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III.
Anna Acquaviva
era stata tre settimane in lotta con la morte. Febbre ad alta temperatura,
abbattimento letargico, e al terzo giorno le striature rosse delle guance,
delle tempia, si eran fatte di un rosso vivido; sul collo, sulle mani, sulle
braccia eran comparse delle macchioline di un rosso acceso, dove più piccole,
dove più grandi: le labbra, specialmente, e le palpebre ne erano cosparse. In
breve tutta la pelle ebbe queste vivide macchie e la febbre purpurea si
dichiarò in tutta la sua veemenza. Vale a dire che il sangue troppo ricco,
troppo ardente, troppo precipitoso, aveva così fortemente scosso i tessuti
delle vene, che questi tessuti indeboliti, quasi consunti, lo avevano lasciato
trapelare, e tutto il bollente sangue era venuto sotto la pelle, a macularla.
Al sesto giorno queste macchie si gonfiarono, divennero nerastre, come quelle
di una echimosi: e quelle degli occhi, quelle delle labbra, quelle delle mani
ruppero l'epidermide, in più punti, e lasciarono sgorgare un sangue nerastro.
Mentre il grado della febbre non voleva diminuire, malgrado il chinino, Anna
pareva sputasse sangue, pareva piangesse sangue; pareva che le sue mani,
torturate, come quelle di Gesù, stillassero sangue. A goccia a goccia, dagli
occhi chiusi in quell'invincibile torpore, dalla bocca tumida e schiusa ad
aspirare invano l'aria che mancava al petto oppresso, dalle mani abbandonate
sulla coltre il sangue cadeva caldo ancora, bruno, dilatantesi sulla pezzuola
bianca con cui la silenziosa infermiera, Laura Acquaviva, lo rasciugava. La
purpurea, in quel temperamento sanguigno, assumeva una forma violenta; e il
volto tutto rigato da sottili strisce di sangue, restava acceso. La malata di
nulla s'accorgeva, non apriva gli occhi, non chiamava; inerte, senza sentire
tutta quella vita che fuggiva da lei, da ogni poro: solo ogni tanto, di notte,
si lamentava sommessamente, con tale dolore, come se soffrisse senza poter dire
dove e come, senza poter essere soccorsa. Allora Laura Acquaviva, la sorella, o
Stella Martini, la damigella di compagnia, o suor Crocefissa, che vegliavano
una notte per ciascuna, si piegavano sul letto della inferma, chiedendole
pianamente che avesse, dove soffrisse, che cosa potesse darle sollievo. Niente,
Anna rispondeva: e il picciolo lamento continuava, profondo, insistente,
venendo dalle intime latebre: l'assistente si angustiava invano, cercando di
sollevare la malata sul letto, di aggiustarle l'origliere, di adattarle meglio
la vescica di ghiaccio sul capo; ella seguitava a lamentarsi pian piano, ma
sempre, quasi che nulla potesse dar pace alle sue sofferenze. Anzi una notte,
mentre parea riposasse più calma, dette un grido fortissimo, lungo, che
risvegliò tutti: e innanzi alle tre donne esterrefatte, altre due volte, a
intervalli di dieci minuti, Anna gridò ancora, lungamente come se vedesse uno
spettacolo orribile, come se provasse una sofferenza intollerabile. Alle tre
donne quei gridi parvero l'ultima voce della fanciulla, quasi rendesse lo
spirito.
Ma non morì.
La febbre purpurea digradò giorno per giorno, lentissimamente, ogni giorno un
decimo di grado: le echimosi nerastre degli occhi, delle labbra, delle mani,
cessarono di sgorgar sangue e rimasero vivide, come tante piccole ferite che si
andassero cicatrizzando: le macchie di tutta l'epidermide s'impallidirono,
s'impallidirono, sparvero: e il volto martoriato, rifatto buono, si coperse di
un pallore mortale. Esangui le labbra, le gengive, le orecchie, glaciali le
mani: e sotto i neri occhi che non si aprivano, adesso, per la immensa
debolezza, appariva un'ombra violacea. Pure la lotta con la morte era finita:
ma Anna Acquaviva vi aveva rimesso tutto il miglior sangue della sua
giovinezza. Così un guerriero valoroso che sopravvive sì alla battaglia, ma che
ne ritorna smorto come un fantasma, oggetto di pietà a coloro che lo amavano e
che lo videro partire gagliardo e animoso.
Mentre il
breve febbraio declinava al marzo, ella aveva vinta la morte, eroicamente; e ai
primi tepori della primavera marzaiola napoletana, ella era cerea e sfinita,
con un lieve soffio di respiro, che le passava fra le labbra secche e bianche,
stanca di reggere il peso dei neri capelli sulla nuca. Con una infinita
pazienza, Stella Martini cercava di pettinarglieli, senza che ella si levasse
dal fianco destro su cui giaceva, posizione consueta ai convalescenti delle
violente febbri: e fatte le due lunghe trecce, le disponeva lungo la persona
della inferma: così le davano meno fastidio. Talvolta in questo sfinimento
estremo, di sotto alle palpebre, che si tingevano leggermente di violetto anch'esse,
scorrevano delle grosse lacrime attraverso le ciglia chiuse, lacrime che si
disfacevano sulle guance, che bagnavano il collo: nè piangendo, la malata
singhiozzava, o si lamentava o sospirava.
