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II.
Per una settimana, dopo la scena del
giardino inglese, il loro amore era stato calmo, senza nessuna espansione,
quasi si concentrasse in sé, tutto interno. Si guardavano alla sfuggita, ma
senza ansietà: non impallidivano, non arrossivano, non tremavano dandosi la
mano. Lucia aveva un'aria assorbita, come se guardasse dentro se stessa, senza
che il mondo esteriore e il suo medesimo amante potessero strapparla a questa
contemplazione. Andrea aveva il contegno tranquillo e la sere: noncuranza
dell'uomo che è sicuro di sé, che è sicuro dell'avvenire. Quando
scambiavano un'occhiata fuggitiva, pareva si dicessero, quieti, calmi,
soddisfatti:
- Io t'amo - tu mi ami - tutto va
bene.
Gli è che la giornata del giardino inglese
era stata troppo passionata per non esaurire, almeno per qualche giorno, tutto
l'impeto selvaggio di un amore represso. Allo stato acuto, alla vibrazione
alta, era succeduto quel periodo di riposo, quella specie di cullamento
orientale nella certezza di essere amato, quello stato di annullamento che
riunisce la dolcezza del ricordo alla dolcezza della speranza.
Ma durò poco. Si ridestarono d'un
tratto, appassionati, infelici. Una mattina Andrea si levò torbido, irrequieto,
sospinto da un desiderio pungente di veder Lucia. Era troppo presto: ella
dormiva. Egli passeggiò nel salotto, come un prigioniero, guardando ogni tanto
l'orologio. Caterina che si era già alzata, gli portò il caffè e latte nel
salotto, gli si sedette accanto per parlargli di certi conti famigliari, per
ricordargli che si doveva andare a Caserta pel pagamento delle imposte. Egli
ascoltava, inzuppando il biscotto nel caffè e latte, senza intendere quello che
ella gli diceva. Si rodeva d'impazienza. Che poteva fare sino a quell'ora Lucia,
in camera sua? Come non comprendeva che egli voleva vederla, che egli
l'aspettava da un pezzo? Era senza dubbio quell'indolente Alberto che non si
levava mai, che stava sempre a riscalducciarsi tra le coltri, freddoloso e
piagnoloso, creatura infelice e odiosa che contristava l'esistenza di quella
povera Lucia! Quell'idea che Alberto fosse di là con Lucia, che la trattenesse,
che le impedisse di venire, gli fu insopportabile. Si levò in piedi, come per
protestare, come per andare....
- Ci sarà oggi l'intendente di
finanza? - finì col chiedere Caterina, spingendo via con le dita le miche del
biscotto, col suo istintivo bisogno di ordine.
- Dove?
- A Caserta.
- E chi ne sa nulla?
- Possiamo domandare all'avvocato
Marini, che fa le cause demaniali: egli deve saperlo. Mando Giulietta.
- Manda Giulietta.
Ella uscì, senza essersi accorta di
nulla. Andrea si era un po'calmato, pensando che presto sarebbe venuta Lucia,
che era irragionevole pretendere che ella venisse in salotto alle nove e mezzo.
Desiderava ancora di vederla, ma con un desiderio più dolce. Dietro i vetri
egli stamburava con la mano una marcia, ripensando a quel momento in cui ella
lo aveva pregato di non abbracciarla perchè lo amava, e egli, obbediente come
un fanciullo, l'aveva lasciata. Bisognava amarla in tutt'i modi Lucia, la sua
Lucia, con passione, ma con tenerezza profonda: con ardore di giovinezza, ma
con rispetto e venerazione. Oh! egli aveva in cuore tutto questo. Egli avrebbe
atteso con tranquillità che Lucia venisse, senza dare in escandescenze
pericolose. Poteva tardare Lucia, l'amante suo non avrebbe sfondato le porte,
non avrebbe infranto i mobili e le porcellane, per assopire la propria
collera....
Caterina rientrò.
- Ha detto l'avvocato Marini che
l'intendente ci è dalle nove alle dodici, in ufficio, oggi.
