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O Giovannino, o la morte!
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Alle dieci e mezzo di
quella domenica, il sagrestano della parrocchia dei Ss. Apostoli uscì sulla
porta dell'antica chiesa napoletana e cominciò ad agitare vivamente un grosso e
stridulo campanello di argento. Il sagrestano, appoggiato allo stipite della
pesante vecchia porta di quercia, scrollava il campanello a trilli, a distesa,
continuamente: serviva per avvertire i fedeli di via Gerolomini, del vico
Grotta della Marra in Vertecoeli, della piazza Ss. Apostoli, delle Gradelle,
che fra poco sarebbe cominciata nella chiesa dei Ss. Apostoli la messa cantata,
la funzione grande di Pentecoste. Ad un tratto, il campanello si chetò: ma il
sagrestano rimase accanto alla porta, ritto sugli scalini, ripetendo ogni due
minuti innanzi alla piazza deserta:
«Avanzate il piede, che
ora esce la messa».
Pure le bottegaie che
passavano e ripassavano innanzi agli sportelli socchiusi delle loro botteghe,
le massaie che andavano a dare un'occhiata ancora alla cucina, dove il grosso
pezzo di carne bolliva nel sugo di pomodoro, le signore borghesi che ancora
erano nelle mani della pettinatrice, non si affrettavano ancora: perché uscisse
la messa cantata, il sagrestano doveva aver suonato tre volte. Solo qualche
popolana giungeva, col nuovo vestito di percalle e la pettinessa di argento
ficcata nel lucido mezzocchio dei capelli, tirandosi dietro dei bambini. Il
sagrestano, assai sdegnoso di questa minuta gente, andava ripetendo, agli echi
della piazza, monotonamente:
«Avanzate il piede, che
ora esce la messa».
Nel palazzo numero due di
piazza Ss. Apostoli, in quella mattinata festiva, il movimento si accentuava.
Era un grande palazzo giallo, con un cortile largo, mal lastricato, che i
cocchieri e i mozzi di stalla della principessa di Santobuono, strigliando i
cavalli, lavando le carrozze e strofinando i finimenti, riempivano di pozze di
acqua sudicia: e dalle botteghe interne spalancate del cortile un acuto puzzo
di stalla si diffondeva dappertutto. Giusto, in quell'ora, la due mantici
della principessa di Santobuono era quasi in ordine, fra un gran chiasso di
cocchieri e di mozzi, fra lo scalpitare dei cavalli che dovevano uscire di là,
scendere a venti passi, per andare nella strada San Giovanni a Carbonara, a
prendere la principessa che abitava un palazzo simile a una fortezza e condurla
a messa. La scala del palazzo numero due, ai Ss. Apostoli, era assai sporca:
poiché, non essendovi portiere, la pulizia era affidata agli inquilini, piano
per piano. Giusto, donna Orsolina che abitava al primo piano, era ancora
incinta, quell'anno, di cinque mesi, e i suoi altri quattro piccoli figli non
le davano un minuto di pace, non davano pace alla serva Mariagrazia: quella
domenica, specialmente, donna Orsolina non arrivava più ad abbottonarsi il
vestito di lana nera, assai consumato, orribilmente corto innanzi, e rossa, e
pallida, volta a volta, con le lagrime agli occhi, malediva il momento in cui
invece di farsi monaca di casa, aveva preso un amore pazzo e stupido per
Ciccio, l'impiegato postale.
