosciuta era sulla porta, insieme ad altre quattro maschere, molto eleganti, due uomini, due donne. Impossibile avvicinarla. Tre o quattro volte, andai avanti e indietro, in quel corridoio: quel gruppo non si mosse. Discorrevano, fra loro, ridevano, anzi, ma moderatamente. Tesi l'orecchio. Parlavano in inglese. Dopo pochi minuti, si mossero, rapidamente, si mescolarono alla folla del corridoio, del vestibolo: li perdetti di vista, mi sfuggirono. Mi aggirai follemente, nel teatro, fuori, nei dintorni, senza maschera: rientrai tre o quattro volte. E, infine, m'incontrai con Dario Morea, con Francesco Farnese e due donnine, che eran con loro, fra cui Chérie, la Grande Chérie, la pensosa Chérie, la languente Chérie, la cortigiana malinconica. Mi volevano, con loro, a cena; rifiutai, confuso, smarrito. E Chérie soggiunse, allora, con la sua voce velata e suggestiva: «— Amate Lilette Fleury, voi, Ruffo? «— Poco fa.... parlavate con lei.... le avete preso una mano.... «— Era Lilette? Come lo sapete? Chi ve lo ha detto, Chérie? «— .... era il suo palco, quello.... e ho visto, oggi, il suo domino lilla, da lei.... — soggiunse, vagamente, Chérie.
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«Non posso dormire, non posso riposare. Brucia tutto il mio sangue, brucia d'amore....
«Nizza, ventitrè febbraio…
«Siete qui, siete qui, Diana, io lo sapeva, io l'avevo sentito, io so sempre dove voi siete, Dio mi conduce verso voi, voi siete la mia donna, voi mi eravate destinata, voi mi siete destinata. Diana, vi ho riveduta, qui, sul mio cammino, Diana che dovete amarmi, Diana, Diana mia! Con tutte le violette di Parma che v'invio, con due mie lettere, insieme a questa, Diana, ecco il mio cuore, ecco la mia anima, ecco la mia persona, ai vostri piedi, desiosa dell'amor vostro, di tutto l'amor vostro, Diana mia! «Nizza, ventitrè febbraio…
«È notte: debbo scrivervi che ardo di amore, per voi, Diana bella, Diana mia! Ardo, come prima: ardo, più di prima: ardo, come se avessi venti anni e ho venti anni, infatti, poichè la mia terribile malattia ha rinnovato tutta la mia vita, poichè la mia convalescenza e la mia guarigione sono una risurrezione delle mie forze, della mia prima giovinezza, di quanto è più nuovo e più ardente, in un uomo, in un giovane.... Quanto eravate bella, ieri mattina, quando vi ho incontrata sulla porta dell' Hôtel Ruhl, fra un gruppo di amiche e di amici, e come un sobbalzo mi ha spinto verso voi, quasi per prendervi, quasi per rapirvi e voi lo avete inteso e vi siete arretrata di un passo, impallidendo, arrossendo, sfuggendo, infine, al mio sguardo che troppo vi amava, pubblicamente.... Ardo di passione per voi, Diana, che non vedo da tre mesi, che ho sempre amata, anche nel mio delirio, anche nella mia agonia, ardo e voi dovete bruciare della mia fiamma, perchè siete la mia donna, perchè il cielo vi ha mandata, a me, e non vi è potere terreno, non vi è legame terreno, che mi vi possa togliere.... Diana, eravate voi, non è vero, voi che mi avete lanciato sul petto, sul cuore, il mazzolino di violette di Parma, il giorno del corso dei fiori? Diana, eravate voi, l'altra sera, alla redoute, voi, in quel palco, nel grande domino lilla, col bouquet de Parmes sul seno, voi, a cui ho parlato, e mi avete ascoltato, muta ma benignamente, eravate voi, di cui ho preso la mano, e me l'avete lasciata, un istante, voi, voi e non Lilette Fleury, non è vero, voi, voi, che mi dovete amare, voi, Diana adorata? «Paolo». «Nizza, ventiquattro febbraio…
