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I.
SUL TAMIGI.
Una grande pioggia flagellava Londra, in quel pomeriggio di dicembre. Invano il fumo di centinaia di migliaia di comignoli cercava di elevarsi nell'aria, combattendo contro quel diluvio di acqua che piombava dalle nuvole nere. Il fumo era disperso dalla pioggia e ricadeva sulle case, facendole, sui tetti, più nere, più umide, più sudicie.
Nelle vie popolose di Londra quel temporale non impediva che la gran circolazione si sviluppasse in tutte quelle strade e stradette: i veicoli e la gente andavano in giro, dovunque, sotto il flagello della pioggia. Mille tranvai, omnibus, carretti, carrozze di ogni forma, sbucavano da tutte le parti, fuggivano in tutte le direzioni: e i robusti grossi cavalli, avvezzi a quelle vie bagnate, non mettevano piede in fallo. I padroni giravano, avvolti negli impermeabili, col cappuccio rialzato sul cappello: alcuni sotto le lucide cappe degli ombrelli: tutta gente affaccendata ma non affannata, con quell'equilibrio che è la forza massima del carattere inglese.
Dove più ferveva il movimento era nei quartieri centrali della città, nella City, specialmente, dove nessuno si occupava se piovesse o no: e grandissimo era il movimento sulle rive del Tamigi, tutte coperte di edifici, di officine, di stabilimenti industriali. Il Tamigi scorreva nero e minaccioso, pieno di detriti di carbone, di olio, di immondizie, quali la colossale metropoli, di tre milioni d'abitanti, poteva rigettare nel suo fiume. Quelle acque brune e lucide erano attraversate da imbarcazioni di ogni sorta, da vaporetti, da lance, da zattere cariche di legna e di carbone. Strani oggetti venivano a galla, su quelle onde nere come quelle dello Stige; e l'affogare lì dentro, doveva fare più ribrezzo e più paura che in qualunque altro fiume. Eppure ogni giorno, vi sono otto o dieci inglesi che si buttano nel Tamigi: beninteso, alcuni vi cadono nello stato di ubbriachezza. E varie inglesi, anche, vi cadono ogni giorno, cercandovi la morte e il riposo.
Giusto, in quell'ora delle quattro, i due barcaiuoli che erano in vigilanza all'altezza del ponte di Westminster, videro qualche cosa di nero agitarsi sulla spalletta del ponte e cadere con un tonfo sordo, come una balla di roba, nel fiume. Erano troppo avvezzi a questi casi, i barcaiuoli del ponte di Westminster, per meravigliarsene e fecero forza di remi verso il posto dove si era gittato il suicida. Il palombaro che vegliava sempre con loro, si gittò nello stesso gorgo, con un'abilità straordinaria, e risalì a galla, dopo un minuto, portandolo attaccato al suo corpo, avvinghiato, col gesto disperato dei morenti, che non vogliono più morire. Era un uomo, ancora giovine e robusto, ma con un viso consunto evidentemente dai dolori e dalle privazioni; vestiva con pulizia, ma con panni logori da operaio caduto nella miseria. Non dava segno di vita, in fondo alla barca.
I barcaiuoli e il palombaro cercarono di farlo riscuotere, versandogli fra i denti stretti un poco di gin dalle loro borracce: ma il suicida non rinvenne. Poco lontano, era una casetta per gli asfittici, ma i barcaiuoli la trovarono chiusa: era domenica e il custode aveva creduto di festeggiarla, come ogni buon inglese. Interdetti, seccati di quel carico, malgrado che ad ogni suicida salvato essi guadagnassero una bella somma, essi risalirono verso il ponte di Westminster e discesi a terra, portarono seco quell'uomo esanime. Subito si fermò della folla in quella bellissima strada che rasenta il palazzo di Sua Maestà Britannica; e una voce si ripetè, fra la folla:
Pareva che non ve ne fosse neppure uno tra la folla e intanto l'uomo giaceva per terra, sempre svenuto, pallido, tutto intriso di acqua. Il grido di soccorso si ripetè:
Un elegantissimo cab che si avanzava tutto nero e azzurro, con filetti di argento, con un bellissimo cavallo baio, si arrestò, a un tratto: e un signore schiuse le due porticine di cristallo dell'hansom, scendendone, sotto la pioggia.
— Ecco il medico, — disse una voce sottile e fischiante.
La folla si separò subito, per dare il passo all'uomo dell'arte. Costui era piccolo e deforme; sotto la preziosa pelliccia di volpe azzurra che si arrovesciava nel colletto e nei polsi, si vedeva una gobba molto prominente. Anche il viso di quel medico era bruttissimo: scialbo, con pochi peli radi e incolori sulle guance smunte e sulle labbra. Quello che più colpiva in lui, era lo sguardo: uno sguardo di occhi verdi, lucidi e limpidi come il cristallo verde: uno sguardo acuto e penetrante che pareva dissolvesse il mistero di qualunque anima. Egli si accostò al suicida e lo fissò, senza chinarsi su lui. Domandò, ai barcaiuoli:
— Annegato?
— Sì.
— Disgrazia?
— Suicidio.
— Da quanto tempo?
— Che avete fatto?
— Ha bevuto?
— Sì, ma è restato così. —
Allora, con una grande tranquillità, senza cavarsi i guanti, senza sbottonare la sua ricca pelliccia, egli si curvò sul suicida e lo guardò a lungo. Nessuna espressione sul viso di quello strano medico. La folla lo guardava, stupefatta, sembrandole che ogni momento trascorso aggravasse lo stato di quel miserabile suicida, giacente là, per terra. Ma la meraviglia crebbe in tutti gli astanti, quando il medico si tolse lentamente i guanti mostrando due mani lunghe, magre, ossute e bianche: delle mani quasi cadaveriche, che facevano sgomento, come quegli occhi di cristallo verde.
— Alzatelo, — egli ordinò ai due barcaiuoli.
Costoro presero il suicida e lo tirarono su, tenendolo sotto le braccia. Allora, il medico gobbo dagli occhi verdi, appoggiò le due mani alle tempie del suicida svenuto e si chinò leggermente su lui, guardandolo. Costui non si mosse, ma parve che un leggiero rossore venisse a colorire le sue guance, mentre il suo corpo pesava ancora sulle braccia dei barcaiuoli.
Il dottore si staccò un minuto dall'annegato, levando le mani dalle tempie. Si vedeva che le labbra del gobbo si muovevano, come se tremassero o se parlassero, pianissimo. Di nuovo, si curvò sull'esanime e gli appoggiò le mani sulle tempie, parlandogli, adesso, nel volto, affrettatamente.
Allora, si vide una cosa strana. Lo svenuto mosse le braccia e le gambe, un poco: levò la testa, aprendo gli occhi, voltandoli in giro, ma come senza sguardo.
— Come vi sentite? — chiese il medico, in inglese.
— Bene, — disse il suicida, senza voltarsi a lui, a voce bassa e senza espressione.
Adesso, il medico non gli teneva più applicate le dita sulle tempie, ma gli aveva preso una mano e gliela carezzava, lentamente, fra le sue. La folla, stupefatta, malgrado che fosse inglese, si stringeva sempre più intorno all'operaio e al medico.
— Perchè avete fatto questo? — gli domandò il dottore, non lasciando di carezzargli la mano.
— Perchè ero povero, — disse il rinvenuto sempre a voce bassa e come se parlasse in sogno.
— Non potete lavorare?
— Non ho trovato più lavoro, da due mesi.
— Che fate?
— Il tipografo.
— Siete inglese?
— No, austriaco, galliziano.
— Cattolico?
— No.
— Protestante?
— No.
— Luterano?
— No. —
Un silenzio si fece. La folla, già un po’ diradata, guardava con diffidenza l'operaio che aveva tentato di morire. Il dottore si curvò all'orecchio del suicida e parve che gli facesse una interrogazione. Costui trasalì, spalancò anche più gli occhi e come se facesse uno sforzo per rispondere, disse:
— Sì. —
Il dottore represse un moto delle labbra. Poi, gli disse:
— Così. …
— Non posso.
— Provate, — insistette il medico, con voce imperiosa.
— Sono tutto spezzato, nelle ossa: debbo avere qualche cosa d'infranto, — gemette il suicida.
— Non avete nulla di rotto; anche se lo aveste, vi dico di camminare! — replicò con tono di dominatore, il medico.
Il poveretto, difatti, lamentandosi, fece uno sforzo e si levò; vacillava; lo sorressero. Il medico gli strinse di nuovo la mano, trattenendola un poco fra le sue e ordinò:
Difatti, l'uomo camminò. Oramai, la folla si era dileguata, sorpresa di questo medico che guariva la gente senza medicina e che la faceva camminare per forza. L'uomo, inconsciamente, camminava quasi addormentato.
— Sentite, — disse il medico richiamandolo. — Non avete nè denaro, nè casa?
— No: niente.
— Eccovi dei denari, — soggiunse il dottore aprendo la sua pelliccia e cavando una banconota dal suo portafoglio. — Venite a trovarmi. Come vi chiamate?
— Che avete detto?
— Non è possibile! — disse il medico impallidendo.
— Eppure così è, — mormorò il misero, con la sua voce monotona, di uomo che dorme e sogna.
— Sì: Henner.
— In via Huxley, numero diciannove. Ma verrò io, da voi, se permettete.
— Non cambierete casa, almeno?
— No, signore.
— Aspettatemi: verrò in via Huxley, — soggiunse affrettatamente il medico.
E prima di andarsene, donò del denaro ai due barcaiuoli che, oramai, erano restati i soli spettatori di quella scena. Però, prima di risalire nel suo cab, il dottore prese le due mani dell'operaio salvato, le tenne fra le sue un momento, parlando a voce pianissima e guardando negli occhi il giovane Angelo Henner. Costui si scosse, di nuovo, e senza parlare, senza salutare, riprese la sua via, come un'automa.
Il dottore risalì nell’hansom-cab e dette l'indirizzo di casa. Richiudendo le due porte a cristalli, tirò anche le tendine. Voleva rimanere un poco isolato, nella sua carrozza. Difatti, solo, una orribile angoscia si dipinse sul suo volto.
— L'ho salvato io! L'ho salvato io! — disse, parlando a voce alta, come uno che farnetichi.
Egli si passò due o tre volte la mano sulla fronte, quasi a discacciarne i pensieri gravi e dolorosi che lo offuscavano. Ma più scorreva il tempo e più il suo volto si imponeva, pensando allo stranissimo caso che gli era occorso.
— Lui! Proprio lui! Misero, senza lavoro, senza pane, suicida. —
E come un sottil velo di lacrime intorbidò quegli occhi verdi e cristallini. Marcus Henner quasi piangeva.
Quando l'hansom-cab di Marcus Henner giunse al superbo palazzo che egli abitava, in Broadway, il quartiere ricco e aristocratico, il volto del medico gobbo si era ricomposto, sotto uno sforzo di volontà. Egli aveva dominato tutta la interna angoscia, come era solito di vincere la volontà altrui. Solo, un resto di pallore rendeva più tetro il suo viso e più profondi i segni scuri, sotto gli occhi.
La veloce e fine carrozza entrò come una freccia sotto il maestoso arco del portone: il guardaportone dette un colpo sul gong indiano che era sul primo pianerottolo di marmo e il singolare suono si ripercosse per l'ampia scala, dove, in cima al primo piano, sotto una pesante portiera di broccato, erano immobili due staffieri, in livrea. Nella vasta anticamera tappezzata di un rosso scuro non vi era nessuno; in un alto caminetto ardeva un fuoco vivissimo e un'aura calda, eguale, carezzava il volto. Marcus Henner si fermò in anticamera, un minuto, come se pensasse qualche cosa: poi, decisamente, entrò in una seconda stanza. Anche questa era messa con un lusso principesco: ed era, viceversa, piena di gente che aspettava, seduta nelle poltrone, nei seggioloni, sui divani. Erano persone di tutte le età e di tutte le condizioni, vecchi, giovani, fanciulli, poveri e ricchi: per lo più delle facce pallide, dei corpi abbattuti, stanchi, delle fronti preoccupate e delle bocche senza sorriso. Erano i malati del dottor Marcus Henner che, da un'ora e mezzo, aspettavano pazientemente che rientrasse.
Appena egli apparve, molti fra coloro si levarono, cercarono di prendergli la mano, di parlargli, di raccontargli una parte delle loro miserie: fra cui una donna smorta, magra, con una bocca dolente e livida. Ma egli, senza salutare, senza fermarsi, attraversò quella sala, chiuso nella sua pelliccia, con un'aria di persona che non veda e non senta nulla. La porta si richiuse dietro a coloro che vi si accalcavano, e, attraversando altri due salotti deserti, si trovò nel suo studio.
Ampio, austero, tutto in legno scolpito, lo studio era illuminato da un vasto finestrone che dava sopra una serra, dove erano coltivati i fiori più rari; intorno intorno, vi erano delle grandi librerie di quercia zeppe di libri, di grossi libri per lo più legati in pergamena, con certe cifre strane, in rosso o in azzurro. La grande tavola da scrivere era coperta di libri e di carte; un enorme calamaio di cristallo di rocca era aperto, sulla tavola. Del resto, nessun istrumento medico, nessuna fiala, niente, proprio niente che rammentasse la professione che Marcus Henner esercitava. Solo, contro il finestrone, vi era un seggiolone di cuoio nero, messo in tale luce che chi vi si sedeva, la riceveva tutta sul volto. Viceversa, Marcus Henner sedeva presso il tavolino, in penombra.
In quel giorno, giunto nella stanza da studio, egli si tolse i guanti e la pelliccia, gittandoli sopra un divano: e si lasciò cadere sopra una sedia, come sfinito. Ma anche questo sfinimento durò poco. Marcus Henner si rialzò e, andando verso il muro, toccò un campanello.
Nella parete di contro, si schiuse una porta segreta che era perfettamente mascherata e apparve un uomo, vestito di nero, con una cravatta bianca, un tipo fra il notaio e il maggiordomo. Era magro, alto, allampanato: due fedine bianche bianche, accuratissime, incorniciavano il suo viso. Gli occhietti grigi avevano una grave vivacità. Stette ritto in mezzo alla camera, senza parlare, aspettando che Marcus Henner gli dirigesse la parola. Costui, ora, stava seduto al suo solito posto e pensava.
— Lewis, che vi è di nuovo? — disse, infine.
— Interrogatemi, Eccellenza; e vi dirò.
— Lettere?
— Varie.
— Da dove?
— Dall'Austria, dalla Germania, dal Belgio.
— E. … nulla dall'Italia?
— Nulla.
— È strano!
— È stranissimo, Eccellenza.
— Bisognerebbe mandare qualcuno, colà.
— Vostra Eccellenza dovrebbe andare.
— Non posso, — disse Marcus Henner, reprimendo un moto di collera.
— Allora, io.
— Neppure: ho bisogno di te.
— Allora, nessuno.
— Nessuno! Purtroppo, nessuno, — disse Henner.
— Debbo telegrafare?
— No, mai. Ti dirò, poi. È venuto nessuno?
— L'anticamera è piena di gente.
— Ho visto: non voglio ricevere nessuno, oggi.
— Eccellenza. … è meglio ricevere.
— No.
— Vi è qualcuno che può interessarvi.
— Sì?
— Allora riceverò tutti.
— È arrivata gente dalla Russia.
— Poveri?
— Sembrano.
— Fa dar loro da mangiare, da dormire; li vedrò questa notte. —
Seguì un silenzio. Si vedeva che Marcus Henner, pensoso e preoccupato, voleva chieder qualche cosa, ma non si decideva. Poi, si decise.
— E. … Maria? —
Lewis aprì le braccia, con un atto desolato.
— Sempre lo stesso umore?
— Sempre.
— Non cede?
— Non cederà mai, mai. Morirà piuttosto, — disse Lewis, con una certa forza.
— Non voglio che muoia, — disse Henner, con voce lenta.
— Sapete che ha tentato di morire.
— Lo so. Che ha fatto, stamane?
— Ha pregato, molto.
— Inevitabile! E poi?
— Ha scritto.
— Sempre quel suo giornale?
— Sì: sono delle lettere, come sapete.
— Dirette alla stessa persona?
— Alla stessa.
— È terribile! — esclamò Marcus Henner.
— Che cosa ella fa di queste lettere? — disse Marcus Henner, appoggiando la fronte alla mano e come interrogando sè stesso.
Lewis fece un cenno largo, con le braccia.
— È possibile che non si ritrovino? — soggiunse il dottore gobbo, sempre come se parlasse a sè stesso.
— Vostra Eccellenza, se volesse. …
— Io? Io?
— Vostra Eccellenza può tutto, — disse, con tono umile, il maggiordomo, che era, allora, in funzioni di confidente.
Il gobbo crollò il capo, senza rispondere. Poi, riprese:
— Queste lettere si dovrebbero ritrovare. …
— Sei certo, Lewis, che ella non le imposti?
— Come lo potrebbe? O voi, o io, o Giustina, le stiamo sempre vicini.
— Abbia corrotto qualcuno?
— Indagherò, ma non lo credo. Tutti qui sono legati a voi.
— Ma non mi amano!
— Vi temono e vi rispettano.
— Ma non m'ama nessuno! — replicò, con amarezza, Marcus Henner.
— Io sono sinceramente devoto, Eccellenza, — protestò.
— La devozione è un sentimento diverso dall'amore, Lewis, — disse il gobbo. — E dire che ho, anche io, un cuore! —
Un velo di lacrime appannò i cristallini occhi di Henner. Ma egli si scosse subito e disse a Lewis:
— Conosci un uomo svelto e fidato, per una missione delicata?