- Sicché?
- Tu hai il tempo di andarci prima di
colazione. In un'ora vai e ritorni.
- No, non vado - disse Andrea, dopo
avere esitato.
Caterina tacque: non gli faceva mai
osservazioni. Le pareva che egli avesse sempre ragione.
- Andrò dopo colazione - soggiunse
egli, quasi spiegasse la sua condotta.
- Come vuoi - disse Caterina, senza
fargli osservare che, dopo colazione, l'intendente non lo avrebbe trovato.
Andrea s'irritava di nuovo: Caterina
lì, ritta innanzi a lui, gli dava fastidio. Pareva che aspettasse qualche cosa,
che volesse domandargli, chiedergli conto....
- Senti, Caterina, va in camera e
portami la mia cartella: scriverò qui certe lettere molto interessanti.
Ella se ne andò di nuovo, col suo
passo ritmico che sfiorava la terra. La porta di Lucia si aprì ed ella entrò:
Andrea le corse incontro, pallido dal piacere di rivederla. Ma si arrestò
disilluso. Dietro veniva Alberto. Andrea salutò, freddamente, vedendo svanire
tutto il suo bel progetto di contemplarsela lungamente.
- Non sei uscito stamane? - domandò
scioccamente Alberto.
- No.
- Ti senti male forse?
- Io sto sempre bene. Sono seccato.
Lucia lo guardò, come se lo
interrogasse. Ella era così seducente quella mattina, coi suoi occhioni
bistrati, con le labbra vivide che tagliavano il pallore del viso, con la sua
aria languida e provocante di donna che ama, di donna che è amata, che vorrebbe
dirlo, che vorrebbe sentirselo dire. In una occhiata passionata e desolata,
dietro le spalle di Alberto, essi si compresero. Egli si era seduto in mezzo a
loro, sdraiato sopra una poltrona, deciso a non andarsene. Quando lo vide così,
per contrasto, Andrea sentì nascere potente in sé il desiderio di dire a Lucia
che le voleva bene. Dirglielo una volta sola, pian piano, nell'orecchio, come
nel giardino inglese: una sola volta e sarebbe stato contento, se ne sarebbe
andato quieto e felice. Ma voleva dirglielo, assolutamente: la parola gli
veniva sulle labbra e pareva che Lucia ve la leggesse, tanto sbarrava gli
occhi, ansiosa, rapita. Intanto Alberto sbadigliava, si stirava le braccia,
provava a respirare lungamente per sentire se vi era intoppo nel petto, tossiva
leggermente per provare il fiato. Ora, Andrea non desiderava altro se non che
Alberto si alzasse per un momento, che andasse sino in camera o sino al
balcone, perchè egli, Andrea, potesse dire a Lucia che l'amava. Ma che! Quello,
lungo, sdraiato, guardando il soffitto, dondolando una gamba sull'altra, non si
moveva. Lucia fingeva di leggere il giornale, giunto per la posta, ma le mani
le tremavano nervosamente.
- Che dice il giornale, Lucia?
- Nulla.
- Al solito: non vi è mai niente. Tu
ti diverti a leggere?
- Immensamente - e la voce fischiò fra
i denti.
- Perchè non chiacchieri con noi? Ci è
qui Andrea, che non è uscito: la prima volta che resta in casa di mattina, tu
t'immergi nel Pungolo.
- Io ho dimenticato in camera la
scatola con le tue pastiglie - disse lei, pensierosa.
- Eccola qua - rispose Alberto, e la
cavò di tasca.
L'espediente volgare, ma quasi sempre
efficace, non era riuscito. I due amanti rimasero taciturni, abbattuti, come
sconfitti. In questo entrò Caterina con la cartella.
- Ho tardato - disse - ma non la
trovavo più. Era nel fondo del cassetto, sotto la carta bollata. È tanto tempo
che tu non scrivi.