Dirimpetto, la coppia
Ranaudo posatamente si preparava alla messa: donna Peppina Ranaudo, a
cinquant'anni, grossa, grassa, più larga che lunga, con un viso roseo infantile
di donna pingue che non ha avuto figliuoli, con la testa che si andava pelando,
si faceva mettere le larghe scarpe di prunella dalla serva Concetta: mentre don
Alfonso Ranaudo, suo marito, commesso del lotto e gran cacciatore avanti a Dio,
di ritorno da Pomigliano d'Arco, dove era andato alle tre del mattino in cerca
di quaglie e donde era ritornato, sempre a piedi, alle dieci, si levava la
giacca di fustagno, per mettersi il soprabito di castoro nero: e i due vecchi
coniugi senza figli, felici, tranquilli, contenti di non aver avuto figliuoli,
si guardavano sorridendo con una lucentezza placida negli occhi. Al secondo
piano, a sinistra, un'altra coppia felice si preparava per andare a messa: don
Vincenzo Manetta, un vecchio secco, lungo e bianco, con un viso scarno e un
naso da uccello, due fedine sottili bianche e due gambe magre come bastoni, don
Vincenzo Manetta, cancelliere di tribunale in ritiro, rabbioso di essere in
ritiro e innamorato della storia dell'antica Napoli, sino al punto da copiarne
gli interi brani da certi documenti, credendosene poi l'autore: donna
Elisabetta Manetta, buona donna che si era maritata assai tardi, a
quarantacinque anni, e che aveva conservato un viso delicato ma ingiallito di
zitella matura, e che si ostinava nell'abitudine di tingersi i capelli con la
tintura Zempt, tanto che questi capelli variavano di tinte, ora color rosso
cupo, ora marrone chiaro, ora violaceo scuro e generalmente verdastri, la tinta
delle cupe erbe di pantano. E metodico, meticoloso, un po' stizzito, don
Vincenzo Manetta, col soprabito nero sino ai piedi, batteva la mazza in terra;
«Elisa, il sagrestano ha
suonato due volte».
«Una, una» diceva
pazientemente donna Elisa, infilando i mezzi guanti di reticella nera sulle mani
grassotte, ma un po' gialle.
«Elisa, vuoi perdere la
messa?».
«Cerco il rosario».
«Elisa, le chiavi?»
«Le ho in tasca».
«Elisa, il gatto?».
«È chiuso nello stanzino
del carbone».
Intanto il sagrestano
aveva cominciato a scampanellare. Ora ci volevano soltanto dieci minuti e
sarebbe cominciata la messa cantata. Nell'appartamento del secondo piano a
dritta, un grande appartamento di dodici stanze, vi fu un grande sbattere di
porte e un andirivieni, e una forte voce di donna gridò:
«Chiarina, Chiarina!».
«Chi è?» rispose una voce
da una stanzetta vicina.
«È suonata la seconda
volta, la messa» gridò la voce di donna Gabriella, mentre ella si affibbiava un
braccialetto d'oro, a catena, assai pesante.
«E va bene» rispose la
sottil voce di Chiarina dalla sua stanza.
«Ti vuoi perdere la messa,
non è vero?» gridò donna Gabriella, affibbiandosi un altro braccialetto d'oro,
ad anelli grossi, assai massiccio.«Vuoi perdere anche l'anima?»
«Ognuno pensa all'anima
sua» rispose di dietro la porta la voce di Chiarina fatta stridula.
«Sentite chi ha il
coraggio di parlare, sentite!» urlò donna Gabriella mentre cercava invano di
abbottonarsi i pesanti orecchini di oro, a perle e brillanti.
«Non potessi neppure
parlare, adesso?» strillò la ragazza, sempre dalla sua stanza.
«Te ne dovresti
vergognare, che sei innamorata di quello straccione di Giovannino, straccione,
straccione che non è altro!».
«A voi non importa» disse
Chiarina, mostrando il viso bruno e sottile da una fessura della porta.
«Come, non m'importa? io
ti sono mamma, capisci, e comando io! ».
«Niente affatto: voi non
mi siete madre: e quindi non comandate» ribatté Chiarina, mostrandosi in
sottana e bustino.
Donna Gabriella, grande,
grassa, con un viso rubicondo che la polvere di cipria non arrivava a
impallidire, soffocando nel suo busto di raso nero, diventò violetta.
«Te la farò vedere, se
comando! ».
Chiarina si avanzò un poco
e quietamente le disse:
«Voi lo sapete: o
Giovannino, o la morte».