Era un tacito
pianto lungo, lungo: tutte le lacrime che ascendevano senza posa dal cuore agli
occhi, a guisa di onda quieta e continua, che sgorga sempre, fino a che non si
inaridisca la sorgente. Allora una delle tre donne che assistevano Anna, la
sorella Laura, o Stella Martini, la damigella di compagnia, o suor Crocefissa,
la monaca, le rasciugavano pietosamente il viso, chiedendole che avesse, che
volesse. Anna non schiudeva gli occhi, ma col segno di una mano, movendo un
dito accennava che la lasciassero piangere, che le faceva forse bene, di
piangere. Così aveva anche ingiunto Antonio Amati, il grande medico napoletano,
che aveva salvato Anna Acquaviva da quella furiosa e bizzarra tifoide che è la
purpurea: lasciassero fare alla inferma quello che le piacesse, senza
contrariarla mai. Aveva perduto il sangue da tutte le vene, da tutti i pori:
adesso quel resto di forza che era in lei, parea che si liquefacesse in quei
fiumi di lacrime che versava, attraverso le palpebre socchiuse, senza
singhiozzare e senza sospirare.
Come Veronica
asciugò il volto del divino Martire, le pie assistenti si chinavano a tergere
le lacrime: e obbedendo a lei stessa, al gran medico, non le dicevano parola di
conforto. Forse non era neppure un dolore vivo che le faceva versare quei
pianti silenziosi: era come uno sfogo tacito ed intimo, come l'ultimo e
profondo tributo a una cosa morta, come la corona votiva che in segreto, a
occhi bassi, a passi cauti, si va a deporre sopra una tomba ignota agli
indifferenti, nota a chi ha amato e sofferto.
Cesare Dias,
in quel periodo, abbandonando le sue consuetudini mondane, che gli prendevano
molta parte delle sue giornate di celibe galante, era venuto due o tre volte al
giorno al palazzo in piazza Gerolomini, a vedere come stava Anna. In realtà le
due fanciulle non avevano altri parenti più prossimi che lui: e Cesare non era
neppure un parente: era un tutore, un amico del padre, un compagno di avventure
giovanili di Francesco Acquaviva. Ma la giovane moglie di Francesco Acquaviva
era morta cinque anni dopo la nascita della seconda figliuola, Laura, che le
rassomigliava perfettamente; e Francesco Acquaviva, vedovo prestissimo, di
carattere vivacissimo, di temperamento ardente, aveva abbruciata la sua
esistenza a tutte le fiamme mondane. Le due fanciullette che crescevano in
casa, senza madre, con tutte le cure del lusso, non potevano essere un freno
per il padre, che godeva la vita come se dovesse morir presto anche lui, come
la sua bionda e candida moglie dai bigi occhi e dai bei capelli. Compagno suo,
come fratello, ma freddo, ma composto, ma così materiato di scetticismo che
stupiva ognuno, era Cesare Dias, il gaudente solitario e corretto, colui che
pur amando le donne, il giuoco, i cavalli e i viaggi, pareva disprezzasse
altamente tutto questo: e quando Francesco Acquaviva fu colto dalla malattia di
cuore di cui doveva morire, nella sua stravaganza pensò che l'amico de' suoi
piaceri, che il fratello delle sue cene fosse abbastanza saggio, in fondo alle
sue follie, per poter sorvegliare le sue figliuole, per maritarle presto e
bene.
Cesare Dias
aveva compito il suo ufficio, non scevro di segrete noie per lui, con una
correttezza di gentiluomo, senza mai eccedere nella familiarità, facendosi
vedere scarsamente in pubblico con le fanciulle, pur vegliando su loro,
tenendole a distanza, non parlando mai con loro della propria vita,
tenendogliela nascosta anzi, seccato in fondo di questa tutela, desideroso di
liberarsene, costretto a una quantità di occupazioni poco divertenti e non
sentendosi affatto a suo agio con quelle ragazze. Tutore, lui, che non aveva
voluto aver famiglia, che si mangiava tutto solo la sua rendita, che odiava
tutte le relazioni sentimentali, tutti i legami in cui l'egoismo patisce, che
detestava tutte le forme delle parentele, delle amicizie obbligatorie? Tutore,
Cesare Dias, che aveva accomodato così bene la sua vita, in modo che non vi
entrasse nè soverchio amore, nè soverchio entusiasmo, nè nulla che fosse fuori
della correttezza – era la sua parola – correttezza – nè infine nessun carico
di filantropia, di mutuo soccorso? Ah questa idea bislacca non poteva venire in
mente che a quel pazzerellone di Francesco Acquaviva, stravagante marito e
stravagantissimo padre! Cesare Dias l'aveva presa sospirando, questa tegola
sulla testa: e anelava il giorno in cui le sorelle Acquaviva avessero trovato
dei mariti degni del loro nome e della loro fortuna. Quando la gente che lo
invidiava, gli diceva che era una fortuna per lui esser solo, senza obblighi,
senza seccature, egli rispondeva con un sorriso un po' nervoso, uno degli
scarsissimi suoi segni di emozione:
–
Compatitemi, invece: ho due figliuole, me le ha lasciate in dono Francesco
Acquaviva.
