Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
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SCIOLTO IL VOTO

II. Nella Chiesa

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II.

 

Nella Chiesa.

 

Il centro della Gerusalemme cristiana, il centro modernissimo, il centro assolutamente inglese, è in un piazzale chiaro e popoloso che si allarga sotto la protezione dell’antichissima terra di Davidde: colà vi sono il New Grand Hôtel, l’ufficio di Cook, l’ufficio di Gaze and sons, suo rivale, quattro o cinque grandi botteghe alla europea, e, persino, una rimessa di vetture, sotto la porta di Jaffa, poco distante. Da questo centro si parte la via che conduce alla chiesa del Santo Sepolcro: via stretta e che attraversa, in gran parte, uno dei bazars turchi di Gerusalemme, cioè un androne dalle bottegucce oscure, dagli stambugi neri, dove è impossibile distinguere, a prima vista, quello che vi si vende. La via attraversa una piccola folla di turchi, che fumano il narghilé, di cammelli accovacciati per terra, di asinelli carichi di grano, di arabi, che contrattano la merce loro o altrui, per ore e ore, fumando la loro eterna sigaretta, di donne europee che vengono a comperare, e vanno via subito. Quando la viottola ha oltrepassato il bazar, fa altri due o tre gomiti, e comincia a discendere per certi larghissimi scalini. E l’approssimamento religioso si fa vivo, insistente, crescente.

Nelle piccole botteghe, adesso, si vendono ceri singolarmente istoriati di oro, di argento, di azzurro, di rosso; dal cero sottile, che costa tre piastre turche, cioè dodici soldi nostri, a quello enorme, altissimo che solo un grosso candelabro può reggere: si vendono rosarii di tutte le dimensioni, da quello che sembra una coroncina pel polso di una bimba, a quello dai grani scolpiti simili a una noce, che si sospende alla spalliera del letto, dal rosario di granellini di vetro al rosario di grani d’ambra, costoso e odoroso, da quello fatto con nocciuoli di ciliegia a quello fatto di lapislazzuli; e si vendono, infine, quelle immagini cristiane di Terra Santa, dipinte sul legno, con lo stile ingenuamente bizantino, sul fondo d’oro, con certi colori dell’encausto, con certi visi simili alle prime Madonne di Hagia Sophia in Costantinopoli, ma troppo vivacemente dipinti, tanto che pare rischiarino il fondo delle oscure botteghe: spesso, queste icone sono intagliate seguendo il profilo del disegno esterno, assai bizzarramente. Tutto ciò, secondo quel che dice il pallido negoziante di oggetti sacri gerosolimitano — io non ho visto che volti pallidi, in fondo a quelle botteghe — ha toccate il Santo Sepolcro, è stato benedetto sul Santo Sepolcro. Non è lontano, è qui, il Santo Sepolcro…. Difatti, al quarto gomito che forma la via stretta, al suo sessantesimo scaglione, si sbuca sulla piazzetta del Santo Sepolcro. Subito, vi colpisce la bellissima facciata della Chiesa, la sola linea artistica dell’antichissimo monumento.

Essa è formata da due larghe porte ogivali, di taglio nobile e largo, in pieno granito: una di queste due porte, è costantemente chiusa. Sulle due porte corrispondono due finestre ogivali, purissime di linee, sempre chiuse, circondate di erbe parassite, e dove nidificano centinaia di garruli uccellini. E, più altro. Sulla piazzetta, per terra, dei poveri venditori ambulanti distendono dei tappeti sdruciti, e vi spandono degli oggettini minuti di pietà religiosa, immaginette, mazzetti di medagline, rosarietti, qualche fotografia scolorita: e, immancabile, nella piazzetta gira il venditore ambulante di semi cotti nel forno: immancabile l’acquaiuolo ambulante fa tinnire, armonicamente, i due dischetti di ottone, che sono il suo richiamo.

