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IL DIAVOLO DI MERGELLINA
Assisa
innanzi allo specchio, ella lasciava che la sua acconciatrice passasse il
pettine nella ricchezza dei capelli biondo-fulvi, di un colore acceso e
voluttuoso. Si guardava attentamente nello specchio: sul volto di una
candidezza abbagliante, che parea fosse fulgido, non compariva traccia di
roseo; nei grandi occhi glauchi, cristallini, il lampo dello sguardo era verde
e freddo; le labbra carnose, rosse, come il granato, dovevano essere dolci ed
amare quanto il frutto che ricordavano; il collo superbo, pieno e rotondo
palpitava lentamente. Ella si guardò le mani attraverso la luce, mani candide
quanto il viso; si guardò le braccia sode e rasate come un frutto maturo in cui
si possa mordere. Si trovava seducente, bellissima; ed un eroico sorriso le
sfiorò le labbra. Ella si adorava; idolatrava la propria bellezza e vi
abbruciava ogni giorno un copioso incenso che si univa a quello di tutti coloro
che l’amavano.
–
Una lettera per madonna Isabella – disse un paggio ricciuto, inchinandosi e
porgendo il biglietto sopra un vassoio d’argento.
Madonna
Isabella scórse la lettera. Messer Diomede Carafa le scriveva ancora d’amore,
una lettera piena di fuoco che a volte scoppiava nell’impeto della
disperazione, a volte si allentava e s’illanguidiva nelle divagazioni di una
mestizia insanabile. Messer Diomede Carafa sapeva amare: la sua anima nobile ed
eletta era aperta a tutte le squisite sensibilità dell’affetto, la sua forte
anima comprendeva tutti gli slanci di una passione umana e potente; le
orgogliose dame spagnole della Corte vicereale avrebbero volentieri abbandonato
la loro fierezza castigliana per esser amate da lui e per amarlo; le fanciulle
dell’aristocrazia napoletana, brune fanciulle dagli occhi azzurri, lo avrebbero
amato se egli avesse voluto amarle. Ma messer Diomede non amava che madonna
Isabella che aveva fama di donna crudele e disamorata; difatti ella non fece
che sorridere appena alle frasi amorose che messer Diomede le scriveva.
Nel
grande salone del suo palazzo, madonna Isabella, vestita di broccato rosso che
faceva risaltare il pallore del volto, con una reticella di perle sulle fulve
trecce, sedeva a conversazione con messer Diomede. Il giovane innamorato era
seduto alquanto discosto dalla sua donna, ma la fissava con l’occhio intento e
cupido, senza mai distogliere lo sguardo da quella figura; a seconda che la
donna parlava, sul viso del giovane passavano onde di sangue che lo coloravano,
o un terreo pallore vi si diffondeva; come il giovane si lasciava trasportare
dall’amore, la sua voce tremava, ed in essa passava la nota tenera e grave
dell’affetto, la vibrazione profonda della gelosia, l’ondulazione indefinita
della mestizia, la nota stridula dell’ironia, tutte le variazioni che ha
l’amore.
La
dama, placida, tranquilla, sorridente, agitando il leggiero ventaglio di piume,
giocherellava amabilmente e ferocemente col cuore del giovane. Ella, a sua
posta, creava in lui lo sconforto desolato o l’inesauribile speranza, la cupa
gelosia o l’estrema fiducia, la collera senza nome e senza limiti o la gioia
senza confine. Abituata a questi sottili e malvagi godimenti, ella si
compiaceva stringere quel cuore innamorato in una mano di ferro che lo
soffocava a poco a poco e poi ridonargli la vita, carezzandolo con una mano
leggiera e vellutata; si dilettava far sussultare di dolore quell’anima,
gittandola bruscamente nella disperazione; gioiva facendola esaltare grado a
grado, sempre più, fino a farla impazzire nella vertigine dell’altissimo
pinnacolo. Furono tali donne, sono e saranno. Il mondo le maledice, le
disprezza, paiono fatte estranee alla soave comunanza femminile, paiono odiate,
esecrate. Ma il mondo le ama, ma l’uomo le ama. Così è sempre, così sempre
sarà. Pace a voi, giovanette gentili, dalle anime buone che rischiarano come
luce di lampada familiare il corpo delicato; pace a voi, donne il cui destino
unico è l’amore, è il sagrifizio: giammai sarete amate come quelle donne lo
saranno. Virtù, dolcezza, abnegazione, serenità, calma, felicità sono vani
nomi: l’acre e malsano desiderio dell’uomo corre verso la misteriosa e temuta
sirena. Pace a voi; amate, soffrite, morite: giammai sarete amate come quelle
donne lo saranno.