— Sì. … avrei qualcuno. Ma debbo cercarlo.
— No: ho qualche traccia.
— Cercalo subito.
— Subito. E dopo?
— Me lo condurrai.
— Posso chiedere che missione avrà?
— Ah!
— Desidero che tutti i monasteri, tutti i conventi, tutti i ritiri sieno visitati, per ritrovare le tracce di Rachele Cabib.
— Per alcuni vi è clausura.
— S'infrange.
— Sarebbe grave, Eccellenza.
— Altre cose gravi abbiamo fatte!
— A Vostra Eccellenza è permesso tutto.
— Ritengo che Rachele ci sia stata sottratta dai suoi sentimenti religiosi, e che si sia data al Signore.
— Eppure, si è cercato bene. …
— Non bene, — disse duramente Marcus Henner.
— Suo padre va ramingando di paese in paese.
— Il vecchio è imbecillito. Trovami quest'uomo, Lewis. Lo pagherò bene.
— Un poliziotto, Vostra Grazia.
— Sta bene. In secondo, avere notizie e subito della contessa Clara Loredana.
— In viaggio. …
— Sì, ma dove si trova, ora, che cosa fa, perchè non si decide, che aspetta? Sapere questo!
— Scrivere?
— No, mai. Mandare qualcuno, appena saputa la sua direzione.
— Vincent?
— Sì.
— Istruzioni larghe?
— Larghissime.
— Altro?
— Tenersi pronti a partire, — disse Marcus Henner, dopo aver pensato un poco.
— Partire?
— Sì.
— La signora. …
— Vostra Eccellenza sa farsi obbedire, ma la signora ne soffrirà.
— Non importa.
— Quando andò via dall'Italia, che pianto!
— Piangerà ancora. Le donne sono fatte per piangere, — e la sua voce era sempre più dura.
— Poveretta! — disse Lewis, quasi involontariamente.
— La compatisci? La compatisci? — disse Marcus Henner, levandosi con ira.
Lewis tacque, abbassando gli occhi.
— Va via, — gli disse il padrone.
— Vostra Eccellenza mi perdoni. … — balbettava.
— Nessuno ama quella disgraziata. … — mormorò Lewis.
Il maggiordomo escì, senza osare di aggiungere altro.
Il dottore restò tutto pensoso, dopo la scomparsa di Lewis. Certo, rimescolava in sè i più strani pensieri, giacchè l'espressione del suo volto si mutava sempre. Infine, si levò da sedere e andò a una libreria, cavandone uno dei grossi volumi in pergamena; lo appoggiò sopra un leggìo, alto quanto la sua deforme persona, e lo sfogliò. Lesse qualche foglio, in piedi, ritto innanzi a quel mobile; aveva la testa appoggiata alla mano, come se meditasse, anche. Lasciò il libro e si avvicinò di nuovo al tavolino da scrivere.
Da una cassaforte, perfettamente dissimulata nel muro, come era la porta per cui era entrato Lewis, egli, col capo nascosto nel vano, cavò fuori un sottil foglio di pergamena gialla come quella del volume, un pennellino e una fialetta piena a metà di un liquido rosso.
Lentamente, cominciando dal piede del foglio e andando da destra verso sinistra, egli cominciò a scrivere, cioè a dipingere dei caratteri, col pennellino, su quella pergamena: e tutta la sua attenzione si portava sulla sua opera, i suoi occhi verdi scrutavano quel foglio, quelle parole vergate. Ogni tanto bagnava il pennellino nel liquido. Pareva sangue. Mentre scriveva, fu bussato alla porta dello studio, pian piano.
— Avanti, — disse Marcus Henner, neppure levando la testa dalla pergamena che stava miniando.
Un cameriere entrò, in grande livrea.
— Che vuoi, John?
— Vi è molta gente, fuori, Eccellenza: e aspetta da gran tempo.
— Non voglio veder nessuno, oggi.
— Eppure Vostra Eccellenza ha dato una quantità di appuntamenti per oggi.
— È vero; manda via tutti quanti.
— Eccellenza. …
— Che è? Non replicare!
— Vi è quella povera signora. … Mistress Jackson, quella infelice, così bella, così giovane e così malata.
— Inguaribile, — disse Henner, abbassando di nuovo il capo sulla carta.
— Anche per voi, Eccellenza?
— Anche per me!
— Voi che potete tutto?
— Voi non siete un medico come tutti gli altri, — disse John, guardando il suo padrone con occhio di ammirazione.
— È vero, — disse Henner — ma non posso guarire mistress Jackson.
— Poveretta!
— T'interessa tanto?
— È una mia cugina, Eccellenza.
— Tu l'ami?
— No, Eccellenza, ma le voglio bene come a una sorella. Fatela entrare, ve ne scongiuro!
— Ma perchè?
— Perchè non crede che in voi, perchè solo voi potete aiutarla a sopportare i suoi mali! … È un'opera di carità.
— Debbo ingannarla, dunque?
— In carità, Eccellenza!
— E gli altri?
— Anche!
— Anche lady Clarence Blackwood?
— Anche, anche! Solo mistress Jackson, perchè è una tua protetta.
— Chiedetemi la vita, Eccellenza, e ve la darò.
— Te la chiederò, forse, un giorno, — disse Marcus Henner abbassando di nuovo il capo sulla sua pergamena.
Aveva da scrivere ancora qualche poco, poiché quando si bussò di nuovo alla porta, non a quella segreta, ma a quella da cui era entrato ed escito John, egli disse di entrare, senza levare il capo. John entrò innanzi e dietro a lui una giovane donna, semplicemente vestita di nero.
Ella si sedette, con aria stanca. Era bianca bianca, con una carnagione perlacea fine: le venucce azzurre si disegnavano penosamente sulle tempie, sul collo, persino intorno alla bocca. Pareva che, mettendo una candela dietro il suo volto, esso si rendesse trasparente. Era magra, con certi grandi innocenti occhi azzurri e certe labbra pallidamente rosee: era bellina, carina, con un'aria di gioventù fragile e malaticcia. Vestiva con semplicità, ma decentemente: teneva le mani inguantate, incrociate in grembo. John che l'aveva introdotta, in silenzio, se ne era andato via egualmente, mettendosi un dito sulle labbra, per raccomandarle di tacere, fino a che Marcus Henner avesse finito di scrivere. Difatti, ella attese pazientemente. Egli scrisse ancora, con quei suoi strani caratteri rossi, sulla pergamena: aspettò che si asciugassero e ripose il foglio in una cartella di pelle che chiuse a chiave. Poi, levò il capo:
— Ebbene, mistress Jackson? — disse con voce conciliante.
— Signor Henner. … — disse quella, con una voce debole e velata, dove tutta la strada della tisi si rivelava.
— No.
— Avete avuto qualche altro fenomeno?
— Nessuno: ma sono malata, dottore, molto malata.
— Non vi fissate. Voi state meglio.
— Dottore, io morirò di questo, se non mi aiutate, — ella disse, cercando dar forza alla sua povera voce.
— Voi non morrete e io non posso, non debbo far altro, — mormorò Marcus Henner, guardandola fissamente, come per calmarne l'agitazione.
— Morrò, se non mi aiutate, — replicò ella, con la ostinazione dei malati.
— Che volete da me, mistress Jackson?
— Non voglio morire, ecco!
— Ho bisogno di vivere, dottore!
— Avete una famiglia numerosa?
— No, solo mio marito.
— Senza figliuoli?
— Senza, per grazia di Dio! Sarebbero tisici, pensate, come me, come mia madre! No, no. Mai questa tortura ad altri esseri viventi, a innocenti! Ma voglio vivere, per lui!
— Chi è questo lui?
— Lo amate tanto?
— Lo adoro.
— E vi ama?
— Mi adora! — e aveva detto ciò col singolare ardore che mettono gli etici in queste cose dell'amore.
— Possibile, che vi adoriate tanto! — disse Marcus Henner con un sogghigno.
— Oh tanto! — esclamò la poveretta, congiungendo le mani.
— Esiste, dunque, l'amore? — chiese Marcus Henner, a voce bassa.
— Esiste: voi non ci credete? — domandò timidamente la tisica.
— No.
— Non siete mai stato amato? — disse l'altra.
— Mai, — rispose lui, recisamente.
— Come è possibile? Voi così pieno di talento e di cuore? Voi, il grande medico? Voi, il grande scienziato?
— Mai, mai, — replicò lui, abbassando la testa sul petto.
— Le donne non hanno cuore, — mormorò Elisa Jackson, a voce bassa.
— Sono brutto, sono deforme. … — disse lui, con tono triste.
— Non conta! Siete un salvatore dell'umanità, siete il Maestro! Ah salvatemi, ve ne scongiuro! — disse Elisa, con le lagrime agli occhi.
— Mia buona mistress Elisa, la vostra immaginazione è più malata del vostro corpo, — disse Marcus Henner, alzandosi e venendo a lei.
— Guarite il mio corpo e la mia fantasia guarirà subito, — replicò la tisica, ostinatamente.
— Non pensate tanto, — disse Henner, a voce bassa, prendendo una mano della signora Jackson e carezzandola.
— Vorrei. … — disse costei, a voce bassa come quella del medico.
— Bisogna pensare di non aver nulla, di stare perfettamente bene, di essere giovane e bella, per mister Emilio Jackson. … — riprese, lentamente, con voce che s'insinuava singolarmente, Marcus Henner.
Adesso, lo strano dottore gobbo aveva preso ambedue le mani di mistress Elisa Jackson e vi passava le dita sopra, con una carezza lenta e molle. Costei socchiudeva gli occhi, un poco, come se cadesse in un sopore, ma li riapriva subito: il bell'azzurro delle pupille nuotava in un grande languore.
— Come vi sentite? — le disse, piano, all'orecchio, il medico gobbo, sfiorandole la guancia con l'alito.
— Meglio, — ella disse, con gli occhi socchiusi.
— Credete di esser guarita? — replicò Marcus Henner, parlandole nel volto, con voce bassa, ma imperiosa.
Una singolare espressione di contrasto si manifestò sul viso di mistress Elisa Jackson. Pareva che una metà del suo essere acconsentisse a quello che diceva il dottore e che un'altra metà vi si opponesse. Non rispose. Una pena estrema agitava quel corpo e quel viso.
Allora il medico le si sedette dirimpetto, con le sue ginocchia contro le ginocchia della donna mezzo addormentata, guardandola coi suoi occhi cristallini e verdi, applicandole, a intervallo, le sue mani scarne e ossute sulle tempie.
A poco a poco, il senso d’inquietudine che regnava sulla fisonomia di Elisa Jackson si venne dileguando: ella chiuse gli occhi e una serenità le si diffuse sul volto. Allora, Marcus Henner si staccò un poco da lei e la guardò, con occhio d'ammirazione.
Immersa in quel letargo, Elisa Jackson era veramente graziosissima, con la testa un po’ inclinata sopra una spalla; il gentile volto era bianco come un giglio e un leggiero colorito roseo vi saliva, a traverso la finezza della pelle. La bella bocca, un po’ pallida, era schiusa sui denti bianchi e lucidi; e quasi sorrideva.
Stette qualche tempo, Marcus Henner, a guardare quella donnina, presa oramai completamente dal sonno ipnotico. Poi, le riprese le mani. Elisa Jackson gliele strinse lievemente e il sorriso delle sue labbra aumentò:
— Emilio, Emilio, — disse, con voce fioca e tenera.
Il viso di Marcus Henner si contrasse, quasi una emozione invincibile lo dominasse. Due volte, il suo viso si chinò sul viso della dormiente, ma se ne staccò subito.
— Emilio, ti amo, — mormorò la ipnotizzata, sorridendo sempre più.
Allora l'espressione singolare del viso di Marcus Henner si accrebbe. Non resistendo, si curvò su Elisa Jackson e la baciò lungamente sulla bocca. Appena si sollevava da quel bacio, con gli occhi lampeggianti di desiderio, che fu bussato alla grande porta.
— Chi è? — disse, con voce malferma.
— Io, John.
Il cameriere entrò, e subito vide l'addormentata, in dolce atto, così bella e gentile.
— La state guarendo, è vero, Eccellenza? — disse il servo.
— Almeno, crederà di esser guarita, — mormorò Marcus Henner.
E si accostò alla dormiente, prendendole novellamente le mani. Pareva calmissimo, ora; ma i suoi occhi verdi, ogni tanto, lampeggiavano.
— Dottore?
— Mi sentite?
— Sì.
— Mi comprendete?
— Sì.
— Volete obbedirmi?
— Sì.
— Dormirete, qui, un altro quarto d'ora.
— Sta bene.
— Quando vi sveglierete, io non vi sarò. Ve ne andrete via, convinta di non avere nessun male.
— Se durante i due giorni in cui dovrà durare l'obbedienza, vi viene in mente di esser malata, scaccerete questo pensiero.
— Sì.
— Direte a vostro marito e a tutti, di sentirvi benissimo.
— Sì.
— Tornerete qui, fra due giorni.
Tutte le risposte erano state date con voce precisa e chiara. Il medico strisciò ancora una volta le sue mani lungo le tempie di Elisa Jackson e poi la lasciò. John lo guardava in atto di profonda ammirazione.
— È un miracolo, un vero miracolo, — mormorò.
— Dio è grande, — rispose il dottore, a bassa voce.
Poi, andò a riprendere il foglio di pergamena scritto tutto di sua mano.
— John, — disse — io vado di là, dalla signora Maria. Tu resta qui, sino a che Elisa Jackson sia risvegliata: l'accompagnerai fuori. Se vengono lettere, telegrammi, posali sul mio tavolino.
— No, per nessuna ragione. —
Marcus Henner introdusse una chiavettina in un fregio di legno, ad altezza di uomo, nella sua libreria e un pezzo di questa si aprì, come una porta: egli sparve colà dentro e alle sue spalle la falsa libreria si richiuse. Egli si trovò nell'anticamera di un vasto e sontuoso appartamento; era deserto e così deserti tre o quattro saloni, ammobiliati con un lusso principesco, pieni di quadri preziosi, di fiori rari, di oggetti d'arte di prim'ordine. Però, tutto questo era un po’ freddo, come se la mancanza di una donna influisse a dare a quel lusso un aspetto glaciale. Con lo stesso passo eguale, Marcus Henner attraversò una serra a cristalli, ricca di piante d'ogni paese, tutta velata di leggierissimi stoini, con tre e quattro voliere di uccelli. Poi, penetrò in una stanza da letto, anche essa deserta.
Quella stanza da letto era vasta, con due ampie finestre, tutte velate ermeticamente di bianco. Le pareti erano coperte da una singolare stoffa di raso bianco dove correva un sottile e lucido disegno a fili d'argento; identici erano gli elegantissimi mobili in legno stuccato di bianco, con qualche filo d'argento; il letto, basso, era coperto da una meravigliosa coltre di merletto di Venezia su trasparente di raso bianco; sul tappeto erano gittate delle bianche e morbide pelli d'orso bianco. Tutto era candido e tutto era argenteo, in quella camera, degna di una regina; i candelabri, lo specchio, tutto il servizio di toilette era in argento, un delicato lavoro di arte; i mille oggetti sparsi dappertutto, armonizzavano col candore della camera.
Lo strano era che in quella stanza, dove, evidentemente viveva una donna, non corresse il soffio di un profumo, non un fiore fosse immerso nell'acqua di un vaso. Mancava, singolar cosa, qualunque immagine a capo del letto; non una figura di madonna, non un crocifisso, non una piletta, nulla. E un'altra bizzarra cosa vi era in quella camera. I grandi finestroni erano triplicemente velati, di seta bianca, di merletto e di certe larghe tendine di raso ricamato in argento, tanto che non si sarebbe mai nulla potuto vedere, di fuori, di quello che accadeva nella stanza; più, a osservare bene, quei cristalli erano fissi. Era un carcere, dunque, la camera di quella regina assente?
Marcus Henner si trattenne un poco in quella camera: aveva le sopracciglia aggrottate, come uomo che pensi troppo a un soggetto che gravemente lo affanni. Girò lo sguardo intorno intorno, e un amaro sorriso gli sfiorò le labbra. Attese un minuto e poi si accostò a una parete, sollevando una portiera che la ricopriva; vi era una piccola porta, dietro. Tentò la maniglia, ma la porticina resistette, come se fosse chiusa a chiave.
— Sempre così, — disse, a mezza voce, Marcus Henner.
Bussò, piano, con le dita, una sola volta. Nessuna voce rispose, dall'interno. Un profondo sospiro sollevò il suo petto ed egli bussò ancora, un po’ più forte. Nulla!
— Maria! — egli disse, piano, curvandosi al buco della serratura.
Nessuna risposta.
— Maria, Maria! — ripetè lui, più forte.
Nessuna risposta.
— Maria, perchè non mi rispondete? — disse lui, parlando sempre presso il buco della chiave.
Niente, niente.
— Debbo io infrangere la porta? Sapete che posso farlo! — esclamò lui, con una voce dove fremeva l'ira repressa.
Un passo si udì; qualcuno si avvicinò alla porta.
— Maria, aprite! — disse Marcus, imperioso.
Una voce debole, rispose, di dentro:
— No, — rispose la voce fioca.
— Eppure vi vedrò, vi parlerò.
— Lasciatemi in pace! — mormorò la voce stanca e fievole.
— Non voglio turbare la vostra pace; debbo parlarvi, apritemi.
— Non voglio, — mormorò la voce, tristemente, ma fermamente.
— Vorrete!
— No.
— Maria, a che vi opponete? Siete in mio potere, lo sapete.
— Non aprirò.
