Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
La mano tagliata
Lettura del testo

PARTE SECONDA

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

PARTE SECONDA

 

I.

 

SUL TAMIGI.

 

 

Una grande pioggia flagellava Londra, in quel pomeriggio di dicembre. Invano il fumo di centinaia di migliaia di comignoli cercava di elevarsi nell'aria, combattendo contro quel diluvio di acqua che piombava dalle nuvole nere. Il fumo era disperso dalla pioggia e ricadeva sulle case, facendole, sui tetti, più nere, più umide, più sudicie.

Nelle vie popolose di Londra quel temporale non impediva che la gran circolazione si sviluppasse in tutte quelle strade e stradette: i veicoli e la gente andavano in giro, dovunque, sotto il flagello della pioggia. Mille tranvai, omnibus, carretti, carrozze di ogni forma, sbucavano da tutte le parti, fuggivano in tutte le direzioni: e i robusti grossi cavalli, avvezzi a quelle vie bagnate, non mettevano piede in fallo. I padroni giravano, avvolti negli impermeabili, col cappuccio rialzato sul cappello: alcuni sotto le lucide cappe degli ombrelli: tutta gente affaccendata ma non affannata, con quell'equilibrio che è la forza massima del carattere inglese.

Dove più ferveva il movimento era nei quartieri centrali della città, nella City, specialmente, dove nessuno si occupava se piovesse o no: e grandissimo era il movimento sulle rive del Tamigi, tutte coperte di edifici, di officine, di stabilimenti industriali. Il Tamigi scorreva nero e minaccioso, pieno di detriti di carbone, di olio, di immondizie, quali la colossale metropoli, di tre milioni d'abitanti, poteva rigettare nel suo fiume. Quelle acque brune e lucide erano attraversate da imbarcazioni di ogni sorta, da vaporetti, da lance, da zattere cariche di legna e di carbone. Strani oggetti venivano a galla, su quelle onde nere come quelle dello Stige; e l'affogare dentro, doveva fare più ribrezzo e più paura che in qualunque altro fiume. Eppure ogni giorno, vi sono otto o dieci inglesi che si buttano nel Tamigi: beninteso, alcuni vi cadono nello stato di ubbriachezza. E varie inglesi, anche, vi cadono ogni giorno, cercandovi la morte e il riposo.

Giusto, in quell'ora delle quattro, i due barcaiuoli che erano in vigilanza all'altezza del ponte di Westminster, videro qualche cosa di nero agitarsi sulla spalletta del ponte e cadere con un tonfo sordo, come una balla di roba, nel fiume. Erano troppo avvezzi a questi casi, i barcaiuoli del ponte di Westminster, per meravigliarsene e fecero forza di remi verso il posto dove si era gittato il suicida. Il palombaro che vegliava sempre con loro, si gittò nello stesso gorgo, con un'abilità straordinaria, e risalì a galla, dopo un minuto, portandolo attaccato al suo corpo, avvinghiato, col gesto disperato dei morenti, che non vogliono più morire. Era un uomo, ancora giovine e robusto, ma con un viso consunto evidentemente dai dolori e dalle privazioni; vestiva con pulizia, ma con panni logori da operaio caduto nella miseria. Non dava segno di vita, in fondo alla barca.

I barcaiuoli e il palombaro cercarono di farlo riscuotere, versandogli fra i denti stretti un poco di gin dalle loro borracce: ma il suicida non rinvenne. Poco lontano, era una casetta per gli asfittici, ma i barcaiuoli la trovarono chiusa: era domenica e il custode aveva creduto di festeggiarla, come ogni buon inglese. Interdetti, seccati di quel carico, malgrado che ad ogni suicida salvato essi guadagnassero una bella somma, essi risalirono verso il ponte di Westminster e discesi a terra, portarono seco quell'uomo esanime. Subito si fermò della folla in quella bellissima strada che rasenta il palazzo di Sua Maestà Britannica; e una voce si ripetè, fra la folla:

— Un medico, un medico! —

Pareva che non ve ne fosse neppure uno tra la folla e intanto l'uomo giaceva per terra, sempre svenuto, pallido, tutto intriso di acqua. Il grido di soccorso si ripetè:

— Un medico, un medico! —

Un elegantissimo cab che si avanzava tutto nero e azzurro, con filetti di argento, con un bellissimo cavallo baio, si arrestò, a un tratto: e un signore schiuse le due porticine di cristallo dell'hansom, scendendone, sotto la pioggia.

— Ecco il medico, — disse una voce sottile e fischiante.

La folla si separò subito, per dare il passo all'uomo dell'arte. Costui era piccolo e deforme; sotto la preziosa pelliccia di volpe azzurra che si arrovesciava nel colletto e nei polsi, si vedeva una gobba molto prominente. Anche il viso di quel medico era bruttissimo: scialbo, con pochi peli radi e incolori sulle guance smunte e sulle labbra. Quello che più colpiva in lui, era lo sguardo: uno sguardo di occhi verdi, lucidi e limpidi come il cristallo verde: uno sguardo acuto e penetrante che pareva dissolvesse il mistero di qualunque anima. Egli si accostò al suicida e lo fissò, senza chinarsi su lui. Domandò, ai barcaiuoli:

Annegato?

— Sì.

Disgrazia?

Suicidio.

Da quanto tempo?

— Da una mezz'ora.

— Che avete fatto?

— Gli abbiamo dato del gin.

— Ha bevuto?

— Sì, ma è restato così. —

Allora, con una grande tranquillità, senza cavarsi i guanti, senza sbottonare la sua ricca pelliccia, egli si curvò sul suicida e lo guardò a lungo. Nessuna espressione sul viso di quello strano medico. La folla lo guardava, stupefatta, sembrandole che ogni momento trascorso aggravasse lo stato di quel miserabile suicida, giacente , per terra. Ma la meraviglia crebbe in tutti gli astanti, quando il medico si tolse lentamente i guanti mostrando due mani lunghe, magre, ossute e bianche: delle mani quasi cadaveriche, che facevano sgomento, come quegli occhi di cristallo verde.

Alzatelo, — egli ordinò ai due barcaiuoli.

Costoro presero il suicida e lo tirarono su, tenendolo sotto le braccia. Allora, il medico gobbo dagli occhi verdi, appoggiò le due mani alle tempie del suicida svenuto e si chinò leggermente su lui, guardandolo. Costui non si mosse, ma parve che un leggiero rossore venisse a colorire le sue guance, mentre il suo corpo pesava ancora sulle braccia dei barcaiuoli.

Il dottore si staccò un minuto dall'annegato, levando le mani dalle tempie. Si vedeva che le labbra del gobbo si muovevano, come se tremassero o se parlassero, pianissimo. Di nuovo, si curvò sull'esanime e gli appoggiò le mani sulle tempie, parlandogli, adesso, nel volto, affrettatamente.

Allora, si vide una cosa strana. Lo svenuto mosse le braccia e le gambe, un poco: levò la testa, aprendo gli occhi, voltandoli in giro, ma come senza sguardo.

— Come vi sentite? — chiese il medico, in inglese.

Bene, — disse il suicida, senza voltarsi a lui, a voce bassa e senza espressione.

Adesso, il medico non gli teneva più applicate le dita sulle tempie, ma gli aveva preso una mano e gliela carezzava, lentamente, fra le sue. La folla, stupefatta, malgrado che fosse inglese, si stringeva sempre più intorno all'operaio e al medico.

Perchè avete fatto questo? — gli domandò il dottore, non lasciando di carezzargli la mano.

Perchè ero povero, — disse il rinvenuto sempre a voce bassa e come se parlasse in sogno.

— Non potete lavorare?

— Non ho trovato più lavoro, da due mesi.

— Che fate?

— Il tipografo.

— Siete inglese?

— No, austriaco, galliziano.

Cattolico?

— No.

Protestante?

— No.

Luterano?

— No. —

Un silenzio si fece. La folla, già un po’ diradata, guardava con diffidenza l'operaio che aveva tentato di morire. Il dottore si curvò all'orecchio del suicida e parve che gli facesse una interrogazione. Costui trasalì, spalancò anche più gli occhi e come se facesse uno sforzo per rispondere, disse:

— Sì. —

Il dottore represse un moto delle labbra. Poi, gli disse:

— Vi sentite meglio?

— Così. …

Provate ad alzarvi.

— Non posso.

Provate, — insistette il medico, con voce imperiosa.

— Sono tutto spezzato, nelle ossa: debbo avere qualche cosa d'infranto, — gemette il suicida.

— Non avete nulla di rotto; anche se lo aveste, vi dico di camminare! — replicò con tono di dominatore, il medico.

Il poveretto, difatti, lamentandosi, fece uno sforzo e si levò; vacillava; lo sorressero. Il medico gli strinse di nuovo la mano, trattenendola un poco fra le sue e ordinò:

Camminate, camminate. —

Difatti, l'uomo camminò. Oramai, la folla si era dileguata, sorpresa di questo medico che guariva la gente senza medicina e che la faceva camminare per forza. L'uomo, inconsciamente, camminava quasi addormentato.

Sentite, — disse il medico richiamandolo. — Non avete denaro, casa?

— No: niente.

— Eccovi dei denari, — soggiunse il dottore aprendo la sua pelliccia e cavando una banconota dal suo portafoglio. — Venite a trovarmi. Come vi chiamate?

Angelo Henner.

— Che avete detto?

— Mi chiamo Angelo Henner.

— Non è possibile! — disse il medico impallidendo.

— Eppure così è, — mormorò il misero, con la sua voce monotona, di uomo che dorme e sogna.

Henner, Henner?

Sì: Henner.

Dove abitate?

— In via Huxley, numero diciannove. Ma verrò io, da voi, se permettete.

— No, no. Vi cercherò, addio.

Grazie, signore.

— Non cambierete casa, almeno?

— No, signore.

Aspettatemi: verrò in via Huxley, — soggiunse affrettatamente il medico.

E prima di andarsene, donò del denaro ai due barcaiuoli che, oramai, erano restati i soli spettatori di quella scena. Però, prima di risalire nel suo cab, il dottore prese le due mani dell'operaio salvato, le tenne fra le sue un momento, parlando a voce pianissima e guardando negli occhi il giovane Angelo Henner. Costui si scosse, di nuovo, e senza parlare, senza salutare, riprese la sua via, come un'automa.

Il dottore risalì nell’hansom-cab e dette l'indirizzo di casa. Richiudendo le due porte a cristalli, tirò anche le tendine. Voleva rimanere un poco isolato, nella sua carrozza. Difatti, solo, una orribile angoscia si dipinse sul suo volto.

— L'ho salvato io! L'ho salvato io! — disse, parlando a voce alta, come uno che farnetichi.

Egli si passò due o tre volte la mano sulla fronte, quasi a discacciarne i pensieri gravi e dolorosi che lo offuscavano. Ma più scorreva il tempo e più il suo volto si imponeva, pensando allo stranissimo caso che gli era occorso.

— Lui! Proprio lui! Misero, senza lavoro, senza pane, suicida. —

E come un sottil velo di lacrime intorbidò quegli occhi verdi e cristallini. Marcus Henner quasi piangeva.

Quando l'hansom-cab di Marcus Henner giunse al superbo palazzo che egli abitava, in Broadway, il quartiere ricco e aristocratico, il volto del medico gobbo si era ricomposto, sotto uno sforzo di volontà. Egli aveva dominato tutta la interna angoscia, come era solito di vincere la volontà altrui. Solo, un resto di pallore rendeva più tetro il suo viso e più profondi i segni scuri, sotto gli occhi.

La veloce e fine carrozza entrò come una freccia sotto il maestoso arco del portone: il guardaportone dette un colpo sul gong indiano che era sul primo pianerottolo di marmo e il singolare suono si ripercosse per l'ampia scala, dove, in cima al primo piano, sotto una pesante portiera di broccato, erano immobili due staffieri, in livrea. Nella vasta anticamera tappezzata di un rosso scuro non vi era nessuno; in un alto caminetto ardeva un fuoco vivissimo e un'aura calda, eguale, carezzava il volto. Marcus Henner si fermò in anticamera, un minuto, come se pensasse qualche cosa: poi, decisamente, entrò in una seconda stanza. Anche questa era messa con un lusso principesco: ed era, viceversa, piena di gente che aspettava, seduta nelle poltrone, nei seggioloni, sui divani. Erano persone di tutte le età e di tutte le condizioni, vecchi, giovani, fanciulli, poveri e ricchi: per lo più delle facce pallide, dei corpi abbattuti, stanchi, delle fronti preoccupate e delle bocche senza sorriso. Erano i malati del dottor Marcus Henner che, da un'ora e mezzo, aspettavano pazientemente che rientrasse.

Appena egli apparve, molti fra coloro si levarono, cercarono di prendergli la mano, di parlargli, di raccontargli una parte delle loro miserie: fra cui una donna smorta, magra, con una bocca dolente e livida. Ma egli, senza salutare, senza fermarsi, attraversò quella sala, chiuso nella sua pelliccia, con un'aria di persona che non veda e non senta nulla. La porta si richiuse dietro a coloro che vi si accalcavano, e, attraversando altri due salotti deserti, si trovò nel suo studio.

Ampio, austero, tutto in legno scolpito, lo studio era illuminato da un vasto finestrone che dava sopra una serra, dove erano coltivati i fiori più rari; intorno intorno, vi erano delle grandi librerie di quercia zeppe di libri, di grossi libri per lo più legati in pergamena, con certe cifre strane, in rosso o in azzurro. La grande tavola da scrivere era coperta di libri e di carte; un enorme calamaio di cristallo di rocca era aperto, sulla tavola. Del resto, nessun istrumento medico, nessuna fiala, niente, proprio niente che rammentasse la professione che Marcus Henner esercitava. Solo, contro il finestrone, vi era un seggiolone di cuoio nero, messo in tale luce che chi vi si sedeva, la riceveva tutta sul volto. Viceversa, Marcus Henner sedeva presso il tavolino, in penombra.

In quel giorno, giunto nella stanza da studio, egli si tolse i guanti e la pelliccia, gittandoli sopra un divano: e si lasciò cadere sopra una sedia, come sfinito. Ma anche questo sfinimento durò poco. Marcus Henner si rialzò e, andando verso il muro, toccò un campanello.

Nella parete di contro, si schiuse una porta segreta che era perfettamente mascherata e apparve un uomo, vestito di nero, con una cravatta bianca, un tipo fra il notaio e il maggiordomo. Era magro, alto, allampanato: due fedine bianche bianche, accuratissime, incorniciavano il suo viso. Gli occhietti grigi avevano una grave vivacità. Stette ritto in mezzo alla camera, senza parlare, aspettando che Marcus Henner gli dirigesse la parola. Costui, ora, stava seduto al suo solito posto e pensava.

Lewis, che vi è di nuovo? — disse, infine.

Interrogatemi, Eccellenza; e vi dirò.

Lettere?

Varie.

— Da dove?

— Dall'Austria, dalla Germania, dal Belgio.

— E. … nulla dall'Italia?

— Nulla.

— È strano!

— È stranissimo, Eccellenza.

Bisognerebbe mandare qualcuno, colà.

— Vostra Eccellenza dovrebbe andare.

— Non posso, — disse Marcus Henner, reprimendo un moto di collera.

— Allora, io.

— Neppure: ho bisogno di te.

— Allora, nessuno.

— Nessuno! Purtroppo, nessuno, — disse Henner.

Debbo telegrafare?

— No, mai. Ti dirò, poi. È venuto nessuno?

— L'anticamera è piena di gente.

— Ho visto: non voglio ricevere nessuno, oggi.

Eccellenza. … è meglio ricevere.

— No.

— Vi è qualcuno che può interessarvi.

— Sì?

— Allora riceverò tutti.

— È arrivata gente dalla Russia.

Poveri?

Sembrano.

— Fa dar loro da mangiare, da dormire; li vedrò questa notte. —

Seguì un silenzio. Si vedeva che Marcus Henner, pensoso e preoccupato, voleva chieder qualche cosa, ma non si decideva. Poi, si decise.

— E. … Maria? —

Lewis aprì le braccia, con un atto desolato.

— Sempre lo stesso umore?

— Sempre.

— Non cede?

— Non cederà mai, mai. Morirà piuttosto, — disse Lewis, con una certa forza.

— Non voglio che muoia, — disse Henner, con voce lenta.

Sapete che ha tentato di morire.

— Lo so. Che ha fatto, stamane?

— Ha pregato, molto.

Inevitabile! E poi?

— Ha scritto.

— Sempre quel suo giornale?

— Sì: sono delle lettere, come sapete.

Dirette alla stessa persona?

— Alla stessa.

— È terribile! — esclamò Marcus Henner.

— Che cosa ella fa di queste lettere? — disse Marcus Henner, appoggiando la fronte alla mano e come interrogando stesso.

Lewis fece un cenno largo, con le braccia.

— È possibile che non si ritrovino? — soggiunse il dottore gobbo, sempre come se parlasse a stesso.

— Vostra Eccellenza, se volesse. …

— Io? Io?

— Vostra Eccellenza può tutto, — disse, con tono umile, il maggiordomo, che era, allora, in funzioni di confidente.

Il gobbo crollò il capo, senza rispondere. Poi, riprese:

— Queste lettere si dovrebbero ritrovare. …

Lewis tacque.

— Sei certo, Lewis, che ella non le imposti?

— Come lo potrebbe? O voi, o io, o Giustina, le stiamo sempre vicini.

— Abbia corrotto qualcuno?

Indagherò, ma non lo credo. Tutti qui sono legati a voi.

— Ma non mi amano!

— Vi temono e vi rispettano.

— Ma non m'ama nessuno! — replicò, con amarezza, Marcus Henner.

— Io sono sinceramente devoto, Eccellenza, — protestò.

— La devozione è un sentimento diverso dall'amore, Lewis, — disse il gobbo. — E dire che ho, anche io, un cuore! —

Un velo di lacrime appannò i cristallini occhi di Henner. Ma egli si scosse subito e disse a Lewis:

Conosci un uomo svelto e fidato, per una missione delicata?

— Sì. … avrei qualcuno. Ma debbo cercarlo.

— Non sai dove è?

— No: ho qualche traccia.

Cercalo subito.

— Subito. E dopo?

— Me lo condurrai.

— Posso chiedere che missione avrà?

Deve andare in Italia.

— Ah!

Desidero che tutti i monasteri, tutti i conventi, tutti i ritiri sieno visitati, per ritrovare le tracce di Rachele Cabib.

— Per alcuni vi è clausura.

— S'infrange.

— Sarebbe grave, Eccellenza.

— Altre cose gravi abbiamo fatte!

— A Vostra Eccellenza è permesso tutto.

Ritengo che Rachele ci sia stata sottratta dai suoi sentimenti religiosi, e che si sia data al Signore.

— Eppure, si è cercato bene. …

— Non bene, — disse duramente Marcus Henner.

— Suo padre va ramingando di paese in paese.

— Il vecchio è imbecillito. Trovami quest'uomo, Lewis. Lo pagherò bene.

— Un poliziotto, Vostra Grazia.

— Sta bene. In secondo, avere notizie e subito della contessa Clara Loredana.

— In viaggio. …

— Sì, ma dove si trova, ora, che cosa fa, perchè non si decide, che aspetta? Sapere questo!

Scrivere?

— No, mai. Mandare qualcuno, appena saputa la sua direzione.

Vincent?

— Sì.

Istruzioni larghe?

Larghissime.

— Altro?

Tenersi pronti a partire, — disse Marcus Henner, dopo aver pensato un poco.

Partire?

— Sì.

— La signora. …

— La signora obbedirà.

— Vostra Eccellenza sa farsi obbedire, ma la signora ne soffrirà.

— Non importa.

— Quando andò via dall'Italia, che pianto!

Piangerà ancora. Le donne sono fatte per piangere, — e la sua voce era sempre più dura.

Poveretta! — disse Lewis, quasi involontariamente.

— La compatisci? La compatisci? — disse Marcus Henner, levandosi con ira.

Lewis tacque, abbassando gli occhi.

Va via, — gli disse il padrone.

— Vostra Eccellenza mi perdoni. … — balbettava.

Va via!

— Nessuno ama quella disgraziata. … — mormorò Lewis.

Esci! — comandò il dottore.

Il maggiordomo escì, senza osare di aggiungere altro.

Il dottore restò tutto pensoso, dopo la scomparsa di Lewis. Certo, rimescolava in i più strani pensieri, giacchè l'espressione del suo volto si mutava sempre. Infine, si levò da sedere e andò a una libreria, cavandone uno dei grossi volumi in pergamena; lo appoggiò sopra un leggìo, alto quanto la sua deforme persona, e lo sfogliò. Lesse qualche foglio, in piedi, ritto innanzi a quel mobile; aveva la testa appoggiata alla mano, come se meditasse, anche. Lasciò il libro e si avvicinò di nuovo al tavolino da scrivere.

Da una cassaforte, perfettamente dissimulata nel muro, come era la porta per cui era entrato Lewis, egli, col capo nascosto nel vano, cavò fuori un sottil foglio di pergamena gialla come quella del volume, un pennellino e una fialetta piena a metà di un liquido rosso.

Lentamente, cominciando dal piede del foglio e andando da destra verso sinistra, egli cominciò a scrivere, cioè a dipingere dei caratteri, col pennellino, su quella pergamena: e tutta la sua attenzione si portava sulla sua opera, i suoi occhi verdi scrutavano quel foglio, quelle parole vergate. Ogni tanto bagnava il pennellino nel liquido. Pareva sangue. Mentre scriveva, fu bussato alla porta dello studio, pian piano.

— Avanti, — disse Marcus Henner, neppure levando la testa dalla pergamena che stava miniando.

Un cameriere entrò, in grande livrea.

— Che vuoi, John?

— Vi è molta gente, fuori, Eccellenza: e aspetta da gran tempo.

— Non voglio veder nessuno, oggi.

— Eppure Vostra Eccellenza ha dato una quantità di appuntamenti per oggi.

— È vero; manda via tutti quanti.

Eccellenza. …

— Che è? Non replicare!

— Vi è quella povera signora. … Mistress Jackson, quella infelice, così bella, così giovane e così malata.

Inguaribile, — disse Henner, abbassando di nuovo il capo sulla carta.

— Anche per voi, Eccellenza?

— Anche per me!

— Voi che potete tutto?

— La tisi è più forte di me.

— Voi non siete un medico come tutti gli altri, — disse John, guardando il suo padrone con occhio di ammirazione.

— È vero, — disse Henner — ma non posso guarire mistress Jackson.

Poveretta!

— T'interessa tanto?

— È una mia cugina, Eccellenza.

— Tu l'ami?

— No, Eccellenza, ma le voglio bene come a una sorella. Fatela entrare, ve ne scongiuro!

— Ma perchè?

Perchè non crede che in voi, perchè solo voi potete aiutarla a sopportare i suoi mali! … È un'opera di carità.

Debbo ingannarla, dunque?

— In carità, Eccellenza!

— Sta bene. Falla entrare!

— E gli altri?

Manda via tutti!

— Anche lord Hicksbury?

— Anche!

Anche lady Clarence Blackwood?

— Anche, anche! Solo mistress Jackson, perchè è una tua protetta.

Chiedetemi la vita, Eccellenza, e ve la darò.

— Te la chiederò, forse, un giorno, — disse Marcus Henner abbassando di nuovo il capo sulla sua pergamena.

Aveva da scrivere ancora qualche poco, poiché quando si bussò di nuovo alla porta, non a quella segreta, ma a quella da cui era entrato ed escito John, egli disse di entrare, senza levare il capo. John entrò innanzi e dietro a lui una giovane donna, semplicemente vestita di nero.

Ella si sedette, con aria stanca. Era bianca bianca, con una carnagione perlacea fine: le venucce azzurre si disegnavano penosamente sulle tempie, sul collo, persino intorno alla bocca. Pareva che, mettendo una candela dietro il suo volto, esso si rendesse trasparente. Era magra, con certi grandi innocenti occhi azzurri e certe labbra pallidamente rosee: era bellina, carina, con un'aria di gioventù fragile e malaticcia. Vestiva con semplicità, ma decentemente: teneva le mani inguantate, incrociate in grembo. John che l'aveva introdotta, in silenzio, se ne era andato via egualmente, mettendosi un dito sulle labbra, per raccomandarle di tacere, fino a che Marcus Henner avesse finito di scrivere. Difatti, ella attese pazientemente. Egli scrisse ancora, con quei suoi strani caratteri rossi, sulla pergamena: aspettò che si asciugassero e ripose il foglio in una cartella di pelle che chiuse a chiave. Poi, levò il capo:

— Ebbene, mistress Jackson? — disse con voce conciliante.

Signor Henner. … — disse quella, con una voce debole e velata, dove tutta la strada della tisi si rivelava.

— Non andate meglio?

— No.

— Avete avuto qualche altro fenomeno?

— Nessuno: ma sono malata, dottore, molto malata.

— Non vi fissate. Voi state meglio.

Dottore, io morirò di questo, se non mi aiutate, — ella disse, cercando dar forza alla sua povera voce.

— Voi non morrete e io non posso, non debbo far altro, — mormorò Marcus Henner, guardandola fissamente, come per calmarne l'agitazione.

Morrò, se non mi aiutate, — replicò ella, con la ostinazione dei malati.

— Che volete da me, mistress Jackson?

— Non voglio morire, ecco!

— Siete giovane, vivrete.

— Ho bisogno di vivere, dottore!

— Avete una famiglia numerosa?

— No, solo mio marito.

— Senza figliuoli?

— Senza, per grazia di Dio! Sarebbero tisici, pensate, come me, come mia madre! No, no. Mai questa tortura ad altri esseri viventi, a innocenti! Ma voglio vivere, per lui!

— Chi è questo lui?

— Mio marito, Emilio Jackson.

— Lo amate tanto?

— Lo adoro.

— E vi ama?

— Mi adora! — e aveva detto ciò col singolare ardore che mettono gli etici in queste cose dell'amore.

Possibile, che vi adoriate tanto! — disse Marcus Henner con un sogghigno.

— Oh tanto! — esclamò la poveretta, congiungendo le mani.

Esiste, dunque, l'amore? — chiese Marcus Henner, a voce bassa.

Esiste: voi non ci credete? — domandò timidamente la tisica.

— No.

— Non siete mai stato amato? — disse l'altra.

— Mai, — rispose lui, recisamente.

— Come è possibile? Voi così pieno di talento e di cuore? Voi, il grande medico? Voi, il grande scienziato?

— Mai, mai, — replicò lui, abbassando la testa sul petto.

— Le donne non hanno cuore, — mormorò Elisa Jackson, a voce bassa.

— Sono brutto, sono deforme. … — disse lui, con tono triste.

— Non conta! Siete un salvatore dell'umanità, siete il Maestro! Ah salvatemi, ve ne scongiuro! — disse Elisa, con le lagrime agli occhi.

— Mia buona mistress Elisa, la vostra immaginazione è più malata del vostro corpo, — disse Marcus Henner, alzandosi e venendo a lei.

Guarite il mio corpo e la mia fantasia guarirà subito, — replicò la tisica, ostinatamente.

— Non pensate tanto, — disse Henner, a voce bassa, prendendo una mano della signora Jackson e carezzandola.

— Vorrei. … — disse costei, a voce bassa come quella del medico.

— Bisogna pensare di non aver nulla, di stare perfettamente bene, di essere giovane e bella, per mister Emilio Jackson. … — riprese, lentamente, con voce che s'insinuava singolarmente, Marcus Henner.

Adesso, lo strano dottore gobbo aveva preso ambedue le mani di mistress Elisa Jackson e vi passava le dita sopra, con una carezza lenta e molle. Costei socchiudeva gli occhi, un poco, come se cadesse in un sopore, ma li riapriva subito: il bell'azzurro delle pupille nuotava in un grande languore.

— Come vi sentite? — le disse, piano, all'orecchio, il medico gobbo, sfiorandole la guancia con l'alito.

Meglio, — ella disse, con gli occhi socchiusi.

Credete di esser guarita? — replicò Marcus Henner, parlandole nel volto, con voce bassa, ma imperiosa.

Una singolare espressione di contrasto si manifestò sul viso di mistress Elisa Jackson. Pareva che una metà del suo essere acconsentisse a quello che diceva il dottore e che un'altra metà vi si opponesse. Non rispose. Una pena estrema agitava quel corpo e quel viso.

Allora il medico le si sedette dirimpetto, con le sue ginocchia contro le ginocchia della donna mezzo addormentata, guardandola coi suoi occhi cristallini e verdi, applicandole, a intervallo, le sue mani scarne e ossute sulle tempie.

A poco a poco, il senso d’inquietudine che regnava sulla fisonomia di Elisa Jackson si venne dileguando: ella chiuse gli occhi e una serenità le si diffuse sul volto. Allora, Marcus Henner si staccò un poco da lei e la guardò, con occhio d'ammirazione.

Immersa in quel letargo, Elisa Jackson era veramente graziosissima, con la testa un po’ inclinata sopra una spalla; il gentile volto era bianco come un giglio e un leggiero colorito roseo vi saliva, a traverso la finezza della pelle. La bella bocca, un po’ pallida, era schiusa sui denti bianchi e lucidi; e quasi sorrideva.

Stette qualche tempo, Marcus Henner, a guardare quella donnina, presa oramai completamente dal sonno ipnotico. Poi, le riprese le mani. Elisa Jackson gliele strinse lievemente e il sorriso delle sue labbra aumentò:

Emilio, Emilio, — disse, con voce fioca e tenera.

Il viso di Marcus Henner si contrasse, quasi una emozione invincibile lo dominasse. Due volte, il suo viso si chinò sul viso della dormiente, ma se ne staccò subito.

Emilio, ti amo, — mormorò la ipnotizzata, sorridendo sempre più.

Allora l'espressione singolare del viso di Marcus Henner si accrebbe. Non resistendo, si curvò su Elisa Jackson e la baciò lungamente sulla bocca. Appena si sollevava da quel bacio, con gli occhi lampeggianti di desiderio, che fu bussato alla grande porta.

— Chi è? — disse, con voce malferma.

— Io, John.

Entra pure. —

Il cameriere entrò, e subito vide l'addormentata, in dolce atto, così bella e gentile.

— La state guarendo, è vero, Eccellenza? — disse il servo.

— Almeno, crederà di esser guarita, — mormorò Marcus Henner.

E si accostò alla dormiente, prendendole novellamente le mani. Pareva calmissimo, ora; ma i suoi occhi verdi, ogni tanto, lampeggiavano.

Elisa Jackson?

Dottore?

— Mi sentite?

— Sì.

— Mi comprendete?

— Sì.

— Volete obbedirmi?

— Sì.

Dormirete, qui, un altro quarto d'ora.

— Sta bene.

— Quando vi sveglierete, io non vi sarò. Ve ne andrete via, convinta di non avere nessun male.

Va bene.

— Se durante i due giorni in cui dovrà durare l'obbedienza, vi viene in mente di esser malata, scaccerete questo pensiero.

— Sì.

Direte a vostro marito e a tutti, di sentirvi benissimo.

— Sì.

Tornerete qui, fra due giorni.

Va bene. —

Tutte le risposte erano state date con voce precisa e chiara. Il medico strisciò ancora una volta le sue mani lungo le tempie di Elisa Jackson e poi la lasciò. John lo guardava in atto di profonda ammirazione.

— È un miracolo, un vero miracolo, — mormorò.

Dio è grande, — rispose il dottore, a bassa voce.

Poi, andò a riprendere il foglio di pergamena scritto tutto di sua mano.

John, — disse — io vado di , dalla signora Maria. Tu resta qui, sino a che Elisa Jackson sia risvegliata: l'accompagnerai fuori. Se vengono lettere, telegrammi, posali sul mio tavolino.

— Non debbo venire, di ?

— No, per nessuna ragione. —

Marcus Henner introdusse una chiavettina in un fregio di legno, ad altezza di uomo, nella sua libreria e un pezzo di questa si aprì, come una porta: egli sparve colà dentro e alle sue spalle la falsa libreria si richiuse. Egli si trovò nell'anticamera di un vasto e sontuoso appartamento; era deserto e così deserti tre o quattro saloni, ammobiliati con un lusso principesco, pieni di quadri preziosi, di fiori rari, di oggetti d'arte di prim'ordine. Però, tutto questo era un po’ freddo, come se la mancanza di una donna influisse a dare a quel lusso un aspetto glaciale. Con lo stesso passo eguale, Marcus Henner attraversò una serra a cristalli, ricca di piante d'ogni paese, tutta velata di leggierissimi stoini, con tre e quattro voliere di uccelli. Poi, penetrò in una stanza da letto, anche essa deserta.

Quella stanza da letto era vasta, con due ampie finestre, tutte velate ermeticamente di bianco. Le pareti erano coperte da una singolare stoffa di raso bianco dove correva un sottile e lucido disegno a fili d'argento; identici erano gli elegantissimi mobili in legno stuccato di bianco, con qualche filo d'argento; il letto, basso, era coperto da una meravigliosa coltre di merletto di Venezia su trasparente di raso bianco; sul tappeto erano gittate delle bianche e morbide pelli d'orso bianco. Tutto era candido e tutto era argenteo, in quella camera, degna di una regina; i candelabri, lo specchio, tutto il servizio di toilette era in argento, un delicato lavoro di arte; i mille oggetti sparsi dappertutto, armonizzavano col candore della camera.

Lo strano era che in quella stanza, dove, evidentemente viveva una donna, non corresse il soffio di un profumo, non un fiore fosse immerso nell'acqua di un vaso. Mancava, singolar cosa, qualunque immagine a capo del letto; non una figura di madonna, non un crocifisso, non una piletta, nulla. E un'altra bizzarra cosa vi era in quella camera. I grandi finestroni erano triplicemente velati, di seta bianca, di merletto e di certe larghe tendine di raso ricamato in argento, tanto che non si sarebbe mai nulla potuto vedere, di fuori, di quello che accadeva nella stanza; più, a osservare bene, quei cristalli erano fissi. Era un carcere, dunque, la camera di quella regina assente?

Marcus Henner si trattenne un poco in quella camera: aveva le sopracciglia aggrottate, come uomo che pensi troppo a un soggetto che gravemente lo affanni. Girò lo sguardo intorno intorno, e un amaro sorriso gli sfiorò le labbra. Attese un minuto e poi si accostò a una parete, sollevando una portiera che la ricopriva; vi era una piccola porta, dietro. Tentò la maniglia, ma la porticina resistette, come se fosse chiusa a chiave.

— Sempre così, — disse, a mezza voce, Marcus Henner.

Bussò, piano, con le dita, una sola volta. Nessuna voce rispose, dall'interno. Un profondo sospiro sollevò il suo petto ed egli bussò ancora, un po’ più forte. Nulla!

Maria! — egli disse, piano, curvandosi al buco della serratura.

Nessuna risposta.

Maria, Maria! — ripetè lui, più forte.

Nessuna risposta.

Maria, perchè non mi rispondete? — disse lui, parlando sempre presso il buco della chiave.

Niente, niente.

Debbo io infrangere la porta? Sapete che posso farlo! — esclamò lui, con una voce dove fremeva l'ira repressa.

Un passo si udì; qualcuno si avvicinò alla porta.

Maria, aprite! — disse Marcus, imperioso.

Una voce debole, rispose, di dentro:

— Che volete, Marcus Henner?

Vedervi, parlarvi.

— No, — rispose la voce fioca.

— Eppure vi vedrò, vi parlerò.

Lasciatemi in pace! — mormorò la voce stanca e fievole.

— Non voglio turbare la vostra pace; debbo parlarvi, apritemi.

— Non voglio, — mormorò la voce, tristemente, ma fermamente.

— Vorrete!

— No.

Maria, a che vi opponete? Siete in mio potere, lo sapete.

— Non aprirò.

— Non oggi, ma questa sera; non questa sera, domani. La mia pazienza è più forte della vostra resistenza. —

Un gemito si udì, dall'altra parte. Chi avesse bene guardato Marcus Henner, lo avrebbe visto impallidire, a quel lamento.

Maria! Maria! — chiamò ancora, a voce bassa.

— Non siete andato ancora via?

— Non andrò. Aspetto che mi apriate. Fatelo, non voglio tormentarvi. Debbo dirvi qualche cosa che vi preme.

