|
V.
-
Sarebbe meglio se vi metteste a letto, signora - disse pietosamente Giulietta -
non vi siete neppure spogliata.
- Non avevo sonno - rispose
semplicemente Caterina.
- Volete da colazione?
- No.
- Vi porto almeno il caffè
- Portami il caffè.
Le lagrime erano finite, ma gli occhi
le abbruciavano vivamente. Passò nello spogliatoio e se li lavò con l'acqua
fresca. Anzi immerse tutta la testa nella catinella, provando un grande
refrigerio in quella impressione di freschezza. Giulietta, col caffè, la trovò
ancora a prendere quel bagno.
- È venuta la cameriera del signor
Sanna. Il povero signore ha farneticato tutta la notte: questa mattina, in
salute vostra, ha buttato un'altra volta il sangue. Dice la cameriera che è uno
spettacolo da piangere. Come ha potuto succedere, Madonna mia, questo brutto
fatto!
Caterina le alzò in volto gli occhi
freddi e severi e la guardò. Giulietta, intimidita, tacque.
In cucina, poi, essa
disse al servitore, al cocchiere e al cuoco:
- La signora è femmina, come ce ne
stanno poche. Vedrete che sopporterà questa disgrazia con coraggio.
- E che ha da fare? - soggiunse il
servitore. - Se stava bene il signor Sanna, era ben fatto se fosse andata a
stare con lui.
-
Sst! - zittì il cuoco - la signora non è femmina da questo. La conosco io, che
l'ho in pratica. Non lo farebbe.
- Io dico che il signore non torna
più.... - soggiunse, poi, il cuoco. - Ci scherzate? Quella donna Lucia è una
femmina fina assai.
Caterina, in camera sua, andava e
veniva, riponendo in ordine certi oggetti sparsi, il cappello, lo scialle,
aprendo e chiudendo gli armadi: si trattenne qualche tempo ritta innanzi ad
essi, passando in rivista gli scaffali della biancheria, contando la roba, come
se la volesse catalogare. Si fermava a pensare, ogni tanto, quasi verificasse
le cifre che aveva in mente. Questo esame lungo e minuto le fece perdere molto
tempo. La roba di suo marito era tutta lì; in un angolo il fucile da caccia, la
carniera e la cartucciera. In camera era tutto in ordine. Passò nel salotto,
dove la sera prima aveva letto quella lettera. I cassetti della scrivania di
suo marito erano aperti, ad uno stava la chiave: li rovistò, carta per carta,
lettera per lettera. Erano tutte carte di affari, contratti, donazioni,
affitti, fatture, le lettere di amicizia, le lettere che lei, Caterina, gli
scriveva quando egli era assente: tutto l'incartamento della Esposizione era
là, verbali, rapporti, relazioni, comunicazioni. Ella sfogliò pazientemente
questa roba. Lesse tutto, seduta, tenendo il cassetto sulle ginocchia,
appoggiando il gomito sulla scrivania, e reggendosi la fronte con la mano.
Avvertiva solo un grande stordimento, sentendosi la testa vuota e le orecchie
ronzanti. Ma le passava, e ricuperava tutta la lucidità della sua attenzione.
Dopo, finita la lettura, impacchettò tutte le lettere, attaccandole con lo
spago, riunì in tanti fasci le carte che concernevano gli affari, e vi scrisse,
con la sua calligrafìa rotonda e chiara, il titolo dell'affare, la data, il
nome. Non le tremava la mano, scrivendo, e quando ebbe finita questa lunga
faccenda, ripulì la penna sul nettapenne e abbassò il coperchio del calamaio.
Ma in fondo al grande cassetto trovò un altro fascio di carte: erano i capitoli
matrimoniali, dieci fogli di carta bollata: li lesse tutti, ma li ripose al
loro posto, senza scrivervi nulla sopra.
Chiuse i cassetti e riunì la chiave al
mazzo delle altre, che serbava in tasca.
- È mezzogiorno - disse Giulietta. -
Volete fare colazione o vi volete consumare così?
Ella osava, con la padrona, quell'affettuosa
e brusca famigliarità che hanno i servi napoletani, quando vi è una sventura in
casa.