– Mah... si
mariteranno presto – gli rispondevano.
– Speriamolo
– mormorava lui come un padre inquieto.
Pure, quelle
non erano due figliuole per lui: egli non le amava. Piovutegli dal cielo,
conoscendole appena, avvolgendole in quel segreto disprezzo che hanno tutti gli
uomini mondani per le fanciulle da marito, credendole due insignificanti e
sciocche zitelle, non avendo, d'altra parte, nessuna tenerezza paterna nè
fraterna in fondo al cuore per nessuno, e molto meno per le ragazze di
Francesco Acquaviva, egli era stato diffidente con loro e si era chiuso in un
contegno anche più serio del consueto. Poi, come il tempo passava, studiando i
caratteri delle due fanciulle, quello di Laura così altero e chiuso, così
taciturno e fiero, quasi che ella avesse vissuto tutta una vita anteriore di
delusioni e di disinganni, quel carattere tanto naturalmente schivo di ogni
peccato e di entusiasmo, gli era vagamente piaciuto, così, come colui che vede
delinearsi in uno specchio mistico, fra le nebbie della fantasia, una figura
indefinita ma rassomigliante alla propria, e si piega, sorridendo, incuriosito,
per afferrarne meglio i contorni, e la visione subito sparisce, ma lascia un
senso grato. Niente più che questo. Una indistinta ammirazione, che era dunque
anche un'ammirazione di se stesso, un compiacimento del tutto egoistico;
sensazione fugace di diletto spirituale, che si prova leggendo in un libro una
idea che si è avuta, una volta, che si ha, che si ritrova espressa bene,
degnamente. Non era neanche una simpatia; era una rassomiglianza. Invece il
carattere di Anna, aperto, leale, turbolento, infiammabile per ogni cosa bella
o brutta, buona o cattiva, ma che le eccitasse la immaginazione, capace di
entusiasmarsi per una romanza, per un paesaggio, per un racconto triste, per un
volto di sofferente, per una voce commossa, quel carattere sempre impetuoso,
sempre generoso, che buttava via tutta la ricchezza del suo sentimento, alla
ventura, gli sembrava così scorretto – ah era la sua parola, la correttezza –
così stravagante, così fuori d'ogni regola, di ogni convenienza, di ogni
criterio esatto della vita, che la fanciulla gli faceva sempre un effetto di
antipatia.
In presenza
di lei, per contrasto, egli assumeva un contegno anche più austero, pieno di
severità per tutte le sciocchezze della esistenza, pieno di misterioso disdegno
per tutta la rettorica umana, avente un aforisma di uomo scettico, di uomo tornato
indietro da tutte le sentimentalità, a ogni scoppio del buon animo
passionale di Anna.
Era un
miracolo, se i due caratteri, ogni tanto, non si urtavano gravemente: talvolta
ella si arrestava, presa da un segreto senso di rispetto, per quest'uomo che
aveva forse sofferto e che aveva forse ragione di avvilire gli uomini e le lor
passioni: talvolta era Cesare che taceva, sorridendo, pensando che non valesse
la pena di riscaldarsi, per una creatura bizzarra, degna figlia di Francesco
Acquaviva, che aveva gittato via la sua vita, al soffio di tutti i piaceri.
Anna diceva, pensosa: forse, egli ha ragione. Cesare diceva, sdegnoso: che
importa?
E così quando
Cesare Dias seppe che la sua pupilla Anna Acquaviva si era innamorata di un
giovanotto ignoto e senza danari, egli levò le spalle, mormorando: rettorica!
Non credette neppure di dirle qualche cosa, sapendo che queste grandi vampe
amorose sono attizzate dal vento della contraddizione; seccandosi sovra tutto
di discutere, con una ragazza che non ragionava più. Quando Giustino Morelli
gliene chiese umilmente la mano, dopo aver vinto le esitazioni della sua
rettitudine, il tutore oppose a tutte le ingenue domande dell'amore la crudeltà
dei sillogismi sociali, e pensò di aver vinto, quando vide andar via, pallido e
rassegnato, il giovane innamorato. Una delle teorie di Cesare Dias era che la
rettorica si combatte da se stessa: la rettorica sarà sempre uccisa dalla
rettorica. Pensava che messo a posto dalla sua glaciale alterezza,
quell'innamorato così timido e così dubbioso, nulla sarebbe più accaduto di
grave; e andò ai suoi piaceri, ai suoi svaghi, senza occuparsene più oltre, con
la sua stretta di spalle, moto familiare, dopo il quale egli riprendeva
immediatamente la sua correttezza. Ma l'analisi chimica ignora l'irrompere
spontaneo della vita, la critica ignora il genio, la ragione ignora la
passione. Quando Cesare Dias seppe che Anna Acquaviva era fuggita dalla sua
casa, che aveva abbandonato la sua famiglia, per darsi in balìa di un poveretto
sconosciuto, egli restò stupefatto: ed ebbe innanzi a sè la visione di una
forza ignota e veramente incommensurabile, che sollevava i cuori ad
altezze vertiginose, e toglieva le persone alle volgari leggi dell'esistenza.
