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PRIMO GIORNO
In verità quando io ho visto passare la bellissima
donna, bianca bianca nel volto, dai capelli fulvi e crespi che fiammeggiano
cupamente, dagli occhi verdi e gelati, dalla bocca rossa e carnosa come un
fiore appassionato, dal corpo ondeggiante come quei magnifici serpenti che
danzano innanzi alle bacchette dell'incantatore, io mi sono chiesta chi amasse
e quale turbine rovinoso fosse il suo amore. Quando l'ho vista passare in mezzo
all'amore, fredda, sorda, indifferente, impassibile, negazione dell'amore, gli
occhi rivolti al cielo, vivendo serenamente glaciale nel mondo, ma
tormentandosi come disperata nella preghiera, mi sono domandata quale storia
avesse pietrificato quell'organismo di donna, lasciandole nell'anima solo la
tortura di un misticismo impossente.
*
* *
Ebbene, nel passato, malgrado il suo odioso
matrimonio, ella era stata lungamente e tranquillamente virtuosa. L'avevano
maritata a un'ignobile duca, giovane, brutto e villano, che si andava mangiando
la sua fortuna - e seguitò sempre - con tutte le attrici di terz'ordine, le
ballerine dei piccoli teatri, le cantatrici di operette dei baracconi in legno.
Lui era fatto così, era democratico in amore - diceva. Soggiungeva che gli piaceva più l'anticamera
che il salotto: quindi si asteneva dal far la corte alle amiche di sua moglie,
ma era l'amante della cameriera, della sarta, della modista, financo di quella
che veniva a stirare a giornata, al palazzo. Questo essere ducale i cui
antenati salivano su per dieci secoli, credeva che questo tradimento volgare,
laido, di ogni ora non desse diritto di lagnanza a sua moglie. Poichè il
capriccio dell'uomo - diceva questo
borghese ducale - deve passare. Così era selvaggiamente geloso dei suoi diritti
di marito, geloso senza amore, geloso per amor proprio. La duchessa Emma era
considerata come la più infelice ma la più dignitosa fra le mogli: lei non
sapeva mai nulla, lei non accoglieva le maldicenze, lei non parlava mai contro
suo marito, non gli faceva mai scene, sorrideva sempre. Attorno attorno a lei
fervevano gli amori segreti, le dichiarazioni audaci, le passioni che ogni
donna mal maritata ispira: lei non se ne accorgeva. Se ne accorgeva il duca
marito che ogni sera la brutalizzava, chiedendole se il tale era il suo nuovo
amante e se lei permetteva che andasse a tirare due schiaffi al tale altro. Lui
sapeva bene che non era vero: ma godeva a queste villanate in cui scoppiava
tutto il suo istinto di staffiere finto duca.
In realtà quello che sosteneva quella donna
eccezionale era il più grande, il più tetro orgoglio femminile. Cadere - tutte
le donne cadono e si chiama debolezza. Per lei si chiamava vigliaccheria.
Tradire - tutte le donne finiscono per tradire e si dice leggerezza. Per lei si
diceva disonestà, senza sotterfugi, senza transazioni. Essere vile, essere
disonesta, essere come tutte le altre, giù, a capofitto, brancicando nel fango,
sporche le mani, sporca la gonna, sporca l'anima. La sua fierezza si ribellava,
irrompente, furiosa contro l'amore che l'avrebbe fatta tale. Invero ella odiava
tutti questi uomini che la circondavano, che le facevano la corte, che le
scrivevano; li odiava come nemici, come persone accanite contro lei, come
cacciatori crudeli. Il suo orgoglio le gonfiava il cuore, pigliando il posto di
qualunque altro sentimento. Per orgoglio sopportava quello scostumato marito,
per orgoglio non se andava alla casa paterna, per orgoglio sorrideva, per
orgoglio non amava, per orgoglio viveva. Tali mostruosità sentimentali esistono
- e sono chiamate vizii - ma sono chiamate anche virtù.
Un giorno, questa donna s'incontrò in un amore
sincero, profondo e segreto, come ogni donna ci s'incontra una volta nella
vita. Lui non parlava, non scriveva, non la seguiva, la schivava, era serio,
contegnoso, di una freddezza assoluta: ma l'amava con tutte le forze di un
animo giovanile e tutto l'impeto di una passione repressa. Come lo comprese
lei, che disprezzava l'amore, che comprendeva solo l'orgoglio? Chi le narrò la
storia di quel lungo e ardente e immenso amore, e come ci credette lei
scettica? È ignoto. Oh, la psicologia è una scienza perfettamente ridicola;
essa spiega le minuzie e le questioni gravi le sfugge, essa nota i particolari,
le sfumature, i cambiamenti di tono, ma la figura principale, ma la frase
tematica non la spiega. Gira intorno alle difficoltà, si approssima, conquista
terreno: a un certo punto si ferma. Quello che avvenne nel silenzio di
quell'anima che si apriva all'amore è ignoto. Come l'edificio dell'orgoglio
crollò, come tutto fu distrutto, abbruciato, purificato dall'amore, non so
dirvi. Voi che amaste, ricordatevi: e voi che non amaste siete indegni di
saperlo.
