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L'attesa.
Nella notte purissima e chiara il plenilunio
scintillava. Dalla terrazza del mio albergo io vedeva a destra, a sinistra i
campi arati che dormivano sotto la tranquilla luce lunare; in capo alla
viottola fiancheggiata di querciuoli, dopo una discesa di cinquanta passi
dall'albergo, dormiva, tutta bianca, con due finestre nere, la piccola
stazione; lontano, dopo una spiaggia deserta, dormiva la grande linea
dell'Adriatico. Dietro le mie spalle, inerpicato sulla collina, il paesello
dormiva. La profonda pace della notte era intorno a me. Io solo vegliavo,
inquieto, febbricitante, esaltato, passeggiando su e giù, mentre la mia ombra
si allungava, si accorciava, scompariva, mentre nulla poteva calmarmi. Io
aspettava lei. Da tre giorni io l'aspettava nell'unico albergo, in quella
piccola stagione intermedia, che niuno conosce. Ella doveva venire, passare con
me una giornata e partirsene. Io l'aspettava.
Per questa giornata io fremeva ed impallidiva da
due mesi, lavorando, ridendo, vivendo sotto l'imperio dell'idea fissa. Da due
mesi ella palpitava come un uccello morente, nel disordine delle sue lettere;
da due mesi, noi mentivamo atrocemente alle persone che ci erano state più
care. Ogni azione, ogni pensiero, ogni speranza erano concentrate in quella
giornata luminosa e ardente. Per andare, io ingannava un'altra donna, mia
madre, mia sorella, i miei amici; io faceva venti ore di viaggio, io rimaneva
sei giorni nell'albergo del paesello: per venire ella ingannava un uomo,
ingannava suo padre, i suoi fratelli, i suoi cognati, sua suocera, i suoi
servi, i suoi amici, si esponeva a viaggiar sola, bella e graziosa, per trenta
ore di viaggio, in mezzo ai pericoli, venendo ad un pericolo di morte. Che
importava tutto questo? - Io l'amava e l'aspettava, ella veniva a me perchè
m'amava. L'ultima settimana prima del giorno, era stato un turbine quello che
ci aveva travolti; eppure, in tanto disordine di ogni cosa brillava netta,
lucida, matematica tutta la combinazione del viaggio. Io conosceva a mente il
mio itinerario ed il suo, e lo ripeteva sottovoce, come se avessi potuto
dimenticarlo. Quei nomi di paesi, quelle ore ritornavano macchinalmente sulle
mie labbra. Eppure una orribile paura mi accompagnava di sbagliare un treno, di
non trovarmi, di perdere la testa, e due ore innanzi io era alla stazione,
fingendo leggere, disinvolto, bevendo dei grandi bicchieri d'acqua per calmare
la mia febbre. Chi ha viaggiato con me? Non so, guardavo in volto le persone
senza vedere nulla. Sentivo nelle orecchie un rumorìo di voci, uno stridìo di
ferro, squilli di campanelle, fischi, ma non comprendeva nulla. Non ho dormito
mai, mai. Mi assopivo, talvolta nell'abbandono, nella stanchezza dei nervi
troppo tesi, ma l'anima vegliava, un sussulto mi scuoteva. Quanti giornali ho
trascorso, quanti libri ho sfogliato? Non mi ricordo. So che arrivato al
paesello, dove ella doveva venire, mi son sentito stringere il cuore. Forse,
non sarebbe venuta. Che ne sapeva io? Era così strano il modo come ci eravamo
amati, così singolare il modo come ci amavamo! Non mi conosceva, non la
conoscevo. Da un momento ad un altro, lei che non era nulla, era diventata
tutto per me. Che donna era? Forse, non sarebbe venuta. Forse l'avrebbero
trattenuta. Invano cercavo dominare questo senso invincibile di sgomento. Pure
l'albergatore, un cortese e famigliare, uomo che non vedeva mai nessun
forastiero, non si accorse di nulla; è vero, io era pallido, gli occhi miei
vagavano, distratti, le mie mani avevano la febbre, ma sorridevo, scherzavo
anche. Nei tre giorni avevo visitato il paesello, la sua chiesa gotica, la sua
manifattura di lana sopra un fiumicello là, presso: ma i paesani che si
volgevano a guardare questo viaggiatore tranquillo ed attento, non sapevano
niente della lotta spaventosa che mi rodeva. Con un vetturino facevo lunghe
passeggiate in carrozza e mi lasciavo narrare i suoi guai, tutte le vicende
della sua vita. Anche la cameriera dell'albergo ed il servitore mi avevano
fatte tutte le loro confidenze; essi avevano trovato un placido ascoltatore che
approvava col capo, senza capire, rosicchiato, minato, tormentato da un sol
pensiero. Diventavo stupido. La notte smorzavo il lume nella mia stanza,
passeggiavo sul terrazzo, guardando la via ferrata. - Verrà di là - pensavo fra
me. E come un'allucinazione mi prendeva, mi pareva che sbuffante e rumoreggiante
il treno arrivasse col suo occhio verde e col suo occhio rosso che mi
guardavano, che una potenza malefica m'inchiodasse sul terrazzo, ch'io vedessi
di lontano la diletta dell'anima affacciarsi allo sportello, cercarmi, non
trovarmi, ricadere indietro, disperata, ripartirsene senza che io, nella più
orribile contrazione del dolore, potessi fare un passo o dare un grido.