Era un uomo che disdegnava le parole, che apprezzava solo i fatti, e veramente,
egli era sgomento; una fanciulla che giuoca il suo onore e il suo avvenire
così, è mossa da una leva possente, che deve essere rispettata. Ah, uno
sconvolgimento si faceva nell'anima di Cesare Dias che aveva delle idee fisse
e, degli aforismi prestabiliti, per tutte le evenienze della vita e che ora si
trovava di fronte a una crisi morale e materiale, in cui sarebbe naufragata la
felicità e forse la vita della fanciulla a lui affidata! Per la prima volta,
mentre tanti volontari dolori egli aveva disseminati intorno, senza portarne
nessun peso sulla coscienza, egli provò l'acuto rimprovero interiore, che
inquieta assai più di una parola della gente. Avrebbe dovuto sorvegliare la
fanciulla, essere più paterno, non abbandonarla senza guida alle lotte del
sentimento, sorreggerla in quel pericoloso viaggio, che è la gioventù con
l'amore.
Una pietà lo
animava per questa creatura debole, senza principii, senza resistenza d'idee,
senza fermezza di carattere, che al primo rumore della tempesta si piegava, già
perduta, che dava il corpo e l'anima all'abisso, senza chieder soccorso.
Pensava Cesare Dias, che se Anna Acquaviva fosse stata veramente sua figlia,
egli avrebbe vegliato, perchè nella mente fantasiosa entrasse un criterio
esatto e glaciale degli uomini e dei loro sentimenti: perchè nel cuore ardente
della fanciulla si chetassero le fiamme della passione, e che ella vedesse che
è impossibile di vivere ad altissima temperatura: se fosse stata proprio una
sua figlia, egli le avrebbe fatta, come la sua, un'anima di bronzo. Aveva
dunque mancato alla sua missione di protettore, di amico: eppure il morto
padre, Francesco Acquaviva, aveva avuto fede nella sua saviezza di educatore,
nella sua vigilanza affettuosa! Anna Acquaviva, di cui il carattere sempre
vibrante gli aveva ispirato il disdegno delle persone pratiche, positive per
tutto quello che è inutilmente sentimentale, adesso gli ispirava la compassione
della persona intangibile, verso chi è esposto a tutti i colpi della fortuna,
senza difesa. E mentre faceva il viaggio in carrozza da Napoli a Pompei, dopo
aver rassicurato con poche parole Laura, dicendole che egli sapeva ove era
Anna, in salvamento, e che andava a riprenderla, soggiungendole che bisognava
perdonarle, perchè era una povera creatura in balìa del suo cuore, egli si
prometteva di esser più attento, e sovra tutto di esercitare una influenza
seria, su Anna Acquaviva, perchè la debole anima rivivesse in un ambiente
austero e sereno, dove si potesse padroneggiare. Ah, se ella era fuggita di casa,
era, probabilmente, perchè più forte le era parso l'amore di Giustino Morelli
che l'amore di tutti loro; e pur troppo, sì, vi sono cuori che hanno necessità
dell'amore, come il corpo ha necessità di pane! Non già, non già che Cesare
Dias si fosse molto intenerito, non già che gli fosse nato nel cuore un novello
affetto; molto era in guardia, da anni, contro le sorprese del sentimento,
perchè una simpatia improvvisa sorgesse in lui. Ma era giusto, anzi tutto:
riconosceva di avere mancato: riconosceva che Anna non aveva trovato in casa il
vincolo, che la tenesse ferma: riconosceva che la infelice fanciulla era degna
di pietà.
E seguendo
l'intonazione del fatale giorno in cui egli aveva ricondotta la creatura
smarrita e quasi morente, alla sua casa, Cesare Dias e Laura Acquaviva, e
Stella Martini, le creavano attorno un ambiente silenzioso, calmo, indulgente,
benevolo, come si fa per chi commise un grave ma generoso errore, di cui solo
subisce il castigo. Laura Acquaviva, taciturna, pensosa, coi grandi occhi bigi
che sembrava avessero visto e sognato altre esistenze anteriori, con quell'arco
perfetto delle rosse labbra sempre chiuso, ella stessa andava e veniva nella
camera dell'inferma, ombra sfiorante il pavimento, fermandosi ogni tanto a
sorvegliare il torpore affannoso, o la veglia di Anna, non dicendole nulla,
chiamandola solo per nome quando ella si lagnava, temperando la luce, lasciando
che il silenzio, la penombra, il riposo facessero il loro effetto benefico
sulla furiosa febbre, sul dolore morale della inferma.
Cesare Dias
arrivava ogni mattina, entrava nella stanza in punta di piedi, chiedeva notizia
all'infermiera solo con un cenno, si sedeva lontano dal letto, senza parlare.
Se la malata levava la testa, se gli sbarrava in faccia i suoi occhi neri, che
avevano sempre l'espressione di un indicibile smarrimento, egli la chiamava con
la voce di quel giorno, le domandava come si sentisse: essa accennava
che stava meglio, una lieve luce appariva sulla sua fisonomia, e poi ricadeva
sull'origliere con le palpebre abbassate, improvvisamente, stanca, assorbita di
nuovo nelle sue contemplazioni interiori.
