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SULLA TOMBA.
Quel pittore singolare faceva dei singolari quadri.
Il suo grande pregio era l'energia del concetto vivamente spiegato nella forza
del colore. Non piacevano a tutti i suoi quadri; specialmente a coloro che si
compiacciono dei lavori leccati, verniciati e dipinti sino all'ultima linea;
specialmente non piacevano ai cultori delle figure eleganti e pallide da
acquarello, a quelli che vanno in estasi dinanzi ai toni delicati di una
oleografia. Coloro che avevano questi gusti graziosi, gentili e meschini,
trovavano i suoi quadri duri, troppo forti, troppo pieni di cose: vi si
respirava un'aria troppo carica di ossigeno pei loro deboli polmoni. I paesaggi
del pittore erano sempre contorti e violenti, dalle linee spezzate; i suoi Tramonti
erano tragici, quasi un carattere di passione si mettesse nel sangue aggrumato
del sole senza raggi. I suoi Interni erano cupi, un fondo unito, senza
concessioni di forma, senza lenocinii d'artista poco coscenzioso che mette più
in luce un seggiolone intagliato, un grande caminetto che le figure del suo
quadro. Gli si addebitava anche una certa sprezzatura del disegno, un bizzarro
modo di contorcere lo scorcio dei suoi personaggi, una ricerca dei soggetti
gravi, e che fanno pensare. I suoi quadri avevano carattere.
Il pittore era ancora giovane e robusto,
malgrado otto o dieci anni di travaglio continuo per farsi accettare in questa
società in cui pare che non tutti godano il diritto di vivere. Egli non aveva
fatto che lavorare, lavorare sempre, ed il successo era venuto lentamente, ma
era venuto. Aveva trentasei anni, ed era alto, fortissimo, con una testa
poderosa e leonina, un po' rigida di contorni, con certe spalle erculee che
reggevano ad ogni fatica. Quando la foga del dipingere se lo prendeva, allora
rimaneva dodici ore in piedi, innanzi al cavalletto, senza provare un minuto di
stanchezza, senza impallidire. Per ritrovare un paesaggio camminava per ore ed
ore, inerpicandosi sulle roccie, scendendo nei burroni, salendo sugli alberi,
scavalcando muri, nell'idea ostinata di vedere quello che doveva dipingere. Era
costante, tenace, ferreo nella sua volontà,
A trent'anni aveva sposato una creatura piccola,
bianca, snella e bionda, quasi una bambina, tanto era gentilina, tutta
graziette, tutta soavità. In realtà, lui non avrebbe osato chiedere quella
poesia bionda e delicata, lui rude e colossale pittore. Gli pareva quasi di
dovere spezzare quel fiorellino gracile. Ma lei lo avvinse così bene con le sue
arie infantili e i trilli da uccellino della sua voce che lui ardì chiederla.
Gliela dettero. Era già un pittore eccellente, la critica si occupava
seriamente di lui, i suoi quadri si vendevano subito, non ad un altissimo
prezzo, ma tanto da procurargli una bella agiatezza. Lui si sposò il suo
bottoncino d'oro.
Egli era felicissimo in casa, poichè Bianca, la
moglie, gliela faceva trovare elegante, profumata dai fiori, ben calda
l'inverno, ben fresca l'estate: poichè egli nulla sapeva
dell'amministrazione, delle seccature
mortali che affliggono la mente di un artista. Ma l'amore, il profondo ed unico
amore della sua vita era quella giovanetta svelta che girava per la casa con la
sua testa luminosa, coi grandi occhi sereni ed innocenti. Lui l'amava come un
amante, come un marito, come un fratello, con un amore fatto di protezione e di
adorazione.
Non si sa se lei avesse o no amato mai il
pittore. Lo aveva sposato. Tutte le lodi date al suo grand'artista l'avevano
esaltata forse sino all'amore; ma, dopo il matrimonio, ci si era abituata e le
venivano indifferenti. Naturalmente, come moltissime donne, non comprendeva
punto l'arte. Le sembrava una cosa di lusso ed inutile. Quando vedeva il marito
pensieroso, agitato, lei si stringeva nelle spalle con un piccolo atto di
disdegno. Lei comprendeva che i quadri davano denaro, ma le parevano un po'
folli coloro che li compravano. Quando il marito le narrava un progetto di un
quadro, lei ascoltava, nascondendo uno sbadiglio dietro la manina. In ultimo,
in mezzo all'entusiasmo dell'artista creatore ella gettava queste domande
inquiete:
- Credi che piacerà? E si venderà poi?
Lui si sgomentava. Sua moglie non capiva, ma
egli l'adorava. Quando comprese che la seccava, narrandole le sue idee, non
gliene parlò più. Si tenne per sè i suoi sogni. Lei sola, a casa cominciava ad
annoiarsi. Voleva uscire; lui non poteva accompagnarla. Orribilmente e taciturnamente
geloso, la lasciò uscire sola. Fremeva dinanzi al quadro che dipingeva,
pensando a coloro che nella via guardavano sua moglie, le dicevano qualche
parolina di complimento, la seguivano forse. Sulla tela, la sprazzata del
colore diventava efficace e passionata; ma in casa egli non domandava nulla,
non faceva rimostranze. Le permise di avere il suo giorno di ricevimento, come
una gran dama; cioè il permesso se lo prese lei, senza chiederlo. Lui vi faceva
delle rapide comparse, un po' distratto, impacciato. Lei, in collera per
vedergli la cravatta di traverso o le mani tinte di colore, mormorava,
scuotendo la sua soave testolina bionda:
- Questi artisti!