«Sir Randolph Montagu è con voi, a Nizza; lady Roselyne Melville è a Montecarlo, perchè ama molto il giuoco, alla sua età e, ieri, è venuta da Montecarlo, a passar la giornata con voi: e avete, con voi, una piccola comitiva di amiche e di amici, inglesi, francesi, italiani: siete una bande, pare, come ve ne sono, qui, tante, a Nizza, a Montecarlo, a Cannes, una joyeuse bande, che è sempre insieme, nelle gite, nelle escursioni, nei pranzi, nelle feste: e siete circondata e presa, da tutti costoro, come dietro un baluardo.... e che m'importa, che m'importa di tutti costoro? Niente m'importa di sir Randolph Montagu, che mi ha preso la mia donna, ma che deve restituirmela e io debbo riaverla e la riavrò: niente di lady Melville che vi ha maritata, a uno straniero, a un vecchio, togliendovi l'unico grande bene che abbia la vita, che è l'amore: niente, niente di tutti costoro, che vi sono estranei, che mi sono estranei.... e quel russo, è vero, vi fa la corte, e quell'italiano, che io non conosco, ma di cui so il nome, Guido Motta Visconti, il bel Guido Motta, è vero, vi fa la corte, essi vi sono sempre accanto, uno a diritta, uno a sinistra, è vero? Ma a me non importa niente, non deve importare niente, perchè voi siete la mia Diana, mia, esclusivamente mia, unicamente mia ed è il mio amore che deve prendervi tutta, e darvi a me, Diana, che solo vi merito, io solo, Diana, io solo, perchè vi ho amata unicamente, sovra ogni altra cosa, sovra ogni altra persona, che vi amo unicamente, che sono, per voi, l'amore intenso, profondo, che offre la vita e che la vuole dall'altro, che consuma ma che esalta, e costoro, marito, madrina, amiche, corteggiatori, non sono nulla di nulla, io mi rido di loro, io sono pronto ad affrontarli, tutti, perchè sono l'Amore che tutto abbatte e tutto conquista! «Nizza, venticinque febbraio…
«Il fazzoletto di batista e di merletto che avete perduto, un'ora fa, al grande ballo del Cercle de la Méditerranée, è qui, nella mia mano sinistra, presso il mio volto, presso le mie labbra, ha il vostro profumo, è qualche cosa di voi e io respiro su questo fazzoletto, io bacio questo fazzoletto, mentre vi scrivo, con mano tremante, con animo tremante, dopo che vi ho seguita, dappresso, dappresso, per una notte intiera, ovunque avete messo il vostro piede, come la vostra ombra, sfidando tutto, sfidando tutti.... Dio, Dio, quanto era magnifica, questa notte, la vostra beltà, in quella veste morbida di chiaro velluto azzurrino, ricamato a fili di argento, con quei lievi veli azzurri sul seno e la vostra singolar collana di pallide turchesi e di brillanti, al collo, e il diadema di brillanti, sulla vostra testa di regina, Dio mio, che sovrana di ogni beltà, di ogni grazia, di ogni più suggestiva espressione feminile, eravate, questa notte, Diana, Diana, donna mia! Notte singolare, notte singolarissima, in cui il mio animo è passato per tutte le impressioni più dolorose e più inebbrianti, ed inebbrianti anche quelle del dolore, e ancora io palpito e fremo, qui, su queste fredde parole, su questa fredda carta, che non può dirvi quanto vi ho amato, questa notte, quanto ho gioito, per la vostra divina presenza, per la vostra divina bellezza; quanto ho sofferto, per tutto quello che è accaduto.... Ah Diana, Diana, con quanta cura assidua voi avete costantemente distolto gli occhi da me, ogni volta che io ho cercato il vostro sguardo, ogni volta, cento volte, mille volte, come gli occhi vostri erano altrove, sempre, pensosi, distratti, lontani, ma espressamente, Diana, espressamente, per non corrispondere al mio sguardo! Giammai avete tanto sfuggito questo incontro di sguardi, che è, dal giorno che vi ho amato, il solo segno che voi mi conosciate, che voi sappiate della mia dedizione e della mia pena mortale: giammai siete stata così distante da me, Diana, Diana, come questa notte, pensatamente, decisamente, guardando