Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Ella non rispose
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Parte Terza

La foglia di oro

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Parte Terza

 

 

La foglia di oro

 


«Nizza, venti febbraio

 

«Il mazzolino di violette di Parma ha descritto una dolce curva ed è venuto a cadere sul mio petto, verso il cuore. L'ho raccolto, fresco, umido, odorosissimo come era e vi ho immerso il viso, un istante: questo è bastato perchè la carrozza da cui mi era stato lanciato, la carrozza guarnita di viole cupe, di viole chiare, e di grandi lilium bianchi, eretti sul loro stelo, si allontanasse, nel continuo moto degli equipaggi: questo è bastato perchè io avessi scorto solamente una mano femminile, guantata di bianco, uscente da un lieve e bianco mantello, lanciarmi il mazzolino delle violette chiarissime e fragranti, e solamente un fuggevolissimo sguardo di due occhi oscuri come le viole del pensiero, di due occhi fieri e tristi, incontrarsi, unirsi, in un baleno, col mio.... La carrozza era lontana; un'altra, adorna di ricchi garofani rosei passava, carica di fanciulle ridenti, che mi hanno buttato delle rose, le rose son cadute ai miei piedi e io non le ho raccolte. Avrei dovuto muovermi, camminare, correre lungo il marciapiede della Promenade des Anglais, su cui si affollavano, fra le sedie sparse, fra le piccole tribune, altre donne lancianti fiori, per raggiungere la vettura adorna tutta di viole, più oscure e più chiare e di cui, lontano lontano, vedevo ancora ondeggiare gli alti lilium candidi: invece sono rimasto confitto dove ero, da un'ora, presso il cancello del giardinetto di palme, innanzi al mio hôtel West End, dove, da un'ora immobile, godevo l'aria tiepida e il sole d'oro di questo divino paese, dove da un'ora m'inebbriavo dei profumi dei fiori lanciati, fra le vetture e i viandanti, fra le tribune e i palchi, di quel corso dei fiori. Ero solo, senz'amici, senza comitiva, senza fiori, innanzi all'albergo mio: solo e semplice spettatore di quella soave e lieta guerra di fiori, godendone parcamente, in silenzio, la beltà e la gaiezza. Dei fiori erano caduti ai miei piedi, sulle mie mani, così, gittati da graziose donne trascorrenti nelle vetture tutte coverte di fiori, trascorrenti a piedi, e, talvolta, anche io avevo corrisposto, rinviando qualche fiore a qualche ignota che si allontanava, che fuggiva, via. Ma il mazzolino di violette di Parma mi era stato lanciato pensatamente, misurando il tempo e lo spazio, da colei che, nelle sue vesti bianche, nel suo mantello bianco, mi doveva avere visto molto prima, chi sa quando, prima: ed esso era giunto a me come un messaggio e così, subito, io lo aveva raccolto e il mio viso ne aveva aspirato la fragranza e la freschezza. La vettura di violette era sparita in un attimo, con la donna vestita di bianco: i fiori suoi, accostati al mio viso, ne temperavano il subitaneo ardore, e balenava, ancora, in me, uno sguardo noto, amato, adorato, che avrei riconosciuto fra mille....

«.... Un ricordo doloroso e strano, una bizzarra e misteriosa coincidenza m'immobilizzava, nella mia solitudine, fra la smagliante folla del corso dei fiori. Nelle ore di torpore mortale da me trascorse, in quella casa di salute, in Bedford street, a Londra, ove ero stato circa due mesi, e un mese fra la vita e la morte, in quel torpore pesante e pieno di un lungo sogno che, forse, non era che un lungo delirio, io ho visto, sì, ho visto una donna vestita di bianco, due o tre volte, fluttuare, come un fantasma, presso il mio letto, nella mia nitida, candida cameretta. Quella donna non era Nancy, la mia silente e zelante nurse, tutta vestita sempre di bianco, che mi ha assistito così amorevolmente, che, si può dire, mi ha strappato alla morte: non era la mia povera e cara Lisa che ha saputo la mia malattia, il paese dove mi trovavo e il mio indirizzo, solo dopo un mese, quando io era già fuor di pericolo, ed è accorsa, ed è stata con me, sempre, sino a che io non abbia lasciato il letto, la casa di salute di Bedford street e l'Inghilterra, con lei, per l'Italia.... Non Nancy e non Lisa, la donna vestita di bianco.... Un'ombra, forse: una creazione del mio delirio.... Ho chiesto, in qualche istante di lucidezza, alla nurse, se qualcuna fosse entrata, in camera mia: ma Nancy ha scosso il capo, negando, senza parlare. Anche Lisa ha detto no, con un gesto, quando, più tardi, più tardi, le ho chiesto se qualcuna era venuta a vedermi. E, allora, perchè ho io trovato, due volte, in un vasello di cristallo, sul tavolino presso il mio letto, un fascio di violette di Parma? La prima volta, forse nel bruciore della febbre, io vaneggiava e mi è parso, proprio, in un'allucinazione, di vedere le tenere viole di un lilla così delicato, quasi bianco e di aspirarne l'odor fresco…, ma la seconda volta? Io le ho viste, coi miei occhi mortali, senza febbre, senza sogni, la seconda volta, queste viole.... Nancy, Lisa, non mi hanno risposto. Violette di Parma: le medesime di oggi....

«.... dopo tre giorni di febbre alta, al Piccadilly Hotel, il padrone dell'albergo temendo che io morissi, colà, è corso al Consolato italiano, per fare una dichiarazione e una protesta. Giacomo Spinola, il vice-console, ha intuito qualche cosa di singolare e, probabilmente, ha compreso che il nome di Giorgio Costa non doveva essere il vero. Si è dato la pena di venire al Piccadilly Hotel, mi ha riconosciuto, sul mio letto di dolore, ove io era prostrato, soffocando sotto una polmonite doppia: e ha provveduto immediatamente per tutto quello che era necessario, medici, infermieri, assistendomi egli stesso, fraternamente. Chi ricorda nulla? Io ho delirato trenta o quaranta giorni. Appena si è potuto, per le proteste continue del padrone dell' albergo, Giacomo Spinola mi ha fatto trasportare nella casa di salute, a Bedford street: ma, anche , fra la polmonite e la pleurite, io sono stato sin quasi a Natale, fra la vita e la morte. È a Sherborne che ho preso questa malattia: in una notte di nebbia, di freddo, di umido che ho passato nel parco di Montagu Castle.... Lisa non è giunta che dopo un mese; non sapeva, Giacomo Spinola, che famiglia io avessi, e ha dovuto scrivere, due volte, in Italia, e han cercato di Lisa, ovunque e infine l'hanno scoverta, a Rieti, presso nostra zia, ove viveva di segreti palpiti e di segrete angustie. È accorsa: mi ha curato teneramente: con Nancy, mi ha salvato. Non mi ha chiesto nulla: non le ho detto nulla. Malinconica ma pur serena, mi ha condotto, via, in Italia, verso la metà di gennaio: io, fiacco, smorto, debolissimo, nella mia convalescenza. La mia buona nurse era tutta candida, nelle mussole che covrivano il suo vestito di lana grigia: la mia sorella era vestita di bianco, attorno al mio letto. E l'altra, la terza, quella che mi è parsa di scorgere, due volte? L'altra era un sogno, forse, della mia febbre e del mio povero amore? Non so. Le violette di Parma, la seconda volta, io le ho viste, le ho toccate, le ho respirate.... Lisa è a Roma, ora, ove mi aspetta, quando avrò passato, qui, due mesi, forse, per rimettermi completamente. Respiro meglio, ora: il mio sangue circola meglio, nelle mie fredde vene: e ho più voglia di vivere che quindici giorni fa, quando sono giunto, qui, ancora sfinito, ancora estenuato. Quando tramonta il sole sono colto, ancora, da un grande brivido di freddo: ma non è la febbre. Tutti hanno freddo, a Nizza, quando cade il sole: esso è tanto caldo, quando scintilla sul mare, sul Golfo degli Angeli....

«.... La carrozza guarnita di violette mammole e di violette chiare non è più riapparsa: la donna non è più riapparsa. Stringo sul petto i suoi fiori, ora, che è sera, che sono nella mia camera ben chiusa, e riscaldata da un buon fuoco di legna.... Queste violette esistono e una donna me le ha lanciate, espressamente.... e, quegli occhi, quegli occhi....

«Paolo».

 

 

«Nizza, ventidue febbraio

 

«Rientro dalla redoute blanche et mauve. È il grande veglione di Nizza, il famoso veglione di questo famoso carnevale di Nizza: ogni anno, ne muta il colore, di questa redoute e ogni uomo, ogni donna che vi vuol andare, deve vestirsi, travestirsi di quei colori e mascherarsi. Folla immensa, tumultuosa in una gaiezza vasta e, talvolta, forzata: ma come quadro, impressionante nelle due sempre uguali tinte, il bianco e il lilla, il lilla e il bianco, acconciati e disposti e uniti in mille fogge, le più curiose e, spesso, le più graziose. Folla immensa: fracasso: tumulto. Io non voleva andarvi. Io completo, qui, la mia convalescenza: e già tutta la mia vita rifiorisce e sento germogliare in me la salute e, anche, una seconda giovinezza. Non volevo andare: debbo finir di guarire e mi era stato proibito, mi è ancora proibito di vegliar tardi, alla sera, di viver negli ambienti troppo carichi di fiati umani, di profumi, negli ambienti artificiosamente caldi. Ma per quindici giorni mi ero saggiamente coricato, ogni sera, alle dieci, nella stanzetta del mio albergo West End, resistendo ai miei amici di Nizza, alle signore di mia conoscenza, che mi volevano, assolutamente, con loro, ogni sera, a Montecarlo, a Beaulieu, alle feste, ai teatri. Quindici giorni di vita quasi monastica, dopo due mesi e mezzo di malattia.... e, poi, ieri l'altro, il mazzolino di violette di Parma, simile a quello di Londra, il mazzolino di cui, da due giorni, cerco in tutta Nizza la mano muliebre che lo ha lanciato, senza trovarla, senza ritrovarla.... Sono andato alla redoute blanche et mauve....

«.... centinaia di donne mascherate, nei domino, nei mantelli, nelle vesti bizzarre bianche e lilla, centinaia di donne piccole, grandi, formose, snelle, alcune sontuosissime, altre appena decenti, molte goffamente acconciate: e, alcune, fra esse, così squisite nel loro lusso e nella loro eleganza, costantemente seguite da un corteo di venti, di trenta uomini; e, alcune, così sapientemente svestite nel domino bianco, da parer seminude, col viso mascherato, circondate, strette da uomini arsi dal desiderio, procaci, quasi brutali; qualche figura casta, anche, nel suo gran mantello bianco senza linee: una, castissima. Era in un palchetto di prima fila, sola: poi, due altri domino la raggiunsero, restarono un po' con lei e se ne andarono: rimase sola, di nuovo: si levò, guardando la sala, attentamente, a traverso la sua mascherina di un lilla chiarissimo, quasi un grigio perla. Attorno alla sua persona fluttuava un ricco domino mauve, dalle ampie maniche chiuse ai polsi, dal gran cappuccio alzato sulla testa e tutto merletti, tutto blonde: e sul petto ella aveva un grosso mazzo di violette di Parma, fresche, fermate da un lungo cappio di raso bianco: non si vedeva di che colore fosse la veste, le mani erano guantate e seminascoste; i merletti del cappuccio nascondevano la fronte e il collo. Quella figura era così casta e così sola! Traversai, a stento, tutta la soffocante folla che si agitava, nella immensa sala, mi accostai al palchetto che era molto basso, fissai la sconosciuta e le dissi, in tono scherzoso:

«— Buona sera, violetta di Parma....