— Non oggi, ma questa sera; non questa sera, domani. La mia pazienza è più forte della vostra resistenza. —
Un gemito si udì, dall'altra parte. Chi avesse bene guardato Marcus Henner, lo avrebbe visto impallidire, a quel lamento.
— Maria! Maria! — chiamò ancora, a voce bassa.
— Non siete andato ancora via?
— Non andrò. Aspetto che mi apriate. Fatelo, non voglio tormentarvi. Debbo dirvi qualche cosa che vi preme.
— Qualche cosa che mi preme? — disse la voce muliebre, diventata un po’ più forte.
— Sì.
— Che cosa?
— Voi m’ingannate.
— Non v’inganno.
— Siete maestro in tranelli, Marcus Henner, — replicò la voce femminile, improvvisamente irata.
— Maria! Apritemi; vi ho da parlare. …
— Di che? Di che?
S'intese un lieve scricchiolìo della porta, come se un corpo che vacillasse vi si fosse appoggiato.
— Io non amo nessuno, — mormorò la voce, diventata di nuovo debolissima.
— Il solo!
— Sì, il solo. Io ne ho notizie.
— Avete notizie? — la voce tremava tanto che quasi balbettava.
— Sì, aprite. —
Vi fu un minuto di silenzio. Poi la chiave stridette nella serratura e la porticina si aprì. Marcus Henner entrò nella stanza di cui, sino allora, gli era stato vietato l’ingresso. Era una camera piccola, in paragone dell'ampia stanza da letto a cui era accanto; anche la sua sola finestra era velata di bianco, fittamente, e le imposte non avevano maniglia.
Del resto, la più nuda, la più povera semplicità regnava in quell'ambiente. Le pareti non avevano nè stoffe, nè carta da parati: erano dipinte di bianco di calce, senz'altro.
Un piccolo letto di ferro, come quello di una educanda, formava il mobile principale; si componeva di un sol materasso e di un sol cuscino, con una coltre di lana rozza. Sul pavimento non vi era tappeto; l'ammattonato era nudo e freddo. Vi era un tavolino da scrivere, un armadietto che formava anche scansia da libri, un inginocchiatoio e due sedie, niente altro. Sull’inginocchiatoio di legno semplice era un crocifisso: sopra, sul muro, sospesa una immagine della Vergine. E sul cuscino era appoggiato un libro pio, che la donna aveva lasciato aperto, l'Imitazione di Cristo.
La persona che aveva aperta, così a malincuore e pure così ansiosa, si teneva ritta, presso l'inginocchiatoio da cui si era levata. Era tutta vestita di lana bianca, con una veste ad ampie pieghe, dal collo sino ai piedi, claustrale; era una donna alta e snella, ma, attraverso le molli pieghe della sua ieratica veste, il corpo non arrivava a delinearsi. Sul viso ella portava una espressione di orrore e di affanno. Marcus Henner guardò quella donna con occhi pieni di amore e di ira.
— Maria, Maria, perchè mi fate questo? — le chiese, avanzandosi verso lei.
Ella si arretrò, sino al muro, dicendogli:
— Non vi accostate!
— Non temete, non mi avvicino, — disse amaramente il medico.
— Se vi avvicinate, sapete bene quello che farò, — disse Maria, con tono fermo, malgrado la fievolezza della sua voce.
— Voi vi uccidereste? Voi, una così ardente cristiana? — ghignò Marcus Henner, guardando il crocifisso con occhi biechi.
— Morirei per la mia fede e Dio mi assolverebbe, — disse la donna subitamente esaltata.
— Maria, non voglio farvi nulla. Calmatevi.
— Ditemi quello che dovete dirmi e andatevene, — dichiarò lei, aggrottando le sottili sopracciglia nere.
— Mi scaccerete voi sempre? — mormorò Henner, passandosi la mano fra la chioma incolta.
— Sempre.
— Vi faccio paura?
— Come l'altra, — disse, pianissimo, Marcus Henner.
— Che dite?
— Nulla. Mi lagno del destino.
— Siete voi, che volete forzare il destino, Henner, — disse la donna, con voce più tranquilla.
— Io vi amo da quindici anni, Maria! — esclamò il gobbo, con gli occhi a un tratto fosforescenti.
— Allora come adesso, è inutile, — diss’ella, quietamente, crollando il capo.
— Morirò io senz'avere una parola di bene, da voi?
— Di carità, sì: di amore, mai, — disse la donna, a occhi bassi.
— Non so che farmene, della vostra pietà. Io voglio il vostro amore.
— Per me, avete sempre venti anni.
— E di un'altra, — ghignò il gobbo.
— Sì, — disse la donna. — Non volevate parlarmi di lei?
— Io? Volevo parlarvi di me.
— Mi avete ingannata, dunque? Per entrare qui dentro? Per torturarmi con la vostra presenza?
— Maria!
— Io ho bisogno di stare sola con Dio! Andatevene!
— Maria, Maria, non mi spingete agli estremi! — mormorò il gobbo.
— E che? Mi uccidereste?
— No.
— Che cosa, allora?
— Nulla, Maria, ma non mi mandate via, così.
— Che volete?
— Uno sguardo, un sorriso, un bacio! — disse Marcus Henner, accostandosi a lei.
— Mai, mai!
— Siate buona, io vi adoro, — e le si avvicinava e cercava di prendere una mano.
— Non mi toccate! — gridò lei, stringendosi al muro, con un senso di alto ribrezzo.
— Ma che vi ho fatto, dunque, io? Che vi ho fatto? Perchè siete così ingiusta e crudele? — gridò Marcus Henner.
— Avete voi dimenticato? — ella disse, a voce bassa, guardandolo negli occhi.
E fece un gesto, come se volesse svolgere la sua persona dalle pieghe del suo vestito, fluttuanti. Egli rabbrividì.
— No, no! — gridò, fermandola, con le mani distese.
— Che temete? Sono un povero essere senza difesa, — ella disse, avanzandosi verso lui, levando la mano.
— Per pietà, Maria! — gridò lui, arrestandola.
— Il vostro delitto vi fa dunque inorridire? — chiese lei, lentamente.
— Sì, — disse lui, a capo basso, a occhi chiusi.
— Ve ne pentite?
— Sì.
— Perchè lo commetteste?
— Per amore.
— Oh, Dio, tu lo ascolti! — ella pregò, levando gli occhi.
— No, Maria.
— Solo lui può perdonarvi, può darvi la pace. Pregatelo.
— Mi dovrebbe dare il vostro amore.
— No. Egli non può permettere un sacrilegio!
— Quale sacrilegio?
— Voi siete un empio, un ebreo.
— Non disprezzate il Dio d'Israele: era il vostro!
— Era!
— Fatale, maledetto giorno! — bestemmiò lui.
— Parlatemi di lei, — disse a un tratto, la donna.
— Di lei? Non so nulla. …
— Non è morta.
— Voi mentite, essa è morta; voi mentite per trattenermi in vita!
— Ma dove è?
— Non lo so.
— Cercatela!
— La cerco, — disse lui, sorridendo amaramente.
— Trovatela!
— E mi amerete? — mormorò Henner, accostandosi a lei.
— Pregherò per voi.
— Non mi basta.
— Sia in capo al mondo, la troverò, — disse lui cupamente.
— Preme anche a voi?
— Dio! — diss’ella, impallidendo di gioia. — E quando l'avrete trovata, che farete? — chiese Maria, avanzandosi di nuovo verso Marcus Henner.
Costui tacque: aveva abbassata la testa sul petto, come sotto il peso di un grave pensiero.
— Marcus Henner, che farete voi di lei? — ripetè la donna, con voce più forte, con accento più vibrato.
— Nulla, Maria, nulla! — esclamò il gobbo, con accento desolato.
— La condurrete voi a me?
— Se vorrà venirci!
— Credete che si neghi di venire da me?
— Negherà di venire, con me!
— E perchè, Marcus Henner? — domandò Maria, che aveva preso l'aspetto di una vera inquisitrice.
— Non me lo chiedete!
— Dite il perchè! Voglio saperlo: debbo saperlo.
— Ella mi odia, — confessò Henner, a voce bassa, con collera e con dolore.
— Come me!
— Come voi.
— Quanto me? — disse Maria, guardando negli occhi verdi il deforme.
— Non so. … più, forse! — disse lui, con la faccia fra le mani.
— Di più, è impossibile, — ella rispose, piano, lampeggiando dai bruni occhi, in cui era scomparsa la natìa dolcezza e il languore.
— Tanto, tanto, mi odiate? — gridò lui, avanzandosi presso Maria.
— Enormemente.
— E siete buona? E siete una cristiana?
— Ogni giorno chiedo perdono a Dio di questo peccato, mi umilio, mi pento; ma subito, rifaccio il peccato.
— Ma che vi ho fatto, infine, che vi ho fatto?
— E lo domandate? E osate domandarmelo?
— Voi adoravate un'altra.
— Voi, sempre voi, ebrea, cristiana, a quindici anni, a venti, a trentacinque, vi ho adorata, Maria.
— Io amava un altro uomo e voi mi avete tolta a lui!
— Egli è morto, — disse Marcus Henner, tetramente.
— Morto, morto, il mio amore! — gridò Maria con accento di disperazione.
— I morti non risorgono, — replicò Henner, guardando Maria negli occhi.
— Morto per voi!
— Io non l'ho ucciso, — disse, a voce bassa, Marcus Henner, mentre ancora i suoi occhi fissavano quelli di Maria, con una intensità profonda.
— Osate negarlo? Egli osa negarlo! Oh Dio, voi lo ascoltate, dunque?
— Non l'ho ucciso, — ripetè Henner.
— Voi siete un assassino, Marcus Henner. Voi avete teso a Jehan Straube il più orribile tranello, ed egli vi è caduto. —
— Oh Jehan, Jehan, amore mio! — diss'ella, singultando — tu hai creduto alla mia morte.
— Egli vi credette, infatti, — mormorò Marcus Henner, con un sorriso feroce che non seppe padroneggiare.
— Vi credette! Tu, tu, mostro, gli facesti vedere che io era morta.
— Egli lo vide, io non lo ingannai.
— Scellerato, scellerato! Tu commettesti un'infamia, adoperando la tua terribile arte di medico, che il Nemico degli Uomini ti ha insegnata. …
— Maria, io sono un Maestro; tutto mi è dato di fare!
— Non tutto, — ella disse.
— Tutto.
— Non già farti amare da chi ti odia, — diss'ella, guardandolo con occhi di sfida.
— Non già avere una donna che ti si rifiuta! — ella gridò, al colmo dell'eccitamento.
— Maria! — gridò lui, con tale espressione spaventosa, negli occhi, che ella si arretrò.
— Dio è grande, Dio è giusto, Dio è buono, — esclamò lei.
Un atroce sghignazzìo uscì dalle labbra di Marcus Henner.
— Jehan Straube è morto, ma tu non mi hai avuta, ma io ti odio! Quindici anni di carcere, è vero, ma l'odio, sempre l'odio: quindici anni di viaggi, di fughe, di dimore nei paesi più lontani e più strani, quindici anni senza casa, senza patria, senza nessuno di coloro che amo, in tuo possesso, ma non tua, mai, mai! —
Il gobbo non faceva che guardarla, ora.
— Tu mi dài un appartamento regale, dei servi, delle schiave, dei vestiti magnifici, dei pranzi sontuosi, ma io disprezzo le tue ricchezze e il tuo lusso, venuto da vie diaboliche. Ma io non dormo nelle stanze principesche che tu mi prepari, io mi contento di una cella monacale; io non indosso le stoffe di velluto e di seta che tu mi doni, mi basta una veste di lana bianca; io non comando ai servi e alle schiave, poichè esse sono le tue spie! —
Marcus Henner guardava Maria. La voce già forte, di lei, sul principio di queste invettive, si era venuta abbassando, come se le mancasse il fiato e l'anima. Ella che fissava sempre con coraggio Marcus Henner, adesso, ogni tanto, abbassava le palpebre, come se fosse stanca. Due o tre volte ella vacillò, come se cadesse, e con uno sforzo, tentò di reggersi, tentò di riprendere il suo discorso:
— Tu puoi carcerarmi. … puoi circondarmi di spie. … puoi vegliare su me, come sopra un condannato a morte. … non mi avrai. … non ti amerò. … —
Ma già, sotto la potenza dello sguardo di Marcus Henner, ella balbettava: uno smarrimento strano si dipingeva nei suoi occhi che, a volte, erano socchiusi, come se non potessero reggere le palpebre sollevate, a volte si spalancavano, stralunati, come se vedessero un orribile spettacolo. Adesso, Marcus Henner concentrava tale una forza di volontà nel suo sguardo che ella chiuse gli occhi e sarebbe crollata, se egli non si fosse trovato pronto a sostenerla. Due o tre volte, mentre egli le passava lentamente le dita sulle tempie, una espressione di dolore si manifestò su quel volto. Ma subito si diradava.
Ma, di nuovo, egli strinse fra le sue mani fredde e scarne la fronte di Maria che era immersa nel sonno ipnotico, ma che non aveva perduta perfettamente la coscienza. Pian piano, la lotta che i due principî, della vita e del sonno, facevano fra loro, parve si dileguasse completamente e una perfetta serenità regnò sulla fisonomia di Maria, come, poco prima, su quella di Elisa Jackson. Anche il volto pallido di Maria si era trasfigurato e le linee convulse di una fibra sempre in orgasmo avevano subìto una trasformazione.
Il volto bello, ma consunto dai dolori, dalle preghiere, aveva riacquistato come una giovenilità novella; un amabile sorriso era vagante sulle labbra della dormiente, come se ella sognasse il più bel sogno.
Quando la vide addormentata perfettamente, Marcus Henner cinse con le magre ma poderose braccia il corpo di quella donna, e sollevandolo senza nessuno sforzo, lo trasportò nella principesca camera, deponendolo sopra un divano. Poi, le compose le vesti, intorno, come a un bimbo che si è addormentato, e le ravviò i capelli sulla fronte. Il divano era basso: Marcus Henner s'inginocchiò sul tappeto bianco, formato da una pelle d'orso di Russia, e si mise a parlare all'addormentata, piano:
— Maria?
— Che vuoi? — disse la voce dell'ipnotizzata, senz'asprezza, ma parlante nel sonno, come di lontano.
— Mi senti?
— Ti sento.
— Mi comprendi?
— Ti comprendo.
— Sai che cosa voglio, da te? —
Come un’ombra scura passò sulla fronte della dormiente.
— Sai che cosa voglio? — replicò il medico, a voce bassa, ma con forza.
— Lo so, — disse la ipnotizzata, dopo un minuto di silenzio.
— E che cosa è? —
Ancora una nuvola su quella fronte pura!
— Tu vuoi, Marcus Henner, che io ti ami, — disse la dormiente, dopo un grave sforzo per trovare la voce.
Un profondo sospiro escì dal petto di Maria.
— Vuoi obbedirmi? — disse, duramente il gobbo, tenendo il suo viso presso quello dell'ipnotizzata.
— Sì, — disse finalmente costei con voce fievole.
Un diabolico sorriso di trionfo aleggiò sulla mostruosa faccia di Marcus Henner. Ancora una battaglia che egli vinceva contro la volontà di quella donna e contro il proprio destino!
— Sì.
— Rinneghi l’odio per me? Fa' uno sforzo su te stessa, scaccia questo sentimento per obbedirmi. Lo rinneghi? —
Il viso della ipnotizzata si fece pallidissimo; ella scosse la testa, come se volesse sottrarsi al fascino ipnotico. Ma egli le passò subito le dita sulla fronte.
— Rinnego.
— Ah! — egli fece, con un sospiro di soddisfazione.
E si curvò su lei a comandarla.
— Devi amarmi, intendi? Vinci, vinci il tuo cuore che ancora si dibatte, senti la mia volontà, senti il dominio che io esercito sulla tua volontà! —
Dicendo queste cose il gobbo aveva negli occhi verdi e nella voce tanto imperio, tanto fluido di dominazione, che un genio infernale pareva sprizzasse dal suo sguardo e dalle sue parole. Distesa, tutta bianca nelle sue vesti, Maria, inerme, indifesa, subiva tutto il fascino malvagio di quell'uomo terribile.
— Ami ancora Jehan Straube? — le chiese, con un ghigno d’ironia.
— No, — disse lei, dopo una esitazione.
— Lo hai scacciato dal tuo cuore?
— Scacciato.
— Dimenticato?
— Se vuoi, lo dimenticherò.
— Lo voglio. —
Ella tacque.
— Mi ami? — egli le chiese, inginocchiato innanzi a lei, con uno sguardo ardente.
— Ti amo, — ella rispose, a voce fioca.
— Ripetilo!
— Ti amo.
— Quanto?
— Moltissimo.
— Ami solo me?
— Solo te.
— Ti piaccio?
— Mi piaci.
— Non mi vedi brutto, vecchio, deforme, laido?
— No. …
— Ti sembro bello, giovane, robusto, elegante?
— Sì.
— Vuoi solo me, è vero? — disse lui.
Di nuovo, una espressione di orribile sofferenza si dipinse sul viso di Maria: e Marcus Henner digrignò i denti dalla rabbia.
— Vuoi me? — le ripetè.
Ella tacque. Funereo silenzio! Egli comprese che quella vita si poteva spezzare, forse, in quel sonno, ma non piegarsi al furore della sua volontà.
— Dimmi che mi ami, — replicò.
— Per sempre?
— Per sempre.
— Ti adoro.
— Dammi un bacio, — comandò lui.
Un sussulto nervoso attraversò tutto il corpo di Maria che parve si ribellasse a quell'ordine.