Dopo avere apparecchiato
tranquillamente l'occorrente per scrivere a suo marito, si accostò a Lucia e le
sedette accanto. Andrea, rabbioso di quella doppia sorveglianza, cominciò a
scrivere frasi senza senso, rapidamente. Scriveva dei nomi, dei verbi, degli avverbi
lunghissimi, a caso, per scrivere qualche cosa, sentendo che non poteva pensare
ad altro salvo che a dire alla sua cara Lucia, il suo amore bello, che le
voleva bene. Sogguardò verso i tre. Lucia, la testa arrovesciata, la faccia
livida dal dispetto, le labbra secche, come tirate da un filo interno, lo
guardava fra le palpebre socchiuse dietro il giornale. Egli si sarebbe alzato,
sarebbe corso da lei, a dirle che l'amava: ma Alberto e Caterina se la
discorrevano placidamente, dicendo che la pioggia aveva rinfrescata l'aria e
che oramai si poteva passeggiare, anche al sole. Caterina aveva la sua aria
raccolta e composta di donnina che si compiace del riposo, e Alberto girava i
pollici, come un borghese immobile e ventruto che si sprofonda beatamente nel
senso della propria nullità.
- Non ne faremo niente - borbottò
Andrea.
- Che dici? - chiese Caterina, che
aveva sempre l'orecchio teso.
- Che non faremo mai colazione. A
momenti sono le undici e mezzo. Io muoio dalla fame.
- Vado, vado ad affrettare - mormorò
lei, turbata da quell'accento feroce.
- Vengo anche io, signora Caterina -
disse Alberto.
I due si scambiarono una rapida
occhiata, già quasi vicini, già frementi. Ma sollevandosi, ad Alberto parve di
sentire una puntura nel petto. Cominciò a tastarsi, a comprimersi la mano sulla
costola, già spaventato. Caterina se n'era andata.
- Mi sembra d'avere un dolore qui - si
lamentò lui.
- Io l'ho sempre - disse l'altra,
tetramente, senza guardarlo.
- Dici sul serio? alla base del
polmone?
- Sì: e anche alla cima. Ho dei dolori
dappertutto.
- Ma perchè non lo dici? Perchè non
farti curare? Vuoi darmi il dispiacere di vederti in letto ammalata? Io che ti
voglio tanto bene!
Il tavolino ove Andrea scriveva, scricchiolò come se
egli ci si fosse abbandonato sopra, con tutto il peso. Alberto, inginocchiato
innanzi alla moglie, continuava a domandarle dove si sentisse male, se i dolori
fossero nelle ossa, se fossero punture. La pregava, dimenticando i propri
malanni, innamorato di quel volto duro e chiuso di sfinge, che si lasciava
interrogare senza rispondere. Caterina li trovò in questa posizione: sorrise,
additandoli a suo marito che le rispose con un riso di ironia, molto bizzarro
su quella faccia bonaria e onesta. Ma la penetrazione della moglie non giungeva
a distinguere un semplice sorriso da un ghigno sarcastico.
A tavola vi fu un silenzio penoso, ma
breve: Lucia prese a chiacchierare volubilmente, nervosamente, scherzando col
coltello, versando lei il vino ad Andrea, per capriccio. Ella non mangiava e
beveva grandi bicchieri d'acqua gelata, la sua bevanda favorita. Mentre
Caterina badava al servizio, l'occhio su Giulietta, parlandole talvolta
sottovoce, toccando il campanello elettrico, Alberto toglieva dalla sua carne
il grasso, i filamenti, i nervi, riducendola un bocconcino, Andrea fissava
distratto un raggio di sole che batteva sopra un bicchiere d'acqua. Lucia
seguitava a tener viva la conversazione, dicendo una quantità di stravaganze,
eccitandosi, stringendo le mani, come quando l'assalivano le sue convulsioni
isteriche. La solita questione venne in campo.
- Si esce oggi? - domandò Andrea.
- Io no - disse Alberto.
- E io neppure - disse Lucia.
- E io neppure - rinforzò Caterina.
- E che farete in casa? - chiese
ancora Andrea?