Cesare Dias,
senza farsi udire, si levava, se ne andava, parlando sottovoce anche nell'altra
stanza, allontanandosi per ritornare più tardi, nel pomeriggio, tenendo sempre
lo stesso contegno, anche la sera, quando la visita durava qualche minuto di
più. In piedi, nel salottino innanzi a lui, era Laura Acquaviva, sempre vestita
di bianco, di lana, con qualche cosa di monacale nel taglio dell'abito,
guardandolo coi suoi fieri e grandi occhi bigi, che avevano pensieri profondi e
sconosciuti, col nimbo dei fulvi capelli intorno alla bianca fronte; e pian
piano, scambiavano qualche parola:
– Va meglio?
– Pare.
– Ha dormito,
oggi?
– Non
dormiva, pensava...
– Ha detto
nulla?
– No.
– Chi la veglia, stanotte?
– Io.
– Voi vi
stancate.
– No, no –
ripeteva lei.
E non
dicevano altro. Spesso, di sera, Cesare Dias veniva in marsina: arrivava dal
circolo, dove aveva pranzato, andava a una partita di bèzigue, o
a una prima rappresentazione. Egli restava in piedi, col soprabito aperto
ed il cappello in mano, sempre corretto: in quell'abito, in quelle ore
serotine, con la lieve eccitazione del pranzo o della imminente festa, Cesare
Dias era ancora bello: gli occhi, alquanto smorti, riprendevano un po' del loro
splendore, si animava la tinta scialba delle guance, e i neri e lucidi capelli,
la sola ricchezza giovanile che gli fosse rimasta, completavano l'illusivo
aspetto del bell'uomo, ancora vigoroso nelle fibre: coloro che lo avevano visto
di mattina, non riconoscevano più, alla sera, la pallida figura di gaudente,
ormai annoiato anche dai godimenti; egli subiva in quelle ore una breve e
fittizia esaltazione, come se una bevanda sorbita gli suscitasse nelle vene un rigoglio
novello del sangue. Serenamente, biancovestita, Laura Acquaviva lo vedeva
partire, senza domandare donde venisse e dove andasse: quando lo aveva
salutato, ella ritornava in camera di Anna, lentamente, sfiorando il tappeto:
Cesare Dias fuggiva alla sua notturna esistenza, dimenticando la noia e la
stanchezza, ricercatore inquieto di nuovi e introvabili godimenti.
Cesare Dias
intuiva che, volendosi tentare una guarigione morale della giovanetta,
bisognava cominciarla in quel primo periodo di debolezza, in cui il suo animo
era malleabile come la cera; se la fanciulla riprendeva tutto il vigore del suo
temperamento, sarebbe stato impossibile trasformare il suo spirito. Giusto,
Anna Acquaviva era in una prostrazione così grande, che passava le giornate intere
immobile, con le braccia prosciolte lungo la persona, con le mani bianche e
fredde, col capo sepolto nel guanciale, le due trecce sciolte sul petto:
esangui le labbra, le guance, la fronte; senza vivacità di sguardo gli occhi.
Quando le parlavano, rispondeva con un cenno degli occhi, con un moto della
mano, con un lieve atto della testa: al più, con una parola, con voce
fiochissima. Si dovevano chinare su lei per udire la sua risposta, sempre la
stessa: – Come stai? – Meglio. – Che vuoi? – Niente. – Desideri qualche cosa? –
No, grazie. – Dopo richiudeva gli occhi, abbattuta: non le dicevano più nulla,
ma Anna sapeva che essi erano là, silenziosi, inchiodati sulle loro sedie,
scambiantisi solo delle occhiate significative. Fu un progresso nella sua salute,
un giorno, quando videro, Cesare Dias e Laura Acquaviva, che due o tre volte
essa li aveva guardati, con una espressione così intensa di mesto pentimento,
con una tale domanda di perdono di quei buoni occhi tristi, che non ci vollero
parole per dire il suo sentimento. Poi, dopo, ella ebbe l'aria di voler restare
sola con Cesare Dias, quasi che avesse da confidargli un segreto: lo seguiva
con l'occhio: parea tendesse l'orecchio, ai passi altrui: ma lui, cautamente,
non volle affrettare di un minuto la spiegazione. Difatti, fu un caso che
restassero soli, una mattina, la inferma e il tutore. Egli leggeva il giornale,
quando un soffio di voce arrivò al suo orecchio:
– Sentite...
Cesare Dias
si accostò: i neri occhi chiedevan perdono, sempre, umilmente; e Anna balbettò:
– Che avrete
pensato... che avrete detto...
– Non vi
agitate, mia cara, parleremo poi – disse lui, benevolmente.
– Sono stata
tanto colpevole... – singhiozzò l'inferma, facendosi sempre più pallida.
– Non parlate
così, cara Anna: dite che avete commesso una follia giovanile, e niente altro.
– Una colpa,
una colpa...
– Dite le
cose come sono, e non come voi le immaginate – replicò lui, con la sua
freddezza dominatrice – una follia giovanile.
– Quel che
voi volete – diss'ella, dominata, umilmente. – Ma se sapeste...
– So, so –
mormorò Cesare Dias, con l'ombra di un sorriso. – Calmatevi, ne parleremo un
altro giorno.