— Dammi un bacio, — egli comandò, parlandole nel volto, applicandole le mani alle tempie.
Ma, invece di veder tornare la calma su quel corpo, dei lunghi fremiti convulsi lo contorsero.
— Dio, Dio, anche nel sonno! — gridò Marcus Henner, mostrando i pugni al cielo.
Ma riprese l'opera di fascinazione, furibondo, deciso a vincere quella resistenza che oltrepassava i limiti ordinari; deciso a spezzare quella volontà. Con gli occhi fissi su quel volto, alitandole in viso, stringendole le tempie, egli le ripetè:
Due volte, la infelicissima ipnotizzata si sollevò con la persona, come per dare un bacio a Marcus Henner, ma due volte un movimento convulso la rigettò indietro.
— Dio non vuole! — egli gridò, nel colmo dell'ira — ma io sono più forte di Dio! —
Le sue lunghe dita ossute strinsero quelle tempie, come se volessero schiacciarle; i suoi occhi divennero ardenti come due carbonchi ed egli disse alla donna, per la quarta volta:
Allora avvenne una cosa terribile. Quel corpo abbandonato al sonno ipnotico, vinto da una fascinazione terribile, diventato lo schiavo di quel corpo dagli occhi verdi, quel corpo che era suo, di cui egli poteva fare quel che voleva e che egli teneva pronto, lì, su quel divano, si levò, di scatto, parve più alto, fantomatico, nelle vesti bianche. E gli occhi di quella ipnotizzata si spalancarono, grandi, vitrei, senza sguardo. Ella gridò, avendo superato il fascino:
— No, assassino! —
E Marcus Henner, a un tratto accasciato, diventato un cencio, avendo consumato tutta la sua volontà, cadde a terra, lungo disteso, con le braccia aperte, piangendo sulla sua sventura.
II.
Il monastero delle Sepolte vive, a Napoli, sorgeva a mezza costa, fra il mare e la collina del Vomero, in una posizione amenissima. La sua costruzione risaliva a due o trecento anni fa, quando fiorì suor Orsola Benincasa, la pia fondatrice di quell'ordine; ma, più tardi, si è venuto ingrandendo man mano e il suo bell'orto, tutto pieno di aranci in fiore, ha perduto un poco della sua ampiezza, per darne spazio ai chiostri delle suore.
L'antica tradizione benincasiana stabiliva una clausura assoluta, non solo, ma persino che le suore portassero sempre il velo abbassato, quando escivano dalle loro celle. Esse, pronunziati una volta i voti sacri, non uscivano più, non vedevano più nessuno della loro famiglia e, solo una volta all'anno, la madre o il padre, o qualche altro parente, poteva venirle a trovare. Ma non li vedevano! Non era neppure a traverso la grata, come in altri conventi di clausura, che avveniva la conversazione, ma a traverso il muro. Un colpo al muro e vi si applicava l'orecchio: le voci arrivavano fioche e sorde, stranissime. Per lo più, il parente abbreviava questo penoso discorso; spesso, l'anno seguente non ritornava più. Le Sepolte vive, date a Dio, erano dimenticate dagli uomini.
Il numero di quelle suore era di trentatrè, quanti sono gli anni di Gesù: e le converse erano sette, quanti erano i dolori di Maria. Ma il numero di trentatrè non era mai completo: le suore erano vecchie, molto vecchie e coi nuovi ordinamenti italiani non vi erano molte che dimandavano di fare il noviziato: tanto che, a ogni morte di suora, le altre si ristringevano di più, diventate poche, dolenti di essere in così piccolo numero. Ma il soffio dei nuovi tempi era penetrato anche là dentro, e due converse se ne andarono. Il convento di suor Orsola Benincasa era oramai troppo grande, per le diciotto o venti suore, per le cinque converse; il giardino troppo vasto e i chiostri troppo larghi.
Però, in quell'anno 18. … le suore avevano avuto una bella consolazione. Raccomandate dal cardinale vicario, di Roma, erano giunte due novizie; una lettera giunta alla madre badessa ne aveva annunciato l'arrivo, e in un giorno di maggio, verso le cinque pomeridiane, era capitata la prima, alla porta del convento.
Era una donna ancora giovane, ma col viso consumato dalle infermità o dai dolori morali. Alta e magra, bionda, pallidissima, ella vestiva decentemente e nella sua carrozza erano restate due valigie, con la sua roba. Veramente, la carrozza non era potuta arrivare sino alla porta del monastero, perchè vi è un viale a scaglioni, per cui vi si accede: ella aveva bussato forte e la conversa portinaia era venuta ad aprire. La portinaia era stata avvertita e comprese subito. Pure, disse:
— Chi siete? —
Costei non rispose direttamente; disse:
— Debbo parlare alla madre badessa; mi manda il vicario.
— Siete la novizia?
— Sì. —
E un profondo sospiro le sollevò il petto.
— Quale delle due?
— Ne aspettate un'altra?
— Sì, da Roma.
— Io vengo da Verona, e da più lontano, anche.
— Allora siete quella che vuol portare il nome di suor Serafina?
— Sì, — e sospirò di nuovo, profondamente.
— Entrate, allora.
— Vi è la mia roba.
— La faremo portare su, — disse la portinaia, aprendo tutto il battente della porta.
Così la novizia entrò, senza dare uno sguardo indietro, non accompagnata da un parente, da un amico, da nessuno. Presto, ella smise le sue vesti civili e indossò un primo abito claustrale, simile a quello delle converse, senza velo. Una cella le fu assegnata; essa era alla punta estrema del dormitorio, sull'angolo del giardino, verso il mare. Suor Serafina si era subito mostrata molto docile, molto obbediente; aveva avuto due o tre lunghe conferenze con la badessa, nel segreto della camera di costei; e ne era sempre uscita con gli occhi rossi. Ella compiva i suoi umili uffizi con molta rassegnazione, pregava molto; ma era spesso distratta. Spesso restava delle lunghe ore, dietro la grata, guardando il mare. Ma alle trentatrè erano molto indulgenti con le novizie, perchè erano ancora troppo fresche del mondo e per far loro prendere amore alla vita claustrale.
La novizia Serafina, in certi giorni, sul suo volto impallidito e stanco, mostrava tale un abbattimento che la madre badessa, dopo aver pregato con lei, al coro, la dispensava da certi lavori pesanti, che alle novizie erano riserbati. Ella ringraziava, con un tenue sorriso:
E ambedue si segnavano, a quel nome. La novizia Serafina restava in chiesa, a pregare, delle ore. Ma quando vi arrivavano, alla spicciolata, delle altre suore, la trovavano col volto fra le mani, con le labbra mute, spesso prostrata, spesso abbandonata, con le braccia protese sull’altare del coro.
— No, è morta. —
E le monache si avvicinavano a lei, per soccorrerla. Ella non era nè morta, nè svenuta. Si rialzava, più bianca che mai, baciava il crocifisso del suo rosario, si segnava, spariva.
— Che strana novizia! — diceva qualcuna di esse.
— Strana!
— Poveretta! — soggiungeva un'altra.
La compativano. Erano donne tenere e buone, malgrado che mai avessero vissuto la grande vita dell'amore. Solo qualcuna di loro aveva ancora dei ricordi; ma così lontani!
La novizia Serafina era nel convento da solo un mese e tutti si erano abituati al suo viso smorto, ai suoi occhi vaganti, a quell'aria trasognata, che era, poi, ammantata di tanta dolcezza, quando giunse l'altra novizia, raccomandata dal cardinale vicario. Fu nelle primissime ore della mattina. Le donne che bussarono alla porta, erano due; una più di età e che parea di condizione servile, l'altra giovane, bruna, fine, vestita elegantemente di nero.
— Questo è il monastero di suor Orsola Benincasa? — domandò la domestica.
— Sissignora, — disse la portinaia.
— Questa è la raccomandata del cardinale vicario, — e accennò alla più giovane.
— Ah! va bene, — mormorò la conversa.
E sparve, lasciando le due donne sole nella portineria. La più giovane che non aveva detto una parola, si lasciò cadere sopra una sedia.
— Coraggio, signorina, — disse la domestica.
— Ne ho, — mormorò l'altra — ma sono molto stanca.
— Ora, ora, vi riposerete molto, — disse la serva, guardandosi intorno.
La stanza era imbiancata di calce, nuda, con quattro sedie e un tavolino; delle immagini sacre, sulle pareti. Ma da una finestra si vedeva un angolo dell'orto e, lontano lontano, il mare.
— Starò bene, qui, — disse la giovane novizia.
— La clausura è troppo terribile.
— Ne desidero una così, — rispose subito la novizia, abbassando gli occhi.
— Così terribile!
— Non è mai terribile, servire Iddio.
— Voglio darmi al Signore, completamente.
— Così giovane, signorina mia! — esclamò la donna, con un vero dolore.
— Io non ho più gioventù.
— Non parlate così. Tante speranze, tante idee belle, tante cose.
— Nulla più, nulla più, — disse, a bassa voce, la novizia, chinando il capo sul petto.
— Voi ci ripenserete, è vero?
— Ripensarci?
— I voti non si pronunziano che dopo un anno.
— Che importa? È come se li avessi pronunziati. …
— No, no.
— Anticiperò il giorno dei voti.
— Non si può, per fortuna non si può, mi sono informata! — disse la serva.
— Ma che speri, che aspetti? — disse la novizia, con accento freddo e disperato.
— Non so, signorina. … non so, ma non posso persuadermi che ciò possa finire così!
— Eppure!
— Chi sa, io potrò ritornare qui, con una buona notizia!
— Qui?
— Sì.
— Tu vuoi ritornare?
— Si sa.
— No, cara.
— Come?
— Non tornerai!
— Ma perchè?
— Desidero non vederti più, — disse la novizia, con tono fermo.
— Oh, signorina! — e quella quasi piangeva.
— Non piangere. Separiamoci oggi.
— No, non può essere, signorina.
— Deve essere così, — disse, con dolcezza, ma sempre fermamente, la novizia.
— Io sono venuta sino qui. … sempre sperando che voi vi pentiste. …
— Pentirmi? di darmi a Dio dovrei pentirmi?
— No, no. Ma credevo che sceglieste un ritiro. … non so. … un posto donde si potesse uscire.
— Ho voluto io entrare fra le sepolte vive.
— Signore! Così bella, così fatta per essere amata e per amare.
— Non mi parlare di amore, taci. Senti, è meglio dividersi ora. Ti ho dato i denari per tornare al tuo paese: vacci. Io, qui, sono al sicuro di tutte le tempeste.
— Ma veramente mi dovrò staccare per sempre?
— Veramente.
— Io non partirò, non potrò partire, — disse la serva singhiozzando.
— Che faresti, a Napoli? Non conosco nessuno, non ti conoscono.
— Ci siete voi!
— Ma non puoi vedermi!
— Che ne sai?
— Meglio separarsi per sempre, — replicò ancora la novizia, ostinatamente.
— Lasciate, signorina, che io resti a Napoli, almeno. Troverò una casa in cui servire: sono forte, posso ancora lavorare. Ma qui!
— No, Rosa, — disse la novizia, pronunziando a stento questo nome e guardandosi attorno.
— Non verrò qui.
— Potrebbero essi rintracciarti. … e trovata te troverebbero anche me.
— Chi, essi? Vostro padre?
— Mio padre, prima di tutto. Egli mi ha maledetta, è vero: ma mi cerca. E non lo fuggirei, se egli non mi cercasse per un altro.
— L'altro, l'altro! — disse, con voce trepida Rosa.
— L’uomo esecrato, l’uomo infame. Egli è la causa di tutte le mie sciagure. Guai, se sapesse dove sono!
— Che farebbe?
— Chi sa! Ma le mura delle sepolte vive sono salde e qui dentro si spegnerà il nome di Rachele Cabib.
— Sì, Grazia: è il novello nome della mia fede, è il nome della mia salvazione. —
In questo rientrò la portinaia conversa e annunciò che la madre badessa attendeva la novizia.
— Separiamoci, Rosa, — disse costei.
E le due donne, malgrado la loro diversa condizione, avendo vissuto insieme e insieme sofferto, si gittarono l'una nelle braccia dell'altra, si baciarono, piangendo.
— Addio, Rosa, addio, ti assistano la Vergine e i santi!
— Arrivederci, non addio, signorina. Dio vi benedica! —
E le baciò le due mani, la baciò ancora, sulle guance.
Poi, la porta si richiuse dietro lei, e la novizia, che si era fatta smorta, disse alla conversa, coraggiosamente:
— Andiamo. —
Il colloquio fra la madre badessa e la novizia durò un'ora; quando la cella si riaprì, si vide che la novizia si inginocchiava innanzi a quella vecchia veneranda e che costei la benediceva. E fu detto tutto, giacchè la vestizione da conversa avvenne un quarto d'ora dopo, e alla novizia che aveva preso il nome di suora Grazia, venne data anche la celletta. Era posta accanto a quella della novizia suor Serafina; la penultima verso il mare.
Suora Grazia, così giovane e così bella, interessò subito tutte le poche e antiche monache che erano colà; ma la badessa aveva dovuto impartire gli ordini di non interrogarla, di non disturbarla, giacchè, mentre le sorridevano, salutandola, poco le dirigevano la parola. Suora Grazia che era stata nel mondo ebreo Rachele Cabib, portava sul suo viso una espressione di fierezza, poco consono allo stato monacale; la sua beltà giovanile, così sfolgorante, così seducente, persisteva anche sotto quegli umili panni. Non le avevano tagliato i capelli, perchè questo sacrifizio si compie solo il giorno del voto; e le due grosse trecce non gonfiavano la cuffia bianca. Strana monaca, taciturna, con le sopracciglia aggrottate, con un viso che ancora serbava tutte le tracce delle passioni umane: strana monaca, dagli occhi che non s'inumidivano di lagrime, anzi da un fuoco interno che, forse, era odio!
Fra le due novizie, suor Serafina e suora Grazia, non si erano stabilite maggiori relazioni che con le altre monache: si vedevano, salutandosi, al coro, al refettorio, alle preghiere, nei chiostri. Non una parola scambiata fra loro: non un sorriso di più, nulla. Ma il contrasto fra i loro tipi era evidente anche agli occhi poco esperimentati delle monache sepolte vive: l'una, suor Serafina, snella, magra, bionda, già consunta dagli anni e dai dolori, coi begli occhi azzurri scoloriti, come stinti nelle lacrime, tutta preghiera, tutta raccoglimento, tutta dolcezza; l'altra, giovanissima, bruna, con le labbra rosse, con gli occhi ardenti, senza lagrime, piegandosi a pregare con lo stesso volto chiuso da un dolore che era collera. Pareva che, così diverse, le due novizie non si sarebbero mai potute intendere. Ma non fu così.
Due o tre volte, suora Serafina e suora Grazia si ritrovarono sole nel coro: la badessa permetteva loro di farvi delle più lunghe dimore, giacchè alle novizie si ama lasciarle a lungo in colloquio con Dio. Spesso, in questi prolungamenti, mentre suora Grazia teneva la bocca appoggiata sul suo rosario, a occhi bassi, senza dire orazioni, suora Serafina, accanto a lei mormorava le sue preci, intercalandole con qualche sospiro. Una volta, spezzando il silenzio a cui, sembrava, suora Grazia si costringesse da sè, ella chiese a suora Serafina:
— Che avete, mia sorella?
— Nulla, sorella mia, — aveva risposto l'altra con un sospiro.
— Sì, sorella.
— Soffrite molto?
— Immensamente.
— Così sia, mia sorella. —
E si tacquero, suora Grazia per discrezione e suora Serafina perchè aveva ricominciato a pregare. Per vari giorni non si parlarono, non essendovene occasione, ma un giorno si incontrarono nell'orto, mentre suora Grazia coglieva una rosa di maggio, tutta rorida di rugiada.
— Li amavo. …
— Non li amate più?
— I fiori sono per le persone felici, — disse suora Grazia, a voce bassa, curvandosi a odorare un bocciuolo.
— E voi, li amate?
— Sì, molto. Ma nel mio paese ve ne sono così pochi!
— È molto lontano, il vostro paese?
— Assai.
— Nel nord?
— Nel nord.
— Freddo?
— Freddissimo.
— Qui vi è il sole, — disse suora Grazia, levando gli occhi al cielo.
Nè più si dissero altro, in quel dì.
Ma una notte, mentre ancora la sventurata Rachele Cabib che aveva cangiato il suo nome in quello di suora Grazia, vegliava, passeggiando nella sua celletta, non trovando riposo, le parve udire del rumore, nella celletta accanto, che era proprio quella di suor Serafina. Non vi badò; ma il rumore si ripetè. Era un lamento.
E s’inginocchiò sulla nuda terra a pregare, per vedere di trovar un po’ di sonno, un po’ di pace. Ma il gemito, dall'altra parte, continuava. Suora Grazia temette che l'altra novizia stesse male e avesse bisogno di soccorso. Pure, la badessa aveva espressamente proibito alle monache di uscire dalle loro celle la notte; e non arrivava a serrarle dentro, perchè era certa di essere obbedita. Ma di fronte a quell'angosciarsi della sua compagna, suora Grazia non resistette e non osando trasgredire gli ordini, bussò al muro mediano, ripetutamente: i lamenti si tacquero un minuto, poi ripresero:
— Suor Serafina, suora? — disse suora Grazia, con la faccia appoggiata al muro.
Costei non le rispose. Un gemito più forte, anzi, le uscì dal petto. Suora Grazia non resse più e uscita dalla sua celletta penetrò in quella della sua compagna.