«Mi parve che ella si scotesse, si ritraesse, un istante: mi parve, non ne son certo. Allora, volgendo le spalle alla sala, mi tolsi la maschera di raso bianco e guardandola, le dissi, tremando, sì tremando:

«— Sei quella di ieri l'altro? Sei quella? Davanti al West End.... il tuo mazzetto ha vissuto con me, due giorni....

«Non mi rispose una sola parola: ma vidi, ne son certo, che si era volta a me, che mi ascoltava, col capo un po' inclinato.... E un flutto di sangue caldo pulsò al mio cuore, alle mie tempie:

«— Sei quella di Londra?… quando ero malato.... quando ero morente.... sei quella?

«Un impeto d'amore, una furia di amore mi travolsero. Mi levai in punta di piedi, osai toccare e stringere la mano guantata che era appoggiata lungo l'orlo del palco, osai pronunciare il nome fatale, la parola fatale:

«— Diana.... Diana.... ti amo.... ti amo sempre....

«Ella non rispose. Ma, per un momento, la sua mano restò nella mia: poi, la ritrasse lentamente: lentamente si levò, guardandomi a traverso la sua mascherina, con un lungo sguardo: si ritirò, in fondo al palco, donde non potevo scorgerla più. Come un pazzo, in mezzo a mille intoppi, a mille urti, a mille sgarbi, attraversai la sala zeppa, il vestibolo zeppo, corsi verso il corridoio di prima fila, cercando il palco della mia violetta di Parma. La sconosciuta era sulla porta, insieme ad altre quattro maschere, molto eleganti, due uomini, due donne. Impossibile avvicinarla. Tre o quattro volte, andai avanti e indietro, in quel corridoio: quel gruppo non si mosse. Discorrevano, fra loro, ridevano, anzi, ma moderatamente. Tesi l'orecchio. Parlavano in inglese. Dopo pochi minuti, si mossero, rapidamente, si mescolarono alla folla del corridoio, del vestibolo: li perdetti di vista, mi sfuggirono. Mi aggirai follemente, nel teatro, fuori, nei dintorni, senza maschera: rientrai tre o quattro volte. E, infine, m'incontrai con Dario Morea, con Francesco Farnese e due donnine, che eran con loro, fra cui Chérie, la Grande Chérie, la pensosa Chérie, la languente Chérie, la cortigiana malinconica. Mi volevano, con loro, a cena; rifiutai, confuso, smarrito. E Chérie soggiunse, allora, con la sua voce velata e suggestiva:

«— Amate Lilette Fleury, voi, Ruffo?

«— Io? Lilette? Che dite mai?

«— Poco fa.... parlavate con lei.... le avete preso una mano....

«— Era Lilette? Come lo sapete? Chi ve lo ha detto, Chérie?

«— .... era il suo palco, quello.... e ho visto, oggi, il suo domino lilla, da lei.... — soggiunse, vagamente, Chérie.

 

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«Non posso dormire, non posso riposare. Brucia tutto il mio sangue, brucia d'amore....

«Paolo Ruffo».

 

 

«Nizza, ventitrè febbraio

 

 

«Siete qui, siete qui, Diana, io lo sapeva, io l'avevo sentito, io so sempre dove voi siete, Dio mi conduce verso voi, voi siete la mia donna, voi mi eravate destinata, voi mi siete destinata. Diana, vi ho riveduta, qui, sul mio cammino, Diana che dovete amarmi, Diana, Diana mia! Con tutte le violette di Parma che v'invio, con due mie lettere, insieme a questa, Diana, ecco il mio cuore, ecco la mia anima, ecco la mia persona, ai vostri piedi, desiosa dell'amor vostro, di tutto l'amor vostro, Diana mia!

«Paolo Ruffo».

 

 

«Nizza, ventitrè febbraio

 

«È notte: debbo scrivervi che ardo di amore, per voi, Diana bella, Diana mia! Ardo, come prima: ardo, più di prima: ardo, come se avessi venti anni e ho venti anni, infatti, poichè la mia terribile malattia ha rinnovato tutta la mia vita, poichè la mia convalescenza e la mia guarigione sono una risurrezione delle mie forze, della mia prima giovinezza, di quanto è più nuovo e più ardente, in un uomo, in un giovane.... Quanto eravate bella, ieri mattina, quando vi ho incontrata sulla porta dell' Hôtel Ruhl, fra un gruppo di amiche e di amici, e come un sobbalzo mi ha spinto verso voi, quasi per prendervi, quasi per rapirvi e voi lo avete inteso e vi siete arretrata di un passo, impallidendo, arrossendo, sfuggendo, infine, al mio sguardo che troppo vi amava, pubblicamente.... Ardo di passione per voi, Diana, che non vedo da tre mesi, che ho sempre amata, anche nel mio delirio, anche nella mia agonia, ardo e voi dovete bruciare della mia fiamma, perchè siete la mia donna, perchè il cielo vi ha mandata, a me, e non vi è potere terreno, non vi è legame terreno, che mi vi possa togliere.... Diana, eravate voi, non è vero, voi che mi avete lanciato sul petto, sul cuore, il mazzolino di violette di Parma, il giorno del corso dei fiori? Diana, eravate voi, l'altra sera, alla redoute, voi, in quel palco, nel grande domino lilla, col bouquet de Parmes sul seno, voi, a cui ho parlato, e mi avete ascoltato, muta ma benignamente, eravate voi, di cui ho preso la mano, e me l'avete lasciata, un istante, voi, voi e non Lilette Fleury, non è vero, voi, voi, che mi dovete amare, voi, Diana adorata?

«Paolo».

 

 

«Nizza, ventiquattro febbraio

 

«Sir Randolph Montagu è con voi, a Nizza; lady Roselyne Melville è a Montecarlo, perchè ama molto il giuoco, alla sua età e, ieri, è venuta da Montecarlo, a passar la giornata con voi: e avete, con voi, una piccola comitiva di amiche e di amici, inglesi, francesi, italiani: siete una bande, pare, come ve ne sono, qui, tante, a Nizza, a Montecarlo, a Cannes, una joyeuse bande, che è sempre insieme, nelle gite, nelle escursioni, nei pranzi, nelle feste: e siete circondata e presa, da tutti costoro, come dietro un baluardo.... e che m'importa, che m'importa di tutti costoro? Niente m'importa di sir Randolph Montagu, che mi ha preso la mia donna, ma che deve restituirmela e io debbo riaverla e la riavrò: niente di lady Melville che vi ha maritata, a uno straniero, a un vecchio, togliendovi l'unico grande bene che abbia la vita, che è l'amore: niente, niente di tutti costoro, che vi sono estranei, che mi sono estranei.... e quel russo, è vero, vi fa la corte, e quell'italiano, che io non conosco, ma di cui so il nome, Guido Motta Visconti, il bel Guido Motta, è vero, vi fa la corte, essi vi sono sempre accanto, uno a diritta, uno a sinistra, è vero? Ma a me non importa niente, non deve importare niente, perchè voi siete la mia Diana, mia, esclusivamente mia, unicamente mia ed è il mio amore che deve prendervi tutta, e darvi a me, Diana, che solo vi merito, io solo, Diana, io solo, perchè vi ho amata unicamente, sovra ogni altra cosa, sovra ogni altra persona, che vi amo unicamente, che sono, per voi, l'amore intenso, profondo, che offre la vita e che la vuole dall'altro, che consuma ma che esalta, e costoro, marito, madrina, amiche, corteggiatori, non sono nulla di nulla, io mi rido di loro, io sono pronto ad affrontarli, tutti, perchè sono l'Amore che tutto abbatte e tutto conquista!

«Paolo Ruffo».

 

 

«Nizza, venticinque febbraio

 

«Il fazzoletto di batista e di merletto che avete perduto, un'ora fa, al grande ballo del Cercle de la Méditerranée, è qui, nella mia mano sinistra, presso il mio volto, presso le mie labbra, ha il vostro profumo, è qualche cosa di voi e io respiro su questo fazzoletto, io bacio questo fazzoletto, mentre vi scrivo, con mano tremante, con animo tremante, dopo che vi ho seguita, dappresso, dappresso, per una notte intiera, ovunque avete messo il vostro piede, come la vostra ombra, sfidando tutto, sfidando tutti.... Dio, Dio, quanto era magnifica, questa notte, la vostra beltà, in quella veste morbida di chiaro velluto azzurrino, ricamato a fili di argento, con quei lievi veli azzurri sul seno e la vostra singolar collana di pallide turchesi e di brillanti, al collo, e il diadema di brillanti, sulla vostra testa di regina, Dio mio, che sovrana di ogni beltà, di ogni grazia, di ogni più suggestiva espressione feminile, eravate, questa notte, Diana, Diana, donna mia! Notte singolare, notte singolarissima, in cui il mio animo è passato per tutte le impressioni più dolorose e più inebbrianti, ed inebbrianti anche quelle del dolore, e ancora io palpito e fremo, qui, su queste fredde parole, su questa fredda carta, che non può dirvi quanto vi ho amato, questa notte, quanto ho gioito, per la vostra divina presenza, per la vostra divina bellezza; quanto ho sofferto, per tutto quello che è accaduto.... Ah Diana, Diana, con quanta cura assidua voi avete costantemente distolto gli occhi da me, ogni volta che io ho cercato il vostro sguardo, ogni volta, cento volte, mille volte, come gli occhi vostri erano altrove, sempre, pensosi, distratti, lontani, ma espressamente, Diana, espressamente, per non corrispondere al mio sguardo! Giammai avete tanto sfuggito questo incontro di sguardi, che è, dal giorno che vi ho amato, il solo segno che voi mi conosciate, che voi sappiate della mia dedizione e della mia pena mortale: giammai siete stata così distante da me, Diana, Diana, come questa notte, pensatamente, decisamente, guardando sempre da un'altra parte tenendo chini gli occhi, in segno di fierezza, di tristezza, di noia. Invano io mi sono costantemente messo sul vostro passaggio: invano io vi sono venuto incontro, quando camminavate: invano, io mi sono seduto dirimpetto a voi, quando si è ballato il cotillon. Voi non avete voluto vedermi: voi non avete voluto guardarmi. Altiera, freddissima, col viso chiuso, talvolta quasi marmoreo, voi ballavate nobilmente: e passando presso me, nei lunghi giri, sempre il volto vostro, austero, con un moto naturale, si volgeva ove io non era. Io ho sofferto mille morti, Diana. Ma, a un certo punto, col vostro cavaliere, con quell'odioso Guido Motta Visconti, voi vi siete allontanata, in un angolo del salone: e un gruppo di palme vi nascondeva, o voi credevate che vi nascondesse ai miei occhi.... Guido Motta Visconti vi parlava, piano: ma voi non lo ascoltavate.... Io vi ho vista bene: supponendovi bene nascosta, voi vi siete rivolta dalla mia parte, voi mi avete guardato, a lungo, quando credevate, quando eravate certa che io non potessi scorgervi.... Diana, Diana, che sono le mille morti che ho sofferte, innanzi a quel minuto di estasi? Segretamente voi mi avete ricercato, mi avete guardato, a lungo, a lungo, un minuto, un secolo, per me.... Dopo, subito dopo, quando io ammaliato, inebbriato, vi ho raggiunto, io ho ritrovato il vostro viso di statua e la vostra bocca serrata, senza sorrisi....