E rientrando nella sua
stanza, per finire di vestirsi, sbatté la porta. Donna Gabriella fu lì lì per
correrle dietro, ma si contenne per non farsi andare il sangue alla testa anche
di più. Seduta, agitando il cappello nero coperto di piume, nel cui nodo di
velluto aveva passato un grosso anello di brillanti, cercava di calmarsi. Nella
stanza da letto, occupata dall'ampio letto coniugale di ottone, dove donna
Gabriella dormiva i suoi vedovi sonni, dall'ampio armadio di mogano a grande
specchiera, da due cassettoni massicci di mogano coperti di marmo bianco, da
una toilette larga coperta di marmo bigio, vi era ancora il disordine
mattinale delle case napoletane, la domenica in cui tutti si levano più tardi.
Sulla toilette vi erano tanti scatolini aperti, di pelle, di velluto, da
cui donna Gabriella aveva tolto i grossi gioielli di cui si era adornata: certi
scatolini erano di legno grezzo bianco, dove stavano scritte tre o quattro
cifre, a caratteri d'inchiostro rosso. Donna Gabriella, che aveva sempre caldo,
tanto era forte e grassa, tanto si stringeva per assottigliare un po' la
cintura, si soffiava con un ventaglio di raso nero, assai comune, ma attaccato
alla persona da un laccetto assai doppio di oro. In questo, Carminella, la
cameriera, comparve nella stanza. Carminella aveva già inteso la messa alle
sei, essa che era assai devota, che faceva la vita spirituale, vestita
di nero come una monaca, e portava il fazzoletto bianco al collo. Era una
creatura pallida e silenziosa, dallo sguardo sempre sfuggente, dalla cera
contrita, che lavorava solamente per mettersi in grazia di Dio e sospirava di
compunzione quando la sgridavano.
«Questa ragazza mi farà
crepare» disse donna Gabriella a Carminella, in forma di osservazione.
«Offrite queste
tribolazioni all'Eterno Padre, nella chiesa di Santa Chiara» mormorò
Carminella.
«L'Eterno Padre però mi
potrebbe fare la grazia di aggiustarle la testa» borbottò donna Gabriella, «ma
mi sembra più dura del piperno».
«Sono i peccati nostri»
ripetette la pinzochera.
Chiarina era uscita dalla sua
stanza, vestita, col cappello in testa, mettendosi un vecchio guanto. Anche il
vestito di lana nera era vecchio: e il cappello di castoro nero era stato
portato tutto l'inverno. Donna Gabriella squadrò la figliastra e aggrottò le
sopracciglia:
«Perché ti sei messa
questa vecchia roba? ».
«Non è vecchia ancora».
«Pare a te. Potevi
metterti il vestito chiaro e il cappello di mezza stagione che ti ho fatto
fare».
«Il vestito mi va un po'
largo».
«Non è vero. E se ti
andava largo, non si poteva accomodare?».
«Domani...»
«Va' a metterti il
vestito, Chiarina» disse donna Gabriella.
«È tardi ».
«Aspetterò, ma ti devi
mettere il vestito, se no, si dice che ti mando come una stracciona. perché sei
figliastra».
«Se si dicesse solo
questo!...» mormoro Chiarina.
«E che si può dire? Che
dicono queste male lingue? Non sanno quello che mi costi? Non sanno che spendo
il sangue mio per mantenerti e per vestirti come una signora di carrozza?».
«Il sangue vostro?...»
chiese ironicamente Chiarina.
«Certamente: e se non
fossi un'ingrata briccona, se non fossi una stracciona sconoscente, se non
fossi di razza pezzente e superba, come era tuo padre, come doveva essere
quella ridicola di tua madre, lo diresti tu stessa ».
La ragazza di bruna si era
fatta terrea per il pallore: gli occhi scintillavano e le gentili labbra rosse
tremavano di rabbia.