Suora Serafina aveva lasciata accesa, come ogni notte, una sua lampadina ad olio, innanzi a una immagine della Vergine: lampada fioca che non diradava completamente le ombre della stanzetta. Suor Serafina era a letto, supina; ma aveva gli occhi sbarrati, le labbra schiuse e le ceree mani distese lungo la persona, come quelle di una morta. All'aprirsi della porta, non si era mossa, come se non avesse udito:
— Mia sorella, Serafina, che avete? — disse suora Grazia, piegandosi su lei, prendendole una mano fredda.
L'altra novizia la guardò, come trasognata e disse, balbettando:
— Muoio. …
— Dove avete male? Ditemi; vi aiuterò.
— Al cuore. … — mormorò la infelice, quasi soffocando.
Difatti, suora Grazia, allora si accorse che la novizia affannava fortemente, che ogni tanto tentava sollevarsi sull'unico guanciale, quasi non potesse respirare.
— Che posso farvi, ditemelo?
— Nulla. … nulla. … — disse l’altra, come un soffio.
— Ma non posso vedervi soffrire così.
— Non importa, non importa, — mormorò la novizia, con un leggiero moto della testa.
Ma in questo momento il suo male le strappò un gemito più forte e si fece livida. Allora suora Grazia si slanciò su lei e la sollevò nelle sue braccia, perchè quella pareva che affogasse; la tenne stretta così, mentre quella muoveva la testa e la bocca quasi a bever l'aria che le sfuggiva. Tenendola abbracciata sentì che il cuore di suor Serafina batteva convulsamente, precipitosamente.
— Dio mio, — pensò — dovesse morire! —
Suor Serafina, però, in quella posizione, respirava meglio; potè dire:
— Se non mi alzavate, morivo. …
— Volete qualche cosa? Chiamo qualcuno?
— No. Sarebbe inutile.
— Così, senza soccorsi. …
— Morire, non è un gran male, — mormorò la bionda e pallida novizia.
Poi, una nuova palpitazione la scosse, la convulsionò; ella si teneva stretta a suora Grazia; gemeva forte, senza fiato, coi denti stretti e le nari dilatate, cinerea nel viso.
— Fatevi coraggio, sorella, coraggio. … —
Questo spasimo durò ancora una mezz'ora, nella quale suora Grazia tenne abbracciata suora Serafina, perchè ella non soffocasse; poi, l'angoscia si venne calmando, man mano, Grazia sentì chetarsi quel cuore sconvolto e farsi debole.
— Meglio, è vero? — chiese a Serafina, vedendo che ella socchiudeva gli occhi, come esausta.
— Meglio, sì. È passato: non morirò ancora.
— Questo male, lo avete sofferto altre volte?
— Sì: nel mondo.
— E non si può guarire?
— Pare di no.
— È grave?
— È gravissimo.
— Perchè vi siete chiusa, allora?
— Per vivere in pace, almeno, questo poco tempo che mi resta da vivere.
— E non avete trovato pace, mia sorella?
— No. Il mio male è implacabile.
— Abbiate fede!
— Ho fede, sì, ho fede, — balbettò suora Serafina, guardando nelle ombre della stanza.
— Un po’ di coraggio, anche!
— Ah quello, mia sorella, non lo ho più! — esclamò la novizia, crollando il capo.
— Avete avuto molte tribolazioni?
— Molte.
— Grandi?
— Grandi assai.
— Non ci pensate!
— Il loro pensiero è qui, — disse la novizia, indicando la fronte. — Ma quando mi angoscia troppo, discende sul cuore, come un peso di piombo e il mio male ricomincia.
— Non pensateci, calmatevi, — mormorò suora Grazia, non osando lasciare la malata.
— Voi siete buona.
— Anche io ho sofferto.
— Così giovane!
— Ho cento anni, per i dolori, — disse la povera ebrea fatta cristiana.
Un ultimo spasimo le contrasse la bocca.
— Ecco, l'accesso è finito, — mormorò — andatevene, sorella mia, non disobbediamo alla madre superiora.
— Non posso lasciarvi così.
— Non ho più nulla, vedete. Sto bene, — disse, con voce fievole, la inferma.
— Tutta sola, qui!
— È il mio destino. Solissima nel mondo. Chi mi amava, è sparito, — disse Serafina, a capo basso.
— Morto!
— Come se fosse morto: o morto, se volete. —
E gli occhi di suor Serafina si riempirono di lacrime: ella si fece di nuovo pallidissima.
— Non pensate al passato, — mormorò suora Grazia, a voce bassa.
— Non posso non pensarci: è il mio incubo, — disse l'altra novizia — lo sapete. Dio ha forse concesso l'oblìo?
— Non ancora, — disse l'ebrea che aveva cercato rifugio nella fede cristiana.
— Non ne siamo degne, forse, — replicò suora Serafina, abbassando gli occhi.
— Avremo questa grazia, certo.
— Speriamo in Lui! —
Così, in quella notte, le due novizie si lasciarono, giacchè pareva loro che avessero anche troppo disobbedito agli ordini della superiora. Nessun altro rumore giunse dalla celletta della novizia Serafina e Rachele Cabib ovvero suora Grazia potè supporre che ella si fosse addormentata. Lei, la neocristiana, non potè riprender sonno; il suo sangue ardeva troppo di collera e di dolore, come al primo giorno dei suoi terribili disinganni: ella era troppo giovane e troppo sana per potersi rassegnare, per poter dimenticare. La povera suor Serafina era una donna non più giovine e consumata dalla tristezza e dalla infermità, mentre suora Grazia, cioè Rachele Cabib, conservava tutte le potenze della vita, intatte.
Dall’indomani, una maggiore intimità si stabilì fra loro e l'una ricercava volentieri la compagnia dell'altra. Non già che parlassero del mondo, del passato; ma sentivano di esser venute lì dentro, spinte da una ragione quasi identica, sentivano di cercare insieme quella pace che la esistenza quotidiana non offriva più loro. Al coro si mettevano vicine, pregando insieme; spesso, s’incontravano in giardino, nelle poche pause fra un dovere religioso e l'altro. Prima di andare a dormire si salutavano, rimanendo un minuto insieme, innanzi alla porta delle loro cellette; ognuna rientrava, subito, nella gran solitudine notturna dove, spesso, nessuna delle due trovava il sonno.
La superiora osservava questa familiarità limitata e la sorvegliava, con occhio diffidente. Malgrado che fosse un'anima semplice, entrata in quel convento dalla giovinezza e rimastavi chiusa almeno quarant'anni, ella aveva pratica delle novizie e sapeva quanto è duro e difficile l'anno del loro noviziato.
Ella conosceva che il mondo parla a loro con tutte le sue voci, anche con quelle dei suoi dolori e che esse, le novizie, non possono dimenticare. Quell'anno di prova, spesso, riesce a male, giacchè colei che è entrata, non trovando pace nelle preghiere, nelle mistiche contemplazioni, è ripresa dal mondo. Ora, per la gloria di Dio e dell'Ordine, il monastero delle sepolte vive deve conservare tutte le anime che vi si vengono a rifugiare!
La madre superiora temeva che, fra loro, le due novizie si comunicassero troppe cose, parlassero troppo delle loro sciagure e che trovassero un ardente pascolo alla immaginazione, in quei discorsi. Veramente esse non discorrevano troppo ed ella non aveva fatto loro, ancora, nessuna rampogna. Soltanto, un giorno, le parve che suor Serafina piangesse, al coro, e che Rachele Cabib, ossia suora Grazia si chinasse, due volte, a dirle qualche cosa di confortevole, all'orecchio. Dopo il coro, ella avvertì la bionda e pallida novizia di venire nella sua cella.
Essa era austera come tutte le altre e un crocifisso d'avorio era sulla tavola, presso la quale sedeva la madre superiora. L'antica monaca teneva le dita incrociate sul suo rosario; e dal volto scialbo e rugato, dagli occhi grigi e velati, traspariva una grande bontà.
— Mia figlia, io ho a dirvi qualche cosa, — ella si volse a suor Serafina che, ritta, la guardava coi suoi occhi gonfi di lacrime.
— Sì, madre.
— Pregate, mia figliuola, pregate molto.
— Lo faccio, lo faccio.
— E ancora non otteneste pace?
— Ancora, no.
— Ci vuole perseveranza.
— Non avrò pace che con la morte, — mormorò la novizia, non più giovine, abbassando gli occhi.
— Queste sono parole disperate e non voglio udirle da voi, — disse la superiora, aggrottando le ciglia.
— Mia madre, perdonatemi!
— Bisogna dominare anche i nostri dolori, — replicò più mitemente la badessa, di fronte alla umiltà della novizia.
— Come fare?
— Pensate che il mostrare le lagrime è dare scandalo!
— Madre mia!
— Così è. È aspra la legge, ma bisogna subirla. In un convento, tutte le manifestazioni della vita debbono essere coordinate: la regola è assoluta. Neppure piangere si può in pubblico.
— Ciò è così crudele!
— Mia figlia, riflettete. Tutte le suore, al vostro pianto, si distraggono dalle orazioni; la curiosità le vince ed esse cadono in peccato. Anche il pianto è una tentazione.
— Fatelo! D'altronde, farsi vedere a piangere, significa mostrare che la grazia del Signore non ha ancora toccato il vostro cuore; ciò è così male!
— Come fare? Io sono, certo, una creatura indegna.
— Tutti siamo indegni. Ma chiedete questa grazia e l'avrete. Poi, pensate anche a colei che avete accanto, al coro. …
— Sì, anch'essa è novizia. Voi la scoraggiate, piangendo.
— Anch'essa piange, talvolta.
— Lo so. Sono le tracce del mondo, che non vogliono ancora scomparire. Avete scambiato delle confidenze, è vero?
— No, madre.
— Qualche cosa, almeno?
— Qualche cosa vaga.
— Avete fatto male. Non dite altro. I dolori si esaltano, parlandone. Confidatevi solo a Dio, al confessore e a me, se avete bisogno di espansione umana.
— Voi siete figlia, per me, — disse la superiora, con voce più affettuosa. — Se vi è cosa che io desideri, è di vedervi serena in Dio. —
La novizia si chinò e le baciò la mano.
Poi, uscì. La badessa si fece il segno della croce e disse sommessamente una breve orazione. Fu bussato alla porta della sua celletta, pian piano:
— Entrate, mia figlia, — diss'ella.
— Sia lodato Gesù e Maria, — mormorò suora Grazia, la povera Rachele Cabib, entrando.
— Oggi e sempre, — rispose la superiora, segnandosi.
Tacquero. La badessa pensava, raccolta in sè.
— Mia madre mi ha fatto chiamare?
— Sì, mia figliuola.
— E che debbo fare, per obbedirvi?
— Volevo dirvi qualche cosa. La vostra intimità con l'altra novizia mi spiace.
— È malata, è mortalmente malata.
— Lo so. Assistetela, ma non più che fareste con un'altra. Tutte vi sono sorelle, qua dentro.
— Ella soffre più delle altre, forse.
— Tutte abbiamo sofferto.
— Anche voi, madre mia?
— Anche io!
— E ora?
— Dio vi ha concesso la pace! — e l'ebrea fatta cristiana sospirò profondamente.
— La concederà anche a voi.
— Chi sa!
— La mia vita è stata tutto un tramite di dolori, mia madre, — disse suora Grazia, con accento desolato.
— Voi pensate troppo al mondo.
— Come non pensarvi?
— Qualche cosa mi avete detto. Parlate ancora, se ne avete bisogno.
— Ho ancora visto in sogno mia madre, — mormorò suora Grazia, a bassa voce.
— Non lo so.
— Non lo sapete?
— Mio padre, Mosè Cabib, volle sempre farmi credere che ella fosse morta; ma io non lo credo.
— Povera figliuola, — disse la badessa, facendo un atto fuggevole di carezza verso il volto solcato dal dolore di suora Grazia.
— Madre, io la vedo sempre, in sogno. È lei che mi ha spinto a farmi cristiana; è lei che mi ha fatto fuggire di casa mia; è lei che mi ha consigliato di chiudermi in un convento. …
— Sempre in sogno?
— Sempre!
— Ritengo che sia cristiana anche lei, o mia madre.
— Come si chiamava?
— Sara. Ma deve aver cangiato nome.
— Fermamente, sì.
— E non l'avete cercata?
— Ho tentato. Come potevo, sola, povera, abbandonata, perseguitata?
— Perseguitata?
— Non vi hanno scritto che qualcuno mi cercava?
— Sì. …
— Marcus Henner! Uno spirito infernale! Il mio più terribile nemico!
— Vi amava?
— Sì: lo diceva. Un impostore, un sacrilego, madre, che osava portare il nome del divino Gesù!
— Come?
— Già, si faceva chiamare il Maestro.
— Ma che era?
— Un gobbo, un mostro. Credo che adoperasse la magìa; certo, conosceva dei fascini.
— Dio ci scampi! E gli siete sfuggita?
— Miracolosamente. Ma, vedrete, mi cercherà anche qui.
— Qui, è impossibile. Non si penetra che con un permesso del vicario.
— No. Non temete. Non fu il vicario a raccogliere l'abiura, a mandarvi qui?
— Sì.
— Non sa egli tutto?
— Sì.
— Non gli avete detto che è questo mostro?
— Sì, sì, madre mia, ma temo tanto! Egli è l'origine delle mie sciagure.
— Voi amavate qualcuno, è vero? — riprese lentamente la madre badessa.
— Sì, — disse con voce fievole, Rachele Cabib, abbassando il capo.
— Sì.
— Un cristiano?
— Sì.
— Vi amava?
— Mentiva! — gridò la novizia, lampeggiando dai begli occhi neri.
— Mia figlia, mia figlia, calmatevi, non parlate così. Avete bisogno di sfogare, ma non vi abbandonate alla passione, vi dovrei punire.
— Quell'uomo mi ha ingannata, madre. Dio gli perdoni! Io. … non posso.
— Perdonerete, perdonerete. Vi aveva fatto dei giuramenti?
— Sì, sacri, innanzi a Dio e alla Madonna. Doveva sposarmi, quantunque fosse cristiano, nobile e ricco. …
— Troppa lontananza, figliuola mia. E gli metteste fede?
— Completa. Mi fu fedele, un anno.
— E poi?
— Mi tradì. Fu trovato mortalmente ferito sulla soglia della casa di una sua amante.
— Ed è morto?
— No, non è morto.
— Non lo avete riveduto?
— No. Avrei dovuto ricercarlo in casa di lei; colà era stato ricoverato.
— Chi lo aveva ferito?
— Un suo intimo amico, ma suo rivale, il conte Roberto Alimena.
— E costui?
— Fu incarcerato. Pendeva il processo, quando sono entrata qui.
— Atroci, madre mia. Oh, che giorno fu quello, per me! Ero fuggita di casa mia, con Rosa, sole, di notte, esposte a mille rischi. … per le vie di Roma. … come due pazze. … come due avventuriere. …
— Avete potuto fare questo?
— Quell'uomo mi perseguitava. … dovevo fuggire. … ero perduta. …
— La più misera di tutte le creature umane, mia madre.
— E che avvenne? —
Suora Grazia tacque un pochino, abbassando il capo sul petto.
Il più penoso che dovesse dire, era proprio quello, il racconto della notte fatale in cui era fuggita dalla casa del vicolo del Pianto ed era andata dal conte Ranieri Lambertini, giù, al portone, come una poverella.
— In quella notte, madre mia, ho sofferto quanto umanamente si può soffrire, credetelo, per quanto noi amiamo la Vergine!
— A casa di lui.
— Così, tutta sola?
— Con Rosa. Del resto, avevo una fiducia assoluta in lui. Doveva sposarmi, perchè mi amava, perchè lo amava. E poi, madre. … quell'uomo. … quel mio persecutore. … mi faceva troppo spavento!
— Ebbene?
— Ebbene, egli non vi era.
— Restammo mezz'ora, fuori quella porta, a notte alta, quasi all'alba, esposte alle curiosità malevoli di chiunque passasse!
— E poi?
— Poi, ci aprirono: il portiere ci disse che non vi era.
— Ve ne andaste?
— Dove andare? Da chi? Come? Restammo, con Rosa, aspettandolo.
— E non venne?
— No. Non venne.
— In quella notte era stato ferito mortalmente.
— In quella? … Che cosa terribile!
— Terribile, terribile, madre mia.
— E lo seppi da un servo, sotto un portone, e mi fu soggiunto che era in casa di lei, della contessa Loredana. … Io non vi andai!
— Faceste bene.
— Ma quanta è stata la mia angoscia, o madre, non la potete immaginare. In cinque minuti, crollate tutte le mie speranze, senza più padre, senza più sposo, senz'amore, senza casa, senza nulla, mia madre, in cinque minuti.
— Dio! Dio! — mormorò la vecchia monaca che si era lasciata prendere anche lei da quel soffio ardente di dramma.
A capo basso, la novizia era assorbita dalla rinnovata tetraggine dei suoi pensieri. L'occhio vivido era secco; s'intendeva che ella non piangesse mai, nelle ore di strazio, sofferendo mille volte di più. Tutta l'alterezza di un animo nobile e fiero spasimava innanzi a quel tradimento, a quell'abbandono, ma non si arrendeva.
— E che faceste, allora?
— Non so. … non so bene dirvi, il mio stato. Mi vidi perduta. Non avevo che quella misera serva, ignorante, contadina, rozza; eppure, essa mi salvò.
— Essa?
— Sì. Dio agisce per vie così umili! Ella conosceva un ritiro di dame sole, quasi monacale: vi andammo. Non volevano accettarci. Ma quando seppero che ero ebrea e che volevo farmi cristiana, ebbero pietà di me e mi tennero. Ma rimasi colà in preda al più grande dolore e al più grande spavento.