- Io farò il giuoco solitario, con
le carte - disse Alberto. - Ma può darsi che io non lo faccia. Per me, purché
ci stia Lucia....
- Io lavorerò alla mia tappezzeria -
disse lei, infiacchita d'un tratto.
- Ed io cucirò - completò Caterina.
- Vi divertirete un mondo - sghignazzò
lui, levandosi - venite in carrozza, facciamo attaccare la daumont.
- No - disse subito Lucia,
guardandolo.
Egli intese. A che serviva quella
passeggiata? Sarebbero usciti, sempre in quattro, sempre vicini, i due uomini
di fronte alle due donne: non avrebbe potuto dire a Lucia che l'amava.
- Quasi rimarrei qui per contare i
vostri sbadigli - borbottò lui, diventato feroce.
- Se rimani sei un galantuomo - gli
disse Alberto. - Vedrai come passiamo bene le ore del pomeriggio, nel salotto
caldo, dove non si suda e dove non ci è vento.
Egli rimase. Sperava ancora, sperava
sempre. Ma quando vide Alberto dinanzi al tavolino col suo giuoco di carte,
Caterina presso il balcone col suo cesto di biancheria, Lucia sul divano con
l'interminabile canavaccio in mano, tirando il filo lentamente, senza alzare
gli occhi, egli pensò che nulla, nulla se ne sarebbe fatto, e uno sconforto e
un abbattimento cupo lo vinsero. Quei due ostacoli, pacifici, benevoli,
immobili, passivi, che sorridevano dicendo qualche rada parola, erano
insormontabili. Mai, mai più, avrebbe potuto parlare a Lucia. Era finita. Non
aveva la forza nè di uscire nè di restare in quella stanza chiusa.
- Me ne vado a dormire - disse,
alzandosi come se compiesse un atto di coraggio.
- Che cosa stai ricamando oggi, Lucia?
- chiese Alberto.
- Un cuore trafitto da una spada.
In camera sua Andrea chiuse le imposte
e si buttò sul letto, preso da una stanchezza mortale, come mai non aveva
sentito. Nella lotta con le cose era stato atterrato. La sua natura impetuosa,
senza transazioni, non sapeva le lunghe perseveranze: egli non sapeva nè
attendere nè calcolare. - Mai più, mai più - diceva fra sé, col viso sepellito
nei cuscini.
Due volte venne Caterina in punta di
piedi, si chinò su di lui, trattenendo il respiro per sentire se dormisse. Egli
finse di dormire, reprimendo un moto di fastidio. Ora, non era libero neppure
di chiudersi in una stanza e di sfogarsi, dando delle pugna nelle materasse?
Ora doveva sopportare tutte queste premure, tutte queste noie? Ma Lucia ritornò
nel suo pensiero, dominante, imperante; Lucia, di cui mormorava il nome, che lo
empiva di dolcezza; Lucia, l'amore caro, l'amore grande, l'amore immenso, come
il mare, come il sole. Si voltava e si rivoltava nel letto, smaniava nervoso,
egli che non aveva mai avuto fastidio dai nervi, parendogli di essere da un
secolo lì, arroventandosi su quella biancheria fresca di bucato. Si addormentò
due o tre volte, leggermente, supino, e, sognando come gli pareva di vedere
Lucia, gli occhi spalancati e fiammeggianti, la bocca offerta ai baci: come lui
si accostava, bramoso, assetato, come qualcuno traeva indietro Lucia, ed egli
non si poteva più muovere, inchiodato al suo posto, volendo urlare, e non
trovando fiato. Si destò di soprassalto, trabalzante - Lucia, Lucia - ripeteva,
ricadendo nel suo torpore, procurando di sognare di nuovo, per rivederla, per
cercare di baciarla. E la ritrovava nel sogno, egli sul balcone, ella nella via
che gli tendeva le braccia - ed egli si precipitava dal balcone, lentamente,
lentamente, non cessando mai di cadere, provando un'angoscia suprema. Era
l'incubo che gli premeva lo stomaco, era il sonno affannato e travagliato.
