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PARTE PRIMA
I.
Tutto chiuso nella preziosa pelliccia di lontra, fumando una fine e odorosa sigaretta russa, Roberto Alimena guardava distrattamente il facchino dalla blusa azzurra che, ritto nel compartimento di prima classe, collocava pazientemente sulla reticella i bagagli eleganti e ricchi del giovane viaggiatore, le valigie, i sacchi da viaggio, i portamantelli, le borsette di cuoio dalle cifre di argento: R. A. Il giovane signore era solo, sotto la tettoia della ferrovia; nessuno era venuto ad accompagnarlo alla stazione: il conduttore dell’omnibus del Grand Hôtel, cavatogli il berretto gallonato, lo aveva lasciato nel grande atrio dove si prendono i biglietti, dopo aver consegnato i bagagli al facchino. Non una donna, non un amico aveva avuto l’idea di salutare Roberto Alimena, alla stazione: ed egli compiva o lasciava compiere tutte le operazioni della partenza, silenzioso e tranquillo, guardandosi attorno, senza curiosità e senza impazienza.
La giornata di gennaio era molto bella, molto limpida, ma freddissima: una delle tre o quattro giornate di freddo, dell’inverno napoletano. Gli impiegati erano avvolti nei cappotti pesanti e andavano e venivano, presto presto, per riscaldarsi. Un braciere ardeva, nella stanza della Pubblica Sicurezza, dove regnava il popolare ispettore Rotondo: ma nell’ampia camera si gelava egualmente. Una schiera di viaggiatori arrivava, per partire con quel diretto di Roma, delle due e cinquanta, che, mentre vi permette di far colazione a Napoli, vi dà agio di pranzare comodamente a Roma, dove arriva verso le otto. Per lo più, erano stranieri, quelli che viaggiavano: inglesi, americani, russi che avevano già passato una settimana, due, tre a Napoli e che risalivano a Roma, a Firenze, a Venezia, a Nizza, sopra tutto a Nizza, i più ricchi e i più mondani.
Anche Roberto Alimena, che aveva cercato invano la Pulmann, lo sleeping-car, una carrozza, infine, dove si avesse meno freddo che in un vagone di prima classe, era diretto a Nizza. Voleva restare una settimana a Roma, desiderando, così, vagamente di assistere al ballo del Quirinale e al primo ricevimento dell’ambasciata inglese: poi, avrebbe ripreso il treno per Genova e Ventimiglia. Nulla era certo però: giacchè nulla era mai certo nello spirito e nel desiderio di Roberto Alimena. Il nobile e dovizioso signore era restato un mese a Napoli, facendo la gran vita, giuocando, avendo donne, frequentando circoli, teatri e passeggiate, bene accolto dovunque, perchè era simpatico, perchè era di una grande famiglia lombarda, perchè era ricco. Pareva che non volesse, non dovesse mai più andar via, tanto si era legato con la società napoletana, coi giovani eleganti e anche con qualche donnetta: pareva che una incipiente passione per donna Chiara Mastricola dovesse scoppiare veemente. A un tratto, senza dirlo a nessuno, si era determinato a partire. Il freddo improvviso lo aveva sgomentato: non poteva vivere, dove avesse freddo. Andava sempre verso i paesi caldi, per istinto. Aveva piantato tutti i convegni e tutte le poste, aveva lasciato la donnetta e la signora senza un saluto e da una sera a una mattina, pagato il conto al Grand Hôtel, lasciato il suo indirizzo di Nizza, lasciava Napoli.
Un corteo di nozze si agitava fra gaiamente e malinconicamente, intorno a lui: il treno delle due e cinquantacinque è famoso per questa partenza di sposini. Era uno sposalizio borghese, ma ricco: la sposa, malgrado il suo elegantissimo vestito della Ville de Lyon, aveva degli orecchini di brillanti troppo grossi per una signora che viaggia, e lo sposo si sprecava in troppi abbracci e baci ai suoi amici e parenti, chiamando: caro zio. … caro compare. … caro Ciccillo. Con un po’ di sorriso sulle labbra, Roberto Alimena guardava questo corteo. La cosa che più lo faceva ridere, nel mondo, era il matrimonio. Prego credere che Alimena non era uno scettico. Ma rideva del matrimonio, come tutti gli esseri indipendenti, freddi di cuore, disoccupati e male avvezzi, o troppo bene avvezzi, dal destino. Ne rideva, come di qualche altra cosa!
Questi era il bel giovane dal volto bruno, di un bruno ambrato, dai mustacchi castani a riflessi fulvi che s’incurvavano sovra una bocca aristocratica e sarcastica. Roberto Alimena era indipendente, disoccupato e male avvezzo, perchè era ricco, molto ricco, immensamente ricco e nobile: era freddo di cuore, perchè aveva perduto sua madre e suo padre fra i dieci e i quindici anni, perchè a trent'anni, da nove anni amministrava da sè la sua fortuna e si era avvezzo a vincere tutto col denaro, col nome, col fascino personale. Perchè avrebbe dovuto amare qualche cosa e qualcuno? Chi non ha difficoltà, nella vita, non ne sente il peso e non ne apprezza i sentimenti. Roberto Alimena aveva lievemente amato, qua e là, ma l'amico devoto e a cui si è devoto, egli non lo aveva: ma l'amante passionale e di cui si è appassionato, non l'aveva mai avuta. Giammai egli aveva sognato il focolare domestico, non avendone mai posseduto. E rideva del matrimonio, come di varie altre cose serie dell'esistenza.
Mancavano pochi minuti alla partenza. Roberto Alimena comprò dei giornali francesi e inglesi dal venditore ambulante e salì nel suo scompartimento. Vi era solo. Aveva già regalato cinque lire al conduttore del treno, per restar solo; ma costui gli aveva garentito la solitudine alla partenza da Napoli, niente altro. Per viaggio. … si sarebbe veduto.
Roberto Alimena nel suo quieto egoismo, prima ancora che partisse il treno si era seduto al suo posto, coi piedi sullo scaldapiedi; si era messo un berretto di lana inglese, invece del cappello; si era avvolto le ginocchia e i piedi in un plaid di pelliccia e aveva appoggiato la testa a un lungo cuscino di pelle imbottito di piume, con cui egli viaggiava sempre. Era determinato a dormire, se poteva, sino a Roma. I forti guanti di pelle foderati di lana gli garentivano le mani: eppure egli s’infastidiva di doverle tener fuori del plaid per leggere e per fumare.
La partenza da Napoli avvenne un po’ dopo le tre, perchè all'ultimo momento si era dovuta aggiungere una carrozza, mentre Alimena restava rispettato e solingo nel suo scompartimento. Egli aveva guardato, con occhio distratto, tutto quel movimento, a traverso i cristalli: e non aveva neppure mandato un saluto a Napoli, mentre il treno si metteva in moto. Che gliene importava, infine, di Napoli? Chi ci lasciava, che cosa vi lasciava che gli premesse? In vero, proprio nulla.
Si era divertito, come dappertutto, anche a Napoli: ma divertito mediocremente, a fior di pelle, senza importanza.
Si sarebbe egli divertito maggiormente nel paese dove andava? Non ne sapeva nulla. Non gliene importava nulla. In fondo, era un personaggio alquanto passivo, che si lasciava vivere, seccato spesso e mancante di un cardine qualunque, nella vita: e incapace anche di cercarlo, questo cardine! Andava, così, altrove, perchè faceva freddo a Napoli, perchè a Nizza, forse, avrebbe avuto più caldo, ma senza un rimpianto per Napoli e senza desiderio per Nizza. Qualche volta, un amico più affezionato gli diceva:
— Roberto, tu non hai nessuna ragione di vivere.
— È vero, — rispondeva Alimena, con un bizzarro sorriso — ma non ho nessuna ragione neanche di morire. —
Verso Caserta, Roberto Alimena cominciò a sonnecchiare: a Sparanise, dormiva. Il Figaro giaceva per terra sul New York Hérald: due o tre residui di sigaretta erano caduti sul sedile, senza, per fortuna, cagionare incendî: e Alimena dormiva. Sino allora non era stato disturbato da nessuno: due o tre volte, fra veglia e sonno, aveva veduto qualche faccia apparire dietro i cristalli e subito sparire: come in sogno. Adesso si era sdraiato lungo, sul divano: e dormiva profondamente. Quando si arrivò a Ceprano, era sera. Nella fermata di cinque minuti, Roberto Alimena non fece altro che voltarsi e rivoltarsi sotto il plaid di pelliccia, ma non si destò. Neppure il cambio degli scaldapiedi, sempre un po’ rumoroso, arrivò a scuotere il suo pacifico sonno: il battere degli sportelli, in partenza, non turbò il suo sogno.
Giacchè dormiva e sognava. Adesso, gli pareva di non essere più solo, nel suo scompartimento: gli sembrava, nel sogno, che fantomaticamente, come un soffio d'aria che attraversi un ambiente, qualcuno fosse entrato nella vettura e che vi si fosse fermato. Sognando, però, gli sembrava che l'oscurità dello scompartimento fosse così profonda, che egli, malgrado aguzzasse gli occhi — gli pareva così mentre dormiva e sognava — non arrivava a vedere chi fosse questo qualcuno. In fondo, mentre dormiva, il suo sogno diventava penoso: due o tre volte si agitò sotto la pelliccia, come se volesse liberarsi da un incubo, ma non riuscendovi. Pian piano, il sogno diventava più intenso, prendeva l'aspetto di un'allucinazione.
Adesso gli sembrava vedere due occhi fissi su lui, occhi immoti, glauchi, come l'acqua di uno stagno: sentiva, nel sogno, quello sguardo senza calore, ma fisso e ostinato. Di chi era quello sguardo? Apparteneva a una persona, a una persona viva, o a una visione? Di chi erano quegli occhi che, stranamente, nelle ombre fitte di cui il suo sogno era circondato, egli vedeva benissimo e li vedeva verdi, glaciali, immobili su lui? Nel sonno e nel sogno, egli sentiva crescere la sua pena, la sua ansiosa curiosità e gli pareva che non si potesse muovere, sotto quello sguardo, che quegli occhi lo vincolassero nel sogno e nella vita, lo legassero sotto la loro ossessione.
A un tratto, mentre l’incubo di Roberto Alimena si faceva più profondo e quasi insoffribile, il treno ebbe un urto di fermata. Con uno sforzo, Roberto Alimena si svegliò, si levò a sedere, trasognato, guardandosi intorno. I ferrovieri chiamavano la fermata di Frosinone. Un uomo era veramente seduto di fronte a Roberto Alimena.
Il giovane signore, quasi sveglio, represse un moto d’irritazione contro il conduttore. Ecco che gli aveva fatto salire qualcuno, malgrado le cinque lire! Per fortuna che era una persona sola e un uomo: e che egli avrebbe potuto, Roberto Alimena, riprendere il suo sonno interrotto.
— Purchè non salga qualcun altro, ora, — borbottò fra sè quel grazioso egoista che odiava, et pour cause, le ferrovie italiane così mancanti di agi e di comodità.
Per il suo compagno di viaggio non ebbe neppure un istante di curiosità. Appena, se lo guardò. Che gliene premeva? Tentò di dormire, sdraiandosi di nuovo: ma restò con gli occhi aperti. Accese una sigaretta, sperando che il fumo gli facesse ritornare un po’ di sonno. Niente. Pazientemente, pensando che avesse dormito abbastanza, si rialzò e si accomodò a sedere, senza occuparsi punto del signore che era dirimpetto a lui. Ma nell'accomodare la sua pelliccia, sulle gambe, urtò contro un piede del viaggiatore, sullo scaldapiedi:
— Pardon, — gli disse subito Roberto Alimena. Costui non rispose: non mosse neppure il capo.
— Che ineducato! — pensò fra sè, il giovane signore.
E, subito, si calmò.
— Forse non sa il francese, — pensò ancora Alimena — sarà un tedesco, un inglese. —
Così, guardò il suo compagno di viaggio. Il suo vagone era rischiarato da quel tale fioco lumicino a olio, che serviva appena a diradare le tenebre, negli scompartimenti: lumicino che, quando il treno correva, era così vacillante che faceva persino male agli occhi. In quelle incerte penombre, Roberto Alimena vide un uomo chiuso in un grosso paletot oscuro, dal bavero alzato e chiuso sul mento da una faldetta di panno con due bottoni: la parte inferiore della persona spariva sotto un plaid di lana, molto ampio e oscuro: le mani erano calzate di guanti di lana marrone. L'uomo portava un berretto calcato sugli occhi, con due orecchiere abbassate: onde, di tutta questa persona non si vedevano che gli occhi, dei pomelli bianchi, esangui, una bocca sottile sotto i mustacchi biondi e un principio di barba bionda. Malgrado la penombra, però, Roberto Alimena vide che quegli occhi erano verdi e fissi, come quelli che aveva sognati. Occhi senza espressione, senza calore, senza significato: specchi verdi, piuttosto, che non riflettevano alcuna immagine.
— I sogni sono una cosa tanto strana, — disse fra sè Roberto Alimena.
Naturalmente, dopo ciò, il giovane gentiluomo non mise nessun altro interesse a scoprire chi fosse il suo compagno di viaggio. Costui non si moveva, con le mani in grembo e incrociate le grosse dita calzate di lana, sul plaid. Non fumava, non dormiva. Roberto Alimena si dette da fare, per passare meno male l'ora e mezzo che ancora lo divideva da Roma. Si levò e aprì il suo sacco da viaggio: ne cavò una borraccia di cuoio di Russia e di argento, dove vi era un cognac vecchissimo: ne cavò un bicchiere di argento, da un astuccio. A questo punto, la sua naturale cortesia lo arrestò:
— Debbo o non debbo offrire del cognac a questo uomo morto, dagli occhi verdi e forse tedesco? —
La cortesia vinse. Roberto sporse il bicchiere e la borraccia allo sconosciuto:
— Puis-je vous offrir? — gli disse.
Costui non rispose. Levò una mano e fece un atto di negazione e di ringraziamento: i suoi occhi dardeggiarono, per la prima volta, uno sguardo vivo su Roberto Alimena.
— Meno male, capisce il francese, — disse fra sè Roberto Alimena, bevendo, uno dopo l'altro, due bicchierini di cognac.
Poi, pacatamente, ripose tutti i suoi arnesi nel sacco da viaggio e il sacco sulla reticella. Fu allora che si accòrse che il bagaglio dello sconosciuto era nullo: non vi era niente sulla reticella, sul suo capo. Ma molti viaggiatori girano spesso, portando solo dei grossi bauli. Evidentemente l’ignoto non aveva con sè che il suo plaid.
Alimena si sedette di nuovo e si mise a fumare. Ma le sigarette gli si spegnevano facilmente; il freddo era acuto e i cristalli del compartimento erano appannati. Roberto soffriva del freddo, malgrado tutte le sue pellicce: e a questo attribuiva il senso di fastidio che lo vinceva. Difatti, aveva una nervosità strana. Quell'ora gli pesava molto.
Non poteva leggere, perchè la luce mancava: non poteva chiacchierare col suo compagno, giacchè non sapeva in che lingua esprimersi e non sapeva se costui gli avrebbe risposto. Poi, Alimena discorreva poco, in viaggio. Questo rientrava nel suo egoismo. È un incomodo, spesso, il discorrere, il legarsi, anche per un'ora, con qualcuno che non si conosce; egli taceva dunque.
Ma con quanto desiderio, oramai, egli invocava la stazione di Roma e più l'Hôtel d'Europe, in piazza di Spagna. Aveva telegrafato gli conservassero due stanze nei cui buoni caminetti egli avrebbe fatto accendere un gran fuoco. Decisamente, si gelava. Alimena aveva come una rigidità, nelle braccia, nelle gambe quasi pietrificate. Giammai, in viaggio, aveva avuto tanto freddo. Si pentiva mille volte di essersi mosso di giorno: di notte avrebbe almeno trovato la Pulmann, dove sono i caloriferi.
Guardò il suo compagno, come se volesse dirgli: che freddo! Che faccia aveva costui! Ora, gli occhi avevano assunto un aspetto cristallino, come vecchi specchi in una camera buia, cristallino-verdastro: sembrava si fossero congelati. Pareva più pallido: anzi, più bianco. E la bocca, sotto i mustacchi biondi, era livida, con una espressione di sofferenza.
— Anche egli crepa di freddo, — pensò Roberto.
Adesso il treno ballonzolava più rapido sulle rotaie, ma l'ultima ora di viaggio fu eterna, per Roberto Alimena. Si sentiva male, pel freddo: non osava neanche levarsi, per prendere un'altra volta il cognac. E mentre egli soffriva nelle sue pellicce, pensava che, sotto tutta quella lana, forse il suo vicino tremava di freddo. Difatti, costui, per quel poco di viso che si vedeva, pareva un morto: un morto con gli occhi aperti.
— Se muore qui, io non lo soccorro davvero, — mormorò fra sè Roberto, spaurito all'idea di dover muovere solo una mano.
Infine, infine, la stazione di Segni apparve e man mano si sgranarono gli ultimi minuti che dividevano il treno da Roma. Con uno sforzo veramente lodevole, Roberto si cavò il berretto, quasi battendo i denti, ma non osò smuovere la persona di sotto le pellicce. Vi era tempo!
— Roma, Roma, Roma, — gridarono i ferrovieri.
Lo sconosciuto, per il primo, si alzò. Roberto Alimena che si era levato dopo lui, vide un uomo piccolo, magro, mentre lo aveva supposto alto e forte: vide che il paletot grosso male nascondeva una gobba sulla spalla sinistra.
— Gobbo! Buona fortuna! — disse Alimena, che era italiano e superstizioso.
Lo straniero non toccò il suo berretto, andandosene, non salutò, non si voltò: ritto nel vagone, mentre chiamava due facchini, Roberto lo vide sparire tra la folla, col suo plaid sul braccio. In questa, era accorso il conduttore:
— Lei mi scuserà, signore, — disse — ma quel viaggiatore non ha voluto udir ragione.
— Non importa, non mi ha dato noia. Facchini badate alla roba.
— Questi stranieri sono così ostinati, — mormorò il conduttore, mentre anche lui dava mano a scaricare il bagaglio di Roberto Alimena.