Poi la condusse anche al ballo. Lui ci si
trovava disorientato, con le sue spalle quadrate che sformavano la marsina, con
la sua seria figura su cui erano così scarsi i sorrisi. Lei restava sino
all'alba, ballando come solo le donnine gracili e delicate possono ballare. Lui
la vedeva passare dalle braccia di un elegante sciocco a quelle di un brutto e
cattivo soggetto, piena di buonumore, prodigando il suo spirito ed i suoi vezzi
ad una folla di indifferenti; ma non le diceva nulla, molto felice quando
poteva ravvolgerla nel bianco mantello ornato di piume e portarsela. In
carrozza lei sbadigliava, sonnecchiando. Se il marito le dava un bacio timido e
leggiero, lei rimaneva immobile, fingendo non averlo inteso, per non renderlo.
Sulle prime lei era andata ogni tanto a fargli una gaia sorpresa allo studio, e
lui era beato di queste visite che gli irradiavano d'amore quello stanzone un
po' cupo: ma la scala era alta, lei si stancava, non andò più. Erano tanto
lente le lunghe ore del lavoro; lei non veniva mai a farle parere più brevi.
Quell'uomo fortissimo, quel grande artista, curvava il capo e pensava.
Un giorno o l'altro, non si sa bene quale, la
moglie del pittore prese un amante. Era quasi sempre sola, disoccupata,
trascurata per quei quattro palmi di tela dipinta - diceva lei. Poi questi
grandi artisti non sono nati per essere buoni mariti - soggiungeva lei. E lo
tradiva tranquillamente. L'amante veniva in casa, come tanti altri, sedeva al
desco di famiglia, s'interessava alle cose di casa. Il marito non aveva
sospetti. Stringeva la mano amichevolmente di colui che gli rubava la moglie.
Tutti lo sapevano, fuorchè lui. È la regola; è nell'ordine delle cose. Lui,
veramente solitario, veramente abbandonato, d'istinto dipingeva quadri
stupendi. Uno anzi, bellissimo, lo comprò l'amante per dodicimila franchi.
Questa vergogna si seppe; solo il marito non la seppe. Quando il marito parlava
della bontà del suo quadro, la moglie sorrideva stranamente, quasi volesse
dire:
- Se Carlo non mi amasse, non avrebbe comperata
mai la sua tela dipinta.
Poi, il marito cominciò ad accorgersi di qualche
cosa. La moglie usciva ad ore indebite. Era stata vista entrare in una casa
dove Carlo, l'amante, aveva una zia. Il marito, malgrado la sua cieca fiducia,
fu scosso. Ne parlò a sua moglie. Lei gli rispose alteramente. Gli disse che
non tollerava osservazioni. Egli tacque. Un'altra volta, come crescevano i
sospetti, ella gli rispose piangendo. Egli tacque. Finalmente quando il
sospetto tremolava sulla soglia della certezza, ella non gli rispose che
questo: Se continui ad ingiuriarmi, ti lascio per sempre, non mi vedrai più.
Egli tacque. Mai più, mai più su questo soggetto fu detta una parola fra loro.
Egli temeva troppo vederla andar via.
Fu allora che egli fece il suo maggior quadro di
Paolo e Francesca. La scena è bruna, è una stanza tappezzata di
cordovano oscuro, senza ornamenti, senza galanterie di tavole scolpite o di
finestre binate. Un lettuccio di velluto nero è in mezzo al quadro. Sul
lettuccio distesa, morta, con la faccia bianca e sorridente, che fa macchia sul
velluto nero, con le mani raggrinchiate, giace Francesca. Stramazzato a terra,
bianco, morto, con le spalle appoggiate al lettuccio, con la testa vicina a
quella di Francesca, è Paolo. Vi è sangue sulla veste di Francesca, sangue sul
giustacuore di Paolo, una pozza di sangue per terra. Le due teste, ravvicinate,
pare che si bacino ancora. Lanciotto non vi è, ma è dappertutto. Quell'assenza
è di un effetto artistico eccezionale. Tutto è sobrio, tutto è severo, tutto è
tragico, anche il bacio, specialmente il bacio. Nessuna mimica, nessuna
coreografia. Aleggia nel quadro una fatalità greca, eschiliana.
Era la migliore sua opera. Il pubblico andò in
estasi per l'artista; la moglie sorrise, guardò bene, le piacque l'abito di
Francesca e non altro. Il pittore manifestò l'intenzione di non vendere il
quadro. Ma la volontà della moglie era che si vendesse. E fu venduto.
Nello stesso anno il pittore morì di una
malattia di languore, come ne muoiono gli uomini troppo robusti.
*
* *
Ieri l'altro sono passato presso la sua tomba.
Un monumento candido, nuovo, carico di corone. Sulla pietra, in versetti
addolorati, due nomi, due persone si dolgono ancora dell'immatura morte. E sono
la moglie e l'amante - e il tradimento è
ancora là, scritto nel marmo, sotto la luce del sole, sotto i cieli azzurri,
tra i fiori; il tradimento pomposo e sfacciato è sulle ossa dell'artista.
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