- Portami un'altra tazza di caffè.
- Almeno bagnateci una pagnottina
dentro. Digiuna non ci potete stare.
Caterina si era seduta sulla poltrona,
aspettando che Giulietta le portasse il caffè. Stava così, senza pensare,
contando le rose del tappeto, osservando che piegavano una a destra e una a
sinistra, cosa a cui non aveva mai badato. Prese l'altro caffè, poi andò a
sedersi alla sua scrivanietta, dove conservava tutte le proprie lettere. Queste
erano già classificate, per quella costante abitudine di ordine, che
l'accompagnava in tutte le sue cose. Ve ne erano di sua zia, di Giuditta, delle
sue maestre, di Andrea. Il pacchetto più grosso era quello su cui stava
scritto: Lucia. Questo pacchetto era profumato di ambra; ella lo disciolse - e
una per una, con un'attenzione tranquilla, rilesse quei fogli di carta velina,
scritti di traverso, di su, di giù. Non sorrideva, non impallidiva, non le
tremavano le mani, non le tremavano le labbra. La lettura fu lunga, tanto che
alla fine una stanchezza le apparve sul viso. Richiuse la scrivanietta, ne tirò
la chiavettina che andò a raggiungere le altre, in tasca. Le erano rimaste in
grembo, disordinate, aperte, fuori delle buste, le lettere di Lucia: raccolse
il suo abito come un grembiale, andò a inginocchiarsi presso il caminetto
acceso, e una per una, foglio per foglio, le lettere furono bruciate. La carta
velina faceva una fiammetta alta e breve, poi si spegneva, riducendosi in una
cenerina biancastra ed evanescente. Più forte si sentiva il profumo dell'ambra
gialla, a cui si mischiava l'odore della ceralacca liquefatta dei suggelli e il
puzzo di bruciaticcio. Ella, inginocchiata, il capo inclinato, sorvegliava il
rogo. Quando fu consumato, mischiò quelle ceneri a quelle della legna, e si
rialzò, ripulendosi macchinalmente la veste alle ginocchia.
La cassa forte, in ferro, era là,
accanto al camino. Come la scrivania, Andrea l'aveva lasciata aperta e con la
chiave vicino. Ella aperse addirittura e passò in rivista quello che vi era.
Andrea aveva portato via centomila lire in cuponi di rendita al latore e in
azioni della Banca Nazionale. Rimanevano i titoli intestati, quelli della dote
di Caterina, e un fascio di altre azioni. Vi era in un cantuccio gli astucci
dei gioielli di Caterina. Ella contò il denaro, classificò le gemme, e sopra un
pezzetto di carta scrisse quelle cifre; lasciò quella noticina nella scrivania;
prese dalla moneta spicciola una carta da dieci lire, la ripose nel suo piccolo
portamonete di bulgaro, e chiuse la cassa forte. Così l'ordine di quello
scrittoio era completo. Ella si riposò sopra una poltroncina, presa dalla
stanchezza.
Ma un nuovo impulso di volontà la fece
alzare: passò in un altro salotto, poi nel salone, di cui spalancò le finestre.
La giornata splendida di dicembre entrò col suo cielo di un azzurro profondo,
col suo bagliore di sole, con la sua aria tiepida. Caterina non aveva nulla da
fare nel salone: solo, passando accanto a un balcone, accomodò armoniosamente
le pieghe di una cortina; portò da una mensola all'altra due coppe di Murano, e
si allontanò un momento, per giudicarne l'effetto. Come ebbe guardato tutto,
con la gaia luce che illuminava il mobiglio di broccato grigio-perla a fiori
rosso-corallo, i cristalli, le statuine, i gingilli delle mensole, essa
richiuse le finestre, ribattè le imposte, e lasciò dietro di sé il salone e il
salotto giallo immersi nell'oscurità.
Quando fu nella stanza
da pranzo, Giulietta accorse, credendo che Caterina volesse prendere qualche
cosa. Invece Caterina considerava le grandi credenze, calcolando mentalmente:
-
Dal servizio di Baccarat, quanti bicchieri mancano, Giulietta?