«.... Diana, Diana, tutta la notte io ho errato intorno a voi, come la vostr'ombra: ma non mi sono mai potuto accostare a voi, tanto eravate guardata e circondata. Sir Montagu ha giuocato tutta la notte, lontano da voi, noncurante, gelido: tutta la notte la vostra bande vi ha circondato, e Motta Visconti e de Flers e Wolkoff, i tre che più si accaniscono, attorno a voi, non vi han mai lasciata, mentre la principessa Tchenicheff e la contessa de Rougé e donna Camilla Bolgheri, ogni tanto, ritornavano a far corteo, con voi e i loro cavalieri. Io era l'anima in pena, attorno a voi, ma più del dolore, ardeva in me la gelosia, la fiera gelosia, la tetra gelosia di questi uomini che vi tenevano, che vi sequestravano, che impedivano a chiunque di accostarsi: e questo Motta Visconti ha compreso bene e due volte mi ha guardato, con cipiglio, questo bellâtre, e Wolkoff ha riso di me, io l'ho visto e per poco non mi sono precipitato su lui, per schiaffeggiarlo, in piena festa, Diana.... Oh che rabbia ferina, Diana, in alcuni momenti, quando passavate, innanzi a me, cinta dal braccio di uno di costoro, ballando, quando mi sfioravate, quasi, col piccolo strascico azzurrino della vostra veste, e vi allontanavate, subito, nelle braccia di uno di costoro, bella come non foste mai così bella, ed io rodendomi di amore e di gelosia e d'ira e di un'ira folle, Diana.... Allora, il vostro fazzoletto, lieve, è sfuggito dalla vostra mano schiusa, quando siete passata innanzi a me: allora, voi lo avete lasciato a terra, senza raccoglierlo, senza farvelo raccogliere, come distratta, come lontana, mentre io mi chinavo, a prenderlo, cautamente, come un ladro, come un amante e lo celavo, subito, nel mio gilet, sul mio cuore.... Il vostro fazzoletto è stato come quello della pietosa Veronica, asciugante il viso bagnato di sudore e di sangue di Cristo: esso ha placato il mio furore, ha fatto tacere la mia gelosia e sul mio viso, sulle mie labbra ha portato la freschezza, la serenità, la speranza.... Quale speranza, quale speranza? Diana, voi non mi avete voluto vedere, guardare, stasera: Diana, avete parlato, ballato con altri uomini, stanotte, continuamente.... e il fazzoletto, il fazzoletto, vi è caduto, espressamente, o lo avete perduto? O Diana, io soffro e godo e tremo di dubbio e di passione, in quest'alba, scrivendovi....

«Paolo Ruffo»

 

«Nizza, ventisei febbraio

 

«Con profonda emozione ho riveduta, stamane, la mia donna di altri tempi, ho riveduta la mia Euridice, quando, evocata e attratta dal fluido dell'amor mio, voi siete apparsa, sola, sulla porta dell'Hôtel Ruhl, voi sola, voi solissima! Con passi lenti ma lievi, voi non vi siete diretta verso il troppo mondano marciapiede della Promenade des Anglais, ma fuori, oltre la via, oltre il sentiero di alberetti, sulla spiaggia, sulla sabbia fine, morbida, vellutata, ove passeggian lentamente o stanno fermi al sole, non dei frivoli mondani. ma dei vecchi taciturni, dei gracili convalescenti, delle fanciulle smorte, dei bimbi dormienti nelle loro carrozzelle, sotto un velo celeste, sospinti dalle loro governess. Non un filo, nelle vostre vesti e nel vostro cappello che non fosse bianco: persino i piccoli piedi eran calzati di pelle bianca, con fibbie di madreperla: soltanto l'ombrellino vostro era rosso, di un rosso vermiglio, come una rosa vermiglia. Quando avete voltato, sotto gli alberetti, per raggiungere la spiaggia, mi avete scorto, poco lontano, fermo presso il chiosco dei giornali: voi avete chinato il capo, un poco, avete schiuso il vostro ombrellino, che ha gittato un'ombra rosea sul vostro viso così bianco. Ah Diana, voi eravate come un tempo, stamane: solinga, piena di un orgoglio tacito, pensosa, distante da tutti: e il volto vostro era candido, come allora, a Roma, quando eravate Diana Sforza, col vostro semplice vestito di fanciulla nobile, fiera e povera, e i vostri occhi eran di un violetto scurissimo, come un tempo, e un profondo segreto era in voi, che niuno conoscerà mai, il segreto di un tempo, ma più misterioso e più alto, Diana! Con passo un poco stanco, voi avete passeggiato in riva al mare e, quasi quasi, le onde chete giungevano a lambire le vostre scarpette bianche: siete andata, sempre avanti, lontana: e celato fra le due file degli alberetti, lungo la Promenade, vi ha accompagnato Colui che è vostro. Chiuso il vostro ombrellino, avete lasciato che il sole vi riscaldasse il viso e la persona, come se aveste freddo.... io credo che voi abbiate sempre freddo, che voi sentiate ancora, come me, nelle ossa e nei nervi, il freddo e l'umido d'Inghilterra, come me, che, ogni tanto, qui, in tanto fulgore di sole, in tanto tepore di aria, ne tremo ancora, ne tremo tutto, e ne dovevo morire, allora, ora, amor mio.... Socchiudevate gli occhi, camminando, nel sole, come se un sopore dolce vi avvolgesse, lungo la spiaggia degli Angeli, che si facea sempre più deserta, come se sognaste un bene squisito e io, come l'ombra vostra, ero penetrato di dolcezza, per voi, io mi struggevo di dolcezza, per voi, per la mia Euridice, per la donna che ha cantato così passionalmente, solo per me, solo per me, nella gran notte romana.... Siete sparita, come dileguata: ma io muoio di dolcezza, per voi....

«Paolo».

 

 

«Nizza, ventisei febbraio

 

«Ma perchè avete fatto questa cosa orrenda, stasera, o lady Montagu, perchè siete andata, con la vostra bande, in quel teatraccio, pieno di una folla equivoca internazionale, pieno di cortigiane, a vedere e a udire uno spettacolo indecente, nelle persone, nelle parole e negli atti, e vi siete rimasta, con tutti i vostri, sir Montagu, Guido Motta Visconti e De Flers e Wolkoff, con questi degenerati, anche vostro marito degenerato, sovra tutto vostro marito che vi ha condotta, colà, anche Motta, l'italiano, e con quella degenerata della principessa Tchenicheff, con quella pazza della contessa de Rougé, mentre, donna Camilla Bolgheri, ha inventato di vestirsi quasi da uomo, degenerate, degenerate! E voi, in mezzo a loro, voi, torre di avorio, voi, rosa mistica, voi, bianca nel viso e nell'anima come il giglio delle convalli, voi vestita di giaietti neri scintillanti, a riflessi lunari, col seno appena velato di veli neri, con una grossa rosa rossa sul petto, voi sotto una tocca scintillante, dall'alta aigrette bianca, voi eravate in quell'orribile teatro, in quel palco di mala gente, con gli uomini che si stringevano accanto a voi, dietro a voi, mentre, alla ribalta, gli attori e le attrici, cantando, recitando, danzando, davano spettacolo di turpitudine.... E voi non avevate ribrezzo, voi non vi levavate per fuggire, nauseata, voi non sentivate l'offesa al vostro pudore, alla vostra delicatezza, alla vostra castità di sposa e di donna: voi restavate , come allucinata, guardando, udendo, sorridendo, sì, sorridendo, purtroppo, come non vi ho mai vista sorridere, mai, sorridendo allo spettacolo, sorridendo a coloro che si piegavano sulle vostre spalle nude, per parlarvi, troppo, troppo, troppo da vicino.... Che cosa tremenda e come io soffocava d'indignazione, come io mi sentivo scoppiare dall'ira repressa, contro tutto, contro tutti, in quel luogo di corruzione, in quel luogo d' infamia, ove ero entrato, così, a caso, cercandovi in tutti i ritrovi di Nizza e non avendovi trovato, mai pensando che voi aveste esposto il vostro decoro e la vostra beltà, fra quella società di corrotti, di viziosi, di pazzi.... voi, la creatura purissima, voi che stamane eravate ricinta di orgoglio e di silenzio, vivente in un mondo distante e superiore, voi, che eravate Diana Sforza, il mio sogno di virtù, e che ora siete lady Montagu, per disonorarvi in quella compagnia, in quel teatro, svestita come le altre e sorridente come le altre.... Ah che io odio, mortalmente, questo paese, questo ambiente, questa gente fra cui vivete, come io odio il vostro gelido marito che è, forse, il più cinico fra i cinici, come io odio mortalmente, voi, sì, voi, lady Montagu, che avete tradito, questa sera, il mio sogno e il mio amore!

«Paolo Ruffo».

 

 

«Nizza, ventisette febbraio

 

«Non comprendete voi, lady Montagu, che il mio cuore e la mia gelosia sono giunti alla esasperazione, non vedete, non sentite, che io non posso frenarmi più e che, da un istante all'altro, un orribile scandalo può scoppiare? Se ancora io vi vegga come ieri sera, in quell'ambiente che mi fa ribrezzo, in familiare contatto con gente che io disprezzo, se ancora, come oggi, un'ora fa, io vi vegga salire, in breack, con tutta la vostra bande, e sedervi accanto a Motta Visconti, che guidava i quattro cavalli e con voi non era vostro marito, e voi indossare un vistoso mantello violetto con galloni di argento, ed essere tutta intenta al vostro flirt, con quel miserabile Motta Visconti, e non accorgervi neppure, o non volervi accorgere che io era, , nella via, come un mendico, come un ebete, a guardar partire il breack per Cannes, se ciò accada, ancora, o altra consimile cosa, Diana, Diana, io non rispondo di me!

«Paolo».

 

 