— Qualche cosa che mi preme? — disse la voce muliebre, diventata un po’ più forte.

— Sì.

— Che cosa?

Apritemi e lo saprete.

— Voi m’ingannate.

— Non v’inganno.

— Siete maestro in tranelli, Marcus Henner, — replicò la voce femminile, improvvisamente irata.

Maria! Apritemi; vi ho da parlare. …

— Di che? Di che?

— Di una persona che amate. —

S'intese un lieve scricchiolìo della porta, come se un corpo che vacillasse vi si fosse appoggiato.

— Io non amo nessuno, — mormorò la voce, diventata di nuovo debolissima.

— Il solo essere che amate.

— Il solo!

— Sì, il solo. Io ne ho notizie.

— Avete notizie? — la voce tremava tanto che quasi balbettava.

— Sì, aprite. —

Vi fu un minuto di silenzio. Poi la chiave stridette nella serratura e la porticina si aprì. Marcus Henner entrò nella stanza di cui, sino allora, gli era stato vietato l’ingresso. Era una camera piccola, in paragone dell'ampia stanza da letto a cui era accanto; anche la sua sola finestra era velata di bianco, fittamente, e le imposte non avevano maniglia.

Del resto, la più nuda, la più povera semplicità regnava in quell'ambiente. Le pareti non avevano stoffe, carta da parati: erano dipinte di bianco di calce, senz'altro.

Un piccolo letto di ferro, come quello di una educanda, formava il mobile principale; si componeva di un sol materasso e di un sol cuscino, con una coltre di lana rozza. Sul pavimento non vi era tappeto; l'ammattonato era nudo e freddo. Vi era un tavolino da scrivere, un armadietto che formava anche scansia da libri, un inginocchiatoio e due sedie, niente altro. Sull’inginocchiatoio di legno semplice era un crocifisso: sopra, sul muro, sospesa una immagine della Vergine. E sul cuscino era appoggiato un libro pio, che la donna aveva lasciato aperto, l'Imitazione di Cristo.

La persona che aveva aperta, così a malincuore e pure così ansiosa, si teneva ritta, presso l'inginocchiatoio da cui si era levata. Era tutta vestita di lana bianca, con una veste ad ampie pieghe, dal collo sino ai piedi, claustrale; era una donna alta e snella, ma, attraverso le molli pieghe della sua ieratica veste, il corpo non arrivava a delinearsi. Sul viso ella portava una espressione di orrore e di affanno. Marcus Henner guardò quella donna con occhi pieni di amore e di ira.

Maria, Maria, perchè mi fate questo? — le chiese, avanzandosi verso lei.

Ella si arretrò, sino al muro, dicendogli:

— Non vi accostate!

— Non temete, non mi avvicino, — disse amaramente il medico.

— Se vi avvicinate, sapete bene quello che farò, — disse Maria, con tono fermo, malgrado la fievolezza della sua voce.

— Voi vi uccidereste? Voi, una così ardente cristiana? — ghignò Marcus Henner, guardando il crocifisso con occhi biechi.

Morirei per la mia fede e Dio mi assolverebbe, — disse la donna subitamente esaltata.

Maria, non voglio farvi nulla. Calmatevi.

Ditemi quello che dovete dirmi e andatevene, — dichiarò lei, aggrottando le sottili sopracciglia nere.

— Mi scaccerete voi sempre? — mormorò Henner, passandosi la mano fra la chioma incolta.

— Sempre.

— Vi faccio paura?

— Mi fate ribrezzo.

Come l'altra, — disse, pianissimo, Marcus Henner.

— Che dite?

— Nulla. Mi lagno del destino.

— Siete voi, che volete forzare il destino, Henner, — disse la donna, con voce più tranquilla.

— Io vi amo da quindici anni, Maria! — esclamò il gobbo, con gli occhi a un tratto fosforescenti.

— Allora come adesso, è inutile, — diss’ella, quietamente, crollando il capo.

Morirò io senz'avere una parola di bene, da voi?

— Di carità, sì: di amore, mai, — disse la donna, a occhi bassi.

— Non so che farmene, della vostra pietà. Io voglio il vostro amore.

— Io sono vecchia, Henner.

— Per me, avete sempre venti anni.

— Io sono di Dio, lo sapete.

— E di un'altra, — ghignò il gobbo.

— Sì, — disse la donna. — Non volevate parlarmi di lei?

— Io? Volevo parlarvi di me.

— Mi avete ingannata, dunque? Per entrare qui dentro? Per torturarmi con la vostra presenza?

Maria!

— Io ho bisogno di stare sola con Dio! Andatevene!

Maria, Maria, non mi spingete agli estremi! — mormorò il gobbo.

— E che? Mi uccidereste?

— No.

— Che cosa, allora?

— Nulla, Maria, ma non mi mandate via, così.

— Che volete?

— Uno sguardo, un sorriso, un bacio! — disse Marcus Henner, accostandosi a lei.

— Mai, mai!

— Siate buona, io vi adoro, — e le si avvicinava e cercava di prendere una mano.

— Non mi toccate! — gridò lei, stringendosi al muro, con un senso di alto ribrezzo.

— Ma che vi ho fatto, dunque, io? Che vi ho fatto? Perchè siete così ingiusta e crudele? — gridò Marcus Henner.

Avete voi dimenticato? — ella disse, a voce bassa, guardandolo negli occhi.

E fece un gesto, come se volesse svolgere la sua persona dalle pieghe del suo vestito, fluttuanti. Egli rabbrividì.

— No, no! — gridò, fermandola, con le mani distese.

— Che temete? Sono un povero essere senza difesa, — ella disse, avanzandosi verso lui, levando la mano.

— Per pietà, Maria! — gridò lui, arrestandola.

— Il vostro delitto vi fa dunque inorridire? — chiese lei, lentamente.

— Sì, — disse lui, a capo basso, a occhi chiusi.

— Ve ne pentite?

— Sì.

Perchè lo commetteste?

— Per amore.

— Oh, Dio, tu lo ascolti! — ella pregò, levando gli occhi.

— Non nominate il vostro Dio!

Pregatelo, pregatelo!

— No, Maria.

— Solo lui può perdonarvi, può darvi la pace. Pregatelo.

— Mi dovrebbe dare il vostro amore.

— No. Egli non può permettere un sacrilegio!

— Quale sacrilegio?

— Voi siete un empio, un ebreo.

— Non disprezzate il Dio d'Israele: era il vostro!

Era!

Fatale, maledetto giorno! — bestemmiò lui.

Parlatemi di lei, — disse a un tratto, la donna.

— Di lei? Non so nulla. …

— È morta, è vero?

— Non è morta.

— Voi mentite, essa è morta; voi mentite per trattenermi in vita!

— Vi giuro che non è morta.

— Ma dove è?

— Non lo so.

Cercatela!

— La cerco, — disse lui, sorridendo amaramente.

Trovatela!

— E mi amerete? — mormorò Henner, accostandosi a lei.

Pregherò per voi.

— Non mi basta.

Trovatela, trovatela!

— Sia in capo al mondo, la troverò, — disse lui cupamente.

Preme anche a voi?

— Sì, — diss'egli, con forza.

Dio! — diss’ella, impallidendo di gioia. — E quando l'avrete trovata, che farete? — chiese Maria, avanzandosi di nuovo verso Marcus Henner.

Costui tacque: aveva abbassata la testa sul petto, come sotto il peso di un grave pensiero.

Marcus Henner, che farete voi di lei? — ripetè la donna, con voce più forte, con accento più vibrato.

— Nulla, Maria, nulla! — esclamò il gobbo, con accento desolato.

— La condurrete voi a me?

— Se vorrà venirci!

Credete che si neghi di venire da me?

Negherà di venire, con me!

— E perchè, Marcus Henner? — domandò Maria, che aveva preso l'aspetto di una vera inquisitrice.

— Non me lo chiedete!

Dite il perchè! Voglio saperlo: debbo saperlo.

— Ella mi odia, — confessò Henner, a voce bassa, con collera e con dolore.

— Come me!

— Come voi.

— Quanto me? — disse Maria, guardando negli occhi verdi il deforme.

— Non so. … più, forse! — disse lui, con la faccia fra le mani.

— Di più, è impossibile, — ella rispose, piano, lampeggiando dai bruni occhi, in cui era scomparsa la natìa dolcezza e il languore.

— Tanto, tanto, mi odiate? — gridò lui, avanzandosi presso Maria.

Enormemente.

— E siete buona? E siete una cristiana?

— Ogni giorno chiedo perdono a Dio di questo peccato, mi umilio, mi pento; ma subito, rifaccio il peccato.

— Ma che vi ho fatto, infine, che vi ho fatto?

— E lo domandate? E osate domandarmelo?

— Io vi ho adorata, Maria.

— Voi adoravate un'altra.

— Voi, sempre voi, ebrea, cristiana, a quindici anni, a venti, a trentacinque, vi ho adorata, Maria.

— Io amava un altro uomo e voi mi avete tolta a lui!

— Egli è morto, — disse Marcus Henner, tetramente.

Morto, morto, il mio amore! — gridò Maria con accento di disperazione.

— I morti non risorgono, — replicò Henner, guardando Maria negli occhi.

Morto per voi!

— Io non l'ho ucciso, — disse, a voce bassa, Marcus Henner, mentre ancora i suoi occhi fissavano quelli di Maria, con una intensità profonda.

Osate negarlo? Egli osa negarlo! Oh Dio, voi lo ascoltate, dunque?

— Non l'ho ucciso, — ripetè Henner.

— Voi siete un assassino, Marcus Henner. Voi avete teso a Jehan Straube il più orribile tranello, ed egli vi è caduto. —

Il gobbo tacque.

— Oh Jehan, Jehan, amore mio! — diss'ella, singultando — tu hai creduto alla mia morte.

— Egli vi credette, infatti, — mormorò Marcus Henner, con un sorriso feroce che non seppe padroneggiare.

— Vi credette! Tu, tu, mostro, gli facesti vedere che io era morta.

— Egli lo vide, io non lo ingannai.

Scellerato, scellerato! Tu commettesti un'infamia, adoperando la tua terribile arte di medico, che il Nemico degli Uomini ti ha insegnata. …

Maria, io sono un Maestro; tutto mi è dato di fare!

— Non tutto, — ella disse.

— Tutto.

— Non già farti amare da chi ti odia, — diss'ella, guardandolo con occhi di sfida.

Maria, non mi provocare!

— Non già avere una donna che ti si rifiuta! — ella gridò, al colmo dell'eccitamento.

Maria! — gridò lui, con tale espressione spaventosa, negli occhi, che ella si arretrò.

Dio è grande, Dio è giusto, Dio è buono, — esclamò lei.

Un atroce sghignazzìo uscì dalle labbra di Marcus Henner.

Jehan Straube è morto, ma tu non mi hai avuta, ma io ti odio! Quindici anni di carcere, è vero, ma l'odio, sempre l'odio: quindici anni di viaggi, di fughe, di dimore nei paesi più lontani e più strani, quindici anni senza casa, senza patria, senza nessuno di coloro che amo, in tuo possesso, ma non tua, mai, mai! —

Il gobbo non faceva che guardarla, ora.

— Tu mi dài un appartamento regale, dei servi, delle schiave, dei vestiti magnifici, dei pranzi sontuosi, ma io disprezzo le tue ricchezze e il tuo lusso, venuto da vie diaboliche. Ma io non dormo nelle stanze principesche che tu mi prepari, io mi contento di una cella monacale; io non indosso le stoffe di velluto e di seta che tu mi doni, mi basta una veste di lana bianca; io non comando ai servi e alle schiave, poichè esse sono le tue spie! —

Marcus Henner guardava Maria. La voce già forte, di lei, sul principio di queste invettive, si era venuta abbassando, come se le mancasse il fiato e l'anima. Ella che fissava sempre con coraggio Marcus Henner, adesso, ogni tanto, abbassava le palpebre, come se fosse stanca. Due o tre volte ella vacillò, come se cadesse, e con uno sforzo, tentò di reggersi, tentò di riprendere il suo discorso:

— Tu puoi carcerarmi. … puoi circondarmi di spie. … puoi vegliare su me, come sopra un condannato a morte. … non mi avrai. … non ti amerò. … —

Ma già, sotto la potenza dello sguardo di Marcus Henner, ella balbettava: uno smarrimento strano si dipingeva nei suoi occhi che, a volte, erano socchiusi, come se non potessero reggere le palpebre sollevate, a volte si spalancavano, stralunati, come se vedessero un orribile spettacolo. Adesso, Marcus Henner concentrava tale una forza di volontà nel suo sguardo che ella chiuse gli occhi e sarebbe crollata, se egli non si fosse trovato pronto a sostenerla. Due o tre volte, mentre egli le passava lentamente le dita sulle tempie, una espressione di dolore si manifestò su quel volto. Ma subito si diradava.

Ma, di nuovo, egli strinse fra le sue mani fredde e scarne la fronte di Maria che era immersa nel sonno ipnotico, ma che non aveva perduta perfettamente la coscienza. Pian piano, la lotta che i due principî, della vita e del sonno, facevano fra loro, parve si dileguasse completamente e una perfetta serenità regnò sulla fisonomia di Maria, come, poco prima, su quella di Elisa Jackson. Anche il volto pallido di Maria si era trasfigurato e le linee convulse di una fibra sempre in orgasmo avevano subìto una trasformazione.

Il volto bello, ma consunto dai dolori, dalle preghiere, aveva riacquistato come una giovenilità novella; un amabile sorriso era vagante sulle labbra della dormiente, come se ella sognasse il più bel sogno.

Quando la vide addormentata perfettamente, Marcus Henner cinse con le magre ma poderose braccia il corpo di quella donna, e sollevandolo senza nessuno sforzo, lo trasportò nella principesca camera, deponendolo sopra un divano. Poi, le compose le vesti, intorno, come a un bimbo che si è addormentato, e le ravviò i capelli sulla fronte. Il divano era basso: Marcus Henner s'inginocchiò sul tappeto bianco, formato da una pelle d'orso di Russia, e si mise a parlare all'addormentata, piano:

Maria?

— Che vuoi? — disse la voce dell'ipnotizzata, senz'asprezza, ma parlante nel sonno, come di lontano.

— Mi senti?

— Ti sento.

— Mi comprendi?

— Ti comprendo.

Sai che cosa voglio, da te? —

Come un’ombra scura passò sulla fronte della dormiente.

Sai che cosa voglio? — replicò il medico, a voce bassa, ma con forza.

— Lo so, — disse la ipnotizzata, dopo un minuto di silenzio.

— E che cosa è? —

Ancora una nuvola su quella fronte pura!

— Tu vuoi, Marcus Henner, che io ti ami, — disse la dormiente, dopo un grave sforzo per trovare la voce.

— Sei disposta a obbedirmi? —

Un profondo sospiro escì dal petto di Maria.

— Vuoi obbedirmi? — disse, duramente il gobbo, tenendo il suo viso presso quello dell'ipnotizzata.

— Sì, — disse finalmente costei con voce fievole.

Un diabolico sorriso di trionfo aleggiò sulla mostruosa faccia di Marcus Henner. Ancora una battaglia che egli vinceva contro la volontà di quella donna e contro il proprio destino!

— Sei pronta? — disse.

— Sì.

Rinneghi l’odio per me? Fa' uno sforzo su te stessa, scaccia questo sentimento per obbedirmi. Lo rinneghi? —

Il viso della ipnotizzata si fece pallidissimo; ella scosse la testa, come se volesse sottrarsi al fascino ipnotico. Ma egli le passò subito le dita sulla fronte.

Rinneghi, rinneghi?

Rinnego.

— Ah! — egli fece, con un sospiro di soddisfazione.

E si curvò su lei a comandarla.

Devi amarmi, intendi? Vinci, vinci il tuo cuore che ancora si dibatte, senti la mia volontà, senti il dominio che io esercito sulla tua volontà! —

Dicendo queste cose il gobbo aveva negli occhi verdi e nella voce tanto imperio, tanto fluido di dominazione, che un genio infernale pareva sprizzasse dal suo sguardo e dalle sue parole. Distesa, tutta bianca nelle sue vesti, Maria, inerme, indifesa, subiva tutto il fascino malvagio di quell'uomo terribile.

Ami ancora Jehan Straube? — le chiese, con un ghigno d’ironia.

— No, — disse lei, dopo una esitazione.

— Lo hai scacciato dal tuo cuore?

Scacciato.

Dimenticato?

— Se vuoi, lo dimenticherò.

— Lo voglio. —

Ella tacque.

— Mi ami? — egli le chiese, inginocchiato innanzi a lei, con uno sguardo ardente.

— Ti amo, — ella rispose, a voce fioca.

Ripetilo!

— Ti amo.

— Quanto?

— Moltissimo.

Ami solo me?

— Solo te.

— Ti piaccio?

— Mi piaci.

— Non mi vedi brutto, vecchio, deforme, laido?

— No. …

— Ti sembro bello, giovane, robusto, elegante?

— Sì.

— Vuoi solo me, è vero? — disse lui.

Di nuovo, una espressione di orribile sofferenza si dipinse sul viso di Maria: e Marcus Henner digrignò i denti dalla rabbia.

— Vuoi me? — le ripetè.

Ella tacque. Funereo silenzio! Egli comprese che quella vita si poteva spezzare, forse, in quel sonno, ma non piegarsi al furore della sua volontà.

Dimmi che mi ami, — replicò.

— Ti amo, — disse lei.

— Per sempre?

— Per sempre.

Devi adorarmi.

— Ti adoro.

Dammi un bacio, — comandò lui.

Un sussulto nervoso attraversò tutto il corpo di Maria che parve si ribellasse a quell'ordine.

Dammi un bacio, — egli comandò, parlandole nel volto, applicandole le mani alle tempie.

Ma, invece di veder tornare la calma su quel corpo, dei lunghi fremiti convulsi lo contorsero.

Dio, Dio, anche nel sonno! — gridò Marcus Henner, mostrando i pugni al cielo.

Ma riprese l'opera di fascinazione, furibondo, deciso a vincere quella resistenza che oltrepassava i limiti ordinari; deciso a spezzare quella volontà. Con gli occhi fissi su quel volto, alitandole in viso, stringendole le tempie, egli le ripetè:

Dammi un bacio. —

Due volte, la infelicissima ipnotizzata si sollevò con la persona, come per dare un bacio a Marcus Henner, ma due volte un movimento convulso la rigettò indietro.

Dio non vuole! — egli gridò, nel colmo dell'ira — ma io sono più forte di Dio! —

Le sue lunghe dita ossute strinsero quelle tempie, come se volessero schiacciarle; i suoi occhi divennero ardenti come due carbonchi ed egli disse alla donna, per la quarta volta:

Dammi un bacio. —

Allora avvenne una cosa terribile. Quel corpo abbandonato al sonno ipnotico, vinto da una fascinazione terribile, diventato lo schiavo di quel corpo dagli occhi verdi, quel corpo che era suo, di cui egli poteva fare quel che voleva e che egli teneva pronto, , su quel divano, si levò, di scatto, parve più alto, fantomatico, nelle vesti bianche. E gli occhi di quella ipnotizzata si spalancarono, grandi, vitrei, senza sguardo. Ella gridò, avendo superato il fascino:

 — No, assassino! —

E Marcus Henner, a un tratto accasciato, diventato un cencio, avendo consumato tutta la sua volontà, cadde a terra, lungo disteso, con le braccia aperte, piangendo sulla sua sventura.

 

 

II.

 

FRA LE SEPOLTE VIVE.

 

 

Il monastero delle Sepolte vive, a Napoli, sorgeva a mezza costa, fra il mare e la collina del Vomero, in una posizione amenissima. La sua costruzione risaliva a due o trecento anni fa, quando fiorì suor Orsola Benincasa, la pia fondatrice di quell'ordine; ma, più tardi, si è venuto ingrandendo man mano e il suo bell'orto, tutto pieno di aranci in fiore, ha perduto un poco della sua ampiezza, per darne spazio ai chiostri delle suore.

L'antica tradizione benincasiana stabiliva una clausura assoluta, non solo, ma persino che le suore portassero sempre il velo abbassato, quando escivano dalle loro celle. Esse, pronunziati una volta i voti sacri, non uscivano più, non vedevano più nessuno della loro famiglia e, solo una volta all'anno, la madre o il padre, o qualche altro parente, poteva venirle a trovare. Ma non li vedevano! Non era neppure a traverso la grata, come in altri conventi di clausura, che avveniva la conversazione, ma a traverso il muro. Un colpo al muro e vi si applicava l'orecchio: le voci arrivavano fioche e sorde, stranissime. Per lo più, il parente abbreviava questo penoso discorso; spesso, l'anno seguente non ritornava più. Le Sepolte vive, date a Dio, erano dimenticate dagli uomini.

Il numero di quelle suore era di trentatrè, quanti sono gli anni di Gesù: e le converse erano sette, quanti erano i dolori di Maria. Ma il numero di trentatrè non era mai completo: le suore erano vecchie, molto vecchie e coi nuovi ordinamenti italiani non vi erano molte che dimandavano di fare il noviziato: tanto che, a ogni morte di suora, le altre si ristringevano di più, diventate poche, dolenti di essere in così piccolo numero. Ma il soffio dei nuovi tempi era penetrato anche dentro, e due converse se ne andarono. Il convento di suor Orsola Benincasa era oramai troppo grande, per le diciotto o venti suore, per le cinque converse; il giardino troppo vasto e i chiostri troppo larghi.

Però, in quell'anno 18. … le suore avevano avuto una bella consolazione. Raccomandate dal cardinale vicario, di Roma, erano giunte due novizie; una lettera giunta alla madre badessa ne aveva annunciato l'arrivo, e in un giorno di maggio, verso le cinque pomeridiane, era capitata la prima, alla porta del convento.

Era una donna ancora giovane, ma col viso consumato dalle infermità o dai dolori morali. Alta e magra, bionda, pallidissima, ella vestiva decentemente e nella sua carrozza erano restate due valigie, con la sua roba. Veramente, la carrozza non era potuta arrivare sino alla porta del monastero, perchè vi è un viale a scaglioni, per cui vi si accede: ella aveva bussato forte e la conversa portinaia era venuta ad aprire. La portinaia era stata avvertita e comprese subito. Pure, disse:

— Chi siete? —

Costei non rispose direttamente; disse:

Debbo parlare alla madre badessa; mi manda il vicario.

— Siete la novizia?

— Sì. —

E un profondo sospiro le sollevò il petto.

— Quale delle due?

— Ne aspettate un'altra?

— Sì, da Roma.

— Io vengo da Verona, e da più lontano, anche.

— Allora siete quella che vuol portare il nome di suor Serafina?

— Sì, — e sospirò di nuovo, profondamente.

Entrate, allora.

— Vi è la mia roba.

— La faremo portare su, — disse la portinaia, aprendo tutto il battente della porta.

Così la novizia entrò, senza dare uno sguardo indietro, non accompagnata da un parente, da un amico, da nessuno. Presto, ella smise le sue vesti civili e indossò un primo abito claustrale, simile a quello delle converse, senza velo. Una cella le fu assegnata; essa era alla punta estrema del dormitorio, sull'angolo del giardino, verso il mare. Suor Serafina si era subito mostrata molto docile, molto obbediente; aveva avuto due o tre lunghe conferenze con la badessa, nel segreto della camera di costei; e ne era sempre uscita con gli occhi rossi. Ella compiva i suoi umili uffizi con molta rassegnazione, pregava molto; ma era spesso distratta. Spesso restava delle lunghe ore, dietro la grata, guardando il mare. Ma alle trentatrè erano molto indulgenti con le novizie, perchè erano ancora troppo fresche del mondo e per far loro prendere amore alla vita claustrale.

La novizia Serafina, in certi giorni, sul suo volto impallidito e stanco, mostrava tale un abbattimento che la madre badessa, dopo aver pregato con lei, al coro, la dispensava da certi lavori pesanti, che alle novizie erano riserbati. Ella ringraziava, con un tenue sorriso:

Grazie, madre mia.

Dio vi assista, Serafina. —

E ambedue si segnavano, a quel nome. La novizia Serafina restava in chiesa, a pregare, delle ore. Ma quando vi arrivavano, alla spicciolata, delle altre suore, la trovavano col volto fra le mani, con le labbra mute, spesso prostrata, spesso abbandonata, con le braccia protese sull’altare del coro.

Piange, — dicevano.

— No, è morta. —

E le monache si avvicinavano a lei, per soccorrerla. Ella non era morta, svenuta. Si rialzava, più bianca che mai, baciava il crocifisso del suo rosario, si segnava, spariva.

— Che strana novizia! — diceva qualcuna di esse.

Strana!

Poveretta! — soggiungeva un'altra.

La compativano. Erano donne tenere e buone, malgrado che mai avessero vissuto la grande vita dell'amore. Solo qualcuna di loro aveva ancora dei ricordi; ma così lontani!

La novizia Serafina era nel convento da solo un mese e tutti si erano abituati al suo viso smorto, ai suoi occhi vaganti, a quell'aria trasognata, che era, poi, ammantata di tanta dolcezza, quando giunse l'altra novizia, raccomandata dal cardinale vicario. Fu nelle primissime ore della mattina. Le donne che bussarono alla porta, erano due; una più di età e che parea di condizione servile, l'altra giovane, bruna, fine, vestita elegantemente di nero.

— Questo è il monastero di suor Orsola Benincasa? — domandò la domestica.

Sissignora, — disse la portinaia.

— Questa è la raccomandata del cardinale vicario, — e accennò alla più giovane.

— Ah! va bene, — mormorò la conversa.

E sparve, lasciando le due donne sole nella portineria. La più giovane che non aveva detto una parola, si lasciò cadere sopra una sedia.

Coraggio, signorina, — disse la domestica.

— Ne ho, — mormorò l'altra — ma sono molto stanca.

Ora, ora, vi riposerete molto, — disse la serva, guardandosi intorno.

La stanza era imbiancata di calce, nuda, con quattro sedie e un tavolino; delle immagini sacre, sulle pareti. Ma da una finestra si vedeva un angolo dell'orto e, lontano lontano, il mare.

— Starò bene, qui, — disse la giovane novizia.

— La clausura è troppo terribile.

— Ne desidero una così, — rispose subito la novizia, abbassando gli occhi.

— Così terribile!

— Non è mai terribile, servire Iddio.

— In tanti modi si serve!

— Voglio darmi al Signore, completamente.

— Così giovane, signorina mia! — esclamò la donna, con un vero dolore.

— Io non ho più gioventù.

— Non parlate così. Tante speranze, tante idee belle, tante cose.

— Nulla più, nulla più, — disse, a bassa voce, la novizia, chinando il capo sul petto.

— Voi ci ripenserete, è vero?

Ripensarci?

— I voti non si pronunziano che dopo un anno.

— Che importa? È come se li avessi pronunziati. …

— No, no.

Anticiperò il giorno dei voti.

— Non si può, per fortuna non si può, mi sono informata! — disse la serva.

— Ma che speri, che aspetti? — disse la novizia, con accento freddo e disperato.

— Non so, signorina. … non so, ma non posso persuadermi che ciò possa finire così!

— Eppure!

— Chi sa, io potrò ritornare qui, con una buona notizia!

— Qui?

— Sì.

— Tu vuoi ritornare?

— Si sa.

— No, cara.

— Come?

— Non tornerai!

— Ma perchè?

Desidero non vederti più, — disse la novizia, con tono fermo.

— Oh, signorina! — e quella quasi piangeva.

Dobbiamo non vederci più.

Signorina, signorina!

— Non piangere. Separiamoci oggi.

— No, non può essere, signorina.

Deve essere così, — disse, con dolcezza, ma sempre fermamente, la novizia.

— Io sono venuta sino qui. … sempre sperando che voi vi pentiste. …

Pentirmi? di darmi a Dio dovrei pentirmi?

— No, no. Ma credevo che sceglieste un ritiro. … non so. … un posto donde si potesse uscire.

— Ho voluto io entrare fra le sepolte vive.

Signore! Così bella, così fatta per essere amata e per amare.

— Non mi parlare di amore, taci. Senti, è meglio dividersi ora. Ti ho dato i denari per tornare al tuo paese: vacci. Io, qui, sono al sicuro di tutte le tempeste.

— Ma veramente mi dovrò staccare per sempre?

Veramente.

— Io non partirò, non potrò partire, — disse la serva singhiozzando.

— Che faresti, a Napoli? Non conosco nessuno, non ti conoscono.

— Ci siete voi!

— Ma non puoi vedermi!

— Le novizie si visitano.

— Che ne sai?

— Lo so, lo so.

Meglio separarsi per sempre, — replicò ancora la novizia, ostinatamente.

Lasciate, signorina, che io resti a Napoli, almeno. Troverò una casa in cui servire: sono forte, posso ancora lavorare. Ma qui!

— No, Rosa, — disse la novizia, pronunziando a stento questo nome e guardandosi attorno.

— Non verrò qui.

— Potrebbero essi rintracciarti. … e trovata te troverebbero anche me.

— Chi, essi? Vostro padre?

— Mio padre, prima di tutto. Egli mi ha maledetta, è vero: ma mi cerca. E non lo fuggirei, se egli non mi cercasse per un altro.

— L'altro, l'altro! — disse, con voce trepida Rosa.

— L’uomo esecrato, l’uomo infame. Egli è la causa di tutte le mie sciagure. Guai, se sapesse dove sono!

— Che farebbe?

— Chi sa! Ma le mura delle sepolte vive sono salde e qui dentro si spegnerà il nome di Rachele Cabib.

Grazia Cabib!

— Sì, Grazia: è il novello nome della mia fede, è il nome della mia salvazione. —

In questo rientrò la portinaia conversa e annunciò che la madre badessa attendeva la novizia.

Separiamoci, Rosa, — disse costei.

E le due donne, malgrado la loro diversa condizione, avendo vissuto insieme e insieme sofferto, si gittarono l'una nelle braccia dell'altra, si baciarono, piangendo.

Addio, Rosa, addio, ti assistano la Vergine e i santi!

Arrivederci, non addio, signorina. Dio vi benedica! —

E le baciò le due mani, la baciò ancora, sulle guance.

Poi, la porta si richiuse dietro lei, e la novizia, che si era fatta smorta, disse alla conversa, coraggiosamente:

Andiamo. —

Il colloquio fra la madre badessa e la novizia durò un'ora; quando la cella si riaprì, si vide che la novizia si inginocchiava innanzi a quella vecchia veneranda e che costei la benediceva. E fu detto tutto, giacchè la vestizione da conversa avvenne un quarto d'ora dopo, e alla novizia che aveva preso il nome di suora Grazia, venne data anche la celletta. Era posta accanto a quella della novizia suor Serafina; la penultima verso il mare.

Suora Grazia, così giovane e così bella, interessò subito tutte le poche e antiche monache che erano colà; ma la badessa aveva dovuto impartire gli ordini di non interrogarla, di non disturbarla, giacchè, mentre le sorridevano, salutandola, poco le dirigevano la parola. Suora Grazia che era stata nel mondo ebreo Rachele Cabib, portava sul suo viso una espressione di fierezza, poco consono allo stato monacale; la sua beltà giovanile, così sfolgorante, così seducente, persisteva anche sotto quegli umili panni. Non le avevano tagliato i capelli, perchè questo sacrifizio si compie solo il giorno del voto; e le due grosse trecce non gonfiavano la cuffia bianca. Strana monaca, taciturna, con le sopracciglia aggrottate, con un viso che ancora serbava tutte le tracce delle passioni umane: strana monaca, dagli occhi che non s'inumidivano di lagrime, anzi da un fuoco interno che, forse, era odio!

Fra le due novizie, suor Serafina e suora Grazia, non si erano stabilite maggiori relazioni che con le altre monache: si vedevano, salutandosi, al coro, al refettorio, alle preghiere, nei chiostri. Non una parola scambiata fra loro: non un sorriso di più, nulla. Ma il contrasto fra i loro tipi era evidente anche agli occhi poco esperimentati delle monache sepolte vive: l'una, suor Serafina, snella, magra, bionda, già consunta dagli anni e dai dolori, coi begli occhi azzurri scoloriti, come stinti nelle lacrime, tutta preghiera, tutta raccoglimento, tutta dolcezza; l'altra, giovanissima, bruna, con le labbra rosse, con gli occhi ardenti, senza lagrime, piegandosi a pregare con lo stesso volto chiuso da un dolore che era collera. Pareva che, così diverse, le due novizie non si sarebbero mai potute intendere. Ma non fu così.

Due o tre volte, suora Serafina e suora Grazia si ritrovarono sole nel coro: la badessa permetteva loro di farvi delle più lunghe dimore, giacchè alle novizie si ama lasciarle a lungo in colloquio con Dio. Spesso, in questi prolungamenti, mentre suora Grazia teneva la bocca appoggiata sul suo rosario, a occhi bassi, senza dire orazioni, suora Serafina, accanto a lei mormorava le sue preci, intercalandole con qualche sospiro. Una volta, spezzando il silenzio a cui, sembrava, suora Grazia si costringesse da , ella chiese a suora Serafina:

— Che avete, mia sorella?

— Nulla, sorella mia, — aveva risposto l'altra con un sospiro.

— Voi soffrite, è vero?

— Sì, sorella.

Soffrite molto?

Immensamente.

Dio vi consoli, sorella.

— Così sia, mia sorella. —

E si tacquero, suora Grazia per discrezione e suora Serafina perchè aveva ricominciato a pregare. Per vari giorni non si parlarono, non essendovene occasione, ma un giorno si incontrarono nell'orto, mentre suora Grazia coglieva una rosa di maggio, tutta rorida di rugiada.

— Voi amate i fiori?

— Li amavo. …

— Non li amate più?

— I fiori sono per le persone felici, — disse suora Grazia, a voce bassa, curvandosi a odorare un bocciuolo.

— È vero, mia sorella.

— E voi, li amate?

— Sì, molto. Ma nel mio paese ve ne sono così pochi!

— È molto lontano, il vostro paese?

— Assai.

— Nel nord?

— Nel nord.

Freddo?

Freddissimo.

— Qui vi è il sole, — disse suora Grazia, levando gli occhi al cielo.

più si dissero altro, in quel .

Ma una notte, mentre ancora la sventurata Rachele Cabib che aveva cangiato il suo nome in quello di suora Grazia, vegliava, passeggiando nella sua celletta, non trovando riposo, le parve udire del rumore, nella celletta accanto, che era proprio quella di suor Serafina. Non vi badò; ma il rumore si ripetè. Era un lamento.

— Ella soffre, poveretta. … —

E s’inginocchiò sulla nuda terra a pregare, per vedere di trovar un po’ di sonno, un po’ di pace. Ma il gemito, dall'altra parte, continuava. Suora Grazia temette che l'altra novizia stesse male e avesse bisogno di soccorso. Pure, la badessa aveva espressamente proibito alle monache di uscire dalle loro celle la notte; e non arrivava a serrarle dentro, perchè era certa di essere obbedita. Ma di fronte a quell'angosciarsi della sua compagna, suora Grazia non resistette e non osando trasgredire gli ordini, bussò al muro mediano, ripetutamente: i lamenti si tacquero un minuto, poi ripresero:

Suor Serafina, suora? — disse suora Grazia, con la faccia appoggiata al muro.

Costei non le rispose. Un gemito più forte, anzi, le uscì dal petto. Suora Grazia non resse più e uscita dalla sua celletta penetrò in quella della sua compagna.

Suora Serafina aveva lasciata accesa, come ogni notte, una sua lampadina ad olio, innanzi a una immagine della Vergine: lampada fioca che non diradava completamente le ombre della stanzetta. Suor Serafina era a letto, supina; ma aveva gli occhi sbarrati, le labbra schiuse e le ceree mani distese lungo la persona, come quelle di una morta. All'aprirsi della porta, non si era mossa, come se non avesse udito:

— Mia sorella, Serafina, che avete? — disse suora Grazia, piegandosi su lei, prendendole una mano fredda.

L'altra novizia la guardò, come trasognata e disse, balbettando:

Muoio. …

Dove avete male? Ditemi; vi aiuterò.

— Al cuore. … — mormorò la infelice, quasi soffocando.

