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VITTORIA DI ANNIBALE.
Dopo un anno di matrimonio, la duchessa Adriana
di Castroreale fu abbandonata da suo marito, corso dietro alla principessa
Natalia Lapouckine, russa, che viaggiava l'Europa. Allora il bel mondo si pose
a osservare e domandò: Chi sarà il consolatore della duchessa Adriana? Ma la
bella signora, che era dotata di un temperamento nervoso, molto eccitabile, con
una lieve inclinazione all'originalità, si montò la testa per questo abbandono,
si persuase di essere disperata, pianse per due giorni, vegliò per tre notti,
si vestì di velluto nero ed uscì in carrozza chiusa. Niente balli. Il teatro,
qualche concerto, qualche società di beneficenza, ma con l'abito rigorosamente
chiuso al collo, senza fiori in testa, senza gioielli. Naturalmente, si accese
nell'idea di non avere alcun consolatore, e rinunziò all'amore, come aveva
rinunziato ai diamanti. Ogni corte celata o manifesta, ogni amoretto
nascente, ogni passioncella furtiva, furono respinti con alterezza metodica. Ci
si provarono i più valenti; ma non si vince un preconcetto alimentato, non
dalla ragione, ma da una fantasia ostinata. La sconfitta più clamorosa fu
quella del conte Giorgio Filomarino, uomo bruttissimo, spiritoso, audace ed
irresistibile, che volendo giuocare di ardimento sbagliò tutto, offese la
duchessa e fu messo addirittura alla porta. Dopo di che il mondo disse: la
duchessa Adriana è insensibile; e come ogni filosofia muore quando ha trovato
la sua formola, così ogni donna non è più interessante quando è stata definita.
Adriana passò fra le donne classificate: la principessa Giovanna era
intelligente e cattiva, la contessa Francesca montava troppo a cavallo, la
principessa Ester era bionda e sensibile, la duchessa Adriana era insensibile.
Ella passò fra le risposte prestabilite, fra le frasi fatte, fra le definizioni
immutabili: le era stata assegnata la sua parte, non si pensò più a lei.
*
* *
Ella, che comprese tutto questo, s'insuperbì
della propria virtù, si riscaldò in un ideale di vita illibata, severa;
credette sinceramente alla fermezza del proprio carattere, alla singolarità
della propria anima. Le sue amiche, parlandole, le dicevano: Tu, Adriana, che sei
una donna insensibile, ecc., ecc. Sua zia, la marchesa di Sorito, diceva: mia
nipote, che è una donna insensibile, ecc., ecc. I suoi amici arrivavano fino a
dirle: lei, duchessa, che è una donna insensibile, ecc., ecc. In tal modo si
avvezzò a pensare di sè stessa, a ripetere da sè stessa: Io, che sono una donna
insensibile, ecc., ecc. A poco a poco gli adoratori diradarono. All'amore
succedè l'ossequio che carezzava la sua vanità, ma la lasciava deserta. La
salutavano con profonde scappellate, suscitavano intorno a lei che passava un
mormorio d'ammirazione, ma le visite si facevano scarse nel suo palco ed in
casa sua. La rispettavano troppo. Quando un novellino si metteva a farle la
corte, vi erano subito pronti gli amici ad avvisarlo che era inutile, che
avrebbe perduto il suo tempo, e lui abbandonava il campo prima ancora che la
duchessa lo licenziasse con uno sguardo glaciale o una parola mordente. Adriana
si esaltava sempre più nella sua parte di donna insensibile, malgrado le
piccole ferite al suo amor proprio; e provava una specie di ebbrezza nei
sagrifici che faceva.