- Manca uno di quei grandi per l'acqua
e uno col peduccio, pel vino di Francia.
- Va bene: e di questo qui di Boemia?
- Uno solo: ma fu Monzù, con
una gomitata, che lo buttò in aria.
- Capisco. Credo che vi sia una
forchetta coi rebbi storti.
- Sì, signorina.
- Va bene; potete andare. Oggi ci è da
stirare, mi sembra.
Giulietta se ne andò, tutta consolata.
Poiché la signorina aveva il tempo e la voglia di occuparsi così minutamente
della casa, è segno che si era già persuasa della disgrazia. E quando gli
uomini sono birboni, perchè prendersi tanta collera? Il signore, prima, era
buono, poi si era fatto tutt'altro. Giulietta, innanzi a un grande tavolone
dove aveva ammucchiata la biancheria, prendeva col cavo della mano dell'acqua,
da una scodella e la spruzzava sui panni di bucato. Accanto a lei passò
lentamente Caterina, si fermò un istante.
-
Badate ai petti delle camicie, Giulietta. La settimana scorsa due erano
abbronzati.
- Dipende che feci troppo riscaldare
il ferro. Oggi starò attenta.
Caterina entrò in cucina. Monzù, che
chiacchierava vivamente con Gaspare il servitore, si tacque. Ella girò intorno
il suo sguardo freddo e indagatore, lo sguardo della padrona severa, ma giusta.
- Monzù, raccomandate al
garzone di far arrivare l'acqua negli angoli, quando lava. Pulire solo in mezzo
non serve a nulla.
- Gliel'ho detto tante volte a quel
garzone, ma signora mia, è uno scansafatiche. Quando viene oggi, lo sgriderò.
- I conti sono in regola, Monzù?
- Dovremmo farli lunedì, dopodomani.
- Facciamoli oggi.
E sopra un angolo della tavola, nel gran
libro di servizio, legato in pelle rossa, Caterina fece i conti con Monzù. Gli
rimaneva il denaro per un'altra settimana almeno.
-
Debbo preparare per la signora sola? - chiese lui.
- Non preparate per me, oggi. Io
pranzo fuori. Pensate ai servi.
Girando sui tacchi, se ne andò. Il
cuoco rivolse uno sguardo trionfante al servitore: egli lo sapeva che la
signora era femmina di coraggio e che non si sarebbe disperata.
Caterina rientrò in camera, guardò
l'orologio. Erano circa le tre: non aveva che il tempo di vestirsi. Cavò fuori
il suo abito di casimiro nero e la pelliccia. Lentamente, portando alla sua
acconciatura le cure più minuziose, si rivestì da capo a piedi. Aveva già
stretto i capelli alla nuca, in un grosso nodo, tenuto fermo dal pettine biondo
di tartaruga. Si guardò bene nello specchio. Era un po'pallida, con due
striscie rosse sotto gli occhi: del resto aveva la sua fìsonomia abituale.
Prese il fazzoletto, il portamonete, e se li mise in tasca: calzandosi i guanti
neri, chiamò Giulietta.
- Fate attaccare - disse. Aspettò in
camera l'avviso che la carrozza era pronta. Non aveva dimenticato nulla? No,
nulla. La casa era assestata da cima a fondo, nulla che trascinasse, nulla che
non fosse al suo posto: tutto chiuso, le chiavi passate nell'anello. Vediamo,
si era scordata di niente? No. Si palpò nella tasca per sentire se vi era un
oggetto che le serviva, e lo sentì sotto le dita. Non aveva scordato nulla.
Aspettava, senza impazienza: aveva il tempo, poiché s'era vestita presto, al
suo solito.
Quando Giulietta ritornò, ella si
alzò, si fece aiutare a mettere la pelliccia nera e, passandole innanzi:
- Giulietta, io vado a Centurano per
affari.
-
Ma a Centurano non vi è che Matteo!
- Basterà: voi
state attenta qui.
- Non potrei venire io?
- Io rimarrò a Centurano una notte
sola.
- Allora ritornate domani?
- Naturalmente. A rivederci,
Giulietta.
- La Madonna vi accompagni, signorina.