Difatti, suora Grazia, allora si accorse che la novizia affannava fortemente, che ogni tanto tentava sollevarsi sull'unico guanciale, quasi non potesse respirare.

— Che posso farvi, ditemelo?

— Nulla. … nulla. … — disse l’altra, come un soffio.

— Ma non posso vedervi soffrire così.

— Non importa, non importa, — mormorò la novizia, con un leggiero moto della testa.

Ma in questo momento il suo male le strappò un gemito più forte e si fece livida. Allora suora Grazia si slanciò su lei e la sollevò nelle sue braccia, perchè quella pareva che affogasse; la tenne stretta così, mentre quella muoveva la testa e la bocca quasi a bever l'aria che le sfuggiva. Tenendola abbracciata sentì che il cuore di suor Serafina batteva convulsamente, precipitosamente.

Dio mio, — pensòdovesse morire! —

Suor Serafina, però, in quella posizione, respirava meglio; potè dire:

— Se non mi alzavate, morivo. …

— Volete qualche cosa? Chiamo qualcuno?

— No. Sarebbe inutile.

— Così, senza soccorsi. …

Morire, non è un gran male, — mormorò la bionda e pallida novizia.

Poi, una nuova palpitazione la scosse, la convulsionò; ella si teneva stretta a suora Grazia; gemeva forte, senza fiato, coi denti stretti e le nari dilatate, cinerea nel viso.

— Oh Dio, muoio, muoio. …

Fatevi coraggio, sorella, coraggio. … —

Questo spasimo durò ancora una mezz'ora, nella quale suora Grazia tenne abbracciata suora Serafina, perchè ella non soffocasse; poi, l'angoscia si venne calmando, man mano, Grazia sentì chetarsi quel cuore sconvolto e farsi debole.

Meglio, è vero? — chiese a Serafina, vedendo che ella socchiudeva gli occhi, come esausta.

Meglio, sì. È passato: non morirò ancora.

— Questo male, lo avete sofferto altre volte?

— Sì: nel mondo.

— E non si può guarire?

Pare di no.

— È grave?

— È gravissimo.

Perchè vi siete chiusa, allora?

— Per vivere in pace, almeno, questo poco tempo che mi resta da vivere.

— E non avete trovato pace, mia sorella?

— No. Il mio male è implacabile.

— Abbiate fede!

— Ho fede, sì, ho fede, — balbettò suora Serafina, guardando nelle ombre della stanza.

— Un po’ di coraggio, anche!

— Ah quello, mia sorella, non lo ho più! — esclamò la novizia, crollando il capo.

— Avete avuto molte tribolazioni?

— Molte.

Grandi?

Grandi assai.

— Non ci pensate!

— Il loro pensiero è qui, — disse la novizia, indicando la fronte. — Ma quando mi angoscia troppo, discende sul cuore, come un peso di piombo e il mio male ricomincia.

— Non pensateci, calmatevi, — mormorò suora Grazia, non osando lasciare la malata.

— Voi siete buona.

— Anche io ho sofferto.

— Così giovane!

— Ho cento anni, per i dolori, — disse la povera ebrea fatta cristiana.

Poveretta, poveretta! —

Un ultimo spasimo le contrasse la bocca.

— Ecco, l'accesso è finito, — mormoròandatevene, sorella mia, non disobbediamo alla madre superiora.

— Non posso lasciarvi così.

— Non ho più nulla, vedete. Sto bene, — disse, con voce fievole, la inferma.

— Tutta sola, qui!

— È il mio destino. Solissima nel mondo. Chi mi amava, è sparito, — disse Serafina, a capo basso.

Morto!

— Come se fosse morto: o morto, se volete. —

E gli occhi di suor Serafina si riempirono di lacrime: ella si fece di nuovo pallidissima.

— Non pensate al passato, — mormorò suora Grazia, a voce bassa.

— Non posso non pensarci: è il mio incubo, — disse l'altra novizia — lo sapete. Dio ha forse concesso l'oblìo?

— Non ancora, — disse l'ebrea che aveva cercato rifugio nella fede cristiana.

— Non ne siamo degne, forse, — replicò suora Serafina, abbassando gli occhi.

— Avremo questa grazia, certo.

Speriamo in Lui! —

Così, in quella notte, le due novizie si lasciarono, giacchè pareva loro che avessero anche troppo disobbedito agli ordini della superiora. Nessun altro rumore giunse dalla celletta della novizia Serafina e Rachele Cabib ovvero suora Grazia potè supporre che ella si fosse addormentata. Lei, la neocristiana, non potè riprender sonno; il suo sangue ardeva troppo di collera e di dolore, come al primo giorno dei suoi terribili disinganni: ella era troppo giovane e troppo sana per potersi rassegnare, per poter dimenticare. La povera suor Serafina era una donna non più giovine e consumata dalla tristezza e dalla infermità, mentre suora Grazia, cioè Rachele Cabib, conservava tutte le potenze della vita, intatte.

Dall’indomani, una maggiore intimità si stabilì fra loro e l'una ricercava volentieri la compagnia dell'altra. Non già che parlassero del mondo, del passato; ma sentivano di esser venute dentro, spinte da una ragione quasi identica, sentivano di cercare insieme quella pace che la esistenza quotidiana non offriva più loro. Al coro si mettevano vicine, pregando insieme; spesso, s’incontravano in giardino, nelle poche pause fra un dovere religioso e l'altro. Prima di andare a dormire si salutavano, rimanendo un minuto insieme, innanzi alla porta delle loro cellette; ognuna rientrava, subito, nella gran solitudine notturna dove, spesso, nessuna delle due trovava il sonno.

La superiora osservava questa familiarità limitata e la sorvegliava, con occhio diffidente. Malgrado che fosse un'anima semplice, entrata in quel convento dalla giovinezza e rimastavi chiusa almeno quarant'anni, ella aveva pratica delle novizie e sapeva quanto è duro e difficile l'anno del loro noviziato.

Ella conosceva che il mondo parla a loro con tutte le sue voci, anche con quelle dei suoi dolori e che esse, le novizie, non possono dimenticare. Quell'anno di prova, spesso, riesce a male, giacchè colei che è entrata, non trovando pace nelle preghiere, nelle mistiche contemplazioni, è ripresa dal mondo. Ora, per la gloria di Dio e dell'Ordine, il monastero delle sepolte vive deve conservare tutte le anime che vi si vengono a rifugiare!

La madre superiora temeva che, fra loro, le due novizie si comunicassero troppe cose, parlassero troppo delle loro sciagure e che trovassero un ardente pascolo alla immaginazione, in quei discorsi. Veramente esse non discorrevano troppo ed ella non aveva fatto loro, ancora, nessuna rampogna. Soltanto, un giorno, le parve che suor Serafina piangesse, al coro, e che Rachele Cabib, ossia suora Grazia si chinasse, due volte, a dirle qualche cosa di confortevole, all'orecchio. Dopo il coro, ella avvertì la bionda e pallida novizia di venire nella sua cella.

Essa era austera come tutte le altre e un crocifisso d'avorio era sulla tavola, presso la quale sedeva la madre superiora. L'antica monaca teneva le dita incrociate sul suo rosario; e dal volto scialbo e rugato, dagli occhi grigi e velati, traspariva una grande bontà.

— Mia figlia, io ho a dirvi qualche cosa, — ella si volse a suor Serafina che, ritta, la guardava coi suoi occhi gonfi di lacrime.

Parlate, mia madre.

— Voi avete pianto, al coro?

— Sì, madre.

— Il vostro cuore è oppresso?

— Sino a morirne, mia madre.

Pregate, mia figliuola, pregate molto.

— Lo faccio, lo faccio.

— E ancora non otteneste pace?

— Ancora, no.

— Ci vuole perseveranza.

— Non avrò pace che con la morte, — mormorò la novizia, non più giovine, abbassando gli occhi.

— Queste sono parole disperate e non voglio udirle da voi, — disse la superiora, aggrottando le ciglia.

— Mia madre, perdonatemi!

— Bisogna dominare anche i nostri dolori, — replicò più mitemente la badessa, di fronte alla umiltà della novizia.

— Come fare?

Pensate che il mostrare le lagrime è dare scandalo!

Madre mia!

— Così è. È aspra la legge, ma bisogna subirla. In un convento, tutte le manifestazioni della vita debbono essere coordinate: la regola è assoluta. Neppure piangere si può in pubblico.

— Ciò è così crudele!

— Mia figlia, riflettete. Tutte le suore, al vostro pianto, si distraggono dalle orazioni; la curiosità le vince ed esse cadono in peccato. Anche il pianto è una tentazione.

— Mia madre, mi frenerò.

Fatelo! D'altronde, farsi vedere a piangere, significa mostrare che la grazia del Signore non ha ancora toccato il vostro cuore; ciò è così male!

— Come fare? Io sono, certo, una creatura indegna.

— Tutti siamo indegni. Ma chiedete questa grazia e l'avrete. Poi, pensate anche a colei che avete accanto, al coro. …

Suora Grazia?

— Sì, anch'essa è novizia. Voi la scoraggiate, piangendo.

— Anch'essa piange, talvolta.

— Lo so. Sono le tracce del mondo, che non vogliono ancora scomparire. Avete scambiato delle confidenze, è vero?

— No, madre.

— Qualche cosa, almeno?

— Qualche cosa vaga.

— Avete fatto male. Non dite altro. I dolori si esaltano, parlandone. Confidatevi solo a Dio, al confessore e a me, se avete bisogno di espansione umana.

Ubbidirò, mia madre.

— Voi siete figlia, per me, — disse la superiora, con voce più affettuosa. — Se vi è cosa che io desideri, è di vedervi serena in Dio. —

La novizia si chinò e le baciò la mano.

Poi, uscì. La badessa si fece il segno della croce e disse sommessamente una breve orazione. Fu bussato alla porta della sua celletta, pian piano:

Entrate, mia figlia, — diss'ella.

— Sia lodato Gesù e Maria, — mormorò suora Grazia, la povera Rachele Cabib, entrando.

Oggi e sempre, — rispose la superiora, segnandosi.

Tacquero. La badessa pensava, raccolta in .

— Mia madre mi ha fatto chiamare?

— Sì, mia figliuola.

— E che debbo fare, per obbedirvi?

— Volevo dirvi qualche cosa. La vostra intimità con l'altra novizia mi spiace.

— È malata, è mortalmente malata.

— Lo so. Assistetela, ma non più che fareste con un'altra. Tutte vi sono sorelle, qua dentro.

— Ella soffre più delle altre, forse.

— Tutte abbiamo sofferto.

— Anche voi, madre mia?

— Anche io!

— E ora?

Ora non soffro più.

Dio vi ha concesso la pace! — e l'ebrea fatta cristiana sospirò profondamente.

— La concederà anche a voi.

— Chi sa!

— Il dubitare è un peccato.

— La mia vita è stata tutto un tramite di dolori, mia madre, — disse suora Grazia, con accento desolato.

— Voi pensate troppo al mondo.

— Come non pensarvi?

Dimenticate, dimenticate.

— Oh madre mia, se sapeste?

— Qualche cosa mi avete detto. Parlate ancora, se ne avete bisogno.

— Ho ancora visto in sogno mia madre, — mormorò suora Grazia, a bassa voce.

— Ella è morta, è vero?

— Non lo so.

— Non lo sapete?

— Mio padre, Mosè Cabib, volle sempre farmi credere che ella fosse morta; ma io non lo credo.

Povera figliuola, — disse la badessa, facendo un atto fuggevole di carezza verso il volto solcato dal dolore di suora Grazia.

Madre, io la vedo sempre, in sogno. È lei che mi ha spinto a farmi cristiana; è lei che mi ha fatto fuggire di casa mia; è lei che mi ha consigliato di chiudermi in un convento. …

— Sempre in sogno?

— Sempre!

Anima santa?

Ritengo che sia cristiana anche lei, o mia madre.

— Come si chiamava?

Sara. Ma deve aver cangiato nome.

— La credete viva?

Fermamente, sì.

— E non l'avete cercata?

— Ho tentato. Come potevo, sola, povera, abbandonata, perseguitata?

Perseguitata?

— Non vi hanno scritto che qualcuno mi cercava?

Sì. …

Marcus Henner! Uno spirito infernale! Il mio più terribile nemico!

— Vi amava?

— Sì: lo diceva. Un impostore, un sacrilego, madre, che osava portare il nome del divino Gesù!

— Come?

— Già, si faceva chiamare il Maestro.

— Ma che era?

— Un gobbo, un mostro. Credo che adoperasse la magìa; certo, conosceva dei fascini.

Dio ci scampi! E gli siete sfuggita?

Miracolosamente. Ma, vedrete, mi cercherà anche qui.

— Qui, è impossibile. Non si penetra che con un permesso del vicario.

— L'otterrà! Dio mio!

— No. Non temete. Non fu il vicario a raccogliere l'abiura, a mandarvi qui?

— Sì.

— Non sa egli tutto?

— Sì.

— Non gli avete detto che è questo mostro?

— Sì, sì, madre mia, ma temo tanto! Egli è l'origine delle mie sciagure.

— Voi amavate qualcuno, è vero? — riprese lentamente la madre badessa.

— Sì, — disse con voce fievole, Rachele Cabib, abbassando il capo.

— Un uomo libero?

— Sì.

— Un cristiano?

— Sì.

— Vi amava?

Mentiva! — gridò la novizia, lampeggiando dai begli occhi neri.

— Mia figlia, mia figlia, calmatevi, non parlate così. Avete bisogno di sfogare, ma non vi abbandonate alla passione, vi dovrei punire.

— Quell'uomo mi ha ingannata, madre. Dio gli perdoni! Io. … non posso.

Perdonerete, perdonerete. Vi aveva fatto dei giuramenti?

— Sì, sacri, innanzi a Dio e alla Madonna. Doveva sposarmi, quantunque fosse cristiano, nobile e ricco. …

— Troppa lontananza, figliuola mia. E gli metteste fede?

Completa. Mi fu fedele, un anno.

— E poi?

— Mi tradì. Fu trovato mortalmente ferito sulla soglia della casa di una sua amante.

— Ed è morto?

— No, non è morto.

— Non lo avete riveduto?

— No. Avrei dovuto ricercarlo in casa di lei; colà era stato ricoverato.

— Chi lo aveva ferito?

— Un suo intimo amico, ma suo rivale, il conte Roberto Alimena.

— E costui?

— Fu incarcerato. Pendeva il processo, quando sono entrata qui.

— Che cose orribili!

Atroci, madre mia. Oh, che giorno fu quello, per me! Ero fuggita di casa mia, con Rosa, sole, di notte, esposte a mille rischi. … per le vie di Roma. … come due pazze. … come due avventuriere. …

— Avete potuto fare questo?

— Quell'uomo mi perseguitava. … dovevo fuggire. … ero perduta. …

— Oh, povera figliuola!

— La più misera di tutte le creature umane, mia madre.

— E che avvenne? —

Suora Grazia tacque un pochino, abbassando il capo sul petto.

Il più penoso che dovesse dire, era proprio quello, il racconto della notte fatale in cui era fuggita dalla casa del vicolo del Pianto ed era andata dal conte Ranieri Lambertini, giù, al portone, come una poverella.

— In quella notte, madre mia, ho sofferto quanto umanamente si può soffrire, credetelo, per quanto noi amiamo la Vergine!

Dove andaste?

— A casa di lui.

— Così, tutta sola?

— Con Rosa. Del resto, avevo una fiducia assoluta in lui. Doveva sposarmi, perchè mi amava, perchè lo amava. E poi, madre. … quell'uomo. … quel mio persecutore. … mi faceva troppo spavento!

— Ebbene?

— Ebbene, egli non vi era.

Dio mio, quale sgomento!

Restammo mezz'ora, fuori quella porta, a notte alta, quasi all'alba, esposte alle curiosità malevoli di chiunque passasse!

— E poi?

— Poi, ci aprirono: il portiere ci disse che non vi era.

— Ve ne andaste?

Dove andare? Da chi? Come? Restammo, con Rosa, aspettandolo.

— E non venne?

— No. Non venne.

Era partito?

— In quella notte era stato ferito mortalmente.

— In quella? … Che cosa terribile!

Terribile, terribile, madre mia.

Povera fanciulla!

— E lo seppi da un servo, sotto un portone, e mi fu soggiunto che era in casa di lei, della contessa Loredana. … Io non vi andai!

— Faceste bene.

— Ma quanta è stata la mia angoscia, o madre, non la potete immaginare. In cinque minuti, crollate tutte le mie speranze, senza più padre, senza più sposo, senz'amore, senza casa, senza nulla, mia madre, in cinque minuti.

Dio! Dio! — mormorò la vecchia monaca che si era lasciata prendere anche lei da quel soffio ardente di dramma.

A capo basso, la novizia era assorbita dalla rinnovata tetraggine dei suoi pensieri. L'occhio vivido era secco; s'intendeva che ella non piangesse mai, nelle ore di strazio, sofferendo mille volte di più. Tutta l'alterezza di un animo nobile e fiero spasimava innanzi a quel tradimento, a quell'abbandono, ma non si arrendeva.

— E che faceste, allora?

— Non so. … non so bene dirvi, il mio stato. Mi vidi perduta. Non avevo che quella misera serva, ignorante, contadina, rozza; eppure, essa mi salvò.

— Essa?

— Sì. Dio agisce per vie così umili! Ella conosceva un ritiro di dame sole, quasi monacale: vi andammo. Non volevano accettarci. Ma quando seppero che ero ebrea e che volevo farmi cristiana, ebbero pietà di me e mi tennero. Ma rimasi colà in preda al più grande dolore e al più grande spavento.

Temevate quell'uomo?

— Sì! Ero straziata per il tradimento di Ranieri e avevo una paura orribile del gobbo.

Rimaneste in quel ritiro?

— No. Mi avrebbero scoperta. Da sicuri indizi ero certa che mi cercavano alacremente.

— A chi ricorreste?

— Al vicario. Egli mi fece condurre a Torre degli Specchi, dove restai del tempo, ancora. Ma neppure ero al sicuro. Appena entravo in un monastero, dopo pochi giorni ricominciavano ad apparire delle facce losche, accadevano dei fatti atroci, delle cose sospette si manifestavano. …

— Una persecuzione implacabile!

Implacabile! Avete detto la parola, madre mia; ma Dio mi aiutava.

Cambiaste vari monasteri?

— Sì, tre, in Roma. Sono stata anche a Spoleto e a Rovigo. Ho viaggiato, vestita da monaca velata, di notte, sorvegliata. Ma che!

— Da ogni posto siete venuta via, per lui?

— Sì.

— Non era una vostra fantasia?

— No. Io non ne sapeva nulla.

— Come?

— Erano le madri superiori che si accorgevano di queste indagini, di questi volti equivoci, di questi pericoli. …

— Ebbene?

— Mi mandavano subito altrove!

— E poi?

Dissi al vicario: trovatemi un convento dove si muoia alla vita, per sempre, donde io non possa uscire, neanche cadavere, dove nessuno, mai, possa entrare, trovatemelo, vi entrerò, sarò monaca di quest'ordine, sparirò, sarò morta!

— E allora?

— Allora, egli mi rispose: giacchè lo volete, vi manderò alle sepolte vive di Napoli. E, sono qui, madre.

Dio vi conforti, mia figlia, perchè i vostri venti anni sono stati una desolazione. Qui, nessuno vi troverà.

— Ne siete certa? —

La monaca ebbe un pallido sorriso.

— Qui si è morta, figlia mia, al mondo, morta materialmente e moralmente.

— Egli non mi troverà?

— Come trovarvi?

— E se sospettasse?

— Non entrerà.

Credete, credete?

— Non entrerà.

— Se andasse dal vicario del Papa?

— Non vi andrà; e vi andasse, non entrerebbe qui.

— Oh madre mia! — disse suora Grazia, in un impulso di tenerezza, inginocchiandosi innanzi a lei e baciandole la mano.

In questo momento, fu bussato alla porta della celletta. La badessa, invece di dire avanti, andò lei ad aprire la porta. Era la conversa che stava al portone.

La conversa parlò sottovoce con la madre superiora, per un momento; costei restò perplessa, senza rispondere. Poi, rimandò via la portinaia, con un ordine sommesso, e ritornò nella celletta. Suora Grazia, la povera, la infelicissima Rachele Cabib, si era inginocchiata e con la faccia tra le mani, pregava.

— Mia figlia? — chiamò la badessa.

Madre?

— Il vostro animo è più calmo?

— Sì, abbastanza.

— Lo sfogo che avete fatto, è stato benefico, dunque?

— Sì, mia madre.

— Vi sentite più forte?

— Che volete dire, madre? — ella domandò, con voce subitamente angosciata.

— Non vi allarmate: ho da darvi una notizia.

— Quale notizia? Quale?

— Eccovi turbata di nuovo. Evidentemente, siete troppo poco forte e io non vi dirò nulla.

— Per pietà, madre, parlate!

— Mi promettete di essere tranquilla?

— Sì.

Promettetemelo per la Vergine dei Dolori a cui siete devota.

— Lo prometto, — disse solennemente suora Grazia.

Un minuto di pausa vi fu, fra le due donne: poi la superiora riprese:

— Vi è qualcuno che desidera parlarvi.

— Qui?

— Sì.

— Una monaca?

— No, gente di fuori.

Gente di fuori? Ma chi? Ma chi? — gridò Rachele, con le guance accese subitamente.

Figliuola mia, e la calma?

— Oh madre, che sgomento! È lui, è lui, non è vero?

— Chi, lui?

Marcus Henner, il perverso, il mostro, il mio persecutore!

— Vi ho detto che egli non avrebbe mai posto il piede qui dentro!

Vedete, mi cercano!

— Non è lui.

— E chi è?

— Una donna, figliuola mia.

— Una donna?

— Sì, Rosa, la vostra domestica, quella poveretta che vi ha tanto aiutata. —

Un sospiro di sollievo dilatò il petto di suora Grazia.

— Meno male, — mormorò.

— È giù, Rosa, — disse la badessa.

Suora Grazia non rispose.

— Volete voi vederla? — riprese la vecchia monaca.

La novizia levò gli occhi, quietamente, e rispose:

— No, mia madre.

Perchè?

Perchè, no.

Ditemene la ragione.

Madre!

— Io debbo saperla.

— Non voglio avere nessun contatto col mondo.

Comprendo. Ma costei era la sola persona, umile e servizievole, che vi abbia voluto bene.

— Gli affetti umani non mi riguardano più.

Va bene; ma costei vuole forse vedervi per l'ultima volta.

— No, madre. L'ho salutata, l'ho baciata. Non ho più nulla da dirle, più nulla da udire.

— Chi sa, poveretta, avrà qualche bisogno!

— Le ho dato tutto quello che possedevo.

— Non volete vederla?

— No.

— Io debbo insistere, con voi. Non volete vederla?

— Ma perchè, madre, insistete?

Perchè è il mio dovere. Siete novizia e non posso separarvi totalmente dal mondo.

Pure, non dovreste lasciare le tentazioni giungere sino a me.

— V'ingannate. Ho fede in voi e so che resisterete. Queste prove sono necessarie, — disse teneramente.

— Io non voglio vedere Rosa, — disse con voce fievole suora Grazia.

— Ma perchè?

Perchè ella mi ricorda il mio fatale, il mio sciagurato amore, perchè mi parlerà di Ranieri Lambertini!

Speriamo di no, — disse la badessa, a voce bassa.

— Sì, me ne parlerà e io mi sentirò schiantare il cuore, mia madre, questo povero cuore ferito e trambasciato! Oh! non fatemi andare giù, mia madre, lasciate che io resti sempre sola, che io possa dimenticare! —

E cadde inginocchioni innanzi alla madre superiora, tenendole le braccia.

Alzatevi, — disse costei. — Manderemo via Rosa. —

E uscita sulla porta della sua celletta, chiamò una conversa. Dopo pochi minuti, la portinaia riapparve.

Direte a quella buona donna che la novizia suora Grazia non può discendere. —

La portinaia crollò il capo.

Reverenda madre, essa non vorrà andar via.

— E perchè?

Perchè si è seduta, perchè ha detto che aspetterà anche due ore, anche un giorno, ma che non vuole andare.

— Ebbene, la convincerete ad andarsene.

Dirò che Vostra Reverenza non vuole.

— Non già. È proprio la novizia, che non vuole scendere.

— Sono io, — disse suora Grazia, con voce ferma. — Non posso scendere, non voglio scendere.

Andate, Maria Crocifissa. —

Costei uscì, lentamente.

La superiora guardò la novizia, con un pallido sorriso.

— Avete fatto bene, mia figlia. Dio vi assista!

Beneditemi, mia madre. È l'ultima rinunzia, questa. —

E curvò la bianca fronte, su cui la madre superiora posò la mano scarna e un po’ debole.

Una luce vivida apparve negli occhi della vecchia monaca e la sua voce ebbe una velatura di emozione, dicendo le sacre parole:

Dio, benedite quest'anima che è vostra! —

Ma come la novizia, a capo basso, pallida in volto, si disponeva per la seconda volta a escire da quella celletta, dove era restata così a lungo, Maria Crocifissa, la conversa, rientrò e disse:

— Non vuole andar via, quella donna. Dice che ha cose della massima gravità da comunicare alla novizia.

— Io non voglio discendere, — mormorò suora Grazia, un po’ scossa, ma con voce ancora ferma.

Sostiene che ha notizie di una persona assai cara alla novizia, — ripetè monotonamente la conversa, che era abituata alla parte meccanica dell'ambasciatrice.

— No. … — balbettò suora Grazia, con voce fievole.

Credete che si tratti di lui? — disse la madre superiora, all'orecchio della novizia.

— Lo credo: è di Ranieri che vuole parlarmi.

— La novizia non può discendere, — disse con tono austero la superiora.

Maria Crocifissa sparve di nuovo. Suora Grazia era livida in volto.

— Voi soffrite assai, mia figlia? — chiese la badessa.

— Assai, assai.

Andate in cappella, a pregare. Dite le laudi della Madonna.

— Le dirò, madre, — rispose la povera Rachele Cabib, con viso e voce di disperata.

Uscendo, ella pensò di aver compiuto l'ultimo sacrificio a Dio. Respingere Rosa che le portava notizie dell'unico uomo che aveva amato, della persona in cui ella aveva riposte tutte le sue speranze, era stato un atto di suprema volontà, ma il suo cuore ne soffriva orribilmente. Pieno di orgoglio, questo cuore che aveva adorato Ranieri Lambertini, adesso era affogato in un'amarezza senza confine, sentiva di non poter perdonare il tradimento. Di un temperamento sano e vivace, di un carattere leale e forte, Rachele Cabib non trovava niuna giustificazione a quel tradimento così volgare, così ignobile, commesso in pieno amore, perpetrato con una brutalità che l'aveva atterrata. Sì, Ranieri Lambertini era stato subito punito del suo grave errore; egli aveva incontrato una ferita mortale, forse la morte, sulla porta della perfida Sirena che lo aveva ammaliato; ed era stato per mano di un amico, amico infido, che egli era stato colpito, a tergo, dicevano. Forse egli non era morto! Che ne sapeva, lei? Povera pecorella smarrita, ella era andata a ricoverarsi sotto le ali proteggitrici della religione, ed era passata di convento in convento, perseguitata dallo sgomento di Marcus Henner, credendo almeno di essere perseguitata da lui, non avendo neanche pace nel chiostro e finendo per venire a seppellirsi viva sotto quel terribile ordine di sepolte. Morto! Anche lei, oramai, era morta al mondo ed erano stati inutili la sua gioventù e la sua bellezza, era finita ogni sua speranza, era spezzato ogni suo vincolo con l'esistenza; ed ella si sentiva morta.

Che venivano a chiamarla, nella sua tomba? Perchè sollevarne la lapide funeraria? Che volevano mai dirle? Forse egli era vivo; ma ella era morta. Forse egli era vivo, ma l'amore non crollato, dileguato; il beffardo tradimento rideva e sghignazzava su quella rovina. Che le importava, se egli fosse vivo? Morto l'amore e morta lei.

Prostrata sul freddo marmo del coro, ella cercava invano di piegare la sua attenzione e la sua anima alle dolci laudi della Vergine, in cui tante volte aveva versate la piena del suo sentimento; ma il suo cuore trafitto, piagato, era profondamente distratto dalle preci. Come Lazzaro, ella si lagnava che la venissero a trarre fuori dal suo sepolcro; e la luce della vita le sembrava odiosa. Non aveva pace. Si levò, andò verso la grata che affacciava nella chiesa bassa di suor Orsola Benincasa, fittissima grata, a cui era lecito di accostarsi solamente nelle ore delle grandi funzioni religiose, giù. La chiesa era deserta. Rachele Cabib appoggiò la fronte a quei legni incrociati e guardò. Ombra e silenzio, giù. Solo, accanto a un pilastro, Rachele che mirava con occhio avido, vide inginocchiata una donna. Il suo acuto sguardo aquilino riconobbe Rosa, la sua domestica, la fedele che voleva dirle qualche grande notizia, ma che ella aveva così reiteratamente respinta.

Ah che, in quel momento, il cuore della povera fanciulla ebrea, fatta cristiana, si franse in due, pensando che, forse, la verità e la vita erano in quella donna che, tutta sola, scacciata dalla presenza della sua padrona, pregava, inginocchiata!

Ella, dietro a quella grata, versò un fiume di lagrime cocenti, sapendo di non poter richiamare quella donna, sapendo che ella doveva essere coerente a stessa e ubbidiente agli ordini della madre superiora. Lei, Rachele Cabib, lei, la novizia delle sepolte vive, lei, suora Grazia, aveva detto di no, aveva respinto la verità e la vita raccolte in quell'umile servente. Come richiamarla? Come osar di dire alla superiora che si era pentita della sua fermezza e della sua astensione? Come confessare che il suo cuore, tutto destinato a Dio, ardeva ancora di passioni umane? Ella si tormentava, dietro a quella grata, con la fronte contro il legno, con la voglia di gridare a Rosa che tornasse, che risalisse sopra, che bussasse alla porta del convento ed ella sarebbe discesa, a piedi scalzi, anche, per sentire da lei che cosa dovea dirle; ma la voce soffocata non le usciva dalla strozza, una irrefrenabile vergogna le faceva ardere il viso. Torturandosi nella sua impotenza, ella vide Rosa pregare a lungo, poi levarsi pian piano, farsi il segno della croce, attraversare la chiesa, salutare l'altare, in fondo alla chiesa, e sparire. Finito tutto, dunque?

Come folle, Rachele Cabib uscì dal coro, per i chiostri; sperava che Rosa, da , avesse insistito per entrare, fosse ritornata; sperava di incontrare la conversa portinaia, Maria Crocifissa, che venisse a richiamarla. Nessuno, nessuno. Ella sarebbe andata, ora; avrebbe disobbedito a stessa e alla segreta volontà della superiora. Ma nessuno apparve, salvo qualche monaca che andava attorno per faccende e che scambiava il solito saluto con suora Grazia. Tutto era finito.

 

 

 

III.

 

L'ODISSEA DI ROBERTO.

 

 

«Carissimo e venerato amico,

 

«La prima volta che io posso scrivere delle parole sopra una carta bianca e la penna non cadermi dalla mano agitata o esausta, la prima lettera che io posso scrivere, amico mio buono, è per voi! Voi rammentate la tenerezza che ha avuto per voi mio padre e io la rammento, è un ricordo ben dolce per questo povero cuore freddo, di scettico! Mio padre vi amava e siccome era un uomo giusto e buono, io ho imparato a rispettarvi e ad amarvi, da lui. Amo e rispetto così poche persone, io! La mia vita, sinora, è stata tanto gelida e tanto sciocca, che spesso io vi ho fatto pietà. È vero, che vi ho fatto pietà, a voi, pieno di talento e di coltura, cultore della scienza, amante pienamente corrisposto da essa? Ho fatto pietà a voi, uomo operoso, uomo benefico, uomo che onorate e glorificate il vostro paese?

«Ebbene, ora, vi faccio pietà perchè la mia vita non è più fredda, ma ardente, non è più sciocca, ma tragica! Quanto vi siete dovuto sorprendere, alla notizia strana e terribile! Avete dovuto domandare a voi stesso se era proprio di Roberto Alimena, del figliuolo del vostro amico d'infanzia che si trattava, di assassinio, di carcere, di processo, di galera! Ebbene, sì, per quanto ciò paia ancora inverosimile e sopra tutto a me, che conosco la verità, sono proprio io, il conte Roberto Alimena, il gentiluomo, lo sportsman, l'uomo ricco e felice, che sono accusato di aver voluto assassinare, per rivalità di amore, uno dei miei migliori amici, il conte Ranieri Lambertini; e ciò per una tale contessa Clara Loredana, una donna veneziana di oscura provenienza, malgrado il suo gran nome e di cui a me, a Ranieri Lambertini importava perfettamente nulla. Sono passati vari mesi, il mio amico è sempre malato, sebbene non più in pericolo, la contessa Loredana è scomparsa e io, uscito di carcere in libertà provvisoria, sono sotto processo per omicidio doloso. Bellissimo!

«Quanto tempo sono stato in carcere? Non molto, infine; ma vi giuro che vi sono stato malissimo. Io ho bisogno di un tappeto, in terra, per contemplare meno odiosamente la vita, e in carcere, strano a dirsi, non hanno voluto concedermi questa cosa tanto necessaria. Io ho bisogno di uscire, per essere meno annoiato e, in carcere, maestro mio, credetelo, non vi lasciano uscire! Io scherzo, ora; ma non ischerzavo, allora! Francamente, questa bizzarrìa del destino che mi cambiava di gentiluomo in assassino, che mi trasportava dall'albergo al carcere, dal carcere alla galera, forse, questa stravaganza mi parve un po’ forte. Ero, come sapete, pronto a tutto. Dal giorno in cui, nel treno che mi conduceva da Napoli a Roma, io ho incontrato il terribile gobbo dagli occhi verdi, da che, nel salotto dell’Albergo d'Europa, a Roma, io ho scoperto la bellissima mano di donna, tagliata, io ho detto a me stesso e ho ripetuto a voi, che aspettavo i più strani avvenimenti. Due o tre volte, la mia vita è stata messa in grave periglio, ma vi sono sempre sfuggito; questa sventura che mi ha colpito, questa mi è stata inaspettata. La mano tagliata, quella mano che io amo, che io adoro, è sempre presso di me, io la custodisco così gelosamente, che dovranno uccidermi per strapparmela: ma io sono un uomo rovinato, perduto. Quell'uomo mi ha perduto!

«Debbo io dirvi che non ho attentato alla vita di Ranieri Lambertini, che egli non amava la contessa Clara Loredana, che io non amavo questa donna e che giammai vi è stata lite, fra noi? Voi non lo avete mai creduto. Voi siete subito venuto a trovarmi, in carcere. Non vi hanno lasciato entrare. Ero alla segreta. Avete tentato di nuovo. In quel giorno, mi avevano messo in libertà provvisoria e io era subito partito per Milano, donde vi scrivo, dalla mia vecchia casa, dove gli antichi ritratti dei miei antenati pare che mi guardino con commiserazione per i guai dove mi sono andato a ficcare. Ma nessuno di loro, io credo, ha mai trovata, in un viaggio, una stupenda mano di donna, tagliata, tutta ricca di gemme preziose e come viva. Queste cose, anticamente, non accadevano: sono cose modernissime, vingtième siècle!