sempre da un'altra parte tenendo chini gli occhi, in segno di fierezza, di tristezza, di noia. Invano io mi sono costantemente messo sul vostro passaggio: invano io vi sono venuto incontro, quando camminavate: invano, io mi sono seduto dirimpetto a voi, quando si è ballato il cotillon. Voi non avete voluto vedermi: voi non avete voluto guardarmi. Altiera, freddissima, col viso chiuso, talvolta quasi marmoreo, voi ballavate nobilmente: e passando presso me, nei lunghi giri, sempre il volto vostro, austero, con un moto naturale, si volgeva ove io non era. Io ho sofferto mille morti, Diana. Ma, a un certo punto, col vostro cavaliere, con quell'odioso Guido Motta Visconti, voi vi siete allontanata, in un angolo del salone: e un gruppo di palme vi nascondeva, o voi credevate che vi nascondesse ai miei occhi.... Guido Motta Visconti vi parlava, piano: ma voi non lo ascoltavate.... Io vi ho vista bene: supponendovi bene nascosta, voi vi siete rivolta dalla mia parte, voi mi avete guardato, a lungo, quando credevate, quando eravate certa che io non potessi scorgervi.... Diana, Diana, che sono le mille morti che ho sofferte, innanzi a quel minuto di estasi? Segretamente voi mi avete ricercato, mi avete guardato, a lungo, a lungo, un minuto, un secolo, per me.... Dopo, subito dopo, quando io ammaliato, inebbriato, vi ho raggiunto, io ho ritrovato il vostro viso di statua e la vostra bocca serrata, senza sorrisi.... «.... Diana, Diana, tutta la notte io ho errato intorno a voi, come la vostr'ombra: ma non mi sono mai potuto accostare a voi, tanto eravate guardata e circondata. Sir Montagu ha giuocato tutta la notte, lontano da voi, noncurante, gelido: tutta la notte la vostra bande vi ha circondato, e Motta Visconti e de Flers e Wolkoff, i tre che più si accaniscono, attorno a voi, non vi han mai lasciata, mentre la principessa Tchenicheff e la contessa de Rougé e donna Camilla Bolgheri, ogni tanto, ritornavano a far corteo, con voi e i loro cavalieri. Io era l'anima in pena, attorno a voi, ma più del dolore, ardeva in me la gelosia, la fiera gelosia, la tetra gelosia di questi uomini che vi tenevano, che vi sequestravano, che impedivano a chiunque di accostarsi: e questo Motta Visconti ha compreso bene e due volte mi ha guardato, con cipiglio, questo bellâtre, e Wolkoff ha riso di me, io l'ho visto e per poco non mi sono precipitato su lui, per schiaffeggiarlo, in piena festa, Diana.... Oh che rabbia ferina, Diana, in alcuni momenti, quando passavate, innanzi a me, cinta dal braccio di uno di costoro, ballando, quando mi sfioravate, quasi, col piccolo strascico azzurrino della vostra veste, e vi allontanavate, subito, nelle braccia di uno di costoro, bella come non foste mai così bella, ed io rodendomi di amore e di gelosia e d'ira e di un'ira folle, Diana.... Allora, il vostro fazzoletto, lieve, è sfuggito dalla vostra mano schiusa, quando siete passata innanzi a me: allora, voi lo avete lasciato a terra, senza raccoglierlo, senza farvelo raccogliere, come distratta, come lontana, mentre io mi chinavo, a prenderlo, cautamente, come un ladro, come un amante e lo celavo, subito, nel mio gilet, sul mio cuore.... Il vostro fazzoletto è stato come quello della pietosa Veronica, asciugante il viso bagnato di sudore e di sangue di Cristo: esso ha placato il mio furore, ha fatto tacere la mia gelosia e sul mio viso, sulle mie labbra ha portato la freschezza, la serenità, la speranza.... Quale speranza, quale speranza? Diana, voi non mi avete voluto vedere, guardare, stasera: Diana, avete parlato, ballato con altri uomini, stanotte, continuamente.... e il fazzoletto, il fazzoletto, vi è caduto, espressamente, o lo avete perduto? O Diana, io soffro e godo e tremo di dubbio e di passione, in quest'alba, scrivendovi.... «Nizza, ventisei febbraio…
