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PROVVIDENZA, BUONA SPERANZA
Sono
belli i bimbi napoletani e ridono e giocano come tutti gli altri bimbi del
mondo; ma non vogliono alla sera stare quieti sotto il lume della lampada, se
la giovane madre, o la gentile sorellina, o la nonna dagli occhiali d’oro, o la
zia che lavora di calza, non racconta loro una storia, una bella e lunga storia
che faccia spalancare i loro occhioni, sino a che il sonno li faccia diventare
piccoli piccoli. Sono così tutti i bimbi del mondo? Io non lo so: io conosco
solamente i miei bimbi napoletani che amano le storielle della sera. Vorrei
essere io la madre ancora gaia come una fanciulla, la grande sorella nel cui
animo di giovinetta si forma la madre, la nonnina che ricorda il suo giocondo
passato, la zia che non ha avuto passato d’amore, che non ha presente e la cui
mano tremante di emozione si appoggia timidamente sul capo di bimbi non suoi:
narrerei loro la storia di Provvidenza, buona speranza. La vorranno essi
ascoltare da me, che narro grosse e cattive storielle agli uomini grandi e
buoni? I bimbi sono belli, amano le storielle e sono indulgenti col narratore…
V’era
dunque una volta, nella nostra carissima Napoli, un uomo molto strano. Io non
vi dico l’epoca precisa in cui egli visse la sua vita singolare, poiché a voi,
bambini ridenti, non importa nulla una data, voi che avete la fortuna di
obliare; poiché a voi non interessano le cifre, voi la cui vita è tutta una
poesia. L’epoca io la so, poiché noi grandi abbiamo l’infelicità di sapere
troppe cose inutili, di accumulare nella nostra testa tante notizie che a nulla
ci valgono – lo so e non velo dico. A voi sicuramente interessa di più sapere
come era fatto questo uomo strano, come vestiva, che cosa mangiava, quali erano
le sue abitudini ed in che consisteva la sua stranezza.
Uditemi
tutti attentamente che qui comincia il buono: questo uomo di cui vi parlo era
lungo lungo come mai uomo può essere lungo, in modo che il popolo diceva sempre
che egli era cresciuto all’umido e che la mamma aveva sempre avuto cura ad
annaffiarlo, perché crescesse, quasi che egli fosse un alberetto e non un uomo.
L’uomo lungo era anche molto magro, con certe gambe che ballavano nei calzoni,
come un fodero troppo largo, con certe braccia che sembravano due aste sottili
di mulino sempre in moto. I mulini li avete visti, nevvero? Si? Va bene; tiro
innanzi.
L’uomo
lungo e magro non era molto vecchio, poiché aveva tutti i capelli neri senza un
filo bianco e gli occhi suoi, bruni come il carbone, brillavano come quelli di
un giovanetto, ma la pelle del viso era gialla come la cartapecora dei libri di
vostro nonno e si piegava tutta in mille rughe; il collo in cui i tendini erano
salienti, rassomigliava alla zampa secca di una gallina morta. Egli era vestito
sempre di nero, con certi pantaloni lucidi dal grande uso, troppo corti sul
piede, lasciando scoperti gli scarponi di cuoio grosso e le calze bucate; aveva
un lungo soprabito, le cui falde svolazzavano, che gli si adattava male alla
vita, alle spalle, al collo, di cui il primo bottone era sempre ficcato nel
secondo occhiello e così di seguito. Portava al collo come cravatta un
fazzoletto bianco; in testa un cappellaccio, rosso dalla vergogna, tutto
ammaccature e sassate, in mano un bastone nodoso, dal pomo grosso come quello
di un capo-tamburo. Questo uomo non si sapeva da nessuno chi fosse, donde
venisse, dove andasse; ma tutti lo conoscevano poiché il giorno e la notte
girava per le strade di Napoli, figura allampanata e fantastica che al lume dei
lampioni assumeva proporzioni inverosimili ed alla luce del sole pareva uno
spettro che avesse smarrita la via del cimitero.
L’uomo
si fermava a tutte le porte, si fermava sotto tutti i balconi e metteva fuori
il suo grido, aspettava un momento, poi andava via. Egli conosceva tutte le
case dove erano bambini e, arrestandosi lì sotto, gridava con la sua voce
stridula: Provvidenza! Allora il bambino veniva, salutava l’uomo e gli
dava un soldetto, o un frutto, o un pezzo di pane. Egli conosceva bensì tutte
le case dove non erano bambini e vi si fermava sotto, gridando: Buona
speranza! La sua voce suonava come un augurio e tutti coloro che hanno il
desiderio vano pei figli, tutti coloro che li aspettano, tutti coloro che amano
i bimbi, davan l’elemosina al mendico. Solo i cuori duri, quelli che sono
egoisti, che non hanno mai voluto bene ad alcuno, non gli davano nulla; il
mendico ne conosceva le case e non vi si fermava. Egli, tra il frastuono dei
carri, delle carrozze, dei mestieri rumorosi, dei venditori che strillano il
prezzo della merce, gittava sempre il suo grido alto, a tutti superiore: Provvidenza,
buona speranza! Lo si udiva nelle cantine profonde, dalle soffitte
altissime, dai giardini, dalle terrazze: il suo grido metteva allegria. Il
povero ammalato che, confitto nel letto, guarda volare le mosche, conta i
fiorami delle pareti ed i travicelli del tetto, sentiva volentieri quelle
parole che dalla via pareva gli dessero promessa di una pronta guarigione: Provvidenza,
buona speranza! L'operaio che nella sua bottega, nei calori soffocanti dell'estate
suda a tirare la sega su e giù, si rialza più vigoroso, quasi animato da una
vaga fiducia che il lavoro diventasse meno duro, il padrone meno esigente ed il
pane meno caro: Provvidenza, buona speranza! La madre solitaria che di
notte agucchia presso il tavolino, al lume temperato di una lampada e pensa al
figliuolo marinaio, imbarcato su una nave che viaggia nei lontani mari del
Giappone, e trema al soffio del vento, e ha gli occhi pieni di lagrime allo
scroscio della pioggia, sorrideva a quella voce che nell'ombra le diceva
sperare: Provvidenza, buona speranza!