«Io non ho ucciso, non ho ferito, non ho fatto niente di male, mio amico, ma sono in preda a una fatalità oscura, dacchè il singolare avvenimento mi è accaduto. Quell'uomo mi odia, mi perseguita, perchè quella mano mi appartiene, perchè io non voglio restituirgliela, perchè io l'amo, perchè io sono convinto che appartenga a una persona viva, perchè io adoro colei cui è stata tagliata questa mano, perchè io la cerco, perchè io la troverò, perchè io credo di averla vista. Sono rovinato e perduto, ecco. Non ho fatto nulla, ma tutte le prove sono contro me, persino la testimonianza della contessa Clara Loredana, mi dicono: non potrò, forse, mai convincere i miei giudici della mia innocenza. Il piano organizzato da quell'uomo è stato così magistralmente combinato, è stato tanto terribilmente condotto, che io sono chiuso in una rete da cui non arrivo a distrigarmi. Tutta la trama è così felice, che io mi chieggo, talvolta, se non sono sonnambulo o ipnotizzato, e se io non abbia, forse, nel sonno, tentato di uccidere Ranieri Lambertini. Figuratevi se arriverò mai a convincerne i miei giudici! Egli mi ha voluto perdere e mi ha perduto. La partita, in questo momento, è sua; forse, sarà sua per sempre, se qualche miracolo non accada. La mia reputazione è andata. Se per questo miracolo che, forse, l'anima benedetta di mia madre opererà in mio favore, io giungo ad essere assolto, non riabiliterò mai la mia reputazione, fra i miei pari e molte gioie mi saranno tolte. Malgrado ogni mia riabilitazione, si dirà sempre:

«— Roberto Alimena? Quel tale che fu accusato di assassinio?

«— Sì, una brutta istoria?

«— Ma era innocente, pare?

«— Dissero così; ma non si è mai saputa la verità. —

«E questo sarà il dialogo più mite. Ma che importa? Oramai, è andata. Ho giuocato. Ho perso. Ma la mano di quella donna è presso di me. Egli non l'ha ancora. E io sono libero, infine. Ho denari. Ritengo che se passo il confine, le autorità me lo lasceranno passare.

«Direte, forse, amico mio, che la testimonianza di Ranieri Lambertini potrebbe salvarmi completamente. Sì, è vero. Ma, nel periodo della prima istruzione di questo che sarà un singolare processo, la pugnalata terribile che egli ha presa, fra le due spalle, ha messo questo giovane a contatto della morte, per più di un mese. Il polmone era stato toccato, la lesione non si cicatrizzava e Ranieri, sopra tutto non poteva parlare.

«Poi, sapete dov'era? Nella medesima casa della contessa Clara Loredana, di questa bella e misteriosa donna, di colei che io ritengo la complice assoluta e necessaria delle macchinazioni di quel gobbo infernale, contro me e contro Ranieri! Egli fu colpito alla sua porta e cadde svenuto, nel sangue: impossibile trasportarlo via, lontano, a casa sua. Dunque, da lei! Una catastrofe, amico mio!

«Ma mi avveggo che non vi ho raccontato per filo e per segno il mio delitto, cioè il delitto di quell'altro. Dovevo partire per Milano, vi rammentate? In quel paese volevo andare a raggiungere la mano tagliata che io aveva segretamente spedita, colà. Però, al penultimo giorno, una grande esitazione mi aveva vinto; Ranieri ed io, andando in carrozza per il Corso, insieme a una bella donnina di nessuna serietà, avevamo incontrato il gobbo maledetto, in carrozza, anche lui, con una donna vestita di bianco. L'avevamo inseguito follemente, sino fuori porta Pia, lontano lontano, di notte, sopra una via pericolosa, oscura; ma lo avevamo perduto di vista. Pure, pure, mio amico e mio maestro, quella donna sconosciuta, tutta bianca, mi aveva gettato un fiore, in piazza Venezia e nel fare questo gesto si era levata ed io ho visto, credete, credete, ho visto che aveva un braccio tagliato. No, non è stata un'allucinazione, quella donna esiste, quella donna vive, io l'ho incontrata, l'ho inseguita, essa mi ha guardato e mi ha sorriso! Credete, quella donna è lei, colei che io cerco, quella su cui è stato commesso tanto orribile delitto, una povera vittima, non tanto più giovine, ma ancora giovine, ma seducente, nella sua aria sconvolta, dolente, folle. Uno spettro, amico mio, ma una creatura vivente, anche, che io andrò a cercare in capo al mondo, poichè io l'amo, come ho amato la sua bella mano tagliata. Ora, dopo quell’inseguimento infruttuoso, Ranieri ed io eravamo restati agitatissimi. Anche il mio amico era in uno stato patologico, visto che era molto contrastato in un suo grande amore e visto che era circondato da grandi pericoli. Non so come, non so perchè, ambedue ci trovammo d'accordo a credere che la medesima persona, che quell'uomo volesse la rovina di entrambi e la nostra morte. Ranieri non ne aveva nessuna prova certa, ma ne possedeva la convinzione morale.

«Io ero sicuro che egli ci perseguitava senza darci quartiere. Difatti, in due giorni che eravamo stati insieme, avevamo schivato per miracolo, tre o quattro accidenti dove potevamo perire. Ranieri, forse, era più inquieto di me. Egli teneva moltissimo a quella donna che egli adorava e che lo adorava; e l'ha perduta miseramente e per sempre!

«In mezzo a questi profondi sconvolgimenti morali, qual demone ha suggerito a me o a lui, di tenere l'invito della contessa Clara Loredana e di passare la serata con lei? Chi sa! Era il nostro destino, pare, che ci spingesse colà. Vi andai io, prima, verso le dieci e mezzo. La contessa abitava in un villino dei quartieri nuovi, nel fondo di un giardino. Un sol fanale illuminava il piccolo viale, prima di giungere al peristilio del villino; tutto il giardino restava, quindi, in ombra. Ho bussato e il cancello mi si è schiuso avanti, aperto per incanto, come nelle case delle maghe; mi sono avanzato nel viale, sono penetrato in una vasta anticamera, dove un servo in livrea, muto e rispettoso, mi ha tolto il paletot e il cappello. Sin qui, nulla che non sia banale, è vero? Vedrete dopo, come questo che somiglia al più stupido dei racconti, prenda poi l'aspetto il più tragico.

«La contessa Clara Loredana è una bellissima donna, molto bella e fin troppo bella; è elegante e fin troppo elegante; civetta, civettissima e fredda come tutte le donne che hanno questo grazioso difetto, che a me non dispiace tanto. Ella è una donna senza uno stato civile molto preciso. Riceve solo uomini e qualche rara signora; ricevuta qua e , non moltissimo e non nelle primarie case, ma ricevuta; ricchissima, ma senza una fonte bene sicura delle proprie ricchezze; maritata apparentemente, ma senza nessuna traccia del conte Loredana, se morto, se partito, se carcerato, se sparito; senz'amanti, almeno in vista, ma, certo, donna non difficile, in alcune date circostanze, e con un contegno talvolta obliquo, sparendo per intiere settimane, assente non si sa dove, riapparendo a un tratto, senza dare notizia dei suoi viaggi; del resto, in nessun rapporto di amicizia con altre famiglie veneziane che sono in Roma, ma chiamandosi Loredana seriamente, a confessione di queste medesime famiglie. Un mistero, un'avventuriera, io ritengo; certo, anche una spia; certamente, una complice di quell'uomo.

«Ella mi ha trattato con molta cortesia in quella sera fatale e ha civettato con me sino all'esagerazione. In fondo, mi piaceva poco! e il mio spirito era tutto preso da quell'altra, dalla donna dalla mano tagliata. Ma io sono anche un uomo, un giovane e tutta la mia ideale passione non mi avrebbe impedito di prendere per amante la contessa Clara Loredana, se ella lo avesse voluto. Parea che lo volesse, non immediatamente, forse, per suo decoro, ma dopo una certa resistenza. L'avventura mi tentava così e così. In quel frattempo venne Ranieri.

«La Loredana si mise a sbeffeggiarlo amabilmente, per quel suo certo amore, di cui ella doveva sapere qualche cosa e per cui egli si manteneva lontano da ogni flirt. Il Lambertini le rispose un po’ scherzando, un po’ seriamente; mi accorsi, allora, e me ne insospettii, che ella aveva tentato di sedurlo, ma che non ci era riescita. Da questo, però, al credere che ella fosse un agente del gobbo malvagio, ci correva, e la conversazione continuò, in tre, molto graziosamente.

«Però, due o tre volte, mentre la mezzanotte si avvicinava, mi parve osservare che la contessa Clara Loredana avesse qualche momento di sospensione d'animo: un po’ pallida, con le palpebre che le battevano, ella pareva che ascoltasse qualche rumore lontano.

«Ma furono mie impressioni molto fuggevoli e le ritenni fallaci. Dopo un minuto, ella riprendeva la sua grazia e i suoi sorrisi assassini, ella mostrava il suo bel piede fine e lungo, ella civettava con ambedue, in modo incantevole. Io pensavo che, per un mesetto, ella avrebbe potuto essere una graziosa amante.

«Però, verso la fine della serata, in certi segni d'impazienza, in certi sorrisi deliziosi a me rivolti, apparve manifesto il desiderio, in Clara Loredana, che io restassi con lei più tardi di Ranieri Lambertini. Io me ne stupii e me ne annoiai. Non merito e non vorrei avere la reputazione del casto Giuseppe; ma quella cosa mi pareva troppo rapida e troppo voluta. Infine, io era certo che la Loredana aveva tentato di sedurre Ranieri e non vi era riuscita. Perchè, adesso, me? Perchè questa coincidenza bizzarra? Noi due, sempre? Poi, a me piacciono le situazioni nette, con le donne: una signora onesta è una signora onesta, una cocotte è una cocotte, un'avventuriera è un'avventuriera; e queste tre professioni non si debbono mescolare, mai; e ognuno deve farla limpidamente, la propria professione. Che era, questa contessa Clara Loredana, che mi elargiva tante preferenze?

«Del resto, essa aveva finito per non rispondere più alle parole di Ranieri Lambertini e non si occupava che di me. Costui, che aveva compreso, mi diresse un amichevole e significativo sorriso e si alzò per andarsene. Perchè non lo seguii? Perchè non resistetti alle parole di Clara Loredana? Perchè fui così debole e così sciocco? Ella mi disse:

«— Restate un momento; debbo dirvi qualche cosa. —

«Che fare? Restai. Era un invito così sfacciato, così provocante, che mi parve esagerato, in una signora. Lambertini si accomiatò con un inchino e sparve. Quando ella lo vide andar via, un sospiro di sollievo le uscì dalle labbra, e io udii, piano:

«— Meno male. —

«Ebbene, ella non voleva nulla, neppure che io l'amassi, come avevo supposto, neppure che io passassi la notte con lei, come pareva fosse stato l'invito. Niente! Le mie galanterie verbali furono accolte coi soliti sorrisi deliziosi, più meno; appena le ebbi baciata la mano, verso il gomito, ella ebbe uno sguardo austero. Tutto ciò potè durare un dieci minuti, o dodici. Le chiesi ancora una volta, se mi dovesse realmente dire qualche cosa; ella mi rispose sinceramente:

«— No. —

«Me ne andai, molto seccato. Vi ho detto, diletto amico, che la contessa Clara Loredana mi piaceva così e così. Ma, infine, ella mi aveva corbellato, innanzi all'amico Ranieri Lambertini. Costui, certo, mi aveva creduto il felice amante della contessa in quella notte e, viceversa, quella donna incomprensibile mi mandava via, molto cortesemente, ma avendomi burlato in pieno. Ripeto, non potevano essere passati che dodici minuti dalla uscita di Ranieri Lambertini e contavo di raggiungerlo al Circolo delle Cacce, per dirgli la mia bizzarra avventura o, piuttosto, la mia banale non avventura. Volevo anche licenziarmi da lui, perchè volevo partire l'indomani per Milano. Uscii nell'anticamera e il solito servo muto m'infilò il paletot, e mi diede il cappello. Strano a dirsi, appena io fui uscito, le porte della villa si serrarono immediatamente e tutti i lumi si spensero. Era l'una dopo mezzanotte. Solo, in capo al vialetto, attaccato al cancello, vi era il lampione di cui ho parlato.

«Avevo indugiato sugli scalini del peristilio, per accendere un sigaro: poi avevo ripreso il viale, guardando in aria, quando inciampai in qualche cosa di nero e caddi lungo su questo qualche cosa, che, subito, nell'ombra, non potetti distinguere.

«Era il corpo di un uomo, disteso, caduto quasi in traverso della mia via: un ubbriaco, uno svenuto, un morto? Ebbi abbastanza presenza di spirito da rialzarmi, da accendere un fiammifero: e vidi un orribile spettacolo. Ranieri Lambertini giaceva esanime, con un viso bianco come la cera; una pozza di sangue circondava le sue spalle, il suo collo, aumentava sempre. Pareva morto. Egli teneva ancora il paletot, i guanti: solo il cappello era rotolato, nella caduta, del resto, nessuna traccia di lotta e un viso composto. Inorridii: ebbi uno schianto terribile, come mai. A quell'ora, in quella via deserta, in quel viale oscuro, in Roma, avere un agonizzante o un morto, nelle braccia, credete, non è una cosa preziosa. Io lo avevo sollevato da terra, un poco. Non pesava, era rigido, e avrei pensato che fosse morto, se non avessi inteso un fievole polso. Che fare? Che fare? Non osavo ributtare a terra, nel suo lago di sangue, quel morente e non poteva muovermi; avrei voluto suonare il campanello della villa, chiamare gente dalla via, ma non feci nulla, non feci che disperarmi presso quel povero assassinato …!

«Pure, dopo tre o quattro minuti, caso strano, apparvero due guardie di pubblica sicurezza, e due carabinieri, un po’ più tardi: caso che mi parve provvidenziale e che, poi, dovevo comprendere come fosse atrocemente premeditato. Dal primo minuto, le due guardie accolsero con diffidenza le mie dichiarazioni; i carabinieri andarono a cercare un medico nella farmacia notturna che è presso e, non so come, apparve anche un delegato. Un vero convegno, amico mio, a cui io non badai tanto, in quel minuto di disperazione, ma di cui mi accorsi più tardi. Anche questo delegato fu freddissimo, prendendo le mie generalità, quelle dell'infelice assassinato, come se già le conoscesse. Intanto era giunto il medico e aveva dichiarato che il malato, per la forte, continua emorragia, non si poteva trasportare. Quanto era lugubre quel gruppo d'uomini neri, intorno a quel morente, nella notte! Fu bussato alla porta della villa, tre o quattro volte; tardarono molto a rispondere. Infine, si schiusero le porte e un servo assonnato, sempre quello stesso, fu richiesto d'interpellare la contessa, se volesse ricevere l'infelice, in casa sua, perchè egli poteva morire, se fosse trasportato a casa. Intanto, il medico, tenendo nelle braccia il Lambertini, aveva tirato fuori il pugnale dalla ferita. Subito, il delegato si era appropriato quell'arme, senza che io vi avessi dato neppure uno sguardo. La prima medicatura era cominciata al lume di due lanterne e io spiavo sul volto cereo di Ranieri Lambertini un ritorno alla vita. Non so perchè, mi sentivo più turbato che mai, una sorda agitazione cresceva in me.

«Apparve la contessa. Era vestita di bianco, molto pallida, più alta, quasi, con certi occhi sconvolti, spaventati. Camminava piano, come una sonnambula, e un servitore le veniva accanto, portando un grande candelabro acceso. Quando fu vicina all'assassinato, ella dette in un grande grido e si mise a singhiozzare. Tutte le sue azioni erano curiosamente osservate, da me e dal delegato, specialmente; ella non mi aveva ancora guardato, ma quando rivolse lo sguardo su me, ebbe come un moto di orrore, si fece indietro di tre o quattro passi e si nascose il volto fra le mani. Io rimasi esterrefatto, ma non compresi.

«Quando il medico, chinatosi all'orecchio della contessa Clara Loredana, le ebbe detto che era impossibile trasportare Ranieri Lambertini lontano, a casa sua, ella indicò con un gesto lento della mano la sua villa e non disse verbo. Il silenzio tetro e cupo di quella donna che avevo vista un'ora prima, così allegra e così frivola, aumentava il mio senso di sgomento; a parte il dolore per quel povero amico, ferito mortalmente, e che non riapriva gli occhi, malgrado tutti i cordiali che gli davano, malgrado le strofinazioni di cognac, mi pareva che tutto si venisse stranamente complicando. Un assassinio è un assassinio; e il delegato conservava il suo viso turbato e pallido, la sua aria accigliata.

«Per trasportare nella villa il povero Ranieri Lambertini fu necessario formare una specie di barella, mettendo una materassa sopra delle assi e appena appena sollevandolo da terra; qualunque piccolo movimento provocava l'emorragia. E anche il trasporto fu molto lento, lentissimo. Il malato, il ferito, il morente, fu dovuto mettere in una stanza al piano terreno, molto elegantemente arredata, come, del resto, tutto il villino della contessa Loredana; e il medico vi si collocò a capo letto. Per un momento Ranieri Lambertini aveva tenuti aperti gli occhi, girandoli intorno, vagamente, come se non riconoscesse nessuno; poi, li aveva richiusi ed era ricaduto in un torpore, ove si udiva il suo rantolo di ferito al polmone. La contessa Clara Loredana aveva sempre il suo volto spettrale e chiuso, così dissimile da quell'altro volto; due o tre volte, che le diressi la parola, essa levò i suoi occhi su me, con una espressione di glaciale sorpresa.

«— Avete avvertito la famiglia? — domandai io, una volta.

«— Sì, — aveva ella risposto, senz'altro.

«Poi, più tardi:

«— Credete che sia per iscambio, questo assassinio? Il conte Ranieri Lambertini, era un gentiluomo, un bravo giovane, non aveva nemici.

«— Non credo, — ella rispose, con fredda fermezza.

«— E che credete? — le chiesi, insistendo, tremando, non so bene perchè.

«Ella mi sogguardò e un lieve sorriso ironico parve le sorvolasse sulle labbra. Qualche minuto passò; il medico aveva dichiarato che al ferito era necessaria una monaca. Ma a quell'ora dove trovare quell'infermiera? Nessun convento apre le sue porte. Sottovoce, la contessa Clara Loredana offrì di restare lei, per quella prima notte, insieme alla sua cameriera.

«— Resterò anche io, se permettete, — io dissi, subito.

«Ma questa mia proposta ebbe la più strana accoglienza. Il medico non mi rispose, la contessa Clara Loredana spalancò gli occhi più che mai stralunati e disse no, col capo; il delegato, più accigliato che mai, mi mormorò all'orecchio:

«— Se permettete, dovrei dirvi due parole. —

«Perchè mi parve che in quella frase vi fosse poco rispetto e persino della durezza? In che ritrovai questa intonazione offensiva, in quelle semplici parole di un poliziotto? Non so. Certo è che esse mi urtarono. Ero già nervoso e agitato. Risposi:

«— Saranno proprio due?

«— Qualcuna di più, forse, — borbottò il delegato.

«— Io sono stanco, vorrei andare a letto, — io ribattei, subito — quindi, vi pregherò di sbrigarvi.

«— Farò il possibile, — rispose lui, evasivamente.

«Passammo nel salone di Clara Loredana, dove eravamo stati un'ora avanti e dove avevo veduto il mio amico pieno di salute e di giovinezza, ridere e scherzare. Il delegato si installò in una soffice poltrona, mentre io mi era seduto dirimpetto a lui. Osservai poi, più tardi, che mi era seduto in modo che la luce mi battesse sul volto, mentre il delegato era perfettamente in ombra.

«— Vi piace di rispondere a qualche mia interrogazione? — domandò il delegato, giuocando con una stecca, mentre io aveva accesa una sigaretta.

«— Certamente. Riguarda questo terribile affare, è vero? — dissi io.

«— Già. Voi eravate molto amico del povero conte Ranieri Lambertini?

«— Sì, molto.

«— Da molto tempo?

«— Lo conoscevo, da tempo: gli sono amico da poco.

«— Da quanto?

«— Da un mese.

«— Vi siete legati subito?

«— Sì, subito: un gentiluomo perfetto, un carattere d'oro.

«— Voi siete lombardo, è vero?

«— Sì, milanese.

«— Solo?

«— Solissimo.

«— Ricco?

«— Ho quel che mi serve.

«— Viaggiate molto?

«— Sempre: non sto mai molto tempo, in un paese.

«— Eppure eravate da un mese a Roma.

«— Avevo le mie ragioni, — dissi, imprudentemente.

«— Ah! — esclamò soltanto l'altro, con un moto rapido di fisonomia.

«Mio venerato amico, io vi riferisco il dialogo come è stato, quasi integralmente, giacchè esso mi si è scolpito nella mente, dacchè segna il minuto più terribile, per ora, della mia vita. Certo, quell'interrogatorio mi seccava molto, in quel momento, con quel morente nell'altra stanza, ad alta notte, in una casa estranea, dopo il tragico avvenimento, ma comprendevo che fosse una formalità necessaria. Solo che la faccia di quel delegato non mi piaceva punto; io sono fisonomista e non mi attendevo nulla di buono da quel viso.

«— Riprendiamo l'interrogatorio, — disse il delegato, quasi involontariamente.

«— Un interrogatorio? — chiesi io, trabalzando sulla sedia. — È un vero interrogatorio?

«— E perchè no?

«— A che titolo m'interrogate?

«— V'interrogo perchè siete stato presente al delitto, — disse il delegato, configgendo il suo sguardo nel mio.

«— Presente? … Quasi presente, volete dire? — corressi io, vivacemente, senza neanche sapere il perchè della vivacità.

«— Non vi abbiamo trovato disteso sul ferito?

«— Sì, vi caddi sopra, inciampando; io era uscito dalla villa una mezz'ora dopo di lui.

«— Mezz'ora?

«— Venti, venticinque minuti.

«— Precisate, precisate, — disse con rudezza il delegato.

«— Come posso precisare, signore? — dissi io, alquanto irritato dalle domande e più dal tono del delegato. — Io ignorava il delitto: non stavo mica con l'orologio alla mano!

«— Eppure è necessario che vi spieghiate con la massima chiarezza e con la massima precisione, — replicò il delegato, senza smettere la sua freddezza e la sua ruvidezza.

«— Necessario?

«— Sì.

«— Io trovo necessaria una sola cosa, signore, ed è quella di andarmene, — dissi io, levandomi.

«— Nossignore. Voi dovete restare.

«— Debbo? Debbo?

«— Sì, signor conte.

«— E se me ne andassi egualmente?

«— Fareste malissimo.

«— Malissimo! Signor delegato, io non ho obbligo di rispondervi.

«— V'ingannate. Lo sapete. Siete il primo, il più importante testimone del delitto. La giustizia ha bisogno della vostra deposizione, — soggiunse il delegato, con aria più cortese, per rassicurarmi.

«— Va bene, ma vogliate non trattarmi come un delinquente, — dissi io, senza dare peso alla frase.

«Pure, come un lampo passò sullo scialbo e freddo viso del delegato; io ebbi come un altro brivido, simile a quello che mi aveva colpito nel veder apparire la contessa Clara Loredana, vestita di bianco, accanto al corpo esanime del mio amico.

«— Conoscevate la vita intima del conte Ranieri Lambertini? — chiese il delegato.

«— Poco.

«— Giuocava, aveva donne, amori?

«— Come tutti gli altri gentiluomini.

«— Qualche cosa di particolare?

«— Nulla che io sappia.

«— Credete che abbia potuto suscitare l'odio, la vendetta di qualcuno?

«— …. non credo, — dissi io, dopo un minuto di esitazione.

«— Corteggiava egli la contessa Clara Loredana?

«— Non so: ma non credo.

«— Pure, ci veniva spesso.

«— Lo so: ma senza idea di amore.

«— Che ne sapete?

«— Me lo ha detto, — risposi io, imprudentemente.

«— Ah! dunque parlavate dei vostri amori! E voi eravate, siete corteggiatore della contessa Loredana?

«— Questa domanda mi pare superflua.

«— Non credo. V'insisto.

«— Siamo in casa di lei, signor delegato.

«— Sta bene. Rifiutate rispondere?

«— Rifiuto.

«— Prendo nota di ciò.

«— Fate pure.

«— Supponete chi abbia potuto commettere il delitto? — mi chiese il delegato, dopo una piccola pausa.

«— Non lo suppongo.

«— Neppure la più piccola supposizione?

«— Neppure.

«— Non ha potuto ferirsi da , il conte Ranieri Lambertini.

«— È evidente.

«— D'altronde, non pare fosse inclinato al suicidio.

«— No, era un uomo felice. Era amato.

«— Amato? Dunque, sapete di un amore?

«— Neanche su questo posso rispondervi.

«— Perchè?

«— Perchè non è mio segreto.

«— Il conte Lambertini aveva un segreto; ciò complica molto la situazione.

«— Ogni uomo ne ha qualcuno.

«— Segreto doloroso?

«— Così.

«— Amava la moglie di un altro? L'innamorata di un amico? — insinuò cautamente il delegato.

«— Non posso dirvi nulla!

«— Signor conte Alimena! Voi sapete che un fatto gravissimo è accaduto, qui, questa notte. Voi sapete qualche antecedente importantissimo dell'infelice che, forse, muore di , qualche circostanza che potrebbe illuminarci sul delitto. Voi tacete!

«— Taccio, perchè ritengo che gli amori del conte Ranieri Lambertini non abbiano nulla che vedere col terribile accaduto.

«— Non volete dirci nulla?

«— No, — replicai io, fermamente.

«Le sopracciglia di quell'uomo si aggrottarono un poco e tutto il viso assunse una trista espressione. Egli si baloccò con la stecca, battendola vivamente sulle dita.

«— Avete altro da chiedermi? — dissi io, accendendo una sigaretta e facendo per andarmene.

«— Poche altre cose e vi lascio in libertà.

«— Eccomi a voi.

«— Vi era mai stata lite, fra voi e il conte Ranieri?

«— Mai, mai.

«— Per nessuna causa?

«— Per nessuna causa.

«— Fu lui a presentarvi alla contessa Loredana?

«— Sì.

«— A vostra richiesta?

«— Per caso; per la via.

«— Egli vi condusse qui?

«— Sì, la prima volta.

«— Poi ci veniste solo?

«— Sì.

«— Varie volte?

«— Varie.

«— Ci trovaste Lambertini?

«— Mai.

«— Forse non veniva nelle vostre ore?

«— Non ci veniva, addirittura. Lambertini era innamorato di un'altra.

«— Ah! — e un sorriso ironico sfiorò le labbra dell'agente. — Dimenticavo.

«— Posso andare?

«— Ancora pochissimo. Questa notte, siete venuti insieme, qui?

«— Separatamente.

«— Voi, prima?

«— Prima, lui.

«— Vedete che ci veniva?

«— Lambertini voleva partire ed era venuto per licenziarsi. —

«Detto questo mi morsicai le labbra, per aver detto troppo.

«Era possibile che un agente di polizia mi squilibrasse così, sino a cavarmi il mio segreto dalla bocca?

«In fondo, io sentiva qualche cosa di tragico che cresceva, intorno a me, senza che me ne potessi dare ragione; comprendevo che dal giorno in cui avevo schiuso il misterioso cofanetto e visto sul velluto oscuro la bellissima mano tagliata e ingemmata, il fato si appesantiva su me. Ma che io, Roberto Alimena, il conte Roberto Alimena, il giovane gentiluomo che aveva portato sino a trenta anni il suo nome come Baiardo, senza macchia e senza paura, dovesse trovarsi invescato da un agente di polizia, era enorme!

«— Il conte Ranieri Lambertini andò via prima di voi, è vero?

«— Sì: l'ho già detto, — risposi io, a malincuore, sempre più nervoso e agitato.

«— Perchè?

«— Perchè la contessa Clara Loredana mi trattenne un poco; disse volermi dire qualche cosa.

«— Ah! e che ne disse il Lambertini?

«— Nulla: andò via.

«— Era allegro?

«— Sì, al solito. Sereno.

«— Non si turbò della vostra dimora in casa Loredana?

«— No; perchè avrebbe dovuto turbarsene?

«— Così. … non saprei. Sapete se era ordinariamente armato, il Lambertini?

«— Credo che portasse una piccola rivoltella americana.

«— L'avete mai vista?

«— Sì: una volta.

«— La riconoscereste?

«— Sì.

«— È questa? — disse il delegato, cavandola dalla tasca del suo soprabito.

«— Sì, questa.

«— È carica; non un solo colpo è stato tirato.

«— Era un agguato; Lambertini non avrà avuto il tempo di difendersi. …

«— Agguato, sì; ma ritengo che si sia difeso, — mormorò il delegato, pensando.

«— Vi erano tracce di lotta?

«— No.

«— E allora? —

«Egli tacque: poi mi domandò:

«— Dove alloggiate?

«— All’Hôtel d'Europe, in piazza di Spagna, ma non vi rimarrò molto tempo.

«— Contate cambiar albergo? Prendere casa a Roma?

«— Conto partire.

«— Ah! Presto?

«— Volevo andare via domani. …

«— Volevate andare via domani? — disse lui, con un altro dei suoi sinistri aggrottamenti di ciglia.

«— Sì, ma mi tratterrò per due o tre giorni, per avere qualche notizia migliore di Ranieri.

«— Andate in su?

«— Sì, in Alta Italia?

«— E all'estero, forse?

«— Forse: secondo il mio capriccio e secondo alcuni fatti miei.

«— Sta bene. Grazie, signor conte.

«— Addio, signor delegato.

«— A rivederci, — mormorò lui, con un tono tanto strano che io ebbi ancora un brivido.

«Uscii da quel salotto, inquetissimo. In anticamera tutto era illuminato e il servo sonnecchiava sopra una panca di legno scolpito. Gli chiesi se potevo vedere il conte Ranieri Lambertini. Andò di ; aspettai un pezzo. Ritornò, accennandomi di entrare per un'altra porta, al lato dove avevano condotto il mio povero amico. Attraversai così tre stanze, al buio quasi, e mi ritrovai in quella dove giaceva il ferito.

«Costui giaceva solo, su quel letto: e giaceva immerso in un torpore affannoso, col capo molto basso, per non provocare emorragia, col petto nudo dove premeva una vescica di ghiaccio. Era acceso nel volto; due macchie rosse e vivide, sui pomelli, indicavano che egli aveva la febbre. Un rantolo gli esciva dal petto e le mani distese sulle bianche coltri sembravano di cera. Io mi chinai su lui, a chiamarlo sottovoce. Non sollevò gli occhi, nessun tratto del suo viso si mosse.

«A un tratto, mentre mi sollevavo, per andarmene pian piano, sentii che qualcuno mi guardava. Nella penombra della stanza, dove una sola lampada era velata da un paralume oscuro, la contessa Clara Loredana era seduta in una poltrona; vestita di bianco, pallida, pareva un fantasma che vegliasse un morto.

«La sua testa era appoggiata a una mano; gli occhi avevano quell'aria stralunata di quando ella era apparsa nel giardino: e io non la riconoscevo più!

«Le augurai la buona notte, pianissimo. Ella mi levò gli occhi in fronte e un lampo vi passò. Di nuovo una espressione di orrore le turbò il viso e non rispose al mio saluto. Allora, sorpreso di nuovo, intendendo che il mistero tragico si addensava su me, le chiesi, sempre piano, ma con forza:

«— Signora, che avviene? —

«Ella ebbe come un moto di ribrezzo e mi disse, enigmaticamente:

«— Voi lo sapete.

«— Non so nulla, non intendo nulla.

«— Non vi hanno interrogato?

«— Sì, lungamente.

«— E avete detto la verità? — ella mi chiese, con doppia intonazione di amarezza e d'ironia.

«— Io dico sempre la verità! — esclamai.

«— Così sia! Anche io dirò la verità, — ella rispose e mi guardò così tristamente che fui ripreso da tutti i miei terrori segreti.

«— Quale verità, signora? — domandai.

«— La verità sull'assassinio del conte Ranieri Lambertini.

«— Voi la conoscete?

«— Sì, la conosco, — replicò lei, sempre a bassa voce, ma con fermezza.

«— Sapete la causa dell'assassinio?

«— Sì.

«— E il nome dell'assassino?

«— Sì.

«— Lo denunzierete alla giustizia?

«— Sì. —

«Tutte quelle affermazioni erano state fatte da lei guardandomi negli occhi, con voce bassa e dura, con le mani sui bracciuoli della sedia.

«— Siete sicura di non ingannarvi?

«— Sicurissima.

«— Una denunzia è cosa grave!

«— La giustizia ha una traccia sicura.

«— E quale?

«— L'arme dell'assassino, — e mi guardò, tenacemente.

«Io sorrisi, niente altro. Dopo un minuto, ero uscito da quella camera. Dopo quindici ero nella mia stanza all'Hôtel d'Europe.

«Vi dirò io di aver dormito bene, in quel restante di notte? No, certo. I miei nervi erano singolarmente eccitati e la figura del mio povero amico mezzo morto, giacente in quel letto di dolore, la spettrabile immagine di Clara Loredana nelle sue vesti bianche, quella bieca figura del delegato che era stato con me tanto scortese e tanto diffidente, mi tumultuavano nella mente. Dormii poco e male. Ebbi l'incubo, nel sogno confuso e tormentoso. Mi pareva continuamente di vedere il mio amico Ranieri Lambertini aggredito, alle spalle, dal gobbo con gli occhi verdi, che levava su lui un'arma che non giungevo a intravvedere, mentre io, sulla soglia del villino Loredana, guardava inorridito la scena, senza poter fare un passo, inchiodato a terra da un potere magico, senza poter dare un grido, soffocando; accanto a me, donna Clara, tutta vestita di bianco, guardava la scena con occhi scintillanti di gioia e portando sulle labbra un sorriso infernale. Che pena! E, cosa singolare, il maggiore mio tormento, in quel sogno che era un'allucinazione, era di non potere scorgere bene, quell'arme insidiosa e terribile di cui l'infame gobbo dagli occhi verdi si serviva per togliere la vita al mio infelice amico; vedevo risplendere sinistramente una lama, niente altro, non sapevo se fosse un pugnale, un coltello, non so troppo bene. Il non sapere mi torturava, come se nel vedere che fosse, quell'arma, potesse consistere il motto dell'enigma!

«Così era! Abbrevio. L'indomani, alle dieci antimeridiane, io era arrestato, sotto la imputazione di tentato omicidio, con premeditazione, sulla persona del mio amico Ranieri Lambertini; due prove terribili esistevano contro me, oltre la serata passata insieme, oltre l'avermi trovato disteso sul suo corpo e macchiato del suo sangue. Due prove: cioè, una prova, il pugnale, il mio pugnale, un magnifico e sottile pugnale di Toledo, un'arma spagnuola sul cui pomo era scolpito il mio stemma e le due iniziali del mio nome; un pugnale che io portavo sempre meco, non per servirmene, ma perchè era molto bello e le belle armi mi inebbriano. Il mio pugnale era stato trovato immerso nella ferita di Ranieri Lambertini! La seconda prova atroce, contro me, era invece una testimonianza, quella della contessa Clara Loredana, la quale aveva deposto che Ranieri ed io, da tempo, le facevamo la corte, e che questa rivalità, dove il conte Lambertini pareva a me il preferito — ella, naturalmente, non preferiva nessuno dei due — aveva suscitato delle liti continue fra me e il mio amico, fino a che, io era venuto via, come folle, dalla casa dove ella mi aveva ancora una volta respinto, e raggiunto, dopo cinque minuti, il Lambertini, nel viale oscuro del giardino, lo avevo assalito alle spalle e ferito in quel malo modo. Questa seconda parte, ella la induceva dal modo pazzo come io era andato via di casa, dalle minacce che avevo fatte e dal mio carattere impetuoso e violento; e aveva proprio detto che io ero uscito cinque minuti dopo! Tutto questo io seppi più tardi, in carcere, dal mio avvocato, l'illustre Sergardi; e la prova dell'infame complotto ordito dal gobbo, mi fu palese. Il pugnale, abilmente, mi era stato sottratto, e la contessa veneziana, di così nobile casato, bella, giovane, ricca, non era che uno strumento vile del gobbo. Credete, mi vidi perso: perso, sopra tutto, perchè il Lambertini è stato tre mesi fra la vita e la morte, passando di bronchite in polmonite, di pleurite in congestione cerebrale, sputando sangue, vomitando sangue, non potendo levarsi, parlare, scrivere. Perduto! Così, il gobbo aveva ottenuto il suo duplice scopo. Ranieri Lambertini non era morto, ma agonizzava ed era in suo potere, nella casa della Loredana; io era carcerato, sotto una imputazione tremenda: i suoi due nemici erano per terra, dunque, ed egli trionfava! Una sola cosa mi confortava, in tanta disgrazia, lo credereste? La mano tagliata era sempre in mio possesso, a Milano, nella mia casa, chiusa fra altri oggetti spediti da me; e nessuno, neppure lui, ne aveva potuto ritrovare le tracce. Io ritengo che egli aveva commesso quel delitto, facendomene accusare colpevole, solamente per poter riavere quel bizzarro e pauroso pezzo di persona umana. Difatti, nella mattina in cui ero stato arrestato, una prima perquisizione era stata eseguita, nel mio quartierino, all'Hôtel d'Europe, da falsi agenti di questura, come ho saputo più tardi, che misero sossopra tutti i miei bagagli e poi finirono per non portar via nulla; una seconda perquisizione, la vera, fu fatta più tardi nel corso della giornata e dai veri agenti furono portate via lettere, armi, altre cose, supposte necessarie al processo. Ma niente; la mano era mia e malgrado le mie sventure e quelle di Ranieri Lambertini, il nostro orrendo nemico doveva morir dalla collera.