«Cap Martin, primo marzo

«Son venuto a chiedere, da due giorni, a questo gran bosco oscuro e fragrante che s'inclina, che discende sino al mare e quasi quasi mette le sue radici fra gli scogli battuti dalle acque, freschezza al mio sangue rinnovellato e bollente, silenzio e solitudine ai miei nervi esasperati di collera, ombra e pace al mio cuore sussultante, sotto l'impulso di una passione giunta al suo culmine; e di già m'han parlato gli alberi annosi e le onde tranquille, coronate finemente di bianco, e tutto m'ha parlato, l'aria, l'ombra, il silenzio, la solitudine.... Se ancora poche ore io fossi restato in Nizza, mia signora, io avrei commesso un atto micidiale e macchiato di sangue l'amor mio. Sono fuggito, per non uccider qualcuno, non so chi, qualcuno: e, ora, io credo, io spero, la follia rossa è passata, è trascorsa, via, dai miei istinti e dai miei desiderii. Mia signora, gli alberi della bruna foresta e i loro aromi forti e le loro ombre silenti, e la luce tenue ed eguale, m'han dato torto: le piccole onde, quaggiù, sugli scogli, di mattina, di sera, in lor linguaggio espressivo, mi han dato torto; e i garruli uccellini, trillanti vivamente o fiocamente, fra i larici maestosi e gli arbusti fioriti, e i mille insetti ronzanti, tutti quanti mi han dato torto. Mia signora, con animo leale, con cuore contrito, riconosco, innanzi a voi, di aver avuto torto, ora, in Nizza, col mio amore inacerbito perchè mai soddisfatto, con la mia gelosia rude venuta dai sensi risvegliati e sospinti, con la mia ira brutale di innamorato non corrisposto, d'innamorato vilipeso, d'innamorato schernito, con la ira folle di un folle sognatore, che vede distrutto il suo sogno. Mia signora, ho avuto torto di offendermi per quel che voi mi siete apparsa, in questi giorni, per quel che voi avete fatto, per il modo in cui vi siete vestita, per le persone a cui avete accordato la vostra preziosa familiarità: e ho avuto torto di offendervi, per tutto questo, di vituperarvi, persino di minacciarvi. Io non sono nulla per voi: e non essendo nulla, ho preteso di entrar nella vostra vita, di dirigerla, di dominarla, di farne qualche cosa di mio, di solo mio, da lontano, col futile pretesto del mio amore. Io non sono nulla: e nulla di voi mi appartiene, non un fremito delle vostre fibre, non un alito del vostro respiro, non un battito del vostro cuore, non un pensiero della vostra mente: e tutto voi potete fare e dire, abbassarvi o esaltarvi, salvarvi o perdervi, senza che io possa intervenire, mai, mai, col troppo meschino, troppo misero pretesto del mio amore. Mia signora, quanto ho torto! Perchè intervengo, costantemente, nella vostra vita, perchè m'intrometto nella vostra esistenza, perchè la invado, perchè voglio imporvi la mia volontà? Che diritto ho io, mai, su voi? Che sono, io, per voi? E voi perchè dovreste tanto permettere, tanto sopportare, perchè dovreste voi consentire, anche di lontano, anche misteriosamente, a questo mio dominio sentimentale, voi che non mi amate, voi che non avete mai corrisposto al mio amore, voi che non mi avete mai risposto, e i segni che la mia fantasia, forse, ha solamente visti e interpretati, e i pochi, i fuggenti, i fallaci segni che il mio cuore ha voluto raccogliere, sono nulla, ahimè, nulla di nulla? Come ho torto, mia signora! Qua gli alberi e le onde e gli uccellini e gli insetti me lo dicono in tutti i toni, da due giorni: mi ripetono, essi, fuori di me, quello che, in me, diceva la mia coscienza, a Nizza, e io la soffocavo, sotto l'origliere, come la voce di Desdemona. Mia signora, l'uomo che vi scrive, ha avuto un solo, immenso, innumerevole torto: quello di amarvi di un amore unico, assoluto, supremo e di credere che un amor simile potesse compire tutte le gesta più eroiche e più mirabili, vincendo l'anima vostra, vincendo il cuor vostro, vincendo il vostro destino.... Fruscia un venticello lene fra gli alberi e le foglie si agitano, come a commiserare affettuosamente l'illusione di quest'uomo: anche le onde parlano e dicono: perchè hai tu creduto questo? Anche l'amore è una cosa vana....

«Paolo Ruffo».

 

 

«Nizza, tre marzo

 

«Son tornato, qui, Diana, ma sono chiuso nella mia stanza d'albergo, al West End, e fra i veli bianchi delle tende disciolte del mio balcone, azzurreggia il golfo divino.... Sono qui, ma non esco di casa, perchè non voglio incontrarvi, con la vostra joyeuse bande, in questi due ultimi giorni di carnevale, in cui tutti impazzano, qui. Il mio furore è caduto: e, ai vostri piedi, ho confessato il mio torto. Ma un'angoscia profonda, indefinita, mi tiene: qualche cosa che mi stringe l'anima; e io non arrivo a disserrarne il nodo. Avete visto la mia cieca collera, in quella sera tremenda, in cui il vostro riso destò in me l'ira omicida: non dovete vedere la mia disperazione. Forse voi siete in maschera, con la Tchenicheff, con la Rougé, con le altre: forse voi ridete, ridete ancora, con Motta Visconti, con Wolkoff.... non voglio veder questo riso procace, o voi che eravate la Grande Taciturna, il Vaso di Elezione, la Coppa di Tristezza.... non voglio che mi vediate, disperato. Mi nascondo. Sono qui, dove voi siete, perchè non posso vivere altrove: sono qui, disperato. È giorno di confettis, oggi. Con chi ridete, voi, mai? Io non posso neppure piangere, per disciogliere la mia ambascia. Ma che è, dunque, mai, questa mia disperazione? Io non ho mai patito tanto, per voi; mai. Vi è qualche cosa d'ignoto, di sconosciuto, nel mio dolore; io ne ho sgomento. Che vi è, in fondo alla mia anima, che io non so, che vi è, che mi si prepara, che mi deve accadere, di fatale, d'ineluttabile? Diana, ho paura del mio dolore. Voi ridete, voi....

«Paolo».

 

 

«Nizza, cinque marzo

 

«O notte di tenerezza, notte di gaudio, notte di pianto! L'alba è vicina e, sempre, la mia anima convulsa dall'ebbrezza della gioia, dall'ebbrezza del dolore, manda ai miei occhi stanchi un velo di lacrime.... Diana, o mia Alta Tristezza, come dirvi quello che io ho sentito, quello che io sento, in questa notte che è la più struggente della mia vita mortale? Come dire quello che vi è di limpido come gioia e quello che vi è di oscuro come sofferenza, come descrivervi tutto quello che io penso e sento in questa notte che finisce, in questa notte che svanisce, quando io stesso non so discernere misurare, in me, la radice e la potenza del mio fremito? Diana, Diana, la vostra voce, per la terza volta, è giunta sino a me, son poche ore, la voce d'incantesimo che io ho amato e adorato per la prima vostra virtù di fascino, in voi, la voce che, due volte, ha cantato, per me, con le armonie più appassionate, che la terza volta ha espresso, per me, quanto è in fondo alla più nobile e alla più pura anima muliebre! Ah Diana, Creatura purissima, quello che io pensavo e immaginavo e temevo, tutto è svanito, poichè la vostra voce piena di una emozione schietta e profonda è giunta sino a me, sino a tutto il mio essere, impregnato di felicità e di spasimo, e di nuovo ai piedi vostri, Purissima, Purissima! Giacchè io, ier sera, dopo due giorni di sconsolata clausura, di sconsolata solitudine, in cui avevo lasciato che i veli grigi scendessero su me e mi nascondessero ogni beltà delle cose, in cui avevo masticato tutta la cenere della vita e ne avevo bevuto tutto l'assenzio e una immensa nausea mi sconvolgeva, la mia anima ha dato in un grande grido di desiderio, verso voi, e sono escito di furia e precipitosamente vi sono andata cercando, ovunque, dapertutto, in questa città di lusso e di piaceri, che, in questi giorni raggiunge il massimo della sua febbre di festa.... Un altro gran veglione, l'ultimo, riuniva, ieri sera, quella smagliante, bizzarra e anelante folla cosmopolita, nel teatro e nei saloni del Casino: colà, entrandovi, un alito di fuoco, un alito di profumi, mi ha, quasi, fatto fuggire: una follia faceva tumultuare in risa, in grida, in clamori, quella folla di donne, di uomini, in maschera e senza maschera, uomini e donne, travolti da una vertigine invincibile. Tremavo tanto, nel desiderio di ritrovarvi e nell'orrore di rivedervi, in quella fornace.... La vostra joyeuse bande vi era, tutta, dame e gentiluomini, in un palchetto: e facevan, tutti, un chiasso indiavolato, smascherati, come erano, e si spenzolavano dal palchetto, apostrofando la folla della sala, la Rougé, specialmente, scollacciata come una cortigiana e la Bolgheri, in frak, da uomo e, fra loro, che schifo, Lilette Fleury, che avevan fatto salire, nel loro palco, Lilette, una di quelle.... orribile a dirsi.... Ma voi non vi eravate, non vi eravate, non vi eravate e come un ruggito di gioia ha sollevato il mio petto, mentre fuggivo, via, da quella bolgia....

«....sopra le vie deserte di Nizza, il cielo era così profondo ma così scintillante di stelle, come non lo avevo mai visto, in questa mia dimora, prima solinga e tranquilla e adesso, agitata e convulsa. Tante volte i miei occhi, in queste notti trascorse, si eran levati al firmamento, con quel moto istintivo dell'anima umana che chiede soccorso, consiglio, pace, lassù, lassù: in tremolìo così vivo e così luminoso di astri lontani, mai aveva dilettato e preso i miei occhi mortali, come ieri sera, nell'immensa esaltazione del mio amore, voi, che non eravate con gli altri, al veglione, voi, mia Bellezza, voi, mia Castità, voi, mia Purezza.... Rientravo lentamente e nel silenzio e nella solitudine delle vie, udivo solo il mio passo: esso si è rallentato, innanzi al vostro albergo Ruhtt di cui molti veroni, molti balconi eran illuminati e risplendenti le vetrate dei saloni terreni che si aprono, sul breve giardinetto dalle aiuole fiorite, dai palmizi che son innanzi a ogni albergo, sulla Promenade des Anglais. Come dapertutto ove voi siate, o mia Euridice, o donna del mio sogno, come a Roma, come a Ostenda, come in Inghilterra, ovunque io vi abbia seguita, in questo mio pellegrinaggio di amore, ovunque io vi abbia incontrata, o Donna del mio destino, io mi sono fermato innanzi alla casa felice che ospita la vostra persona, così, come il pellegrino si arresta, innanzi a ogni santuario, sino a che egli arrivi ove lo spinge il suo cuore fremente e ove debba piegare le ginocchia e battere la fronte a terra.... Allora, nell'intatto silenzio notturno, sotto il lume tenero delle stelle palpitanti, il pellegrino d'amore che, tante volte, ha supplicato, ha singhiozzato, ha pianto, chiedendo la Grazia e tante volte, ahimè, troppe volte, è stato deluso, costui, infine, il povero, il felice, il felicissimo pellegrino ha udito, per la terza volta, elevarsi la voce che ha cangiato tutta la sua vita, ha udito quel canto mirabile di Diana Sforza, in cui tutta la sua anima parla, dice, narra, esprime, piange, nelle musiche che più son fatte per esalare l'immenso patimento interiore.... Attaccato al cancello del giardino, innanzi al Ruhl — o villa Star, in Roma, così ardente nella memoria! — conquiso da una forza misteriosa, la voce vostra, o Diana, io ho udito prima vagamente le note musicali in cui tanto gravemente si effondeva il suono indescrivibile, poi, meglio, meglio, escire da un balcone del primo piano, di cui eran socchiusi i cristalli e abbassate le grandi tende di merletto: precisamente, a un tratto, ai miei sensi, acuiti, esaltati dal desiderio, son giunte le onde avvolgenti e inebbrianti, in cui voi esprimevate il mistero dolente di Antonio Caldara, nella sua aria antica che niun cuore sensible può udire, senza sussultare, senz'affliggersi, senza piangere Come raggio di sol.... Diana! Parla quella musica antica singolarmente e nobilmente patetica, molto più, molto più nella sua espressione sentimentale che nelle sue parole arcaiche, un poco puerili, ma belle, anche, ma dolorose: parla del raggio di sole che scherza placidamente sulle chete acque del mare e, a un tratto, dice, con una intensità toccante di contrasto, dice che del mare, nel profondo seno sta la tempesta ascosa.... Diana, Diana, tutto me stesso ha udito sgorgare, tutta voi stessa, in quelle note rivelatrici di una pena innumerevole che nessuno conosce, che voi confidavate al silenzio, alla solitudine della notte, in quella stanza, dove, certo, eravate sola, lo so! O Coppa di Tristezza, io ho udito cantare, da voi, le parole che svelano, che gridano, che mormorano, finendo, quasi, nel pianto.... mentre nel suo segreto il cuor piagato, s'angoscia e si martora.... Oh che è stata, d'indicibile, la voce vostra, che singulto, che lamento, che gemito inconsolabile.... si angoscia e si martora.... Come non sono morto, in una ebbrezza di gioia e di dolore, nella via, come son vivo ancora, dopo aver tanto compreso, dopo aver tutto compreso?

