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RITRATTO DI DONNA.
A voi non piacciono i ritratti di donna. Dite
che sono inutili, non mi avete mai voluto dire il colore dei capelli della vostra
prima innamorata, nè descrivere la linea del naso della vostra penultima. Ma
quando la persona di cui voglio farvi il ritratto passava in carrozza, voi vi
fermavate sul marciapiede, guardandola, senza salutarla, con le palpebre
battenti, le braccia prosciolte, lasciandovi urtare dai viandanti; quando la
persona compariva in un palchetto di teatro, voi dalla platea, voltavate
tranquillamente le spalle alla scena, per guardare lei, inconscio, dimentico di
ogni altra cosa. Oggi io ho la voglia di tormentare la vostra amicizia,
facendovi il ritratto di quella donna.
Una principessa: eppure nessuno di voi ha visto
sulla sua testa la corona principesca. È una corona pesante, carica di gemme,
di forma poco elegante, difficile ad adattarsi con grazia. La ragione segreta
era nella testa un po' grossa della principessa. Non era punto un difetto e lei
sollevava il capo con alterigia, ma desiderava nel fondo dell'anima una di
quelle teste piccine e schiacciate da vipere. Così non portava mai nastri, mai
piume, mai pettini, mai spilloni di brillanti nei capelli: ed i fiori, a grandi
gruppi, li appuntava sotto l'orecchio, lasciando che strisciassero sulla nuca,
che strisciassero sul collo, producendole un piccolo solletico che le faceva
socchiudere gli occhi. Per lo più i fiori erano rossi; quelle rose violente, a
bocciuoli stretti, quasi a vita condensata; quei papaveri rossi e leggieri;
quelle fucsie della passione cascante, già morente. Rossi i fiori, poichè i
capelli erano neri, di un nero senza lucido, appannato, di carbone: capelli
arruffati che gonfiavano nelle treccie, che piovevano sulla fronte. Invano il
principe chiedeva ogni due giorni alla principessa che dominasse, che regolasse
un poco quell'arruffio di capelli sulla fronte, La principessa, che adorava il
bellissimo e stupido principe, cercava di moderare la propria selvaggia
capigliatura, ma non ci riusciva. Pure quel disordine era seducentissimo,
mettendo contorni irregolari intorno a quella testa, e lasciando cadere ombre
singolari su quel volto.
La principessa era bruna, molto bruna nella
faccia, nel volto, nelle spalle, nelle braccia. Lo sapeva e non si scollacciava
mai negli abiti azzurri, verdi o violetti. Portava gli abiti montanti in raso
bianco-latte, o in raso giallino, ora col lungo ed alto colletto alla Medici,
ora con certe immense cravatte di merletto che la immergevano in una nuvola di
trine. Ma una sera, per far dispetto a certe amiche che avevano detto esserle
impossibile l'abito scollacciato, venne al teatro con un abito scollato di raso
rosso, quasi senza maniche, con un'audacia tranquilla ed irresistibile. L'abito
era corruscante, il busto splendido. Nessuno osò dire nulla, poichè tutti
sapevano che la principessa era profondamente virtuosa.
Nessuno si accorgeva che ella si tingeva lievemente
gli occhi. Aveva gli occhi grigi, molto luminosi e grandi: ma quando ella si
turbava, per uno strano effetto, gli occhi si facevano di un azzurro-carico,
quasi cupo. Qualcuno, di sera, diceva che ella aveva gli occhi neri:
cambiamenti pericolosi che moltiplicano la potenza di uno sguardo. Quella
piccola tinta di bistro, segreto orientale, con cui accentuava questo sguardo
era messa con sapienza artistica: sebbene la principessa nulla sapesse di arte
e odiasse specialmente la scultura, la pittura e la poesia. Comprendeva solo la
musica, senza dirlo. Aveva due sguardi: l'uno dritto, fermo, duro, come una
domanda imperiosa; l'altro cadeva dall'alto, quasi filtrato attraverso l'anima,
un po' errante, con uno smarrimento giovanile, senza calore, ma dolcissimo. La
principessa aveva ventiquattro anni e dicevano che in casa passasse rapidamente
dalla bontà più larga ad una indifferenza completa.
Il suo sguardo imperioso andava d'accordo con la
linea orgogliosa e nobilesca di un naso aquilino. Era un naso ben piantato, la
cui radice spianava armoniosamente l'arco delle sopracciglia, un naso forte,
dalle nari colorite ma senza fremiti. Quella linea fiera di profilo dava un
carattere a tutta la fisonomia: carattere di superbia calma e solida,
aristocrazia senza derogazioni, sangue puro, blasone splendido, nome altissimo.
Anzi, non vi erano altri eredi del nome, poichè la principessa in tre anni di
matrimonio non aveva avuto figli.