«Più tardi, come vi ho detto, la mia posizione d'imputato si è venuta migliorando. Le deposizioni di una quantità di persone che mi conoscevano — la vostra, anche — la importantissima, capitale deposizione del conte Lambertini, che negò assolutamente ogni mio intervento nell'aggressione, che negò i nostri amori con Clara Loredana, che negò ogni rivalità e ogni lite, tutto ciò migliorò la mia condizione. Ma non mi ha potuto salvare, tutto questo.

«È sempre il mio pugnale, quello che è stato trovato nella ferita di Ranieri Lambertini; sono sempre io, che sono stato trovato disteso sul suo corpo; la Loredana seguita a sostenere, limpidamente, la sua versione. L'hanno interrogata in contraddizione con me, in confronto col Lambertini; si è ostinata a dire sempre la stessa cosa, con una audacia singolare. Io non sono salvo, giacchè la giustizia può supporre in Ranieri Lambertini un generoso perdono e un desiderio di scamparmi; giacchè lo stesso Lambertini non ha saputo e potuto dire nulla sul tentato assassinio di quella notte; egli non ha visto niente, è stato aggredito alle spalle, non sa da chi; e, sopra tutto, egli, come me, non avendo prove, non avendo che indizi sul gobbo e non volendo dire il suo segreto, ha taciuto sempre. Mi salverò? Chi sa! Mi hanno dato la libertà provvisoria e, probabilmente, il processo sarà fatto molto tardi; e, forse, mi lasceranno passare all'estero, senza molestarmi.

«E, credete voi, amico mio venerato, che io pensi a difendermi da queste terribili accuse, che io desideri essere assolto in questo processo per riabilitarmi, credete voi che io abbia escogitato tutto un sistema di difesa? No. Io ho invece escogitato un piano di attacco. Oramai, il dado è tratto.

Quel miserabile infame gobbo, dal pomeriggio in cui io l'ho incontrato in un vagone di prima classe, da quella sera in cui egli ha abbandonato in mio possesso la mano tagliata, questo atroce malfattore, domina la mia vita. Io non gli ho fatto niente; egli ha dimenticato il misterioso cofanetto nelle mie mani; egli è scomparso, lasciandomelo; egli non me lo ha chiesto; egli non s'è presentato a me, dopo gli avvisi nei giornali. Non è colpa mia, se io possiedo la mano tagliata, questa bellissima mano di donna, che deve appartenere ad una sua vittima, e che io ho finito per adorare come una persona viva. Sono innocente, dunque, nella fatalità che m'ha colpito; e questo scellerato mi perseguita senza ragione. Or dunque, un legame terribile mi unisce a quest'uomo, ed io debbo assolutamente cercarlo, conoscere il suo segreto, annientare la sua potenza, uccidere forse quest'uomo. Sapete che sono un gentiluomo, e che rifuggo dalle risoluzioni violente; ma, oramai, una lotta corpo contro corpo, anima contro anima, è sorta tra me e questo assassino; il primo colpo l'ho avuto io, debbo pensare a dargli il secondo colpo.

«Egli ha macchiato il mio nome di un'ombra, forse indelebile; egli mi ha additato al disprezzo e all'orrore della gente; egli mi ha teso un tranello infame; io non debbo difendermi, debbo aggredirlo. Ho dei denari, e non so che cosa farne; sto bene in salute, sono giovane, sono coraggioso, sono anzitutto freddamente deciso a conoscere il mistero di quella esistenza e a purgare la terra da questo mostro.

«Dedicherò la mia vita, il mio denaro, tutta la mia astuzia e tutta la mia forza a questo scopo; egli si è fatto un nemico mortale ed implacabile. Mi crede forse uno sciocco o un vile; non sono l'uno, l'altro; cercherò quest'uomo, lo troverò, mi misurerò con lui, direttamente; e Iddio giudicherà fra noi.

«Credete che io sia esaltato, in questo momento? No, sono freddissimo, tanto freddo, che ho già un piano. Bisogna che io riveda Ranieri Lambertini e che mi faccia dire da lui tutto quello che può riguardare Rachele Cabib, la donna che egli amava e che lo amava; bisogna che io ritrovi questa donna, la quale sparve misteriosamente, nella mattina dell'assassinio; bisogna che io ritrovi Mosè Cabib; bisogna che io ritrovi l'altra, la donna dalla mano tagliata; bisogna che io ritrovi il gobbo.

«Vi rammentate? Nel giorno, in cui vi feci vedere la bellissima mano tagliata, voi vi stupiste del modo mirabile come era conservata quella mano, e mi diceste che avevate sentito parlare di un medico, che avesse scoperto il segreto di conservare perfettamente i corpi, come se fossero vivi. Anche, mi diceste che avreste fatto l'analisi del liquido che traeste dalla vena punta di quella mano, e che me ne avreste comunicato il risultato.

«Avete fatto quest'analisi? Che cosa è quel liquido? Vi siete potuto ricordare quel nome, o qualcuno ve l'ha potuto suggerire? Scrivetemene; se non lo avete fatto, fatelo. Scrivetemi questo risultato, io ci tengo moltissimo. Ho un presentimento strano, che da voi mi verrà il più vivo raggio di luce, perchè io trovi il mio cammino, nelle tenebre. Ritengo fermamente che mi verrà da voi il più largo sussidio morale a questo tentativo che ha la sua nobiltà.

«Io rimarrò ancora quattro o cinque giorni in Milano, dopo di che lascerò l'Italia per Parigi, dove mi stabilirò, aspettando che il mio processo venga alla luce, ritornando solo, quando dovrò rispondere innanzi alla giustizia di una colpa che non ho commessa. Da Parigi, io credo, potrò agire più liberamente, tanto più che potrò colà trovare qualcuno di quei poliziotti, che perpetuano l'eredità del signor Lequoc. Se anche colà non dovessi trovare il mio uomo, o i miei uomini, per formare la mia polizia segreta, andrò a cercarli a Londra, dove la polizia ha quelle tradizioni che voi sapete.

«Ma tutto questo non è ancora certo: scrivetemi a Milano, aiutatemi, vogliatemi bene, beneditemi.

«Roberto Alimena

 

Una lettera del professor Silvio Amati giunse a Milano all'indirizzo del conte Roberto Alimena due giorni dopo che egli ne era partito. I suoi servi gliela rispedirono a Parigi, al Grand Hôtel; egli non vi era rimasto che due giorni, pur lasciandovi le valigie, dicendo che vi sarebbe ritornato, e facendosi indirizzare le lettere a Londra Hôtel Piccadilly. La lettera del professore Silvio Amati conteneva poche righe.

 

 

 

IV.

 

SULLA TRACCIA DEL MOSTRO.

 

Il conte Roberto Alimena era giunto in Londra in una giornata di bel tempo. Bel tempo relativo, naturalmente, al clima inglese: vale a dire, che non faceva freddo, non pioveva, e qua e , a traverso lo strato bianco delle nuvole, si vedeva qualche lembo di cielo di un azzurro sbiadito. Egli conosceva già Londra, per esservi capitato due o tre volte, ad intervalli, restandovi un paio di settimane alla volta. Quel paese gli piaceva molto. La natura raffinata, indolente e fantastica del conte Alimena molto si confaceva a quell'ambiente dove l'estetica è la veste della comodità e dove il lusso ha qualche cosa di grande e di solenne, dove l'immaginazione meridionale riceve delle impressioni tutte diverse e si può smarrire ne'sogni più bizzarri.

L'Alimena aveva anche qualche amico a Londra, specialmente all'ambasciata, ed era sempre sceso all'Albergo Piccadilly, dove si ritrovò con un senso di viva soddisfazione. In fondo, egli aveva temuto di non poter passare il confine, e, con una specie di audacia curiosa, aveva fatto a Milano lungamente i suoi preparativi di partenza: si può dire che era partito con la più perfetta ostentazione. Nessuno lo aveva seccato, a Milano al confine, mentre era andato via di giorno, con un gran lusso di bagagli, e telegrafando qua e . Evidentemente, la questura aveva avuto ordine di lasciar pure partire il conte Roberto Alimena: o non aveva avuto nessun ordine, il che valeva lo stesso. Egli aveva passato il confine, con un leggiero palpito, non già di paura, ma di una commozione complessa, e quasi indefinibile. Egli non aveva paura; ma il suo desiderio di ritrovare il gobbo maledetto dagli occhi verdi, lo aveva talmente preso, che il suo timore era quello di non poter avere le mani libere per ricercarlo, per smascherarlo e per debellarlo. Questa, oramai, era la sua missione nella vita: missione nella quale si adombrava il vivo e segreto amore che egli aveva per quella mano tagliata, il vivo e segreto amore per la donna vestita di bianco, che nella sera di carnevale gli aveva lanciato un fiore, levandosi in piedi, e a lui era parso che nelle pieghe della veste bianca si nascondesse la deformità di un moncherino. Così la indifferenza delle questure a suo riguardo lo aveva riempito di gioia.

Roberto Alimena era restato solo pochi giorni al Grand Hôtel di Parigi. In quel momento i divertimenti enormi della grande città non lo attiravano, ed egli non aveva neppur voglia di farsi vedere in pubblico. Era venuto per restare un mese; non restò che un numero limitatissimo di giorni. Egli, però, tentò di eseguire il piano meditato contro il gobbo dagli occhi verdi; e, accompagnato da lettere commendatizie pel direttore della polizia francese, egli si recò da lui per organizzare un sistema di scoperta anche al costo di molti denari.

Egli ebbe due o tre conferenze con quel signore, e, forse a torto, forse a ragione, Roberto Alimena si convinse che, malgrado i suoi brillanti successi, la polizia francese non avesse quella serietà che egli credeva necessaria ad una ricerca lunga e difficoltosa.

D'altronde il direttore della polizia gli dichiarò che in quel momento non poteva mettere nessun uomo capace a sua disposizione, visto che tutti erano impegnati in faccende di ordine delicato e grave. Forse fra quindici giorni, fra un mese, un paio di agenti che si trovavano a Bruxelles sarebbero potuti ritornare dalla loro sorveglianza sulle mene del principe Vittorio e avrebbero potuto aiutare l'Alimena nella ricerca del medico. Egli ringraziò e andò via. L'indomani s'imbarcava a Calais.

Nel tragitto da Calais a Douvres, l'Alimena ebbe una strana sensazione d'imminente dramma, diciamo così: presentimento che lo aveva già colto nelle serate di Roma, quando passeggiava con Ranieri Lambertini e mille vaghi pericoli li minacciavano. Mentre sonnecchiava giù nella sua cabina, egli ebbe una strana allucinazione: gli parve di vedersi accanto l'infame gobbo dagli occhi verdi, mentre lontano, bianco, si allontanava un fantasma femminile, e di questo volto muliebre egli non arrivava a vedere le linee: egli ne scorgeva solo lo sguardo, uno sguardo infinitamente triste e dolce, e gli pareva che questo fantasma lo salutasse con la mano, perdendosi, con una mano simile a quella tagliata, mentre il gobbo accanto a lui orribilmente sghignazzava. Si svegliò di botto da quest'allucinazione, ma gli rimase nei nervi un tremolìo invincibile, come più si avvicinava alle sponde dell'Inghilterra.

D'altra parte, il presentimento si poteva facilmente intendere: egli veniva in Inghilterra, senz'altra idea, che quella di trovare due agenti di prim'ordine, per viaggiare con essi l'Europa, pagandoli profumatamente, ed era così sicuro di riescire nel suo intento che il sogno quasi si spiegava.

Però, rimase due giorni a Londra, vivendo della vita londinese, ripreso dal fascino di quella vita lussureggiante di piaceri squisiti. Fu al terzo giorno che ritrovò uno de' segretari, suoi amici, che già stava al corrente della disgrazia da lui sofferta, ma che aveva compreso che l'Alimena doveva esser vittima di un tranello.

Costui gli narrò sommariamente le cose, ma gli fece soprattutto intendere la necessità in cui si trovava di scoprire questo suo nemico e di strappargli il suo segreto. Il giovane segretario, abituato alle lunghe pratiche segrete della diplomazia, non si meravigliò di nulla e prese convegno col conte Alimena pel giorno seguente, per andare dal signor Vincent, direttore della polizia inglese.

Questo austero gentiluomo dalle labbra e dal mento perfettamente rasi, dalle fedine bianche, ricevette con fredda buona grazia i due giovani, e, sulle prime, non parve si volesse sbottonare. Ma quando il conte Alimena insistette, per avere una risposta soddisfacente, egli finì per dimostrare ad Alimena quali e quanti servigi straordinari quei detectives potessero rendere.

Il direttore della polizia narrò al conte Roberto Alimena e al marchese Billia due o tre esempi di processi celebri, in cui l'opera degli agenti era stata volta a volta così tenace, così intelligente, così ostinata e così intuitiva, che i più bei romanzi sensazionali degli scrittori inglesi e francesi non raccontavano nulla di somigliante. L'Alimena gli domandò se i detectives si mettessero mai al servizio di un privato per un suo interesse particolare, cosa che in Italia era proibita legalmente e che in Francia non si otteneva senza gravi difficoltà. Il direttore gli rispose che nella libera Inghilterra questo era un fatto comune, salvo che i grandi detectives, cioè i più capaci, i più furbi, quelli che arrivavano al sommo dell'arte poliziesca erano quasi sempre occupati e non disponibili.

— Eppure io ho bisogno che lei mi dia uno di questi uomini, — soggiunse Alimena con una ferma intenzione di vincere le difficoltà dell'impresa.

— Ho poco personale disponibile, — riprese il direttore. — Ed è poi un interesse grave quello che la induce a tal passo?

— È un interesse gravissimo.

— Di odio, di amore? — chiese freddamente il direttore.

— Di odio e di amore, — rispose Roberto.

— Lei cerca un rivale?

Cerco un assassino.

— È una donna?

— Sì, anche una donna; ma, prima, l'assassino.

— L'ha egli uccisa?

— Forse ha tentato di ucciderla.

— E dove si trova quest'uomo?

— Io non lo so, signor direttore.

— Chi è?

— Non lo so.

— Non ha lei qualche indizio?

— Qualcuno; ma il vostro detective troverà tutto questo.

Interessa lei solo questa ricerca?

Interessa la vita di quattro persone.

— Lei ha ragione, — rispose con freddo sorriso il direttore della polizia — ed io cercherò di aiutarla. Crede che queste ricerche dureranno molto?

— Potrebbero durare una settimana, potrebbero durare un anno.

— Sta bene: l'uomo che potrebbe servirla è Dick Leslie.

— Potrebbe? Non può?

— È occupatissimo in questo momento, alla ricerca di un figliuolo naturale di un lord: una questione di testamento, una questione di milioni.

— E, crede lei, che la cosa andrà in lungo?

— Chi lo sa? — riprese il direttore. — Dick Leslie è capace di tutti i miracoli.

— Che peccato! — mormorò Roberto Alimena, pieno di malcontento.

— Lei non può aspettare? — chiese il direttore.

— Qualche giorno, sì; ma, non molti giorni.

Speriamo che Dick Leslie rientri subito dalla sua missione, — soggiunse il direttore, accomiatando Roberto Alimena e il marchese Billia. — Creda, signore, che appena sarà di ritorno, io glielo manderò subito, se gravi cose non urgono. —

Roberto Alimena tornò al suo albergo fra contento e malcontento. Infine, il suo disegno era abbastanza fantastico: egli non sapeva chi fosse, dove fosse, che facesse il gobbo dagli occhi verdi; lo aveva visto due o tre volte di sfuggita, niente altro. Salvo questi connotati, e la sua condizione di ebreo, Roberto non avrebbe potuto dir altro a Dick Leslie, quando costui si fosse presentato; ed era un po’ poco, per cercare un uomo in Europa. Aveva poca fiducia nelle maggiori notizie che aveva chieste sotto il suggello dell'amicizia a Ranieri Lambertini: aveva nessuna speranza dalla parte del professore Silvio Amati, che era, infine, uno scienziato isolato dal mondo e immerso in uno studio assorbente. Cercare un uomo così, come un ago in un pagliaio, era un disegno pazzo. Ma Roberto Alimena concluse che non gli restava altro da tentare. Così, passò due giorni all’Albergo Piccadilly, immerso nelle dubbiezze e nelle riflessioni più strane, quando una mattina gli fu annunziata una visita. Veramente, non gli fu annunziata: gli fu detto che un gentiluomo chiedeva di parlargli, ma che non aveva voluto dire il suo nome. Roberto, che era sempre sospettoso e diffidente, cavò dall'astuccio un piccolo revolver meraviglioso, delizioso come un giocattolo, ma infallibile, e lo depose sulla scrivania, dicendo al cameriere di fare entrare lo sconosciuto.

Un uomo ancora giovine, robusto, con una fisonomia aperta e bonaria, con un paio d'occhi vivaci, ma senza malizia, un uomo dell'apparente età di trentacinque anni, raso il mento, le guance come un clergyman, e vestito decentemente di scuro, entrò nella camera, facendo un saluto disinvolto.

Roberto lo squadrò con una fredda occhiata e non vide in quella fisonomia e in quella persona che l'apparenza semplice, un po’ ingenua, forse di un placido borghese di Londra. Dal volto di quell'uomo tutto spirava ingenuità e bonomia: ognuno gli avrebbe confidato i propri segreti, senza esserne richiesto.

— Voi chi siete? — domandò il conte Alimena.

— Sono la persona che Vostra Signoria aspettava.

— Quale persona? — chiese Roberto, trasognato.

— Vostra Grazia non ha domandato di me, dunque? — chiese enigmaticamente il buon uomo.

— A chi?

— Vostra Grazia è il conte Roberto Alimena, italiano?

— Sì.

— Non è ella andato ieri l'altro alla direzione di polizia?

— Sì.

— Non le è stato detto che io sarei venuto da lei, appena avessi potuto?

— Voi, dunque, siete Dick Leslie? — domandò con ansietà Roberto Alimena.

— Così pare, — rispose con un sorriso bonario il detectiveDick Leslie, figliuolo di Rob Leslie e di Margaret Bright, nato a Withe-Chapel, in Londra. E, Dio salvi la Regina, — finì il giocondo uomo.

— Ma, siete proprio voi? — domandò, di nuovo, Roberto, che non sapeva persuadersi di quell'aspetto così schietto e di quella gaiezza così rumorosa.

— Ecco la mia carta, ed il mio ritratto, — disse Dick Leslie, cavando un foglio ed una fotografia, e mostrandoli a Roberto.

Era un foglio di passo della polizia di Londra, che dava anche i connotati dell'agente, simili a lui e simili al ritratto. Non vi poteva essere più dubbio.

Allora, Roberto Alimena disse al detective:

— Dunque, siete libero?

— Sono libero, Vostra Grazia.

— Avete ritrovato il figliuolo del lord? — disse Alimena, con la spensieratezza italiana. — Mi aveva detto. … il direttore della polizia. … — mormorò Roberto Alimena, mordendosi le labbra.

Dick Leslie ebbe una tale espressione di sorpresa e di candore, che Alimena stornò subito il discorso:

— Siete pronto a servirmi? — chiese, andando al fatto, come se fosse un vero inglese.

Pronto.

— Si tratta di trovarmi un uomo.

Va bene.

— Non so come si chiami.

Bene.

— Non so dove sia.

Bene.

— Non so neppure se sia un uomo o un essere fantastico.

Bene, — replicò Dick Leslie, senza batter palpebra.

— Voi me lo troverete? — domandò Roberto, un po’ sorpreso.

O vivo o morto, signore.

Morto?

— Potrei indicarvi la sua tomba, — replicò il detective con una cordiale risata.

— Tanto meglio! Ma egli è vivo, forse.

— Vostra Grazia sa, dunque, qualche cosa di costui?

— Qualche cosa, sì.

— Vostra Grazia mi permette d'interrogarla?

— Sì. Interrogatemi.

— Come è quest'uomo?

— È un uomo di cinquant'anni, forse, poco meno.

Piccolo, grande?

Gobbo, piccolo.

Gobbo davanti e di dietro?

— Sì, perfettamente gobbo.

Bello, brutto, Vostra Grazia?

Bello, come?

— Vi sono dei gobbi belli.

Brutto, bruttissimo: un mostro.

Benissimo. Qualche altro connotato?

Occhi verdi.

Verdi, proprio? Sinceramente verdi? Non azzurri? Non grigi?

Verdi, verdissimi, non ho mai visto occhi così verdi.

Benone, benone! Altro?

— Ha un viso scialbo e sul muso, sulle guance, pochi peli radi e sporchi.

— Vostra Grazia dove lo ha visto, l'ultima volta?

— A Roma, quattro mesi fa.

— Solo?

Era con una donna.

— Ah, tanto meglio! Donna giovane?

— Non tanto più giovane; vestita di bianco, coi capelli bruni e gli occhi neri.

— Niente altro?

— . … Sì, — disse, esitando, Alimena.

— Che cosa? —

Il conte Roberto Alimena squadrò da capo a piedi il detective Dick Leslie, quasi che non volesse dirgli tutto. Costui ebbe un lieve aggrottamento di ciglia e soggiunse, con voce fredda:

— Vostra Signoria deve dirmi tutto. Se non ha fiducia in me è inutile adoperarmi.

— Io ho fiducia. … ma non sono perfettamente certo di questo particolare.

Pure, debbo saperlo.

— Ebbene, questa donna ha una mano di meno.

— Ah! — disse il detective, con un lampo negli occhi.

Credo. … credo!

— Sta benissimo. È un signore, costui?

— Non so.

— È italiano?

— Non so.

Inglese?

— Non so.

Cattolico?

Ebreo, credo.

Questione di amore, di denaro?

— Non so dirvi. È un mio nemico mortale. O lui o io dobbiamo morire.

— Ma per questione di donna?

— Per quella mano tagliata.

— Un delitto?

— Forse.

— Vostra Grazia ha quella mano, è vero?

— Sì.

— Volete lasciarmela vedere?

No, — disse subito Roberto Alimena.

— Allora, non ne facciamo niente! — esclamò, subito, Dick Leslie.

Piuttosto, non facciamone niente! — replicò Roberto, freddissimamente.

— Vostra Signoria ama più la donna di quella mano che non odî il gobbo dagli occhi verdi, — disse l'agente segreto; poi soggiunse dopo un pausa: — Eppure, è assolutamente necessario che io la vegga. … Forse, ho una traccia.

— Una traccia? — disse Roberto e gli balenarono gli occhi.

— Sì. … sì, ma non voglio ancora dire nulla a Vostra Signoria.

— Sta bene, — disse, con un lieve movimento nervoso Roberto Alimena. — Ora vi farò vedere quella mano.

— Vostra Signoria vuole assolutamente trovare questo gobbo?

Assolutamente.

— Anche se fosse in capo al mondo?

— In capo al mondo.

— È pronto a pagare viaggi, spese, premi?

— Sì, tutto.

— Che limite?

— Sino a venticinquemila lire, se occorre di viaggiare.

— Se no?

— Un compenso a voi: cinquemila lire.

— No, dieci.

Bene, dieci.

— Io porterò il suo nome, il suo indirizzo, il nome della donna, tutto, per diecimila lire.

Benissimo. Vi darò duemila lire anticipate. —

Roberto Alimena si assentò per dieci minuti dalla stanza, ove lo aspettava Dick Leslie. Ancora una volta, nella sua camera da letto, egli ebbe una esitazione, prendendo nelle mani il cofano, dov'era chiusa la mano tagliata. Doveva proprio farla vedere al Dick Leslie, a un estraneo infine, a un uomo che si poteva anche vendere al suo nemico. Ma il dubbio non durò che un minuto: chi vuole raggiungere lo scopo, deve adottar tutti i mezzi. Se voleva ritrovare il gobbo dagli occhi verdi, bisognava che facesse qualche sacrifizio. Si mise sotto il braccio il prezioso cassettino e rientrò nella stanza, dove Dick Leslie guardava in aria, come se guardasse i travicelli.

— Ecco, — disse Roberto, schiudendo il cofanetto.

Dick Leslie si chinò sulla bellissima mano tagliata e la osservò con grandissima attenzione, per qualche tempo. Osò perfino di toglierla dal suo letto di velluto e tentò di cavarne gli anelli.

— Che fate? — gridò Roberto fremendo di quel contatto estraneo.

— Niente, osservo, — soggiunse Dick, senza levare gli occhi.

E, difatti, osservò ancora per un pezzo, con gli occhi fissi su quella epidermide rosata, su quelle unghie lucide, su quegli anelli gemmati. Poi, levato il capo, disse a Roberto:

— Come l'avete avuta?

— Per caso.

— Da molto tempo?

— Da sei mesi.

— Chi ve l'ha data?

— Egli l'ha dimenticata.

Dove?

— In treno. Abbiamo viaggiato insieme.

Soli?

Solissimi.

— Siete certo che egli l'abbia dimenticata?

— Ne sono certo, — riprese Alimena. — Ha tentato di riaverla.

Tentato violentemente?

— Sì.

— Ha voluto uccidervi?

Varie volte; ci è a metà riuscito.

— Che supponete su questa mano?

— Una infamia, un delitto.

— Sta bene, — disse Dick, dando un ultimo sguardo alla mano tagliata. — A rivederci.

— Quando? — disse con ansietà Roberto.

— Appena saprò qualche cosa. Vostra Grazia non si muove da Londra, è vero?

— No, non mi muoverò. Nel caso partissi, lascerei il mio indirizzo.

— Sarà bene che Vostra Grazia non parta, — disse Dick Leslie, con tono distratto.

Vale a dire? — domandò Roberto.

Vale a dire, che il nostro uomo è probabilmente in Londra.

— Voi credete? È dunque il destino che mi mette sulle sue tracce?

Dite la Provvidenza, — soggiunse Dick Leslie. — Al piacere di rivedere Vostra Grazia.

— Presto, è vero?

— Al più presto. —

Però, passarono tre giorni, senza che Roberto Alimena avesse riveduto Dick Leslie. La sua impazienza e la sua ansietà erano arrivate all'estremo, quando la sera del quarto giorno, rientrando dal Covent-Garden, gli dissero che una persona lo aspettava nella sua stanza. Egli trovò Dick Leslie seduto presso il camino, con aria insolitamente meditativa. Quell'aspetto concentrato, turbò il conte Alimena; egli previde che Dick Leslie avesse fatto un fiasco completo. Ma, se avesse fatto fiasco, perchè sarebbe venuto colà?

— Ebbene? — egli disse, sedendosi dirimpetto al detective che lo guardava quietamente.

— Si va, — rispose costui, semplicemente, ma a bassa voce.

— Cioè?

— Ho ritrovato il nostro uomo.

Veramente? — gridò Roberto, fremendo di gioia, ma ancora incredulo.

— Ho ragione d'esserne certo.

— Dov'è?

— A Londra.

Lontano?

— Così, così. Venti minuti di carrozza, — rispose laconicamente Dick Leslie.

— Come si chiama?

Marcus Henner, — rispose l'agente di polizia, a voce molto bassa.

— Di che paese?

Oriundo tedesco, ma ebreo.

— È proprio lui? — chiese ancora Roberto.

— Proprio lui, piccolo, gobbo davanti e di dietro, con gli occhi verdi, emaciato, smunto, con una barbetta rada e sudicia, con un cranio, dove ispido e dove pelato.

— È lui, — disse con un profondo sospiro di sollievo Roberto Alimena.

— Che fa?

— È un medico, ma non un medico dei soliti, di quelli che accomodano le braccia rotte e che guardano le lingue sporche. È un medico di malattie nervose, ma è soprattutto un ipnotizzatore. Non guarisce, finge di guarire, cioè convince la gente di esser guarita, — spiegò Dick Leslie. — Il dottor Marcus Henner ha una larga clientela, specialmente femminile, e guadagna quello che vuole.

Egli viene ogni anno a Londra, per due o tre mesi; prende sempre il solito appartamento, e ne sparisce a data fissa, senza avvertire o salutare nessuno.

— Un uomo misterioso? — disse Roberto.

Misteriosissimo. Girano, intorno alla sua casa, le facce più strane: egli fa la vita più bizzarra e più incomprensibile. Alcuni dicono di aver udito spesso delle grida orribili di donna uscire dalla stanza delle sue consultazioni. Ha dei servitori assolutamente fedeli; ma, ve n'è uno, che può diventargli infedele.

— Lo avete comprato? — disse Roberto.

— Non ve ne sarà bisogno; vi è una ragione, per cui tradirà il suo padrone.

— Quale ragione?

— Egli è devoto estremamente a Marcus Henner; credo che lo ami e lo tema; ma egli adora la sua padrona.

— Vi è dunque una padrona? — domandò, trasalendo Roberto Alimena.

— Sì, — rispose Dick Leslie.

— L'avete vista?

— L'ho intravvista.

— E dove?

Dietro il merletto di una tenda.

— Ed è giovane ed è bella? — chiese Roberto, ansiosamente.

— L'ho intravvista, vi dico: ho visto degli occhi malinconici.

Malinconici e fieri, — soggiunse Roberto Alimena, come se parlasse in sogno.

— Non tanto giovane, — riprese Dick Leslie — un po’ sciupata, simile ad una carcerata, o ad una folle.

— E chi è costei? — chiese Roberto Alimena, che non osava far la domanda più importante.

Dice John che è la moglie di Marcus Henner, o forse sua sorella, o forse nulla. John adora questa donna, ma neppure sa chi sia.

— Neppure il nome? Il nome, vorrei sapere! — esclamò Roberto Alimena.

— Si chiama Maria: la signora Maria.

— Niente altro?

— Solo questo nome. È cristiana, però: anzi, cristiana fervente.

— Allora non gli è moglie! — gridò Roberto, trionfante.

Amante, forse. … — mormorò Dick Leslie, come se pensasse ad altro.

— È impossibile, con un giudeo?

— Ho ragione di credere che sia anche un giudeo importante; il rabbino maggiore di Londra ci va spesso, sebbene questo Marcus Henner non vada mai nella sinagoga. Dicono, anche, che sia amico di tutti i Rothschild. Certo è che alla sua casa, di giorno, di notte, arrivano continuamente degli ebrei, laceri, stanchi, come se avessero viaggiato a piedi, da paesi lontanissimi. …

— Un capo?

— Sì, un capo di qualche cosa. … non so bene, ancora.

— E lei? E lei? — chiese ancora Roberto.

— Lei? Non so altro. Deve essere una vittima. …

— Sì, sì. Quando vedrete John?

— Questa notte.

Dove?

— A un'osteria.

— Vengo anche io.

— No, Vostra Grazia.

— Sì, voglio venire.

— Ma con quale scusa?

Direte che sono un amico vostro.

— Non mi crederà. Non dirà più niente.

Dick Leslie, io non ci resisto!

— Ma a che non resistete, Vostra Grazia?

— Io voglio sapere se questa donna ha una mano tagliata.

— Forse! — mormorò Leslie.

— Dunque, è così? — gridò Roberto, afferrando il braccio del detective.

— Non è certo, non è certo!

— Quasi certo?

— Quasi.

— Oh datemene la certezza e le diecimila lire sono vostre!

— Sarebbe un troppo scarso servizio, — disse sorridendo l'agente di polizia. — Io dovevo scoprire il nome e l'indirizzo del vostro nemico e l'ho fatto; ma dovevo anche dirvi il suo segreto e non ve lo ho detto ancora.

— Io voglio liberare quella donna. Maria deve sfuggire al contatto di quel mostro. Voi mi aiuterete, Dick Leslie!

— Ciò è molto più grave, signore, — dichiarò il detective.

Spenderò qualunque somma, — gridò Roberto, giunto al colmo dell'esaltamento.

— Non si tratta di denaro. Darvi delle informazioni, dirvi chi è, e che fa, e che vuole questo Marcus Henner, sì: aiutarvi in un colpo di mano, no. Io non sono che un agente di notizie, — disse Leslie, quietamente.

— Sta bene. Farò da me. Ma questa sera voi dovrete condurmi all'osteria.

— Vostra Signoria? È un'imprudenza.

— E perchè?

— Se John ci tradisse? Se fosse un agente di Henner e non un devoto della signora Maria?

— Voi dicevate il contrario!

— E chi può esser certo di nulla? Questo John è molto commosso dei dolori della signora Maria, della sventura. …

— Dunque, è sventurata? Vedete bene, Dick!

— Egli vorrebbe, forse, liberarla. … — soggiunse Leslie, guardando in viso Alimena.

Vedete, vedete!

— Ma ha una paura orribile di Marcus Henner! Ci può sfuggire, comprendete!

— Io verrò, questa sera, — soggiunse ostinatamente Roberto Alimena.

— Come vuole Vostra Grazia; ma io non garentisco le conseguenze.

— Che importa! Marcus Henner mi sfugga: io voglio Maria!

— Eh, Vostra Signoria doveva dirmelo, — disse sorridendo Dick Leslie.

— Dunque, mi venite a prendere?

— Sì, verrò.

— A che ora?

— Alle nove e mezzo di sera.

— Come debbo vestirmi?

— Come me. Toglietevi anelli e catene, nessun gioiello: è un'osteria di mala fama. Non portate denaro addosso.

— E se John ne vuole?

— Non ne ha chiesto. Ritengo che vi servirà gratuitamente, per il piacere di salvare la sua signora. Ma sempre se si giunge a dominare la paura che ha di Marcus Henner.

— Ci arriveremo.

— Eh! È un po’ difficile. Con l'ipnotismo non si scherza, mio signore. John è sotto il dominio di una potente suggestione.

— Io credo nella volontà umana.

— A questa sera, Vostra Grazia, giacchè la mezzanotte è già passata.

Buona notte. —

Roberto Alimena era in uno stato di convulsione nervosa, ma di nervosità gioconda. Gli pareva di aver fatto un passo grandissimo scoprendo il nome e l'indirizzo di Marcus Henner; gli pareva di aver conquistato il mondo, avendo saputo un lembo della vita della povera carcerata. In quelle prime ore di pensieri, egli non dubitò neppure un momento che la signora Maria fosse la donna dalla mano tagliata; e sentì di amarla potentemente, senza conoscerla, avendola vista una sola volta, a Roma, di sera, di sfuggita. Così, egli trascorse la notte; ma, verso la mattina, stanco, esausto, un dubbio profondo lo assalse che tutte quelle cose dettegli da Dick Leslie fossero una frottola. E se il suo nemico non fosse Marcus Henner? Se il detective si fosse ingannato? Se il gobbo gli avesse teso un tranello? Era in questa crudele incertezza, quando la posta della mattina gli portò la lettera di Silvio Amati, respintagli da Parigi.

La lettera diceva così:

 

«Caro Roberto,

 

«Non vi ho scritto sin ora, perchè non potevo darvi nessuna precisa notizia sull'affare che tanto v'interessa. Ora posso dirvi questo: l'uomo che ha scoperto il segreto per imbalsamare i cadaveri, si chiama Marcus Henner; è dottore, è ebreo, è gobbo, e ha gli occhi verdi. In questo momento abita a Londra. Vi stringo cordialmente la mano.