 

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«Diana, tutto è svanito dal vostro novissimo aspetto, e il sorriso compiacente e le vesti procaci e la mala compagnia e il riso cinico, Diana, voi che, alle stelle lontane del cielo, avete detto che cosa soffrisse il cuor vostro, nella sua angoscia oscura, trafitto da una freccia mortale.... Tutto è lontano, obbliato, Diana, poichè voi siete sempre quella, la donna che io ho amata, la donna che io adoro, come il primo giorno che ho conosciuto la sua esistenza e il suo fascino, nelle calende di maggio, in Roma.... Voi soffrite, Diana, e io tremo di commozione, per la vostra pena, nascosta pudicamente nel più sacro recesso del vostro animo e che avete esalata nel canto, per la terza volta, Diana, parlandomi, parlandomi, lo so, ne son certo, ne voglio esser certo, perchè voi sapevate che io vi ascoltava, la terza volta, Diana, perchè voi avete cantato per me, come avete pianto, per me, solo per me, nel delle vostre nozze.... Voi soffrite, Diana, e io vi adoro, io soffro con voi, per voi, più di voi, ma vi adoro, vi adoro!

«Paolo Ruffo».

 

 

«Nizza, sette marzo

 

 

«Partita, partita, improvvisamente, dove diretta, con chi, per sempre partita da Nizza, per ritornarvi, quando, subito, o mai, Diana? Non posso informarmi, non posso domandare, tanti mi conoscono, qui, tutti vi conoscono, ho timore di chiedere, non so a chi chiedere! Vi ho cercata, oggi, a Montecarlo, a Beaulieu, non vi ho trovata in nessun posto, e da chi saperlo, da chi saperlo, mio Dio? Debbo aspettarvi, debbo partire, debbo seguirvi, ma dove siete andata e la mia lettera, la mia ultima lettera, vi è giunta, prima che partiste? Arrischio questo disperato biglietto e, forse, al vostro albergo, ve lo faran capitare, dove siete, giacchè io non oso entrare al Ruhl e domandar di voi.... e se vi giunge, non so dove, Diana, vi porti un mio saluto disperato, poichè, di nuovo, io son precipitato da un firmamento di stelle, ove palpita la vostra gran voce, in una ombra senza suono, ove sono solo e ove mi pare io debba restare eternamente solo.

«Paolo Ruffo».

 

 

«Roma, marzo

 

«O la mia grande, la mia bella, la mia cara Roma, che io non vedevo, da dieci mesi, errante, errante, alla ricerca di un'Ombra.... Quando sono tornato, qui, è una settimana, mi è sembrato che la Città, misteriosamente, misticamente, mi cingesse con braccia materne e io riposassi sul suo petto possente e tenero, la mia persona stanca e il mio cuore esausto....

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«.... che cosa è, dunque, mia sorella Lisa, di cui la presenza mette tanta sicurezza e tanta soavità, nella persona che soffre, accanto a lei? È una donna semplice e dolce. È tutto. Ed ella non mi vuole più lasciare; e io sento che non posso lasciarla, io che soffro, io che sono suo fratello, dello stesso suo sangue....

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«Io non so più dove sia, da tre settimane, la mia Cara Ombra. Come pativa, in Nizza, la mia Cara Ombra, in quella sera già fuggita, in cui ho udito il pianto del suo cuore trafitto, del suo cuore angosciato, del suo cuore martoriato.... ed è subito sparita, l'Ombra dolente; chi sa, chi sa, dove ella porta la sua pena segreta.... Io non ho chiesto più nulla, a nessuno, in Nizza, nei pochi altri giorni in cui vi son restato.... Nulla ho chiesto, qui, a nessuno. La mia Lisa tace; il suo silenzio è una forma della sua consolazione. E dopo le lacrime da me sparse, le lacrime lunghe, che la mia gioia e il mio dolore evocavano, dal fondo dell'anima mia, in quella notte profumata di Nizza, il mio cuore è arido come una pietra.... .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

 

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«In un atto di gentilezza che, ogni tanto, non spesso, sempre più raramente, io ripeto, sono andato a far visita a Beatrice Herz, colei che, un tempo, fu l'amica del mio cuore e dei miei sensi e parve a noi due che il nostro amore fosse forte e durevole ed era, intanto, breve e caduco, come sempre. Beatrice Herz mi accoglie sempre con un sorriso tenue, pallidamente affettuoso, e io son, con lei, mitemente affettuoso; senza mai nulla fare o dire che ricordi il nostro passato. Io credo che ella sappia qualche cosa della mia folle passione, per la mia lunga assenza, per la mia malattia; ma non ne conosce la persona. Beatrice era un poco triste; anche io, assai più di lei. Ella non ha tentato di consolarmi: io non ho chiesto conforto. Ero immensamente triste, andandomene. Così, dunque, si può non amar più una donna che si è tanto amata, come ho amato io Beatrice? Può una creatura umana diventar tanto indifferente?

«Diana Sforza è a Londra, insieme a suo marito, sir Montagu. Vi si è recata direttamente da Nizza, allora. Attende, suo marito, una grande destinazione diplomatica, dopo aver lavorato tre o quattro mesi al Foreign Office. Diana Sforza, spera, con tutte le sue forze, che questa destinazione sia Roma; ma questa speranza sarà certamente delusa. Tutto questo lo ha detto Pia Sergianni a mia sorella Lisa, che ella ha incontrata in una conferenza religiosa. Quando la mia Lisa è rientrata, io ho compreso che volea dirmi qualche cosa di Colei che tiene l'anima mia: i suoi teneri occhi quasi m'interrogavano, per chiedermi di parlare. E i miei l'hanno interrogata, malinconicamente. Ella mi ha detto tutto, piano. Io ho ascoltato, muto, a occhi bassi, sentendo affluire tutto il mio sangue al cuore. E, finendo, un po' tristemente, Lisa ha detto:

«— .... la speranza di Diana Sforza, per Roma, sarà delusa....

«.... delusa.... — è stata l'eco della mia sorda voce che ha ripetuto la scoraggiante parola.

«Sir Randolph Montagu è stato nominato primo consigliere dell'ambasciata inglese, a Pietroburgo. Pare che, politicamente, sia un posto di alta importanza. E, d'altronde, lord Carnarvon, l' ambasciatore inglese in Russia, è scapolo; e, allora, l'ambasciatrice vera sarà la moglie del primo consigliere, lady Montagu.... A Pietroburgo; in una terra tanto lontana: in una terra gelida: in una terra di esilio, o Cara ombra dolente

 

«Roma, quindici aprile

 

«È la mia voce che ha balbettato, eccola, rivedendovi, ieri, o Diletta, o infinitamente Diletta: ma il mio cuore vi aspettava, in una presenza arcana! Non potevate voi, no, partire per la fredda e tetra terra di esilio, ove vi ha spinta l'aspro e magnifico vostro destino, senza che veniste, prima qui, a salutare la patria vostra, tutta chiara sotto il più azzurro dei cieli, tutta giovane e antica e pur ridente sotto il suo sole di oro, tutta odorosa di piante, di fiori, di erbe, nei suoi campi, nei suoi giardini, nei suoi orti, l'Italia, l'Umbria, Roma, la patria dell'anima vostra, Diana Sforza, la patria della vostra beltà e del vostro orgoglio! Oh come io lo sapeva, che voi dovevate venire, qui, mentre nessuno me lo aveva detto, mentre nessuno vi attendeva, più, mentre tutti vi credevano già in Russia, così lontana, troppo, troppo lontana, fra le nevi accecanti di biancore, nel vasto paese slavo, alla corte dei possenti czars: io solo, io solo ho fermamente creduto che non ci avreste lasciati, o Diana, senza venire a darci un saluto, prima di abbandonarci per una così lunga assenza e in un così estremo paese: io solo.... Oh Diana, amor mio unico, e ci lascerete, è vero, mi lascerete, e io non potrò venire con voi, non potrò seguirvi, nel vostro sontuoso e triste esilio? E non dovrò vedervi che, forse, chi sa, ogni tanto, ogni paio di anni, per caso, per un incontro fortuito e forse mai più v'incontrerò, in nessun paese? Diana, Diana, è mai possibile che questa separazione debba accadere, fatalmente, e che io debba perdervi, che io vi perda, Diana, che eravate la mia donna e vi hanno rapita, a me? Vi debbo perdere? Veramente? Non vi vedrò più mai, forse? I vostri occhi eran così carichi di una magica tristezza, guardandomi, ieri, quando vi ho incontrata, sotto gli alberi di via Veneto ed eravamo soli, voi ed io, e mai mi avete tanto guardato, mai con tanta infinita tristezza, la tristezza della vostra voce quando essa canta, la tristezza delle vostre lacrime, quando esse scorrono, tutta nel vostro sguardo! Debbo perdervi? Non vi vedrò più mai? O che parole di morte sono queste, mai, Euridice mia, mia Amata, unicamente amata!

«Paolo».

 

 

«Roma, sedici aprile

 

«Diana, quanto tempo restate, qui, fra noi, presso a me, con me, in Roma, in Roma nostra, prima di partire per Pietroburgo, sei settimane, è vero, due mesi, è vero? È vero che sir Randolph Montagu vi lascia, qui, intendendo e compatendo la vostra intima, profonda pena? Siete sola, lo so: venite da Perugia, lo so: andate quasi ogni giorno da lady Melville, a villa Star, lo so: girate, per le vie, penetrate nelle chiese, nelle ville, nei musei, quasi a riempirvi gli occhi e la memoria e l'anima di queste grandi cose, belle e intense per lor vita spirituale e sentimentale.... E ovunque andiate, Diana, io non posso che seguirvi, passo passo, fedelmente, come la vostr'ombra, per bearmi del vostro viso, della vostra persona, per riempire, io, i miei occhi e il mio cuore di Voi, di Voi, che ve ne andrete.... Oh Diana, restate quanto più a lungo potete, in Roma nostra, restate, fra noi, con noi, per me, con me, prolungate, Diana, questa dimora, poichè io debbo perdervi, poichè io non dovrò vedervi, forse, mai più, perchè io penso, io sento che non vi vedrò più. Restate, amor mio unico!

«Paolo».

 

 

«Roma, diciassette aprile

 

«Questi fiori che vi mando, all'Excelsior, sono fiori nostri, fiori italiani, Diana, violette brune come i vostri occhi, rose bianche come la vostra candida fronte, mughetti bianchi come le vostre candide mani: e in quel profumo che esaleranno, per voi, sentite tutto ciò che esala dal cuor mio, così traboccante di una ebbrezza dolorosa, per voi. Diana, quando vi vedrò — io vi vedo sempre! io so sempre dove voi siete! — per la mia lunga devozione di amore, per ogni mio umile e ardente sacrificio, per la mia vita istessa che tante volte ho offerto, per voi, in questo anno di amore unico, Diana, mettete un mazzolino di violette alla vostra cintura, Diana, o un ramoscello di mughetti alla vostra giacchetta, Diana, o un bocciuolo di rosa nella vostra mano. Diana, i giorni passano, la vita fugge e dal mio terribile autunno in Inghilterra, il nodo che stringe la mia anima non si disserra, sempre più mi soffoca, singolarmente, mentre vi vedo, vi ho qui, in Roma, sola, all'estremo di ogni mio desiderio. Perchè soffoco di dolore, mentre voi siete qui? perchè, perchè? Diana, un fiore, un fiore a chi soffre di una pena incomparabile, e di cui egli stesso non comprende l'essenza ignota!