Fra quei due fu lungo, aspro, fierissimo il
combattimento. Lui non chiedeva nulla, non si avanzava, non si muoveva,
sopportando, taciturno, uno spasimo senza nome, consumando le sue forze a
reprimere qualunque manifestazione. Sapeva di essere amato? Forse: ma non
mostrava di saperlo. Lei vedeva tutto, comprendeva tutto, si abbandonava giorno
per giorno, linea per linea, all'amore, conoscendo quello che faceva,
comprendendo il precipizio, spalancando gli occhi per vederlo, innamorata del
precipizio, folle della caduta. Un giorno si guardarono, pallidi, senza una
parola, scambiando quell'occhiata rossa, succhiatrice dell'anima. Compresero
che l'uno camminava verso l'altro, inesorabilmente, contro la volontà, contro
la ragione contro tutto. Non una parola: ma l'uno sentiva i passi che l'altro
faceva, pur parendo immobile, calcolava lo spazio, calcolava il tempo.
- Il giorno viene, il giorno viene - mormorava
la duchessa presa da un terrore che la sconquassava.
- L'ora viene, l'ora viene - mormorava lui,
affogato dalla dolcezza.
Insensibilmente e senza che niuno comprendesse
intorno, il giorno veniva. Poteva il duca essere più villano, più brutale,
buttare il suo nome dietro le donne più volgari: questo non valeva a nulla. Era
per l'amore che Emma amava Luciano, non per la vendetta, non per la
rappresaglia. Lei non si scusava, lei non buttava la colpa sugli altri, lei si
dava perchè voleva darsi, perchè amava, perchè l'amare le pareva la più alta,
la migliore cosa della vita. Poteva la duchessa essere fredda, severa, rigida
per Luciano, egli non ne soffriva: l'amava, sentiva di essere amato, doveva
essere amato,
Era un martedì notte, in un ballo. Vedendosi, di
lontano, provarono la medesima sensazione: che l'ora era giunta. Lui si accostò
quasi per interrogarla, levandole gli occhi in viso. Lei non chinò i suoi e
tranquillamente ad alta voce gli disse:
- Domenica, da me. Alle due.
Un inchino, un saluto; più altro.
*
* *
Quattro giorni fra il martedì e la domenica, quattro
giorni lunghi, eterni, febbrili, deliranti, in cui ad ogni minuto la duchessa
Emma si pentiva di quel convegno, decideva di fuggire, si vestiva, poi ristava
indebolita, vinta, incapace di rinunciare all'amore. Quando vide partire suo
marito per Nizza - una fatalità - volle gridargli di restare, di salvarla,
gridarlo a lui, al selvaggio, all'indegno gentiluomo, al marito traditore.
N'ebbe disgusto, una nausea tutta fisica, una ripulsione invincibile di donna -
fatta sacra da un forte amore. Ella andava su e giù per la casa, come una tigre
che ha la febbre, rodendosi, non potendo piangere, non potendo singhiozzare -
cadendo poi, per esaurimento, in un torpore dolce, come se si acquietasse un
dolore nel sonno, come se la ferita non sanguinasse più. No, non era il mondo
esteriore: lei non lo vedeva più. Era il suo spirito sussultante e trabalzante,
era dentro sè, era nel cuore, era nel cervello, era nei nervi il tormento
volubile che pigliava tutte le forme, dal grave dolore all'acutissimo piacere.
Oh la notte tempestosa dal sabato alla domenica, le preghiere alla Madonna, le
disperazioni, i subitanei abbandoni,
tutto il suo essere che chiamava Luciano e lo respingeva, che malediceva
l'amore e adorava l'amore, che trasaliva, fremeva, si scuoteva, tremava nel
delirio. Poi, infine, una spossatezza, un'attesa calma - la reddizione.
Alle due il trasalto feroce. Egli veniva. O
amore, o amore, o amore!
Dalle due, alle tre, alle sette, a mezzanotte,
egli non venne. Non venne più, non venne. Lei fredda nella sua follia,
automaticamente, prendendosi la testa fra le mani per poter pensare, diventata
di sasso, gli scrisse queste parole:
«Si manca al primo appuntamento solo per la
morte».
Infatti egli era morto; all'una, nella sua
stanza da letto, mentre prendeva i guanti per uscire. Avea una gardenia
all'occhiello. Da tre o quattro giorni era inquieto, agitatissimo. Un mal di
cuore, una vena rotta, poichè avevano trovato del sangue sul tappeto, dove era
lungo disteso. Questo lo lesse nel giornale, la Duchessa.
*
* *
Così lei non ama più, non può amare più. Lei
vive, ma portando quella sconosciuta tragedia in sè; lei prega, sconvolta da
quella morte che sembra un castigo di Dio. E forse più infelice, più sciagurata
ancora, lei ama sacrilegamente quel morto, e vive nel desiderio profondo di
quell'amore, di quei baci, di quel primo appuntamento, di quel peccato che la
morte le ha tolto.
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