Era rientrata
Laura Acquaviva: la sua presenza fece finire il breve colloquio. Anna,
accasciata dallo sforzo, taceva. Ma nella serata, al poco chiarore di una
lampada accesa innanzi a una immagine della Madonna Addolorata, in un momento
che Anna si trovò in faccia i grandi occhi bigi e pensierosi di Laura, che
parea le facessero una domanda, ella si scosse e tentò sollevarsi sul cuscino;
attrasse a sè la sorella:
– Tu sei
buona... tu non sai... – mormorò.
– Sii
tranquilla.
– Sei
innocente, Laura... ma sei sorella... non mi giudicare.
– Io non ti
giudico, Anna.
– Laura,
Laura mia...
– Quietati,
Anna.
Il tono era
un po' duro, ma la mano di Laura carezzava la guancia esangue di sua sorella, e
costei, cullata da quella carezza, non disse altro.
Però da quel
giorno, ritornando sempre più alla salute, il sentimento di umiltà e di
contrizione innanzi a Cesare Dias, a Laura, crebbe, fu la nota iniziale della
sua espressione.
Più costoro
eran dolci con lei, di quella dolcezza compassionevole che si usa ai malati, ai
vecchi, ai bimbi, più questa dolcezza di pietà era in contrasto con la
freddezza, con la indifferenza passata, e più ella si sprofondava in un
pentimento amarissimo. Si sentiva, innanzi a loro, che eran sani di corpo e di
spirito, che andavano e venivano, che avevano il sangue tranquillo e la
coscienza pura, fiacca di salute, turbata di spirito, il suo passato le faceva
orrore, coi suoi inganni, con le sue pazzie, con le sue inutili e vergognose
aberrazioni, con l'abbandono di ogni decoro femminile – per chi, per chi? Per
uno sciocco senza cuore e senza coraggio, per un uomo che non l'amava, per una
creatura inetta e crudele nella sua inettitudine. Quando faceva il paragone fra
Giustino Morelli e le due persone, che ella aveva voluto abbandonare per lui:
Giustino così timido, così misero nel sentimento, così pauroso della passione,
ed essi così magnanimi, così dimentichi del suo errore: quando paragonava se
stessa a quei due, così larghi di perdono a un'anima traviata come la sua, il
pentimento si faceva più profondo. Anna avrebbe espiato, è vero: espiava di
già, da quel giorno, soffrendo, raumiliandosi nella sofferenza, tutta
immersa nella confusione dei cuori nobili, che riconoscono ed esagerano la
grandezza del proprio peccato morale. Con le vene impoverite, con le fibre
abbattute, coi nervi depressi, con l'anima inondata di lacrime, ella si sentiva
una creatura miserabile, senza forza, senza coraggio, indegna di qualunque
affetto: tutto quello che le si accordava, era una grazia. Ogni tanto, ella
andava con uno sguardo da Cesare Dias a Laura Acquaviva:
– Voi siete
buoni – mormorava più volte. Poi, questa frase istessa, il suono della propria
voce, la commovevano talmente, che le veniva da piangere: e impallidiva, sempre
più, con l'ombra nera sotto gli occhi che s'ingrandiva. – Così buoni... così
buoni – ripeteva, con voce fievolissima.
Adesso il suo
solo desiderio era un'obbedienza assoluta a quanto le avrebbe imposto il suo
tutore, a quanto le avrebbe consigliato sua sorella.
Mani e piedi
legati, ella si dava ai due esseri che aveva così crudelmente obliati, nei
giorni della sua follia: e convalescente di un eccesso di vitalità, sfinita dopo
la grande febbre, era per lei una dolcezza non voler più nulla, non saper più
nulla, credendo solo nella saggezza e nella bontà altrui. Le pareva,
lentissimamente, di rinascere a una nuova esistenza, quieta, placida,
irresponsabile, in cui ella non potesse più decidere niente, passiva, in una
passività senza sofferenza, in una tenerezza timida, in una dedizione di tutta
se stessa alla benevolenza altrui. Così, ogni volta che le parlavano, sempre
che le chiedevano il suo parere, la sua idea, sopra un balcone da aprirsi, su
un mazzolino di fiori da togliere dalla stanza, sopra un biglietto da scrivere
a un'amica che chiedeva notizie, ella diceva sì, chinando il capo, col
motto, col gesto, con lo sguardo.
Sì,
per quello che le diceva Cesare Dias, ingrandito ormai, nella sua fantasia,
alle proporzioni di un'anima superiore, non attaccata dalle miserie umane,
invincibile, troneggiante nelle sfere ideali dello spirito: sì, per
quello che le diceva Laura Acquaviva, sua sorella, la purissima, la
impeccabile, colei che sarebbe morta prima di macchiarsi; sì, per quella
poveretta della sua damigella di compagnia, Stella Martini, così buona, così
fidente, e che ella aveva ingannata così dolorosamente; sì, per la buona
suora che l'assisteva, Marta del Crocifisso, che passava la sua vita nel
sacrificio, nell'abnegazione, nell'altruismo più affettuoso; sì, per
chiunque. Non avrebbe detto che sì, Anna Acquaviva: poichè ella aveva
avuto torto e gli altri, tutti, avevano ragione.
Ella guariva.