«Paolo».

 

«Roma, diciotto aprile

 

«Benedetta, benedetta fra tutte le donne, Diana! Voi portavate, ieri sera, poche ore fa, un gruppo di violette oscure, sulla vostra veste bianca intessuta di fili di argento, al teatro Costanzi, ove eravate con Pia Sergianni. Tutta la sera, ho guardato voi e le violette che eran mie e posavano sul vostro petto.... Vi ho attesa nell'atrio: mi siete passata tanto vicino, da sfiorarmi, quasi: ma il vostro volto guardava altrove, ma le vostre violette cadevano appassite.... Oh quale immensa felicità è in me e quanto io soffro, come non ho mai sofferto!

«Paolo».

 

 

«Roma, diciannove aprile

 

«Diana, voglio parlarvi, prima che partiate per la Russia.... Diana, debbo parlarvi, prima che ve ne andiate in esilio.... Diana, voglio parlarvi, prima di perdervi.... Diana, parlarvi, parlarvi, parlarvi!

«Paolo».

 

«Roma, diciannove aprile, sera

 

«Diana, quasi compie l'anno, in cui vi ho udita cantare e vi ho amata.... Diana, è un anno di amore non corrisposto.... Diana, è un anno, in cui quest'uomo è prostrato innanzi a voi e voi non lo vedete e lo lasciate a terra.... Diana, io merito che vi accorgiate di me, per una sola volta, per l'ultima volta, io merito che voi mi lasciate avvicinare alla vostra persona, che mi lasciate salutarvi, dirigervi la parola, dirvi, dirvi, quello che sempre vi ho scritto.... per una sola volta.... per l'ultima volta.... Sono in un'ansia amorosa tremenda, non reggo più a tanto affanno.... Diana, io debbo parlarvi....

«Paolo».

 

 

«Roma, venti aprile

 

«Perchè non dovete voi farmi questa elemosina, Diana? Ciò che al più insignificante uomo è permesso, perchè non deve esser permesso a me? Chiunque sia un gentiluomo, chiunque abbia conoscenza con uno dei vostri conoscenti, ognuno può farsi presentare a voi, banalmente, stupidamente e io, no, io, no? E se neanche debba esser io presentato, Diana, non posso io accostarmi a voi semplicemente, in una via, in una villa, in un salone, in un hall d'albergo e salutarvi e parlarvi, con semplicità? Diana, che debbo io pensare del vostro cuore se, dopo un anno di passione mia, esso mi ricusa questo breve, fugace conforto? Che debbo io pensare della vostr'anima, se nega un segreto soccorso morale alla mia, che tanto patisce, assai assai più di prima, come se fosse giunta al culmine del suo dolore? Ma siete voi, dunque, insensibile? Avete un cuore freddo, un'anima arida? Siete insensibile? Gelida, indifferente, siete? Possibile? Possibile? Mi sarei ingannato su tutte le prove di bontà, che mi avete date? Mi sono ingannato, ingannato profondamente, Diana? Sono io indifferente a Colei che non mi ha mai risposto? Possibile? Possibile?

«Paolo Ruffo».

 

 

«Roma, ventitrè aprile

 

«Diana, io v'incontro ancora, da tre giorni, poichè voi non potete sfuggire alla mia ansietà d'amore e alla mia tenacia: vi ho visto, in tre giorni, cinque volte, da lontano e da vicino, ovunque voi siate stata, uscendo dall' Excelsior.... ma costantemente, voi avete voluto evitare che i vostri occhi s'incontrassero coi miei, mai più, in questi tre giorni, in cui sempre mi avete scorto, anche se io fossi lontano: con una pacata ostinazione, il vostro viso è stato sempre rivolto al punto opposto ove io mi trovavo e se, come stamane, un'ora fa, io ho potuto sfidare la vostra volontà di non guardarmi, girandovi due volte intorno, nel vestibolo del vostro albergo, ove eravate con due signore straniere, male me ne è incorso. I miei occhi ardenti si sono incontrati col vostro sguardo, così freddo, così estraneo, così distante, che il mio cuore si è stretto come se finisse di battere....

«.... e voi siete sola, intanto, qui, Diana Sforza, voi siete sola, lady Montagu: vostro marito, vostra sorella vi accompagnano, vi sorvegliano: le amiche che vedete, qui, non restano con voi che un'ora: lady Melville, la vostra madrina, se è con voi, spesso, se voi andate, spesso, da lei, non vi sorveglia: voi siete sola, sola, in Roma: voi siete libera, lady Montagu. E voi siete venuta, qui, in Roma e io ho potuto credere, con la umiltà della mia devozione, che fra le care cose e le care persone che voi voleste salutare, prima di andarvene tanto lontana, in paese e fra gente tanto diversa da noi, ho creduto che voi voleste rivedere Colui che per un anno vi ha amata, Colui che per un anno vi ha seguita, Colui che per un anno vi ha scritto, Paolo Ruffo.... Così ho creduto e dovevo crederlo, quando, rivedendovi, qui, dopo la notte di Nizza, i vostri occhi pensosi, tristi e altieri, si sono uniti ai miei, in quello sguardo che fa inebbriare i miei sensi, come un bacio.... Così ho creduto, quando voi avete portato, sulla vostra veste tessuta di argento, un mio mazzolino di violette, che languiva sul vostro seno.... E, ora non credo più, non spero più, non so più nulla, giacchè voi che siete sola e libera, qui, ora che mi vedete, mi mostrate un viso di pietra e i vostri occhi sfuggono sempre i miei e nulla è più desolante che la marmorea indifferenza di questo volto e il volger altrove di quegli occhi.... Siete sola, Diana: di chi temete, voi, dunque? Siete libera: chi può obbligarvi, anche senza dirvelo, a mostrarmi, con ostentazione, la vostra glaciale indifferenza? Siete sola: di che avete mai paura? Di me, forse, poveretto, che ho saputo adorarvi senza nessun contraccambio da un anno e che chieggo di parlarvi, una sola volta, prima della vostra grande partenza? Di che avete paura, Diana? E avete mai avuto paura di qualche cosa, di qualche persona, per voi, per me? La paura è anche un'agitazione dei nervi e dello spirito e voi siete immota: la paura è anche un sentimento e voi siete, ahimè, insensibile.... Voi, forse, non avete mai temuto nessuno, mai temuto nulla, neppur me, sovra tutto me, e io sono, per voi, un audace la cui audacia è vana, un temerario inane, un personaggio più noioso che bizzarro.... È così? È così? Io sono, per voi, non è vero, lo studentello, lo scolaretto, che ha preso una cotta violenta e puerile e goffa, per una creatura tanto di lui più alta, per una creatura inaccessibile.... oh Diana, questo, questo, a un uomo che ha trentaquattro anni, che ha vissuto, che ha amato, che ha una coscienza, una dignità.... Diana, è troppo, è troppo....

«Paolo Ruffo».

 

 

«Roma, venticinque aprile

 

«Siate buona, ve ne prego in ginocchio, Diana, in nome dell'amor mio: i giorni fuggono, il tempo fugge.... Venite, oggi, a Villa Medici, ove io vi aspetterò dalle tre alle cinque. È aperta al pubblico, oggi, Villa Medici, ma nessuno lo sa o nessuno ci va, perchè è troppo solinga, le sue ombre sono troppo folte e vi regna una malinconia immensa. Venite, anche se io non debba accostarmi a voi; venite, anche se io debba solo incontrarvi, in un viale carico di una penombra triste: venite, anche se io debba solo intravvedervi, di lontano, sotto i vecchi alberi che s'incurvano e hanno unito i loro rami antichi e nodosi: venite, solo perchè io non creda che voi siate la più insensibile e la più dura anima di donna che vi sia nel mondo, e che essa sia stata inutilmente amata da un cuor tenero come il mio....

«Paolo Ruffo».

 

 

«Roma, venticinque aprile, sera

 

«Tre mortali ore vi ho atteso, Diana, fra i viali che si oscuravano di Villa Medici, fra gli alberi così vecchi e così pesanti, sovra un banco di marmo annerito dagli anni, da cui si scorgeva il grande viale di entrata; tre mortali ore, in quella villa così maestosa e così solitaria, ove io era andato alle due, donde io non son disceso che alle cinque passate: tre mortali ore in cui l'incertezza, la vibrante impazienza, la sorda ambascia e sempre, sempre, una vana speranza mi han combattuto.... Non un'anima nella nobile villa che Mazzarino donò alla Francia e all'arte francese, non un passeggiatore, non un visitatore, io solo, infine, con la mia delusione....

«.... verso le sei, vi ho vista, in piazza di Spagna, ferma innanzi a una vetrina di perle romane. Mi avete visto, è vero, alle vostre spalle, riflesso nel cristallo dirimpetto? Avete curvato il capo, un poco.... Piazza di Spagna è la via per la Trinità dei Monti, per Villa Medici.... ma è anche una via per tante altre direzioni.... Volevate venire? Non siete venuta? Perchè? O m'illudo? Sì, m'illudo, m'illudo, m'illudo!

«Paolo».

 

 

«Roma, ventisette aprile

 

«Diana, oggi, mia sorella Lisa vi ha incontrata da Pia Sergianni, dove ella era andata per alcune sue discrete opere di religione e di carità, in cui la marchesa Sergianni la seconda affettuosamente. La mia soave sorella è rientrata poco tempo fa e una espressione di smarrimento era sul suo viso così amoroso e i suoi occhi, ogni tanto, si velavano di lacrime. Si è seduta accanto a me, che la guardavo, tutto tremante, vinto da una emozione grande: mi ha preso le mani, ha appoggiata la sua lieve testa sulla mia spalla. E, così, molto sottovoce, con un soffio di voce, mi ha narrato di avervi vista, da Pia Sergianni, in tutta la vostra bellezza purissima, ma in tutta la vostra altissima tristezza. Non avete scambiato che poche e lente e dolci parole, non profonde, non suggestive, con mia sorella Lisa: parole gravi di dolce cortesia, non altro, senza un'allusione, senza un sottinteso, nulla, nulla; ed è piuttosto stato espressivo il silenzio, fra voi e Lisa. Mi ha detto che le avete sorriso, tutte le volte che vi siete guardate, nel non lungo incontro, in casa Sergianni: e che nulla le è parso più penetrante e più toccante che il vostro sorriso, a mia sorella Lisa. A un certo momento, si è parlato della vostra partenza per la Russia, il quindici giugno — ancora sei settimane, qui! — e la marchesa Sergianni, che è molto mondana e molto snob, si è congratulata del gran posto, che voi andrete a occupare, voi che siete già quasi un'ambasciatrice.... Voi avete abbassato gli occhi sul pallore del vostro volto e avete detto, solo, mormorando, la parola: grazie. E nulla ha più sconvolto l'animo sensibile, l'animo amoroso di mia sorella, che il vostro pallore, che la vostra voce velata, che l'unica parola di ringraziamento. Vi siete levata e dopo un cortese e dolce saluto, siete partita. Non altro. Lisa non ha udito, da voi, una protesta, un lamento, un sospiro: nulla. Ma essa vi ha compatito, così, con la compassione spontanea e discreta che hanno le anime belle verso ogni dolore segreto, che nobilmente si celi nei suoi veli di pudore. Diana, voi soffrite e Lisa lo ha compreso, lo sa e il vostro sorriso le fa struggere l'anima di pietà per la vostra misteriosa sofferenza.... mentre nel suo segreto il cuor piagato.... s'angoscia e si martora.... come a Nizza....