La confusione più soverchiante colpisce il cristiano, dalla porta della chiesa ove è custodito il Santo Sepolcro, appena egli ha fatto il segno della croce, varcando quella sacra soglia: una confusione che viene dalle linee e dalle espressioni, che viene dall’agglomerato e dalla diversità delle cose e delle persone. Anzi tutto, sotto il grande arco di entrata, a mano sinistra, vi è l’ufficio di portineria, di custodia materiale, diciamo così, della chiesa: cioè un palco, una piattaforma di legno coperta di tappeti e di cuscini, dove sono seduti, sdraiati, i due o tre musulmani, che sono i portinai della maggiore chiesa della cristianità: il Sultano ha conservato un diritto materiale di possesso sui Luoghi Santi, manifestato però con molta mitezza, con molta bonarietà; e i portinai sono turchi, loro! Da veri turchi, nella loro portineria che è quel palco, sulla soglia della chiesa, prendono il caffè nelle tazzine, fumano la sigaretta o il narghilé, scambiano qualche rara parola fra loro, girano fra le dita le pallottoline di ambra di un comboloi, il rosario turco, e, per lo più, stanno immersi in quelle lunghe contemplazioni orientali, avvolti nella lunga veste a righe di seta e raso, giallo e rosso, con le sole calzette bianche e con le pianelle accanto ai piedi, col turbante che gira due volte intorno al fez: non si voltano mai a guardare chi entra in chiesa. E, subito dopo questo singolare ricordo islamita, all’ingresso del tempio, ove Gesù fu sepolto, vi si para innanzi la pietra dell’unzione, dove il Corpo del Signore fu lavato e profumato di mirra e di nardo; come la gente si avanza, ognuno cade prostrato su quella pietra, e chi vi si abbandona lungo disteso, con le braccia aperte, chi vi batte la fronte, più volte, chi la bacia, freneticamente, chi l’adora, in silenzio; da quel primo incontro mistico, le forme dell’adorazione religiosa si manifestano ampiamente, con una pressione tutta personale, tutta varia, quasi solinga. Su questa pietra della unzione, dove tutti i cristiani s’inginocchiano, nelle lor diverse maniere di adorare, le chiese cristiane principiano la loro bizzarra e pur ammirabile disputa di zelo religioso: le otto lampade che vi ardono, sopra, sospese a una grossa catena d’argento, a sua volta legata a due candelabri laterali; di queste otto lampade, tre appartengono alla chiesa cristiana latina, tre alla greca scismatica, una alla chiesa cristiana armena, una alla chiesa cristiana cofta: tutte queste chiese sono di Gesù, sono nel suo nome, sono nel segno della sua redenzione, e tutte vogliono il loro posto, dovunque Egli visse, patì e agonizzò.

Ansiosamente, lo sguardo gira intorno alla chiesa del Santo Sepolcro, per afferrare la grande linea generale, per imprimersela nella fantasia e nella memoria delle cose. La chiesa del Santo Sepolcro ha tutte le forme architettoniche, mescolate insieme. Essa è rotonda nel suo corpo centrale, dove sorge l’edicola in cui è racchiuso il Santo Sepolcro, ed ha un colonnato intorno e poi un largo corridoio buio, che vi gira intorno: ma essa ha un ovale molto allungato, dalla parte dell’abside, dove, a tre metri dal suolo, sopra una piattaforma, si apre la cappella dei greci scismatici: essa pare rettangolare verso la cappella di Santa Maria Maddalena, che appartiene alla chiesa latina, ma forma un gran trapezio, sul suo lato, dove gli armeni cristiani, i figliuoli di San Giacomo, hanno il loro dominio ecclesiastico. Da tutte le parti, da tutti i contorni più oscuri, sorgono cappelle, cappelline, e chiese, che si allargano, che declinano, che salgono al primo piano, che scendono sotterra: e tutto questo forma un disegno così irregolare e così confuso, che vi si resta nel più profondo imbarazzo, e, nelle prime volte, con lo sgomento di muovervi i passi. Vi è, persino, un corridoio scoperto, dove ci piove, nella chiesa del Santo Sepolcro: esso mette in comunicazione i due lati più lontani del santo tempio.