Ma il
mendico singolare che non parlava mai d'elemosina, s'intratteneva volentieri
coi bimbi di Napoli, ne conosceva dappertutto, ne sapeva i nomi e talvolta anche
i piccoli segreti. Nella strada di Santa Lucia dove i bimbi sono bruni, magri e
nervosi e rassomigliano ai pesciolini svelti del mare, egli si fermava a
guardare i tonfi che essi fanno nel mare, animandoli con la voce, agitando il
bastone, eccitando i più bravi, applaudendo ai salti migliori: i bimbi salivano
a ridere con lui, soffregandosi alle sue lunghe gambe, mentre a lui un riso
bonario spianava le rughe e rischiarava il volto.
Nei quartieri
nobili di Chiaia, di Toledo, della Riviera, egli guardava lungamente i bimbi
vestiti di velluto e di trine, coi riccioli ben pettinati, gli stivalini nuovi
fiammanti, le manine inguantate, i bimbi che vanno a passeggiare in carrozza o
guidati dalla mamma: i bei bimbi non avevano paura né ribrezzo del mendico e
talvolta gli davano un confetto o un pezzettino di cioccolatto che egli, che
nessuno aveva mai veduto a mangiarne, divorava con una letizia sorridente, col
capo riverso indietro, con gli occhi lucidi di contentezza. Nei quartieri bassi
del Pendino e del Mercato, dove i bambini sono pallidi e malaticci pel cibo di
frutta acerbe, egli, di nascosto, dava loro dei soldetti e fuggiva via con le
sue lunghe gambe, gridando ed agitando il bastone. Su pei giardini delle
colline, dove i bimbi sono floridi di ciera hanno i capelli gialli pel sole ed
i piedi nudi nella polvere, egli li chiamava a frotte intorno a sé, faceva le
capriole, si buttava per terra come un pazzo e se li faceva camminare sulle
gambe, sulla pancia, sullo stomaco, ridendo e strillando, poi ne agguantava un
paio, li baciava disperatamente e scappava via per le viottole, simile ad uno
spaventa-passeri. Di notte girava per le vie della città dietro ai bimbi che
cercano i mozziconi dei sigari e tastando in terra col bastone, coi suoi occhi
di gatto che bucavano l'oscurità, ne trovava, anche lui dei mozziconi e li
buttava tacitamente nel cestino del piccolo trovatore; si fermava sulle
soglie delle chiese dove giacciono in terra a dormire, arrotondate come cani,
tante miserabili creaturine senza tetto e sollevandole se ne metteva un paio
col capo in grembo, coprendole con le falde del suo soprabitone, rimanendo
immobile al freddo, seduto sugli scalini, guardando i ricchi e gli agiati che
rincasano e vanno a baciare i bimbi che dormono nel calduccio del letticciuolo.
Provvidenza, buona speranza, andava al mattino ed al pomeriggio sulla
porta delle scuole a vedere i bambini che vanno o escono dalla scuola; negli
otto giorni di ogni anno in cui l'ospizio dell'Annunziata è aperto al pubblico,
il mendico passeggiava gravemente nelle sale mirando i trovatelli, parlando
loro, baciucchiandoli, palleggiandoli e canticchiando loro misteriose canzoni.
Era singolare come il mendico intendesse il linguaggio fatto a balbettìi dei
piccini piccini e le domande incoerenti dei più grandetti ed i bimbi
comprendevano lui che non era compreso dagli uomini. Una notte Provvidenza,
buona speranza, scomparve e non si seppe più nulla di lui, né fu più visto.
Un ortolano di Capodimonte narrò di averlo visto, nella notte, sopra un masso,
disperarsi, salutare, mandar baci alla città immersa nel sonno, buttarsi per
terra col capo nella polvere, piangere, strapparsi i capelli, poi rialzarsi e
partire.
Quelli che lo
conoscevano, si dispiacquero di non vederlo più, di non udire quel suo grido
che rallegrava, i bimbi di Napoli ci pensarono un par di volte, e più altro. Fu
detto poi che Provvidenza, buona speranza era un grande medico di un paese
lontano come la Svezia, Norvegia o la Danimarca, che si fosse fatto amare
dall'unica figliuola del re, l'avesse sposata segretamente e ne avesse avuto un
bellissimo bambino – che il re, saputo il fatto, fosse montato in una grande
collera, avesse esiliato per sempre il medico, carcerata la figliuola in un
appartamento e messo a balia il bimbo – che il re vecchio, morto, il medico
fosse chiamato accanto al re nuovo, suo cognato, a prendere il suo posto a
corte presso la moglie ed il figlio. Fu detto questo, ma in Napoli, fra le
madri ed i figliuoli, fra i bimbi ed i popolani, è rimasta tradizionale la
figura di Provvidenza, buona speranza e l'annuncio del suo arrivo serve
ancora a calmare gli strilli dei piccoli impertinenti, ad asciugare le lagrime
dei piagnolosi ed a far addormentare quelli troppo vivaci che hanno la pessima
abitudine di vegliate tardi, senza sapere che il sonno... I bimbi dormono.
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