«Paolo».

 

«Roma, ventotto aprile

 

«Stamane, vi ho seguita di nascosto, da lontano: voi non mi avete scorto, uscendo dall'albergo, malgrado che abbiate scrutato, due o tre volte, le vie larghe, intorno: e vi siete avviata lentamente verso giù, avete traversato la piazza Barberini, siete risalita e avete finito per entrare nella chiesa di San Bernardo alle Terme. Era quasi mezzogiorno e un'ultima messa cominciava all'altar maggiore: la chiesa era quasi piena: siete penetrata molto avanti e siete restata a lungo inginocchiata, a pregare. Io, dalla navata destra, mi sono avvicinato a voi, per quanto più ho potuto, pur tenendomi sempre in penombra, perchè non mi vedeste. Seduta, leggevate in un vostro libro di orazioni, legato all'antica, un vecchio libro, io ho pensato; e pendeva, dal vostro polso, la coroncina del rosario, con le sue medagliette sacre. Vi credevate perfettamente ignota e sola, in quella chiesa: e vi ho vista pregare, leggendo nel libro o ripetendo mentalmente le vostre orazioni, con un fervore continuo, spesso curvando la testa fra le mani, in un raccoglimento semplice e schietto. Quando la messa è finita e la chiesa si è andata vuotando, voi siete restata ancora in ginocchio, assorta nelle vostre preci. Vi siete levata e, poi, pian piano, vi siete diretta verso la porta della chiesa: non restavano che, qua e , poche persone. Allora io non ho più resistito al mio desiderio sentimentale e vi ho raggiunta verso la porta, mentre tendevate la mano fine e nuda del guanto, verso la pila dell'acqua santa: vi ho offerto l'acqua benedetta, guardandovi fisa.... Avete arrossito, come non vi ho mai visto arrossire, sino alla radice dei capelli — di collera, è vero, di collera contro l'audace? — e senza guardarmi, fingendo di non veder la mia mano tesa, dalle dita bagnate, che faceano il gesto cristiano, non avete toccato le mie dita, non avete più fatto il segno della croce e con un passo più rapido, siete sparita. O crudele, crudele, crudele!

«Paolo».

 

 

«Roma, trenta aprile

 

«Come nella chiesa di San Bernardo alle Terme, in cui mi son celato a voi, fino all'istante tragico in cui vi ho umilmente offerto l'acqua benedetta e voi crudelmente l'avete rifiutata, così, ieri sera, da Giovannella Farnese, voi non mi avete scoverto che quando io, non più dominante la mia volontà, mi son lasciato vedere.... e, così, ambedue le volte, fossi rimasto nascosto, non visto, che il duplice largo sorso di amarezza mi sarebbe stato risparmiato! Per oltre un'ora, voi siete stata in questo ultimo ballo della grande stagione romana, senza sentire, attorno a voi, la mia presenza: eppure da quando siete apparsa nel vestibolo dell'Excelsior, sotto il vostro gran mantello di velluto bianco, dal colletto largo di ermellino, io vi ho sempre seguita, a distanza, discretamente e son penetrato nel palazzo farnesiaco di via Capranica, pochi istanti dopo di voi, salendo per l'ampio scalone fiorito dietro la vostra traccia, penetrando nella vasta anticamera, quando voi già eravate nel maestoso appartamento e, infine obliquando, per un'ora, intorno a voi, senza farmi mai scorgere.... I vostri occhi sono, sempre, così vaganti, così distratti....

«.... La vostra veste di un tulle color corallo, in una tinta viva e vistosa, faceva risaltare vieppiù il candore del vostro volto e metteva, intorno a voi, come una fiamma dolce che vi circondasse, senz'accendervi: il vostro collo e il vostro petto eran adorni di una singolar collana di brillanti, a fili lunghi e fini, scintillanti, come rivoletti di acqua corrente, al sole: e sui capelli ondanti dalle tempie alla nuca, tre grandi stelle di brillanti, tremolanti sul loro stelo invisibile, scintillavano, come in un firmamento.... Vi ho visto, ier sera, in una bellezza nova, strana, ardente e pure marmorea, vestita di fiamma, e pure casta e frigida sotto l'acqua lucente delle gemme, sul vostro seno, sotto il luccichio tenue delle stelle, sul vostro capo: ancora una volta, il mio stanco cuore, il mio esausto cuore ha avuto un sobbalzo e si è esaltato in un sentimento di ebbrezza, ove eran, insieme, gioia e dolore. Eravate assai circondata, lady Montagu, in quell'ora, ieri sera: avete avuto sempre un piccolo circolo, intorno, sovra tutto di vecchi diplomatici, come vostro marito, ma, anche, di giovani gentiluomini: avete ballato, due volte, la prima con von Rapp, l'addetto militare austriaco, ballerino perfetto, nei giri del two step: e un lanciers con Guido Motta Visconti.... l'uomo di Nizza, colui che, per miracolo, non mi ha fatto commettere un delitto, è qui, in Roma, e ancora, ancora, gira a voi intorno, tentando, cercando tentare, lo sfrontato, il corrotto, una nuova avventura: ma Veronica Ottoboni, sempre tradita, sempre furente, sempre disperata, lo sorveglia, lo perseguita, minaccia degli scandali, ella che ha quasi cinquant'anni, ella che sa esser quello il suo ultimo amante.... Ma voi non amate, non amerete mai Motta Visconti, nessuno, voi così gelida, nella vostra veste di fiamma.... Siete restata sola, pochi istanti.... io ho veduto, a poco a poco, il vostro volto perdere quel brio fittizio mondano e farsi più pallido e più chiuso e chinarsi al suolo i grandi occhi oscuri.... È in quel momento che, come nella chiesa di San Bernardo, in cui eravam soli, innanzi al nostro Dio, in quel ballo in cui eravamo fra gli uomini, io non ho potuto più frenare l'impeto del mio cuore. Giovannella Farnese che è un poco mia cugina, che mi vuol bene fraternamente, passava, nelle sue vesti azzurrine, tutta rosea sotto i suoi precoci capelli bianchi:

«— .... Giovannella, vorrei esser presentato a lady Montagu....

«— Non la conosci? — ha esclamato, sorridendo. — È Diana Sforza.... ricordati.... vieni, vieni qui....

«Voi ci avete visti giungere, insieme: avete compreso che accadeva, in quell'istante, l'inevitabile. Non vi siete mossa, sulla vostra poltroncina: le vostre palpebre non hanno avuto un battito: la vostra bocca non ha avuto un fremito:

«— Diana cara, ecco il mio bel cugino, Paolo Ruffo, che ha chiesto di esserti presentato....

«Con un sorriso, Giovannella si è subito allontanata. Io mi sono inchinato profondamente, innanzi a voi, come avanti a un altare: voi avete chinato il capo, con un breve e corretto saluto. Non mi avete steso la mano: non mi avete diretto la parola: e io son restato immoto e silenzioso. Con un gesto naturale, avete girato il vostro sguardo, intorno a voi, sullo spettacolo della festa: mai più i vostri occhi son tornati a me. Ritto, tacito, accanto a voi, ma non troppo dappresso, io avevo l'aria di non esservi stato presentato, di non conoscervi, di essere un estraneo qualsiasi, uno spettatore ignoto della festa: voi, avevate l'aspetto di una dama che non conosce il suo vicino, che non l'ha mai conosciuto. Quanti minuti sono trascorsi, così? Eterni minuti, eterni minuti! Li sentivo cadere sul mio cuore come gocce di piombo rovente: e non sapevo come rompere l'atroce tortura, lasciandovi, partendo, voi, che io non ho mai conosciuta, voi che non mi conoscete.... ma Franco Montaldo è venuto a ricordarvi l'impegno vostro, per un ballo: vi siete levata, subito, senza volgervi, senza salutarmi....

«.... mai, mai più ci conosceremo, ci saluteremo, ci parleremo. Vi amo da un anno di un inutile amore: dieci anni, venti anni, potrebbero passare e questo amore sarebbe sempre inutile, sempre inutile.... Così voi volete che esso sia: inutile. E niuna durezza, oramai, niuna crudeltà vi è ignota, per rendere vano e inutile l'amor mio.

«Paolo Ruffo».

 

 

«Roma, due maggio

 

«O Euridice, Euridice, domani sono le calende di maggio, domani è l'anniversario, in cui l'anima mia fu presa e vinta dalla voce vostra.... Un anno, un anno di amore, o Euridice.... che non amava Orfeo!

«Paolo».

 

 

«Roma due maggio, notte

 

«Stasera — o ricordi, frementi nell'anima anelante! — i balconi e le finestre di villa Star erano illuminati e il gran verone centrale aveva anche i cristalli socchiusi.... come un anno fa.... come un anno fa! Voi eravate colà, Euridice.... ella volse la testa, verso l'Ade e vi restò.... Un silenzio alto era nella villa.... Euridice restò nell'Ade.... forse volle restarvi....

«Paolo».

 

 

«Roma, tre maggio, mattino

 

«Udrò io, questa sera, in compenso del mio devoto amore, del mio fedele servaggio, in ultimo compenso, in estremo compenso, la voce che ho adorata, quasi essa fosse divina? Fra pochi giorni, Colei che così profondamente mi ha commosso e travolto, col suo canto, ma Colei che mai rispose alla mia emozione e al mio delirio, sarà immensamente lontana; e chi sa se le mie fiacche forze mi permetteranno, mai più, di seguirla, chi sa se ella, duramente, crudelmente non mi rigetterebbe, come l'altr'ieri, come ieri! Udrò, per conforto, la voce amata? Io veglierò, tutta la sera, tutta la notte, in questo anniversario....

«Paolo».

 

 

«Roma, quattro maggio

«Inutile veglia, inutile ansia, inutile amore!

«Paolo».

 

 

«Roma, dodici maggio

 