Le restava, della sua malattia, non altro che una immensa prostrazione di forze
uno stordimento di testa, per cui non potea fissarsi sopra un'idea, un
desiderio di non muoversi dal letto, dalla stanza, di non levare una mano, di
tenere gli occhi socchiusi e il capo appoggiato ai cuscini. Cesare Dias veniva
dopo colazione, alle due, l'ora in cui gli uomini mondani non hanno
assolutamente nulla da fare, poichè le visite, le passeggiate non cominciano
che alle quattro. Le fanciulle lo aspettavano ogni giorno, Laura con la sua
aria distaccata da tutte le vili cose umane, senza mostrare nè ansietà, nè
curiosità: Anna con un lieve desiderio segreto, poichè egli le portava un senso
di vita tranquilla e forte, un efflusso della esistenza sociale, e sovra tutto
perchè egli aveva l'aria così sicura, così imperturbabile, che ella si
rincorava a vederlo, come i deboli si rincorano vedendo le persone sane e
robuste. Egli parlava un poco, raccontava qualche storiella, diceva quello che
era stato il ballo della sera prima, annunziava il viaggio di uno, il
matrimonio dell'altro; ma sempre con quel suo fare tenuemente sdegnoso, di
anima superiore che non si diverte, che non s'interessa, ma che non trova
corretto di accentuare la sua noia e il suo disinteressamento: solo, qualche
volta, egli si metteva a burlare il mondo e i suoi piaceri, e tutti i pari
suoi, che facevano questa vita di burattini, e se stesso che subiva
l'ambiente...
– Oh voi! –
esclamava Anna, con una intonazione di rispettosa ammirazione.
Ella ascoltava
volentieri quei discorsi, poichè la sua anima fatta fragile, aveva bisogno come
le leggere farfalle, di poggiare su leggerissimi fiori: e quel ciarlìo elegante
e freddo, quelle avventure senza fondo e senza interesse, quegli assiomi di un
codice galante che eleva le apparenze a idoli, tutto questo frivolo bagaglio,
la dilettava, nella sua fantasia indebolita: le piccole cose, adesso,
attiravano il suo cuore rimpiccinito. Essa ammirava Cesare Dias, anche perchè,
essendo un uomo forte e austero, si adattava a un ambiente che gli era tanto
inferiore: gli pareva che egli fosse un'anima nata troppo tardi o troppo
presto, diversa dal suo tempo, e il cui muto coraggio era di prendere in buona
parte il suo tempo e le sue consuetudini. Quando egli manifestava il suo
disprezzo per tutte le transazioni umane, pure ammettendo che tutti transigono
a questo mondo: quando egli scherniva le follie umane, per cui si perdono le
riputazioni e le fortune: quando egli diceva che la sola legge umana da
rispettare, è il successo; quando egli diceva che tutte le generosità
nascondono una segreta ragione di egoismo e che tutte le virtù dipendono da una
debolezza del carattere o del temperamento, ella, colpita, avendo obliato,
nella sua grande febbre, tutte le ragioni del sentimento che si oppongono a
tali corrotte teorie degli uomini raffinati, abbassava il capo, senza più
ribellarsi, dicendo, malinconicamente:
– Avete
ragione.
Ora che ella
si era levata, restavano spesso soli, in quell'ora pomeridiana. Laura li
lasciava. Andava in un'altra stanza, a leggere; o riceveva qualche visita, nel
salotto: o usciva, con Stella Martini. Infine il pretesto per andarsene lo
trovava sempre. Era una creatura schiva, silenziosa, che non sapeva nè vivere,
nè amare come gli altri. Era meglio lasciarla ai suoi gusti di taciturnità, di
raccoglimento. Cesare Dias, un po' inquieto, chiedeva di lei ad Anna:
– Che ha?
– È buona...
è buonissima – mormorava Anna, in preda all'emozione, sempre che si nominava
sua sorella.
Cesare Dias
la fissava, seriamente: faceva così ogni volta che il viso di Anna si
tramutava, ogni volta che la voce di lei tremava di emozione: era tutta la mala
inclinazione passionale del passato che riappariva, in quegli indizi, ed egli
voleva castigarla, soffocare queste improvvise, improvvide emozioni che
mostravano ancora mal difeso, troppo sensibile, il cuore della fanciulla. Ah
egli voleva che ella avesse il cuore di bronzo, e non tremante a tutti i soffi
dell'affetto! E sempre, quando sentiva che tutta l'anima debole e fragile di
Anna vibrava, Cesare Dias, naturalmente serio e composto, diventava più freddo,
più austero che mai: l'occhio suo si facea vitreo, e in quel silenzio, ella
intendeva di essergli spiaciuta. Essa lo sapeva, di spiacergli ogni volta che
col suo contegno gli rammentava la follia che aveva macchiata la sua coscienza
di fanciulla per bene: quando impallidiva, quando abbassava il capo pensando,
quando la voce si soffocava nella gola e le lacrime la velavano. Cesare Dias
odiava tutte queste manifestazioni della fiacchezza sentimentale, che mostrano
il cuore in preda a tutte le passioni. Talvolta, quando Anna Acquaviva,
incapace di dominarsi, aveva nei buoni occhi amorosi il passaggio di una
emozione, egli fingeva di non accorgersene, o le chiedeva:
– Che avete?
– Niente –
diceva lei, timida, sentendo di spiacergli più che mai.