«Sentite, donna Gabriella
» disse a bassa voce, »che voi vogliate insultare me, sta bene, debbo
sopportare, giacché così Dio ha voluto: che vogliate insultare la buon'anima di
mio padre, bisogna pure che sopporti, giacché egli fece la bestialità di
sposarsi a voi, soffrendo il purgatorio in terra; ma che voi vogliate offendere
l'anima santa di mia madre, di cui non eravate degna neppur di baciar la terra
dove metteva i piedi, questo, per quanto è vero la santa giornata di oggi, non
lo sopporto. Dite che mia madre era una pezzente? Ma era una signora, capite? I
vestiti che si metteva, erano comprati alla bottega; i gioielli che portava,
erano della sua famiglia; quando usciva tutti le dicevano: tu possa essere
benedetta! tanto era buona, capite? Voi che siete? Siete una pezzente
risalita: avete i denari della povera gente a cui prestate con interesse del
centoventi per cento; portate i vestiti che vi vendono le cameriere ladre delle
principesse e i gioielli che sono impegnati alla vostra agenzia; e quando la
gente vi vede passare, bestemmia sottovoce il vostro cuore duro. Non parlate di
mia madre, donna Gabriella. Quella sta in paradiso: e il Padre Eterno ha fatto
casa del diavolo proprio per voi ».
«Per questo non ti vuoi
mettere il vestito?» domandò donna Gabriella, soffocata dalla collera, mentre
fuori il sagrestano della chiesa dei Ss. Apostoli suonava per la terza volta il
campanello e Carminella, esterrefatta, continuava a farsi il segno della croce.
«Non lo debbo dire a voi»
ribatté ostinatamente Chiarina.
«Ma io lo capisco» strillò
la grassa impegnatrice, »perché non vuoi metterti il vestito. Te lo avrà
proibito l'innamorato».
«Be', e che volete?»
chiese audacemente Chiarina.
«Quella faccia gialla,
quella faccia verde, quel tisico in terzo grado, che dà gli ordini, che fa il
geloso!».
«Già, già: e che volete? »
replicò ancora Chiarina, il cui tremore d'emozione cresceva.
«Che ti metti subito il
vestito nuovo».
«No».
«Chiarina, non mi far fare
la pazza».
«Andate pure ad Aversa».
E fece per rientrare nella
sua stanza: ma donna Gabriella la raggiunse e con la grossa mano calzata da un
guanto di pelle rossa la schiaffeggiò su tutte e due le guance. Uno dei pesanti
braccialetti d'oro a catena sferzò il collo sottile di Chiarina, che si mise a
piangere e a gridare disperatamente.
«Zitta!» diceva con voce
bassa e rauca donna Gabriella.
«No, no» urlava Chiarina,
per farsi sentire da tutto il palazzo.
«Zitta, zitta!».
Ma la ragazza assalita da una
nervosità invincibile strillava come convulsa. Sul pianerottolo del primo piano
donna Orsolina che chiudeva la porta, menandosi innanzi la sua schiera di
figliuoli, pallida, stanca, con una pancia già assai grossa, mormorava,
contando i soldi che ci volevano per pagare le sedie in chiesa:
«Maritatevi, maritatevi,
ragazze, vedrete quello che vi succede!».
E si tormentava perché i
figli attirati dagli strilli di Chiarina non volevano più andare in chiesa.
Placidamente appoggiata al braccio di suo marito, don Alfonso Ranaudo, e
dall'altra parte appoggiata a un bastone per sorreggere la sua grassezza, donna
Peppina scendeva le scale, crollando il capo, un po' rado di capelli, su cui si
ergeva un cappello perfettamente primaverile, ma che aveva almeno sei primavere.
«Fanno sempre questo dalla
mattina alla sera» disse ridacchiando.
«Il battere le ragazze fa
loro bene, come alla lana» rispose don Alfonso, che era un uomo di proverbi e
di una grossa allegria.
Più lentamente, don
Vincenzo Manetta, il cancelliere messo a ritiro, per forza, da un governo
persecutore, scendeva dal secondo piano, dando il braccio a sua moglie, donna
Elisabetta.
«Elisa, hai preso il libro
da messa?».
«Sicuro».
«Perché grida donna
Chiarina?».
«L'avrà bastonata la
matrigna».