— Già, doveva essere un tedesco, — disse costui, prendendo quello che più gli premeva, fra i bagagli, cioè il suo sacchetto a mano, dove conservava i suoi valori. — Dove è salito?
— A Ceprano.
— A Ceprano? Non vi sono che i tedeschi per salire da un paese come Ceprano. —
Così si avviò piano, tanto era irrigidito, seguìto dai due facchini. Adesso, era come liberato da quel senso di pena: camminando, sentiva meno freddo. E si mise nell'omnibus dell'Hôtel d'Europe con un senso di soddisfazione.
L'appartamentino fissato era quello del numero 11, su piazza Mignanelli, al pianterreno: una stanza da letto, una stanza per vestire e un salottino. Roberto Alimena rivide con piacere gli antichi camerieri e non chiese altro che del fuoco. I facchini dell'albergo appena appena depositavano i bagagli nella stanza da letto e nella stanza da toilette, che già un gran fuoco crepitava nei due caminetti. Ogni pena di Roberto si dileguò, quando si distese sovra un seggiolone, accanto al fuoco, aspettando il pranzo.
Avrebbe, veramente, voluto pranzar fuori di casa, ma all'idea di aver troppo freddo si era spaurito: sarebbe escito dopo pranzo, per andare in un teatro.
— Se non fa freddo, io resto a Roma quindici giorni, — pensò lui, nella mobilità del suo spirito e nella soddisfazione del suo corpo che aveva caldo.
Dopo poco, lo avvertirono che il pranzo era pronto: e vi andò volentieri, portando seco la pelliccia, a ogni evento. Ma l'albergo era tutto riscaldato coi caloriferi e trovò dappertutto la stessa temperatura eguale. A tavola, solo, domandò un giornale per vedere la lista degli spettacoli. Gayarre cantava la Favorita al Costanzi.
Pure, non uscì immediatamente, dopo pranzo. Era stato preso da quella graziosa inerzia di chi ha ben pranzato, di chi ha caldo e di chi non ha preoccupazioni. Ma non aveva neppur sonno, perchè aveva dormito nel treno.
Così, pian piano, aprì il suo nécessaire da toilette, il bauletto dei suoi vestiti, il baule speciale fatto per le sue camicie. Egli era non solo accurato molto, ma raffinato per la sua persona e non si negava nessuna delle eleganze, nonchè delle comodità. Ogni sera, dovunque si trovasse, indossava la marsina, previa una minuziosa toilette della sua persona, la seconda o la terza della giornata. Solo per cavar fuori tutto quello che gli serviva, dalle spazzole alle bottiglie, dai cavastivali ai panciotti bianchi e neri, ci mise qualche tempo.
— Forse, farei bene a decidermi per un servo, — pensò fra sè, nella camera di cui aveva acceso tutte le candele.
Non si decideva mai, per comodità, perchè diceva che un servo, in viaggio, dà più noie che vantaggi, perchè le noie sembravano sempre troppo superiori. Ma ora, con tutta quella roba sparsa sul letto e sulle tavole, sentiva di aver bisogno di qualcuno. Fra le altre cose non trovava la scatola di pelle, con manico, dove metteva le sue cravatte: ancora una scatola speciale.
La cercò, un poco, fra le valigie semiaperte e i sacchi. Egli era in veste da camera, una abitudine un po’ borghese, ma così comoda. Cercò meglio e la trovò, questa scatola, nella stanza da toilette, sovra un grosso baule. Ma ne vide un'altra, vicino.
— Che è? — disse, cercando di rammentarsi.
E la prese nelle mani. Era una scatola di pelle nera, lunga quasi un metro, alta da trenta a quaranta centimetri, non molto pesante, ermeticamente chiusa.
— Che è, questo? — ripetette ad alta voce.
Per quanto cercasse, nella sua mente, quella scatola non rassomigliava punto a nessuna delle sue. La girava e rigirava, fra le mani, osservandola bene. Uscì fuori, nella sua camera: contò i colli. Erano proprio dodici. La scatola, il tredicesimo collo, era in più.
— Non è mia, — pensò, posandola sopra un tavolino.
Era un po’ sorpreso, veramente. Anche, un poco annoiato. Suonò. Venne il cameriere.
— Mandatemi il facchino che ha portato la mia roba. —
Venne il facchino.
— Sì, Eccellenza. Manca qualche cosa?
— No. Dove hai trovato questa scatola?
— Nell'omnibus, insieme con quest'altra, — e additò quella delle cravatte.
La sorpresa cresceva. Roberto Alimena suonò di nuovo: riapparve il cameriere.
— Questo appartamento è stato occupato sino a ieri? — chiese il giovine signore, con aria indifferente.
— No, Eccellenza.
— Ah! E chi vi è stato?
— L'onorevole Pansilo Costabile, la sua signora e un bimbo.
— Che gente è?
— Gente per bene, ricca. Viene ogni anno.
— Chi ha messo in ordine le stanze?
— La cameriera.
— Volete mandarmela?
— Sì, Eccellenza. —
Dopo tre minuti, Giovanna, l'anziana fra le cameriere, apparve.
— Buona sera, Eccellenza, — ella disse, riconoscendo Roberto Alimena.
— Buona sera. Avete riordinato voi l'appartamento, dopo che sono partiti i Costabile?
— Sì.
— Vi era nulla?
— Nulla.
— Non avevano niente dimenticato?
— Nulla, nulla. Sappiamo l’indirizzo, a Firenze, avremmo rinviato gli oggetti.
— Comanda altro?
Dunque, nessuno poteva aver dimenticato quella scatola nell'appartamento numero 11 dell'Hôtel d’Europe. La cameriera e il cameriere avevano parlato chiaro. E anche il facchino, soprattutto il facchino, non aveva detto di aver trovato la scatola nell'omnibus, accanto a quella delle cravatte?
Roberto Alimena tornò al tavolino, dove, sotto la luce di un candelabro acceso, giaceva la scatola misteriosa. Senza toccarla, turbato, — una delle poche volte turbato nella sua vita — egli la guardò meglio. Era di pelle di chagrin, nera: non consumata, certo, non vecchia, ma usata. Guardando sul suo lato destro, egli scorse un fermaglio di argento, curiosamente niellato: ma la scatola era chiusa perfettamente. Come si era, dunque, trovata nell'omnibus? Avrebbe voluto interrogare il conduttore, ma egli si trovava in giro certo; nè gli parve di dover troppo prolungare le indagini. Intanto, egli restava lì, immobile, dinanzi a quel cofanetto nero, con gli occhi attaccati a quella pelle nera che non portava nè cifra, nè segno, nè nulla; il tempo passava e Roberto Alimena ardeva di curiosità, egli che era sempre stato così poco curioso.
Di chi era, quella scatola? Del deputato Costabile, scordata forse dietro a un mobile, di qualche viaggiatore che l'aveva lasciata nell'omnibus dell'albergo, di qualcuno che aveva viaggiato con lui, dell’ignoto tedesco, forse?
E immediatamente il cervello di Roberto Alimena vibrò in questa convinzione: la scatola doveva appartenere a colui. Perchè, come, quando, egli non lo avrebbe potuto dire; ma ne era sicuro. Il viaggiatore pareva non avesse bagaglio, ma nell'ombra Roberto Alimena poteva non aver visto quella scatola; e il tedesco, quello che sembrava un tedesco, l'aveva dovuta dimenticare, colà, scendendo dalla carrozza. Era sua, certo.
La seconda idea di Roberto Alimena fu questa: restituire subito la scatola al suo proprietario. Cercarlo, restituirgliela. Essa poteva contenere gioielli, denaro, carte importanti, qualche cosa a cui lo straniero doveva tener molto, giacchè era il suo solo bagaglio. A quell'ora, egli doveva essere desolato di quella dispersione. Ridargliela!
Sì; ma come? Chi era costui? Dove era andato? Si era fermato a Roma? In quale albergo? Come cercarlo, come trovarlo? Adesso Roberto ripensava il modo bizzarro con cui lo straniero era salito nel treno, da quella stazione di Ceprano, che non apparteneva neppure a una città, in quel silenzio dove Roberto non aveva neanche udito la sua voce, in quella penombra dove nessun tratto della fisonomia si scorgeva, salvo quegli occhi verdi, così freddi, così gelidi; e infine, quella scomparsa tra la folla della stazione di Roma, una scomparsa, un annegamento! Restituire, come?
I suoi occhi si attaccavano sulla scatola di pelle, oramai affascinati. Egli dimenticava di essere in veste da camera, dimenticava la marsina sul letto, dimenticava Gayarre che cantava la Favorita e che egli doveva andare a sentire. Un interesse crescente lo dominava. E, nervoso, oramai, chiamò ancora una volta. Il cameriere anziano, le premier, Francesco, apparve, corretto, muto:
— Francesco?
— Eccellenza.
— Come si fa, quando si è perduto un oggetto?
— Vostra Eccellenza? …
— No, no, non io! Come si fa?
— Si mette un avviso per le cantonate. …
— Eh. … qualche volta. …
— È un mezzo malsicuro. Non ve ne è altro?
— Si fa inserire la notizia nei giornali.
— Già. Comprendo. Ma neanche è sicuro.
— Neanche. Eccellenza, chi ha trovato qualche cosa, difficilmente la restituisce. —
Roberto Alimena levò gli occhi sul volto del cameriere.
— Perchè, se è un poveretto, si tiene l'oggetto: se è un signore, si annoia di restituirlo, se ne scorda. … e vale lo stesso.
— E se uno volesse avvertire chi ha perduto un oggetto di averlo ritrovato?
— Oh, è facile! Si va in questura e si deposita l'oggetto trovato.
— Ah! È vero, avete ragione, Francesco. —
Un silenzio si fece.
— Vostra Eccellenza vuole il tè?
Subito, le idee di Roberto Alimena avevano cambiato corso. Tutta la complicazione di quella scatola misteriosa svaniva, di fronte alla risoluzione data da Francesco. Bastava, l’indomani, passando per san Marcello, salire un momento in questura, dichiarare di aver trovato fra la propria roba quel cofano ignoto, dire, più o meno, a chi avesse potuto appartenere, depositare la scatola e andarsene. Tutto finiva, così. Se lo sconosciuto era ancora in Roma, se cercava quel che aveva perduto, sarebbe andato in questura e avrebbe ritrovato la sua preziosa cassetta. Ah che nella vita non vi sono nè misteri, nè complicazioni!
Calmato, oramai, Roberto Alimena finì di vestirsi, senz'accorgersi che era abbastanza tardi. Ordinariamente, quando esciva dall'albergo, lasciava la porta della sua camera aperta, giacchè non aveva paura dei ladri. Ma questa volta la chiuse, portando seco la chiave: vi era cosa non sua, in quella stanza.
Arrivò al teatro, che cominciava l’ultimo atto della Favorita; giusto a tempo per udire il divino Gayarre cantare lo Spirto gentil. Una delizia! In un palco vide subito Héliane Love, una donnina elegantissima, brillantissima e legata in rapporti d'amore e di denaro con un suo amico, Fiorenzo Scotti.
Un po’ inquieto, di nuovo, lasciò la sua poltrona e andò a visitarla. Ella era sola ed egli si mise in fondo al palco. Héliane lo accolse teneramente: le era sempre un po’ piaciuto, Roberto Alimena, e adesso meditava di lasciare Scotti. Dopo varie chiacchiere frivole, Roberto, ritornato alla sua curiosità, le raccontò la sua avventura. Héliane disse subito:
— E che vi è nella scatola?
— Non lo so.
— Come, non lo sai?
— È chiusa.
— Aprirla?
— Ma naturalmente. È la prima cosa che io avrei fatta.
— Tu sei donna.
— Non solo le donne sono curiose.
— Io non sono curioso.
— Va là, che tu fremi di sapere che vi è dentro.
— Io? no.
— Oh, che uomo senza sangue! Apri, apri, ora che vai a casa.
— Non vi è chiave?
— No. Niente.
— Un fermaglio?
— Forzala.
— Tu mi consigli una effrazione.
— Devi farla, — diss'ella, scrollando il capo.
— E perchè?
— Per tua sicurezza.
— Sicurezza?
— Già. Non vuoi tu consegnare la scatola alla questura?
— Sì.
— Ebbene, la più volgare prudenza vuole che tu apra il cofano.
— Non intendo.
— E se vi è denaro? Se il possessore dichiara che vi era un milione, invece di mille lire e tu non sai niente? Se vi sono carte compromettenti?
— Hai ragione, — disse lui, tutto pensoso.
— Ascoltami, Roberto, è meglio aprirla.
— Mi ripugna.
— Non vi è nessun male.
— Sì; ma ne ho ritegno.
— Vuoi che venga con te, all'albergo, ad aprire la scatola? — diss'ella, con tono di civetteria.
— E che direbbe il portiere del mio albergo, vedendo apparire dopo mezzanotte una così bella donna e così elegante? — disse Roberto con molta galanteria, ma eludendo la risposta.
— Probabilmente rimarrebbe colpito d'ammirazione. … — ella rispose, ridendo male.
— Il portiere è un uomo, ma è pagato per essere virtuoso, — ribattè Roberto, cercando di scherzare.
Héliane Love fece una smorfia espressiva e soggiunse:
— Andiamo all'albergo, tu entri in camera, porti via la scatola e andiamo a casa mia ad aprirla.
— In viaggio!
— Volevo dire. …
— Anche se fosse qui, — riprese lei, subito, indispettita — io sarei libera egualmente.
— Non t'ama più?
— Mi adora: ma lo tengo a posto. —
A un tratto, Héliane Love sembrò enormemente volgare a Roberto Alimena. Le donne che si vantano di avvilire gli uomini, lo disgustavano. Un po’ più freddo, giacchè egli era sempre corretto con qualunque donna, disse:
— Non parliamo più di questa scatola. Domani la deposito e buona notte.
— Tu l'aprirai! — disse, un po’ malignamente, Héliane Love che era molto delusa.
— No.
— Scommettiamo?
— Scommettiamo.
— Una discrezione? — diss'ella, aprendo i suoi grandi occhi azzurri, ove lampeggiò non la passione, ma l'avidità.
— È andata.
— Ti dirò io quello che voglio, se perdi, — soggiunse, con molta grazia.
— Come vorrai, ma non guadagnerai, — disse lui, sempre un po’ freddo.
— Vedrai che bel dono ti farò, se guadagni! — e rise, in un modo incantevole.
— Quello anche lo stabilirò io, — mormorò lui, guardandole i denti che ella aveva bianchissimi e luccicanti.
Lo spettacolo finiva, Héliane Love pregò Roberto Alimena di accompagnarla almeno sino a casa: ella possedeva un grazioso villino al Macao. Il giovane gentiluomo si sentiva perfettamente tranquillo dinanzi alla bella donnina e non temeva i pericoli di simile accompagnamento. D'altronde, Héliane Love era una creatura troppo furba, per scoprire troppo presto le sue batterie. Civettare, sì, molto: quanto all'amore, era un'altra cosa, per cui ci voleva del tempo, della volontà, dell'astuzia e della freddezza d'animo.
Nella carrozza parlò essa, ancora, della scatola.
— Che sia una scatola da guanti?
— Troppo grande.
— Da istrumento musicale?
— Sai che hanno una forma speciale: non è possibile che contenga nè un violino, nè un mandolino.
— Un nécessaire da toilette?
— Già. … forse. … Ma non è possibile, è troppo leggiero.
— Fra i due o tre, che possiedo, — soggiunse Héliane — ve ne è uno leggerissimo.
— Ma non è un nécessaire, ne sono certo.
— E sei certo della persona cui apparteneva?
— Quasi.
— Come? — diss'ella, con un leggiero brivido.
— È apparso come un’ombra: è sparito come uno spettro, — disse Roberto Alimena, con un tono di racconto fantastico, che egli esagerava un poco.
— Dio mio!
— Hai paura dei fantasmi, tu, Héliane? — egli chiese, prendendole la mano inguantata, dalla grande manica di pelliccia.
— Non ci credo. … e ne ho paura, — ella mormorò, con una voce di terrore infantile, che era molto seducente.
— Io non ne ho paura, mentre ci credo, — soggiunse Roberto, con una perfetta sicurezza.
— Che dici?
— Ci credo, ecco.
— Va a finire che morirò di paura, questa notte, — ella borbottò fra i denti. — Perchè ci credi?
— Così, — disse lui, con aria misteriosa, metà vera, metà canzonatoria.
— Ne hai visti?
— . … Sì.
— Quando? Come?
— Oggi. Non era quello un fantasma? Quelli che noi sogniamo, non sono fantasmi? Quelle persone che, ogni tanto, appaiono e scompaiono, in una via, in un salone, non so dove, sbucati improvvisamente, spariti improvvisamente, non sono, forse, fantasmi? E non sono fantasmi certe figure che vediamo nella nostra immaginazione?
— Già. … ma non esistono.
— Che ne sai tu? E certa gente, che incontri, così curiosa, così bizzarra, non ti pare che appartenga al mondo delle ombre?
— Roberto, per amor di Dio, non mi far pensare a certe cose! — ella esclamò stringendosi a lui.
— Via, coraggio, Héliane, che questi fantasmi, tutti quanti, sono più o meno innocui, — e diede in una gran risata.
— Lo dici tu! — e fremeva ancora.
— Nessun uomo è mai morto per un fantasma, — e rideva ancora, mentre le baciava le dita inguantate.
— Sarà. … Ma io non ci dormirei, con quella scatola in camera, questa notte!
— Come? Se volevi aprirla poco fa?
— Poco fa. … Ma dopo. … Questo tuo viaggiatore spettrale. …
— Ti assicuro che era un fantasma, Héliane, — e rideva sempre.
— Non ridere tanto. Con quella scatola, in camera. …
— Dovrei trovare qualche anima buona che mi ospitasse. … — e la sogguardò.
Ella chinò gli occhi, senza rispondere. Intanto erano arrivati al villino Love, in via Macao.
Roberto Alimena scese subito dal coupé e offrì il braccio a Héliane Love, per accompagnarla nel peristilio del suo villino, blandamente illuminato da una gran lampada opaca.
Egli si fermò sulla porta dell'anticamera a pianterreno, chiusa da una tenda di velluto rosso cupo a ricami di oro vecchio, un po’ simile alla tenda di una chiesa.
