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Leggende napoletane
LA CITTÀ DELL’AMORE
Mancano a noi
le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere
i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze
immacolate della neve che dànno la vertigine del candore; mancano le rocce
aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso.
Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la
ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie,
innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke
bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide
allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al
cavaliere smarrito.
Lassù
una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di
strani delirî della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie,
ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo
nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive
in un sogno che è vita. Lassù i solitarî e tristi piaceri della immaginazione
che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E
le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente
sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere
ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è
la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è
fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel
misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza
eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello
spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il
pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si
fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra,
ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma
dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata
dall’amore.
Cimone
amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della
forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata.
La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la
vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della
salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la
rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco
significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero
sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze
dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo,
come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che
s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava
per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte
si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In
questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la
fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi,
le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso
amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono. Ora ella ama
Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma
in donna.
Nella
notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:
–
Parthenope, vuoi tu seguirmi?
–
Partiamo, amore.
– Tuo padre
ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo
figliolo. Ami tu Eumeo?
– Amo te,
Cimone.
– Lode a
Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo
sarebbe la vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe
ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?
– Io sono la
tua schiava, amore.
– Pensa:
dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle
sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto...
– Partiamo,
Cimone.
– Partire, o
dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una
via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno;
affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano,
molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l’inverno, dove il
pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono
giardini, non sono rose, non sono templi...
Ma nei grandi
occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce
armoniosa vibra la passione:
– Io t’amo –
ella dice –, partiamo.
Sono mille anni
che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline
la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna
sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una
natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli
sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono
anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.
Da mille anni
attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate.
Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la
terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire,
abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore.
Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno
portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di
Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui
crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla
passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che
rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle
vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la
lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno
amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del
lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone
che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro
splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di
porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in
essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso
senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha
prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei
campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto
bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto
agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo
della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati
ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo,
un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il
profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza,
attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca,
ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino
non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla
Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che
vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la
voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei
frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle
fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i
loro figliuoli, le immagini degli dèi, gli averi, le comuni risorse; alla
capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva
arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono
fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a
grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed
il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica
delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una
città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla,
ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli
hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il
soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina
umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il
costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi
sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega,
ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace
profonda e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorìo operoso
dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.
La più bella
delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti,
quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore
efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città.
Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa
fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce
in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile,
ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si
allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo
spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di
stringere il mondo in un immenso amplesso.
Se
interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba
della bella Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il
mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di
Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte.
Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è
morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre
ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella
si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e
folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che
rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il
mare. Quando nelle giornate d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il
suo alito soave: quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte
vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo
amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce
che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa
trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscìo di abiti ci fa fremere al memore
ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che
sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di
una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire
la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa
contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la
vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la
città dell’amore.
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