Quando si destò, completamente, aveva le palpebre grevi, la bocca pastosa, e il
corpo indolenzito. Quell'eterno pomeriggio doveva essere finito. Aprì il
balcone: il sole era ancora abbastanza alto. Erano le cinque, ci volevano altre
due ore pel pranzo. Ma in lui, per quella luce gaia, per quel risveglio,
rinasceva la speranza. Ecco, le avrebbe scritto, a Lucia, sopra un pezzetto di
carta, che l'amava. Niente altro: bastava, si contentava di questo.
Diamine, non le avrebbe potuto dare
quel pezzetto di carta? È cosa facile a farsi: sì, sì, era un'idea splendida. E
venne nel salotto, contento della sua trovata. Vi trovò, per primo disinganno,
Caterina in compagnia di Alberto. Lucia mancava. Dove era? Non osò chiederlo.
Alberto fumava una sigaretta di quelle medicinali, per i polmoni deboli, e
guardava attentamente il fumo: ora, dondolava la gamba diritta a cavalcioni
della sinistra. Caterina aveva finito di mettere una balza ad una sottana e
infilava la guaina della cintura. Lucia mancava. A chi domandarne?
- Hai dormito bene?
- Sì, Caterina: benissimo. Tu hai
cucito sempre?
- No: è venuta la signora Marini a
farci visita.
- Spero che l'avrete fatta entrare nel
salone.
- Sì: è rimasta troppo a lungo.
Niente di Lucia. A chi chiederne? chi
gli direbbe quello che faceva Lucia?
- .... e allora, Lucia che si annoia
nella compagnia delle persone stupide - completò Alberto - si è sentita male e
se n'è andata in camera sua: io sono stato pocanzi a vedere che faceva....
Indovina, Andrea, che faceva?
- Che posso saperne?
- Indovina, indovina....
- Mi sembri un bambino.
- Giacché non sei buono a indovinare,
te lo dico io. Era inginocchiata sul cuscino dell'inginocchiatoio e pregava:
pregava fervidamente, con la testa fra le mani.
- Lucia sta troppo tempo
inginocchiata: questo le procurerà qualche deliquio - osservò Caterina.
- Che volete farci? In materia di fede
non soffre osservazioni. Anzi si lagna di me che ho dimenticati l'Avemmaria e
il Pater noster. Appena io tossisco un poco, ella prega un'ora di più.
Andrea se n'era andato al tavolino,
aveva tagliato un pezzettino di carta, e sopra, minutamente, di traverso, in
tutti i sensi, vi aveva scritto una trentina di volte: ti amo. Questo,
mentre Caterina e Alberto parlavano ancora di Lucia - e gli pareva di aver
commesso un grande atto di audacia a scrivere quelle parole sotto gli occhi di
quei due. Non aveva finito che Lucia rientrava. Era più nervosa che mai, gli
andò vicino, celiò sul suo sonno provinciale, su questa abitudine di uomo già
maturo. Non gli mancava più che una partita di tresette la sera, una
tabacchiera di râpé, e un fazzoletto di cotone a scacchi rossi e neri.
Voleva giuocare alla scopa, con lei, dopo pranzo? E mentre gli altri
ridevano, mentre la voce di lei strideva, due o tre volte mise la mano in
tasca, come per cavare il fazzoletto: un pezzettino di carta ne spuntò. Allora
egli, turbato, mise le dita nel taschino della sottoveste, e mostrò la punta
del suo biglietto. L'uno aveva scritto all'altro.
Ma non poterono scambiarsi i due
biglietti. Nella sala erano sempre o Caterina, o Alberto, o ambedue. L'uno
andava, l'altra tornava: mai un minuto soli. Con le dita nel taschino, senza
far mostra di nulla, Andrea aveva piegato il suo biglietto in due, in quattro,
in otto; ne aveva fatto una pallottolina microscopica, che teneva in mano, per
averla più pronta. Lucia lasciò cadere un gomitolo: Alberto lo raccolse. Andrea
domandò il ventaglio a Lucia, ma fu Caterina l'intermediaria che glielo porse.