«Oh gioventù, gioventù!».
Al terzo piano, tutti gli
studenti che abitavano a sinistra si erano affacciati alle finestre del
cortile; a destra il maestro d'inglese di un collegio, provvisto di cinque
sorelle tutte più o meno vecchie, era comparso dietro i cristalli, in papalina
e ciabatte. E nel cortile, guardando in aria, il cocchiere della principessa di
Santobuono canticchiava:
Papà non
vuole e mammà nemmeno,
e come
faremo? e come faremo?
mentre il suo mozzo,
impertinente, a gola spiegata cantava:
Ce vonno
i denare - e nun i tenimmo,
E comme
facimmo? e comme facimmo?
Ora stravolta, cercando di
tranquillizzare la propria fisionomia, donna Gabriella scendeva a messa anche
lei, seguita da Carminella che si era messa un velo nero sui capelli di nero
opaco. Scendeva fingendo di non udire il forte pianto, il singhiozzo di
Chiarina che ella aveva chiusa in casa, portandosi via la chiave. Le persone
che erano alle finestre, ai balconi del cortile, che erano per le scale,
tacevano al suo passaggio: e lei fremeva di non udire più quel pianto, quel
lamento che tutti udivano. Ma ella sapeva, sì, sapeva che, malgrado i sorrisi
con cui l'avevano salutata le cinque sorelle del professore d'inglese, sorrisi
obbligatorii, poiché il professore le doveva duecentoventi lire, di cui si dissanguava
per pagare gli interessi, senza poter mai diminuire il debito, malgrado quei
sorrisi forzati, le zitellone compiangevano la povera ragazza serrata in casa,
piangente a terra la sua sorte crudele: donna Gabriella sapeva che gli studenti
del terzo piano, che avevano impegnato alla sua agenzia orologi e anellini
d'oro, la salutavano per ischerno: donna Gabriella, passando per la rampa del
primo piano, aveva sentito che donna Peppina Ranaudo mormorava: povera
creatura, povera creatura; aveva sentito, più giù, donna Elisabetta Manetta
dire a suo marito: ma non ha un tutore? E il marito, uomo di legge,
magistrato, come egli si diceva, non senza aggiungere gravemente: integerrimo,
il marito che rispondeva: il tutore, cara Elisa, potrebbe intervenire...;
aveva visto, donna Gabriella, il sorriso di scherno del cocchiere e del mozzo
di stalla di casa Santobuono. Sentiva che tutti costoro la disprezzavano, la
odiavano: sentiva che tutti compativano la figliastra sua, piangente a
singhiozzi acuti e profondi che turbavano il silente, quieto aere mattinale
primaverile. Solo donna Orsolina, che ella incontrò sotto l'androne, cercante
invano di regolare il passo alla sua mandria di figli, solo donna Orsolina le
diede un buongiorno umile, quasi piaggiatore. A ogni suo parto donna Orsolina
si era nuovamente indebitata con donna Gabriella: tutto il suo tesorino di
oggettini d'oro, di biancheria fine, di casseruole lucenti, era in deposito
all'agenzia di donna Gabriella, e costei minacciava sempre di porre tutto in vendita:
donna Orsolina, la povera, non poteva neppur pagare i rinnovi, tanto era in
preda a una miseria decente. Così, quando incontrava la forte e grassa
impegnatrice, chinava il capo, impallidiva, salutava con un tremito nella voce.
Ma donna Gabriella ben sapeva che, anche in fondo a quell'umiltà, vi era un
odio sordo, indistinto, l'odio dell'oppresso rassegnato. Ah, ella fu sollevata,
la impegnatrice carica di oro, carica di gioielli, quando uscì dal portone,
attraversò in venti passi la piazza, entrò in chiesa dove già risuonava
l'organo per la messa cantata. Fu felice, quando s'inginocchiò vicino all'altar
maggiore, nella bella e vecchia chiesa piena di devoti. Donna Orsolina in
ginocchioni, buttata sopra una sedia, pregava fervidamente, mentre i figli restavano
stupiditi dalla musica, taciturni, un po' vergognosi; don Vincenzo Manetta
aveva messo in terra un fazzoletto di colore e vi aveva appoggiato un
ginocchio, le mani congiunte sul pomo del bastone, la testa appoggiata sulle
mani, il cappello sopra una sedia accanto a lui, e alla moglie ogni tanto:
«Elisa, il rosario delle
anime del purgatorio».