«Con profonda emozione ho riveduta, stamane, la mia donna di altri tempi, ho riveduta la mia Euridice, quando, evocata e attratta dal fluido dell'amor mio, voi siete apparsa, sola, sulla porta dell'Hôtel Ruhl, voi sola, voi solissima! Con passi lenti ma lievi, voi non vi siete diretta verso il troppo mondano marciapiede della Promenade des Anglais, ma fuori, oltre la via, oltre il sentiero di alberetti, sulla spiaggia, sulla sabbia fine, morbida, vellutata, ove passeggian lentamente o stanno fermi al sole, non dei frivoli mondani. ma dei vecchi taciturni, dei gracili convalescenti, delle fanciulle smorte, dei bimbi dormienti nelle loro carrozzelle, sotto un velo celeste, sospinti dalle loro governess. Non un filo, nelle vostre vesti e nel vostro cappello che non fosse bianco: persino i piccoli piedi eran calzati di pelle bianca, con fibbie di madreperla: soltanto l'ombrellino vostro era rosso, di un rosso vermiglio, come una rosa vermiglia. Quando avete voltato, sotto gli alberetti, per raggiungere la spiaggia, mi avete scorto, poco lontano, fermo presso il chiosco dei giornali: voi avete chinato il capo, un poco, avete schiuso il vostro ombrellino, che ha gittato un'ombra rosea sul vostro viso così bianco. Ah Diana, voi eravate come un tempo, stamane: solinga, piena di un orgoglio tacito, pensosa, distante da tutti: e il volto vostro era candido, come allora, a Roma, quando eravate Diana Sforza, col vostro semplice vestito di fanciulla nobile, fiera e povera, e i vostri occhi eran di un violetto scurissimo, come un tempo, e un profondo segreto era in voi, che niuno conoscerà mai, il segreto di un tempo, ma più misterioso e più alto, Diana! Con passo un poco stanco, voi avete passeggiato in riva al mare e, quasi quasi, le onde chete giungevano a lambire le vostre scarpette bianche: siete andata, sempre avanti, lontana: e celato fra le due file degli alberetti, lungo la Promenade, vi ha accompagnato Colui che è vostro. Chiuso il vostro ombrellino, avete lasciato che il sole vi riscaldasse il viso e la persona, come se aveste freddo.... io credo che voi abbiate sempre freddo, che voi sentiate ancora, come me, nelle ossa e nei nervi, il freddo e l'umido d'Inghilterra, come me, che, ogni tanto, qui, in tanto fulgore di sole, in tanto tepore di aria, ne tremo ancora, ne tremo tutto, e ne dovevo morire, allora, ora, amor mio.... Socchiudevate gli occhi, camminando, nel sole, come se un sopore dolce vi avvolgesse, lungo la spiaggia degli Angeli, che si facea sempre più deserta, come se sognaste un bene squisito e io, come l'ombra vostra, ero penetrato di dolcezza, per voi, io mi struggevo di dolcezza, per voi, per la mia Euridice, per la donna che ha cantato così passionalmente, solo per me, solo per me, nella gran notte romana.... Siete sparita, come dileguata: ma io muoio di dolcezza, per voi.... «Paolo». «Nizza, ventisei febbraio…
«Ma perchè avete fatto questa cosa orrenda, stasera, o lady Montagu, perchè siete andata, con la vostra bande, in quel teatraccio, pieno di una folla equivoca internazionale, pieno di cortigiane, a vedere e a udire uno spettacolo indecente, nelle persone, nelle parole e negli atti, e vi siete rimasta, con tutti i vostri, sir Montagu, Guido Motta Visconti e De Flers e Wolkoff, con questi degenerati, anche vostro marito degenerato, sovra tutto vostro marito che vi ha condotta, colà, anche Motta, l'italiano, e con quella degenerata della principessa Tchenicheff, con quella pazza della contessa de Rougé, mentre, donna Camilla Bolgheri, ha inventato di vestirsi quasi da