«Vostro Silvio Amati

 

Un movimento di trionfo sollevò lo spirito del conte Alimena dinanzi a questo incrociarsi così serrato de' fili del suo romanzo. Il potente interesse che animava la sua vita e per cui egli aveva arrischiato l'esistenza, e si trovava nel pericolo di un grave processo, pareva fosse giunto al suo culmine; ed egli tremava di commozione, pensando di poter vedere la misteriosa donna dalla mano tagliata, di poterla strappare a Marcus Henner, di dirle che egli l'amava, avendo cominciato per amare quella povera cara mano troncata. Egli era certo, Roberto Alimena, di poter strappare al terribile gobbo la sua preda, come se non avesse avuto delle prove che il gobbo dagli occhi verdi fosse un mostro di intelligenza e d'infamia, un uomo misterioso, oscuro e potente.

Tutto il giorno egli non osò di uscire dal suo Albergo Piccadilly per timore che venisse un contrordine di Dick Leslie, per timore che il gobbo dagli occhi verdi, incontrandolo per la via, non si mettesse in sospetto e non tentasse qualcuno de' suoi orribili tranelli. D'altra parte, il detective, con molta furberia, non aveva detto a Roberto Alimena l'indirizzo di Marcus Henner, temendo che il giovane gentiluomo non commettesse qualche grave imprudenza; e, nell'ansietà di quella felice scoperta, Roberto Alimena aveva dimenticato di chiederglielo.

D'altronde, a che sarebbe uscito di casa, l'Alimena? La sola cosa, che lo aveva attirato a Londra, era il desiderio di scovare Marcus Henner e il suo segreto. Aveva avuto la fortuna, in tre giorni, di andare diritto alla verità, che gli era giunta da due parti, da Dick Leslie e da Silvio Amati, il che gli sembrava un disegno della Provvidenza, che voleva favorirlo nella sua intrapresa.

In quella giornata, egli non fece altro che leggiucchiare, fumare un centinaio di sigarette, bere una quantità di bibite inglesi, fredde e calde, senza mai uscire dalla sua stanza. Egli pranzò nel salotto attiguo alla sua camera, tutto solo, cercando d'interessarsi alla lettura del Times, inutilmente.

Aveva pranzato prestissimo e la serata gli si parava innanzi interminabile.

Chiuse tutte le porte, accese tutti i candelabri, come faceva sempre prima di compiere questo atto di adorazione, e schiuse il cofanetto della mano tagliata.

Quanto era bella! E pensare che tutti quanti, Silvio Amati, Héliane Love, Ranieri Lambertini, tutti gli avevano detto che quella era la mano di una morta e che il suo era un sogno, una follìa, mentre egli solo, tenacemente, con una fede incrollabile, aveva creduto che quella mano fosse di persona ancora viva, ed aveva desiderato di raggiungere quella donna, di conoscerla, di adorarla, di darle la sua vita. Egli era stato un uomo freddo e arido, sino allora; ma sono questi i caratteri glaciali che meglio divampano nella passione.

La lunga contemplazione di quella mano bellissima, in quella solitudine, dette come un risalto alla sua fantastica passione, e non sapendo resistere a questo impeto, si mise a scrivere una lettera a Lei.

 

«Mia diletta,

 

«Non vi conosco; non mi conoscete; ma l'anima mia vi ha visto già da tempo, quando nelle sue ore di penosa stanchezza morale ha invocato una donna, la Donna, perchè venisse a soffondere di poesia e di dolcezza una esistenza vacua e bene spesso amara. Non vi conosco; ma, io so chi voi siete. So il vostro nome persino, da ieri: voi vi chiamate Maria, voi portate il nome della più pura tra le vergini, voi portate il nome della più santa tra le donne, che fu mia madre. Credete: quando seppi il vostro nome, ieri, mi parve di averlo inteso già tante volte; nelle ore più care della vita, ne' sogni della notte, mi era così amorosamente noto questo nome, lo aspettavo tanto, che, quasi, io lo pronunziai contemporaneamente a colui che me lo diceva. Maria! Maria! Dove siete voi? Dove potrò cercarvi? Dove potrò vedervi, inginocchiarmi innanzi a voi, baciare il lembo della vostra veste bianca, e dirvi: «Signora, ecco il vostro servo?» Non eravate voi vestita di bianco, nella sera di febbraio, quando io vi vidi, sotto la luce tremula de’moccoletti, in piazza Venezia, quando vi levaste, nella candida vostra veste, e mi lanciaste un fiore, e mi sorrideste così dolorosamente, guardandomi con gli occhi malinconici e fieri? Maria, Maria! Vi ho seguìta nella notte, correndo affannosamente dietro la vostra vettura, e il vostro caro fantasma sempre più s'allontanava, e un affanno mi stringeva questo cuore che mi portavate via, e vi ho perduta, e tutto mi parve perduto con voi! Ma voi siete qui, in Londra, poco lontana da me, poco lontana dal mio desiderio di dedizione e di adorazione; ma, domani forse, io vi rivedrò, anima mia, mia dolcezza, mia cara donna sconosciuta, bella, infelice, dolente! Oh, quali lunghe storie di dolore io ho letto nei vostri occhi, in quello sguardo, quali torture ineffabili, inflittevi dal mostro che vi serra, vi carcera, vi sottrae all'aria, alla libertà e all'amore! Maria, quanto dovete aver pianto! Che veli di lacrime devono avere appannato i vostri occhi, che amarezze debbono avere inondato le vostre vene e impallidito per sempre il caro volto! Come dovete aver sofferto! Quand’io penso che mentre voi soffrivate, nel tempo trascorso, io, ignaro, lontano, godevo ne’ futili piaceri del lusso, rimprovero a me stesso queste ore vane, e penso che v'ho conosciuto troppo tardi.

«Maria, è troppo tardi? Credete che sia troppo tardi? No, perchè la vita comincia appunto quando comincia l'amore; perchè, se voi sarete mia, se io potrò rapirvi all'orribile mostro che vi tiene, la vostra vita rinascerà, più bella, più forte, novellamente giovane.

«Oh Maria, Maria, voi piangerete sul mio seno tutte le lacrime che non avete ancora piante, e io le rasciugherò lentamente, io bacerò i vostri bei capelli neri, io bacerò i vostri belli occhi neri che così malinconicamente e dolcemente mi hanno guardato, in piazza Venezia, quella sera! Dovessi morirne, vi toglierò a Marcus Henner! Se anche io muoio, avrò almeno ucciso l'atroce gobbo che è il vostro carnefice e voi sarete ridonata alla libertà. Io. … sarò felice di morire per voi. A che serve, questa mia vita! A che è servita, finora? E quale migliore fine che perire per voi, Anima?

«Chi siete, dove siete, che siete? Non so. So che io solo ho creduto alla vostra esistenza, quando tutti mi dicevano che era un sogno, che era una follìa: so che io solo mi sono ostinato a ricercarvi, dappertutto, fidando nel vostro divino fantasma e ritrovandovi viva, infine! Io ho creduto nella vostra ombra, o Maria! Quale innamorato ha presentito, così? Quale amante appassionato ha principiato per amare un’idea, una visione della fantasia, come me, e ha giurato fede a quest'ombra, ha giurato amore a una visione? Chi, se non io? Io sentiva che voi esistevate, Maria. L'ho sentito dal primo momento, in cui ho visto la vostra mano!

«Maria, Maria, quella mano, giunta in mio potere, per un caso tanto strano, capitata sotto i miei occhi, sotto le mie labbra, seguendo un destino tanto bizzarro, quella mano, Maria, io l'adoro, perchè è vostra, perchè è una parte della vostra persona, perchè io fremo di voluttà e di orrore, innanzi ad essa, pensando all'orribile stregone che vi ha mutilata! Dio, Dio, che cosa gli farò mai, io, a questo scellerato, a questo boia, per punirlo del suo efferato delitto, quale tortura inventerò io per farlo soffrire mille volte di più, di quello che voi, povera anima, avete sofferto? L'avrò io nelle mani e potrò io cavargli il sangue goccia per goccia? Quella mano, Maria, quella povera mano cara e morbida, tolta al vostro bel corpo, così barbaramente, tolta per compiere chissà quale atroce disegno, quella povera mano bianca e gemmata, che io copro di baci e di lacrime, quella mano grida vendetta innanzi al Signore! Voi siete credente, io lo so, voi siete piissima, Maria, e io anche credo, da che vi amo; ma voi, certo, non potete perdonare a costui, come Cristo perdonò, perchè Cristo era il Figliuol di Dio, e noi siamo uomini, siamo di carne e di ossa, non possiamo perdonare a coloro che hanno voluto ucciderci. Lo sapete che costui ha tentato di uccidermi? Lo sapete che ha messo alla morte, quasi, il mio migliore amico, Ranieri Lambertini? Suppongo qualche infamia di donne, perchè Ranieri amava una bellissima fanciulla israelita e intanto egli è ancora infermo, ella è sparita, tutto è finito e anche io sono fuggiasco! Fuggiasco! Che importa? Il mio destino, fatalmente, mi ha condotto qui, dove voi siete, guidandomici così direttamente, che mi sembra un miracolo. Io sono fuggiasco, Maria, ma vi ho ritrovata e vi porterò via.

«Verrete con me, è vero? Vi sgomentano, forse, le parole di amore che vi ho dette? Avete disgusto, ribrezzo dell'amore, forse? Siete ferita al cuore, avete qualche ricordo, avete qualche altro amore? Chi lo sa! Non importa. Se volete, io non vi parlerò d'amore. Io vi salverò, solamente. Bisogna che io vi salvi, Maria. Voi soffrite, voi piangete, voi vi disperate, lo so. Forse quest'uomo vi ama di un amore immondo e vi costringe a subire il suo talamoDio, come ucciderò io quest'uomo? — e forse voi avete resistito, ma le vostre forze sono esauste, il vostro coraggio è smarrito. Maria, vi salverò; non vi domando nulla, per questo. Forse vi siete votata a Dio. Forse non avete più fede nella vita e nell'amore, e le mie parole vi offendono. Non vi dirò più niente. Verrete meco, lontano. Come vorrete vivere, vivrete. Io non vi molesterò con preghiere e con lamenti, ma vi starò dattorno come un amico, come un servo, fedelmente, taciturno, pago di avervi salvata e di poter vivere con voi. Maria, credete, il mio cuore è tutto devozione per voi. Avete bisogno di fuggire, di essere libera, lontana, protetta da una tenerezza costante e io ve la offro, io non vi chiederò nulla, in cambio. Mi amerete voi, forse, un giorno? Forse, no. Ma io non ve ne parlerò mai. Non vi conosco, non mi conoscete. Ma mi conoscerete. Se sapeste che ero e che sono! Se sapeste che creatura arida, perversa, fredda, odiosa io era! E se vedeste che anima tenera, pia, mistica, devota, purissima ho io adesso, perchè vi amo, perchè la vostra cara mano è venuta sotto le mie labbra! Voi non vi offendete di questi baci, è vero? No, cara, no? Io. … non potrei stare senza baciarla e vi mentirei se vi dicessi che non lo fo. Maria, sarete per me quello che voi vorrete. Non mi abbandonerete mai, ecco tutto. Siete una buona cristiana e non condurrete un'anima alla disperazione. No. No. Lo so bene, che non mi lascerete mai!

«Maria, chi siete, dove siete, che fate, che pensate? Quale è la vostra istoria? Che siete, a questo terribile e brutto mostro di Marcus Henner? Da quanto siete con lui? Che gli avete fatto, perchè egli vi abbia tanto fatto soffrire? Donde venite, dove andate, quale è l'altro vostro nome? Mi direte tutto questo, è vero? Io vi adoro, me lo direte. Fra poco, forse. Sento che è fra poco. Questa notte io mi avvicinerò ancora più a voi e domani, nella notte forse, mio Dio, sarò vicino a voi, Maria, e inginocchiandomi innanzi a una martire, a una santa, bacerò il lembo del vostro vestito, bacerò l'altra vostra mano, con la devozione di un credente.

«Maria, sono vostro.

«Roberto Alimena»

 

 

Egli rilesse ad alta voce quella lettera amorosa e malgrado le follìe passionali che vi aveva accumulate, gli parve fredda e scialba. Fu per lacerarla: ma si fermò. Folle come era, quella lettera, sarebbe servita al suo scopo se John si fosse deciso a portarla a Maria, nella medesima notte. Non sapeva, ancora, Roberto, come avrebbe salvato quella donna; ma era certo di salvarla.

Aveva appena finito di rileggere questa epistola, quando bussarono alla porta della sua stanza e il detective entrò. Dick Leslie era appena appena riconoscibile in certi panni vecchi sdruciti, macchiati, con una camicia lacera e un cordone di seta nera aggrovigliato al collo, che fungeva da cravatta. Il naso di Dick Leslie era rosso oltremisura, come quello di un beone: e anche la bocca aveva una smorfia di ubbriacone.

Buona sera a Vostra Grazia, — egli disse, con una voce pastosa e roca.

Buona sera, Leslie. Siete perfetto, anche nell'orario.

— È Vostra Signoria che è imperfetto. Vuol venire così, in una taverna di Druray Lane?

— È mal frequentata?

Pessimamente. Tutti ladri, pregiudicati, assassini, avanzi di galera. Se vi vedono così bene vestito, vi aspetteranno in un angolo di via, per togliervi il soprabito.

— Dunque?

Cambiar vestito: il peggiore; una camicia sciupata. Togliete ogni gioiello, specialmente gli anelli. Le mani saranno sempre bianche e Vostra Signoria sembrerà sempre un lord.

— Avrò questa roba? — chiese a stesso Roberto Alimena, frugando in tutti i cassetti.

Infine, alla meglio, qualche cosa trovò: e innanzi a Dick Leslie che guardava, cambiò di abiti, mise una vecchia giacchetta da caccia, si ammaccò un cappello di feltro sul capo, dandogli un aspetto ignobile, si arrotolò una cravatta sotto una camicia da notte.

— Vostra Signoria ha denaro?

— A Londra?

— No, in albergo.

— Sì, dieci o quindicimila lire. Il resto, dal mio banchiere, Golfus and Absalon.

— Questo denaro bisogna consegnarlo all'albergatore, Vostra Grazia, con una lettera.

— Che lettera?

— Non ricorda Vostra Signoria che giuochiamo una terribile partita? E se John ci tende un tranello? Se ci porta in un agguato?

— È vero, — disse Roberto Alimena, pensoso. — Ma per me, non m'importa.

— Neanche per me, Vostra Signoria. Per me morirò di morte violenta, un giorno o l'altro. Tre o quattro persone mi hanno promesso di uccidermi. Io me ne rido. Dick Leslie è filosofo, milord. Ma una lettera, ci vuole.

Vale a dire?

Scrivete in questa lettera che, non vedendovi tornare fra otto giorni, vuol dire che siete prigioniero, o ucciso; e che è Marcus Henner, il dottore gobbo, l’ipnotizzatore ebreo quello che vi tiene o che vi ha assassinato. Darete il suo indirizzo, domandando indagini e vendetta ai due tribunali, italiano e inglese.

— E se consegno questa lettera, l'albergatore non sospetterà, prima, subito?

— No, è inglese, è corretto e preciso. Gli direte: «Tenete questa lettera, se io non ritorno fra otto giorni, l'aprirete perchè contiene istruzioni e l’indirizzo dove dovete spedirmi il denaro

— E non sarà preso dalla curiosità?

— No. È inglese.

Debbo tenere denaro, addosso?

Venti o trenta marenghi. Ma nascosti nelle scarpe.

— E per John?

Ripeto, non fa questo per denaro. Egli adora la sua infelice padrona, Maria.

Dobbiamo essere armati?

— Sì, ma molto segretamente. Vostra Signoria ha delle buone armi?

— Ecco. —

E Roberto Alimena cavò due piccole pistole, fini e tremende: ne diede una a Dick Leslie.

Graziosissima, — disse costui, mettendosela nella tasca del panciotto.

— Ve la dono, Dick.

Grazie, milord. E altre armi?

— Questo piccolo pugnale?

— Sì: buono.

— Questo coltellino?

Uccide: portiamolo.

Basta?

— Sì, basta: io ho il mio boxe. —

E mostrò quella mezza mano di ferro che è un'arma così formidabile, in Londra, maneggiata dal pugno inglese.

Bene, — disse Roberto. — E John verrà?

— Ha promesso.

Manterrà?

Credo: spero.

— Non ne siete certo?

— Nulla è certo, nel mondo, Vostra Grazia.

Andiamo, allora?

— Un momento, scriva questa lettera, Vostra Signoria. —

E, difatti, con molta calma, reprimendo i suoi nervi eccitatissimi, Roberto scrisse la lettera nei termini che Dick Leslie gli aveva suggerito. Poi, suonando un campanello, fece venire a il segretario dell'albergo.

Costui prese flemmaticamente il denaro che gli consegnò il conte Alimena e gli dette una ricevuta; poi, intascò la lettera chiusa e se ne andò, muto, salutando.

— A che ora è il convegno?

— Alle undici e mezzo. È lontano, però.

Prenderemo un legno?

— Sì, ma a un certo punto lo lasceremo. Non bisogna mìca giungere in carrozza, a una taverna di Druray Lane.

Comprendo. Andiamo, Dick.

— Un momento. Vostra Grazia mi promette di esser padrone di stesso!

— Sì.

— Di tacere?

— Sì.

— Qualunque cosa ascolti?

— Qualunque.

— Qualunque cosa accada?

— Qualunque; prometto, in parola di onore.

Bene, andiamo. —

Suonavano le undici all’orologio dell’Albergo Piccadilly, quando il conte Roberto Alimena escì insieme col detective Dick Leslie. Appena fuori di casa, l'agente prese familiarmente a braccetto il giovane gentiluomo italiano e cominciò a parlargli concitatamente. Cammina vano un po’ a sghembo, come se già fossero ubbriachi: e si sorridevano stupidamente, coppia di oziosi beoni, di cui è continuo il passaggio nelle vie di Londra. Poco lontano da Piccadilly, Dick Leslie fischiò un cab, e nella piccola vettura chiusa andarono, taciturni, pensosi, presi dalle preoccupazioni dell'audace impresa che tentavano. Per qualche tempo la vettura passò per vie larghe, fulgidamente illuminate, piene ancora di gente, malgrado l'ora avanzata; poi rotolò sordamente sopra un ponte e penetrò in vie più anguste, più buie e più solitarie. A un tratto, Dick Leslie che aveva seguitato a fumare la sua pipetta corta di radice, cavandone grandi sbuffi di fumo, tirò il cordone legato al braccio del cocchiere e il cab si fermò improvvisamente.

— Ci siamo? — chiese Roberto, ansiosamente, ma a bassa voce.

— Non ancora: adesso. —

Il detective pagò il cocchiere e rimase fermo a vedere il cab che si allontanava; quando il rumore delle ruote si disperse nella lontananza, allora Dick Leslie riprese il braccio di Roberto Alimena e s'internò con lui in una via lunga, deserta, scarsamente illuminata. Camminarono abbastanza, in silenzio; Roberto, sentendosi così prossimo a una soluzione del suo grande affare, era inquieto, nervoso e mordeva il suo sigaro. Svoltarono, di nuovo, per quattro o cinque straduzze e si trovarono sulla riva del Tamigi, lungo un doch, deserto. I lampioni a gas, abbastanza radi, vi mettevano una luce fioca e vagolante al piacere del vento che si era levato, impetuoso. Tutte le botteghe del lungo dock erano chiuse: solo, qua e , qualcuna era socchiusa e ne usciva un filo di luce.

— Ci siamo? — chiese ancora Roberto, che fremeva.

Ora, — rispose pazientemente Dick Leslie.

Una lanterna a vetri rossi ondeggiava sospesa a un uncino, davanti a una porta a cristalli, velata di tendine di lana rossa.

— Ecco l'osteria della Bella Editta, — disse il detective, fermandosi.

Roberto, prima di entrare, dette uno sguardo alla via, lungo il fiume. Era singolarmente tetra; e il rombo delle limacciose acque del Tamigi, rombo sordo e lugubre, ne accresceva la tetraggine. Non passava un'anima.

— Qui ci possono ammazzare e seppellire in cinque minuti, — disse Roberto accennando al fiume.

Evidentemente, — mormorò l'agente — ma non ci faremo uccidere che all'ultima estremità. —

Ciò dicendo, mise la mano al lucchetto della porta ed entrò dentro, seguìto immediatamente da Roberto Alimena. L'osteria della Bella Editta era formata da un lungo e basso stanzone, a vòlta, ad archi successivi, massicci, che parea si abbassassero sui frequentatori, come gli archi di una cripta. A dritta e a manca, vi erano delle tavole coperte d’incerato nero e delle panche di legno, a spalliera, per gli avventori. Il banco era nel fondo, sotto un paio di lumi più vivi; e di arco in arco i lumi fiochi s’inseguivano appena diradando il velo di fumo, la nebbia umida e calda che regnava in quell'ambiente. La taverna aveva l'aspetto di un sotterraneo e il fumo delle pipe, gli aliti e non so quale bruma venuta dal fiume, ne rendevano più strano e più pauroso l'aspetto. Qua e dei brutti ceffi erano seduti innanzi a un bicchierone di bevanda, birra, liquore, o miscela bizzarra di tutti i colori; e si udiva sacramentare, ogni tanto, in inglese, con voce gutturale. In fondo, al banco, vi era un uomo calvo, dalla faccia affilata di faina e da un ventre enorme: un malato d’idropisia, come se l'acqua e la nebbia del fiume gli avessero gonfiata la pancia. Nessuna traccia della Bella Editta; un cameriere, magro, pallido, coi capelli rossi, portava le bibite agli avventori, sfilando in silenzio lungo quel budello nero che era l'osteria.

L'entrata dei due nuovi avventori fece voltare il capo a quattro o cinque di quelle brutte facce, con una curiosità ebete; alcuni guardarono a lungo, obliquamente, come se analizzassero lo stato dei due. Ma Dick Leslie non si turbò e ordinò subito due wiskey fortemente drogati e caldi, al garzone.

— Verrà? — disse ancora Roberto Alimena che aveva gli occhi fissi sulla porta.

— Ha promesso, — rispose evasivamente il detective, ricaricando la sua pipa.

Tacquero. Roberto Alimena teneva gli occhi bassi e pensava. Leslie seguitava a fumare. A un tratto, di fuori, si udì un fischio stridulo e breve. Dick Leslie trasalì, ma non disse verbo.

— Che è? — domandò Roberto che anche aveva avuto un fremito.

L'agente gli fece cenno di tacere. Un po’ più vicino, il fischio si ripetè, più stridente. Allora, due avventori della Bella Editta si levarono da tavola, dove stavano bevendo della birra e gittarono del danaro sul tavolino: erano due volti di ladri e di assassini, mal vestiti, avvolti in certe cravatte rossastre, con le mani in tasca e con la pipetta in bocca. Uscirono lentamente, guardandosi intorno, con certe occhiate di sbieco.

La porta si richiuse dietro loro; e un minuto di profondo silenzio regnò nell'osteria, un silenzio tragico.

Va a succedere una disgrazia, — osservò quietamente Dick Leslie.

— Sì? Qui vicino?

Chissà! —

Tacquero di nuovo. Le undici e mezzo erano passate.

John non si vede, — disse Roberto Alimena che era sulle spine.

Ma non aveva finito di dire questo, che la porta dalle tendine rosse, che metteva dei riflessi sanguigni nella via, si schiuse e John, il servo di Marcus Henner, entrò.

— È lui, — disse a fior di labbro Dick Leslie.

Il servo di Marcus Henner entrò lentamente, con le mani nelle tasche del pastrano, fumando la sua pipetta corta, come tutti gli avventori della taverna della Bella Editta; e scambiò qua e qualche saluto con coloro che bevevano. Anche, salutò Dick Leslie, ma non si accostò a lui e andò a sedersi a un tavolino, tutto solo.

Battendo con la pipetta sul piano di legno, chiamò il garzone e si fece portare un cock-tail, bevanda forte e tutta inglese.

Perchè non è venuto da noi? — domandò a bassa voce Roberto Alimena.

— Abbiate pazienza. Non precipitate gli avvenimenti. Non bisogna aver l'aria di corrergli dietro.

— Sta bene, ma non ne posso più.

— Tutto succede a chi sa frenarsi.

Pensate che quell'uomo ha nelle mani la mia felicità! — mormorò Roberto, come se parlasse a stesso.

Dick Leslie e Roberto Alimena tacquero, fumando. Mentre guardavano le nuvole di fumo che s’innalzavano verso la vòlta bassa della taverna, ecco di nuovo, di lontano, questa volta, si udì il fischio stridente e breve. Poi, un passo rapidissimo trascorse fuori l'osteria, seguìto da un altro, anche più rapido.

— Che sarà? — disse Roberto.

— L'affare è fatto, — rispose il detective, senza muover ciglio.

— Cioè?

— Un uomo è morto.

— Un uomo?

— O una donna, chi sa!

— Un assassinio?

— Già.

Domani si troverà il cadavere?

— Oh no! Il Tamigi è così profondo!

— E voi, che siete della polizia, non vi occupate di ciò, non cercate d'impedire, di scoprire?

— Non ho ordini, — disse Dick Leslie, freddamente. — E quando non ho ordini, non me ne importa niente. Se domani mi ordinassero di scoprire i malfattori di questa notte, saprei dove prenderli, ecco.

Tardi: ad assassinio compiuto.

— Che fare? Muore tanta gente, a Londra!

— Che orribile paese!

— Oh, atroce, — disse tranquillamente Dick, ricaricando la sua pipa.

Ma in questo, John che aveva finito di bere il suo cock-tail, si alzò dal suo posto e venne a salutare Dick Leslie, restando in piedi accanto al tavolino dei due. Roberto Alimena toccò il suo cappello, niente altro; e stette immoto, guardando la vòlta, con le mani in tasca, come se nulla di ciò che dicevano Dick e John lo potesse interessare.

— Siete venuto tardi, amico, — disse Dick, con una perfetta indifferenza, riaccendendo la sua pipa.

— Si lavora molto, da noi, — rispose John, il servo, con accento enigmatico.

— Anche la sera?

— Anche la notte.

Cattivo servizio: non ci resterei, io, — borbottò Dick, fumando come una locomotiva.

— Però, verso quest’ora io mi rendo libero, sempre, — osservò John, prendendo posto accanto a Dick sul banco.

— Ah sì? Ma il vostro padrone continua a lavorare?

— Sì. Veglia spesso, di notte.

Scrive, legge?

Riceve gente, anche, — disse John, a voce bassa.

— Ah!

— È un uomo potente e grande, Marcus Henner, — soggiunse il servo, sogguardando Roberto Alimena, come se lo avesse compreso in tempo.

— Oh! Oh! non sarà mica questa gran cosa che dite! — osservò ironicamente Dick. — Chi lo conosce? Chi sa niente di lui?

— È grande, è grande, credetelo, — disse con voce misteriosa e trepida il servo, che era sempre sotto l’influenza del suo padrone.

Ricco? Glorioso? Felice?

Ricco, credo: glorioso, fra la gente della sua razza; felice. … non credo!

Vedete bene che Marcus Henner non è poi il generale Wellington.

— Egli ha un immenso potere sulle anime: le comanda, le domina, le vince, — continuò a dire John, piano, come se narrasse una storia bizzarra.

— Già, è un ipnotizzatore.

— Non so, non so! So che egli piega le volontà, cambia il corso delle idee, assopisce dei dolori e delle gioie. …

False, — disse, a un tratto, Roberto Alimena.

False, che importa? — rispose subito John, volgendosi al nuovo interlocutore.

— L'ipnotismo è basato sull'inganno, — rispose con freddezza Alimena, frenandosi dinanzi a una occhiata di Dick Leslie.

— Sarà; ma è un santo inganno. Giorni sono, vedete, è venuta una povera tisica, mia amica; egli non voleva visitarla: era in un cattivo momento. Però, tanto l'ho pregato, che ha consentito a riceverla. L'ha addormentata e le ha imposto di credersi guarita. Ebbene, la poveretta è andata via felice, felice!

Inganno, inganno, — ripetè Roberto, a bassa voce.

— E poi, — sogghignò Dick Leslie — non sempre il padron vostro adopererà a buono scopo il suo potere. … —

John abbassò gli occhi e non rispose.

— Avete detto che egli non è felice? — chiese Roberto, volendo ricominciare il discorso.

— No, no.

Perchè?

Ama una donna che non lo ama, — disse John, guardando negli occhi il suo interlocutore.

— La vostra padrona? — chiese Dick, imponendo con uno sguardo a Roberto di tacere.

— Sì.

— È sua moglie?

— Non so; pare di no, — disse John, tutto pensoso e preoccupato.

— È la sua amante?

— Non lo so.

— Come, non lo sapete? — chiese Roberto, impazientito.

— Come volete che lo sappia?

— Eppure, vivete in casa!

— La casa è così strana!

— Non fanno vita comune? — disse Roberto, che tremava.

— Ella lo scaccia sempre.

— Sempre?

— Salvo quando egli tenta d’ipnotizzarla.

Tenta? Non gli riesce? — chiese Roberto Alimena che, oramai, non celava più il suo interesse.

— Il mio padrone tenta di addormentarla.

— Ella s'addormenta?

— Per poco, per pochissimo.

Arriva a suggestionarla? — domandò il giovane conte Alimena che era diventato mortalmente pallido.

— In parte, — disse John, a occhi bassi.

Spiegatevi meglio, mio caro, — intervenne Dick Leslie, che aveva visto lo stato di agitazione suprema in cui si trovava il gentiluomo italiano.

— Come volete che mi spieghi? La mia povera signora Maria è una creatura infelicissima e quello che accade a lei, è un romanzo!

— Un romanzo! — esclamò Roberto, con gli occhi in quelli di John.

— Una storia così lunga, così triste, così tetra! — mormorò il servo, che aveva, adesso, una vera emozione nella voce.

Narratela!

— Non posso, — disse John, a capo chino.

Perchè non potete? — incalzò il conte Alimena.

Perchè tradisco il mio padrone.

— Non è egli il tormento della vostra padrona?

— Sì, è vero.

— Non è lui che la tiene carcerata?

— Sì, sì.

— Non è lui che cerca di vincere la volontà, con mezzi strani? Non è lui che la rende così infelice?

— Sì, sì, sì.

— Non amate voi, signor John, più la vostra padrona che il vostro padrone?

— Oh, io venero quella misera creatura!

— E odiate lui, è vero?

— Non l'odio.

— Lo temete?

— Un poco.

Perchè lo temete? Che può farvi?

— Egli è capace di tutto, — mormorò John, con voce trepida.

— Non saprà mai nulla.

— Egli sa tutto.

— Noi vinceremo questo infame, egli morrà, — disse Roberto Alimena, con rabbia che non poteva più reprimere.

Marcus Henner non morirà mai, — disse John con voce misteriosa.

— Oh!

— Egli possiede l'elixir di lunga vita.

— È un impostore, oltre che un farabutto.

— Io ho paura di lui, — disse John, a voce bassa, con accento cupo.

— Ma volete salva lei? La volete salvare? — insistette Roberto Alimena, comprendendo che quello era il mezzo per agire sul servo.

— Vorrei. … credete che lo vorrei. … con tutto il cuore. … ma mi sembra impossibile.

Perchè impossibile?

Marcus Henner è troppo forte, è troppo possente, non arriveremo a deludere la sua vigilanza.

— Se ci aiutate, ci giungeremo.

Morremo tutti.

— Non importa! — esclamò Roberto, con voce soffocata.

— Io non ho voglia di morire, signore, — disse John.

Vedrete, che la salveremo e che niuno morrà, — ripetè Roberto che cercava di suggestionare il servo, con la sua voce, col suo ardore.

— Se anche ci riuscisse, Marcus Henner ci raggiungerà: egli ottiene tutto quello che vuole.

— Ma non l'amore di Maria! — disse Roberto Alimena, a denti stretti.

— Che ne sapete, voi, signore?

— Me lo avete detto: lo spero! — egli dichiarò.

— Ma chi siete voi, signore? — chiese John scosso fra la fiducia e il sospetto.

— Un nemico di Marcus Henner, — disse limpidamente Roberto Alimena.

Perchè lo odiate?

Perchè, senza ragione, mi ha fatto il massimo male.

— È una lotta, fra voi?

Lotta terribile; ma io vincerò.

Marcus Henner è il più forte tra gli uomini, — disse John, con sfiducia triste.

— Vi è Dio, che ci aiuta, — disse Roberto.

— La signora ha tanto pregato Iddio!

— Ma prega assai? — chiese Alimena, severamente.

— Sì; quasi tutto il giorno e con un fervore profondo.

Marcus Henner è ebreo, è vero?

— Sì.

— Ella lo detesta per ciò?

— Lo detesta.

— Egli l'ama?

— L'adora, signore.

— E la tortura così?

— Che fare? La signora Maria non vuole amarlo: e lui si vendica.

Infame, infame! Non ama ella un altro? — chiese Roberto, tremando.

— No. Non credo. Non so, signore, — disse John.

— Non nomina mai nessuno?

— Mai.

— Non ha avuto un innamorato, un marito, un amante?

— Chi sa. Suppongo. …

— Che supponete?

— Che abbia avuto marito.

— Non ne siete certo?

— No. Sono certo di una sola cosa.

— E di che?

— Che ella abbia una figlia?

— Una figlia? Dove? Come?

— Non saprei. Ella ha una figlia.

Piccola?

— No, grande.

— Come, grande?

Venti anni.

— La signora è, dunque, vecchia?

— No, signore.

— Quanti anni avrà?

Trentasei, credo.

— Oh, è giovine, giovine ancora! — disse Roberto Alimena, rinfrancato. — Come può avere una figliuola di venti anni? E dove è, essa?

— È lontana, divisa da lei. Forse Marcus Henner le ha divise. Per questo la signora piange sempre.

— E il nome di questa figlia?

Rachele.

Rachele! Dove ho io inteso questo nome? — chiese, fra , Roberto.

— Che cosa dite, signore? — chiese John, che oramai si lasciava trasportare dall'ambiente di romanzo, in cui viveva.

— Nulla, — soggiunse Robertoditemi ancora di Maria. Ella parla spesso di questa figlia? Le scrive? Ne riceve lettere?

— No, signore. Ella non sa più dove sia da quindici anni. Lewis ed io crediamo che il dottor Marcus Henner abbia rapito la signora Maria, impedendole di vedere mai il marito e la figlia, facendo credere a costoro forse che ella è morta, giurando alla signora Maria, che la sua figliuola è sparita, qualche volta, e qualche volta dicendole di volerla raggiungere. Infine, il dottore ha ucciso il cuore materno della signora Maria.

— Chi è questo Lewis? — chiese Roberto.

— È il maggiordomo, — rispose John — è l'uomo di fiducia di Marcus Henner, è il suo alter ego.

Naturalmente sarà l’aguzzino di Maria, — disse Roberto.

— No, signore. Anch'egli l'ama, come tutti noi l'amiamo. Quante volte Marcus Henner gli degli ordini contro la signora Maria, e Lewis non li eseguisce! Per esempio: la signora Maria scrive continuamente a questa sua figlia. La poveretta non sa dove dirigerle queste lettere, oppure continua piamente a scriverle, e le conserva. Marcus Henner non ha mai potuto sapere dove sieno riposte queste lettere. Eppure, certo, Lewis lo sa!

— Bisogna salvare Maria, — esclamò Roberto, con fermezza.

— Due volte essa ha tentato di fuggire, — riprese John. — Lewis, certo, era suo complice; ma il piano era mal fatto. La signora non aveva denaro. E poi, da quindici anni che non vede nessuno, ha perduto così ogni idea del mondo, che non saprebbe fare un passo essa sola!

— Io la proteggerò, e la difenderò, — disse Roberto. — Ma, senza il vostro aiuto, John, nulla si potrà fare, — e gli rivolse uno sguardo, tra supplichevole e tenero.

— Che cosa ne volete fare della signora Maria? — domandò John, che già cedeva, tanto era il desiderio di liberare quell’infelicissima.

— Io voglio scarcerarla; sottrarla per sempre a Marcus Henner; ricongiungerla con sua figlia.

— Voi amate la signora Maria, signore?

— Io l'amo.

— Ma non la conoscete?

— No, non la conosco, ma l'ho vista.

Dove?

— A Roma, una sera di carnevale.

— Ella vi conosce?

— Non mi conosce. Ma voi le darete questa lettera, — disse Roberto, cavandola audacemente di tasca.