«L'ho detto».
«Elisa, la devozione per
la buona morte, a Sant'Andrea Avellino ».
«Ora la dico».
«Elisa, i sessanta gloria,
ricòrdati ».
Seduti uno accanto all'altro,
donna Olimpia e don Alfonso Ranaudo sorridevano fra loro. sorridevano agli
inchini dei preti, nella messa cantata, sorridevano ai colpi d'incensiere dei
chierici. Un sibilo usciva dalle secche labbra di Carminella, la pinzochera,
che pregava rapidamente, macchinalmente; solo donna Gabriella ancora agitata,
ancora calda d'ira, in collera con gli altri, restava in chiesa, tentando
invano di pregare, consolandosi solo guardando i suoi braccialetti, sentendo i
suoi anelli sotto la pelle dei guanti, sentendo il peso degli orecchini di oro,
perle e brillanti alle grasse orecchie. Certo gli altri avevano il cuore
tranquillo o invocante umilmente la serenità, o contrito di un innocente
dolore; il cuore di costei si appagava solo, nel suo cruccio, di rassomigliare
a una scintillante, brutta e crudele vetrina di gioielliere, di cui ogni
gioiello sia lagrima o sangue.
Intanto, distesa per
terra, chiusa in casa, Chiarina ancora piangeva e singhiozzava. Ma l'urto
nervoso le si veniva calmando, lentamente, per quel grande sfogo che aveva
fatto. Si levò da terra, raggiustandosi, ravviandosi con le mani i capelli. Era
una creatura simpatica e buona, dalla bruna e mobile fisionomia, dai grigi
occhi brillanti, dai lineamenti molto delicati; una creatura nervosa e sensibile,
pronta al pianto, pronta al sorriso, indomita di volontà. Dopo dieci minuti era
già calma, tanto che uscì sopra un terrazzino che dava sul cortile, simile in
tutti i piani e al cui pozzo attingevano anche gli inquilini dell'altro palazzo
Santobuono, sporgente per una facciata nello stesso cortile. Ella andò al pozzo
come se volesse attingere acqua; ma immediatamente, alla finestra attigua, che
dava egualmente sul pozzo, un giovinotto apparve. Il terrazzino e la finestra
stavano allo stesso livello, ma avevano il pozzo in mezzo, con un garbuglio di
funi, di carrucole, di catene di ferro, di secchi: anche a distendersi, era
impossibile darsi la mano ed era probabile cascare nel pozzo. Ma si poteva
benissimo fare una conversazione. Tutti vedevano, dal portone, dal cortile sino
al terzo piano: molti avrebbero potuto udire. Ma in quell'ora tutti erano a
messa, e una gran quiete, un gran silenzio era nel cortile, da cima a fondo. I
due giovani si guardarono con una tale intensità di sguardo e di silenzio che valse
la parola più affettuosa. Il giovanotto biondo, bianco, alto, parlava
sottovoce, guardandosi un po' attorno, come timoroso, mentre la ragazza bruna
lo guardava e gli sorrideva, senza parlare, vinta dall'emozione:
«Non sei andata alla messa?»
disse Giovannino.
«No» fece lei.
«Perché?».
«Non ho voluto andarci».
«Di' la verità: donna
Gabriella ti ha maltrattata?».
«No, no».
«Di' la verità, Chiarina»
e la voce di lui si fece più calorosa, più insistente.
«Abbiamo litigato» mormorò
lei arrossendo, incapace di mentire.
«Perché avete litigato?».
«Perché ti voglio bene».
«Mi vuoi veramente bene,
veramente, veramente?»,
«Giovannino, tu lo sai».