– Sempre la
stessa, inguaribile – mormorava lui, crollando la testa, sfiduciato.
– Scusatemi,
è più forte di me... – ella diceva, pregandolo, con lo sguardo.
– Nulla deve
essere più forte di voi; voi dovete essere più forte di tutto e di tutti – era
l'assioma di Cesare Dias.
– Cercherò –
concludeva lei, contrita.
Un giorno di
aprile, ritornando a casa da una passeggiata con Laura Acquaviva, la buona
Stella Martini le portò dei fiori, dei bei freschi bocciuoli di rose maggesi,
che in Napoli sono precoci. Anna non vedeva fiori da tempo, nell'inverno,
poichè durante la sua malattia il medico, Antonio Amati, li aveva proibiti. Le
due donne erano state fuori lungo tempo, Anna era rimasta sola, sdraiata nella
poltrona, presso il balcone socchiuso, da cui entravano i tepori della
primavera; le aveva attese con impaziente malinconia. Quando le vide ritornare
a casa, Laura bianca e bionda, vestita di bianco, spirante giovinezza e
serenità dagli occhi grandi e limpidi, Stella Martini con la sua scialba e
floscia fisonomia, che le lacrime antiche parevano avessero vuotata, portanti
ambedue le rose fresche, rose tutte bagnate, tutte fragranti, ella sentì
disfarsi il cuore di tenerezza, di rimpianto.
Teneva in
grembo le rose, le toccava, le avvicinava alla faccia, vi nascondeva la bocca,
e diceva, sottovoce, grazie, grazie, quasi non sapesse dire altro,
smarrita di dolcezza. Più tardi, venne Cesare Dias e la trovò immersa nella
contemplazione di questi fiori, con quegli occhi amorosi dei momenti
passionali; una lieve ombra passò sulla fronte del tutore.
– Vedete, mi
hanno portato le rose... come sono belle!
– Ho visto –
disse lui, seccamente.
– Non amate i
fiori? Sono così freschi e odorosi! Spero che li amiate: io li adoro!
E nell'enfasi
dell'ultima frase, socchiuse gli occhi. Chissà, egli intuì, forse, che quelle
parole, una volta, dovevano essere state dirette a un uomo; egli riconobbe,
malgrado l'infermità, malgrado l'espiazione, sempre la stessa Anna Acquaviva,
che era fuggita di casa. Aggrottò le sopracciglia: e la sua mazzettina di ebano
batteva sulla sedia un po' nervosamente.
– Volete una
rosa? – chiese ella, per placarlo.
– No.
– E perchè?
– Perchè non
amo affatto i fiori – replicò, duramente.
– Come, neanche
per metterli all'occhiello, quando andate in società? – provò a scherzare, lei.
– ... non
sono assolutamente necessarii. I fiori saranno belli: sono belli, anzi. Ma vi
assicuro che non ho mai commessa la debolezza di piangere per essi, o di
dichiarare che li adoro.
– Ho avuto
torto... ho detto troppo – balbettò Anna.
– Dite sempre
troppo. Vi manca completamente il senso della misura. Vi sono cose che una
ragazza deve cominciare dal non dire: così, non le fa. Chi dice troppo, si
perde.
Ah, all'udire
quell'ultima parola, ella si fece bianca come il merletto della sua vestaglia.
Era dunque venuto il rimprovero temuto da tanto tempo, aspettato con paura
segreta: la parola le era stata risparmiata, per un breve periodo, ma, poi, era
stata detta: Chi dice troppo, si perde. Una volta, sei mesi prima, ella
non avrebbe tollerato da nessuno questo rimprovero, questo amaro ricordo della
sua pazzia: ella avrebbe reagito, specialmente contro Cesare Dias, poichè lo
aveva sempre ritenuto un cuore arido o inaridito: ma adesso! Così vinta dalla
trascorsa malattia, dal dolore e dalla permanente espiazione, ella non trovò in
sè nessuna fibra che si ribellasse, il sangue dormiva nelle vene, il cuore non
era che pieno di pentimento. Chi dice troppo, si perde. Cesare Dias aveva
ragione.
– È vero –
ella disse.
Pure, dentro
sè, una tristezza nacque, come se in quel consenso Anna avesse rinunziato a
qualche cara parte dell'anima: quella rinunzia parve avesse scavato un gran
vuoto, nel cuore. La fisonomia di Cesare Dias si chiarì, in quel principio di
vittoria.
– Anna, –
egli seguitò – ogni volta che vi fate prendere da queste fisime sentimentali,
che adoperate queste espressioni esagerate, che vi date a questi sfoghi di
rettorica, vi assicuro che mi fate dispiacere. Ma che, credete che la vita
passi a dire alla gente, alle case, alla campagna, ai fiori, che voi li
adorate? Vi pare che l'esistenza debba avere questa forma convulsionaria, che
voi le date? Vi pare che tutto consista in un pallore, in un sorriso, in una
lacrima, in un bacio? Sapete, a che conduce questo regime? Voi lo sapete, a che
conduce...
–
Risparmiatemi, ve ne prego.
– Non posso,
mia cara. Dovete prima convenire meco che il vostro criterio della vita è un
po' folle, talvolta generoso, se vogliamo, ma conducente ai più gravi errori.
Ho ragione?
– Voi avete
ragione.
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