uomo, degenerate, degenerate! E voi, in mezzo a loro, voi, torre di avorio, voi, rosa mistica, voi, bianca nel viso e nell'anima come il giglio delle convalli, voi vestita di giaietti neri scintillanti, a riflessi lunari, col seno appena velato di veli neri, con una grossa rosa rossa sul petto, voi sotto una tocca scintillante, dall'alta aigrette bianca, voi eravate in quell'orribile teatro, in quel palco di mala gente, con gli uomini che si stringevano accanto a voi, dietro a voi, mentre, alla ribalta, gli attori e le attrici, cantando, recitando, danzando, davano spettacolo di turpitudine.... E voi non avevate ribrezzo, voi non vi levavate per fuggire, nauseata, voi non sentivate l'offesa al vostro pudore, alla vostra delicatezza, alla vostra castità di sposa e di donna: voi restavate lì, come allucinata, guardando, udendo, sorridendo, sì, sorridendo, purtroppo, come non vi ho mai vista sorridere, mai, sorridendo allo spettacolo, sorridendo a coloro che si piegavano sulle vostre spalle nude, per parlarvi, troppo, troppo, troppo da vicino.... Che cosa tremenda e come io soffocava d'indignazione, come io mi sentivo scoppiare dall'ira repressa, contro tutto, contro tutti, in quel luogo di corruzione, in quel luogo d' infamia, ove ero entrato, così, a caso, cercandovi in tutti i ritrovi di Nizza e non avendovi trovato, mai pensando che voi aveste esposto il vostro decoro e la vostra beltà, fra quella società di corrotti, di viziosi, di pazzi.... voi, la creatura purissima, voi che stamane eravate ricinta di orgoglio e di silenzio, vivente in un mondo distante e superiore, voi, che eravate Diana Sforza, il mio sogno di virtù, e che ora siete lady Montagu, per disonorarvi in quella compagnia, in quel teatro, svestita come le altre e sorridente come le altre.... Ah che io odio, mortalmente, questo paese, questo ambiente, questa gente fra cui vivete, come io odio il vostro gelido marito che è, forse, il più cinico fra i cinici, come io odio mortalmente, voi, sì, voi, lady Montagu, che avete tradito, questa sera, il mio sogno e il mio amore! «Nizza, ventisette febbraio…
«Non comprendete voi, lady Montagu, che il mio cuore e la mia gelosia sono giunti alla esasperazione, non vedete, non sentite, che io non posso frenarmi più e che, da un istante all'altro, un orribile scandalo può scoppiare? Se ancora io vi vegga come ieri sera, in quell'ambiente che mi fa ribrezzo, in familiare contatto con gente che io disprezzo, se ancora, come oggi, un'ora fa, io vi vegga salire, in breack, con tutta la vostra bande, e sedervi accanto a Motta Visconti, che guidava i quattro cavalli e con voi non era vostro marito, e voi indossare un vistoso mantello violetto con galloni di argento, ed essere tutta intenta al vostro flirt, con quel miserabile Motta Visconti, e non accorgervi neppure, o non volervi accorgere che io era, lì, nella via, come un mendico, come un ebete, a guardar partire il breack per Cannes, se ciò accada, ancora, o altra consimile cosa, Diana, Diana, io non rispondo di me! «Paolo». «Cap Martin, primo marzo…«Son venuto a chiedere, da due giorni, a questo gran bosco oscuro e fragrante che s'inclina, che discende sino al mare e quasi quasi mette le sue radici fra gli scogli battuti dalle acque, freschezza al mio sangue rinnovellato e bollente, silenzio e solitudine ai miei nervi esasperati di collera, ombra e pace al mio cuore sussultante, sotto l'impulso di una passione giunta al suo culmine; e di già m'han parlato gli alberi annosi e le onde tranquille, coronate finemente di bianco, e tutto m'ha parlato, l'aria, l'ombra, il silenzio, la solitudine.... Se ancora poche ore io fossi restato in Nizza, mia signora, io avrei commesso