— Sì! Ero straziata per il tradimento di Ranieri e avevo una paura orribile del gobbo.
— No. Mi avrebbero scoperta. Da sicuri indizi ero certa che mi cercavano alacremente.
— A chi ricorreste?
— Al vicario. Egli mi fece condurre a Torre degli Specchi, dove restai del tempo, ancora. Ma neppure lì ero al sicuro. Appena entravo in un monastero, dopo pochi giorni ricominciavano ad apparire delle facce losche, accadevano dei fatti atroci, delle cose sospette si manifestavano. …
— Una persecuzione implacabile!
— Implacabile! Avete detto la parola, madre mia; ma Dio mi aiutava.
— Sì, tre, in Roma. Sono stata anche a Spoleto e a Rovigo. Ho viaggiato, vestita da monaca velata, di notte, sorvegliata. Ma che!
— Da ogni posto siete venuta via, per lui?
— Sì.
— Non era una vostra fantasia?
— No. Io non ne sapeva nulla.
— Come?
— Erano le madri superiori che si accorgevano di queste indagini, di questi volti equivoci, di questi pericoli. …
— Ebbene?
— Mi mandavano subito altrove!
— E poi?
— Dissi al vicario: trovatemi un convento dove si muoia alla vita, per sempre, donde io non possa uscire, neanche cadavere, dove nessuno, mai, possa entrare, trovatemelo, vi entrerò, sarò monaca di quest'ordine, sparirò, sarò morta!
— E allora?
— Allora, egli mi rispose: giacchè lo volete, vi manderò alle sepolte vive di Napoli. E, sono qui, madre.
— Dio vi conforti, mia figlia, perchè i vostri venti anni sono stati una desolazione. Qui, nessuno vi troverà.
— Ne siete certa? —
La monaca ebbe un pallido sorriso.
— Qui si è morta, figlia mia, al mondo, morta materialmente e moralmente.
— Egli non mi troverà?
— Come trovarvi?
— E se sospettasse?
— Non entrerà.
— Non entrerà.
— Se andasse dal vicario del Papa?
— Non vi andrà; e vi andasse, non entrerebbe qui.
— Oh madre mia! — disse suora Grazia, in un impulso di tenerezza, inginocchiandosi innanzi a lei e baciandole la mano.
In questo momento, fu bussato alla porta della celletta. La badessa, invece di dire avanti, andò lei ad aprire la porta. Era la conversa che stava al portone.
La conversa parlò sottovoce con la madre superiora, per un momento; costei restò perplessa, senza rispondere. Poi, rimandò via la portinaia, con un ordine sommesso, e ritornò nella celletta. Suora Grazia, la povera, la infelicissima Rachele Cabib, si era inginocchiata e con la faccia tra le mani, pregava.
— Mia figlia? — chiamò la badessa.
— Madre?
— Il vostro animo è più calmo?
— Sì, abbastanza.
— Lo sfogo che avete fatto, è stato benefico, dunque?
— Sì, mia madre.
— Che volete dire, madre? — ella domandò, con voce subitamente angosciata.
— Non vi allarmate: ho da darvi una notizia.
— Quale notizia? Quale?
— Eccovi turbata di nuovo. Evidentemente, siete troppo poco forte e io non vi dirò nulla.
— Mi promettete di essere tranquilla?
— Sì.
— Promettetemelo per la Vergine dei Dolori a cui siete devota.
— Lo prometto, — disse solennemente suora Grazia.
Un minuto di pausa vi fu, fra le due donne: poi la madre superiora riprese:
— Vi è qualcuno che desidera parlarvi.
— Qui?
— Sì.
— Una monaca?
— No, gente di fuori.
— Gente di fuori? Ma chi? Ma chi? — gridò Rachele, con le guance accese subitamente.
— Oh madre, che sgomento! È lui, è lui, non è vero?
— Chi, lui?
— Marcus Henner, il perverso, il mostro, il mio persecutore!
— Vi ho detto che egli non avrebbe mai posto il piede qui dentro!
— Non è lui.
— E chi è?
— Una donna?
— Sì, Rosa, la vostra domestica, quella poveretta che vi ha tanto aiutata. —
Un sospiro di sollievo dilatò il petto di suora Grazia.
— È giù, Rosa, — disse la badessa.
— Volete voi vederla? — riprese la vecchia monaca.
La novizia levò gli occhi, quietamente, e rispose:
— No, mia madre.
— Perchè?
— Perchè, no.
— Madre!
— Non voglio avere nessun contatto col mondo.
— Comprendo. Ma costei era la sola persona, umile e servizievole, che vi abbia voluto bene.
— Gli affetti umani non mi riguardano più.
— Va bene; ma costei vuole forse vedervi per l'ultima volta.
— No, madre. L'ho salutata, l'ho baciata. Non ho più nulla da dirle, più nulla da udire.
— Chi sa, poveretta, avrà qualche bisogno!
— Le ho dato tutto quello che possedevo.
— Non volete vederla?
— No.
— Io debbo insistere, con voi. Non volete vederla?
— Ma perchè, madre, insistete?
— Perchè è il mio dovere. Siete novizia e non posso separarvi totalmente dal mondo.
— Pure, non dovreste lasciare le tentazioni giungere sino a me.
— V'ingannate. Ho fede in voi e so che resisterete. Queste prove sono necessarie, — disse teneramente.
— Io non voglio vedere Rosa, — disse con voce fievole suora Grazia.
— Ma perchè?
— Perchè ella mi ricorda il mio fatale, il mio sciagurato amore, perchè mi parlerà di Ranieri Lambertini!
— Speriamo di no, — disse la badessa, a voce bassa.
— Sì, me ne parlerà e io mi sentirò schiantare il cuore, mia madre, questo povero cuore ferito e trambasciato! Oh! non fatemi andare giù, mia madre, lasciate che io resti sempre sola, che io possa dimenticare! —
E cadde inginocchioni innanzi alla madre superiora, tenendole le braccia.
— Alzatevi, — disse costei. — Manderemo via Rosa. —
E uscita sulla porta della sua celletta, chiamò una conversa. Dopo pochi minuti, la portinaia riapparve.
— Direte a quella buona donna che la novizia suora Grazia non può discendere. —
— Reverenda madre, essa non vorrà andar via.
— E perchè?
— Perchè si è seduta, perchè ha detto che aspetterà anche due ore, anche un giorno, ma che non vuole andare.
— Ebbene, la convincerete ad andarsene.
— Dirò che Vostra Reverenza non vuole.
— Non già. È proprio la novizia, che non vuole scendere.
— Sono io, — disse suora Grazia, con voce ferma. — Non posso scendere, non voglio scendere.
— Andate, Maria Crocifissa. —
Costei uscì, lentamente.
La superiora guardò la novizia, con un pallido sorriso.
— Avete fatto bene, mia figlia. Dio vi assista!
— Beneditemi, mia madre. È l'ultima rinunzia, questa. —
E curvò la bianca fronte, su cui la madre superiora posò la mano scarna e un po’ debole.
Una luce vivida apparve negli occhi della vecchia monaca e la sua voce ebbe una velatura di emozione, dicendo le sacre parole:
— Dio, benedite quest'anima che è vostra! —
Ma come la novizia, a capo basso, pallida in volto, si disponeva per la seconda volta a escire da quella celletta, dove era restata così a lungo, Maria Crocifissa, la conversa, rientrò e disse:
— Non vuole andar via, quella donna. Dice che ha cose della massima gravità da comunicare alla novizia.
— Io non voglio discendere, — mormorò suora Grazia, un po’ scossa, ma con voce ancora ferma.
— Sostiene che ha notizie di una persona assai cara alla novizia, — ripetè monotonamente la conversa, che era abituata alla parte meccanica dell'ambasciatrice.
— No. … — balbettò suora Grazia, con voce fievole.
— Credete che si tratti di lui? — disse la madre superiora, all'orecchio della novizia.
— Lo credo: è di Ranieri che vuole parlarmi.
— La novizia non può discendere, — disse con tono austero la superiora.
Maria Crocifissa sparve di nuovo. Suora Grazia era livida in volto.
— Voi soffrite assai, mia figlia? — chiese la badessa.
— Assai, assai.
— Andate in cappella, a pregare. Dite le laudi della Madonna.
— Le dirò, madre, — rispose la povera Rachele Cabib, con viso e voce di disperata.
Uscendo, ella pensò di aver compiuto l'ultimo sacrificio a Dio. Respingere Rosa che le portava notizie dell'unico uomo che aveva amato, della persona in cui ella aveva riposte tutte le sue speranze, era stato un atto di suprema volontà, ma il suo cuore ne soffriva orribilmente. Pieno di orgoglio, questo cuore che aveva adorato Ranieri Lambertini, adesso era affogato in un'amarezza senza confine, sentiva di non poter perdonare il tradimento. Di un temperamento sano e vivace, di un carattere leale e forte, Rachele Cabib non trovava niuna giustificazione a quel tradimento così volgare, così ignobile, commesso in pieno amore, perpetrato con una brutalità che l'aveva atterrata. Sì, Ranieri Lambertini era stato subito punito del suo grave errore; egli aveva incontrato una ferita mortale, forse la morte, sulla porta della perfida Sirena che lo aveva ammaliato; ed era stato per mano di un amico, amico infido, che egli era stato colpito, a tergo, dicevano. Forse egli non era morto! Che ne sapeva, lei? Povera pecorella smarrita, ella era andata a ricoverarsi sotto le ali proteggitrici della religione, ed era passata di convento in convento, perseguitata dallo sgomento di Marcus Henner, credendo almeno di essere perseguitata da lui, non avendo neanche pace nel chiostro e finendo per venire a seppellirsi viva sotto quel terribile ordine di sepolte. Morto! Anche lei, oramai, era morta al mondo ed erano stati inutili la sua gioventù e la sua bellezza, era finita ogni sua speranza, era spezzato ogni suo vincolo con l'esistenza; ed ella si sentiva morta.
Che venivano a chiamarla, nella sua tomba? Perchè sollevarne la lapide funeraria? Che volevano mai dirle? Forse egli era vivo; ma ella era morta. Forse egli era vivo, ma l'amore non crollato, dileguato; il beffardo tradimento rideva e sghignazzava su quella rovina. Che le importava, se egli fosse vivo? Morto l'amore e morta lei.
Prostrata sul freddo marmo del coro, ella cercava invano di piegare la sua attenzione e la sua anima alle dolci laudi della Vergine, in cui tante volte aveva versate la piena del suo sentimento; ma il suo cuore trafitto, piagato, era profondamente distratto dalle preci. Come Lazzaro, ella si lagnava che la venissero a trarre fuori dal suo sepolcro; e la luce della vita le sembrava odiosa. Non aveva pace. Si levò, andò verso la grata che affacciava nella chiesa bassa di suor Orsola Benincasa, fittissima grata, a cui era lecito di accostarsi solamente nelle ore delle grandi funzioni religiose, giù. La chiesa era deserta. Rachele Cabib appoggiò la fronte a quei legni incrociati e guardò. Ombra e silenzio, giù. Solo, accanto a un pilastro, Rachele che mirava con occhio avido, vide inginocchiata una donna. Il suo acuto sguardo aquilino riconobbe Rosa, la sua domestica, la fedele che voleva dirle qualche grande notizia, ma che ella aveva così reiteratamente respinta.
Ah che, in quel momento, il cuore della povera fanciulla ebrea, fatta cristiana, si franse in due, pensando che, forse, la verità e la vita erano in quella donna che, tutta sola, scacciata dalla presenza della sua padrona, pregava, inginocchiata!
Ella, dietro a quella grata, versò un fiume di lagrime cocenti, sapendo di non poter richiamare quella donna, sapendo che ella doveva essere coerente a sè stessa e ubbidiente agli ordini della madre superiora. Lei, Rachele Cabib, lei, la novizia delle sepolte vive, lei, suora Grazia, aveva detto di no, aveva respinto la verità e la vita raccolte in quell'umile servente. Come richiamarla? Come osar di dire alla superiora che si era pentita della sua fermezza e della sua astensione? Come confessare che il suo cuore, tutto destinato a Dio, ardeva ancora di passioni umane? Ella si tormentava, dietro a quella grata, con la fronte contro il legno, con la voglia di gridare a Rosa che tornasse, che risalisse sopra, che bussasse alla porta del convento ed ella sarebbe discesa, a piedi scalzi, anche, per sentire da lei che cosa dovea dirle; ma la voce soffocata non le usciva dalla strozza, una irrefrenabile vergogna le faceva ardere il viso. Torturandosi nella sua impotenza, ella vide Rosa pregare a lungo, poi levarsi pian piano, farsi il segno della croce, attraversare la chiesa, salutare l'altare, in fondo alla chiesa, e sparire. Finito tutto, dunque?
Come folle, Rachele Cabib uscì dal coro, per i chiostri; sperava che Rosa, da sè, avesse insistito per entrare, fosse ritornata; sperava di incontrare la conversa portinaia, Maria Crocifissa, che venisse a richiamarla. Nessuno, nessuno. Ella sarebbe andata, ora; avrebbe disobbedito a sè stessa e alla segreta volontà della superiora. Ma nessuno apparve, salvo qualche monaca che andava attorno per faccende e che scambiava il solito saluto con suora Grazia. Tutto era finito.
III.
«La prima volta che io posso scrivere delle parole sopra una carta bianca e la penna non cadermi dalla mano agitata o esausta, la prima lettera che io posso scrivere, amico mio buono, è per voi! Voi rammentate la tenerezza che ha avuto per voi mio padre e io la rammento, è un ricordo ben dolce per questo povero cuore freddo, di scettico! Mio padre vi amava e siccome era un uomo giusto e buono, io ho imparato a rispettarvi e ad amarvi, da lui. Amo e rispetto così poche persone, io! La mia vita, sinora, è stata tanto gelida e tanto sciocca, che spesso io vi ho fatto pietà. È vero, che vi ho fatto pietà, a voi, pieno di talento e di coltura, cultore della scienza, amante pienamente corrisposto da essa? Ho fatto pietà a voi, uomo operoso, uomo benefico, uomo che onorate e glorificate il vostro paese?
«Ebbene, ora, vi faccio pietà perchè la mia vita non è più fredda, ma ardente, non è più sciocca, ma tragica! Quanto vi siete dovuto sorprendere, alla notizia strana e terribile! Avete dovuto domandare a voi stesso se era proprio di Roberto Alimena, del figliuolo del vostro amico d'infanzia che si trattava, di assassinio, di carcere, di processo, di galera! Ebbene, sì, per quanto ciò paia ancora inverosimile e sopra tutto a me, che conosco la verità, sono proprio io, il conte Roberto Alimena, il gentiluomo, lo sportsman, l'uomo ricco e felice, che sono accusato di aver voluto assassinare, per rivalità di amore, uno dei miei migliori amici, il conte Ranieri Lambertini; e ciò per una tale contessa Clara Loredana, una donna veneziana di oscura provenienza, malgrado il suo gran nome e di cui nè a me, nè a Ranieri Lambertini importava perfettamente nulla. Sono passati vari mesi, il mio amico è sempre malato, sebbene non più in pericolo, la contessa Loredana è scomparsa e io, uscito di carcere in libertà provvisoria, sono sotto processo per omicidio doloso. Bellissimo!
«Quanto tempo sono stato in carcere? Non molto, infine; ma vi giuro che vi sono stato malissimo. Io ho bisogno di un tappeto, in terra, per contemplare meno odiosamente la vita, e in carcere, strano a dirsi, non hanno voluto concedermi questa cosa tanto necessaria. Io ho bisogno di uscire, per essere meno annoiato e, in carcere, maestro mio, credetelo, non vi lasciano uscire! Io scherzo, ora; ma non ischerzavo, allora! Francamente, questa bizzarrìa del destino che mi cambiava di gentiluomo in assassino, che mi trasportava dall'albergo al carcere, dal carcere alla galera, forse, questa stravaganza mi parve un po’ forte. Ero, come sapete, pronto a tutto. Dal giorno in cui, nel treno che mi conduceva da Napoli a Roma, io ho incontrato il terribile gobbo dagli occhi verdi, da che, nel salotto dell’Albergo d'Europa, a Roma, io ho scoperto la bellissima mano di donna, tagliata, io ho detto a me stesso e ho ripetuto a voi, che aspettavo i più strani avvenimenti. Due o tre volte, la mia vita è stata messa in grave periglio, ma vi sono sempre sfuggito; questa sventura che mi ha colpito, questa mi è stata inaspettata. La mano tagliata, quella mano che io amo, che io adoro, è sempre presso di me, io la custodisco così gelosamente, che dovranno uccidermi per strapparmela: ma io sono un uomo rovinato, perduto. Quell'uomo mi ha perduto!
«Debbo io dirvi che non ho attentato alla vita di Ranieri Lambertini, che egli non amava la contessa Clara Loredana, che io non amavo questa donna e che giammai vi è stata lite, fra noi? Voi non lo avete mai creduto. Voi siete subito venuto a trovarmi, in carcere. Non vi hanno lasciato entrare. Ero alla segreta. Avete tentato di nuovo. In quel giorno, mi avevano messo in libertà provvisoria e io era subito partito per Milano, donde vi scrivo, dalla mia vecchia casa, dove gli antichi ritratti dei miei antenati pare che mi guardino con commiserazione per i guai dove mi sono andato a ficcare. Ma nessuno di loro, io credo, ha mai trovata, in un viaggio, una stupenda mano di donna, tagliata, tutta ricca di gemme preziose e come viva. Queste cose, anticamente, non accadevano: sono cose modernissime, vingtième siècle!