Non era possibile. Quei due guardavano, ingenuamente, francamente, senza
sospetto, quindi più temibili. Andrea tremava per Lucia: non per sè che era
pronto ad arrischiare tutto. Ogni tanto un’idea strana e sfrontata gli passava
pel capo, di dire a Lucia, ad alta voce: - Vi ho scritto una cosa sopra una
carta. Ma dovete leggerla voi sola. - Chi sa, forse Alberto e Caterina non
avrebbero capito nulla e l'atto audace poteva riuscire. Ma se avessero chiesto,
scherzando, di vedere? Tutto sarebbe stato perduto, allora. La paura per Lucia
lo vinse: finì per ricacciare la pallottolina di carta nel fondo del taschino.
In quanto a Lucia, essa aveva una
collera concentrata e nervosa, che le intorbidiva gli occhi - e le affilava il
naso, come se una mano tirasse le linee della sua faccia. Si muoveva
disordinatamente, andando di qua e di là, toccando gli oggetti, distrattamente,
raggiustandosi il nodo della cravatta, disfacendolo, rialzandosi le trecce sul
collo, guardando il lavoro di Caterina, pigliando la sigaretta di Alberto e
aspirandone due boccate, riempiendo la stanza di movimento, di chiacchierìo, di
rumore. Non era possibile scambiarsi i biglietti. Lucia mise il suo nel
fazzoletto e posò il fazzoletto sul divano: ma per arrivare al divano, Andrea
doveva passare sul corpo di Alberto, che s'interponeva. Dopo cinque minuti
Lucia riprese il fazzoletto portandolo alle labbra, come se lo mordesse. Poi
corsero un vero pericolo.
Andrea aprì un volume di Balzac che
era sopra una mensola e vi pose il biglietto, riponendo il libro. Dopo un poco:
- Datemi quel libro, Andrea.
- Ma che! - esclamò Alberto - vuoi
leggere adesso? Si va a pranzo, sai.
- Veggo solo una pagina.
- Che pagina! Io odio il tuo Balzac,
lungo e triste. Il libro lo sequestro io.
E fece per prenderlo. Andrea lo tirò a
sé, naturalmente, pensando che tutto era perduto. Lucia chiuse gli occhi, come
se morisse. Nulla accadde. Alberto non insistette per avere il libro. Dopo
tutto, che gliene importava di Eugénie Grandet? Purché sua moglie non
leggesse e chiacchierasse così allegramente come prima! Andrea respirò lungamente,
riprendendo il suo biglietto, non volendo darlo più, avendo provato uno spasimo
ineffabile. Lucia sì riaveva, con la sua maravigliosa facoltà di passare da una
impressione all'altra, rapidamente. Era finita anche pei biglietti. Invece il
pranzo fu allegrissimo. Caso strano, ai pomelli di Lucia era salito un rossore
ardente, due macchie di sangue: sulla gota, verso il mento una striscia rossa,
simile a una graffiatura. Ella aveva caldo, si sventolava, odorava la sua
boccettina di sali inglesi, scherzava con suo marito, scherzava con Caterina.