un atto micidiale e macchiato di sangue l'amor mio. Sono fuggito, per non uccider qualcuno, non so chi, qualcuno: e, ora, io credo, io spero, la follia rossa è passata, è trascorsa, via, dai miei istinti e dai miei desiderii. Mia signora, gli alberi della bruna foresta e i loro aromi forti e le loro ombre silenti, e la luce tenue ed eguale, m'han dato torto: le piccole onde, quaggiù, sugli scogli, di mattina, di sera, in lor linguaggio espressivo, mi han dato torto; e i garruli uccellini, trillanti vivamente o fiocamente, fra i larici maestosi e gli arbusti fioriti, e i mille insetti ronzanti, tutti quanti mi han dato torto. Mia signora, con animo leale, con cuore contrito, riconosco, innanzi a voi, di aver avuto torto, ora, in Nizza, col mio amore inacerbito perchè mai soddisfatto, con la mia gelosia rude venuta dai sensi risvegliati e sospinti, con la mia ira brutale di innamorato non corrisposto, d'innamorato vilipeso, d'innamorato schernito, con la ira folle di un folle sognatore, che vede distrutto il suo sogno. Mia signora, ho avuto torto di offendermi per quel che voi mi siete apparsa, in questi giorni, per quel che voi avete fatto, per il modo in cui vi siete vestita, per le persone a cui avete accordato la vostra preziosa familiarità: e ho avuto torto di offendervi, per tutto questo, di vituperarvi, persino di minacciarvi. Io non sono nulla per voi: e non essendo nulla, ho preteso di entrar nella vostra vita, di dirigerla, di dominarla, di farne qualche cosa di mio, di solo mio, da lontano, col futile pretesto del mio amore. Io non sono nulla: e nulla di voi mi appartiene, non un fremito delle vostre fibre, non un alito del vostro respiro, non un battito del vostro cuore, non un pensiero della vostra mente: e tutto voi potete fare e dire, abbassarvi o esaltarvi, salvarvi o perdervi, senza che io possa intervenire, mai, mai, col troppo meschino, troppo misero pretesto del mio amore. Mia signora, quanto ho torto! Perchè intervengo, costantemente, nella vostra vita, perchè m'intrometto nella vostra esistenza, perchè la invado, perchè voglio imporvi la mia volontà? Che diritto ho io, mai, su voi? Che sono, io, per voi? E voi perchè dovreste tanto permettere, tanto sopportare, perchè dovreste voi consentire, anche di lontano, anche misteriosamente, a questo mio dominio sentimentale, voi che non mi amate, voi che non avete mai corrisposto al mio amore, voi che non mi avete mai risposto, e i segni che la mia fantasia, forse, ha solamente visti e interpretati, e i pochi, i fuggenti, i fallaci segni che il mio cuore ha voluto raccogliere, sono nulla, ahimè, nulla di nulla? Come ho torto, mia signora! Qua gli alberi e le onde e gli uccellini e gli insetti me lo dicono in tutti i toni, da due giorni: mi ripetono, essi, fuori di me, quello che, in me, diceva la mia coscienza, a Nizza, e io la soffocavo, sotto l'origliere, come la voce di Desdemona. Mia signora, l'uomo che vi scrive, ha avuto un solo, immenso, innumerevole torto: quello di amarvi di un amore unico, assoluto, supremo e di credere che un amor simile potesse compire tutte le gesta più eroiche e più mirabili, vincendo l'anima vostra, vincendo il cuor vostro, vincendo il vostro destino.... Fruscia un venticello lene fra gli alberi e le foglie si agitano, come a commiserare affettuosamente l'illusione di quest'uomo: anche le onde parlano e dicono: perchè hai tu creduto questo? Anche l'amore è una cosa vana.... «Nizza, tre marzo…