«Addio, dunque, lady Montagu. Le vostre purissime mani ricevono, con questa, l'ultima lettera di colui che vi ha così teneramente, così passionalmente amata: e che solo in queste inani e inerti parole, vergate sovra una carta bianca, ha potuto esprimervi la sua fiamma d'amore. Io non muoio, lady Montagu, io che sono un uomo e un cristiano: io non muoio, io non mi uccido: io finisco di scrivervi perchè finisco di amarvi: io ho finito di amarvi. Qualche cosa grande, di me più grande, è morta, in me: è l'amor mio. Persiste la mia spoglia mortale a vivere, pur fatta deserta da questo amore, che ne alimentava le energie e le esaltava: persiste la mia anima immortale a non lasciare questa terra, ove non troverà più gioia, dolore, speranza. Non posso morire; non debbo morire; non voglio morire. È morto l'amor mio che era alto, che era forte, che era bello: e voi che solo ne sapeste qualcosa, dalle mie parole impossenti a descriverlo, voi che non poteste, mai, misurarlo, apprezzarlo, voi che quando io, fremente, anelante, ho voluto, quasi, imporvi di udir dalla mia voce il suo clamore, lo avete duramente, crudelmente respinto, voi che avete creato questo amore, fuor di voi, fuor della vostra volontà, voi, che, a un certo punto, lo avete distrutto, con la vostra volontà, non piangerete la sua morte.... Io piangeva da tempo su questo amore, che declinava, che languiva, che si esauriva, in me: io ho versato sovra esso le più amare lacrime e credevo, credevo di versarle per Voi, purissima signora, credevo di dolorare per la vostr'altissima virtù, e non mi accorgevo di piangere perchè finiva, in me, una larga ragione di essere, perchè moriva, in me, quello che era stata una vita mille volte più forte di mille altre vite, prese insieme.... Quanto ho pianto, nella mia cameretta della Rosa di York, a Sherborne, dopo aver errato, una notte, come un fantasma dolente nel parco di Montagu Castle e mi pareva di soffrire per Voi, mentre era la mia immensa delusione che aveva trafitto, con una ferita mortale, l'amor mio.... e ho pianto, a Londra, nel delirio della mia malattia, nella casa di salute di Bedford Street, e io supponeva che la debolezza del mio orribile male facesse scorrere le mie lacrime, e mia sorella credeva che io piangessi pel dolor fisico del mio morbo.... Quanto ho pianto, di collera, di furore, a Nizza, al Cap Martin, credendo che fossero i folli singhiozzi della gelosia che mi rompessero il petto ed erano, invece, i profondi sussulti di una creatura che sente morire, in , quel che formava il nodo della sua esistenza.... Ah quel nodo di angoscia che dall'Inghilterra mi stringeva, quel nodo che serrava la mia anima convulsa e le mie fibre convulse, quel nodo che io, istintivamente, oscuramente, volevo sciogliere, volevo rompere, era questo, era l'amor mio, lady Montagu, che mi opprimeva, che mi soffocava, prima di rallentare il suo estremo abbraccio, prima di morire.... Avete mai attraversato un profondo bosco di querce, lady Montagu, a mezzo autunno? Tutte le foglie si colorano di un rosso vivissimo, come se un flutto impetuoso di sangue si precipitasse nelle lor vene vegetali: fiammeggia la foresta e vi pare che debba, a un tratto, incendersi, sotto il sole di ottobre. Ma se, a metà novembre, i vostri lenti passi, di ritorno, vi conducono nel bosco delle querce, tutte quelle foglie sono del color dell'oro e vi parrà un miracolo di natura la smagliante trasformazione.... Ma, in verità, la fiamma di ottobre è la estrema vitalità delle foglie; e l'oro di novembre è la loro superba agonia. Quando è tutta di oro, la foglia, essa è già morta; il vento di dicembre la staccherà in una fischiante folata, e la porterà, via. Come una foglia rossa di un sangue ardente, ma ultimo, come una foglia di oro fulgido, ma morente, il mio amore, dopo un estremo impeto di vita, si è staccato, morto, dal mio cuore.

«Lady Montagu, colui che vi ha incomparabilmente amata è, adesso, una misera cosa, una creatura vuota e arida: e per tanta sua miseria, sopportate che egli vi dica una parola semplice, una parola di verità.... Lady Montagu, io ho finito di amarvi, perchè voi non mi avete amato, perchè voi non mi amerete giammai. Con fede, con devozione, con intatta costanza, il mio cuore sarebbe stato vostro, unicamente vostro, se ancora io avessi potuto credere d'esser da voi corrisposto, anche in un giorno molto lontano, anche di una sola simpatia umana, anche di una mite tenerezza. O signora, si può vivere senza felicità, non si può vivere senza speranza. E voi avete ucciso, in me, la speranza, tacitamente e implacabilmente. Io ho compreso, da ogni vostro aspetto, da ogni vostro gesto, sovra tutto da quanto non avete fatto, che, per il giro degli anni, per il mutarsi degli eventi, per il cangiar di cielo, la vostr'anima casta e gelida avrebbe potuto mai fondersi con la mia, in compenso di una così lunga mia servitù di amore. Dal che io giunsi a Sherborne, in fondo all'Inghilterra, in una mattina di autunno, voi amando, voi seguendo, voi cercando, voi, lady Montagu, mi avete ostinatamente fuggito: e ogni mia mala ventura, più tardi e ogni mio patimento d'amore, più tardi, non ha trovato, in voi, neppure la esteriore pietà per un ignoto che soffre. Dio solo ci vedeva, dieci giorni fa, nella chiesa di San Bernardo, ove io feci, verso voi, il gesto della fratellanza cristiana, l'atto della mano che offre l'acqua benedetta: voi non avete voluto toccar la mia mano, in quell'umile atto. Niuno ci guardava, niuno osservava, niuno sapeva di noi, in quella festa di casa Farnese, son nove giorni: e voi non avete voluto che io vi parlassi, e avete taciuto: e mi avete disdegnato, pubblicamente. Per un anno, lady Montagu, io era stato vostro servo, vostro schiavo; io aveva affrontato tutti i pericoli: la morte aveva stretto i suoi giri, più volte, intorno a me.... Ma un amore ha bisogno di esser alimentato, da qualche cosa che sia fuor dall'amor nostro; ma un amore ha bisogno di acqua per germogliare come un fiore vivace, come un frutto saporoso: ma un amore non può vivere solo di : se nulla lo alimenta, se nulla lo disseta, se nulla lo aiuta a vivere, questo amore s'inaridisce, si dissecca, languisce e muore. Io non sono un pazzo: io non sono un fanciullo. Io sono un uomo, coi suoi desiderii e con le sue speranze: e se mai il più tenue desiderio non possa esser appagato, se mai speranze non possano diventare una realtà, a che amare, più? Ah che infinita miseria è quella in cui mi avete gittato, lady Montagu, ora che il mio vano amore si è spento!

«Pure, io vi chieggo perdono, lady Montagu, s'io tanto mi sono profondamente illuso sui segni, che il mio ansioso cuore e la mia balzante fantasia hanno interpretato, come un vostro consenso segreto, non all'amor mio, ma alla mia immensa speranza. In questa mia settimana di passione e di morte, come quella di Nostro Signore, io ho tanto vegliato, tanto pensato, tanto rammentato, in una lucidità perfetta, sulla mia dolente istoria d'amore e ho compreso di quale folle illusione io fossi stato vittima.... illusione da me, solo da me creata, illusione sublime e fatale, di cui voi non avete colpa nessuna, illusione seduttrice e perfida, di cui voi siete innocente. Nessun segno; nessun segno! Voi avete cantato, tre volte, per voi, per voi sola, e mai, mai per me, avete cantato perchè la vostra voce rivelasse, nel suo canto passionato e grave e triste, rivelasse a voi stessa, alla notte, al silenzio, mai a me, mai a me, quanto era celato nel fondo del vostro animo. Illusione: falsità: menzogna! Voi mi siete apparsa, in momenti strani, in istanti terribili, come se il mio grido interiore vi evocasse, ma solo il Caso, solo il Caso, vi ha fatto comparire: voi mi avete scorto e distinto, fra la folla, mi avete guardato, come se mi ritrovaste, come se mi salutaste, col vostro sguardo che si univa al mio e tutto ciò era un inganno mio sentimentale, era un mio inganno ottico.... Niente segni, niente, poca cosa, piccola cosa, cosa vanente, svanente, tutti gli altri segni, tutto quello che mi era parso una grande cosa, sol perchè vi amavo e speravo d'esser amato, un giorno.... niente, nulla! La cintura nera sulla vostra veste bianca, le lacrime del vostro giorno di nozze, il saluto notturno di Ostenda, i fiori del Piccadilly hotel, e i fiori di Roma, sempre il Caso, non altro che il Caso, inconscio frodatore del mio cuore! Oh! perdono, ancora, lady Montagu, se per questi segni vani, per questi segni inesistenti, io ho creduto, fermamente creduto, che voi veniste a me, che lunga era la strada, ma che, a passo a passo, attratta dal mio amore, voi l'avreste percorsa tutta; perdono, virtuosissima donna, se io ho creduto che voi, lady Montagu, che eravate la purissima Diana Sforza, voi, moglie di un altro, aveste potuto tradirlo, rompere il vostro patto con lui, violare ogni vostro giuramento, rinnegare il voto fatto a Dio e la promessa fatta alla legge, uccidere il pudore della vostr'anima e il pudore della vostra persona, per amarmi, per amar me, lo sconosciuto, il passante, l'ospite inatteso, l'intruso: e darvi all'intruso, per sempre, in un dono supremo. Perdonatemi, lady Montagu, di aver creduto, con la Sposa del Cantico de' Cantici, che l'amore fosse più forte della morte. Esso è meno forte della virtù, l'amore: esso è nulla, innanzi alla vostra virtù, o Signora. Io ho amato una donna: voi siete una santa. Bacio il lembo della vostra veste, o Signora....

«Domani, lady Montagu, io lascio Roma e l'Europa, per un viaggio lunghissimo, in paesi che sono al confine del mondo: e se uno di questi paesi misteriosi mi attirerà più degli altri, io mi fermerò, colà, e vi metterò dimora, per sempre, non ritornando mai più nella mia patria. Debbo esiliarmi. Debbo abbandonare Roma e l'Europa dove, dapertutto, potrei incontrarvi ancora e ho giurato di non vedere mai più il vostro volto, che m'inebbriava: dove, dapertutto, troverei le tracce del mio inutile amore, e se pure l'arme che mi ha colpito, in pieno petto, non mi ha materialmente ucciso, se pure il tempo venga a cicatrizzare questa ferita ora sanguinante, a goccia a goccia, io sono così fiacco, così triste, così attossicato, ancora, così traboccante di amarezza, ancora, che l'esilio, l'esilio mi è necessario. Soffro di aver amato: soffro di non amar più. Mia sorella Lisa viene meco, in esilio: è un pellegrinaggio di pietà fraterna, che ella compie, silenziosamente. Lascia la sua casa, Lisa, la sua terra, la sua patria, il cimitero dove sono i suoi morti, per seguirmi, per accompagnarmi nel mio malinconico esilio: ne ha una pena profonda, ma non la dice: ma più grande sarebbe, questa pena, se io partissi solo. In questi giorni abbiamo realizzato abbastanza denaro, per andar lontano, per mezzo del nostro notaio: man mano, egli ci manderà, laggiù, le nostre modeste rendite: viaggeremo senza lusso, vivremo senza lusso, come due quieti stranieri, Lisa mia ed io. Nessuno conosce il segreto del nostro viaggio, salvo l'uomo di legge, che è vincolato dal suo segreto professionale: nessuno ne saprà, mai, nulla. Spariremo, così, Lisa ed io. Si parlerà un giorno, di noi, fra quelli che ci amavano o credevano di amarci: poi, non più. Lisa mia a nulla e a nessuno tiene: io, dato a voi, donna di preclara virtù, gelida e pura come l'acqua montana, il saluto, non tengo più a nulla e a nessuno. Partiremo, scompariremo, così, domani, prima che questa lettera vi giunga: domani, partiremo, soffrendo, insieme, di questo estremo distacco dalla casa nostra, da Roma nostra, dall'Italia nostra, ma tacendo insieme, sul nostro patimento e, forse, consolandocene, laggiù, col tempo, o non consolandocene, mai, mai, pur vivendo insieme, in malinconica e fedele compagnia. Lisa si è a me votata, in devozione fraterna: io mi lego a lei, in tenerezza anche più salda, per tanto suo sacrifizio. E nulla potrà portarci di nuovo, l'avvenire, nelle nostre anime e nei nostri casi, se non un seguito di giorni eguali e monotoni, senza più nulla che una rassegnata tristezza, un rassegnato rammarico. Nel paese ignoto, ove vivremo, ignoti a tutti, noi aspetteremo, senza desiderio, ma senza timore, l'ora della grande dipartita....

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

 

«O voi che foste la mia Euridice, o Creatura del mio sogno, o Creatura della mia illusione, o Diana, Diana, o amor mio unico, o amor mio ultimo, o voi che io non vedrò più mai, coi miei occhi mortali, addio, addio!

«Paolo Ruffo».


 

 


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