— Non vieni a prendere una tazza di tè? — ella gli disse, vagamente, senza insistenza, comprendendo che egli non voleva restare e che ella non doveva insistere.
— Se permetti, te la verrò a chiedere domani, — disse lui, evitando cortesemente il rifiuto aperto.
— Dalle due alle quattro: non esco mai prima.
— Sola?
— Sola.
— Sei un mostro di fedeltà, Héliane.
— Anche Fiorenzo Scotti lo pensa.
— Tant mieux: buona notte, cara. — E se ne andava: ella lo richiamò:
— Ricordati che devi spiegarmi l’enigma di quella scatola, domani.
— Se lo appuro!
Héliane disparve dietro la cortina rossa: ed egli discese lentamente, a piedi, fumando quelle sue eccellenti sigarette russe, per le vie che conducevano al centro di Roma. Faceva un freddo asciutto, ma non crudo: ed egli camminava bene sul selciato secco, per le vie deserte, fra piazza delle Terme e il Tritone Nuovo.
Doveva rientrare? Andare al club delle cacce? Era presto, ancora: e adesso si pentiva di non aver accettato quella tazza di tè da Héliane Love. Non era un tranello, no, perchè quella cara, elegante donnina era troppo furba, per tendergliene uno, così grossolano: ma era un principio di tranello.
Fumando, fumando, si trovò in piazza Colonna. Non era stanco: ma si rammentò di aver dormito molto poco in quel giorno, e una delle regole costanti del suo egoismo era di dormir molto, moltissimo, sempre che potesse e dappertutto. Decise di andare in albergo.
Piazza di Spagna era assolutamente deserta, a quell’ora non avanzatissima della notte: ma è quartiere di forestieri, di alberghi, di case mobiliate e il silenzio vi si fa subito dopo le dieci. Egli bussò al campanello elettrico dell'Hôtel d'Europe e subito gli venne ad aprire il portiere, con una lanterna in mano. Mentre entrava, Roberto Alimena istintivamente si voltò: venendo da via Condotti e andando verso Propaganda, un uomo intabarrato, piccolo, correva lungo il muro: e così, in un lampo, Alimena pensò che fosse il suo sconosciuto del treno, quello che aveva dimenticato la misteriosa cassetta.
Alimena pensò anche, subito, di slanciarsi dietro al gobbetto: ma il portiere era lì, con la lanterna in mano, che aspettava: ma poteva non esser lui: e Roberto sarebbe stato ridicolo! Egli temeva il ridicolo come la peste bubbonica. Intanto, l'uomo era scomparso verso Propaganda e sarebbe stato impossibile di raggiungerlo. Il portone dell'Hôtel d'Europe si richiuse dietro Alimena.
Il giovane gentiluomo rientrò nel suo quartierino alquanto nervoso: sentendo che non avrebbe preso sonno subito, domandò al portiere di dargli un po’ di acqua calda, se ve ne era, a quell’ora. Voleva farsi un grog. Dopo pochi minuti, il portiere gli portò quest'acqua calda e augurò la buona notte. Il salottino e la stanza da letto erano ben caldi, giacchè il fuoco vi era restato acceso tutta la sera: Roberto accese anche la lampada che era sopra una consolle, invece di quelle candele dalla luce miserabile, così caratteristica, degli alberghi e si mise con molta calma, accanto al caminetto, a farsi il grog: aveva del cognac, dello zucchero, del limone, sempre in camera, e lo gustò a sorsi brevi, a intervalli, pensando che era stata un'allucinazione, quella che aveva avuta sul portone. Oramai, fissato di aver avuto un'avventura bizzarra, egli non vedeva che dappertutto il suo gobbo tedesco, dagli occhi verdi gelati!
Finito il suo grog, guardò l'orologio: erano circa le due, era ora di dormire. Ma una idea gli venne in mente: forse Héliane poteva aver ragione e quella scatola doveva essere un nécessaire da toilette. Sarebbe stato logico: quel viaggiatore non aveva altri bagagli, con qualche baule, forse, nel vagone delle merci: e portava seco il suo nécessaire. Infine, nulla si opponeva a che la scatola racchiudesse delle spazzole e dei pettini.
Per sincerarsi, volle vedere di nuovo la scatola: andò nella stanza da letto e la ritrovò dove l'avea lasciata, cioè sul tavolino di mezzo, accanto a quella delle cravatte: e la portò in salotto, per osservarla sotto la lampada. Mentre la guardava, attentamente, ebbe come un senso di fastidio: gli parve di dare questa osservazione, forse un po’ indiscreta, in piazza. Difatti, le imposte erano ancora aperte e quel pianterreno dava in piazza Mignanelli, a mezzo metro dal suolo. Macchinalmente, guardò in istrada, prima di chiudere: non era un'ombra, quella che si staccava dalla base dell'obelisco alla Immacolata Concezione? Sì! Il tedesco? Fole, fole: era una guardia di pubblica sicurezza che veglia sempre, a quel posto, durante la notte. Roberto Alimena ebbe un lieve sorriso e serrò le imposte.
Un nécessaire da toilette? Bene strano, dunque: troppo lungo: troppo leggiero: senza un manico, senza un anello, senza una correggia. Due volte, la scatola fu girata e rigirata da lui: prestò orecchio, se nulla facesse rumore, dentro, il che sarebbe stato naturale, se vi fossero delle spazzole e dei pettini. No, no. Lunga, leggiera, nera, con un fermaglio semplicissimo di argento. Ma che fermaglio?
Era un fermaglio a linguetta serrata, evidentemente, in una serratura a cui mancava la chiave o il segreto. Non si comprendeva come fosse avvenuta la connessione perfetta fra il coperchio e la scatola: ma essa era ermetica. Voltando, Roberto Alimena vide anche che i due cardini erano d'argento. E mentre osservava tutto questo, un desiderio immediato lo colpì, ardentissimo: quello di aprire la scatola: un fiotto di sangue gli fece bruciare la fronte.
Come aprirla? Bisognava forzarne la serratura. E quale serratura! Senza pensare più a nulla, obbedendo a un istinto invincibile, egli cercò qualche cosa e non trovò che una stecca di avorio per tentare l'effrazione. Ma fu inutile. L'avorio non faceva che rigare la lamina d'argento, ma non la smuoveva: e, a un certo punto, la punta della stecca si ruppe.
Questa resistenza della serratura lo irritò: gli ostacoli lo rendevano sempre convulso, tanto era abituato a vincere, nella vita. Cercò un altro istrumento e trovò una custodietta dove erano le forbici, le pinzette, il temperino, ma li adoperò tutti, invano, contro quella chiusura così salda. Lasciò andare la scatola, affranto. Girò per la stanza, guardandosi intorno, domandandosi se non avrebbe infranto la serratura contro la pietra di marmo del caminetto. E se ciò che vi era dentro, era fragile? Se si rompeva ogni cosa? Applicò al suo volto bruciante le sue mani gelide, per calmarsi. Oramai, era deciso ad aprire quella cassetta. Nulla poteva rimuoverlo da quella decisione. Solo, pensava freddamente al modo di aprirla, senza infrangere nulla: e dopo aver passeggiato, una ventina di volte, avanti e indietro nella stanza, ebbe una idea. Se la serratura era invincibile, avrebbe rimosso i cardini e avrebbe aperto la scatola dalla parte di dietro. E armandosi di tutti quei piccoli strumenti che aveva, egli cominciò il lavoro di scardinamento: si trattava di estrarre la vitarella che regge i cardini e che era fissata fortemente Quanto tempo mise a tale lavoro? Chi sa! Si dovette aiutare con le pinzette, con le forbici, col temperino, con le dita: spezzò la punta delle forbici, si ammaccò i polpastrelli. Eppure, muto, paziente, ostinato, seguitò il suo lavoro, come il carcerato che lima, con una corda da orologio, le sbarre della sua finestra. Quando ebbe risoluto uno dei cardini, cercò di penetrare con la stecca nell'apertura; ma trovò una resistenza molle, molto strana. A questo punto, egli ebbe come un brivido. Era solo. La notte era alta. Come un malfattore, egli si affaticava a un'opera oscena, violando la proprietà altrui, violando il segreto di uno sconosciuto: ed era lui il gentiluomo perfettissimo, Roberto Alimena! Fremette, quasi avesse il senso di qualche cosa di straordinario che si preparasse.
Ma vinse questo soffio di sgomento. Adesso, bisognava finire il suo lavoro. Tanto, la violazione era fatta. Così sconquassata, non avrebbe mai potuto far credere che la cassetta non era stata toccata. E si mise attorno al secondo cardine, raggiungendo lo scopo più rapidamente. La seconda vite cadde: egli mise la stecca e sollevò il coperchio, che si arrovesciò dall'altra parte, infrangendo la serratura.
Sopra un morbido letto di velluto nero, posava una mano femminile ingemmata. Non solo la mano, precisamente: ma anche un pezzo di braccio, troncato quattro dita sotto il gomito. La mano e il pezzo di braccio posavano nel senso della lunghezza della cassetta: il coperchio, anche di velluto imbottito, ne seguiva tutta la forma e combaciava sopr'essa, come l'astuccio di un gioiello. Per fermarla, però, questa mano, da un braccialetto d'oro con un grosso zaffiro stellato, due catenine si saldavano a due anelletti, sul velluto del fondo: e la mano restava immobile, soffice e non ispostabile.
La mano tagliata e ingemmata era bellissima. Lunga, con le dita affusolate e separate, come quella dell'amante del divino Raffaello, aveva delle linee perfette. Era anche posata artisticamente, col polso appoggiato al velluto, con la palma leggermente sollevata e la punta delle dita appena appoggiate, in una giacitura composta, lieve, quasi immateriale. Le unghie, rosee, lucide, riflettevano il chiarore della lampada: erano lunate e tagliate a mandorla: l'orlo della carne se ne staccava, con eleganza.
La mano non era nè rosea, nè bianca: era color carne, color naturale, del bianco avorio con una velatura di sangue dietro la pelle liscia, senza una ruga. Mano di tinta viva, di persona che era giovane, bella e sana: nulla di esangue, di cereo, di oscuro, in quella mano. Le vene si scorgevano appena; ma guardando bene, dall’indice e dall'anulare, si vedevano partire, in una tinta azzurro-violetta, le due vene più importanti della mano: e parevano quasi gonfie di vita.
La mano era fulgidamente ingemmata: dal mignolo all'indice, le quattro dita erano cariche di anelli. Il mignolo aveva, specialmente, una grossa perla nera circondata da otto brillanti; l'anulare una opale smagliante, che rifletteva tutti i colori dell’iride; il medio un grosso smeraldo, quadrato, stupendo; e l’indice un rubino color del sangue; mentre, ancora, tutte le quattro dita portavano cerchi e stelle di brillanti, stretti l’uno contro l'altro, con una ricchezza d’idolo indiano. In tutto, gli anelli erano tredici: tre al mignolo quattro all'anulare; tre al medio; tre all’indice. Pure, così carica di gemme, la mano tagliata restava leggiera come qualche cosa di alato, come pronta a involarsi.
Al polso non vi era che un solo braccialetto, una fascia d'oro, con zaffiro stellato. Poi, il braccio continuava nudo, rotondo, puro, con la stessa tinta di carnagione viva, con le vene che salivano dall'avambraccio, con una grazia di riposo, sul velluto. Poi, il braccio finiva, troncato netto.
Dove era la troncatura, perfetta, per nascondere i muscoli e la carne tagliata, era stato applicato un tondo di pelle, dello stesso colore vivido del braccio e della mano: così quel tronco finiva come completato, come se mai fosse stato distaccato da un corpo umano, come se quella mano e quel braccio esistessero da sè.
La mano era la sinistra. Guardandola bene, essa era incolume da ogni lavoro, così pura di forma, da parere statuaria, se non avesse conservato quel colore di carne così parlante, dirò. Delle leggiere fossette si delineavano, dove si articolavano le dita dal palmo e l’indice era più lungo, un poco, dell'anulare, il che indica perfezione di razza. Non era grassa e rotonda, come certe mani belline e stupide: nè magra, come certe mani troppo spirituali: nè abbattuta, come certe mani che hanno travagliato; nè troppo stretta da altre mani, con un aspetto d’innocenza, malgrado il lusso delle sue gemme.
Guardando bene gli anelli, si vedeva che, salvo il grosso smeraldo che aveva una legatura antica, quasi ieratica, tutti gli altri erano legati in forma moderna, come se fossero allora esciti dalle mani dell'orafo. E il braccialetto, sulla fascia di oro, portava tre parole scritte in caratteri greci, impresse profondamente nel metallo.
Esterrefatto, Roberto Alimena guardava la mano tagliata. Era notte altissima. Egli era solo, chiuso in quella stanza, con quella mano sotto i suoi occhi immobili.
II.
Annottava: piovigginava. Per la via di Tordinona si facevano rari i viandanti. I fanali a gas, velati dalla umidità serale di Roma, da quella costante nebbia che si eleva dal Tevere che scorre sotto i parapetti di via Tordinona, appena appena fiammeggiavano, in quella luce gialla e triste che opprime.
Quasi tutte le botteghe di quel bizzarro, oscuro budello che è via Tordinona, botteghe piccole, nerastre, in massima parte di ferravecchi, di stracciaroli, di antiquari o di tutte le tre cose insieme, si chiudevano. A quell'ora, chi mai sarebbe venuto a contrattare una lampada antica di ferro battuto, un pezzo di velluto rosso stinto, magari uno di quei cofani di nozze che sono stati il delirio delle signore borghesi, innamorate della roba vecchia? Il forestiere o l'amatore passa di giorno, in via Tordinona: e da che è stato demolito il teatro Apollo, dopo l’Avemmaria, quella strada perde ogni vivacità.
Una botteguccia posta verso la fine di Tordinona, quasi presso il vecchio ponte Sant'Angelo, teneva ancora un fumoso lume a petrolio acceso: e la luce incerta dava le forme più strane a un ciarpame di robivecchi, ad ammassi di cenci sordidi, a cataste di ferri polverosi e irrugginiti, a mobili sconquassati e tarlati, a bocce di cristallo appannate, a bracieri di ottone diventato verde: tanto che, a darvi uno sguardo dal di fuori, non si arrivava a distinguere che ombre singolari in cui si agitavano, ma lentamente, due persone.
Una di esse, avvolta quasi sino ai piedi in una sudicia palandrana nera, con un cappellaccio bisunto sul capo, era un vecchio, vecchio da quanto tutti i rottami che possedeva nella botteguccia, vecchio, pareva, come via Tordinona, come il Tevere e il suo ponte Sant'Angelo. La faccia, tutta tagliata da rughe profonde, in tutti i sensi, era gialla come la cartapecora, e una gran barba bianca si partiva dalle guance, per discendere sul petto. Dei capelli bianchi, lunghi, rigettati indietro, ricadevano sul collo e avevano reso untuoso il colletto della palandrana; le sopracciglia bianche erano molto folte e assai cavi gli occhi. Tutta la fisonomia aveva una espressione di umiltà e di stanchezza: ma negli occhi, ogni tanto, lampeggiava uno sguardo vivacissimo e le labbra violacee erano sfiorate da un sorriso malizioso. Quell'uomo era curvo, molto curvo; ma sembrava che fosse tale più per l'abitudine della servilità e della paura, che per la vecchiaia. Le sue mani erano scarne con certe grosse vene violette e i polsi nodosi: qualche cosa di avido vi era nelle dita adunche.
Il suo compagno era un giovanotto di una ventina d'anni, magro, ossuto, scialbo, di un pallore così malaticcio che faceva pensare a tutte le infermità che ammiseriscono e gelano il sangue. Era miseramente vestito, come il vecchio: un paio di pantaloni troppo leggieri per quella stagione invernale, una giacchetta troppo corta e un goletto di camicia tutto sfilacciato sotto cui si annodava un cencio di cravatta. Era brutto: aveva la bruttezza di chi vive di fame, di chi è sporco, di chi dorme negli stambugi infetti: e, vedete ironia del destino, quel giovanotto si chiamava Giacobbe, il nome del gran patriarca carico di ricchezze e di anni, glorioso nella Mesopotamia!
I due avevano finito la loro giornata. Alla meglio, Giacobbe, cercava di ripulire con una scopa la botteguccia, ottenendo di mettere dei mucchietti di polvere e d’immondizie verso il fondo, niente altro. Il vecchio scriveva lentamente in un suo grosso libro dai fogli ingialliti come il suo volto, con una penna d'oca che strideva, malgrado fosse spesso bagnata nella spugna di un calamaio di terra, da un soldo. Gli occhiali del vecchio erano rilegati in argento, unico lusso della sua persona: occhiali pesanti, che rendevano anche più degno dell'Antico Testamento quel robivecchi. Del resto, era ebreo e si chiamava Mosè Cabib: ebreo, il suo poverissimo commesso, Giacobbe Verona.
Il vecchio seguitava, con mano incerta, a scrivere in quel suo libraccio: e Giacobbe appoggiato alla scopa, aspettava con pazienza. Quello era certo, un libro di cassa: ma gli affari erano stati così scarsi, in quel giorno, che, veramente, non si poteva comprendere che cosa Mosè Cabib registrasse in quel volume. Non aveva venduto che una piccola cornice dorata del secolo scorso per cinque lire e un cofanetto di legno, tutto tarlato e sgangherato, per otto lire, più due o tre bazzecole, da due o tre lire. Il grosso avventore, il grosso colpo era mancato: ma non si sa neppure che cosa avrebbe potuto comperare lì dentro, fra quelle robe vecchie, sconquassate, sporche, quasi ributtanti di sporcizia.
Mosè Cabib finì di scrivere. Aspettò che l’inchiostro si asciugasse e richiuse il volumone legato in cuoio tutto bistorto: poi lo gittò in un tavolino, dal cassetto socchiuso. Lasciava così il suo libro di cassa: ma era scritto in ebraico. Mosè Cabib sapeva scrivere bene la sua lingua. Poi, cavò un portafogli immenso, sdrucito, legato con uno spago e vi ripose le quindici o venti lire della giornata, senza che gli occhi maliziosi di Giacobbe giungessero a distinguere che cosa vi fosse, ancora, dentro. E disse:
— Andiamo. —
Ma, a questo, un fischio dolce e lungo si udì dalla cantonata, verso ponte Sant'Angelo: una espressione d’inquietudine si dipinse sul volto del vecchio, ed egli si sollevò gli occhiali sulla fronte come per meglio ascoltare. Il fischio si ripetette. Allora egli si levò e disse a Giacobbe:
— Sì. —
Uscendo di bottega, Mosè Cabib si voltò due o tre volte, a vedere se il suo commesso avesse obbedito: non voleva essere spiato. Rassicurato, si avanzò verso il ponte; lo attraversò per metà, col suo passo strascicato, ma cauto.