Non dubitate, che qui tutto andrà bene.
L'accompagnò sino alla scala. Caterina
se ne andava, senza guardarsi attorno, col suo passo eguale, con la veletta
calata sugli occhi.
- La Madonna vi accompagni e fate buon
viaggio e presto ritorno.
- A rivederci, Giulietta.
Quella lì però s'era messa alla
finestra dell'anticamera, che dava sul cortile. Caterina montò in carrozza, non
voltò il capo, e disse al cocchiere:
- Alla stazione, alla partenza.
Per la via di Foria incontrò in una daumont
Giovanna Casacalenda, con suo marito, il commendatore Gabrielli. Giovanna
si ergeva, bella, con gli occhi fieramente voluttuosi sotto la falda nera e
piumata del suo cappellone Rubens: il commendatore aveva la sua aria
composta di vecchio, la collana di barba ben disegnata dal barbiere, il suo
sguardo obliquo dietro gli occhiali d'oro, e il moto stirato del labbro, la sua
convulsione apoplettica. Marito e moglie non si parlavano, non si guardavano.
Dietro, sul carrozzino alto ed elegante, dalle ruote coi raggi sottili, Roberto
Gentile, nel suo pomposo costume di cavalleria, guidava, superbo, inarcando la
gamba, sviluppando il torace. Egli guidava, seguendo la daumont, senza
che Giovanna Casacalenda fingesse di accorgersene, mentre il commendatore
Gabrielli serbava il suo contegno di marito posato e sicuro. Giovanna salutò
sorridendo Caterina, il marito fece una scappellata. Era evidente che le amiche
non sapevano ancora nulla.
Nel vagone di prima classe dove
viaggiava questa piccola signora, sola, vestita di nero, chiusa nella
pelliccia, con le mani finemente inguantate di capretto, non vi era che una
coppia di viaggiatori tedeschi, marito e moglie, o fratello e sorella, o zio e
nipote, o padre e figlia, da non potersi distinguere, tanto erano biondi di
capelli, rossi in viso, rassomiglianti e senza età. Erano pieni di scialli, di
coperte, di sacchetti, di Baedeker, e parlottavano continuamente,
sogguardando ogni tanto la piccola signora che, seduta nell'angolo, guardava la
campagna napoletana nel tramonto invernale. Quando si giunse a Caserta, la
giovine donnina, traversò il vagone, chinando il capo a un saluto, e discese; i
due viaggiatori dettero un sospiro di sollievo.
- Alza il mantice e portami a
Centurano - disse ella al cocchiere, salendo in una carrozzella da nolo.
Soltanto, dinanzi al palazzo reale, solenne,
silenzioso, tutto chiuso, quasi diventato pallido nella solitudine onde era
stato colto di nuovo, ella si chinò a contemplarlo, vedendo sotto l'arco del
grande portone una distesa di parco, e lontano lontano un nastro bianco che era
la cascata. Ma subito si rigettò indietro e non cavò più fuori la testa per
tutta la via. Cresceva il crepuscolo invernale, breve, intenso: una brezza
freschissima passava sui campi seminati e fra gli alberi nudi.
Le ville di Centurano erano quasi
tutte chiuse, salvo due o tre, dove i proprietarii abitavano di estate e di
inverno. Le case dei coloni erano solamente illuminate. La sera veniva, d'un
colpo solo. Matteo, che fumava la sua pipa, appoggiato all'arco del portone,
non riconobbe Caterina che quando costei ebbe pagato il cocchiere e che costui
voltò per andarsene dopo aver augurato la santa notte....
- O signorina....
o signorina.... - balbettava Matteo, tutto confuso, nascondendo dietro il dorso
la sua pipa.
- Buona sera, Matteo. È aperto su?
- Ho qui le chiavi, signorina.
- Si può passarvi una notte?
- Certamente,
signorina. È sempre tutto pronto, letti rifatti, stanze spazzate.
Preso un lume a olio dalla sua stanza
a terreno, egli l'accompagnò per le scale, facendo tintinnare le chiavi.
-
E il signore, arriverà fra poco?
- No, il signore non viene. Basterò
io.