L'incubo si sedeva sul mio petto, me desto. Erano state lunghe, eterne quelle
ore dei tre giorni, io le aveva vedute avanzare pigre e stanche, ma le ore
dell'ultima notte, chiamate invano, supplicate invano, non venivano. Ella
doveva arrivare alle sei del mattino. Dalle otto della sera prima, io
agonizzava nell'impazienza. Non una lettera, non un telegramma. Non poteva
farmene, non doveva farmene, avevamo stabilito così. Viaggiava lei verso me?
Dove era lei in quel momento? Calcolando, potevo saperlo. E se non venisse?
Tutte le più alte, le più inflessibili deduzioni matematiche sono capovolte da
un picciolissimo fatto. Passeggiavo, fumavo, morsicchiando la mia sigaretta,
lasciando che si spegnesse, gittandola nella via, accendendone un'altra. Nella
sera, ad uno ad uno si spegnevano i lumi del paesello. Passò un treno alle
nove; era un diretto, non fermò. Alle dieci un altro; fermò per due minuti; era
l'ultimo. La stazione era il mio faro, la mia compagnia. Illuminata, mi
riscaldava il cuore come un raggio di sole. Certo i due impiegati, i facchini,
il capostazione dovevano essere molto stanchi, poichè smorzarono subito e se ne
andarono a letto. Mi parve di rimanere solo, abbandonato, in un deserto, senza
luce, senz'acqua. Rientrai in camera, tutto angustiato. Dinanzi ad una fioca
stearica d'albergo, in piedi, fremendo, rilessi le sue lettere inquiete,
agitate, febbricitanti, che mi davano la follia. Sarebbe venuta. Sarebbe venuta
la regina di Saba nei dômi azzurri della mia fantasia. Io le tendeva le
braccia, ella veniva. Poi mi mettevo a pensare se quel salottino e quella
camera d'albergo erano degne di ricevere la sua persona. Piccole stanze, messe
con un lusso un po' rustico, un po' cittadino. Ma come Cristo, vi erano tutte
le stazioni della Passione. Gliele avrei fatte vedere: Vedi, qui ho pianto,
pensando che tu non saresti venuta. Qui ho sperato che questo calice mi sarebbe
risparmiato. Qui ho agonizzato, nel dubbio della mia fatale Getsemani. Qui ho
singhiozzato, credendomi tradito da te. Qui ho disperato, credendo che non
saresti più venuta. Questa è stata la mia tomba per tre giorni. E qui, qui,
amore mio immenso, sono risorto. - E pieno di una esaltazione, uscivo sul
terrazzo a gesticolare, come un lungo burattino preso da pazzia. Forse, non
sarebbe venuta. Mi sedetti in un angolo, appoggiando le braccia sul muretto, e
il capo sulle braccia. Ma non dormivo, no. La boccettina del cloralio era quasi
vuota sulla mia tavola. La vuotai. Mi distesi sul letto per dormire. Non
dormivo. Presi un libro: le Massime di Larochefoucauld. Tristi massime,
ironiche massime, piene di realtà. Ma la passione è fuori della vita reale. Mi
conturbarono. Fumai di nuovo. Avevo la gola secca, le fauci riarse, le guaucie
mi bruciavano. Prendevo le sue lettere, profumate, fresche, e me le metteva sul
volto, sperando averne qualche refrigerio.