Un uomo era appoggiato al parapetto del ponte e chinato sulla pietra parea che guardasse con attenzione scorrere le acque del fiume, di sotto le arcate.
Nelle ombre, non vedevasi bene la sua figura, tanto più che, egli aveva aperto l'ombrello, sebbene piovesse pochissimo o niente. Quando Mosè Cabib giunse vicino a lui, egli non si voltò e parlarono insieme, pianissimo, senza guardarsi:
— Buona sera, Maestro, — disse Mosè Cabib.
— Buona sera, Moussa, — disse lo sconosciuto, dandogli il nome arabo di Mosè. — Eccoti dunque!
— Mi avete chiamato, sono venuto, — mormorò il vecchio antiquario.
— Sei obbediente, lo so; — rispose l'altro — ma ti ho chiamato due volte, ricordatelo. —
E la sua voce sibilante aveva una espressione di durezza.
— Ho inteso, ma non ero certo. …
— Solo io posso chiamare così. Un'altra volta, non esitare e vieni subito.
— Sono vecchio, Maestro, e cammino lentamente: un'altra volta correrò.
— Di quale affare?
— Uno mi preme molto. Parlami prima dell'altro.
— Dunque, quello della contessa Loredana. È in buona via, Maestro. …
— Il giovane conte Ranieri le è stato presentato, oggi, al raout della principessa Marescalchi.
— E che se ne è avuto?
— Pare che sia molto piaciuta a Ranieri Lambertini.
— Pare! non è certo?
— No. Una conoscenza di un giorno. …
— Si rivedranno?
— Si spera. La contessa Loredana è sicura di sedurlo.
— È necessario, è urgente, Moussa, — disse lo sconosciuto, con voce imperiosa.
— Lo so, — disse il vecchio, crollando il capo — purtroppo!
— Dici, purtroppo? — esclamò l'altro — vuol dire che il secondo affare va malissimo?
— Malissimo, — e l'antiquario sospirò.
Un sospiro che parve un ruggito escì dal petto dello sconosciuto.
— Ma chi, chi si oppone al mio volere? — disse, con voce soffocata dall'ira, guardando il cielo.
— Chi? Lei! — esclamò Mosè Cabib.
— Misera? Non tanto, Maestro. Ella è piena di forza e di volontà.
— Io sono più forte di lei.
— Voi l'amate, Maestro, — disse umilmente il vecchio, per temperare la crudezza della dichiarazione.
— Io l'amo e la odio, — egli disse, fra i denti stretti.
— Voi la volete felice e grande, lo so, — riprese Mosè Cabib. — Ma ella respinge la vostra offerta, sempre.
— Non mi ama, non mi ama, — disse il Maestro, a capo basso.
— E tu, suo padre, non puoi fare nulla? Che uomo sei?
— Ella ha minacciato di uccidersi, Maestro, se io tentava di costringerla.
— Non lo farà!
— Lo farà, lo farà, è capacissima di farlo. E mi è figlia, Maestro.
— Tu l'ami! E la daresti a me?
— La darei.
— Sai tu che voglio farne, Moussa Cabib, di Rachele, di tua figlia?
— Vostra moglie?
— Non solo!
— Vostra padrona?
— Non soltanto!
— Vostra regina?
— Più ancora.
— Che?
— Io voglio farne un'altra cosa, — disse il Maestro, con voce sorda.
— Glielo avete detto? — domandò Mosè con voce trepida e un po’ sgomenta.
— Forse, lo ha compreso. Perciò mi respinge. Le faccio paura.
— Ella cederà.
— Non credo, — disse Mosè, desolatamente.
— Ma chi, chi me la toglie? — e mostrò il pugno al cielo.
— Ella ama quel Ranieri Lambertini.
— Quell'imbecille!
— Ed io sono brutto e vecchio.
— La giovinezza attira. Egli è nobile.
— E io sono grande e potente, Moussa.
— Sì, Maestro: ma Rachele ama colui.
— Io lo ucciderò!
— Ella ne morrebbe.
— Che fare, dunque? Deve la mia vita, la mia felicità, la mia fortuna e la mia gloria, tutto arrestarsi innanzi alla volontà di Rachele? Io ho vinto le più aspre battaglie; combatterò io contro un fuso e una conocchia?
— Quel Lambertini. …
— Non dici che la Loredana lo avrebbe sedotto?
— Se ci riesce! E poi, Rachele è così sicura di lui!
— Vi deve essere qualche altra cosa, — disse il Maestro, rialzando la testa.
— Che cosa?
— Quella fanciulla ha qualche idea nella mente che non conosciamo.
— Non credo.
— Tanta resistenza non è possibile.
— L'amore. …
— L'amore non basta. Vi è qualche altra cosa. Sento un nemico, nell'ombra, Moussa. Guarda bene, osserva, scruta quell'anima. … Ella obbedisce a qualche potere che non è l'amore.
— Volete voi vederla, Maestro? — chiese Mosè Cabib, con timidità.
— Io le faccio orrore.
— Vedetela, parlatele; la vostra parola è eloquente; soprattutto, il vostro sguardo è acuto.
— Io so tutto, — disse orgogliosamente il Maestro — io conoscerò il segreto di questa fanciulla.
— Il suo segreto è amore, è noto.
— Ella ne ha un altro, Moussa!
— Voi sapete tutto, — e s’inchinò devotamente — verrete voi, domani?
— No, domani, no. Non voglio uscire, nella giornata. Verrò a sera avanzata. Rachele vi sarà?
— Non annunziargliela! Non darle armi contro me, Moussa! Che io giunga inaspettato! Che io possa sorprendere quell'anima!
— Va bene, Maestro. Volete voi altro dal vostro servo?
— No, Moussa.
— Raccomandatemi al nostro Dio, voi che siete un saggio e un Maestro.
Il Maestro rimase appoggiato al parapetto, mentre Mosè Cabib si allontanava, lentamente, ritornando alla sua bottega.
Il vecchio trovò Giacobbe Verona che sonnecchiava sopra una sedia.
— Andiamo, — ripetette il vecchio.
E questa volta fu davvero. Le porte della bottega furono serrate e sprangate; Mosè se ne mise la chiave in tasca.
Giacobbe aveva un misero ombrelluccio di cotone e lo aprì: insieme, piano piano, il giovine e il vecchio si misero per la via, a raggiungere la loro casa.
Senza toccare il Corso, i quartieri eleganti e mondani di Roma, voltarono per una quantità di viuzze male illuminate e quasi deserte, traversando tutta la distanza che separa quel quartiere clericale di Roma dal Ghetto. I due parlavano poco: Giacobbe Verona cascava di sonno e di fame, mentre Mosè rimuginava nella mente tutte le parole terribili dettegli dal Maestro. Sua figlia aveva, dunque, un altro mistero nel cuore? Non bastava quello sciagurato amore per Ranieri Lambertini, il bel giovine aristocratico, di una grande famiglia? L'amore per un cristiano, per un signore, non bastava, come tormento alla sua vita? E le spalle del vecchio si curvarono un po’ più, egli abbassò il capo sul petto, come oppresso da una ignota sventura.
— Sei stato a casa, stamane? — domandò ad un tratto, a Giacobbe Verona.
— Sì, padrone.
— Per prendere la tua colazione?
— Sì: e per portare alla signorina Rachele un libro che mi aveva chiesto.
— Un romanzo.
— Che romanzo?
— Si chiama: I promessi sposi di Alessandro Manzoni.
— E tu glielo hai portato? Lo avevi?
— No. Glielo ho comperato da un rivenditore di libri vecchi.
— Avrai speso un banco! Che hai speso?
— Trenta centesimi. Era quasi nuovo.
— Ah! meno male.
— Due lire! Due lire! Chi gliele aveva date, a lei?
— Io non lo so.
— Compra dei libri! Dei romanzi! Ha dei denari! Dio mio! — mormorò fra sè Mosè Cabib.
— Non vi era, stamane, la signorina Rachele, — soggiunse Giacobbe Verona.
— Come! — gridò il vecchio, arrestandosi d'un tratto.
— Non v'era! — rispose Giacobbe, con voce indifferente.
— Non lo so.
— No: era uscita con Rosa, la serva.
— L'hai aspettata?
— Sì, sotto il portone. Avevo fame e dovevo consegnarle il libro.
— Mezz'ora, forse: ma non so quanto tempo prima fosse uscita.
— Ah! Donde veniva?
— Non me l'ha detto.
— Era pallida, agitata, commossa?
— Che ti ha detto?
— Mi ha ringraziato del libro.
— Ma non ti ha detto dove era stata?
— No.
— Sì.
— Della carne, rimasta dal pranzo di ieri sera e accomodata con le cipolle. Ma ho dovuto ancora aspettare che ciò si riscaldasse. Rosa era di malumore.
— E Rachele che faceva, intanto?
— Era salita su, in camera sua, a leggere.
— Non l'hai riveduta?
— No.
— Che è, questo libro dei Promessi sposi? Lo hai letto?
— Io, no.
— Io, neppure. Sarà uno di quei brutti libracci di questi cristiani!
— Ne aveva un grande desiderio, la signorina Rachele.
— Chi sa chi gliene ha parlato! — mormorò il padre.
Ma erano giunti al vicolo del Pianto, uno dei tanti del Ghetto. Nero, sporco, fra piccole case di uno o due piani, con un'aria fetida che trapelava da quelle mura gocciolanti umidità, il vicolo del Pianto avrebbe fatto orrore e terrore a qualunque galantuomo vi si fosse arrischiato in un'ora avanzata della notte. Quell'ambiente respirava la miseria, la sudiceria, il vizio e forse il delitto. A quell'ora, solo due o tre finestrette apparivano illuminate, attraverso i vetri sporchi.
Mosè Cabib si fermò innanzi a un portoncino basso, serrato; tirò una catena di ferro e un suono debole di campanello corrispose dall’interno. Al primo piano una finestretta si schiuse e una testa di donna si affacciò:
— Chi è?
Poco dopo un passo strascicato si udì per le scale e un tirare di catenaccio rugginoso: Rosa, la serva di Mosè, con una lampadetta fumosa in mano, mostrò il suo viso senza età e la sua persona ossuta e grossolana.
— Buona sera, padrone, — e lo sogguardò, con occhio scrutatore, mentre egli saliva su.
— Buona sera, buona sera, — borbottò lui, infastidito.
— Brutto tempo, — pensò la serva, fra sè, che non era senza peccati.
La scala era stretta, umida, tutta sbocconcellata: non aveva nè un cordone, nè un bastone cui appoggiarsi: la lampadetta illuminava male e per poco Mosè non cadde.
— Attento, padrone! — disse la serva Rosa.
— Sto attento, sto attento, più di quello che tu creda, — egli brontolò, entrando in casa.
Sulla soglia lo aspettava sua figlia, Rachele, che vedendolo, s’inchinò e gli baciò la mano. Tale atto lo commoveva sempre, il vecchio Mosè: e baciandola in fronte, le disse:
Ella lo seguì, in una camera bassa e oscura che serviva da salotto, da stanza da pranzo, da lavoro. Poveramente mobiliata, vi era però, caso stranissimo, molta nettezza. La mensa era preparata sopra una rozza tovaglia, ma di bucato: i piatti erano di creta, le forchette di stagno, ma pulitissime. Era preparato per due. Rachele non aspettava mai suo padre, per pranzare: era lui, che voleva così. Rientrava a ore incerte, talvolta a mezzanotte: talvolta, non pranzava a casa, andando chi sa dove, mantenendo il segreto delle sue assenze, e non voleva che ella contasse su lui. Per economia, egli dava il vitto a Giacobbe Verona: e neanche amava che sua figlia pranzasse col suo commesso. Così, ogni sera, come quella, Rachele assisteva in silenzio al pranzo di suo padre. Pranzo povero e scarso, che il vecchio e il giovane divoravano, con una fame da lupo, mentre Mosè studiava la grandezza delle fette di pane che si tagliava Giacobbe. La scena era curiosa. Quel vecchio, stanco, affranto, sempre avvolto nella sua palandrana, col bisunto cappello sul capo, con le mani nodose e rossastre pel freddo, masticava rumorosamente, con uno scricchiolìo di vecchie mascelle, e beveva dei bicchieri di acqua e vino, colmi. Il giovane, pallido, dissanguato, tutto gramo nella sua giacchetta, mangiava in silenzio, ma con una voracità spaventosa, senza levar gli occhi dal piatto. Rosa andava e veniva dalla cucinetta, portando la poca roba. All'altro capo della tavola Rachele, le mani incrociate sulla tavola, assisteva, muta, pensosa.
In Rachele Cabib brillava tutta l'alta beltà muliebre giudaica. Così certo, nei tempi patriarcali, le sue antenate dovevano essere belle, nate al sole della Mesopotamia, erranti per le valli fiorite e arrestantisi alle fresche fontane: così doveva essere Rebecca, la nobile fanciulla: così Erodiade, colei che fatalmente strappò al Tetrarca la testa di Giovanni Battista. Rachele era alta e snella della persona e nelle sue forme erano una grazia e una seduzione infinite: ogni sua movenza aveva un senso armonico che completava la purezza delle sue linee. Era pallida e un po’ bruna, ma bruno di avorio, caldo e vivido, carnagione ammirabile, dove il sangue della giovinezza e della salute scorreva, vigoroso e fine, insieme. Nerissimi i capelli e profondamente neri gli occhi, tagliati a mandorla, socchiusi sotto le palpebre d'avorio dalle lunghe ciglia ricurve: e negli occhi una espressione misteriosa di pensiero, un segreto impenetrabile che destava una curiosità sempre inappagata. Il volto era ovale, in una linea molle e carezzevole; la bocca era rossa e tumida, un po’ fiera, poco fatta pel sorriso e per le parole. Bellissima!
Ella era vestita di una stoffa nera di lana, semplicissima, ma tagliata come il panneggiamento di una statua, stretta alla persona da una cintura di vecchio argento, a placche cesellate: un oggetto antico che suo padre aveva ritrovato fra le cianfrusaglie.
Ella portava al collo una sciarpa di merletto ingiallito dal tempo, dai toni molto dolci, che temperava l'aspetto claustrale di quel vestito e di quella cintura. Nessun gioiello al collo, agli orecchi: nessun anello alle perfette mani, mollemente incrociate sulla tavola, in atto stanco.
Lo sguardo di Rachele si fermava spesso su suo padre, con una fugace espressione di tenerezza, ma si ritraeva, subito, come rinchiudendosi in sè stesso. Ella abbassava gli occhi e pensava. Anche Mosè Cabib, ogni tanto sogguardava sua figlia, come se volesse dirle qualche cosa, ma pareva che vi rinunziasse per una ragione ignota. Forse, la presenza di Giacobbe Verona lo seccava. Costui abitava in una stamberga del Ghetto poco lontana, e ordinariamente, preso quel poco di cibo, non si tratteneva molto in casa del padrone: cascava sempre dal sonno, quell’infelice! Pure Mosè Cabib, non seppe resistere e, all’improvviso, domandò a Rosa:
— Già, — disse costei.
— Dove ha voluto la padrona, — ella rispose, schivando astutamente una risposta precisa.
Mosè Cabib guardò interrogativamente sua figlia, che sollevò le palpebre e rispose piano, con una voce armoniosa e pura, ma come infranta.
— Avevo mal di capo, sono uscita per prendere aria.
— Dove sei stata?
— Pel Corso. …
— E chi hai incontrato?
— Nessuno, — rispose Rachele, con tono secco.
E abbassò gli occhi, serrò le labbra, come se non volesse rispondere più. Il padre conosceva quei movimenti: sapeva che, in quel momento, sua figlia diventava di pietra. Non chiese nulla. Rosa sparecchiava la tavola ed egli aveva accesa una pipetta, che aveva cavata dalla tasca della sua palandrana. Giacobbe Verona si era levato in piedi, per andarsene.
— Vieni presto, domattina, Giacobbe, — raccomandò Mosè Cabib, al suo gramo commesso che andava via.
Costui si chinò e gli baciò la mano, come faceva ogni sera. Rosa accese un fiammifero, per fargli lume, per le scale, non volendo togliere la lampada ai padroni. Poi, rientrò. Rachele Cabib restava sempre immobile, con le mani incrociate, assorbita nei suoi pensieri. Le lunghe ciglia delle palpebre abbassate le mettevano un’ombra sulle guance. Il padre fumava in silenzio la sua pipa. Rosa aveva preso una calza e lavorava, un po’ lontana dalla tavola, senza neanche guardare le maglie.
— Perchè siete uscite, stamane? — ripetette Mosè, rivolgendosi alla serva, ancora una volta. — Lo sapete che non mi piace! —
Costei non rispose, ma fece un gesto per indicare Rachele. La fanciulla non si smosse, come se non avesse udito.
— Rachele? — chiamò il vecchio.
— Padre? — rispose ella, scuotendosi.
— Hai udito?
— No, padre.
— Mi spiace che tu sia uscita.
— Qui, si soffoca, — ella disse, con voce sorda.
— È il quartiere della tua gente.
— Io lo odio, — ella replicò, tetramente.
— Sì, — diss'ella, con energia.
— Anche me?
— Ma mi disubbidisci.
— Non voglio morire, ecco, padre.
— Questa è una delle migliori case del Ghetto. Non ti manca nulla; sei servita; che vuoi? — disse il vecchio, con amarezza.
— Andar via di qui! — disse lei, subito.
— Via: dovunque. Fuori di qui! Ci muoio, padre.
— Via, con voi, — ella disse, a bassa voce.
— O sola; andresti anche sola, — mormorò il vecchio Mosè, sempre più amaramente.
Ella tacque.
Un silenzio si fece, in cui non si udiva che lo scricchiolìo dei ferri di Rosa e qualche sbuffo della pipa di Mosè.