- Gli volevo far vedere come stavano
bene Diana e Fox: ingrassano tanto, non hanno nulla da fare.
- Glielo dirò io, domani.
- Rimanete sola questa notte,
signorina?
- Sola: ho da ritrovare certe carte
interessanti e non potevo mandare nessuno.
- Ma per il pranzo, signorina? Se vi
adattate, quattro vermicelli al sugo di pomidoro e una frittata, Carmela la sa
fare. Non è roba per voi, certamente, ma per una sera solamente....
- Ho pranzato a Napoli. Non mi serve
nulla.
Malgrado le cure di Matteo,
l'appartamento del primo piano aveva l'aspetto triste, l'aria fredda delle case
disabitate. Ella rabbrividì, entrando nel salotto, dove aveva passata quasi
tutta la sua vita di villeggiatura.
- Ora facciamo un po’di fuoco nel
caminetto.
E mentre,
inginocchiato, egli soffiava sotto le legna, ella si toglieva i guanti, li
stirava, li posava sul tavolino.
-
Scusate, signorina, come sta la signora donna Lucia?
- Sta bene.
- Meno male: povera figlia, stava
sempre così malatuccia. Con quel marito che non aveva un tornese di salute! E
il signor don Alberto, come sta?
-
Sta male.
- La cattiva stagione, eh! Ma quando
il Signore ci vuole, non si può disubbidire.
- È vero, Matteo.
Dunque, in casa tutto è in ordine?
-
Tutto, signorina mia. Come mi avete detto di fare, così ho fatto. La stanza
della signora donna Lucia sta tale e quale. Volete vederla?
- Vediamola.
Matteo col lume, lei dietro,
visitarono quella stanza: ella si trattenne sulla soglia, provando di nuovo quella
sensazione di freddo.
-
Ogni mattina apro e ci faccio entrare il sole. Carmela spazza, io spolvero.
Vedete, vedete, signorina, che polvere non ce n'è. Ditelo al signore.
- Sì, glielo
dirò. Chiudete la camera, Matteo. Andiamo nella mia.
Vi andarono: lì dentro ella si mise a
battere i denti.
-
Accendiamo il fuoco anche qui, signorina?
- Sì, accendetelo: ci vuole anche un
altro lume. Smise la sua pelliccia e la buttò sul letto. La camera era piena di
ombre, che non diradava la scarsa luce della lampada a beccuccio, che usano i
contadini. Matteo ritornò con un lume più grande.
Ella si era seduta sul sofà. Matteo
rimaneva ritto innanzi a lei, come se dovesse farle un rapporto.
-
Dunque ci sono novità? - chiese Caterina comprendendo che Matteo voleva essere
interrogato.
- Ci sta che una settimana fa venne un
grande vento, e per la dimenticanza di Carmela che aveva lasciato le finestre
aperte, si ruppero quattro vetri nella stanza da pranzo.
- Li avete fatti rimettere?
-
Sicuramente.
- Li porterete a conto.
- È venuto il parrocchiano, don
Claudio, perchè vogliono rifare il tetto della chiesa e contano sulla carità
dei fedeli, e dice che voi, signorina, che fate tante elemosine, non vi
scorderete della chiesa.
- Che gli avete risposto?
- Che scriva a voi a Napoli.
- Avete fatto bene. E poi?
- E poi il figlio di Mariagrazia è
morto.
- Quel bel bambino?
- Gnorsì: Mariagrazia è stata per
morirsene anche lei, in salvamento vostro.
- Direte a Mariagrazia che m'è
dispiaciuto il suo caso. Che farà lei?
- Andrà a servire a Napoli. Povera
femmina! E Peppe Guardico ci è venuto in Napoli?
- Sì: ci è venuto.
- Allora avrà fatto a voi l'ambasciata
della pietra del molino, che s'era spaccata. Vi ho detto tutto? Sì.... così mi pare.
No.... mi scordavo di meglio. Un giorno, levando la polvere, Carmela ha trovato
una carta scritta, sotto l'orologio. Sempre volevo metterla dentro una busta e
mandarla a voi, signorina. Poi, siccome io dovevo venire a Napoli, ho detto:
gliela porto io. Vado a prenderla?