Si aspettavano. Ma nessuno gliene parlava,
poichè la principessa rizzava il capo, aggrottava le sopracciglia e tutta la
sua fisonomia si chiudeva, s'induriva nello sdegno.
Però anche in questi momenti, la bocca rimaneva
fresca, viva, divina. Vi ricordate? Aveva quel bellissimo difetto del labbro
superiore un po' corto, quasi tirato in mezzo, graziosamente, infantilmente
sollevato, lasciando un po' vedere i denti. Non si comprendeva bene il disegno
della bocca, ma sembrava purissimo, di un rosso garofanato, tutto vivace, tutto
rigoglioso come un fiore pieno di vita. Ebbene, vi era anche questo di
bizzarro: che quando la principessa guardava col suo sguardo freddo e laminoso,
con lo sguardo diritto ed orgoglioso, allora le labbra si ammorbidivano nel
sorriso - e quando il suo sguardo si faceva dolce, vagabondando come in cerca
d'immagini, allora la bocca non sorrideva più. Singolare e perenne
contraddizione fra la parte superiore e la inferiore del volto. Veniva voglia
di baciarle le labbra, coprendole con la mano gli occhi - o si provava il
desiderio di guardarla sino nell'anima, nascondendole la bocca. Ma nessuno
ancora aveva osato esprimere questi audaci desiderii. Nascevano gli amori, ma
non trovavano la forma per manifestarsi. Non si conosceva ancora troppo bene la
principessa: e troppo i suoi lineamenti si urtavano fra loro, nella espressione.
Lei aveva il mento energico, che le allungava il volto e dava un pensiero a
tutta la fisonomia: quel mento là era impeccabile. Ma la linea con cui il colle
si attaccava alle spalle era molle, e lei, nelle sere in cui si scollacciava,
non portava mai un filo di brillanti, nè vezzo di perle, nè nastrino di
velluto. Quella mollezza era una confessione inconsciente? Fra venti giovanotti
che le avrebbero fatto volentieri la corte, l'uno aspettava che l'altro
incominciasse per vedere come era ricevuto. Certe faccie dicono chiaramente
quello che vogliono. Ma la principessa aveva nel volto una volontà variabile -
quindi misteriosa.
Era più bella seduta, che in piedi. Il busto
magnifico era troppo lungo, le gambe troppo corte. Per questo non ballava
volentieri, non andava mai allo skating, andava volentieri a cavallo,
con uno strascico lunghissimo da amazzone. Ma seduta nella carrozza, nel
palchetto, in una poltroncina, in un angolo di divano, sembrava sopra un trono;
inginocchiata nella chiesa, sembrava ancora sopra un trono. Non passeggiava
mai. Appena si alzava dalla sua seggiola, l'illusione cadeva: molti l'hanno
amata e disamata in una serata per questo. Il principe non era punto geloso, ma
se lo fosse stato, un rimedio all'innamoramento dell'amante poteva essere
condurre la moglie sempre a piedi. Ma lui non ci pensava.
Si poteva supporre che i piedi della principessa
fossero piccini, ma essa non li mostrava mai. Invece le mani erano lunghe,
sottili, con certe unghie rosee e crudeli. Portava le dita cariche di gemme,
d'ogni colore, d'ogni forma, sino al medio. Un carico di anelli, un carico
odioso per cui nessuno poteva stringerle la mano: temevano farle male.
Anzi si ripeteva dappertutto che li portava
appunto per non lasciarsi stringere la mano. Pure di sera non calzava mai
guanti, nella nudità provocante di quelle mani ingemmate come quelle di un
idolo indiano.
Così, alla rinfusa, come difetti e come qualità,
ella aveva l'orecchio troppo piccolo, non si abbandonava mai col capo per
stanchezza, impallidiva molto spesso lasciando scorgere l'onda del pallore che
saliva dal collo alla fronte, si vedeva troppo in luce nel palco, salutava
senza sorridere mai chinando lentamente la testa, parlava rapidissimamente,
tirando indietro la lettera esse; la voce era molto bassa, sempre
intima. Non faceva mai dello spirito, ma rideva sempre per quello degli altri.
Non discuteva con nessuno, mai. Alla passeggiata della Riviera, non guardava
mai il mare; sempre, fisamente, la collina di Posilipo.
*
* *
Ora la principessa è perduta. Non si sa perchè.
S'è perduta per il suo sguardo grigio o pei suoi ventiquattro anni? Pel suo
labbro troppo corto o per la sua larga indifferenza? Pei capelli arruffati o
per la sua adorazione pel principe? Per le sue rose rosse o pel suo orgoglio? Non
si sa. Ditemelo voi, amico, che odiate i ritratti di donna e v'innamorate delle
sciarade.
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