— Che è questo libro, che ti sei fatto comperare da Giacobbe? — domandò Cabib, a un tratto.
— È un romanzo, — diss'ella, semplicemente.
— Quello è un libro onesto, padre.
— Che ne sai tu?
— Me lo hanno detto.
— Chi te l'ha detto? —
Ella non rispose.
Quando suo padre la tormentava troppo, con le domande, con le indagini, il silenzio era il suo rifugio.
— Questi Promessi sposi. … un romanzo d'amore? — egli riprese, con quella ostinazione che è particolare ai vecchi.
— Sì, padre.
— E ora. … passerai la notte a leggerlo?
— Ho letto, oggi, molto. Leggerò poco, stanotte.
— La notte è fatta per dormire. —
Mosè Cabib scosse la pipetta sull'orlo della tavola. Guardò Rosa; costei seguitava a sferruzzare, come se nulla fosse. Fuori, la pioggia era diventata più forte.
— Va a letto, Rosa, — disse il vecchio.
— Non è tardi, posso ancora restare.
— A che resteresti? Sono ore di sonno che perdi. —
Rosa, invece di obbedire, guardò Rachele. Costei non disse nulla. L'altra riprese la calza.
— Va a letto, va, — replicò il vecchio, stizzito.
— La signorina Rachele può aver bisogno di qualche cosa. …
— Rachele?
— Padre?
— Hai bisogno di nulla da Rosa?
— No, nulla: vai, vai pure, Rosa, — ella disse alla serva, con un'occhiata di affetto.
— Proprio nulla, signorina? — mormorò la serva, già in piedi, ma esitante.
— Nulla: andrò a letto anche io, — e si alzò.
— Rimani, tu, — disse Mosè Cabib a Rachele.
— Perchè?
— Ho da parlarti. —
Rachele crollò la testa malinconicamente e si sedette di nuovo.
— Ora voi ricominciate a tormentare questa figliuola! — esclamò la serva, con la sua rude familiarità.
— Rosa, vattene, ho da parlare a mia figlia, — gridò il vecchio, incollerito.
— Vado, vado. … ma non vi è ragione. … buona notte, signorina. … non ve ne prendete. … e le chiacchiere sono chiacchiere. …
— Rosa!
E acceso un cerino, passò in uno stanzino, dietro la cucina, dove aveva un lettuccio e una sedia. Mosè Cabib lasciò passare qualche minuto, per esser certo che quella non sarebbe tornata. Rachele aspettava, con aria rassegnata, quel discorso. In quel momento, la sua bellezza assumeva un fascino di malinconia che conquideva. Mosè Cabib la guardava e non poteva nascondersi di essere orgoglioso di quella sua creatura. A un tratto, un pensiero gli traversò la mente e disse, rompendo la pausa:
— Rachele, sai chi ho visto, questa sera?
— Chi?
— Non parlatemene, allora, — diss'ella impallidendo, poichè aveva compreso.
— Debbo parlartene. Ho visto il Maestro.
— Oh Dio! — ella disse, nascondendosi la faccia fra le mani.
— Egli è qui: è qui di nuovo.
— Credevo che fosse partito per sempre. …
— Egli parte sempre. … ritorna sempre. … egli è l'eterno viaggiatore. … e l'eterno reduce. … — pronunziò il vecchio, con voce misteriosa.
— Perchè ritorna? Che vuole? Se ne vada! — ella replicò, con voce cupa.
— Ha le sue ragioni. Niuno le conosce. Egli è il Maestro, Rachele: rispettalo.
— Non lo conosco: non rispetto che Dio e voi.
— Egli è più di me.
— Ma meno di Dio! — ella ribattè, fieramente.
— Rispettalo, rispettalo!
— Non so chi sia: non voglio saperlo! — replicò ancora, con la sua voce più dura.
Padre e figliuola si guardarono un momento, ambedue molto turbati: il padre inquieto e sgomento: la figliuola accesa d’ira e di ribellione. La bella faccia bruna, di quel pallore d'avorio, si era colorita: le labbra schiuse lasciavano vedere i bianchi, magnifici denti: e negli occhi di Rachele Cabib si leggeva una espressione energica di sfida.
— Rachele, tu ti pentirai della tua fierezza, — riprese il padre con umiltà.
— No, padre.
— Il Maestro è grande e possente.
— Dio solo è grande e possente, padre mio.
— Egli è vicino a Dio, Rachele!
— Non bestemmiate! — e impallidì orribilmente.
— Credimi, egli può farti gloriosa e forte, se tu vorrai.
— Con lui, mai! — ella esclamò.
— Tutti i segreti della vita sono palesi a lui, Rachele, e il cuore degli uomini è un libro dove egli legge a pagina aperta; egli può esser più ricco di un re, più grande di un imperatore e tutto questo sarà dato a te, — disse il vecchio, con voce esaltata, con occhi ardenti.
— Io lo odio, — replicò lei, con voce cupa.
— Non sei tu ambiziosa? Non vuoi tu uscire dalla miseria e da questa casa? Non vuoi tu mettere un diadema di brillanti sui tuoi neri capelli e una collana di perle al tuo collo? Non vuoi tu esser ricevuta da questi infami cristiani, corteggiata, adulata? Solo il Maestro ti può dare tutto questo, Rachele, — disse il vecchio tentatore, sognando il trionfo della figliuola che egli adorava.
— Non voglio nulla da lui, — ella disse, freddamente.
— Vuoi languire nell'oscurità?
— Sì.
— Nella miseria?
— Sì.
— La tua bellezza deve sfiorire qui dentro?
— Sì.
— Tu sei pazza, Rachele: quel pallido giovinastro ti ha fatto perdere la testa, — disse il vecchio furioso.
Ella non rispose e arrossì d’ira repressa, udendo ingiuriare l'uomo che amava.
— Scommetto che lo hai riveduto, oggi! — gridò il vecchio, gittando da sè la sua cara pipa, in un moto di sdegno.
Ella tacque.
— L'hai visto, è vero, l'hai visto? — gridò ancora il vecchio, facendo fiamme dagli occhi.
— Che v'importa, padre? — ella rispose, piano, distogliendo lo sguardo da Mosè.
— Che m’importa? Che m’importa? Mi portano via mia figlia e io lo debbo permettere?
— Io sono qui, ancora, — ella disse con uno strano sorriso.
— Ma il tuo cuore è altrove, ma la tua anima è altrove: oh, ti capisco, perfettamente; quando taci, quando sei distratta, tu pensi a lui!
— Le anime e i cuori non si legano, — ella mormorò, dimessamente.
— Tu l'hai visto!
— Che io lo veda o non lo veda, padre, è lo stesso, — ella replicò semplicemente.
— Io ti chiuderò in casa, Rachele, — egli minacciò.
— Farete quel che vorrete, — rispose Rachele, diventata freddissima, abbassando il capo.
— Tu non lo vedrai più, mai più!
— Come vorrete.
— Io gli impedirò, per sempre, di venire qui, in questa strada, dove gironza, ogni tanto; gli impedirò d’incontrarti, altrove: non lo vedrai più! —
Ella tacque, chinando il capo sul petto.
— Già — riprese il vecchio, con la voce sibilante fra i denti — Ranieri Lambertini non t'ama. Qualunque donna rapisce il suo cuore e la sua fantasia. Adesso, è innamorato di una bella donna veneziana. …
— Non è vero, — ella disse, subito.
— Non vi credo.
— M’ingannate, perchè io non lo ami più.
— Vuoi avere le prove del tradimento?
— Le avessi, non ci crederei. Ranieri Lambertini è mio.
— Una israelita non può essere nè l'amante, nè la moglie di un cristiano, — disse il padre, gravemente.
— Lo so, — ella rispose, a voce alta.
— Ebbene?
— Ebbene, lo amo, lo amerò sempre.
— È una follìa.
— Che durerà tutta la mia vita.
— Egli non t'ama; egli ti abbandonerà.
— Che importa? Lo amerò sempre!
— Contro la volontà di tuo padre? Contro il Dio dei tuoi avi? Contro tutto?
— Nè mio padre, nè Dio possono essere così crudeli, con me.
— Lo saranno, — gridò il vecchio, levandosi in piedi, quasi fatto più grande dalla collera.
— Ebbene: contro!
— Io ucciderò quell'uomo, Rachele! — urlò il vecchio, che non ragionava più.
— Speriamo di no, padre, — ella disse, con grande dolcezza.
— Non io, sono vecchio, egli è giovane: ma egli morrà, il Maestro lo ucciderà!
— Sarebbe male, padre, — diss'ella, sempre dolcemente, ma con fermezza.
— Lo ucciderà, lo ucciderà! Egli ha tante armi che uccidono bene, tanti veleni che non lasciano traccia: il Maestro è il signore della Morte. Ranieri Lambertini è un ostacolo, a lui, al suo amore, alla sua felicità; Ranieri Lambertini morrà.
— Dio non permetterà questo, — ella replicò, fremendo tutta, ma dominando la sua emozione.
— Dio è col Maestro. Ranieri Lambertini morrà.
— Non solo, padre! — gridò ella, uscendo dalla sua freddezza dolce.
— Che dici?
— Dico che Ranieri Lambertini non morrebbe solo.
— Rachele!
— Un'ora dopo di lui, lo seguirei, — ella disse, così decisamente, che il vecchio balbettò:
— Tu faresti questo?
— Sì.
— Oh povero me, la mia vita è finita! — gridò Mosè Cabib, ricadendo sulla sedia, col capo sulle braccia.
— Padre, quel Marcus Henner è uno scellerato, — disse Rachele, con voce ancora vibrante, ma accostandosi al tavolino dove Mosè Cabib mormorava e gemeva fra sè.
— Non nominarlo! Chiamalo: il Maestro! Il suo nome porta sventura: pochi lo conoscono ed egli lo nasconde. Marcus Henner non esiste; egli si chiama: il Maestro!
— Io non lo chiamerò mai così! — ella mormorò, mentre un fugace rossore le passava sulle guance.
— Ti porterà sventura, chiamarlo altrimenti, — disse il vecchio, con una espressione di terrore, sul viso.
— Perchè temi tanto quell'uomo, padre?
— Sono vecchio e povero. … — balbettò Mosè Cabib.
— Non sei giovane, più, ma neppure tanto vecchio, padre. E sei, poi, tanto povero? — e gli dette uno sguardo scrutatore.
— Poverissimo, poverissimo! — gridò Mosè, levandosi in piedi, con le labbra tremanti e gli occhi smarriti. — Anche tu credi che io celi del denaro? Anche tu? Chi te lo ha detto? Che bugie ti hanno riferite?
— Non mi hanno detto nulla, — riprese lei, con lentezza — e non so nulla. Suppongo. … suppongo che tu sia meno povero di quello che sembri.
— Chi te lo fa supporre? Che cosa? Non ho mai venti soldi per formare una lira! A bottega non si fa niente. … è un crepacuore. … questi ladri cristiani non comprano neppure una vecchia carrucola. …
— Eppure, noi viviamo, tutti, su questa bottega. … tu mi dai qualche vestito. …
— A stento. … a stento. … ma se muoio, ti lascio sulla via. … sono poverissimo, te lo giuro. … non ho nulla. … come potrei aver qualche cosa?
— Non ti affannare, — ella riprese, con la medesima lentezza. — Io non faccio indagini. Se hai o non hai denaro, non m’importa.
— Poverissimo! Per questo ho bisogno del Maestro: e tu pure, così giovane, così bella, senza risorse. … che faresti senza me?
— Lavorerei, forse, — ella disse, senza batter palpebra.
— Non sapresti.
— Che ne sai tu?
— Hai imparato a lavorare? Tu? La figliuola di Sara Cabib? A lavorare? Mai, mai, con quelle mani bianche e fini, mai! — egli disse, in preda a una bizzarra esaltazione.
— Mia madre, non ha lavorato, forse? — ella chiese, con uno sguardo scrutatore.
— Mai, lo giuro! Era bella come una regina e indolente come una regina, Sara. … Ah! ella ha visto altri tempi!
— Parlami del passato, parlami, — e si chinava con ansietà sul vecchio, quasi a beverne le parole.
— Un passato luminoso, di amore, di ricchezze, di piaceri. … — rispose il vecchio, come sognando.
— Dove, dove? — ella disse, attentissima, ansiosissima.
— Laggiù. … laggiù. … lontano, nel nord. …
— Nel nord?
— Dove fa freddo, molto freddo. …
— A Varsavia, in Polonia. … che casa splendida, quante pellicce, quanti gioielli, quanti servi. …
— A tua madre. … sì, tutto a lei. …
— Ricchissimi. … ella era così bella. … meritava tutte le gioie. …
— Io l'adoravo. …
— E lei. …
— Io era così diverso da lei. … così diverso. … così dedito al lavoro. … ella era bella e intelligente. …
— Eravate felici?
— Sì, — disse lui, con voce tetra, trasognata.
— E come. … tutto sparve …?
— Ella sparve. … — disse il vecchio, parlando come un sonnambulo.
— Sparve. …
— Non so, — disse lui, con gli occhi allucinati.
— Padre, tu non sai se mia madre è morta? — ella gridò, in preda a uno strano terrore.
— Che dici? Che ho detto? — gridò Mosè, uscendo dal suo delirio.
— Mia madre, mia madre? — ella chiese, come folle.
— Tua madre? Che vuoi sapere di tua madre? — e parve cadesse dalle nuvole.
— È morta, è viva, dove è, dove sta, conducimi da lei!
— Tua madre è seppellita in un piccolo cimitero di Germania, — disse, a voce bassa, Mosè Cabib.
— Non t’inganno. … ho io detto qualche cosa poc'anzi? Che ho detto?
— Nulla, nulla, — disse lei, diventata glaciale, a un tratto, sentendo che la verità le sfuggiva.
— Ero pazzo, Rachele, quando ho parlato. Queste scene dolorose mi fanno perdere la testa; ho farneticato. … ho parlato di paesi lontani, forse?
— Non so. … credo, — ella rispose, chiusa, diffidente.
— Non mi ricordo; non ci ho badato.
— Vaneggiavo. … ho parlato di ricchezze …?
— Non mi credere, quando sono in quello stato, Rachele. Che serata penosa! Figliuola mia, tentiamo calmarci. … io ti ho tormentata molto?
— Non importa. …
— Sì, sì, perdonami. … ti amo troppo. … perdona al tuo vecchio padre. — Di nuovo, una debolezza lo assaliva. Egli aveva gli occhi pieni di lagrime.
— Non parliamo più, padre, — ella disse, crollando il capo. — La sera è avanzata: domani vi sarà il sole.
— Tu mi vuoi bene?
— Sì, padre.
— Io non ho che te, Rachele. … — egli disse, con voce tremante.
— Solo me, è vero, — ella mormorò, con accento enigmatico.
— Così povero, così vecchio, così malato! — e curvava anche più la persona, quasi a dimostrare la sua triplice miseria.
— Va a letto, padre, va, va! — ella soggiunse, con voce carezzevole, come si fa a un bimbo infermo.
— E tu?
— Andrò anche io.
— Tranquilla?
— Sono sempre tranquilla. —
— Dormirai?
— Se posso, sì.
— Non leggere per tante ore, Rachele. Questi orribili libri dei cristiani! Tu detesti i cristiani, è vero?
— Io? — ella gridò.
— Dimenticavo che ne ami uno, — egli disse, amaramente. — Ma gli altri?
— Io non ne odio nessuno.
— E il Maestro, perchè lo odii?
Egli sospirò, profondamente. Si levò e trascinando il passo, andò vicino a sua figlia. Le impose una mano sulla fronte, per benedirla, come faceva ogni sera.
— Che Jehova ti benedica, Rachele.
— Dio, — ella ripetette, senz’altro, chinando la fronte.
Il vecchio accese una misera stearica e si avviò alla sua stanza, che era contigua alla stanza da pranzo. Lo si sentì chiudere la porta a chiave e spingere il catenaccio. Ogni sera, Mosè Cabib si barricava così. Rachele, dopo un minuto di aspettativa, prese un piccolo lume ad olio, lo accese, spense la lampada a petrolio e uscì da una seconda porta. Ivi si trovava una scaletta, che conduceva a una sola cameretta, al secondo piano. Rachele l'aveva occupata, dicendo che lassù vi era più aria, vi erano meno cattivi odori.
In verità, era per restare più sola, per essere più indipendente. Lassù, in quella cameretta, le pareva di essersi distaccata dall'ambiente di miseria morale e materiale che era la sua casa. Ella odiava il Ghetto e la sporcizia ebrea. La sua cameretta era nuda, ma linda. Il lettuccio era bianco, un pezzo di tappeto vecchio vi era innanzi; sulla tavola da scrivere vi erano dei libri, una cartella, un calamaio. Due o tre sedie, una poltroncina, un armadio, uno specchio, completavano il poco mobilio. La finestra non aveva tende, ma aveva delle persiane. A capo letto, una pallida miniatura rappresentava la madre di Rachele, Sara Cabib.
Ella, entrando, guardò quella miniatura. Vi si rivolgeva ogni sera e spesso nella giornata. E quella sera le rivolse uno sguardo disperato. Il suo viso si era sconvolto, sentendo tutto il contraccolpo della lotta con suo padre.
Combatteva una lotta terribile, ineguale. Suo padre, Mosè Cabib, l'adorava; ma ella era una figliuola disubbidiente ed empia, giacchè amava un cristiano, un signore, un nobile. Mosè Cabib avrebbe dato la vita per lei: ma ella sapeva che egli aveva del denaro, dove, come, quando, non sapeva: e intanto la faceva vivere in quella strada, in quella casa, in quella miseria. Mosè Cabib era il più tenero dei padri, ma un misterioso legame lo avvinceva a Marcus Henner, al Maestro. Tanti misteri, nella vita di Mosè: e tanto cruccio, in quella di sua figlia Rachele!
Ella aveva posato la lampadina ad olio sulla tavola ed era caduta sopra una sedia, con le braccia prosciolte, col viso terreo. La sua esistenza, in quell'ora, le sembrava più greve, più dura che mai. Era oppressa, atterrata. Una voce debole, a un tratto, la riscosse. Era Rosa, la serva, che era giunta in camera, senza far rumore. La povera donna non si era spogliata, temendo che la lite fra padre e figlia non si prolungasse e non ardesse troppo: voleva intervenire, se ne fosse stato il caso. Aveva inteso una lunga discussione, poi il silenzio: e ora, agitata, era venuta su per la scaletta, a vedere la sua Rachele.