— È una lettera d'amore, è vero? — domandò John, con un lieve sorriso.

— Sì e no. La signora Maria deve sapere che ella ha un amico, deciso a tutto, pure di salvarla, un amico che vuole spendere la sua salute, il suo denaro, la sua vita, pure di toglierla a Marcus Henner.

— Egli ci ucciderà tutti, — disse con un brivido di terrore John.

Sentite, John, — interloquì ad un tratto Dick Leslie, che aveva taciuto sino allora. — Voi non morrete, e non morirà nessuno di noi, se saprete fare. In quale ora la signora Maria è sola?

— Nella notte, — disse John, con un sorriso espressivo.

Vale a dire? — chiese Dick Leslie, mentre Roberto ascoltava, con la massima ansietà.

Vale a dire che la signora Maria non ha mai voluto occupare la splendida camera nuziale che Marcus Henner le aveva preparato, e che è trasportata dovunque si va coi suoi mobili di sposa, che ella non ha mai voluto adoperare. Questa camera, il salotto, la stanza da toilette sono sempre deserte. La signora Maria abita una stanzetta nuda, dove non c'è che un piccolo letto di ferro e qualche altro raro mobile. Colà essa si chiude, ogni sera. Ogni sera, Marcus Henner va a salutarla, le parla a traverso la porta, tenta di entrare. Ella gli risponde male, o non gli risponde. Durante la giornata, Marcus Henner arriva talvolta a vedere la signora Maria, ma di sera, mai. È nella notte, che la signora Maria è libera.

— Noi la porteremo via di notte, — disse Dick, che evidentemente aveva fatto il suo piano, comprendendo che Roberto Alimena ne era incapace.

— Mi pare impossibile, — soggiunse John, che combatteva ancora debolmente.

— Come è chiuso il vostro portone?

— Con un chiavistello a segreto.

— Che segreto?

— Una parola che Marcus Henner cambia ogni giorno.

— Non avete voi detto che Henner riceve persone la notte?

— Sì, spesso.

— Chi va ad aprir loro il portone?

Lewis.

— Allora Lewis deve conoscere la parola quotidiana.

— Certamente, — rispose John, messo alle strette.

Ce la dirà?

— Forse. Si può tentare.

— Lo tenterete?

— Lo tenterò. Lewis sarà ucciso da Marcus Henner, se costui comprende la sua complicità, — disse John.

— No. Basterà fargli credere che la signora Maria sia fuggita all'alba, quando il portone fosse stato già aperto regolarmente.

— Tanto io che Lewis dovremo lasciare il servizio di Marcus Henner, — disse John, dando uno sguardo a Roberto Alimena.

— Sono disposto a fare qualunque sacrifizio, per voi, — disse, subito, il giovane conte.

— Io non sono interessato, — disse John, a occhi bassi, scuotendo lentamente la cenere della sua pipetta. — Vorrei sottrarre la signora Maria alla vita orribile che fa. Sono certo che voi la renderete felice; non vi conosco, ma vi credo un galantuomo; in fondo, Henner è un mascalzone.

— È un infame, — soggiunse Roberto.

— Sì, ma appunto per questo, è terribile. Io non solo perdo il servizio, ma arrischio la vita.

Ditemi, subito, che volete?

— Vorrei imbarcarmi, il giorno stesso del fatto, per l'America.

— Con la vostra famiglia?

— Non ho nessuno. Per questo vengo qui, ogni sera. Vorrei il viaggio e una sommetta per tentare la fortuna. … laggiù.

— Vi darò cinquemila lire e il viaggio. Vi basta?

— Mi basta. E se il colpo non riesce?

— Ve le darò egualmente, — rispose subito Roberto.

— No, — interruppe Dick Leslie. — Darete a John il viaggio e duemila lire, se il colpo non riesce. Così, egli avrà maggior interesse, perchè riesca.

— È vero, — disse John, annuendo col capo. — Quell’Henner, che diavolo! È il diavolo in persona.

— Non così brutto come pare! — disse Dick Leslie, con un lieve sorriso.

— E Lewis? Lewis? — chiese Roberto che vedeva ancora molti punti oscuri, in quella intrapresa.

— Io gli parlerò, — disse John — e domani sera vi farò sapere le sue intenzioni. Ritengo che vi aiuterà. Egli adora la signora Maria.

— Lo porteremo via, con noi, — disse Roberto.

Vedrete voi. Io vado in America.

— Or dunque, concretiamo questo piano, — disse Dick Leslie. — Si fa tardi e qui vorranno chiudere.

— Sarà meglio andarsene fuori, — disse Roberto, che voleva conchiudere rapidamente.

Difatti, uscirono. La via lungo il fiume era diventata anche più tetra, perchè dei lampioni erano stati smorzati. I tre interlocutori camminarono in silenzio, per qualche tempo, guardandosi attorno con sospetto. Ma non fecero nessun cattivo incontro. Evidentemente, il fiume aveva avuta la sua preda, quella notte, in quel quartiere. Quando furono in una via più vicina al centro, più rischiarata, i tre si fermarono a un cantone. Nessuno passava. Pure, parlavano a voce bassissima.

Dunque? — disse John.

Parlate voi, — disse Dick Leslie a Roberto Alimena. — Poi, dirò io.

— Voi porterete questa lettera alla signora Maria, — disse Roberto, con voce tremante.

— Sì.

— Le direte che è un amico, un sincero amico, che gliela manda.

Va bene.

— Che se è veramente inorridita della esistenza che mena con Marcus Henner, sia pronta a fuggire, da un momento all'altro.

Benissimo.

Ottenete la sua promessa.

— Questa è certa.

Ottenetela. Ditele che voglio congiungerla a sua figlia.

— Le dirò che sapete dove è.

— Non lo so: ma lo saprò. Diteglielo pure. Ho scovato Marcus Henner, troverò bene Rachele, la figliuola di Maria.

Benissimo. Se ella fa difficoltà?

— Le vincerete!

— È una donna pia. La vostra lettera di amore la sgomenterà.

— No. È scritta con rispetto.

Comprendo. Che altro?

Parlate voi, Dick, — mormorò Roberto che, liquidata la faccenda della lettera, parea non comprendesse più nulla.

Accomodate tutto con questo Lewis, — disse Dick. — Avete detto che fu complice degli altri due tentativi di fuga di Maria.

— Ne sono sicuro.

Credete che si rifiuterà, ora?

— Non lo credo.

Credete che possa denunziare tutto il piano a Marcus Henner?

— Non credo. Però, ci vuole molta prudenza.

— Volete condurre, domani sera, da noi, Lewis?

— Sì: dove?

— Alla Bella Editta? — chiese Roberto Alimena, sogguardando Dick Leslie.

No, — disse costui, pensando.

— Al mio albergo?

— Neanche, — interruppe Dick, con uno sguardo furibondo a Roberto. — Gli alberghi sono pericolosi.

— E dove, allora?

Qui, — disse Leslie.

— Nella strada?

— Sì: è la più sicura.

— Sta bene: alle undici, — disse John. — Lewis deve ritornare presto a casa. Henner ha bisogno di lui nella notte.

— Alle undici, va bene, — disse Roberto.

— Però, siate cauto. Non parlategli male di Marcus Henner: non ditegli che l'odiate. Egli lo ama.

Resterà con lui, allora?

— Sì: suppongo che ci aiuterà segretamente.

— Tanto meglio, allora, — disse Dick. — Bisognerà corrompere qualcuno?

— No. Non è necessario.

Bisognerà chiedervi una parola di onore, John?

— Non credo, — disse lui, semplicemente. — Faccio questo, per il bene della signora. vi chiederei denaro, se non dovessi fuggire all’ira di Marcus Henner.

Va bene, siete un galantuomo, — disse Roberto, con voce commossa.

— È certo che Lewis non ci tradirà? — chiese Dick Leslie, che era sempre pieno di dubbi.

— È anche un galantuomo.

— Non diceste che era l’alter ego di Henner?

— Sì: colui lo domina. Ha finito per imporsi a lui. Lewis lo ammira ed eseguisce tutti i suoi orni. Ma ama di più la signora Maria.

— Allora, John, buona notte.

Buona notte, signore: buona notte, Dick. — I tre uomini si separarono.

Quando Dick Leslie e Roberto Alimena rimasero soli, si guardarono in viso, nell'ombra: il giovane conte italiano aveva un paio di occhi stralunati, pieni di una gioia inesprimibile.

— Ebbene, Vostra Grazia?

— Ebbene, Dick?

— Siete contento?

Felice, felice!

Aspettate un poco, signore, prima di esser felice.

— Io nulla temo!

— Sta bene. Ma bisogna essere prudente. Andiamo verso l'albergo, Vostra Grazia, perchè bisogna che c’intendiamo bene. —

Camminarono presto, in silenzio. Roberto Alimena aveva il passo elastico della giovinezza felice, e gittava in aria sbuffi di fumo dalla sua pipa inglese. Anche Dick Leslie camminava rapidamente, con le mani in tasca, a capo basso, come se maturasse un piano. E non dissero più nessuna parola, sino a che non si trovarono nella stanza dell’Albergo Piccadilly, calda e bene rischiarata. Erano le due della notte. Roberto si gittò su una poltrona e si nascose il volto tra le mani. Era convulso.

— Un po’ di calma, signore, — disse Dick Leslie, sedendosi anche lui.

Parlate, Dick.

— Che intenzione avete, di fronte alla signora Maria?

Portarla via.

— In che modo?

Partendo!

— È una parola, signore. Due ore dopo che la signora Maria sarà fuori di casa, Marcus Henner si sarà accorto della sua fuga e metterà Londra sottosopra.

— Non è mica il principe di Galles, costui!

Naturalmente, ma è un uomo forte e possente; vi darà del filo da torcere.

Partiremo immediatamente.

— Per dove?

— Per Parigi.

— Non approvo.

Perchè?

Perchè Marcus Henner farà sorvegliare tutte le partenze di Douvres e di Folkestone, in questi giorni.

Restare in Londra?

Dove?

— Qui, all'albergo.

— Avete dato tutti i vostri nomi?

Naturalmente. Ma vi sono tanti alberghi, in Londra!

— Questo è frequentato specialmente dagli italiani. Marcus Henner vi ritroverà nella medesima giornata.

Ricoverarci all'ambasciata italiana?

— Voi siete suddito italiano e vi proteggeranno. Ma la signora Maria, non sapete di dove sia.

— Che importa? È con me.

— Ma non è vostra madre, vostra sorella, vostra moglie.

— È vero. Che fare, Dick?

— Sto pensando.

Pensate, pensate, mio caro! —

Vi fu un intervallo di silenzio. Roberto stava a capo chino, con le mani congiunte sulle ginocchia, assaporando la sua felicità, che neanche le diffidenze di Dick Leslie venivano a turbare.

— Ho pensato, — disse Leslie.

Bravo!

— Vi sono due mezzi.

Dite il migliore.

— No, il peggiore prima. Dovreste trovare, ma stamane istesso, un yacht pronto a partire da un momento all'altro.

— Non si può trovare?

— Sì: si trova, con denaro. Ma, per quanto sia, delle formalità ci vorranno. Dovrete dare i vostri nomi, il yacht li dovrà dichiarare alla Capitaneria del Porto.

Daremo dei falsi nomi.

— Si può, ma è molto pericoloso. D'altronde, i yacht sono lenti e se non trovano vento, fanno cattivo viaggio. Avete bisogno di fare presto.

— È vero, è vero! Ma dove ci porterebbe questo yacht?

— In un porto d’Inghilterra, assai lontano da Londra. Colà, dopo esservi rimasti ventiquattr’ore, potete prendere un piroscafo e andarvene in Italia, in Francia, in Ispagna, in Oriente, dove vorrete.

Dove essa vorrà, — disse Roberto, con voce tremante.

— Già. Ma lontano assai. Questo è il mezzo peggiore, giacchè Marcus Henner può trovare traccia di questo yacht, in qualche modo, trovare la sua destinazione e andare ad aspettarvi colà.

Tralasciamo, allora?

— No: bisogna averlo, questo mezzo.

Dite il secondo.

— Il secondo è di avere una carrozza di posta, con tre cavalli, a vostra disposizione. Senza fermarvi in Londra, qui a Piccadilly, altrove, partire per l’interno dell’Inghilterra, viaggiando sempre in carrozza, pernottando in piccoli paesi, facendo delle fermate improvvise e fuori itinerario, cambiando direzione tre o quattro volte e raggiungendo, infine, Newport, Liverpool, donde partirete per dove vi piace.

— Ma è un mezzo lentissimo.

— Già; ma sicurissimo. Se entrate in un battello, se ne può sapere la rotta e conoscere i vostri connotati, benissimo; se partite con un treno, è lo stesso, perchè cento persone possono ripetere di avervi visto partire e per dove. Ma in carrozza! Migliaia di carrozze escono dalle porte di Londra, ogni giorno, e nessuno se ne accorge. In una vostra carrozza, non date conto a nessuno.

— E si trovano cavalli, dappertutto?

Dappertutto.

Pronti?

Prontissimi. Telegraferete, a nome del vostro postiglione, di posta in posta.

Benissimo.

Darete dei nomi falsi, di albergo in albergo.

Naturalmente.

— E sarete pronto a deviare, a tornare indietro, da dovunque.

— Si sa bene. Ma sarà un viaggio che stancherà molto Maria?

— No, perchè vi riposerete in ogni fermata. Avrete il tempo di conoscervi meglio.

— È vero, Dick, avete trovato il modo più sicuro e più poetico di fuggir via.

— Come nei romanzi, Vostra Grazia.

— Ma voi mi aiuterete in tutto questo, non è vero, Dick?

— Vostra Signoria mi ha già trascinato troppo oltre; in fondo, io non sono che un agente d’informazioni.

— Ma vedete, è una causa santa.

— Lo so: ma io non sono un hidalgo.

Via, Dick, se voi mi lasciate, che farò? Non troverò il yacht, la carrozza, nulla. Non posso mica dirigermi all'ambasciatore, per una cosa simile.

— È vero, mylord; ma la cosa è sempre grave.

Dick, non mi abbandonate!

— Non vi abbandonerò, signore, — disse a un tratto il detective, come se si decidesse.

— Oh, meno male, meno male!

— Allora, mylord, m’incarico io di trovarvi i due mezzi di trasporto; ma Vostra Grazia deve promettermi di non escire dall'albergo, di non fare un passo, di non tentare nulla, senza mio consiglio, senza mio intervento.

Temete di me?

Temo che voi, signore, conoscendo l’indirizzo di Marcus Henner, in Broadway, non andiate a passeggiare sotto le finestre della vostra bella.

— Non lo farò, — disse Roberto Alimena, arrossendo, poichè ci aveva già pensato.

— Io voglio che me lo promettiate.

— Lo prometto.

— Gl’innamorati sono della mala gente, — disse con un sorriso Dick Leslie.

— Ma che farò io, qui, tutto il giorno? Morirò di noia e d’impazienza!

— Io verrò a vedervi o vi scriverò, senz'altro.

Pensate che io starò sulle spine, Dick!

Scrivete alla signora Maria!

— Sì, le scriverò un volume. Scriverò anche in Italia, ma la giornata sarà lunga.

— Avrete da fare. Preparate i vostri bagagli; non molti, però. Procuratevi un piccolo corredo per donna, giacchè la povera carcerata scapperà via come si trova.

— Potrò fare questo senza uscire?

— Si sa! Manderete a chiamare i fornitori in casa; verranno. Vi divertirete.

— E poi?

— Poi, ritirerete il vostro denaro dal banchiere, la lettera dall'albergatore, dicendo che partite da un momento all'altro per Parigi.

Benissimo. E poi?

Aspetterete. Voi siete l'uomo che aspetta. E ora, buona notte. Io sono stanco e voi pure.

Sentite, Dick, — disse Roberto, dopo un minuto di esitazione.

— Che vi è?

— Avete voi chiesto, quella cosa, a John?

— Che cosa?

Sapete bene. …

— Non so.

— La mano tagliata, quella che vi ho fatto vedere.

— Che dovevo chiedere?

— Se la signora Maria avesse una mano di meno.

— No: non ho chiesto, — disse Dick, tutto pensoso.

— E perchè?

— Ho dimenticato.

— Eppure, era una cosa molto importante, Dick.

Credete, signore?

— Come? Non vi pare importante?

— Eh! così. A voi premeva molto?

— Sì, Dick. Moltissimo.

— E allora, perchè non avete domandato voi?

— Io, Dick?

— Già, voi, signore.

A John?

A John.

— Non ho osato, Dick, ve lo confesso.

— Non avete osato! E perchè?

Perchè temevo troppo la risposta!

— La temevate?

Dick, sì. E se quella mano non fosse sua?

— Ebbene, che accadrebbe?

Accadrebbe il crollo di tutto il mio romanzo.

— Cioè?

— Io ho amato Maria in quella mano, giurando a me stesso di ritrovare la donna cui apparteneva quella mano; io ho ricoperta di baci quella mano, Dick, come cosa viva. Quella mano è sua, o io ho sognato e il risveglio sarebbe terribile. —

Dick Leslie guardò questo Roberto Alimena, come se avesse innanzi un pazzo.

Perchè mi guardate così, Dick?

Perchè tutto ciò mi sembra molto stravagante.

Stravagante!

— Già.

— Ma sapete voi qualche cosa?

— Io? Come potrei saperlo!

Ditemi la verità, Dick.

— Vostra Grazia, la verità è che non so nulla.

— Nulla! Proprio nulla?

— Proprio.

— Ma che supponete?

— La mia supposizione non conta.

— Sì, sì, conta, Dick.

— Volete proprio saperlo?

— Sì, lo pretendo.

— Ebbene, io sono certo che quella mano appartiene alla signora Maria!

— Certo?

Certissimo.

— Per vostra convinzione?

— Per mia convinzione.

Grazie, Dick. Anch’io credo così.

Buona notte, signore.

Buona notte, Dick. —

E in un impeto di gioia e di riconoscenza, Roberto Alimena strinse la mano all'agente di polizia. Costui sorrise e partì. Suonavano le tre, di quella notte d’inverno. Incapace di dormire, Roberto si fece del e si mise a fumare; e sognò a occhi aperti tutto il resto della notte.

 

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

 

Roberto Alimena si svegliò tardi, dopo essersi addormentato, verso l’alba, di un sonno prima nervosissimo, poi pesante e plumbeo. Egli, risvegliandosi, quasi quasi non si raccapezzava; poi, quando si ricordò tutto, balzò dal letto, come se una forte voce interna lo avesse scosso. Era quella la giornata in cui si sarebbe decisa la sorte di Maria, la sua, quella di Marcus Henner. Quella? E se Maria non si affidava a lui? Se Lewis, il maggiordomo, non voleva aiutarli? Se Marcus, già sospettoso, già diffidente, scopriva qualche cosa?

Morirò, ma salverò Maria! — era questo il ritornello che fremeva nell'anima del giovane gentiluomo italiano.

Il cameriere dell'albergo entrò e gli portò la posta. Erano lettere dall’Italia che gli venivano respinte da Parigi, dove erano restate ferme un paio di giorni. Era una lettera del suo vecchio servo fedele, da Milano, che gli diceva aver avuto la casa un’aggressione di ladri, i quali avevano rovistato dappertutto e, forse perchè disturbati da qualche rumore avevano finito per non portare via nulla. L'aggressione era accaduta in una momentanea assenza del vecchio servo e di sua moglie.

— È Marcus Henner che cerca la mano di Maria, — disse fra Roberto che, oramai, intendeva tutte le infamie dell'orribile gobbo.

Un'altra lettera, un po’ più lunga, era dell'avvocato di Roberto Alimena, un grande avvocato napoletano, molto famoso per le sue brillanti difese e che egli aveva scelto per suo difensore, nell'accusa di omicidio che pesava su lui. L'avvocato, Mario Miranda, gli dava notizie buone e cattive del processo: la contessa Clara Loredana insisteva fieramente e freddamente nell'accusa, ma la deposizione di Ranieri Lambertini, completamente scolpante il conte Alimena, era di una grande importanza; anche il resto del discarico si poteva dire esauriente. Ma, ad ogni modo, il processo si sarebbe dovuto fare, e l'interessante era che Roberto Alimena non fosse rinviato alla Corte di Assise, perchè, allora, si sarebbe dovuto costituire in carcere.

E l'avvocato Mario Miranda insisteva perchè si facesse un contro-processo, perchè si cercasse chi era l'assassino, il vero assassino!

— Non me ne importa niente, — pensò fra Roberto Alimena, arrivato a questo punto della lettera del suo avvocato.

Mario Miranda continuava, dicendo che, in fin dei fini, si poteva tentare di mettere a dormire il processo, poichè nessuno pareva facesse soverchie premure per farlo andare avanti. A ogni modo, rimanesse all'estero, Roberto Alimena, non si muovesse da Parigi, da Londra e, magari, andasse più lontano ancora.

— Se Maria vuole, ce ne andremo in America, — pensò Alimena.

Ma pensò anche, che se la misteriosa donna per cui egli ardeva di un amore tanto fantastico avesse voluto ritornare in Italia, egli ci sarebbe ritornato subito, anche a rischio di farsi arrestare.

Il pacco delle lettere d’Italia ne conteneva anche un'altra, lunga e affettuosa, di Ranieri Lambertini, che gli scriveva da Perugia, da un suo castello dove si era ritirato a passare il tempo della sua convalescenza. Egli narrava tutta la sua tristezza al suo amico, giacchè egli aveva perduto la sua donna, la sua cara fanciulla adorata, la sua diletta. E, ad ogni tre o quattro righe, scoppiava il grido di dolore dell'anima innamorata:

Rachele, Rachele, io debbo ritrovare Rachele! —

Un lampo di luce rischiarò il cervello confuso di Roberto Alimena: quel nome di Rachele fu il filo conduttore di quella scossa elettrica. Rachele! Rachele! Non era, forse, quello il nome che ella invocava nelle sue lunghe ore di solitudine e di dolore, non era forse quello a cui ella dirigeva quelle lunghe lettere che non giungevano mai al loro indirizzo? Rachele, la figlia di Maria! E così si spiegava la duplice persecuzione di Marcus Henner a lui e a Ranieri Lambertini, così si spiegava come essi lo avessero per comune nemico, così si spiegava tutto! Ma dove era Rachele? Fuggita, perduta, morta? Dove? Dove? Ranieri Lambertini la cercava: e, forse, persino Marcus Henner, il terribile, la cercava! Dove? Morta, Rachele, forse?

In questo assorbimento di pensieri, in cui la sua anima faceva i più grandi passi verso la verità, in cui il segreto del gobbo dagli occhi verdi gli cominciava a esser palese, Alimena compì tutte le azioni consigliategli da Dick Leslie, con esattezza matematica, liquidò il suo denaro, pagò il suo conto, preparò il suo bagaglio e vi unì quello femminile, tutto ciò che può essere necessario a una donna, in viaggio: della roba fine ed elegante, che egli scelse con cura speciale, come può fare un innamorato. Verso le tre pomeridiane, mentre egli si metteva a scrivere in Italia, per ingannare il tempo, ricevette il seguente biglietto scritto a lapis, da Dick Leslie:

 

«Il yacht-steam col nome Gladys è a vostra disposizione, da questo momento, nel piccolo porto Saint-Jacques, presso il molo dello stesso nome, ad oriente di Broadway; lo riconoscerete alla sua carena bianca e verde e perchè il capitano è piccolo, tarchiato, fulvo di capelli. Gli direte: Maria. Vi risponderà: Rachele. E non vi chiederà altro. Salperete dopo mezz'ora, avendo, da oggi, accesi i fuochi per partire. Il Gladys può portarvi subito a New York, a Liverpool: ma vi consiglierei di fare una crociera stravagante, per ingannare il vostro nemico. Camminate con lentezza ed a zigzag, magari andatevene a Whight, per pochi giorni; è un paese d’innamorati, e Marcus Henner non vi cercherà mai colà. Imparate a memoria questa lettera e laceratela. Vi scriverò più tardi. Allright!

«Dick

Egli avrebbe voluto uscire immediatamente, Roberto Alimena, per accertarsi del posto dove il yacht avrebbe aspettato la coppia de’ fuggenti, per vedere questo benedetto battello, dove avrebbe potuto imbarcarsi con Maria, subito che questa poveretta fosse uscita dalla fatale casa di Broadway. Ma l’idea che Dick Leslie gli avrebbe scritta un'altra lettera, lo trattenne in casa.

Veramente, quel giro di ore così lento gli parve insopportabile, sempre più, come la sera si avvicinava, simile al viaggiatore impaziente, che maledice soprattutto l'ultim'ora del suo viaggio, tanto più che le sue speranze venivano man mano diminuendo e tutto il suo edificio ideale crollava. E se Maria non avesse consentito a fuggire? Se si fosse offesa di quella inaspettata, impensata lettera d'amore, venuta a disturbare il fervido misticismo del suo spirito? Se Maria non avesse creduto alla sua promessa di farle ritrovare la figliuola, supponendovi dentro un tranello? E se ella, suggestionata, ipnotizzata da Marcus Henner, non fosse più padrona della propria volontà? Che ne sapeva lui? Tutto era mistero, intorno a quella bianca e nebulosa figura di donna, tutto si avvolgeva nell'ombra in quella casa dove dominava il cattivo genio che si chiamava Marcus Henner. E se costui, così implacabile carceriere, che da quindici anni teneva serrata questa donna, senza lasciarla fuggire, senza lasciarsela rapire, avendo sventato i due complotti; se costui fosse già in sospetto di qualche cosa? Se John fosse un traditore? Se fosse un traditore Lewis, il maggiordomo? Se tutti tradissero, anche Dick Leslie? La solitudine, la sua vivace immaginazione, l'esaltazione del suo spirito, tutto creava in lui un pessimismo esagerato; e venne un momento in cui credette disperata l'impresa a cui si era accinto. Ma, mentre attraversava questa ora di abbattimento, fu bussato alla porta: e il cameriere entrò, portando una carta sopra un vassoio. Roberto Alimena la prese convulsamente, credendo si trattasse del secondo biglietto che Dick Leslie aveva annunciato; ma non era un biglietto, era invece un telegramma chiuso in una busta da lettera, e che il suo albergatore da Parigi gli respingeva puntualmente. Il telegramma risaliva a due giorni prima, era datato da Napoli, era firmato da Ranieri Lambertini, e conteneva queste parole:

 

«Conte Roberto Alimena

«Parigi, Grand Hôtel.

 

   «Ho ritrovato Rachele! A qualunque costo, scongiuroti ritornare Italia, venire Napoli immediatamente. Faccio appello tuo amor fraterno. Telegrafami Napoli Grand Hôtel. Massima ansietà!

«Ranieri Lambertini

 

Questo telegramma immerse Roberto Alimena in uno stupore profondo. Quella fanciulla che pareva perduta, per sempre, per l'amico suo, malata, infelice, chiusa in un chiostro, morta, forse, era stata ritrovata. Certo, non poteva vivere senza lei! E questa fanciulla portava il nome di Rachele, proprio quello che la poverissima carcerata di Marcus Henner pronunziava sempre, invocando la figliuola da cui era divisa da quindici anni! E se fosse la stessa persona? Se la Rachele di Ranieri Lambertini fosse la Rachele di Maria? Non avevagli sempre parlato, Ranieri, che il suo amore fosse perseguitato da un uomo, da un potere occulto, come quello che perseguitava Roberto Alimena dal giorno in cui aveva trovato nel treno di Roma la mano tagliata? Non erano restati d'accordo, colpiti dall'evidenza dei fatti, che doveva essere il medesimo nome? Non avevano corso gli stessi pericoli insieme? Non aveva tentato, Marcus Henner, di farli cadere nei medesimi trabocchetti, e infine uno era riuscito, giacchè Ranieri Lambertini era stato mortalmente ferito e Roberto Alimena accusato di essere l'assassino? Un grandissimo tumulto era nato, adesso, nello spirito del giovane gentiluomo, e mille pensieri, mille decisioni facevano chiasso nella sua testa: tre o quattro volte cominciò dei lunghi telegrammi, diretti al conte Lambertini al Grand Hôtel di Napoli, volendogli spiegare tutto, che era dietro le tracce di Marcus Henner, alla vigilia della loro vendetta, che aveva ritrovata la madre di Rachele, che, forse, la notte seguente avrebbero potuto fuggire insieme e trasportarsi a Napoli, se non immediatamente, almeno al più presto. Ma lacerò, man mano tutti quei telegrammi che gli parvero imprudenti e che Ranieri non avrebbe potuto intendere. E se Rachele non fosse figliuola di Maria? Se Maria fosse una pazza qualunque? Se fosse una semplice malata che Marcus Henner aveva intrapreso di curare? Tutto era possibile in mezzo a quel buio, a quel mistero, tutto pieno di perigli, di paure. Roberto istesso, che la mattina era così innamorato e baldanzoso, adesso era tutto sconvolto e dubbioso; la stessa cosa grave che Ranieri gli aveva telegrafato da Napoli, era giunta per iscombussolare maggiormente i suoi nervi. Però, una qualche risposta a Ranieri egli la doveva dare, tanto più che il telegramma era in ritardo di due giorni, ed allora dopo molta elaborazione, giacchè il suo cervello era stanco, scrisse questo telegramma:

«Conte Ranieri Lambertini

«Grand Hôtel, Napoli. Italia.

 

«Sono qui, telegramma giunsemi ritardo. Notizia sorprendimi assai, ma ne gioisco, non posso dirti se parto subito, mia decisione dipende fatto grave, impossibile dirti altro telegraficamente. Aspetto altro dispaccio, stanotte. Conta mio cuore fraterno. Abbraccioti.

«Roberto

 

E lo spedì al telegrafo. Non è a dire che subito non si pentisse di quello che aveva fatto. L'incubo sotto cui viveva, da quel tempo, il conte Roberto Alimena, gli faceva vedere trasformati in complici di Marcus Henner persino i camerieri dell’Albergo Piccadilly e gli impiegati telegrafici di Londra. Ma era andato adesso. E poi, la prudenza dev'essere giustamente mescolata all'audacia, in queste imprese così fantastiche.

Il secondo biglietto di Dick Leslie arrivò al conte Roberto Alimena verso le otto di sera, quando il giovane gentiluomo lombardo era ancora tutto preoccupato del telegramma ricevuto da Ranieri Lambertini e preoccupato soprattutto della risposta, che egli aveva dovuto fargli. Il detective scriveva così ad Alimena:

 

«Caro signore, dalle otto di questa sera, una carrozza a due cavalli chiusa, aspetterà all'angolo di Chester Road, sino alle otto di domani mattina. Il cocchiere si chiama Tom; basterà che saliate nella carrozza, dicendogli il motto di passo: Rachele. Egli vi risponderà: Maria.

Questa carrozza vi condurrà direttamente a Brighton, dove troverete altri due cavalli, all’Albergo della Posta; l'albergatore è avvertito. Di proseguirete per la via che meglio vi piacerà, sino a una prossima stazione ferroviaria, consigliandovi a scegliere un piccolo paese, dove nessuno possa pensare che voi possiate fermarvici. Scegliete a caso nell’orario delle ferrovie, che vi accludo. Vi accludo anche un piano di Broadway, con le sue vie adiacenti e con la spiaggia, dove potrete trovare il yacht se volete partire per mare, con la via Chester Road se volete partire per terra. Il puntino rosso segna in Chester Road, il posto dove si trova la carrozza che vi aspetterà, per condurvi a Brighton; il puntino azzurro, sulla stessa carta segna il posto dell'ancoraggio dello yacht.

«Prego di studiare lungamente il piano topografico, che vi accludo, ed il relativo orario, giacchè tutto può dipendere da ciò, tanto più che questo studio calmerà singolarmente i vostri nervi, che debbono essere a quest'ora molto esaltati.

«Del resto, verrò da voi verso le undici, perchè sapete che a quell’ora abbiamo il convegno con John e Lewis. A rivederci presto.

«Dick Leslie

 

Questo studio difatti ebbe il potere di placare i nervi del conte Alimena, e magari anche di deprimerli un poco. L'impresa, che andava a tentare, gli pareva adesso, così bizzarra e così fantastica, che la vedeva allontanarsi nelle nuvole dell’impossibile. Oramai il dado era tratto: fra due ore, egli avrebbe sentito dalla bocca de’ servi di Marcus Henner, la risoluzione di un problema singolarmente grave in cui egli avrebbe potuto giocare da un minuto all'altro la sua esistenza. Come mai era possibile che lui, Roberto Alimena, il gentiluomo più spensierato e più scettico che vivesse nella società più aristocratica italiana si fosse imbarcato in un romanzo così tetro, e così caliginoso, egli che neppure non leggeva più romanzi? Pensava che il più piccolo dettaglio poteva far mancare la soluzione di questo romanzo, e procurargli la morte, nella notte istessa! Però, in questo raffreddamento della sua esaltazione, egli trovò la forza di subire quietamente tutte le conseguenze dell'intrigo, in cui si era posto così imprudentemente. Co' nervi calmi, con lo spirito omai tranquillo, egli pensò:

— L'ho voluto, così sia. —

E come se il terribile impiccio in cui si trovava non lo riguardasse più, egli si fissò bene in mente il piano topografico e l'orario speditogli da Dick Leslie; scrisse tre lettere brevi, una a Ranieri Lambertini a Napoli al Grand Hôtel, una al suo notaio ed uomo d'affari a Milano, e una terza al segretario dell'ambasciata italiana a Londra. Tutte e tre le lettere erano quelle di un uomo che va alla morte: la prima a Ranieri Lambertini, gli diceva che egli era vittima di Marcus Henner, che aveva incontrato la morte per salvare Maria, la madre di Rachele e che gli legava la sua vendetta. La seconda, al suo notaio, conteneva un breve testamento in favore di molte opere pie e di alcuni suoi cugini, i soli parenti che gli restassero. La terza, all’ambasciata italiana, dichiarava che essendosi posto in un grave intrigo, egli ci lasciava la vita, e additava Marcus Henner come il suo uccisore.

Queste tre lettere, egli le mise nel cassetto della sua scrivania, e lo lasciò aperto. Si sentì, dopo averle scritte, gelido e risoluto. In fondo gli mancava qualunque entusiasmo: ma aveva, in cambio, una volontà ferma di compire l'opera sua, da che vi si era posto.

Aveva troppo sognato e fantasticato in quei due giorni perchè non si fosse in lui inaridita la vena de’sogni. Si guardò bene attorno, e vide che le raccomandazioni di Dick Leslie erano state tutte eseguite con precisione.

Egli aveva riunito il piccolo corredo da donna, per Maria, aveva chiuso le sue valigie, aveva ritirato il suo denaro dal banchiere, ed avrebbe pagato il conto all'albergo.

Tutta la sua posizione era liquidata! e con la cera di un uomo contento di , ma non lieto, egli si sdraiò sopra una poltrona, e si mise a fumare una sigaretta nella più profonda indifferenza. Suonavano le dieci e tre quarti, quando fu bussato alla porta della stanza e Dick Leslie entrò. L'agente di polizia squadrò prima Roberto Alimena ed ebbe un piccolo moto di meraviglia che represse subito.

— Tutto è pronto? — disse il detective.

— Sì, — rispose freddamente Roberto Alimena.

Andiamo allora?

Andiamo, — disse gelidamente Roberto Alimena.

E insieme partirono in silenzio, per la terribile avventura che li aspettava.

 

 

V.

 

SOTTO IL CIELO AZZURRO.

 

Quell’inverno era cominciato singolarmente mite in Napoli: verso la fine di dicembre, vi erano state le due o tre giornate freddissime partenopee, quelle che formano il culmine del freddo a Napoli, e per cui tutti i napoletani si rinserrano nelle loro case. Dopo di che, una temperatura costantemente dolce aveva allietato i giorni brevi del gennaio.

Il sole splendido di un cielo perfettamente azzurro, questo era l'emblema, queste erano le armi parlanti di Napoli in quell'inverno.