«Non so niente, io»
sussurrò lui, fingendo di dubitare.
«Sai che ho detto, oggi,
ancora una volta, a mia matrigna?» esclamò lei, subitamente eccitata. «Le ho
detto la centesima volta: o Giovannino, o la morte. Donna Gabriella non può
udire questa parola e mi ha schiaffeggiata».
«Ti ha fatto male?» chiese
lui, sottovoce, impallidendo.
«Un poco, ma non importa »
rispose lei orgogliosamente.
«Povera Clara, povera
Clara!» disse lui, come parlando fra sé.
«Perché mi compatisci? Non
mi compatire» esclamò lei, in preda a un po' di esaltazione. Tacquero. Una
grande freschezza saliva dal pozzo aperto su cui le loro teste giovanili si
affacciavano, e un gran silenzio, sempre, li circondava. Chiarina si ergeva
sopra un mucchio di funi bagnate, quasi per accostarsi all'innamorato. Due o
tre sorelle del professore erano apparse dietro i cristalli, avevano sorriso
vedendo la giovine coppia ed erano sparite, discretamente. Uno studente fumava
la pipa, crollando il capo, come se dicesse che queste cose lui le capiva e
indulgeva ad esse.
«Questa vita non può
durare» disse a un tratto il bel Giovannino.
«Non può durare» fece come
un'eco Chiarina.
«E che fare?».
«Potremo fuggire insieme»
disse la ragazza.
«Per far che?» domandò
lui, scosso e turbato.
«Per sposarci».
«Senza denari?».
«Senza denari».
«È una cosa troppo
disperata» soggiunse lui, scuotendo la testa di bel giovane indolente, che sa
la vita e ne teme le violenze.
«Quando ci è l'amore ci è
tutto. Tu mi vuoi bene?».
«Assai, Clara, assai».
«E allora non ci servono i
denari. Scappiamo via».
«Senza denari non si fa
nulla».
«Sei un vile» disse lei
indignata.
«Clara bella, tu scherzi»
fece lui ridendo.
«Non scherzo, no. Hai
paura, hai bisogno di denaro, non sai amare, sei un vile».
«Io ti adoro, Clara».
«No».
«Ti giuro sull'anima mia,
Clara, che ti adoro».
«No».
Ma la terza negazione fu
più debole. Ella guardò il giovane negli occhi e fu vinta.
«Hai ragione» disse.
«Pensiamo qualche altra
cosa, perché questa vita non può durare» ripeté lui, di nuovo, come se fosse
insistentemente tormentato dal problema dell'esistenza.
«Io non so nulla,
Giovannino. Questa matrigna è crudele».
«Tanto crudele? Non
sarebbe possibile di vincerla?».
«Io non mi ci metto»
diss'ella muovendo le labbra per disdegno. «Io non so umiliarmi».
«Non ci è umiliazione; è
come se fosse tua madre».
«Dio ne guardi!» esclamò
quella, segnandosi.
«Perché non hai voluto mai
che ci parlassi io?» continuò lui, come proseguendo a riflettere. «Vuoi che ci
parli io?».
«Non ne ricavi nulla».
«Chissà!».
«È una donna vile, non
apprezza che il denaro».
«Il denaro è una bella
cosa» osservò lui, «dopo l'amore».
«Credo che non abbia mai
amato nessuno, lei » ribatté Chiarina sempre sdegnata.
«Potrebbe amarti, se tu lo
volessi».
«Che debbo volere, se mi
schiaffeggia, se mi chiude in casa? Sto chiusa dentro, come i carcerati. E se
ritorna, ora, e ci trova parlando, mi batte di nuovo, lo vedrai».
«Allora me ne vado».
«No, no, Giovannino» pregò
lei, «non te ne andare, non te ne andare».
La voce era tanto
passionata, era tanto passionato lo sguardo, che egli impallidì d'amore.
«Non viene ancora» mormorò
lei, senza staccare il suo sguardo da quello dell'innamorato, «non viene
ancora; e che importa, se viene?».