Poi, fra il laberinto delle architetture di tutti i tempi e di tutte le nazioni, distrutte e ricostruite otto volte, fra questa massa di edificii riuniti, raccolti così, per poter serrare, in un solo tempio, tutti i posti resi memorabili dalle estreme scene della Passione di Gesù, vi è questo conflitto benigno e non sempre benigno delle diverse religioni cristiane, che si addossano, si accavallano, si respingono, si riattaccano, l’una all’altra, quasi senza poter respirare. Difatti, vicino alle colonne di quel porticato, che gira largamente intorno alla venerabile edicola ove è la Tomba, trovate dei gruppi di donne, involte in cenci azzurri, sedute per terra, cobimbi al collo: sono le donne di religione cofta, che rimangono giornate intere, nella chiesa, a guardare la gente coi loro occhi belli e selvaggi, donne misere, sporche e taciturne. Mentre vi volgete in , un suono lento e nasale di voci vi arriva. Sull’abside, in quella galleria ricca di ori, di pietre preziose, i greci scismatici celebrano le loro funzioni. Girate ancora intorno, verso la cappella sotterranea dove, in un pozzo, sant’Elena rinvenne la Croce, e, a un tratto, da una porticina che si schiude, vi appare un prete straniero, tutto vestito di nero, con un gran cappuccio di seta nera abbassato sugli occhi, con una barba nera che gli fluttua sul petto: è un prete armeno, ha l’aspersorio nelle mani, vi benedice e l’acqua benedetta, che vi va sul volto e sulle mani, odora di rose. Voi, abituato alla semplicità del culto unico, del culto latino, nel paese vostro lontano, sentite aumentare il disordine delle vostre idee, potete raccogliere più i vostri sentimenti.

E questa chiesa così informe e pur maestosa nelle sue molteplici architetture, così inafferrabile nel suo aspetto generale, così complessa e così complicata nelle sue manifestazioni mistiche, così fluttuante e incerta anche nella mente di chi la percorre varie volte, ha tanti altri caratteri molteplici: è multanime. Qui linda, pulitissima candida; altrove è quasi povera, rustica: qui è adorna all’europea, altrove è adorna all’orientale. Secondo la patria, la nazione, la condizione, i costumi di coloro che possiedono quel pezzo di chiesa del Santo Sepolcro secondo la loro vera devozione o il loro fanatismo la chiesa sembra una chiesa, o un salone, o una piazza. Qui per adornamento, solo fiori artificiali; più in mazzi di fiori freschi e piante fresche, nei vasi: qui, pesanti lampade di argento accese perennemente: più in semplici globetti di cristallo colorato dove brilla un lumicino; o palle di metallo lucido, dove il viso si riflette, storpiato, come nei giardini borghesi di Europa: e noci di cocco, bianche, sospese, con ciuffi di nastro rosso e perline bianche: e lampadine bianche illuminate da una fiammolina: tutto quello che voi potete pensare e a cui non pensereste mai, in onore del Sepolcro, in omaggio a Gesù, in gloria del Signore. E sempre, dappertutto, dovunque la proprietà è comune nelle quattro chiese cristiane, voi rinvenite ripetuta la storia delle lampade; cinque sono latine, cinque sono greche, tre armene e una cofta: e la rivedete nei candelabri, dove son candelabri, divisi ed uniti per chiese; la riscontrate per numero delle messe, su questi altari, che sono comuni alle quattro chiese. In ultimo quando avete trascorso la prima ora di vagabondaggio religioso, in quella chiesa, domandate invano, a voi, la visione unica, l’idea unica, il pensiero unico: invano, voi cercate fissare la vostra anima smarrita, in quella chiesa dove la multipla umanità cristiana afferma, in ostinato tumulto spirituale, i suoi svariati diritti mistici!

 

Il Santo Sepolcro è un’altra cosa.

 


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