— Signorina?
— Rosa?
— Perchè vi affliggete tanto?
— Ho le mie ragioni: lo sai, — mormorò la fanciulla, che si sentiva debole, vinta, perduta.
— Va bene; ma siete giovane, bella, vi vogliono bene! …
— Tutto ciò si converte in disgrazia, Rosa.
— Dio ci assista! — fece l'altra, segnandosi.
Rachele la guardò con gli occhi stralunati.
— Perchè vegli, ancora, Rosa, a quest'ora?
— Ero in pensiero per voi. …
— Che fare? È sempre la stessa tristezza!
— Vostro padre è stato crudele?
— No, poveretto. Ma l’idea che io ami Ranieri Lambertini lo esaspera!
— Un altro, — disse semplicemente Rachele che non voleva parlare di Marcus Henner, il Maestro, a Rosa.
— Nessuno val più del conte Lambertini! Bello, ricco, giovane, buono; vi ama tanto!
— Mi ama, poi? — disse Rachele con gli occhi incerti e tristi delle persone infelici.
— Sì. … spesso.
— Se non vive che per voi!
— Chi? Chi? È una calunnia infame.
— Me l'ha detto mio padre, Rosa.
— Naturalmente. E chi sarebbe, costei?
— Una contessa, una veneziana. … bella assai.
— Non è vero, non deve essere vero, — disse la serva, concitata.
— Speriamolo, Rosa.
— Io lo saprò; ne avrò la verità, signorina. Che perfidie, che birbanterie!
— Tu lo difendi molto, — disse Rachele, con un pallido sorriso.
— Vorrei vedervi felice con lui, signorina, — disse la serva a voce bassa.
— Un abisso ci divide, — disse Rachele, desolatamente.
— Speriamo in Dio! — mormorò Rosa.
Ella vide il volto di Rachele molto abbattuto e pensò che il sonno ne avrebbe riparato le forze.
— Signorina, coricatevi.
— Volete che vi aiuti?
— No, non ne ho bisogno.
— Vorrei vedervi coricata: se vegliate ancora questa notte, vi fa male. Poi, vostro padre vede il lume.
— Sì, sì, egli viene a guardare sotto la porta: e il filo di luce si vede.
— Ogni notte!
— Ne sei certa?
— Certa, come della presenza di Dio, — disse Rosa, segnandosi. — Ogni notte, io odo del rumore nella sua stanza che, come sapete, è poco lontana dalla mia.
— Anche io, talvolta, ho udito rumore. … — soggiunse Rachele, pensosa.
— Stranissimi rumori: un grande strusciare di piedi, soprattutto. Una volta, ho inteso come la caduta di un corpo pesante. … mi sono sgomentata. … è vecchio. …
— Non sei accorsa?
— Non ho osato. Temo sempre che egli, in un accesso di rabbia mi mandi via. E poi, non faccio la spia, io!
— Fai bene.
— Sto in guardia, ecco tutto. L'ho spesso udito uscire nella saletta, salire le vostre scale. …
— Anche io. Talvolta egli mi ha parlato a traverso la porta.
— Voi chiudete sempre con la chiave e col catenaccio?
— Contro mio padre? — disse Rachele, inarcando le ciglia.
— Egli è incapace di farvi del male. … — disse Rosa, misteriosamente. — Ma. …
— Ma, che cosa?
— Non mi pare che sia sempre solo di notte, — mormorò Rosa, con voce così bassa che parve un soffio.
— Che dici?
— Dico che qualcuno viene in casa, talvolta, — replicò Rosa, con forza, ma a bassa voce.
— Hai udito ciò?
— Sì.
— Non ti sei ingannata?
— Forse dormivi, forse sognavi!
— Ero bene sveglia. Ho udito colle mie orecchie, benissimo.
— È nella notte molto alta, verso le tre del mattino. Si ode, nella via, un fischio, molto dolce e molto lungo, s. …
— Dio mio! — disse piano Rachele Cabib.
— Poi, a un piccolo intervallo, un secondo fischio, identico. Allora, vostro padre a traverso la saletta va alla scala. …
— La mia? la mia?
— No, quella che comunica colla porta di entrata. Malgrado tutte le sue precauzioni, io odo il suo passo.
— E poi?
— Discende, apre il portone. …
— Ah!
— E risale, con qualcuno, — disse Rosa che si era fatta pallidissima e tremante, dal suo stesso racconto.
— Ne sei certa, certa?
— Sì. Si odono passi di due persone.
— Due?
— Due e non più.
— E chi è che entra in casa con mio padre?
— Io non lo so.
— Un passo da uomo, reso lieve dalla precauzione.
— È un uomo?
— Pare!
— Mai. Mi avete detto che qualunque cosa udissi, non dovevo levarmi dalla mia stanza, se non a un vostro ordine.
— Hai ragione. E. … quest'uomo. … che fa, in casa?
— Appena appena, ma si odono, signorina.
— Hai mai compreso quello che dicono?
— Una volta, solo. …
— Sì.
— Che dicevano?
— Era vostro padre. Disse questo: «È stata una crudeltà, una infamia.» E l'altro: «Iddio è crudele e la scienza è infame.»
— Oh, Signore! — esclamò Rachele, rabbrividendo.
— Non avrei ritenuto queste parole: ma le ho ripetute molte volte, per impararle a memoria e potervele dire.
— Molto commosse: però gridavano.
— E poi?
— Non udii altro.
— Rimane molto tempo questo sconosciuto?
— Un'oretta, quasi sempre. Il signor Mosè lo accompagna per le scale, apre e richiude il portone: dopo se ne va a letto.
— E hai udito, spesso, entrare quest'uomo?
— Così. …
— Una volta la settimana, per esempio?
— No: certe volte sta un mese senza venirci.
— Ah!
— Ma l'ho inteso anche venire tre o quattro notti di seguito. …
— Veramente?
— Sì: nell'ottobre scorso. Ogni notte, alle tre. Smuovevano anche degli oggetti, con vostro padre. Ho udito lo stridere di una serratura. Poi, un profondo sospiro.
— Di chi? Di chi?
— Di vostro padre.
— È orribile, orribile, — disse Rachele, al colmo del terrore.
— Non vi sgomentate, fidate in Dio, — disse la serva Rosa, segnandosi, come faceva sempre quando nominava il Signore.
— Dio? Dio? E mi vorrà aiutare? — domandò
Rachele Cabib, in preda alla più paurosa incertezza.
— Esso aiuta tutti, signorina. Esso vi difenderà.
— Contro mio padre?
— No. Contro quell'uomo che viene in casa, — disse Rosa misteriosamente.
— E tu credi, tu credi che sia mio nemico? — mormorò Rachele pianissimo.
— Ne sono certa, signorina!
— Chi te lo fa supporre?
— Così! Vostro padre vi vuole tanto bene, e vi tortura in tal modo. … ci deve essere un altro. … ci dev'essere chi lo spinge contro di voi. …
— E contro Ranieri Lambertini! — esclamò Rachele, con voce desolata.
— Io vedrò il conte, domani, signorina.
— Non dirgli nulla, di tutto questo. … mi raccomando. …
— No. Gli chiederò solo di questa veneziana.
— Ma non dire che sono io! — disse Rachele, che era molto fiera.
— Vedrete, vedrete. Ma voi vi dovete decidere, signorina, — disse Rosa, in modo enigmatico.
— A che?
— A quel che sapete!
— Bisogna averne il coraggio.
— Sarà per il vostro meglio: egli stesso dovrà riconoscerlo.
— Ne soffrirà, ne può morire. …
— Eppure bisogna decidersi, — ripetette la serva, che sempre insisteva, conoscendo l’incertezza della padrona.
— Chiedetela a Dio.
— La chieggo, la chieggo sempre. Sono stanca, va a letto Rosa.
Rachele Cabib rimase sola. Ancora una volta i suoi occhi si rivolsero al ritratto di sua madre, che era a capo letto. Un terribile momento le sovrastava ed ella si rivolgeva a quella immagine, come a una speranza di bene. Ma l'aveva poi amata, quella madre che, come diceva Mosè Cabib, era seppellita in un piccolo cimitero di Germania? Vagamente, ella ricordava quella figura di donna, di una beltà suprema, di cui ella, Rachele, non era che la pallida rassomiglianza: vedeva un viso divino, e certe mani bianche, lunghe e fini, mani di principessa e non di lavoratrice, come diceva Mosè. Ma tutto ciò così lontano, nell’infanzia, in un castello perduto fra le grandi pianure di neve: dopo, un gran vuoto nero si faceva nella memoria di Rachele ed ella si ritrovava sola, in Roma, con suo padre, in Roma, dove era da dodici anni e appena ella toccava i venti! Ogni volta che aveva chiesto a suo padre di sua madre, costui si era turbato e rattristato; spesso le aveva ripetuto che sua madre era morta giovane, seppellita in un cimitero di Germania, nella loro fuga dalla Polonia.
Ma due o tre volte, Mosè Cabib, sconvolto dai ricordi, aveva fatto delle confessioni ambigue, come quella sera, aveva narrato di favolose ricchezze, di piaceri luminosi, di esistenza principesca: aveva parlato di Sara Cabib come se fosse sparita e non già come se fosse morta. Sempre, si era pentito di queste nebulose confessioni e le aveva smentite. Ma Rachele ne era rimasta così colpita: e lentamente, in lei, si era fatta la convinzione che sua madre non fosse morta.
Eppure, se non era morta, dove era? Che faceva?
Perchè aveva abbandonata sua figlia e suo marito? Perchè non li cercava? E perchè Mosè Cabib che l'aveva amata, non la cercava? Da dodici anni Mosè non si muoveva da Roma e viveva miseramente: e il solo mistero profondo e impenetrabile della sua vita, era la sua relazione con Marcus Henner, col Maestro. La madre! Morta o viva? Malata, sana, ricca, povera? Chi sa! Forse morta, anche! D'altronde, Rachele credeva al fascino dell'amore e del dolore. Fino a che la sua vita era passata monotona e triste, ma senza gravi dolori, in quel Ghetto, in quel vicolo del Pianto, le pareva che il lontano, fantasticamente lontano, affetto materno non dovesse intervenire; ma da che la sua esistenza era tutta un tramite di dolori e di lotte, le sembrava che sua madre non dovesse abbandonarla così. E se sua madre era morta?
Ora la pregava, come si prega una santa, a volerla soccorrere dal cielo o dalla terra, dove si trovava, a voler darle un consiglio, una guida, una luce! Il ritratto di Sara Cabib era vecchio di una quindicina di anni e molto scolorito: ma gli occhi conservavano una vivace espressione dolce e fiera nello stesso tempo, e pareva che la guardassero.
— Madre, madre mia, se tu vivi, vieni a me! Se sei morta, prega per me! — implorava così, inginocchiata, Rachele Cabib.
E teneva gli occhi fissi su quel ritratto, le mani congiunte convulsamente, senza sentire il dolore delle ginocchia che erano piegate sulla dura terra, senza asciugarsi le lagrime che le scorrevano per le guance. Ogni notte, Rachele pregava innanzi a quel ritratto; ma quella notte la sua esaltazione era giunta all'estremo. L'ora era alta, il silenzio profondo, ma tutti i nervi di Rachele vibravano dopo aver avuto quella scena con suo padre, dopo le rivelazioni di Rosa. Adesso, la preghiera esciva più ardente dalle sue labbra come se ella volesse strappare l'aiuto, il sussidio, a quella smorta immagine di donna.
— Mamma, se sei viva, vieni a me, vieni a soccorrermi: se sei morta, mamma, mamma mia, invoca Iddio per me! —
E, a un tratto, nell'ardore di quella preghiera, a Rachele Cabib parve che quel ritratto scolorito avesse uno sguardo vivo, negli occhi: parve che su quella bellissima e pallida bocca fiorisse un sorriso vivo. E parve, proprio le parve, che una voce, una voce udita altra volta, non una voce propriamente, ma un soffio, a lei noto, di voce, le dicesse:
— Eccomi. —
La fanciulla gittò un grido e cadde riversa, svenuta.
III.
Nei piccoli avvisi del giornale La Tribuna del giorno ventisette gennaio, fra una casa da affittare e un professore di lingua francese che domandava degli alunni, era apparso questo annunzio:
«Quel signore che ha dimenticato o perduto un oggetto nel treno viaggiante fra Napoli e Roma, il ventiquattro gennaio, in partenza alle due e cinquantacinque, se vuol riavere ciò che ha smarrito si diriga all'Hôtel d'Europe, piazza di Spagna, dove, dando i necessari connotati, gli sarà restituito l'oggetto.»
Questo avviso fu portato anche dal Popolo Romano e dalla Italie, in francese: per quattro o cinque giorni esso fu ripetuto in tutti i giornali. Ma non dette, apparentemente, nessun risultato. Nelle ore in cui Roberto Alimena era in albergo, non uscendo egli prima delle undici della mattina e nel pomeriggio, dalle cinque alle sette, quando non aveva meglio da fare, nessuno sconosciuto si presentò a chiedere di lui. Veniva qualche amico, qualche conoscenza, qualche fornitore, ma niuno che potesse rassomigliare al gobbo dagli occhi verdi. Ogni volta che rientrava, il giovane gentiluomo s’informava minutamente, se fosse giunto uno straniero, un essere qualunque, che parlasse di un oggetto perduto. Niente.
Naturalmente, non aveva messo il suo nome, nel giornale, giacchè egli era molto conosciuto e non voleva avere domande da soddisfare, curiosità da appagare. Neanche al portiere dell'albergo aveva spiegato di che si trattasse. Gli aveva detto, così, che possedeva un oggetto non suo, ritrovato nel treno e che prima di depositarlo in questura, avrebbe voluto consegnarlo direttamente al proprietario. Quando costui si fosse presentato, bisognava condurglielo in camera: o se egli era assente per poco, pregarlo di aspettare: o se per molto non fosse rientrato, cercar lui, Roberto Alimena, dove si trovava e per questo lasciava sempre il suo itinerario. Infine, voleva assolutamente non lasciarsi sfuggire il padrone della scatola.
Assolutamente! Da quella notte in cui, in preda a una allucinazione di curiosità, spinto da un ardente desiderio che non giungeva a vincere, suggestionato dalle parole di Héliane Love, attratto invincibilmente da quel mistero, egli aveva forzato il cofanetto di cuoio nero e aveva visto la mano tagliata, egli era in preda a una febbre morale persistente e a un continuo urto nervoso. L'uomo tranquillo e indifferente, che non amava e non odiava nessuno, che aveva vissuto, viaggiato, goduto senza mai turbarsi gravemente, per nulla, Roberto Alimena, il gentiluomo scettico, aveva trovato una potente ragione d’interesse, nella vita.
La mano di quella donna, quella mano così bella, così fine, così adorna di gemme e così apparentemente viva, aveva preso la sua fantasia e forse il suo cuore, come nessuna altra cosa, mai, da che aveva senso di ragione. Quella prima notte non aveva più dormito e aveva passato il resto della notte, innanzi a quella scatola aperta, contemplando lo strano oggetto che vi era depositato sul velluto, osservando, ancora, sempre, meglio, tutto ciò che potesse dargli una nozione più chiara. Pian piano, egli aveva dominato la impressione d'orrore che naturalmente produceva su lui e avrebbe prodotto su chiunque quel braccio troncato, tolto al corpo di una donna giovane e certamente bella. Alla morte, a quel pezzo di cadavere, egli non ci aveva pensato più. La più volgare versione, che quell'uomo fosse un medico, un chirurgo e che avesse troncato quel braccio e quella mano a una morta e l'avesse adorno così, per una lugubre fantasia, non gli veniva neppure in mente.
La sua immaginazione e forse il suo cuore vedevano quella mano tagliata come viva, come appartenente a una creatura viva, poco lontana, appartenente ad essa come un oggetto di vestiario che avrebbe potuto riprendere a volontà. Nulla della morte, della sezione, dell’anatomia: nulla del lezzo cadaverico, del taglio sanguinolento, del coltello terribile. Ciò spariva. La mano era così bella, morbida, con un colore così vivace, con una levigatezza di pelle così umana, con le unghie così rosate e lucide, che tutta la tristezza della morte era ben lontana, da essa. Fredda, certo: ma anche sottilmente profumata!
Certo, l’indomani, Roberto Alimena aveva ripreso le sue occupazioni normali, a Roma. Ma a traverso le visite, le gite, le conversazioni, le partite a carte e le cene, egli aveva il suo spirito preso da quella ignota mano. Prima di escire, l'aveva chiusa, di nuovo, ma senza ricostituirne i cardini infranti: poi aveva collocato il cofano nel suo più saldo baule inglese, quello che chiudeva con una triplice serratura dove metteva i suoi valori e i suoi gioielli. Degli armadi e dei cassetti dell'albergo, non si fidava. Si annoiava, persino, che il suo appartamentino restasse aperto nella sua assenza. Vagamente, così, gli pareva di possedere qualche cosa di molto prezioso e che qualcuno desiderasse ardentemente di toglierglielo, come egli ardentemente desiderava che restasse in suo potere. Due o tre volte, trovandosi in qualche posto lontano dall'albergo, aveva avuto il presentimento che la bella mano ingemmata e troncata, gli fosse stata rapita: ed era tornato a precipizio all'albergo, entrando con una certa ansietà in camera sua. Il suo baule era sempre là, serrato: egli, cautamente, lo riapriva e vedeva la scatola nel primo compartimento. Richiudeva; andava via, sollevato. Anzi, per tranquillizzarsi un poco, aveva detto al cameriere Francesco, le premier, di ritirare subito la chiave del proprio appartamentino, appena fosse stata fatta la pulizia, e di non dare questa chiave che a lui.
Egli aveva riveduto la bella Héliane Love, il giorno seguente. Costei, subito, gli aveva domandato della scatola. Senza turbarsi, egli aveva dichiarato di non averla aperta, lasciando cadere il discorso: e, consecutivamente, aveva detto ad Héliane di aver messo degli avvisi nei giornali, per rintracciare il proprietario; che se questo mezzo non gli riesciva, avrebbe consegnato alla questura il cofanetto, senza più pensarci.