Non aveva mostrato mai tanta allegria: ogni tanto uno stiramento nervoso le
moveva la bocca, ma poteva sembrare una risata. Andrea beveva, beveva
distratto. Lucia si chinava verso lui, gli sorrideva, gli parlava molto da
vicino, mostrava i denti, gli offriva quasi le sue labbra garofanate. Allora
Andrea, in quel calore della stanza da pranzo, con l'aria pesante dove si
aggravava l'odore delle vivande e quello acuto delle frutta conservate e quello
forte dell'aceto sparso sulla cacciagione, con quei riflessi caldi dei
cristalli sulla tovaglia, con Lucia rossa in volto, la cravatta allargata, il
collo bianco che appariva, Andrea fu preso da una voglia pazza di darle un
bacio: uno solo, uno solo, sulle labbra. Ogni tanto si accostava per farlo,
parendogli che gli altri lo avrebbero creduto ubbriaco, e che agli ubbriachi
tutto si perdoni. Si accostava per baciare, tormentato da quel desiderio. Si
rigettava indietro, sgomentato dalla faccia bianca e tranquilla di sua moglie,
dal profilo osseo di uccellino di Alberto. Un momento, Lucia intese e diventò
smorta come la cera. Vide ch'egli le guardava le labbra e le nascose con la
mano. Ma che importava? Egli le vedeva, vivide, sbocciate, umide, col sapore
del sangue fresco che lo aveva inebbriato, là, nel giardino inglese. Le voleva
succhiare, per un minuto secondo. E l'occhio fisso, le sopracciglia aggrottate,
il pugno chiuso sulla tovaglia, egli si ribadiva nella mente questa
risoluzione, mentre gli altri seguitavano a discorrere di Napoli e delle feste
invernali che si approssimavano.
Passarono in salone a prendere il
caffè. Egli cercò di attirare Lucia dietro il pianoforte, per poterle dare un
bacio: un'assurdità, perchè il pianoforte era troppo basso. Si accesero i lumi,
Caterina si mise al pianoforte e suonò le sue solite cose, poco difficili
veramente, ma suonate con un certo garbo: la rêverie di Schubert, il
preludio della Traviata al quarto atto, la marcia delle rovine di
Atene, un pezzo popolare di Beethoven. Lucia era distesa sulla poltrona
americana, la testa abbandonata, i piedini nascosti sotto le pieghe dello
strascico, sognando.
Alberto, di fronte a lei, sfogliava l'album
della guerra franco-prussiana, trovando che Moltke non rassomigliava a
Crispi e che tutti i Prussiani si rassomigliavano fra loro.
Andrea dava le volte pel salone,
venendo ogni tanto al pianoforte, dicendo qualche parola a Caterina, per farle
mutare il pezzo o farle allargare il tempo. Ma era perseguitato dalle labbra di
Lucia che vedeva dovunque, un fiore di melograno aperto, una vivezza di corallo
boccheggiante: innanzi a sè, le vedeva ondeggiare, fluttuare, le seguiva, le
raggiungeva, scomparivano. Libero per un istante: poi dallo specchio, da un
candelabro di bronzo, da una giardiniera di legno, le vedeva trasparire, prima
pallide, poi rosse, poi di carminio, come se pigliassero vita. Non poterle
raggiungere mai! Uscì sul balcone, espose all'aria la sua testa infuocata,
sperando che l'umidità della sera calmasse quel delirio.
Caterina pregò Lucia di suonare, ella
non volle, non ne aveva la forza, disse che si sentiva estenuata. Alberto
sonnecchiava. Le due amiche parlarono sottovoce, a lungo, fra loro, curvandosi
sui tasti bianchi e neri, mentre dal balcone Andrea le guardava: ora le labbra
di Lucia gli facevano l'orribile scherzo di accostarsi alla guancia di
Caterina. Oh se Caterina si muovesse dal pianoforte! Ma niente, vi rimaneva,
confitta, ascoltando quello che le mormorava Lucia.
Così le ore passarono, lente, lunghe,
non mutando nulla in quel salone. Egli sentì calmarsi quell'acuzie di
desiderio, in una desolazione crescente.
A mezzanotte si salutarono, Andrea
spossato, vacillante sulle ginocchia; ella trascinantesi a stento. Scambiarono
un buonanotte arido, con la voce spezzata di chi non spera più nulla.
E solo, nell'oscurità, accanto a sua
moglie che si addormentava, egli ebbe il tormento di rivivere quella giornata
in cui aveva desiderato uno sguardo e non lo aveva avuto, una parola e non
l'aveva potuta nè dire ne udire, un biglietto e non lo aveva potuto nè dare nè
leggere, un bacio e non lo aveva dato: sfinite le forze in questa miserabile
giornata, perduta per l'amore. Sì, tutto sarebbe andato sempre così, sempre,
sempre. Ed era meglio morire.
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