E, siccome le notizie di questa dolcezza iemale pare che le porti il vento, più che il telegrafo, la calata de' forestieri che vengono a svernare a Napoli dalle parti più lontane del mondo, era cominciata molto tempo prima di tutti gli altri anni. Ordinariamente, i forestieri freddolosi non giungono a Napoli che verso la metà di febbraio per rimanervi sino alla sine di aprile, ma, quell'anno, a dicembre, già gli stranieri cominciavano a infoltire negli alberghi e nelle vie, e nel gennaio si ebbe un arrivo magnifico di queste rondinelle e di questi rondoni viaggiatori. Costoro passavano nelle grandi carrozze da nolo con la guida dell'albergo in serpa, coveli bianchi e verdi al cappello, e molti originari inglesi, data la dolcezza dell'aria, avevano inalberata la pagliettina. Molti di costoro erano malati o almeno convalescenti, e molti però stavano perfettamente bene e viaggiavano per quell’istinto randagio, che trasforma i popoli de’ paesi nordici in altrettanti ebrei erranti. La città era dunque animatissima e più lieta che mai.

Stanco, disfatto, guarito solo per metà e soprattutto scoraggiato moralmente, Ranieri Lambertini era venuto a passare un mese in Napoli, prima di andarsene a Nizza, giacchè i medici gli avevano ordinato di vivere l’inverno e tutta la primavera in paesi caldi, perchè temevano per i suoi polmoni, dopo la fatale ferita, che lo aveva colpito alla porta della contessa Clara Loredana. Ancora ammalato, egli aveva fatto un giro per tutta l’Italia, interrogando le questure, i consolati, interrogando chiunque potesse dargli un’informazione di simil genere, per sapere dove si fosse potuta ricoverare Rachele Cabib. Egli aveva vagamente saputo che la fanciulla era entrata in un convento, e due o tre volte in qualche piccola città italiana gli era sembrato di ritrovare le tracce della benamata; ma sempre queste tracce s'eran dileguate, e Rachele Cabib pareva sparisse dinanzi a lui, come un vano fantasma. In verità, il giovane gentiluomo romano portava nel cuore una ferita assai più mortale della pugnalata che gli aveva attraversato il polmone. L'abbandono, la fuga, la scomparsa di Rachele avevano avvilito e desolato lo spirito di Ranieri Lambertini, e gli avevan fatto desiderare che quel colpo di pugnale gli desse la morte. L'amore che lo legava alla bellissima fanciulla israelita, aveva l'ardore della passione e la catastrofe che aveva infranto il loro legame, lo aveva atterrato. Trovarsi a due dita dalla felicità ed entrare invece in un lugubre e tragico sogno, vedersi in pericolo di vita, aver perduta la cara persona e averne smarrita ogni notizia, ecco quel che torturava lo spirito di Ranieri Lambertini, molto più che il continuo pericolo di una tisi galoppante. Non aveva aspettato di guarire per partire da Roma, volendo fare delle ricerche personali, non sapendo vivere senza aver ritrovato la sua Rachele. Questo viaggio bizzarro ed infruttuoso, dietro un'ombra sparente, lo aveva estenuato. Fu in Roma che i medici avendolo trovato esaurito di forze, sfinito d'anima, gli avevan consigliato di vivere a Napoli sei settimane, e poscia di andare a Mentone o a Cannes, cercando non solo un'aria dolce a’ polmoni stanchi, ma cercando anche delle distrazioni all'animo esacerbato. Egli aveva ubbidito, quasi macchinalmente, dacchè una grande sfiducia lo aveva colto in que’ sette od otto mesi in cui nulla aveva saputo di Rachele.

Senza quella fanciulla, egli si sentiva inetto a vivere, e tutte le sue speranze languivano, qualche giorno persino egli aveva creduto che Rachele Cabib fosse morta. Quindi, si era recato in Napoli senza ansietà e senza speranza, trascinando la sua pallida giovinezza, così intimamente colpita, più per soddisfare alla tenerezza di suo zio che lo amava come un padre, che per nessuna voglia personale di vivere. Egli aveva preso alloggio al Grand Hôtel, in via Caracciolo, vivendoci quindici giorni, senza vedere nessuno, facendo delle passeggiate solinghe e malinconiche, non cercando di riannodare le relazioni coi giovani gentiluomini napoletani che egli bene conosceva.

Era uscito a cavallo, due o tre volte, ma, quel movimento aveva finito per fargli male, ed era entrato subito a casa. Il Lambertini era un giovane che aveva molto amato gli esercizi del corpo e la vita all'aria aperta: ma adesso, dopo nove mesi di infermità e di tristezza, era piuttosto diventato un sognatore malinconico, vinto da un velenoso pessimismo. Gli avevano dato una stanza ed un salotto sporgente su via Caracciolo, al sole, all'ammezzato. Molte ore della sua giornata passava sdraiato in una sedia lunga, vicino a quel verone, neppure fumando, perchè il fumo gli faceva male ai polmoni, e appena guardando il mirabile spettacolo, che si svolgeva sotto a’ suoi occhi. Spesso, dopo pranzo, poichè le notti erano belle, de’ suonatori ambulanti, venivano a cantare le loro canzoni napoletane, accompagnati dalle chitarre e dai mandolini, e dietro a’ cristalli dei balconi era un apparire di facce esotiche che ascoltavano delle canzonette.

Egli stesso, che non era uno straniero, tendeva vagamente l'orecchio a que’ suoni e a quei canti così spesso appassionati, quasi sempre teneri. Ancora, della gente si radunava intorno a questi suonatori ambulanti, malgrado che fossero notti d'inverno, e altri cantavano in coro con essi, con quella facilità graziosa del popolo napoletano.

Ranieri Lambertini ascoltava assai distrattamente quei suoni e quei canti che gli parlavano di amore; ei portava nel cuore una rimembranza fatale che gli avvelenava per sempre l'esistenza e una sensibilità estrema lo faceva fremere, ogni volta che lo spettacolo della vita lo induceva alla contemplazione dell'amore. Quella sera di gennaio, tiepida come se già si fosse in primavera, lo rendeva anche più infelice, perchè faceva risorgere in lui tutti i rimpianti di un amore perduto. Di dietro ai cristalli del suo verone, egli guardava nella via il piccolo attruppamento, quando, come suggestionato da uno sguardo che lo attirasse, egli si chinò meglio, a guardare nella strada. Ma distingueva poco precisamente e tralasciò di guardare. Pure, il fenomeno si ripetè. Egli si sentì di nuovo attirato ai cristalli, e questa volta egli vide bene lo sguardo ardente di una donna che lo fissava. Era una donna del popolo, vestita di scuro, decentemente, e con uno scialletto di lana nera sul capo, che si teneva stretto con una mano al collo. Ranieri Lambertini represse a stento un grido di sorpresa, riconoscendo quel volto; era quello di Rosa, la serva di Rachele Cabib, colei che era sparita contemporaneamente alla sua padrona, nella notte terribile del tentato assassinio. E questa donna lo guardava così attentamente, così curiosamente, che anch'ella doveva averlo riconosciuto, malgrado la notte, la oscurità, i cristalli, il tempo che era passato e il mutamento avvenuto nella fisonomia di Ranieri Lambertini. Egli schiuse i cristalli, e incurante della temperatura che poteva danneggiare i suoi polmoni, abituati alla stanza riscaldata dell'albergo, si sporse dal verone e gridò più che disse:

Rosa, Rosa!

Signore! — fece quella, balenando dai buoni occhi fedeli e accostandosi al verone.

Sali sopra!

Dove?

— Al numero 14. Chiedi di me.

— Eccomi. —

Egli la guardò ancora, dal verone schiuso, che con passo svelto girava intorno all'albergo e svoltava verso il portone principale; poi, richiuse i cristalli e volle aprire la porta, per andarle incontro. Ma in mezzo alla camera fu preso da una vera soffocazione di respiro: quella improvvisa apparizione lo aveva sconvolto. Con mano tremante egli schiuse la maniglia della porta, e la povera serva, che era stata la costante e migliore confidente del suo grande amore, quella che gli era stata di continuo aiuto e continuo conforto, si avanzò verso lui. Quando fu in mezzo alla stanza, quando lo vide così pallido, così consumato, così tremante, la poveretta ebbe uno schianto e, buttatasi sopra una sedia, si mise a piangere:

Perchè piangi, Rosa, perchè piangi?

— Oh! Eccellenza. … Eccellenza. … vedervi così…. dopo tanto tempo. …

— Non sono morto ancora, Rosa, — egli mormorò, con un pallido sorriso, respingendo la domanda, che gli bruciava le labbra.

— Oh! signore, voi dovete vivere cento anni. … cento anni. …

— Sarebbe troppo, — soggiunse lui, sempre ironicamente — ma non piangere più, Rosa. … nessuno è morto. —

E la guardò con un sì terribile sguardo scrutatore che ella, intendendo, abbassò gli occhi:

— No, nessuno è morto, — ella rispose, lentamente, passandosi il fazzoletto sulla faccia. — Ma quasi.

— Quasi? Quasi?

— Eh, sì! — rispose Rosa, con un profondo sospiro di dolore.

— È malata, è morente Rachele? — chiese rudemente, senza più ambagi.

— No, signore. Sta bene. … credo che stia bene.

Credi? Non lo sai? Non l'hai vista?

— Oh, da molto tempo, non l'ho vista!

— E come? Come dici che è quasi morta? Che ne sai?

Dico che è quasi morta, perchè è in monastero, signore mio, e in una clausura strettissima.

— Ah! non mi avevano ingannato! Ma dove, dov'è, Rosa? —

Ella lo guardò, esitante, incerta.

Dimmelo, per amor di Dio, dimmelo!

— Lo debbo, signore? Voi l'avete trattata così male! Voi l'avete tradita!

— Oh, Rosa, se sapessi di quale orribile tranello siamo stati vittima, tutti! Mai, mai un momento ho cessato di amare la mia Rachele; non ho peccato contro lei, neppure col pensiero! — gridò il conte Ranieri Lambertini, con l'accento della verità.

Veramente? Oh, signore, che disgrazia! Quale brutta disgrazia!

Dimmi, dove è? Dove?

Dio mi assista! Qui, signore.

— Qui, a Napoli?

— Sì, sì.

— Ah! è Iddio che mi vi ha condotto! E in quale monastero?

— Nel convento di suor Orsola Benincasa, alle sepolte vive, — disse, piano, Rosa che aveva di nuovo le lacrime agli occhi.

Dio mio! — gridò lui — le sepolte vive! Che nome orribile! E perchè è andata colà?

— Così. Voleva monacarsi e ha preferito un chiostro di clausura assoluta.

Assoluta! E da quando vi è entrata?

— Da cinque o sei mesi. Cambiò monastero due o tre volte, perchè la perseguitavano. …

— La perseguitavano? E chi?

— Chi? Quell'uomo! Il suo persecutore, la causa di tutte le sue disgrazie. …

Marcus Henner!

Sapete il suo nome?

— Sì, lo so, Rosa, il suo maledetto nome, l'ho saputo per un miracolo, malgrado che Rachele non me l'abbia mai voluto dire.

— Ebbene, anche in monastero, costui l'ha perseguitata; ed ella ha finito per venire qui, in questo convento che mi sembra una tomba, signore mio!

— Ma tu la vedi sempre, è vero? Come sta? Che fa?

— Io non lo so. Non la vedo mai.

— Mai? Non ci vai?

— Non mi riceve, signore, — e di nuovo i singhiozzi le sollevarono il petto.

— Come? — gridò dolorosamente Ranieri Lambertini, il cui animo si chiudeva sempre più — non ti riceve?

— No, Eccellenza.

— E perchè?

— Così: mi disse che non voleva più avere contatti col mondo.

— Ma eri la sola persona che le restasse!

— Sì: ero la sola. Ma specialmente me, mi disse, non voleva vedere.

Perchè, te?

Perchè le ricordavo il dolore più terribile della sua vita e la persona che più era stata crudele con lei.

— Tu?

— Io.

— A che alludeva, Rachele? — chiese tetramente il conte romano.

— Al vostro tradimento, — mormorò Rosa a occhi bassi — e a voi. —

Una sofferenza indicibile si delineò sulla fisonomia di Ranieri Lambertini.

— Ella mi odiava, mi odia, è vero? — disse alla povera serva, con voce tremante, Ranieri.

— Non so se vi odiasse. … non lo so, — e balbettava la poveretta.

— Non lo sai?

— Non me lo ha mai detto.

— Come? Come?

— Non mi parlava mai di voi.

— Mai?

— Mai.

— Oh Dio! — disse lui, pianissimo, con un gemito straziante. — E tu non le parlavi di me?

— Mai, ella me lo aveva proibito. Non voleva udire neanche il vostro nome.

— Oh, Dio! — gemette il povero convalescente, ancora una volta, e si nascose il volto fra le mani, come per celare le sue lacrime.

Un silenzio doloroso regnò in quella stanza.

— Io, spesso, ritornavo a parlare di voi, — soggiunse Rosa, rialzando la testa. — Ma ella mi guardava coi suoi begli occhi che avevano tanto pianto, per voi, e m’imponeva silenzio, senza parlare.

— Ella aveva ragione, — mormorò il conte, come se parlasse fra .

— Oh, signore. … sentite. … non potete immaginare che notte fosse quella. … quando fuggimmo via di casa nostra. …

— Oh, Rosa, che notte. … la più atroce notte della mia vita!

— E da voi. … aspettammo tanto tempo. … tanto tempo. … e infine arrivò la notizia infame. … la notizia tremenda. … voi ferito mortalmente, all'agonia…. ricoverato nella casa della vostra amante…. di colei per cui vi avevano ferito. …

— Oh, che infamia, che infamia!

— Una infamia: e la povera fanciulla, fuggita di casa, senza ricovero, che non poteva neppure venirvi a trovare dove eravate!

— Oh, Rachele, Rachele mia! — gridò lui, torcendosi le braccia dalla disperazione.

Tacquero.

Egli si rialzò, guardando in viso Rosa con certi occhi fieri e truci.

Dove andaste, dopo?

— Dal vicario.

— Fu lui che vi prese sotto la sua protezione?

— Sì.

Rachele non fece nulla per sapere mie notizie?

— Nulla. Credette di vedere la mano della Provvidenza in tal fatto, e si rassegnò a rinunziare a tutto.

— Da quanto tempo, tu dici, è qui?

— Da sette od otto mesi.

— In clausura?

Clausura perfetta: sepolte vive.

— Ma ella non ha pronunziato i voti, è vero, è vero? —

La domanda era così incalzante, così tragica che Rosa si sgomentò:

— Non so. … — disse. — Non so.

— Non sai? Non sai?

— Se vi dico che non mi ha più ricevuto!

— Ma una monaca non pronunzia i voti, subito: vi è un anno di noviziato, io credo!

— Vi è. … vi è. … ma. …

— Ma che? Che?

— L'ultima volta che la vidi. … — e Rosa piangeva di nuovo.

— Ebbene? Parla: non farmi morire!

— Mi disse che aveva fatta domanda per abbreviare il suo noviziato.

— Cioè?

— A sei mesi.

— È possibile? È possibile? Ma questo è un suicidio? E glielo avranno concesso?

— Non lo so.

— Non hai tentato di andare, nuovamente?

— Sì.

— Ebbene?

— Non sono entrata.

— E non hai chiesto della monacazione?

— Sì: non mi hanno risposto.

— Oh Dio! — ripetè lui, per la terza volta.

Ma questa volta era un grido di collera contro il destino che gli era sfuggito. Passeggiò tre o quattro volte, su e giù per la stanza. Poi, si fermò:

Rosa?

Signore?

— Io voglio vedere Rachele.

— È impossibile, signore.

— Io voglio vederla.

— È monaca, signore. —

— Ho sempre amato e servito Iddio fedelmente; non può impedirmi di vederla.

— Ve lo impedirà la clausura.

Ricorrerò al vicario.

Signore!

Andrò sino al papa, ma la vedrò.

— Ma è monaca, è monaca!

— Che importa? Debbo vederla: debbo parlarle: debbo dirle che sono innocente: giurarglielo su Dio: e dopo morire.

— Oh, madonna, aiutaci!

Debbo vederla, Rosa; non posso morir disperato, bestemmiando. Ritrovarla, saperla qui, poco lontano e non poterla vedere, è da dannarsi. Io mi tiro un colpo di rivoltella. —

E nei suoi occhi si leggeva la risoluzione implacabile che nulla può vincere.

Vederla, Rosa, vederla, per un'ora, per dieci minuti, per un minuto. Dirle una parola e morire. —

La povera donna, dinanzi a quello scoppio dell'amore di Ranieri Lambertini, si alzò esterrefatta. L’idea che egli volesse violare la santità del chiostro, per vedere Rachele Cabib, che forse aveva di già pronunciato i voti solenni monacali, turbava la sua coscienza di umile cristiana. Era stata lei la intermediaria più accanita di questo fra la giovane fanciulla ebrea e il gentiluomo romano, aveva desiderato ardentemente che queste nozze così impossibili diventassero una realtà; ma il giorno della catastrofe, ella non aveva più osato opporsi a che Rachele Cabib entrasse in un convento. Attratta dall'antica devozione che aveva per la sua padroncina, ella non se n'era andata da Napoli, ed aveva trovato servizio presso una famiglia borghese napoletana, che abitava alla Riviera di Chiaia. Come aveva raccontato a Ranieri Lambertini, ella aveva tentato varie volte di rivedere la giovine novizia delle sepolte vive; ma costei, temendo che con Rosa riapparissero nel convento tutti i ricordi e tutte le tentazioni del mondo, si era sempre rifiutata di riceverla; e la povera serva, sospirando, aveva rinunziato per sempre al suo sogno.

Per un caso, quella sera si era trovata in via Caracciolo, mentre i suonatori ambulanti cantavano Capille nire e Carmela; e, ora, tutto il dialogo affannoso sostenuto col gentiluomo romano, e giunto adesso al suo culmine con la domanda convulsa di Ranieri che voleva per forza rivedere Rachele, aveva sconvolto le poche idee della fedele domestica. Ella balbettò:

— È impossibile, signor conte, è impossibile!

Debbo vederla, — replicò ancora una volta l’innamorato, che era arrivato ad uno stato di delirio veggente. — E tu devi aiutarmi.

— Non lo posso fare, — disse lei, tremando.

— E perchè? — chiese lui, ansiosamente.

Perchè Rachele è una monaca, perchè nel convento non si entra, perchè la povera fanciulla è morta per voi.

— Sarebbe morta, se ne avessero sotterrato il cadavere; ma io farei riaprire quella tomba per seppellirmi accanto a lei, — gridò lui, a cui l'impensato di quel che avveniva e tutta la sua passione ridestata davano la febbre.

— Che dite, signor mio? — mormorò lei. — Questa è una pazzia!

— Che t’importa, se sono pazzo? Tutti gli innamorati sono pazzi: eppure, debbono trovare chi li assista. Tu devi assistermi, Rosa.

— Ma in che modo? Io sono una povera donna, sono una serva, non posso nulla!

— Ti darò del denaro, tutto quello che tu vuoi: ma tu devi andare da Rachele.

Rachele si chiama suora Grazia e avrà certamente pronunziato i voti. Caro signore, non mi tormentate e non vi tormentate. Fatevi una ragione. Rachele è fra le sepolte vive.

— Non me ne persuaderò mai. Tu devi andare colà.

— E se non mi riceve?

Devi farti ricevere.

— E se mi scaccia?

— Tante volte ci ritornerai, ogni giorno, che ti vedrà.

— E se ha pronunziato i voti, e non può vedere nessuno?

Dio sperda l'augurio; ma devi vederla, anche monaca.

— Ci vorrà un permesso del vicario?

— Te lo procurerò.

— Che cosa direte?

— Una bugia: che è moribondo suo padre, che vuol rivederla sua madre; ma bisogna che tu riveda Rachele, che tu le parli di me, che tu la induca a vedermi.

— Questa è una pazzìa, — continuava a dire agitatissima la domestica.

Dovessi andarci tu per sei mesi di seguito, ogni giorno, tre volte al giorno, bisogna che tu veda Rachele! — replicò il conte, che era, oramai, dominato dall’idea fissa.

— Ma io ho il mio servizio, — balbettò lei, non sapendo che altro dire.

— Io ti pagherò venti servizi. È inutile, non ti lascio andare. Sono sei mesi, che io languisco nella disperazione morale di questo amore. Io non ho fatto nulla contro Rachele. Io sono innocente. L'ho amata e l'amo con passione indicibile, ed ho mille volte invocato la morte, per aver perduto Rachele, e se ho consentito a vivere, a guarirmi, è stato nella speranza di ritrovarla; se essa è viva, e non mi è dato rivederla, io mi tirerò un colpo di rivoltella nella testa. —

E, negli occhi febbricitanti e stravolti, era così chiara la sua determinazione, che la povera serva, la quale nulla sapeva o intendeva di drammi amorosi e di suicidi, e che mancava completamente di fantasia, si figurò subito il giovane conte morto, sfracellato, immerso nel suo sangue. Tale idea le fece tanto orrore che si nascose il viso tra le mani. Egli comprese che, da parte di Rosa, ogni resistenza era vinta e le disse:

— A che ora vi andrai, domani?

— Verso le nove, Eccellenza.

— Non puoi più presto?

— Più presto le monache compiono le orazioni mattinali, e la portinaia non mi aprirebbe.

— Sta bene. Io ti accompagnerò.

— Ma, non per entrare, è vero?

— No, non tenterò nulla per entrare. Voglio solo vedere le mura dov'è chiusa la mia Rachele, voglio baciare la porta che me la contende, voglio esser sicuro che tu vi andrai.

— È certo che vi andrò, giacchè ve l'ho promesso. Verrò a prendere Vostra Eccellenza?

— No, — disse lui, guardandola con occhio diffidente. — Tu passerai la notte qui.

— Qui? — disse lei, stupefatta.

— Sì, in albergo. Ti farò dare una stanza.

— E i miei padroni?

Manderai a dir loro che non rientri, che è arrivato tuo figlio, tuo marito, dirai quello che vuoi, e che te ne vai, che non puoi servirli più. Io non ti lascio andare questa notte. Dove sono i tuoi padroni?

— Alla Riviera di Chiaia, al numero 65, e si chiamano Cantalamessa.

— Sta bene. Li farò avvertire.

— Questa è una pazzia, — disse lei, per l'ultima volta, vedendo che egli suonava il campanello elettrico.

 

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

 

L’indomani mattina, alle nove, Rosa saliva per le scale che conducono dal Corso Vittorio Emanuele a suor Orsola Benincasa. Non aveva potuto ottenere da Ranieri Lambertini che costui rimanesse a piedi della scaletta. Il giovane conte romano non aveva chiuso occhio in tutta la notte, e alle sette della mattina, malgrado che tirasse un vento freddo poco piacevole, si era gittato dal letto, per vestirsi. Una impazienza febbrile lo teneva. Verso le otto e mezzo, colei che teneva nelle mani il segreto del suo avvenire, cioè quella povera donna di Rosa, era venuta tutta turbata a bussare alla sua porta. Ella non si raccapezzava più, in quel dramma d'amore, in cui si trovava di nuovo bizzarramente coinvolta. Ma, legata da una tenera affezione alla sua padrona, essendo ella stata l'intermediaria e la fautrice di questo amore, che era stato interrotto così bruscamente, non aveva osato rifiutarsi alle convulse domande di Ranieri Lambertini, accadesse quel che accadesse. Ella si sentiva presa da una fatalità e non aveva più il coraggio di resistere.

Una carrozza li aveva trasportati dal Grand Hôtel sino al palazzo Cariati, a’ piedi della scaletta di suor Orsola, e , malgrado le rimostranze di Rosa, Ranieri Lambertini l'aveva seguìta a breve distanza. In verità, nella notte, egli aveva tentato di scrivere una lunga lettera a Rachele; ma tutto ciò che egli aveva da dirle gli si affollava così nella mente, che aveva lacerato due o tre volte il foglio di carta, incapace di frenare l’impeto della sua passione. D'altronde, la lettera gli pareva un mezzo troppo blando, e che servisse solamente a mettere in guardia Rachele Cabib contro i tentativi disperati, che egli avrebbe fatti per rivederla. Viceversa, egli non voleva altro che questo, rivederla; aveva la ossessione di quella delicata e bellissima figura di donna, che egli aveva adorato come l'immagine della bellezza e della bontà, e che gli era scomparsa dinanzi come un sogno.

Mentre saliva per le scale, Rosa diceva fra delle orazioni, giacchè non sperava nulla di buono da quella missione estrema, che il Lambertini le aveva data.

Egli si fermò all'angolo che fanno le scale di fronte all'ultima rampa, in fondo alla quale si mostrava il portone sbarrato del convento. Un ultima raccomandazione a Rosa:

— Per amor di Dio, cerca di vederla, parlale, dille che l'amo, dille che muoio senza lei! —

Ella crollò il capo e le spalle, come se il peso morale del suo incarico fosse troppo grave, e salì lentamente i larghi scalini di pietra che la dividevano dal portone, mentre Ranieri Lambertini rimaneva all'angolo della via. Egli la vide appressarsi alla pesante porta serrata, tirare la catena di ferro che corrispondeva al campanello, e aspettare.

Vide anche che ella aspettava molto, perchè dovette bussare tre o quattro volte, a intervalli, prima che le venissero ad aprire. Poi, lassù, qualche cosa stridette; uno spiraglio del portone si schiuse, e Rosa, dopo aver parlamentato qualche minuto, entrò, senza voltarsi a lui. Egli intese richiudersi pesantemente quel portone, come quello di un carcere; ma, arso dalla passione, pensò anche che nessuna porta di legno o di ferro resiste alla volontà di un uomo che ama.

E, immediatamente, un terrore subitaneo lo prese: il terrore, cioè, che Rosa uscisse subito da quel convento, il che sarebbe significato che non le era riuscito di vedere Rachele Cabib, di farle giungere un’imbasciata. Questo terrore si trasformò addirittura in un incubo. Inchiodato a quell'angolo di scala, con gli occhi fissi su quelle due porte sbarrate, solo, cobrividi addosso di una mattinata fredda d’inverno, in quell’angolo dove sempre soffia il vento, egli non aveva più coscienza di nulla, tremando di vedere schiudere novellamente quella porta, di vedere riapparire il volto desolato di Rosa, scacciata dal monastero delle sepolte vive. In quella pena intima e profonda, egli cavò macchinalmente varie volte l'orologio, e, quando furono passati quindici minuti, il suo cuore oppresso si cominciò a dilatare, poichè gli pareva certo, che Rosa avrebbe veduto Rachele Cabib. Egli ignorava assolutamente che cosa sia la vita interna di un monastero, e non sapeva che il tempo vi è calcolato ben diversamente che nella vita mondana, e che un'ora dentro non conta come un'ora di fuori.

Difatti la dimora di Rosa nel monastero delle sepolte vive fu lunghissima, suonarono le dieci a tutti gli orologi vicini, e poi suonarono anche le undici. Egli non s'impazientiva, anzi gli sembrava che ogni ritardo dovesse convenire alla sua causa, dacchè dimostrava che Rosa era riuscita a vedere Rachele; ma, ad ogni modo, quel ritardo cominciava a pesargli stranamente. Che cosa poteva far dunque dentro la sua messaggiera da più di due ore? Non ne sarebbe uscita forse più?

Si voleva seppellire viva anche lei? Da che poteva dipendere quella lunga dimora?

Non sapeva Rosa che egli era fuori, così ansioso, così fremente, come se si giudicasse, e si giudicava veramente, tutto il suo destino? Come poteva farlo aspettar tanto? Che era successo? Era malata, forse, Rachele? Era monaca? Che poteva esser successo?

Ogni minuto adesso che passava, aumentava la sua pena; e ciò che era stato la sua speranza, si volgeva nella sua disperazione. Ogni tanto gli pareva di udir scricchiolare il portone, di vedere schiudere quei battenti; ma l'allucinazione spariva immediatamente dalla sua fantasia esaltata. Erano le undici e mezzo, ora; e Rosa non usciva. Adesso, egli era preso dall’ira, anche, e pensò, se non fosse stato meglio usare l'audacia di battere a quella porta.

Due o tre volte, dalle undici e mezzo a mezzogiorno, Ranieri Lambertini risalì i larghi scaloni, che lo dividevano dal portone di suor Orsola Benincasa, e fu per afferrare la catena di ferro e scuotere fortemente il campanello; ma ogni volta si rattenne, pensando che fosse una grave imprudenza, e ridiscese lentamente la via fatta, ritornando al suo posto di osservazione, dove si rassomigliava a Gesù posto in croce. Finalmente, come scoccava mezzogiorno, il portone si schiuse, ed allo spiraglio venne fuori Rosa, che discese rapidamente gli scaloni per accostarsi a lui. Egli la fissò in viso, così ansioso e così trepidante, che le parole gli si soffermavano sulle labbra soffocate dall'angoscia. Ella aveva sempre l'aspetto turbato, ma, anche, vi era qualche cosa di misterioso nel suo viso, qualche cosa che spiritualizzava il volto poco intelligente di quella umile donna, e gli dava una espressione novella. E allora ella gli si pose accanto, e gli disse, mentre camminavano insieme:

— Ancora un momento di pazienza; parleremo poi, quando saremo arrivati al Corso. —

E, nel dire questo, anche un’intonazione di mistero era nella sua voce, ed egli tacque, camminandole a canto, a capo basso. Presto, però, arrivarono al Corso, e salirono in una carrozza da nolo, che doveva condurli al Grand Hôtel; per parlare meglio, e per nascondere la sua faccia sconvolta, Ranieri Lambertini fece alzare il soffietto.

— Dunque, — le disse — l'hai vista?

— Sì, l'ho vista, — disse lei, a capo basso.

— Quando, come?

— Or ora, dieci minuti fa.

— Solamente dieci minuti fa? E sei rimasta tre ore?

— Ella era al coro; poi vi è stata un'ora di adorazione del Sacramento; poi si è dovuto consultare la badessa, e finalmente l'ho vista.

— Al coro, al Sacramento? si è dunque monacata? non è più novizia? —

La serva chinò il capo sul petto, e non rispose.

Di', si è fatta monaca? — incalzò lui, che tremava tutto.

La donna ancora tacque.

— Non vuoi darmi la tremenda notizia? — egli gridò. — Abbine il coraggio. È meglio la certezza, che questo dubbio atroce! È monaca, è vero? — e le afferrò la mano callosa, e la strinse come se volesse infrangerla.

— Non mi fate male. Io non ne ho colpa, — ella rispose, tentando di sciogliere il suo polso da quella stretta.

— È monaca? — urlò lui. — Io l'ho perduta per sempre! — e fece come per gittarsi dalla carrozza sul binario del tram a vapore che si avanzava, quasi volesse finirla con la vita.

— No, — disse lei, rattenendolo — non è monaca ancora.

— Ah! — gridò lui, con un sospiro che parve un ruggito, cadendo disfatto in fondo alla carrozza da nolo.

— Ma è come se fosse monaca, — soggiunse subito lei, con voce commossa.

— Come se fosse? e perchè?

Perchè pronuncierà i voti solenni fra quindici giorni.

— Fra quindici giorni? — gridò lui. — E perchè così presto?

Perchè ella stessa ha chiesto di abbreviare il tempo del suo noviziato, perchè è venuto il rescritto ecclesiastico, e perchè ella fra quindici giorni sarà una sepolta viva.

— Chi ti ha detto questo, ella stessa?

— Me lo aveva detto prima la conversa, che fa da portinaia, e poi me l’ha confermato suora Grazia.

— Chi è suora Grazia? — domandò lui, smarrito.

— È lei, è la signorina Rachele, che ha preso questo nome in religione.

— Anche il nome ha cambiato? — egli disse, come vaneggiando, come parlando a sé stesso.

— E che ti ha detto lei?

— Non voleva vedermi, — rispose Rosa.

— Non voleva? E come si è indotta a riceverti?

— L'ha indotta la madre badessa; le ha detto che le novizie, prima di monacarsi, debbono vedere i loro parenti e i loro amici, perchè poi non rimpiangano nulla del mondo. Allora, suora Grazia, ossia quella che fu la vostra Rachele, si è decisa a vedermi, per obbedienza.

— E come era? come è diventata?

— Più fine, più pallida, e più bella. Non sembra più una donna, signore; sembra un angelo.

— Oh, Rachele, Rachele! — esclamò lui, torcendosi le mani dal dolore.

— Io le ho voluto baciare la mano, ma essa me lo ha impedito; mi ha salutato teneramente, ed ha voluto saper conto della mia vita.

— Le hai parlato di me?

— Sì, gliene ho parlato.

— Che le hai detto?

— Che vi ho ritrovato, e che eravate innocente, che l'amavate sempre e che volevate rivederla.

— E che ti ha risposto?

— Nulla, sulle prime. Quando ha inteso pronunciare il vostro nome, si è fatta pallidissima, più pallida del suo soggolo, e non mi ha interrotta, come faceva sempre prima, quando io vi nominava. Poi, quando ho detto che siete miracolosamente scampato da morte, le sono salite le lacrime agli occhi. …

— Oh, Rachele, Rachele! — continuava ad esclamar lui, come preso dall’idea fissa.

— Ma, quando le ho detto che voi l'amavate ancora, ella ha chinato gli occhi, e il suo volto mi è parso più duro e più freddo di una pietra.

— Non ti ha risposto?

— Sì, mi ha risposto.

— E, che t'ha detto?

— Mi ha detto queste testuali parole, che così vi riferisco: «Egli non deve amarmi. Egli deve dimenticarmi. Non si amano i morti. Si dimenticano i morti: io sono morta

— Oh Dio, oh Dio! — esclamò lui, nascondendosi il volto tra le mani.

Pure, — soggiunse Rosa — io ho insistito, dicendo che voi volevate vederla; ma ella s'è mostrata sempre della stessa fredda austerità, e mi ha ancora detto: «Digli che non ci vedremo più; che io sono di Dio; che debbo pronunziare i voti tra quindici giorni; e che in quel giorno mi offrirò al Signore, in cambio della pace che Dio gli accorderà

— E niente altro ti ha detto?

— Niente altro, per voi.

— Non ti ha parlato di altri?

— Sì, del padre, della madre. Avrebbe voluto rivederli, prima di monacarsi. Sapete che ella crede fermamente non essere morta sua madre.

— E niente altro proprio per me, niente?

— Niente.

— Tutto è finito, dunque! — egli mormorò, come Cristo sulla croce.

 

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

 

Ma lo scoraggiamento di Ranieri Lambertini durò pochissimo tempo. Tutto solo nella stanza del Grand Hôtel, nel pomeriggio d’inverno, dopo non aver toccato cibo della colazione, egli ebbe una reazione furibonda contro il destino, che gli toglieva Rachele Cabib. Egli dimenticava tutte le parole gelide e aspre, che Rosa gli aveva riportato; egli le dimenticava, poichè gli pareva che non potessero essere uscite dalla bocca di una donna che egli adorava, e che tanto lo aveva amato, da rinunziare alla sua casa, al padre, alla sua religione, e che finalmente rinunziava alla vita del mondo per lui. No, non era Rachele Cabib, quella che gli aveva imposto di non pensare più a lei, pensando che ella fosse morta; non poteva essere la fiorente giovanetta dal biblico profilo, dai grandi occhi neri d'israelita, che gli aveva mandato a dire che tutto era finito tra loro! Colei che lo aveva amato, era quella che, udendo il suo nome, s'era fatta bianca in viso come il suo soggolo, e i cui begli occhi tristi si erano riempiuti di lagrime. Gli amanti appassionati come Ranieri Lambertini non sono disposti a rinunziare all'amore, sol perchè l'amata ha detto che tutto era finito. Ma, se l'hanno udita, ripensano la voce che ella ebbe nel dire le fatali parole, ripensano il tremore delle labbra pallide, e credono che no, non tutto sia finito. Solo quel pallore mortale e quegli occhi velati di lagrime apparivano nella visione pomeridiana al giovane gentiluomo romano, ed egli diceva che Rachele lo amava ancora, che se non aveva ancora pronunziato i voti solenni, ella avrebbe rinunziato al chiostro, per rientrare nella vita.

Ah, se per soli pochi minuti egli avesse potuto rivederla! Se egli avesse potuto dirle, col grido dell'amore, a cui nulla resiste: «Rachele, se io ti