- Andate - disse ella.
Una lieve espressione di stanchezza si
diffondeva di nuovo sul suo volto; le palpebre appesantite si richiudevano, pel
bisogno del riposo. Il calore che veniva dal caminetto aveva diradato e vinta
quella impressione di freddo. Ella si scosse due o tre volte per vincere quel
torpore. Matteo rientrò, portando un foglietto di carta velina, piegato sino a
divenire microscopico.
- Siccome nè io nè Carmela sappiamo
leggere, ci poteva essere scritta la sorte vostra, che non ne sapremmo niente.
Ella aprì il foglio e lo lesse. Niente
apparve sul suo volto. Lo ripose in tasca.
- È un conto di certa roba, che io ho
dimenticato. Potete andare a letto, Matteo.
- Non vi serve altro?
-
Niente altro.
- Non abbiate paura di nulla, signorina.
Io sto abbasso: il campanello arriva nella stanza mia. Se vi serve qualche
cosa, chiamate.
- Vi chiamerò, ma non
mi servirà niente.
-
Domani mattina, a che ora il caffè? Carmela lo sa fare, il caffè.
- Alle nove. Io partirò col treno
delle dodici.
- La carrozzella quindi alle undici
abbasso al portone.
- Sì.
- Vi serve niente altro, signorina?
-
No.
- Volete scrivere, forse?
- Io non ho da scrivere a nessuno.
- Io me ne vado a cena, due foglie
d'insalata e un pezzo di formaggio e poi a letto; ma sempre pronto ai servizi
di vostra eccellenza. Per caso, vorreste far riscaldare il letto?
- No.
- Non ci sarebbe che da fare un po'di
fuoco in cucina.
- No.
- Buonanotte, signorina. Dormite bene.
- Buonanotte, Matteo.
Se ne andò, col suo lume, tirandosi le
porte dietro. Ella intese allontanarsi il rumore dei passi e chiudersi l'ultima
porta. In quel momento suonavano le otto e mezzo. Si abbandonò sul sofà, gli
occhi chiusi, impallidita, come svenuta.
Aveva aspettato due ore intiere, senza
alzarsi da divano, immersa in quella specie di stanchezza che le spezzava le
membra. Sentiva scoccare i quarti d'ora, contandoli. Il fuoco del caminetto si
era lentamente coperto di cenere, ma nella stanza rimaneva un tepore, un fiato
caldo. Ella voltava le spalle al lume. Quando sentì suonare le undici, s'alzò
in piedi. La vigorìa era ritornata dopo quelle due ore di riposo. Andò presso i
vetri, ma non vide nulla. Poi, senza prendere il lume, in punta di piedi, andò
nel salotto che aveva una finestra sul cortile. La stanza di Matteo era oscura:
sicuramente Matteo dormiva da due ore. Il silenzio profondo premeva sulla casa.
Allora pensò che l'ora era giunta.
Ritornò in camera sua, prese il lume, e con precauzioni infinite attraversò la
sua stanza, il salotto, la sala di bigliardo, la stanza da pranzo,
l'anticamera. Riparava con la mano il lume quasi volesse diminuirne il
chiarore: passava nelle stanze, scivolando, come se non camminasse, e la sua
piccola ombra nera si proiettava sulle pareti, diventata immensa. Uscì nel
pianerottolo, scese due scalini ed entrò nella cucina.
Aveva posato il lume sulla tavola di
marmo bianco. Sempre camminando in punta di piedi, traversò la cucina, appoggiò
una sedia alla parete, vi salì sopra e staccò dal muro, dove era sospeso fra le
casseruole lucide e le forme dei pasticci, il braciere di rame dai piedi di
ottone, foggiati a zampe di gatto. Pesava: per poco ella non si arrovesciò
indietro. Lo posò a terra vicino al focolare. Poi, chinandosi innanzi all'arco
dove si riponeva il carbone, con la paletta, senza raspare, senza far rumore,
empì il braciere di grossi e piccoli pezzi di carbone. Si soffiò sulle dita,
per toglierne via la polvere di carbone. Ma quando andò a sollevare il
braciere, vide che aveva bisogno di tenerlo con le due mani e che non avrebbe
mai potuto portare il lume. Lasciò il braciere e riportò il lume in camera sua.