Dal terrazzo, vestito, tutto pronto, cavando
l'orologio nella penombra della luna tramontata e del giorno che sorgeva, vidi
aprirsi una ad una le case dei contadini. Nell'albergo, dormivano ancora. Pure,
sapendo che col treno delle sei e mezzo aspettavo mia moglie, si alzarono. Mi
nascosi, vergognandomi di farmi vedere così premuroso. Ma dalla finestra,
vedevo sempre la stazione, che s'era svegliata anche lei. Sotto la porta, un
facchino si stirava le braccia. Uscii, non ne potevo più. Nel crepuscolo
mattinale la serva spazzava, in basso, la stanza da pranzo. Le dissi che andavo
a passeggiare. Sorrise. Non capii quel sorriso. Ero inebetito. Come l'ora si
appressava, cresceva in me la sicurezza che non sarebbe venuta. Non viene, non
viene - mormoravo. Me ne andai sulla via maestra, parallela alla via
ferroviaria. Andavo incontro al treno, come un pazzo, come un bambino. Poi la
via maestra faceva un gomito; tornai indietro, alla stazione. Presi una tazza
di caffè, poi un vermouth nel piccolo caffè, parlai col padrone. Era l'alba, ma
grigia. Forse il sole non sarebbe uscito, forse essa non sarebbe venuta. Anzi
era certo che non veniva. Aspettavo per scrupolo di coscienza, quasi per
dovere. Avrei potuto andarmene, perchè non veniva. D'un tratto odo un debole
fischio, un suono di campanella, mi precipito fuori, in tempo per vedere un treno
nero, bagnato d'umidità. Il sangue, mi va al cuore, ma oso domandare:
- È il diretto?
- No, è un merci. Ci vogliono tre quarti
d'ora pel diretto.
- È segnalato alcun ritardo?
- No, per ora.
Ella non verrà. Me ne vado nel giardinetto della
stazione dove crescono le rose delle quattro stagioni ed i gelsomini cremisi,
in ritardo. Una lucertola mi guarda con i suoi occhietti sospettosi, una buona,
simpatica e nervosa lucertola. Vorrei narrarle la mia disperazione, perchè ella
non verrà. Un carabiniere è ritto sotto la porta; non mi guarda. Vorrei dirgli
quanto son disperato, poichè ella non verrà. Gli ultimi minuti; prima che il
treno arrivi, io li vivo triplicatamente, giunto al culmine di ogni sensazione.
Viene il treno, la campanella è stridula, le orecchie mi tintinnano. Il sole
appare vittorioso all'orizzonte e il fumo bianco della macchina s'indora. Ella
non vi è. Non mi avanzo, rimango immobile, morendo in piedi. Scendono contadini
dalla terza classe; dei signori una vecchia, un bambino dalla seconda. Ella non
vi è. D'un tratto, lontano, nella penultima carrozza di prima classe, allo
sportello non fa che apparire e scomparire un volto smorto.
Mi trovo la forza di aprire la portiera. In una
mano ghiacciata, è appoggiata una manina tremante. Non ci parliamo, ma ci
guardiamo, camminiamo accanto. Quei due esseri pallidi, senza voce, tremanti
come bimbi, sono un uomo a trent'anni forte e coraggioso, una donna di spirito
e di coraggio. Alla porta le faccio una domanda insulsa, inutile.
- Hai il biglietto?
Lo ha, me lo mostra. Passiamo. Ce ne andiamo nel
polverìo della via, senza osare di darci il braccio. L'albergatore dalla
soglia, ci sorride. Ella sorride con gli occhi pieni di lagrime, io non sento
che il profumo acuto dei suoi guanti, il suo profumo...
*
* *
Tu hai potuto dimenticare, io ho14
potuto dimenticare. Poichè questo caso mostruoso, inaudito, è stato possibile,
sogghigniamo e diciamo pure che la vita nella sua più alta espressione, che è l'amore,
non è che un vano e miserabile sogno.
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