«Io non ho ucciso, non ho ferito, non ho fatto niente di male, mio amico, ma sono in preda a una fatalità oscura, dacchè il singolare avvenimento mi è accaduto. Quell'uomo mi odia, mi perseguita, perchè quella mano mi appartiene, perchè io non voglio restituirgliela, perchè io l'amo, perchè io sono convinto che appartenga a una persona viva, perchè io adoro colei cui è stata tagliata questa mano, perchè io la cerco, perchè io la troverò, perchè io credo di averla vista. Sono rovinato e perduto, ecco. Non ho fatto nulla, ma tutte le prove sono contro me, persino la testimonianza della contessa Clara Loredana, mi dicono: non potrò, forse, mai convincere i miei giudici della mia innocenza. Il piano organizzato da quell'uomo è stato così magistralmente combinato, è stato tanto terribilmente condotto, che io sono chiuso in una rete da cui non arrivo a distrigarmi. Tutta la trama è così felice, che io mi chieggo, talvolta, se non sono sonnambulo o ipnotizzato, e se io non abbia, forse, nel sonno, tentato di uccidere Ranieri Lambertini. Figuratevi se arriverò mai a convincerne i miei giudici! Egli mi ha voluto perdere e mi ha perduto. La partita, in questo momento, è sua; forse, sarà sua per sempre, se qualche miracolo non accada. La mia reputazione è andata. Se per questo miracolo che, forse, l'anima benedetta di mia madre opererà in mio favore, io giungo ad essere assolto, non riabiliterò mai la mia reputazione, fra i miei pari e molte gioie mi saranno tolte. Malgrado ogni mia riabilitazione, si dirà sempre:
«— Roberto Alimena? Quel tale che fu accusato di assassinio?
«— Dissero così; ma non si è mai saputa la verità. —
«E questo sarà il dialogo più mite. Ma che importa? Oramai, è andata. Ho giuocato. Ho perso. Ma la mano di quella donna è presso di me. Egli non l'ha ancora. E io sono libero, infine. Ho denari. Ritengo che se passo il confine, le autorità me lo lasceranno passare.
«Direte, forse, amico mio, che la testimonianza di Ranieri Lambertini potrebbe salvarmi completamente. Sì, è vero. Ma, nel periodo della prima istruzione di questo che sarà un singolare processo, la pugnalata terribile che egli ha presa, fra le due spalle, ha messo questo giovane a contatto della morte, per più di un mese. Il polmone era stato toccato, la lesione non si cicatrizzava e Ranieri, sopra tutto non poteva parlare.
«Poi, sapete dov'era? Nella medesima casa della contessa Clara Loredana, di questa bella e misteriosa donna, di colei che io ritengo la complice assoluta e necessaria delle macchinazioni di quel gobbo infernale, contro me e contro Ranieri! Egli fu colpito alla sua porta e cadde svenuto, nel sangue: impossibile trasportarlo via, lontano, a casa sua. Dunque, da lei! Una catastrofe, amico mio!
«Ma mi avveggo che non vi ho raccontato per filo e per segno il mio delitto, cioè il delitto di quell'altro. Dovevo partire per Milano, vi rammentate? In quel paese volevo andare a raggiungere la mano tagliata che io aveva segretamente spedita, colà. Però, al penultimo giorno, una grande esitazione mi aveva vinto; Ranieri ed io, andando in carrozza per il Corso, insieme a una bella donnina di nessuna serietà, avevamo incontrato il gobbo maledetto, in carrozza, anche lui, con una donna vestita di bianco. L'avevamo inseguito follemente, sino fuori porta Pia, lontano lontano, di notte, sopra una via pericolosa, oscura; ma lo avevamo perduto di vista. Pure, pure, mio amico e mio maestro, quella donna sconosciuta, tutta bianca, mi aveva gettato un fiore, in piazza Venezia e nel fare questo gesto si era levata ed io ho visto, credete, credete, ho visto che aveva un braccio tagliato. No, non è stata un'allucinazione, quella donna esiste, quella donna vive, io l'ho incontrata, l'ho inseguita, essa mi ha guardato e mi ha sorriso! Credete, quella donna è lei, colei che io cerco, quella su cui è stato commesso tanto orribile delitto, una povera vittima, non tanto più giovine, ma ancora giovine, ma seducente, nella sua aria sconvolta, dolente, folle. Uno spettro, amico mio, ma una creatura vivente, anche, che io andrò a cercare in capo al mondo, poichè io l'amo, come ho amato la sua bella mano tagliata. Ora, dopo quell’inseguimento infruttuoso, Ranieri ed io eravamo restati agitatissimi. Anche il mio amico era in uno stato patologico, visto che era molto contrastato in un suo grande amore e visto che era circondato da grandi pericoli. Non so come, non so perchè, ambedue ci trovammo d'accordo a credere che la medesima persona, che quell'uomo volesse la rovina di entrambi e la nostra morte. Ranieri non ne aveva nessuna prova certa, ma ne possedeva la convinzione morale.
«Io ero sicuro che egli ci perseguitava senza darci quartiere. Difatti, in due giorni che eravamo stati insieme, avevamo schivato per miracolo, tre o quattro accidenti dove potevamo perire. Ranieri, forse, era più inquieto di me. Egli teneva moltissimo a quella donna che egli adorava e che lo adorava; e l'ha perduta miseramente e per sempre!
«In mezzo a questi profondi sconvolgimenti morali, qual demone ha suggerito a me o a lui, di tenere l'invito della contessa Clara Loredana e di passare la serata con lei? Chi sa! Era il nostro destino, pare, che ci spingesse colà. Vi andai io, prima, verso le dieci e mezzo. La contessa abitava in un villino dei quartieri nuovi, nel fondo di un giardino. Un sol fanale illuminava il piccolo viale, prima di giungere al peristilio del villino; tutto il giardino restava, quindi, in ombra. Ho bussato e il cancello mi si è schiuso avanti, aperto per incanto, come nelle case delle maghe; mi sono avanzato nel viale, sono penetrato in una vasta anticamera, dove un servo in livrea, muto e rispettoso, mi ha tolto il paletot e il cappello. Sin qui, nulla che non sia banale, è vero? Vedrete dopo, come questo che somiglia al più stupido dei racconti, prenda poi l'aspetto il più tragico.
«La contessa Clara Loredana è una bellissima donna, molto bella e fin troppo bella; è elegante e fin troppo elegante; civetta, civettissima e fredda come tutte le donne che hanno questo grazioso difetto, che a me non dispiace tanto. Ella è una donna senza uno stato civile molto preciso. Riceve solo uomini e qualche rara signora; ricevuta qua e là, non moltissimo e non nelle primarie case, ma ricevuta; ricchissima, ma senza una fonte bene sicura delle proprie ricchezze; maritata apparentemente, ma senza nessuna traccia del conte Loredana, se morto, se partito, se carcerato, se sparito; senz'amanti, almeno in vista, ma, certo, donna non difficile, in alcune date circostanze, e con un contegno talvolta obliquo, sparendo per intiere settimane, assente non si sa dove, riapparendo a un tratto, senza dare notizia dei suoi viaggi; del resto, in nessun rapporto di amicizia con altre famiglie veneziane che sono in Roma, ma chiamandosi Loredana seriamente, a confessione di queste medesime famiglie. Un mistero, un'avventuriera, io ritengo; certo, anche una spia; certamente, una complice di quell'uomo.
«Ella mi ha trattato con molta cortesia in quella sera fatale e ha civettato con me sino all'esagerazione. In fondo, mi piaceva poco! e il mio spirito era tutto preso da quell'altra, dalla donna dalla mano tagliata. Ma io sono anche un uomo, un giovane e tutta la mia ideale passione non mi avrebbe impedito di prendere per amante la contessa Clara Loredana, se ella lo avesse voluto. Parea che lo volesse, non immediatamente, forse, per suo decoro, ma dopo una certa resistenza. L'avventura mi tentava così e così. In quel frattempo venne Ranieri.
«La Loredana si mise a sbeffeggiarlo amabilmente, per quel suo certo amore, di cui ella doveva sapere qualche cosa e per cui egli si manteneva lontano da ogni flirt. Il Lambertini le rispose un po’ scherzando, un po’ seriamente; mi accorsi, allora, e me ne insospettii, che ella aveva tentato di sedurlo, ma che non ci era riescita. Da questo, però, al credere che ella fosse un agente del gobbo malvagio, ci correva, e la conversazione continuò, in tre, molto graziosamente.
«Però, due o tre volte, mentre la mezzanotte si avvicinava, mi parve osservare che la contessa Clara Loredana avesse qualche momento di sospensione d'animo: un po’ pallida, con le palpebre che le battevano, ella pareva che ascoltasse qualche rumore lontano.
«Ma furono mie impressioni molto fuggevoli e le ritenni fallaci. Dopo un minuto, ella riprendeva la sua grazia e i suoi sorrisi assassini, ella mostrava il suo bel piede fine e lungo, ella civettava con ambedue, in modo incantevole. Io pensavo che, per un mesetto, ella avrebbe potuto essere una graziosa amante.
«Però, verso la fine della serata, in certi segni d'impazienza, in certi sorrisi deliziosi a me rivolti, apparve manifesto il desiderio, in Clara Loredana, che io restassi con lei più tardi di Ranieri Lambertini. Io me ne stupii e me ne annoiai. Non merito e non vorrei avere la reputazione del casto Giuseppe; ma quella cosa lì mi pareva troppo rapida e troppo voluta. Infine, io era certo che la Loredana aveva tentato di sedurre Ranieri e non vi era riuscita. Perchè, adesso, me? Perchè questa coincidenza bizzarra? Noi due, sempre? Poi, a me piacciono le situazioni nette, con le donne: una signora onesta è una signora onesta, una cocotte è una cocotte, un'avventuriera è un'avventuriera; e queste tre professioni non si debbono mescolare, mai; e ognuno deve farla limpidamente, la propria professione. Che era, questa contessa Clara Loredana, che mi elargiva tante preferenze?
«Del resto, essa aveva finito per non rispondere più alle parole di Ranieri Lambertini e non si occupava che di me. Costui, che aveva compreso, mi diresse un amichevole e significativo sorriso e si alzò per andarsene. Perchè non lo seguii? Perchè non resistetti alle parole di Clara Loredana? Perchè fui così debole e così sciocco? Ella mi disse:
«— Restate un momento; debbo dirvi qualche cosa. —
«Che fare? Restai. Era un invito così sfacciato, così provocante, che mi parve esagerato, in una signora. Lambertini si accomiatò con un inchino e sparve. Quando ella lo vide andar via, un sospiro di sollievo le uscì dalle labbra, e io udii, piano:
«— Meno male. —
«Ebbene, ella non voleva nulla, neppure che io l'amassi, come avevo supposto, neppure che io passassi la notte con lei, come pareva fosse stato l'invito. Niente! Le mie galanterie verbali furono accolte coi soliti sorrisi deliziosi, nè più nè meno; appena le ebbi baciata la mano, verso il gomito, ella ebbe uno sguardo austero. Tutto ciò potè durare un dieci minuti, o dodici. Le chiesi ancora una volta, se mi dovesse realmente dire qualche cosa; ella mi rispose sinceramente:
«— No. —
«Me ne andai, molto seccato. Vi ho detto, diletto amico, che la contessa Clara Loredana mi piaceva così e così. Ma, infine, ella mi aveva corbellato, innanzi all'amico Ranieri Lambertini. Costui, certo, mi aveva creduto il felice amante della contessa in quella notte e, viceversa, quella donna incomprensibile mi mandava via, molto cortesemente, ma avendomi burlato in pieno. Ripeto, non potevano essere passati che dodici minuti dalla uscita di Ranieri Lambertini e contavo di raggiungerlo al Circolo delle Cacce, per dirgli la mia bizzarra avventura o, piuttosto, la mia banale non avventura. Volevo anche licenziarmi da lui, perchè volevo partire l'indomani per Milano. Uscii nell'anticamera e il solito servo muto m'infilò il paletot, e mi diede il cappello. Strano a dirsi, appena io fui uscito, le porte della villa si serrarono immediatamente e tutti i lumi si spensero. Era l'una dopo mezzanotte. Solo, in capo al vialetto, attaccato al cancello, vi era il lampione di cui ho parlato.
«Avevo indugiato sugli scalini del peristilio, per accendere un sigaro: poi avevo ripreso il viale, guardando in aria, quando inciampai in qualche cosa di nero e caddi lungo su questo qualche cosa, che, subito, nell'ombra, non potetti distinguere.
«Era il corpo di un uomo, disteso, caduto quasi in traverso della mia via: un ubbriaco, uno svenuto, un morto? Ebbi abbastanza presenza di spirito da rialzarmi, da accendere un fiammifero: e vidi un orribile spettacolo. Ranieri Lambertini giaceva esanime, con un viso bianco come la cera; una pozza di sangue circondava le sue spalle, il suo collo, aumentava sempre. Pareva morto. Egli teneva ancora il paletot, i guanti: solo il cappello era rotolato, nella caduta, del resto, nessuna traccia di lotta e un viso composto. Inorridii: ebbi uno schianto terribile, come mai. A quell'ora, in quella via deserta, in quel viale oscuro, in Roma, avere un agonizzante o un morto, nelle braccia, credete, non è una cosa preziosa. Io lo avevo sollevato da terra, un poco. Non pesava, era rigido, e avrei pensato che fosse morto, se non avessi inteso un fievole polso. Che fare? Che fare? Non osavo ributtare a terra, nel suo lago di sangue, quel morente e non poteva muovermi; avrei voluto suonare il campanello della villa, chiamare gente dalla via, ma non feci nulla, non feci che disperarmi presso quel povero assassinato …!
«Pure, dopo tre o quattro minuti, caso strano, apparvero due guardie di pubblica sicurezza, e due carabinieri, un po’ più tardi: caso che mi parve provvidenziale e che, poi, dovevo comprendere come fosse atrocemente premeditato. Dal primo minuto, le due guardie accolsero con diffidenza le mie dichiarazioni; i carabinieri andarono a cercare un medico nella farmacia notturna che è lì presso e, non so come, apparve anche un delegato. Un vero convegno, amico mio, a cui io non badai tanto, in quel minuto di disperazione, ma di cui mi accorsi più tardi. Anche questo delegato fu freddissimo, prendendo le mie generalità, quelle dell'infelice assassinato, come se già le conoscesse. Intanto era giunto il medico e aveva dichiarato che il malato, per la forte, continua emorragia, non si poteva trasportare. Quanto era lugubre quel gruppo d'uomini neri, intorno a quel morente, nella notte! Fu bussato alla porta della villa, tre o quattro volte; tardarono molto a rispondere. Infine, si schiusero le porte e un servo assonnato, sempre quello stesso, fu richiesto d'interpellare la contessa, se volesse ricevere l'infelice, in casa sua, perchè egli poteva morire, se fosse trasportato a casa. Intanto, il medico, tenendo nelle braccia il Lambertini, aveva tirato fuori il pugnale dalla ferita. Subito, il delegato si era appropriato quell'arme, senza che io vi avessi dato neppure uno sguardo. La prima medicatura era cominciata al lume di due lanterne e io spiavo sul volto cereo di Ranieri Lambertini un ritorno alla vita. Non so perchè, mi sentivo più turbato che mai, una sorda agitazione cresceva in me.
«Apparve la contessa. Era vestita di bianco, molto pallida, più alta, quasi, con certi occhi sconvolti, spaventati. Camminava piano, come una sonnambula, e un servitore le veniva accanto, portando un grande candelabro acceso. Quando fu vicina all'assassinato, ella dette in un grande grido e si mise a singhiozzare. Tutte le sue azioni erano curiosamente osservate, da me e dal delegato, specialmente; ella non mi aveva ancora guardato, ma quando rivolse lo sguardo su me, ebbe come un moto di orrore, si fece indietro di tre o quattro passi e si nascose il volto fra le mani. Io rimasi esterrefatto, ma non compresi.
«Quando il medico, chinatosi all'orecchio della contessa Clara Loredana, le ebbe detto che era impossibile trasportare Ranieri Lambertini lontano, a casa sua, ella indicò con un gesto lento della mano la sua villa e non disse verbo. Il silenzio tetro e cupo di quella donna che avevo vista un'ora prima, così allegra e così frivola, aumentava il mio senso di sgomento; a parte il dolore per quel povero amico, ferito mortalmente, e che non riapriva gli occhi, malgrado tutti i cordiali che gli davano, malgrado le strofinazioni di cognac, mi pareva che tutto si venisse stranamente complicando. Un assassinio è un assassinio; e il delegato conservava il suo viso turbato e pallido, la sua aria accigliata.
«Per trasportare nella villa il povero Ranieri Lambertini fu necessario formare una specie di barella, mettendo una materassa sopra delle assi e appena appena sollevandolo da terra; qualunque piccolo movimento provocava l'emorragia. E anche il trasporto fu molto lento, lentissimo. Il malato, il ferito, il morente, fu dovuto mettere in una stanza al piano terreno, molto elegantemente arredata, come, del resto, tutto il villino della contessa Loredana; e il medico vi si collocò a capo letto. Per un momento Ranieri Lambertini aveva tenuti aperti gli occhi, girandoli intorno, vagamente, come se non riconoscesse nessuno; poi, li aveva richiusi ed era ricaduto in un torpore, ove si udiva il suo rantolo di ferito al polmone. La contessa Clara Loredana aveva sempre il suo volto spettrale e chiuso, così dissimile da quell'altro volto; due o tre volte, che le diressi la parola, essa levò i suoi occhi su me, con una espressione di glaciale sorpresa.
«— Avete avvertito la famiglia? — domandai io, una volta.