— Senza aprirlo?
— Senza aprirlo.
— È una imprudenza.
— Non preoccupartene, — aveva conchiuso lui, mostrando desiderio di parlare d'altro.
Del resto, fra lui ed Héliane Love correvano altri discorsi che quelli della scatola fatale. La giovane donna civettava assai con lui, e Roberto Alimena a cui ella piaceva molto, la seguiva in questo duello cortese. Egli, nella freddezza del suo buon senso, che molto raramente lo abbandonava, non voleva, certo, ingolfarsi in un'avventura che sarebbe stata un po’ complicata, mentre Héliane Love, annoiata di Fiorenzo Scotti, desiderava un legame serio. Alimena era cauto, ma la donna era bella, elegante, non stupida. … e il duello continuava.
Ma come egli era fuori di lì, quel potente interesse della mano tagliata lo riprendeva. Un istinto lo consigliava a non propalare come fosse venuto in suo potere quello strano oggetto e, salvo che con Héliane Love, per leggerezza, egli non si era confidato con nessuno. A malincuore, aveva fatto pubblicare quei tre avvisi nella Tribuna, nel Popolo Romano, nella Italie, ma, in questo, aveva obbedito a un senso di galantomismo che lo induceva a restituire quel che aveva trovato e a un vivo senso di curiosità, per veder di sapere chi fosse il proprietario di quel cofanetto.
Niuno apparve. Pure, vagamente, Roberto Alimena sentiva intorno a sè una sorveglianza, qualcuno che nell'ombra lo studiava: varî indizi glielo avvertivano. Una mendicante, una donna di sessant'anni, lo aveva aspettato, con una supplica, sotto il portone dell'Hôtel d'Europe e, malgrado che egli avesse preso questa carta, promettendo di fare qualche cosa, costei lo aveva seguìto sino alla porta del suo appartamentino, raddoppiando le sue querimonie, piantandosi sulla soglia; egli, infastidito, aveva dovuto chiamare il portiere per mandarla via, giacchè costei pareva volesse ficcarsi assolutamente nelle sue stanze. Ella se ne andò umilmente, mormorando, ma dando ancora delle occhiate oblique, a dritta e a sinistra.
Un altro giorno, egli aveva comperato delle cravatte e dei guanti da Laforet, dicendo che glieli mandassero a casa. Egli trovò il fattorino di questa bottega che lo aspettava, da due ore, passeggiando innanzi alla porta chiusa del quartierino numero undici.
— Che aspettate, qui? — gli disse Roberto Alimena, osservando che egli non aveva nessun segno sul berretto, di appartenere alla ditta Laforet.
— Per consegnare a Vostra Eccellenza questo pacchetto, — disse colui, pieno di ossequio, ma ad occhi bassi.
— Potevate lasciarlo al portiere: è persona sicura, — disse Alimena, freddamente, senza neppur dargli la mancia e senza neanche aprire la porta delle due stanze.
Costui se ne andò, lentamente, come a malincuore. Alimena seppe poi dal premier Francesco che questo fattorino aveva insistito, perchè gli si aprisse la porta e perchè egli potesse mettere sul tavolino del conte Roberto Alimena il suo pacchetto. Francesco si era negato.
— Non aprite mai a nessuno, ve ne prego, — aveva soggiunto Roberto.
Ma altri indizi si moltiplicavano. Spesso, rientrando, alla notte, per via Condotti, a Roberto era parso di essere seguìto. Un passo cauto, ma fermo, si era udito; non troppo presso a lui, ma dietro, sempre; egli si era voltato e, sempre, questa persona lontana aveva scantonato verso via Borgognona, verso Bocca di Leone, verso Mario dei Fiori. Una volta coraggiosamente, Roberto Alimena si era slanciato dietro a colui che lo inseguiva; ma costui, un'ombra alta e nera, aveva affrettato il passo e si era nascosto nel dedalo delle vie Belsiana, Frattina, senza poterlo scovare. Roberto Alimena era sempre armato; del resto, era provvisto di un sangue freddo a tutta prova. Anche in piazza di Spagna, spesso, alla sera, gli era parso che qualcuno sospetto passeggiasse, sempre, verso Propaganda, ma appena egli si era mosso per raggiungerlo, la persona aveva finto di essere un viandante ed era sparito verso Due Macelli o verso sant'Andrea delle Fratte. Nella notte, talvolta, gli era sembrato udire un passo sotto le sue finestre che erano elevate dal suolo un metro e mezzo. Lo sforzarle, sarebbe stato facile. Cercando bene, egli trovò delle spranghe di ferro che fissavano le imposte e che non aveva mai pensato di adoperare; ogni sera, adesso, chiudeva così. In piazza di Spagna, però, sotto le sue finestre, erano sempre due guardie che sorvegliavano piazza Mignanelli, dove dava la casa del Presidente del Consiglio e Roberto Alimena, malgrado che fosse valoroso, considerava con una certa compiacenza queste guardie, sorvegliatrici inconscie.
Tutto ciò non lo allarmava punto, anzi ne eccitava piacevolmente i nervi che erano molto indolenziti da una esistenza senza grandi avvenimenti, senza supremi interessi. Roberto Alimena sentiva che, suo malgrado, navigava in pieno romanzo; e questo romanzo, egli che non ne leggeva quasi mai, cominciava a predominarlo, ora che ne diventava un personaggio. Comprendeva che a quella mano tagliata si legava tutta una terribile istoria e l'averla lui, ora, in possesso, lo vincolava a gente sconosciuta, forse a malfattori, certo a personaggi bizzarri e crudeli. E man mano, egli si veniva convincendo che se colui che aveva smarrito il prezioso e tremendo cofanetto, non veniva a lui, lealmente, egli, Roberto Alimena, si sarebbe messo a cercarlo, in tutti i modi. Quella specie di rete misteriosa, le cui maglie sentiva affittire intorno a sè, lo attraeva, lo affascinava: egli intendeva che quella mano tagliata, la bellissima mano ingemmata e morbida, era il punto convergente di chi sa quale dramma, il centro di chi sa quale atroce delitto, di chi sa quale atroce amore.
Egli stesso ne era innamorato un poco, di quella mano. Due o tre volte, quando si era trovato solo nella sua stanza da letto e aveva chiuso a chiave la sua porta, egli aveva cavato dal baule il cofanetto di pelle nera e aveva contemplato a lungo quella leggiadrissima mano dalle forme fidiache, dal colorito così vivo. Essa lo affascinava. Una volta, lentamente, la sua testa si abbassò ed egli sfiorò con un bacio quella pelle liscia e morbida. Certo, la mano era fredda, ma egli non ne ebbe nessun orrore. Anzi, al suo cervello salì un sottile profumo di cui quella mano era impregnata. Affascinante! Egli la riponeva sempre dopo averla guardata con tenerezza e il sospetto che gliela potessero togliere, lo teneva sempre in guardia.
Malgrado che nessuna luce si venisse facendo sul mistero della mano tagliata, Roberto Alimena intendeva che una strana battaglia era impegnata fra lui e lo sconosciuto essere che aveva perduto o dimenticato il cofanetto. Forse come il gentiluomo, dal cuore duro e dalla fantasia arida, si era innamorato di quella mano mirabile, così colui che l'aveva, appassionato, doveva ricercare tutti i mezzi per riprenderla. Roberto Alimena sentiva che, qualche giorno, qualche cosa di grave gli sarebbe accaduto. Ciò, in fondo, lo divertiva. Pochi volti muliebri lo avevano interessato come quella mano! Così bella, così fine, così fragrante, ella doveva essere stata staccata da un corpo divino per gioventù e per beltà. Roberto Alimena non dubitava neppure un momento che la donna a cui apparteneva quella mano, non fosse viva. In qualche sua allucinazione notturna, quando troppo tempo egli aveva passato, solo, silenzioso, nella contemplazione di quella mano gli pareva di vedere la bellissima giovane, pallida, dai capelli nerissimi, dalla bocca rossa e carnosa, dalla fronte breve di Dea, avvolta in un classico vestito bianco, a grandi pieghe, che nascondesse il braccio troncato, mentre l'altra mano, la compagna, la sorella, esciva da quel biancore, seducente e tenue come un petalo di fiore.
Ogni tanto, però, Roberto Alimena usciva da queste sue visioni assorbenti e ridiventava l'uomo pratico, scettico, gelido, che era ordinariamente: in quei momenti gli pareva utile ricercare il gobbo dagli occhi verdi, il presunto proprietario del cofanetto; gli sembrava necessario portare alla Questura — non al Municipio, trattandosi di un oggetto eccezionale — quella singolare scatola, di sapere, infine, di conoscere un po’ di verità: o, almeno, di liberarsi da quell’imbarazzante e talvolta tormentoso deposito. Fu in uno di questi minuti di ritorno in sè stesso, che deliberò di portare la mano tagliata dal professore Silvio Amati.
Silvio Amati era uno scienziato di prim'ordine, un chimico e un anatomista superiore che, dalla natìa Napoli, aveva portato nella Università di Roma tutta la sua profonda dottrina. Ma il suo valore d’insegnante, sebbene molto grande, era, certo, inferiore alla sua immensa capacità di esperimentatore. Stimato in tutta l'Europa, in corrispondenza coi maggiori scienziati europei, eppure spirito raccolto e solitario. Silvio Amati viveva senza famiglia, senza amori, senza legami, tutto immerso nei suoi studî, nelle sue analisi, nei suoi esperimenti. Era uno strano tipo di scienziato e di uomo, scarno, alto, con una fronte alta e sguarnita alle tempie, con un arco sopracciliare profondo come un tetto, come è quello di Darwin, con un mustacchio già quasi bianco a cinquant'anni e una espressione vaga negli occhi abituati a fissare il mondo attraverso il microscopio. Egli era stato amico d’infanzia col padre di Roberto Alimena; e, ogni tanto, il giovanotto andava a fargli una visita, in quella villa Strohl-Fern, accanto a villa Borghese, dove egli occupava tutto un caseggiato separato, tra i folti alberi del giardino. Le finestre del suo ampio laboratorio davano sui colli Parioli e di lontano si vedeva il Tevere libero e triste della campagna romana.
Del resto, niuno entrava mai nel laboratorio di Amati, salvo due suoi muti aiutanti, giovani valorosi, che si avviavano, con ardore di discepoli, alla medesima adorazione della scienza del loro maestro. Egli riceveva tutti nel suo studio, un altro salone che dava sul parco Fern e più ameno, malgrado la farraggine dei libri e delle carte che lo ingombrava.
Quella mattina di febbraio, prima di avviarsi da Silvio Amati, col cassettino, Roberto Alimena esitò. Faceva bene a confidare quel segreto? Doveva mostrare quella mano? E le spie che lo sorvegliavano, non lo avrebbero veduto uscire, con quella scatola? E se gli accadeva qualche cosa? Ma, subito, il bisogno di apprendere qualche cosa di preciso sulla mano ingemmata, lo vinse. Fece venire una carrozza chiusa e la fece entrare nel cortile dell'Hôtel d'Europe. Non vi era nessuno, a quell’ora. Discese i due gradini, nascondendo sotto la pelliccia il cofanetto e si serrò subito in carrozza, dando l’indirizzo di Silvio. Ma, durante tutto il tragitto, dei ragazzetti cenciosi galopparono dietro la carrozza e si attaccarono alle balestre, malgrado le frustate irose del cocchiere; due o tre ingombri di vetture fecero fermare la carrozza e Roberto Alimena scorse dei viandanti, uomini, donne, che davano delle occhiate, di dietro ai cristalli. Egli un po’ inquieto, fu felice quando la carrozza penetrò nel grande viale di villa Strohl-Fern; erano le undici e Silvio Amati doveva essere rientrato da un pezzo dalla Università. Il villino era tutto biondo di un bel sole d’inverno, molte roselline invernali, in piccole aiuole, si stendevano fin quasi sulla soglia. Roberto suonò il campanello e il vecchio servo di Amati venne ad aprirgli. Lo conosceva, si fece da parte per lasciarlo entrare.
— È visibile? — disse Roberto.
— Sì, lavora: ma non è visibile.
— Solo?
— Solissimo. —
Parlavano piano, come invasi dal sacro rispetto che ispirano le case dei pensatori, dei laboriosi.
— Ditegli che amerei vederlo: Roberto Alimena, ve ne ricordate? —
Il servo sparve, silenziosamente, lasciando Roberto Alimena in un semplice salottino, arredato con gusto, con fiori freschi messi nei vasi.
— Non era senza donne, una volta, — disse fra sè, il giovane gentiluomo.
In questo, la porta di quercia dello studio si schiuse, e la scarna figura di Silvio Amati comparve, nell'arco.
— Vieni, vieni, caro giovanotto, — disse, abbracciando Roberto.
Lo trattava sempre affettuosamente, in memoria del suo amico morto così giovane, e anche perchè a quel profondo scienziato la gioventù e la bellezza piacevano.
— Non disturbo? — chiese Roberto, penetrando nell'ampio salone, coperto da libri, da cima a fondo, austero e pure lieto di sole.
— No, caro: non disturbi mai, — disse Silvio Amati, immergendosi in un vasto seggiolone di cuoio nero a borchie di metallo.
— Lavoravate, studiavate. …
— Lavoro e studio sempre, — e dette un fuggevole sguardo alle porte del suo laboratorio, ermeticamente chiuse.
— La vostra vita è felice, professore, — disse Roberto Alimena, con un lieve sospiro.
— Anche la tua potrebbe esser tale, figlio mio, — soggiunse l'uomo di scienza, sorridendo.
— Non credo!
— Dà una nobile ragione alla tua esistenza e risorgerai.
— Nulla, nulla ancora è arrivato a ispirarmi un interesse, una passione! — esclamò Roberto, malinconicamente.
— Cerca, cerca! Sei ricco, sei giovane, sei bello, troverai: ma bisogna cercare! Cercare è la parola della vita! — disse il professore, e un lampo illuminò i suoi occhi sempre vaghi.
— Cercherò. … cerco qualche cosa, infatti, — disse, più piano, Roberto Alimena.
— Vuol dire che l’interesse vi è già? — domandò, guardandolo con occhio scrutatore, Silvio Amati.
— Sì. …
— E forse, domani, la passione. Posso io saperlo?
— Venivo, appunto, a confidarmi con voi, — e il suo viso mostrò tale turbamento che Amati ne fu colpito.
— È grave, dunque?
— Non so, non so, — mormorò il giovane gentiluomo. E aprendo la pelliccia che aveva tenuta chiusa sino allora, ne cavò fuori il fatale cofanetto di pelle nera. Lo collocò sul grande tavolone coperto di carte e di libri, di fronte a Silvio Amati. Lo scienziato guardò la scatola, coi suoi buoni occhi acuti, ma non la toccò.
— Che è questo?
— Questa scatola racchiude un segreto, professore.
— Tuo?
— Non mio. Un segreto strano, forse tragico, forse mortale, e che io dico a voi, all'uomo che tutto sa e che conosce quel che deve dire.
— E perchè me lo confidi? — chiese Amati, corrugando le sopracciglia.
— Perchè ho bisogno della vostra assistenza.
— In che?
— Non tutte le verità è bene sapere, nè tutte è onesto voler conoscere, — mormorò Amati.
— Forse! Ma, oramai, il dado è tratto e per me, per il mio spirito, per il vago pericolo che mi minaccia, io debbo saper tutto, — disse Roberto Alimena, già esaltato.
— Spiegati, figliuolo mio, — disse Amati, guardandolo con meraviglia, perchè non lo aveva visto mai così eccitato.
— Aprite quella scatola, professore!
— Debbo io aprirla? Ricordati che dicesti non essere un tuo segreto!
— Se mi volete bene, se avete amato mio padre, se amate la verità, aprite quella scatola e ditemi di che si tratta. —
Senz'altro Silvio Amati aprì il nero cassetto. La bellissima mano troncata apparve, elegantemente e lievemente appoggiata sul velluto, tutta ricca di anelli fulgidi, col suo braccialetto d'oro dalle catenine che legavano il braccio.
Silvio Amati fissò lungamente i suoi occhi acuti su quella mano, senza che nessuna sorpresa si mostrasse sul suo volto; poi si volse a guardare Roberto Alimena.
Egli era pallidissimo e le sue labbra avevano un lieve tremolìo.
— Che è, questo, Roberto? — domandò l’illustre scienziato.
— Voi dovete dirmelo, professore.
— Io vedo una mano tagliata e null’altro, — disse Amati, semplicemente.
— Null'altro? Null'altro?
— Una mano di donna, una bella mano, — soggiunse il professore contemplandola ancora, con compiacenza.
— Essa non vi dice altro?
— No. Se tu non mi dai delle spiegazioni, io non vedrò che una mano, qui dentro.
— Questa scatola è venuta nelle mie mani, per caso.
— Come?
— Viaggiando, da Napoli a Roma.
— Qualcuno te l'ha data?
— Non so bene. Qualcuno l'ha dimenticata nel treno.
— Chi era con te?
— Un uomo piccolo, gobbo, con gli occhi verdi.
— Non sai altro?
— Era avvolto in un mantello e aveva il berretto abbassato sul viso.
— Sei certo che questa mano tagliata, nella scatola, era portata da lui?
— Certo!
— Certissimo? — insistette Amati.
— Certissimo, no.
— Ebbene, dunque?
— Il treno era vuoto, nessun altro ha viaggiato con me e io ho trovato la scatola tra la mia roba.
— Quando?
— La sera, più tardi, in albergo. …
— Ah! … la cosa diviene anche più incerta.
— È sua, è sua, ci giurerei! — gridò Roberto Alimena, che parlava sempre piano.
— Ne hai la convinzione morale?
— Sì, sì!
— Questa vale molto, — disse Amati crollando il capo e seguitando a guardare la mano tagliata. — Ma puoi ingannarti.
— Infine, chi sia il possessore, non importa, amico mio! Importa conoscere a chi appartiene questa mano, è vero?
— Già.
— Importa sapere chi è la donna a cui fu tolta, che persona è, dove sta, questo importa! E voi potete saperlo!
— Io? Io?
— La scienza non può tutto?
— Può molto, — disse lentamente Silvio Amati — ma vi sono dei segreti che le sfuggono assolutamente.