«Son tornato, qui, Diana, ma sono chiuso nella mia stanza d'albergo, al West End, e fra i veli bianchi delle tende disciolte del mio balcone, azzurreggia il golfo divino.... Sono qui, ma non esco di casa, perchè non voglio incontrarvi, con la vostra joyeuse bande, in questi due ultimi giorni di carnevale, in cui tutti impazzano, qui. Il mio furore è caduto: e, ai vostri piedi, ho confessato il mio torto. Ma un'angoscia profonda, indefinita, mi tiene: qualche cosa che mi stringe l'anima; e io non arrivo a disserrarne il nodo. Avete visto la mia cieca collera, in quella sera tremenda, in cui il vostro riso destò in me l'ira omicida: non dovete vedere la mia disperazione. Forse voi siete in maschera, con la Tchenicheff, con la Rougé, con le altre: forse voi ridete, ridete ancora, con Motta Visconti, con Wolkoff.... non voglio veder questo riso procace, o voi che eravate la Grande Taciturna, il Vaso di Elezione, la Coppa di Tristezza.... non voglio che mi vediate, disperato. Mi nascondo. Sono qui, dove voi siete, perchè non posso vivere altrove: sono qui, disperato. È giorno di confettis, oggi. Con chi ridete, voi, mai? Io non posso neppure piangere, per disciogliere la mia ambascia. Ma che è, dunque, mai, questa mia disperazione? Io non ho mai patito tanto, per voi; mai. Vi è qualche cosa d'ignoto, di sconosciuto, nel mio dolore; io ne ho sgomento. Che vi è, in fondo alla mia anima, che io non so, che vi è, che mi si prepara, che mi deve accadere, di fatale, d'ineluttabile? Diana, ho paura del mio dolore. Voi ridete, voi.... «Paolo». «Nizza, cinque marzo…
«O notte di tenerezza, notte di gaudio, notte di pianto! L'alba è vicina e, sempre, la mia anima convulsa dall'ebbrezza della gioia, dall'ebbrezza del dolore, manda ai miei occhi stanchi un velo di lacrime.... Diana, o mia Alta Tristezza, come dirvi quello che io ho sentito, quello che io sento, in questa notte che è la più struggente della mia vita mortale? Come dire quello che vi è di limpido come gioia e quello che vi è di oscuro come sofferenza, come descrivervi tutto quello che io penso e sento in questa notte che finisce, in questa notte che svanisce, quando io stesso non so nè discernere nè misurare, in me, la radice e la potenza del mio fremito? Diana, Diana, la vostra voce, per la terza volta, è giunta sino a me, son poche ore, la voce d'incantesimo che io ho amato e adorato per la prima vostra virtù di fascino, in voi, la voce che, due volte, ha cantato, per me, con le armonie più appassionate, che la terza volta ha espresso, per me, quanto è in fondo alla più nobile e alla più pura anima muliebre! Ah Diana, Creatura purissima, quello che io pensavo e immaginavo e temevo, tutto è svanito, poichè la vostra voce piena di una emozione schietta e profonda è giunta sino a me, sino a tutto il mio essere, impregnato di felicità e di spasimo, e di nuovo ai piedi vostri, Purissima, Purissima! Giacchè io, ier sera, dopo due giorni di sconsolata clausura, di sconsolata solitudine, in cui avevo lasciato che i veli grigi scendessero su me e mi nascondessero ogni beltà delle cose, in cui avevo masticato tutta la cenere della vita e ne avevo bevuto tutto l'assenzio e una immensa nausea mi sconvolgeva, la mia anima ha dato in un grande grido di desiderio, verso voi, e sono escito di furia e precipitosamente vi sono andata cercando, ovunque, dapertutto, in questa città di lusso e di piaceri, che, in questi giorni raggiunge il massimo della sua febbre di festa.... Un altro gran veglione, l'ultimo, riuniva, ieri sera, quella smagliante, bizzarra e anelante folla cosmopolita, nel teatro e nei saloni del Casino: colà, entrandovi, un alito di fuoco, un alito di profumi, mi ha, quasi, fatto fuggire: una follia faceva tumultuare in risa, in grida, in clamori, quella folla di donne, di uomini, in maschera e senza maschera, uomini e donne, travolti da una vertigine invincibile. Tremavo tanto, nel desiderio di |