*
* *
Ma vi era Annibale Massenzio, un giovanotto
strano e ragionevole, che non credeva all'insensibilità di nessuna donna. Se ne
avesse avuto le prove, non si sa; ma su questo punto aveva profondi
convincimenti. Egli diceva dappertutto che le donne finiscono per amare, e che
basta saper trovare il momento in cui vogliono amare. Quando gli parlavano
della insensibilità di Adriana, si stringeva nelle spalle. Onestamente
disoccupato come era, cominciò a farle la corte quasi per scherzo: lei si
ribellò, come era solita ribellarsi, il che servì a mettere un certo interesse
nell'animo di Annibale. - Mi piacerebbe d'innamorare questa donna - pensava fra
sè. Visto che con l'assiduità non vi riusciva, trovando sempre quell'aria
severa di virtù offesa che lo irritava, si allontanò tentando il più comune dei
mezzi, a cui molte donne si lasciano pigliare. La duchessa non se ne curò che
per un giorno solo, chiedendo di lui ad un'amica comune. Egli lasciò dire da
molti che avrebbe sposato Maria Mormile, una bellissima giovinetta, per
osservare che effetto avrebbe fatto questa diceria sulla duchessa: e lei, la
prima volta che lo rivide, gli fece le sue congratulazioni con una disinvoltura
che nulla aveva di stentato. Annibale comprese che aveva da fare con una donna non volgare, e tralasciò i
mezzucci soliti. Ritornò in casa di lei. Fu accolto con compitezza, ma senza
gioia. Solamente, nella profonda notte, nella oscurità della sua camera, la
duchessa Adriana si permise di sorridere per compiacenza. Ma l'indomani scontò
quel sorriso, raddoppiando di rigore, corazzandosi nella più glaciale
indifferenza. Come si consolava all'interno, così si mostrava noncurante e
sprezzosa all'esterno; i piccoli e quotidiani peccati di vanità che commetteva
inasprivano sempre più le apparenze della sua virtù, simile in questo ai
mistici appassionati che si esaltano maggiormente nella voluttà amara del
pentimento. Del resto, era perfettamente sicura di sè stessa.
Quegli che si eccitava al giuoco pericoloso era
Annibale. La duchessa Adriana lo metteva fuori di strada, egli non comprendeva
più il modo come si riesce con le donne, commetteva errori sopra errori,
stordito, ostinato, incapricciato come un bambino. Tante volte egli faceva a se
stesso un bel ragionamento, provando che Adriana era incapace di amare e che
quindi era meglio lasciar stare, se non volea correre il pericolo d'innamorarsi
per davvero, il che sarebbe stata una disgrazia grande in quelle condizioni: ma
era troppo infastidito dal contegno di quella donna antipatica per decidersi ad
una ritirata. Poi, poco a poco, vedendola più spesso, avendo colpito certi
momenti rivelatori, egli si persuase che Adriana poteva amare, avrebbe amato
quando avesse compreso che cosa fosse l'amore, quando l'animo di lei fosse
stato educato al sentimento, quando ella avesse vissuto accanto all'amore. Egli
formò il bel progetto di questa educazione, di questa rigenerazione, col coraggio
entusiasta di chi crede dover compiere una missione. L'ozio elegante della sua
vita era finito, egli aveva trovato come riempire di azione la sua giornata e
di sogni la sua nottata. Bene spesso, come la sua natura sarcastica prendeva il
di sopra, egli si burlava lungamente di un paladino, di un cavaliere errante
che rispondeva al nome di Annibale Massenzio.
Eppure, malgrado le ironie ed i frizzi di cui
era prodigo con sè stesso, la sua corte alla duchessa diventava più assidua,
più completa, più aperta. Col pretesto di educarla all'amore, egli le mandava i
fiori ogni mattina, andava a trovarla ogni giorno alle due, la rivedeva alle
cinque alla passeggiata, le scriveva un bigliettino dopo pranzo, la ritrovava
ogni sera al teatro, al ballo, al concerto, alle riunioni famigliari. La gente
cominciava a compatirlo. Ma non glielo dicevano ancora, credendo che la cosa
sarebbe finita lì per lì. Invece la cosa durava: ad una corte accanita Adriana
opponeva una resistenza vivace, quasi che si fosse formato un perfetto piano di
difesa. Qualche debole e meschina concessione, uno sguardo più languido, una
intonazione di voce più amabile, una mano più abbandonata, confortavano per un
istante Annibale, ma duravano anche un istante. In realtà, egli finiva per
disperarsi; in realtà, aveva finito lui per innamorarsi come tutti quelli che
fingono troppo d'amare. Scriveva ad Adriana certe lettere riboccanti di
passione per cercare di scuotere quel cuore immobile: e ne riceveva in cambio
una frase cortese, una parolina di gentilezza, un sorriso che lo calmavano per
breve tempo. Quando stavano insieme era una lotta continua in cui l'eloquenza
dell'amor vero infiammava le parole di Annibale, in cui la passione lo rendeva
più bello, più seducente: una lotta in cui Adriana combatteva strenuamente
negando sempre, ricorrendo a tutte le sottigliezze della dialettica, con
quell'arte infinita dei paradossi e degli assiomi che le donne variono
all'infinito. Da queste lotte Annibale usciva estenuato, disfatto, con la testa
perduta, ogni giorno volendo fuggire, ogni giorno rimanendo; ma Adriana era
anch'essa ogni giorno più debole, più sgomenta. L'amore di Annibale la
martellava ad ogni ora sul cuore per entrare: i fiori la illanguidivano, le
lettere la intenerivano, le parole calorose, gli atti di disperazione la
scuotevano; voleva irrigidirsi contro queste impressioni, ma non vi riusciva.