— Tutto ciò che potete fare, per chiarire la mia mente, per dissipare qualche mio dubbio, per illuminarmi, sarà un tesoro per la mia agitazione.
— Ebbene, Roberto, lasciami questa mano e vattene.
— Andarmene?
— Sì: non vuoi lasciarmi tempo di studiare? Non debbo analizzare, osservare, fare qualche esperimento?
— Ve ne scongiuro, non mandatemi via. Resto qui un'ora, due ore, aspettando, purchè io sappia qualche cosa! —
Il professore comprese che Roberto Alimena era in preda a un grande esaltamento: comprese che si trattava di una cosa molto grave. Amava quel giovane ed era buono. Volle contentarlo.
— Bene, aspetterai, — disse, e si levò.
— Grazie, grazie! — mormorò Roberto Alimena, veramente in preda a una grande commozione. — Dove andate?
— Di là, — rispose Silvio Amati, accennando al suo laboratorio.
Roberto lo interrogò con un'occhiata ansiosa, ma il professore gli rispose:
— No, — e il tono era secco, reciso.
Comprese, Alimena, che non gli era concesso di entrare anche lui nel laboratorio, mentre Amati faceva le sue osservazioni. Non osò insistere. Solo, quando Silvio Amati prese il cofanetto, disse ansiosamente:
— Che farete? Che le farete?
— Nulla: nulla che la guasti, — soggiunse Amati, con un lieve sorriso.
E sparve dietro la porta del laboratorio che si richiuse alle sue spalle. Alimena restò molto inquieto. Che avrebbe fatto, Amati? L'avrebbe toccata, voltata e rivoltata, forse, forse ferita, quella mano? Perchè? Perchè? E perchè lui era venuto a portare quella mano al freddo scienziato, che di nulla si poteva commuovere? Non era colpa sua? Perchè confidare il suo segreto?
Mentre tali pensieri agitavano la mente del giovane gentiluomo, egli dava delle occhiate d’impazienza verso quella porta; ma essa restava immobile, serrata.
Anche tendendo l'orecchio, non si udiva nessun rumore, di là: vero asilo di studioso, quel laboratorio, quella casa!
Molto tempo passò. Adesso un abbattimento aveva vinto i nervi di Roberto Alimena: ed egli, gittato in un seggiolone, aveva lasciato cadere spenta la sesta o settima sigaretta che aveva fumato, per ingannare il tempo e la sua nervosità. Aveva guardato l'orologio, più volte: ma, poi, si era stancato ed aveva perduto la nozione dell'ora. Due, tre ore, forse. Una sonnolenza, quasi, avvinceva la mente del giovane gentiluomo.
A un tratto, quando egli meno se lo aspettava, la porta del laboratorio si schiuse e Silvio Amati riapparve, portando sotto il braccio il cofanetto della mano troncata. La faccia del professore era tranquilla, come al solito, e gli occhi scintillanti non avevano nessuna traccia di stanchezza. Roberto Alimena si scosse dal suo torpore e si levò.
— Hai aspettato molto? — chiese lo scienziato.
— Non importa, — disse Roberto, fissando Amati negli occhi.
— Ho voluto veder tutto.
— Tutto?
— Tutto quello che si poteva vedere, — soggiunse Amati, pianamente.
— Dunque? Io muoio di ansietà, professore!
— Sii calmo e saprai. Anzitutto, riapriamo questa scatola. —
Bella, bianca, la mano tagliata, tutta gemmata, riapparve fra loro. Involontariamente, Roberto Alimena la guardò con attenzione.
— Non le ho fatto male, — disse il professore, come se si trattasse di una persona.
— Oh, grazie!
— Tu sei innamorato di questa mano, è vero?
— Forse!
— Essa appartiene a una persona giovane, — cominciò il professore — non oltre i venticinque anni.
— Da che lo desumete?
— Dai tessuti, dalle fibre. La donna a cui è stata tagliata, non ha di più, certo. È bella, cioè sana anzitutto, come si osserva dalla pelle, dalla forma della mano, dal colorito delle unghie.
— Una donna di temperamento sanguigno, nervoso, di carnagione chiara e vivida, di capelli castagni che piegano al nero, di statura media, molto ben fatta.
— E gli occhi e la bocca? — chiese Roberto.
— Questo mi è impossibile di dirtelo. Una mano e un braccio dicono tanto e non più. Questa donna, anche, deve esser ricca, giacchè la mano non dà nessun segno di aver lavorato, mai, neppure ai piccoli lavori femminili. È una mano che è vissuta nell'ozio.
— Ah! — fece Roberto, che palpitava a ogni parola.
— Questa mano è perfettamente conservata. Ciò ha destato molto la mia curiosità. Per quanto io sappia, i segreti della conservazione umana, sopra un corpo o sopra un semplice pezzo, sono molto imperfetti. Tutte le imbalsamazioni, le pietrificazioni sono deficienti da molti lati. Una preparazione che lasci alla pelle tutta la sua freschezza, che non guasti le linee, che conservi la elasticità, non vi è!
— Eppure! — esclamò Roberto, guardando la mano tagliata.
— Eppure, — riprese lo scienziato — essa esiste, giacchè noi ne abbiamo una prova, dirò, quasi vivente. È un caso che mi ha interessato moltissimo, caro figliuolo. Qui, vi è un segreto.
— Un segreto?
— Sì. Il modo come è stata preparata questa mano, mi sfugge.
— Sfugge? A voi? — disse Roberto, tutto sorpreso.
— Ho tentato di conoscere per quale liquido questa mano si manteneva così. Difatti, qui, sotto al braccialetto, ho fatto una piccola puntura e ne è venuto fuori. …
— Del sangue? — gridò Roberto Alimena.
— Del sangue, no, — rispose pacatamente il professore — ma un po’ di liquido rosa pallido, del sangue, forse, mescolato a qualche altra cosa. Ho trattato questo liquido coi reagenti chimici; ma il risultato è stato molto incerto. La mano mantiene il segreto della sua vita fittizia, — conchiuse il dottissimo uomo.
— E non potrete sapere?
— Domani, forse, o fra otto giorni. Poche cose resistono all'analisi. Ma ci vuole pazienza. Una volta, io ho sentito parlare, vagamente, di un’invenzione mirabile, che qualcuno aveva fatta, per la conservazione dei corpi. …
— Qualcuno? Il nome?
— Ecco, il nome, non lo ricordo! Forse, non è stato pronunziato innanzi a me. Ma sapremo, Roberto, più tardi, sapremo!
— E che altro avete indotto?
— Ho scostato leggermente la pelle che copre il taglio: il taglio è stato fatto con una precisione chirurgica, con lentezza e con freddezza.
— Mio Dio! — esclamò Roberto, inorridito.
— Sì, è orribile, — seguitò a dire pacatamente il professore. — Ma vi è una cosa anche più orribile.
— Quale? Quale?
— Una cosa che solo una profonda e acuta osservazione mi poteva palesare. Ti dirò che, solo per questo, io mi son trattenuto tanto tempo su quella mano. Un risultato atroce, mio caro Roberto!
— Dato il taglio fatto con quella precisione, vale a dire con lentezza e con freddezza, poteva sembrare a prima vista, che quella mano e quel braccio fossero stati tolti a un cadavere. …
— Oh! — disse, solo, Roberto Alimena che si sentiva soffocare.
— Gli anatomisti non fanno altro, mio caro. Ma, per lo più, fanno il taglio alla carlona. Così preciso, così nitido, questo! Come se fosse stato dipinto! Solo a un cadavere che non sente nulla, che non si muove, che non freme, che non reagisce, si può fare un'operazione simile. …
— Ebbene, quel braccio è stato tagliato a una persona viva! — esclamò Silvio Amati, a voce alta, come riscaldandosi per la prima volta, in quel giorno.
— Io ne ero certo! — disse Alimena, a un tratto tranquillizzato.
— E come?
— Così: senza poterne dire la ragione.
— Io ne ho trovato la ragione; essa è molto sottile, ma è la vera. Quella donna era viva, quando le hanno tagliata la mano.
— La ragione?
— È nel colore del sangue, nella elasticità dei muscoli, in certe linee del palmo, del polso: un nulla, ti dico, ma un nulla che è la verità. Viva! Ma vi è dell'altro.
— E che cosa?
— Vi è che se la donna era viva, quando avvenne la terribile operazione, era però immersa in un sonno, in un torpore, cloroformizzata o catalettica.
— Dio mio!
— Già. Essa non avrebbe potuto sopportare quel dolore, mai. Più, il braccio si sarebbe contorto, rattratto: ella era priva di sensi, è certo.
— Una infamia!
— Un delitto? Che volete dire?
— Voglio dire che l'uomo che ha fatto questo, è uno scellerato: e che meriterebbe di essere denunziato alla giustizia.
— E che gli farebbe, la giustizia?
— Imprigionarlo e processarlo, dopo aver cercato il corpo.
— Voi credete che questa donna sia stata uccisa? — gridò Roberto Alimena.
— Naturalmente, — rispose, con molta semplicità, il professore Amati. — Ella è morta di ciò.
— Senz'altro.
— E perchè?
— Perchè è difficilissimo resistere a una simile operazione, quando il braccio è ferito o infranto: impossibile, quando è sano. Una gamba si amputa con probabilità di riescita: un braccio, quasi mai. —
Roberto Alimena guardava quella mano, guardava Silvio Amati, con occhi smarriti.
— Comprenderai, — riprese Amati, con la sua calma di scienziato — che la emorragia che ne sussegue, è terribile. D'altronde, vi è un'altra prova della morte.
— Un'altra??
— Il taglio del braccio è coperto, è chiuso da un pezzo di pelle, dello stesso corpo. Dove è stata presa questa pelle? Quel corpo è stato in balìa completa dell'operatore. Morto, dunque, dopo? Non mi meraviglierei che si trattasse di una donna tagliata a pezzi.
— E che egli possedesse degli altri pezzi? — domandò Alimena, con accento lugubre.
— Già, — disse Amati, con accento di soddisfazione.
Tacquero. Alimena, a poco a poco, si veniva calmando. Qualche cosa sorgeva nel suo spirito, che non comunicò subito ad Amati. Solo gli disse:
— E che debbo fare?
— Di che?
— Di questa mano?
— Possibilmente, restituirla al possessore.
— Irreperibile!
— Hai cercato?
— Ho messo degli avvisi nei giornali.
— Nulla?
— Nulla: cioè, qualche cosa.
— Degli indizi; delle persone che mi seguono, delle altre che vogliono per forza entrare nella mia stanza, qualche vaga minaccia intorno a me.
— Non fantastichi?
— Non ho mai fantasticato.
— La cosa è grave, allora. Cerca di restituire questa mano, — disse Amati, il cui viso si era fatto oscuro.
— Vi dico che ho cercato e non mi è riuscito!
— Evidentemente, si tratta di un delitto, — mormorò il professore. — Colui che ha disperso quella mano, ne è desolato: ma non vuole fare un passo per farsi conoscere.
— Sono certo che egli non si arretrerebbe innanzi a un altro delitto, per riaver quella mano, — disse Roberto, cupamente, di nuovo esaltato.
Ambedue tacquero di nuovo. Amati aveva appoggiato la fronte sulla mano e meditava.
— E se tu la portassi alla questura? — disse, dopo un certo tempo, Amati.
— Avrei molti sopraccapi, certo, — osservò Alimena.
— Forse non crederebbero alla tua storia.
— È così poco verosimile! Io sono vittima di una fatalità.
— Vittima, no, speriamo! Cerchiamo un mezzo.
— Ve ne è uno solo, — disse Roberto, risolutamente.
— E quale? Ritrovare l'uomo gobbo, dagli occhi verdi?
— No. Ritrovare la donna dalla mano tagliata.
— Ritrovarla, dove? In un cimitero? Vuoi tu violare diecimila tombe? Diventare un vampiro? — disse Amati, con un risolino sforzato.
— Che! Non vi è bisogno di questo, — disse Roberto, sempre con risolutezza.
— Ti farai dare il permesso di aprire tutti i camposanti?
— Io non credo che quella donna sia morta, — replicò Roberto, quietamente.
— Hai torto, — disse, con freddezza Silvio Amati.
— Che volete? Non ci credo, — replicò il giovane gentiluomo, insistendo.
— Ognuno di noi ne ha una, non è vero?
— Scegline un'altra. Questa può condurti a male, figliuolo. Chi sa dove, chi sa da quando, la poveretta, vittima di uno sconosciuto infame, giace morta, in qualche ignoto cimitero. Non perdere il tuo tempo e il tuo denaro per un cadavere!
— Se tu vuoi ingannarti, fa pure, mio buon Roberto. Ma tu segui una falsa traccia. Tu gitterai il tuo lavoro e i tuoi quattrini e chi sa! correrai anche qualche pericolo. Di ciò soltanto mi preoccupo, perchè ti voglio bene.
— Bah! Sono giovane e non ho paura. Troverò quella donna. —
Il professore Silvio Amati ebbe un sorriso indulgente, ma pieno d’ironia e di sfiducia.
— Vedrete!
— Mio caro, chi studia non si stupisce di nulla. Ma la infelice a cui hanno tolto quella mano e quel braccio, è morta.
— Ne siete certo, professore?
— Certo.
— Ma non certissimo!
— Non si può essere certissimi di nulla, al mondo, mio caro. Ma sai tu la probabilità della vita di quella donna, contro la morte, sai tu come sta?
— Come?
— Uno contro novantanove.
— Io mi attengo all'uno, — ribattè, ostinatamente, Roberto Alimena.
— Fa’come vuoi, figliuolo mio, — disse il professore, oramai convinto che nulla avrebbe smosso Roberto Alimena dalla sua decisione. — Che intendi fare?
— Non so bene. Non ho un progetto determinato.
— Posso aiutarti?
— Sempre potete aiutarmi. Non farò un passo senza consultarvi.
— E se parti?
— Vi scriverò.
— Senti, Roberto. Non ti pare che la prima cosa sia di mettere al sicuro quella mano? — disse il professore che era animato da un vero affetto per quel giovane.
— Avete ragione. Ma nè alla questura, nè al municipio!
— Sta bene: ma un posto sicuro, bisognerebbe trovarlo.
— Presso me, professore.
— La difenderò.
— Puoi pericolare: giuocheranno di astuzia o di violenza, vedrai.
— Lo so. Sarò più forte e più astuto di loro.
— Chi lo sa? Chi sa quale gente ha commesso tale misfatto! Forse un sol uomo, forse ha avuto dei complici.
— Sia chiunque, amico mio! Combatterò.
— Ma chi ti fa mettere a questa lotta?
— Mah! — esclamò Roberto Alimena, con un atto della testa. — È, per me, una occupazione, una curiosità, un interesse. E sono un po’ innamorato di quella mano, ve l'ho detto!
— Te la porteranno via!
— Potranno ammazzarmi, non portarmela via.
— Ascolta: perchè non cerchiamo di salvarla, in qualche modo?
— Ma, non so. Tu non hai casa, a Milano?
— Sì: con due servi, un marito e una moglie.
— Fidati?
— Fidatissimi.
— Ebbene, portala colà. Ti avrei detto di lasciarla da me, Roberto, ma. …
— No, no, — disse subito costui.
— Io non ho paura di niente, — soggiunse Silvio Amati con un sorriso. — Ma neppure la mia casa è sicurissima: il servo è vecchio, io sono assente due o tre ore al giorno. …
— E costoro già sanno che io sono qui, con la scatola.
— Ti pare?
— Ne sono certo. Aspettate. —
Dopo aver detto questo, Roberto Alimena si avvicinò a uno dei finestroni del laboratorio che dava sul grande parco di villa Fern. Giusto, innanzi al peristilio, un suonatore di organetto di Barberia si era fermato, guardando in alto. Era un vecchio, con una gran barba bianca, l'aria stanca e curva sotto il peso dell'organino, sospeso al suo collo per mezzo di una larga correggia di cuoio. Subito, si mise a suonare una malinconica aria antica, dell'Ernani, e la mano che girava la manovella era così fiacca, che la musica esciva lenta lenta, flebile, quasi discordante. E guardava in su.
— Quell'uomo è una spia, — disse Silvio Amati, che aveva raggiunto Roberto Alimena presso la finestra.
— Evidentemente, — mormorò il gentiluomo, che aveva aggrottato le sopracciglia.
— Cerchiamo interrogarlo, — disse Amati, subito.
— Sarebbe inutile. Partirà prima che noi scendiamo, o non risponderà. Vedete che la mano non potrebbe restare qui. Con qualche scusa, con un pretesto qualunque, vi sarebbe qualcuno che arriverebbe a introdursi in casa, e la mano sparirebbe. Non voglio nè arrischiare la vostra pace, nè perdere il prezioso oggetto.
— In albergo si corrono mille pericoli, — disse Amati.
— Partirò.
— Quanto più presto puoi, segretamente.
— D’improvviso. Lascerò il resto del mio bagaglio. Capisco che mi spiano, ma eluderò la loro sorveglianza.
— La manderò prima, in un baule, in un giorno, e in un'ora qualunque che l'omnibus dell'albergo andrà alla stazione. Per quanto sorveglino, non arriveranno a questo.
— Non andare direttamente a Milano!
— No. Mi fermerò a Firenze e a Bologna. Capiterò a Milano come per caso.
— Anche lì, dovrai avere una prudenza assoluta.
— Certo. Non dirò neppure ai miei servi che nel baule vi è un oggetto importante. Lo chiuderò in una stanza, e porterò via la chiave. Così, egli non saprà nulla: crederà che il mio bagaglio, a Roma, contenga ancora la mano tagliata. E allora, quando sarò arrivato a ingannare quell'uomo. … allora, mi metterò alla ricerca di quella donna.
— Io ti aiuterò! — disse Silvio Amati, che aveva finito per riscaldarsi anche lui.
— E in che modo?
— Ho un mezzo.
— Buono, ma lungo.
— Ditemelo.
— Vuoi saperlo?
— Sì, sarà una speranza, una fiducia, per me.
— Ebbene, tu porti via la mano e hai ragione. Tu l'ami, — e sorrise — soprattutto ami l’ignoto. Ma qualche cosa, presso me, resta.
— Che cosa? — dimandò, meravigliato, Roberto.