Eppure
fu un giorno in cui Diomede Carafa credette di arrivare al culmine
inaccessibile della sua vita, al momento fatale in cui ogni facoltà, ogni
potenza fisica, ogni luce di ragione, ogni festa di fantasia, ogni robustezza
di fibra, si riuniscono in una sola, profonda, alta armonia che è l'amore. Fu
il giorno in cui madonna Isabella, all'impensata, dopo una lotta d'un anno in
cui essa non aveva ceduto di una linea sola, presa da un subitaneo abbandono e
dominata da una strana causa, disse d'amarlo. Oh! chi ha amato la conosce
questa stagione calda ed esuberante, colorita dal sole, nell'azzurro
sconfinato, nell'infiammato meriggio dove tutto arde e si consuma in una grande
voluttà, quando i fiori nascono presto, vivono una vita rapida e soverchiante,
esalano profumi grevi e violenti e muoiono per aver troppo vissuto; la stagione
fremente dove tutto è luce, tutto è fulgore, tutto è febbre che precipita il
sangue; la benedetta stagione, la eccelsa stagione dopo la quale tutto è cenere
e fango. Chi ha amato sa la stagione d'amore di Diomede Carafa e non aspetta
dalla scialba parola del freddo e disanimato cronista una descrizione. Chi ha
amato evochi tutti, tutti suoi ricordi di amore, riviva in quel passato pieno
di una gioia e di un dolore che non hanno l'eguale, palpiti, s'agiti, abbia la
convulsione ed il delirio di quell'amore e saprà di Diomede Carafa. Le storie
d'amore non si raccontano, non si descrivono che miseramente: l'arte istessa,
la divina arte che tutto scopre, tutto rivela, non può che dare una sola e
fuggevole immaginazione del proteiforme amore.
Breve
stagione. Se durasse, il cuore morirebbe nella esagerazione di un sentimento
che è la follia. A poco a poco, con gradazioni impercettibili, madonna Isabella
fu meno felice, meno innamorata; il sorriso fu più scarso sulla bocca, le
braccia più fiacche nell'abbraccio, le labbra più gelide nel bacio, il palpito meno
frequente nell'arrivo e nel distacco. Diomede Carafa, cieco, pazzo d'amore, non
vedeva, non comprendeva. Madonna Isabella discendeva sempre più verso
l'indifferenza che poi era il suo stato abituale e la sua naturale ferocia
rinasceva per la tortura di quell'uomo. Ma Diomede Carafa soffriva e
s'inebriava di quella sofferenza, piangeva e s'ubriacava di quelle lagrime, era
ammalato e si consolava di quel morbo ora gelido, ora infuocato che gli
consumava la vita; era tormentato, oppresso, disperato. ma si estasiava di ciò
come i martiri cristiani del sangue che usciva dalle loro vene esauste.
Isabella si mostrava con lui chiusa, dura, sprezzante e lui l'amava anche così,
massimamente così; Isabella si faceva volubile, leggiera, accogliendo in casa i
più bei cavalieri napoletani e lui, morendo di gelosia, amava Isabella per la
gelosia che aveva di lei. Egli gettava pazzamente i suoi averi, obliava le
prerogative della sua nobiltà, non conosceva più amici, non conosceva più
parentado, non sapeva più nulla di obblighi o di diritti: Isabella, Isabella,
amare Isabella. Fino a che un giorno tutta la verità gli fu palese come parola
di Dio e seppe del proprio avvilimento, seppe del tradimento di Isabella con
Giovanni Verrusio, amico suo e suo compagno d'infanzia.
Egli
nascose a tutti il dramma del suo spirito, sdegnoso di compianto. Il crollo
immenso della sua felicità, la rovina tragica e nera dello splendido edificio
non ebbero testimonio. Meglio così. Che vale il rimpianto? Che cosa è la parola
compassionevole e glaciale? Foglie morte che il vento si porta via, ed il
dolore rimane eterno. Invano egli errò, viaggiatore solitario e noncurante, per
fiorenti paesi, invano chiese alle ricchezze, al lusso, ad altri amori, a feste
stupende, l'oblio; invano egli volle innamorarsi delle vaghe creazioni
dell'arte per ritrovare la pace. Dappertutto, in ogni paese, in ogni donna, in
ogni fiore, al fondo dei vini generosi, nelle figure dei quadri, nelle figure
delle statue, negli ondeggiamenti della musica, egli ritrovava Isabella. Il suo
dolore non era più acuto e straziante, ma lento, lungo, stupefacente. egli
sentiva la sua anima gonfiarsi di affetto ed i suoi occhi gonfiarsi di lagrime;
egli provava il bisogno del sagrificio, del culto, dell'estasi...
– Dio, Dio – ripetette un giorno la stanca amica sua.
Diomede
Carafa fu vescovo di Ariano, prelato esemplare e amatore dell'arte. Leonardo da
Pistoia, pittore, fu suo amico. Per sua ordinazione e per la chiesa di
Piedigrotta dove giace il Sannazaro, il Leonardo fece il quadro bellissimo di
S. Michele che atterra Lucifero. Lucifero vinto e bello e ancor folgorante, ha
il volto di madonna Isabella. Ed è una donna il diavolo di Mergellina.
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