«— Sì, — aveva ella risposto, senz'altro.
«Poi, più tardi:
«— Credete che sia per iscambio, questo assassinio? Il conte Ranieri Lambertini, era un gentiluomo, un bravo giovane, non aveva nemici.
«— Non credo, — ella rispose, con fredda fermezza.
«— E che credete? — le chiesi, insistendo, tremando, non so bene perchè.
«Ella mi sogguardò e un lieve sorriso ironico parve le sorvolasse sulle labbra. Qualche minuto passò; il medico aveva dichiarato che al ferito era necessaria una monaca. Ma a quell'ora dove trovare quell'infermiera? Nessun convento apre le sue porte. Sottovoce, la contessa Clara Loredana offrì di restare lei, per quella prima notte, insieme alla sua cameriera.
«— Resterò anche io, se permettete, — io dissi, subito.
«Ma questa mia proposta ebbe la più strana accoglienza. Il medico non mi rispose, la contessa Clara Loredana spalancò gli occhi più che mai stralunati e disse no, col capo; il delegato, più accigliato che mai, mi mormorò all'orecchio:
«— Se permettete, dovrei dirvi due parole. —
«Perchè mi parve che in quella frase vi fosse poco rispetto e persino della durezza? In che ritrovai questa intonazione offensiva, in quelle semplici parole di un poliziotto? Non so. Certo è che esse mi urtarono. Ero già nervoso e agitato. Risposi:
«— Saranno proprio due?
«— Qualcuna di più, forse, — borbottò il delegato.
«— Io sono stanco, vorrei andare a letto, — io ribattei, subito — quindi, vi pregherò di sbrigarvi.
«— Farò il possibile, — rispose lui, evasivamente.
«Passammo nel salone di Clara Loredana, dove eravamo stati un'ora avanti e dove avevo veduto il mio amico pieno di salute e di giovinezza, ridere e scherzare. Il delegato si installò in una soffice poltrona, mentre io mi era seduto dirimpetto a lui. Osservai poi, più tardi, che mi era seduto in modo che la luce mi battesse sul volto, mentre il delegato era perfettamente in ombra.
«— Vi piace di rispondere a qualche mia interrogazione? — domandò il delegato, giuocando con una stecca, mentre io aveva accesa una sigaretta.
«— Certamente. Riguarda questo terribile affare, è vero? — dissi io.
«— Già. Voi eravate molto amico del povero conte Ranieri Lambertini?
«— Sì, molto.
«— Da molto tempo?
«— Lo conoscevo, da tempo: gli sono amico da poco.
«— Da quanto?
«— Da un mese.
«— Vi siete legati subito?
«— Sì, subito: un gentiluomo perfetto, un carattere d'oro.
«— Voi siete lombardo, è vero?
«— Sì, milanese.
«— Solo?
«— Solissimo.
«— Ricco?
«— Ho quel che mi serve.
«— Viaggiate molto?
«— Sempre: non sto mai molto tempo, in un paese.
«— Eppure eravate da un mese a Roma.
«— Avevo le mie ragioni, — dissi, imprudentemente.
«— Ah! — esclamò soltanto l'altro, con un moto rapido di fisonomia.
«Mio venerato amico, io vi riferisco il dialogo come è stato, quasi integralmente, giacchè esso mi si è scolpito nella mente, dacchè segna il minuto più terribile, per ora, della mia vita. Certo, quell'interrogatorio mi seccava molto, in quel momento, con quel morente nell'altra stanza, ad alta notte, in una casa estranea, dopo il tragico avvenimento, ma comprendevo che fosse una formalità necessaria. Solo che la faccia di quel delegato non mi piaceva punto; io sono fisonomista e non mi attendevo nulla di buono da quel viso.
«— Riprendiamo l'interrogatorio, — disse il delegato, quasi involontariamente.
«— Un interrogatorio? — chiesi io, trabalzando sulla sedia. — È un vero interrogatorio?
«— E perchè no?
«— A che titolo m'interrogate?
«— V'interrogo perchè siete stato presente al delitto, — disse il delegato, configgendo il suo sguardo nel mio.
«— Presente? … Quasi presente, volete dire? — corressi io, vivacemente, senza neanche sapere il perchè della vivacità.
«— Non vi abbiamo trovato disteso sul ferito?
«— Sì, vi caddi sopra, inciampando; io era uscito dalla villa una mezz'ora dopo di lui.
«— Venti, venticinque minuti.
«— Precisate, precisate, — disse con rudezza il delegato.
«— Come posso precisare, signore? — dissi io, alquanto irritato dalle domande e più dal tono del delegato. — Io ignorava il delitto: non stavo mica con l'orologio alla mano!
«— Eppure è necessario che vi spieghiate con la massima chiarezza e con la massima precisione, — replicò il delegato, senza smettere la sua freddezza e la sua ruvidezza.
«— Necessario?
«— Sì.
«— Io trovo necessaria una sola cosa, signore, ed è quella di andarmene, — dissi io, levandomi.
«— Nossignore. Voi dovete restare.
«— E se me ne andassi egualmente?
«— Malissimo! Signor delegato, io non ho obbligo di rispondervi.
«— V'ingannate. Lo sapete. Siete il primo, il più importante testimone del delitto. La giustizia ha bisogno della vostra deposizione, — soggiunse il delegato, con aria più cortese, per rassicurarmi.
«— Va bene, ma vogliate non trattarmi come un delinquente, — dissi io, senza dare peso alla frase.
«Pure, come un lampo passò sullo scialbo e freddo viso del delegato; io ebbi come un altro brivido, simile a quello che mi aveva colpito nel veder apparire la contessa Clara Loredana, vestita di bianco, accanto al corpo esanime del mio amico.
«— Conoscevate la vita intima del conte Ranieri Lambertini? — chiese il delegato.
«— Poco.
«— Giuocava, aveva donne, amori?
«— Come tutti gli altri gentiluomini.
«— Qualche cosa di particolare?
«— Nulla che io sappia.
«— Credete che abbia potuto suscitare l'odio, la vendetta di qualcuno?
«— …. non credo, — dissi io, dopo un minuto di esitazione.
«— Corteggiava egli la contessa Clara Loredana?
«— Lo so: ma senza idea di amore.
«— Che ne sapete?
«— Me lo ha detto, — risposi io, imprudentemente.
«— Ah! dunque parlavate dei vostri amori! E voi eravate, siete corteggiatore della contessa Loredana?
«— Questa domanda mi pare superflua.
«— Siamo in casa di lei, signor delegato.
«— Sta bene. Rifiutate rispondere?
«— Rifiuto.
«— Supponete chi abbia potuto commettere il delitto? — mi chiese il delegato, dopo una piccola pausa.
«— Non lo suppongo.
«— Neppure la più piccola supposizione?
«— Neppure.
«— Non ha potuto ferirsi da sè, il conte Ranieri Lambertini.
«— È evidente.
«— D'altronde, non pare fosse inclinato al suicidio.
«— No, era un uomo felice. Era amato.
«— Amato? Dunque, sapete di un amore?
«— Neanche su questo posso rispondervi.
«— Perchè?
«— Il conte Lambertini aveva un segreto; ciò complica molto la situazione.
«— Ogni uomo ne ha qualcuno.
«— Così.
«— Amava la moglie di un altro? L'innamorata di un amico? — insinuò cautamente il delegato.
«— Non posso dirvi nulla!
«— Signor conte Alimena! Voi sapete che un fatto gravissimo è accaduto, qui, questa notte. Voi sapete qualche antecedente importantissimo dell'infelice che, forse, muore di là, qualche circostanza che potrebbe illuminarci sul delitto. Voi tacete!
«— Taccio, perchè ritengo che gli amori del conte Ranieri Lambertini non abbiano nulla che vedere col terribile accaduto.
«— Non volete dirci nulla?
«— No, — replicai io, fermamente.
«Le sopracciglia di quell'uomo si aggrottarono un poco e tutto il viso assunse una trista espressione. Egli si baloccò con la stecca, battendola vivamente sulle dita.
«— Avete altro da chiedermi? — dissi io, accendendo una sigaretta e facendo per andarmene.
«— Poche altre cose e vi lascio in libertà.
«— Eccomi a voi.
«— Vi era mai stata lite, fra voi e il conte Ranieri?
«— Mai, mai.
«— Per nessuna causa?
«— Per nessuna causa.
«— Fu lui a presentarvi alla contessa Loredana?
«— Sì.
«— A vostra richiesta?
«— Egli vi condusse qui?
«— Sì, la prima volta.
«— Poi ci veniste solo?
«— Sì.
«— Varie.
«— Ci trovaste Lambertini?
«— Mai.
«— Forse non veniva nelle vostre ore?
«— Non ci veniva, addirittura. Lambertini era innamorato di un'altra.
«— Ah! — e un sorriso ironico sfiorò le labbra dell'agente. — Dimenticavo.
«— Posso andare?
«— Ancora pochissimo. Questa notte, siete venuti insieme, qui?
«— Separatamente.
«— Voi, prima?
«— Prima, lui.
«— Vedete che ci veniva?
«— Lambertini voleva partire ed era venuto per licenziarsi. —
«Detto questo mi morsicai le labbra, per aver detto troppo.
«Era possibile che un agente di polizia mi squilibrasse così, sino a cavarmi il mio segreto dalla bocca?
«In fondo, io sentiva qualche cosa di tragico che cresceva, intorno a me, senza che me ne potessi dare ragione; comprendevo che dal giorno in cui avevo schiuso il misterioso cofanetto e visto sul velluto oscuro la bellissima mano tagliata e ingemmata, il fato si appesantiva su me. Ma che io, Roberto Alimena, il conte Roberto Alimena, il giovane gentiluomo che aveva portato sino a trenta anni il suo nome come Baiardo, senza macchia e senza paura, dovesse trovarsi invescato da un agente di polizia, era enorme!
«— Il conte Ranieri Lambertini andò via prima di voi, è vero?
«— Sì: l'ho già detto, — risposi io, a malincuore, sempre più nervoso e agitato.
«— Perchè?
«— Perchè la contessa Clara Loredana mi trattenne un poco; disse volermi dire qualche cosa.
«— Ah! e che ne disse il Lambertini?
«— Non si turbò della vostra dimora in casa Loredana?
«— No; perchè avrebbe dovuto turbarsene?
«— Così. … non saprei. Sapete se era ordinariamente armato, il Lambertini?
«— Credo che portasse una piccola rivoltella americana.
«— L'avete mai vista?
«— Sì: una volta.
«— La riconoscereste?
«— Sì.
«— È questa? — disse il delegato, cavandola dalla tasca del suo soprabito.
«— Sì, questa.
«— È carica; non un solo colpo è stato tirato.
«— Era un agguato; Lambertini non avrà avuto il tempo di difendersi. …
«— Agguato, sì; ma ritengo che si sia difeso, — mormorò il delegato, pensando.
«— No.
«— E allora? —
«— Dove alloggiate?
«— All’Hôtel d'Europe, in piazza di Spagna, ma non vi rimarrò molto tempo.
«— Contate cambiar albergo? Prendere casa a Roma?
«— Ah! Presto?
«— Volevo andare via domani. …
«— Volevate andare via domani? — disse lui, con un altro dei suoi sinistri aggrottamenti di ciglia.
«— Sì, ma mi tratterrò per due o tre giorni, per avere qualche notizia migliore di Ranieri.
«— Andate in su?
«— E all'estero, forse?
«— Forse: secondo il mio capriccio e secondo alcuni fatti miei.
«— Sta bene. Grazie, signor conte.
«— A rivederci, — mormorò lui, con un tono tanto strano che io ebbi ancora un brivido.
«Uscii da quel salotto, inquetissimo. In anticamera tutto era illuminato e il servo sonnecchiava sopra una panca di legno scolpito. Gli chiesi se potevo vedere il conte Ranieri Lambertini. Andò di là; aspettai un pezzo. Ritornò, accennandomi di entrare per un'altra porta, al lato dove avevano condotto il mio povero amico. Attraversai così tre stanze, al buio quasi, e mi ritrovai in quella dove giaceva il ferito.
«Costui giaceva solo, su quel letto: e giaceva immerso in un torpore affannoso, col capo molto basso, per non provocare emorragia, col petto nudo dove premeva una vescica di ghiaccio. Era acceso nel volto; due macchie rosse e vivide, sui pomelli, indicavano che egli aveva la febbre. Un rantolo gli esciva dal petto e le mani distese sulle bianche coltri sembravano di cera. Io mi chinai su lui, a chiamarlo sottovoce. Non sollevò gli occhi, nessun tratto del suo viso si mosse.
«A un tratto, mentre mi sollevavo, per andarmene pian piano, sentii che qualcuno mi guardava. Nella penombra della stanza, dove una sola lampada era velata da un paralume oscuro, la contessa Clara Loredana era seduta in una poltrona; vestita di bianco, pallida, pareva un fantasma che vegliasse un morto.
«La sua testa era appoggiata a una mano; gli occhi avevano quell'aria stralunata di quando ella era apparsa nel giardino: e io non la riconoscevo più!
«Le augurai la buona notte, pianissimo. Ella mi levò gli occhi in fronte e un lampo vi passò. Di nuovo una espressione di orrore le turbò il viso e non rispose al mio saluto. Allora, sorpreso di nuovo, intendendo che il mistero tragico si addensava su me, le chiesi, sempre piano, ma con forza:
«Ella ebbe come un moto di ribrezzo e mi disse, enigmaticamente:
«— Voi lo sapete.
«— Non so nulla, non intendo nulla.
«— Non vi hanno interrogato?
«— Sì, lungamente.
«— E avete detto la verità? — ella mi chiese, con doppia intonazione di amarezza e d'ironia.
«— Io dico sempre la verità! — esclamai.
«— Così sia! Anche io dirò la verità, — ella rispose e mi guardò così tristamente che fui ripreso da tutti i miei terrori segreti.
«— Quale verità, signora? — domandai.
«— La verità sull'assassinio del conte Ranieri Lambertini.
«— Voi la conoscete?
«— Sì, la conosco, — replicò lei, sempre a bassa voce, ma con fermezza.
«— Sapete la causa dell'assassinio?
«— Sì.
«— Sì.
«— Lo denunzierete alla giustizia?
«— Sì. —
«Tutte quelle affermazioni erano state fatte da lei guardandomi negli occhi, con voce bassa e dura, con le mani sui bracciuoli della sedia.
«— Siete sicura di non ingannarvi?
«— Sicurissima.
«— La giustizia ha una traccia sicura.
«— E quale?
«— L'arme dell'assassino, — e mi guardò, tenacemente.
«Io sorrisi, niente altro. Dopo un minuto, ero uscito da quella camera. Dopo quindici ero nella mia stanza all'Hôtel d'Europe.
«Vi dirò io di aver dormito bene, in quel restante di notte? No, certo. I miei nervi erano singolarmente eccitati e la figura del mio povero amico mezzo morto, giacente in quel letto di dolore, la spettrabile immagine di Clara Loredana nelle sue vesti bianche, quella bieca figura del delegato che era stato con me tanto scortese e tanto diffidente, mi tumultuavano nella mente. Dormii poco e male. Ebbi l'incubo, nel sogno confuso e tormentoso. Mi pareva continuamente di vedere il mio amico Ranieri Lambertini aggredito, alle spalle, dal gobbo con gli occhi verdi, che levava su lui un'arma che non giungevo a intravvedere, mentre io, sulla soglia del villino Loredana, guardava inorridito la scena, senza poter fare un passo, inchiodato a terra da un potere magico, senza poter dare un grido, soffocando; accanto a me, donna Clara, tutta vestita di bianco, guardava la scena con occhi scintillanti di gioia e portando sulle labbra un sorriso infernale. Che pena! E, cosa singolare, il maggiore mio tormento, in quel sogno che era un'allucinazione, era di non potere scorgere bene, quell'arme insidiosa e terribile di cui l'infame gobbo dagli occhi verdi si serviva per togliere la vita al mio infelice amico; vedevo risplendere sinistramente una lama, niente altro, non sapevo se fosse un pugnale, un coltello, non so troppo bene. Il non sapere mi torturava, come se nel vedere che fosse, quell'arma, potesse consistere il motto dell'enigma!
«Così era! Abbrevio. L'indomani, alle dieci antimeridiane, io era arrestato, sotto la imputazione di tentato omicidio, con premeditazione, sulla persona del mio amico Ranieri Lambertini; due prove terribili esistevano contro me, oltre la serata passata insieme, oltre l'avermi trovato disteso sul suo corpo e macchiato del suo sangue. Due prove: cioè, una prova, il pugnale, il mio pugnale, un magnifico e sottile pugnale di Toledo, un'arma spagnuola sul cui pomo era scolpito il mio stemma e le due iniziali del mio nome; un pugnale che io portavo sempre meco, non per servirmene, ma perchè era molto bello e le belle armi mi inebbriano. Il mio pugnale era stato trovato immerso nella ferita di Ranieri Lambertini! La seconda prova atroce, contro me, era invece una testimonianza, quella della contessa Clara Loredana, la quale aveva deposto che Ranieri ed io, da tempo, le facevamo la corte, e che questa rivalità, dove il conte Lambertini pareva a me il preferito — ella, naturalmente, non preferiva nessuno dei due — aveva suscitato delle liti continue fra me e il mio amico, fino a che, io era venuto via, come folle, dalla casa dove ella mi aveva ancora una volta respinto, e raggiunto, dopo cinque minuti, il Lambertini, nel viale oscuro del giardino, lo avevo assalito alle spalle e ferito in quel malo modo. Questa seconda parte, ella la induceva dal modo pazzo come io era andato via