«Dammi la mano, Chiarina»
sussurrò lui magnetizzato dall'amore.
«Non posso, non ci arrivo»
e si curvava stendendosi. «Non posso, non posso» esclamò di nuovo, quasi piangendo.
«Io parlerò con tua
matrigna, Clara» ricominciò a dire lui, ostinato.
«E che le dirai, se essa
non ti caccia via?».
«Vedrai che non mi caccia.
Non so quello che le dirò. Le dirò la verità. Che ci amiamo...»
«E che preferiamo morire
anziché lasciarci» soggiunse semplicemente lei.
«Non pensare alla morte.
Le dirò che sono poveretto assai, ma che niuno può amarti di più di me e meglio
di me; che spero di vincere la mediocrità, la segreta miseria in cui mi trovo,
con la forza dell'amor tuo».
«È una donna cattiva »
mormorò lei turbata, «non ti crederà ».
«Proverò » disse lui. «Io
non posso più vederti soffrire; soffro troppo».
Si guardavano, presi dal
dramma del loro amor contrastato. Intanto, nella chiesa vecchia dei Santi
Apostoli, la messa cantata, in onore della Pentecoste, era finita. La prima a
rientrare nel palazzo fu la carrozza vuota della principessa di Santobuono che
aveva riaccompagnato la signora nel gran palazzo di via San Giovanni a
Carbonara: la dama era uscita prima degli altri dalla chiesa. Il cocchiere,
sceso dalla cassetta, levò gli occhi in su, fece un sorrisetto vedendo i due
innamorati e svestì tranquillamente la sua livrea. Poi venne la coppia Manetta,
l'ex cancelliere dava il braccio a colei che chiamava galantemente la sua sposa.
Anche essi videro i due innamorati che ora si sorridevano, tacendo.
«Elisa?».
«Che vuoi?».
«Ti ricordi quando ci
vedemmo a Santa Maria Capua Vetere?».
«Mi ricordo».
«Ti ricordi Elisa che ti
dispiacque lasciar la provincia?».
«Mi ricordo».
«Non ti sei trovata
meglio, a Napoli?».
«Meglio».
«Benedetto Iddio!» fece il
buon cancelliere.
La coppia Ranaudo veniva
più piano: la coppia sorrise maternamente e paternamente vedendo i due
innamorati.
«Gli schiaffi sono serviti
a niente» osservò ridacchiando donna Peppina, sull'ampio ballatoio che dava sul
cortile.
«L'amore da lontan non si
può fare» canticchiò don Alfonso, che si vantava di una voce fenomenale.
I Manetta e i Ranaudo
ascendevano le scale piano piano, mentre comparivano gli inquilini del terzo
piano, alle finestre e ai balconi. Dimentichi, i due innamorati si guardavano
negli occhi.
«Devi dirmi un'ultima
volta che mi vuoi bene, Chiarina».
«Un'ultima volta? Sempre,
sempre, ti voglio bene».
«Dammi la mano, Clara».
Ora ella ammucchiava i
cerchi di fune, per farsi più alta, per arrivare a lui. In questo compariva nel
cortile la povera Orsolina, trascinandosi dietro i figliuoli e sapendo di avere
alle calcagna donna Gabriella. Levò il capo donn'Orsolina, vide gli innamorati,
vide il pericolo che correvano di esser sorpresi: e malgrado la sua felicità,
diede in un forte urto di tosse, che chiamava, che avvertiva, che cercava
salvare. In quel momento trionfalmente i due giovani erano arrivati a toccarsi
un dito, innanzi a tutti, nella calda mattinata primaverile, felici di quel
piccolo innocente favore: fra i sorrisi taciturni o distratti di tutti che
fingevano di non vedere. Anche donna Gabriella aveva visto, entrando. Ma il
silenzio indulgente, pietoso, di quella povera gente, o vecchia, o infelice, o
ammalata, di quella buona gente amorosa che vedeva e affettuosamente perdonava,
vinse anche lo sdegno nel duro cuore che non sapea né pregare, né perdonare.
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