Poi ritornò in cucina all'oscuro, a tentoni, Prese il braciere: a ogni porta lo
deponeva e chiudeva la porta. Attraversò così tutta la casa, portandosi con sé
quel fardello che le stancava le mani. Nel salotto aveva visto un giornale
vecchio; lo prese e se lo portò in camera. Chiuse la porta della sua camera a
chiave.
Guardandole vicino al lume, si trovò
le mani sporche di carbone e se le lavò nella catinella, asciugandole
accuratamente. Andò al balcone, come per chiudere le imposte: nella notte cupa
brillavano le altissime stelle, e la fontanella della via cantava la sua eterna
e fresca canzoncina. Ella preferì lasciare aperte le imposte. Ritornò al
caminetto e vi abbruciò la lettera in cui Lucia le chiedeva pietà,
annunciandole che partiva - e il biglietto d'amore ad Andrea trovato da Matteo.
Mescolò le ceneri, come aveva fatto a Napoli: così non rimaneva più traccia di
nulla. Tolse la pelliccia dal letto e la posò sul divano. Doveva fare più
nulla? Sì: le chiavi. Le cavò di tasca e le pose sul piano del caminetto, bene
in vista. Non doveva fare più altro.
Allora prese una sedia, la trasportò
vicino al letto, la pose sotto l'immagine della Madonna, s'inginocchiò sul
tappeto, appoggiando il corpo alla sedia, come al collegio. Lì, con la fronte
fra le mani, senza guardare l'immagine, pregò. Le labbra si muovevano
lentamente ma nessun sibilo usciva da esse. Non piangeva, non singhiozzava, non
sospirava neppure. Non si capiva se ripetesse a mente le preghiere solite o se
parlasse alla Vergine, dicendole quello che pensava. Era una preghiera muta,
lunga, tranquilla: non un sussulto, non un trasalimento, non un brivido. Si
segnò due volte, guardò un istante il quadro della Madonna, e si rialzò. Poi
mise la sedia al suo posto.
Prese il giornale e lacerò una
striscia che piegò a quattro doppi e che mise sotto la porta, otturandone
perfettamente la fìssura. Con un turaccioletto di carta tappò il buco della
serratura, da cui aveva tolta la chiave. Lacerò un'altra striscia e andò a
metterla sotto il balcone: otturò il bucherello, dove passava l'acqua piovana.
Mise la testa alla chiusura del balcone per sentire se entrava aria: no, le
imposte combaciavano perfettamente, non entrava aria. Guardò attorno pensando
se potesse entrare aria da qualche altra parte. No.
Tirò il braciere in mezzo alla stanza:
con un pezzetto di carta infiammato al lume accese un paio di carboncini.
Soffiò sul fuoco, per farlo dilatare. Poi si rialzò, portò il lume presso il
letto, sciolse le tendine bianche del letto; stette immobile un istante, come
se pensasse. Si voltò al braciere dove l'un carbone accendeva l'altro e il
mucchio acceso si dilatava: sentì una pesantezza percettibile alla testa. D'un
colpo soffiò sul lume e si coricò sul letto, tirandosi la tendina, stendendosi
al posto dove dormiva sempre. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quel bel sole d'inverno illuminò una
camera, dove una nebbiolina avvolgeva tutto. Dietro le tendine bianche era
distesa la piccola morta. Vestiva di nero, i piedi distesi e uniti, la testa
appoggiata ai cuscini: pareva diventata più piccola, una bambina. La faccia era
terrea. Non si erano scomposti i capelli: la bocca schiusa come in cerca
d'aria, le labbra violacee, il petto lievemente sollevato, il resto del corpo
affondato. Gli occhi di questa piccola morta erano spalancati, ma vitrei, come
nella stupefazione di qualche spettacolo incredibile. E intorno alle mani
terree, dalle dita violacee, azzurreggiava un rosario di lapislazzuli, per metà
spezzato.
FINE.
|