Per eccesso opposto diventava crudele con Annibale che, innamorato come era,
non sapeva, non poteva accorgersi dei suoi vantaggi. Ella s'inferociva contro
lui, lo scacciava dalla sua presenza e, quando rimaneva sola, piangeva.
Annibale nulla sapeva di queste lagrime. Adriana viveva in un'atmosfera di
amore, era impregnata d'amore, satura d'amore, sognando ad occhi aperti tutte
le sue dolcezze, comprendendo il trionfo del sentimento; ed Annibale, vedendola
più fiera, più rude, più cattiva, si convinceva della infelicità della sua
passione. Stette un giorno senza vederla, ma passò la notte a passeggiare per
la riviera di Chiaia; non le scrisse per due giorni, ma quattro lettere
lunghissime furono lacerate. Poi si ritirò per una settimana in una sua villa a
Capodimonte...
- Se ha anche un'ombra di affezione per me, mi
scriverà un biglietto - pensava l'innamorato, desolandosi nel suo eremitaggio.
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* *
Per quattro giorni la duchessa Adriana
resistette a non aver notizie di Annibale. Ma si sentiva vinta e non cercava
che di prorogare il momento in cui la prima parola di amore sarebbe uscita
dalle sue labbra. Annibale non veniva, la casa le pareva deserta. Si annoiò
mortalmente al teatro. Una mattina entrò in chiesa, cercando rifugiarsi nel
misticismo, ma, dopo una convulsione nervosa, si trovò l'animo più afflitto di
prima. A casa, nella sua camera, pianse due volte. Desiderò di morire, vestita
di raso bianco, coi capelli disciolti, coperta di fiori. Rimpianse di non
essersi fatta monaca. Vagava nei suoi appartamenti come un'anima in pena. Una
tenerezza grave le saliva dal cuore alle labbra. Finalmente una sera si decise.
Stanotte, a mezzanotte, scriverò un biglietto ad Annibale, lo avrà domattina:
fu la sua risoluzione. Mentre stava distesa sulla poltroncina, presa da un
grande abbattimento, le annunziarono il conte Giorgio Filomarino.
- Benvenuto, mi distrarrà - pensò lei.
Il conte Filomarino era tornato in casa Castroreale
da poco tempo. La duchessa aveva voluto benignamente dimenticare la
dichiarazione di una volta, tanto più che il conte ritornava come amico, senza
farle punto la corte. Dicevano anzi che fosse occupato altrove: anzi il conte
sorrideva, ritrovando Annibale presso la duchessa. Era innocuo dunque. Quella
sera egli si fermò un istante sulla soglia, osservando quella mezza luce
insolita, quelle poltroncine sbandate, quei libri aperti e buttati via, quei
fiori che appassivano, gli occhi della duchessa nuotanti in un velo di lagrime.
La conversazione si annodò lenta, a voce bassa. Ogni tanto Adriana si passava
una mano sulla fronte, quasi volesse diradarne i pensieri. Parlavano di cose
semplici, temi usuali della conversazione. Ma due o tre volte Giorgio
Filomarino fissò il suo sguardo dominatore sopra Adriana e la vide impallidire.
Due o tre volte la voce di Adriana tremò in una insolita vibrazione. Senza
accorgersene arrivarono sul terreno del sentimento; e allora Giorgio fu tenero,
delicato, imperioso, malinconico, ironico, scettico, appassionato, parlando a
meraviglia di amore, con la voce, con gli occhi, con l'espressione del volto.
Egli colorì la sua parola, rese brillante e profonda ogni sua idea. Adriana lo
stava a udire, socchiudendo gli occhi, mentre un'onda di sangue saliva a
rianimarle le guancie smorte. Quella sera, con una intuizione rapidissima, egli
indovinò tutto, egli seppe essere tutto, tutto quello che desiderava Adriana. E
quando la vide sconvolta, l'occhio smarrito, la bocca fremente, vinta
dall'affetto, dalla tenerezza, dall'amore, egli osò dirle ad alta voce,
audacemente, che l'amava.
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Fu così che Adriana di Castroreale s'innamorò
perdutamente di Giorgio Filomarino. Fu questa la vittoria di Annibale.
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